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L’Occidente ha sbagliato: ha sempre badato all’economia, senza fare politica,
ma Putin e Kirill sono ormai fuori dalla Storia e hanno già perso la guerra.

 

Sono in tanti a chiedersi e a spiegare perché il presidente russo Vladimir Putin abbia deciso di invadere l’Ucraina. Gastone Breccia (L’Espresso 9/2022), per esempio, scrive che “Mosca è tornata a sentirsi  minacciata dall’Occidente. Non senza ragione: difficile non considerare aggressivo – continua – il ruolo militare di un’alleanza (leggi Nato) che tendeva ad ampliarsi fino alle sue frontiere, venendo meno alle assicurazioni offerte all’indomani del dissolvimento dell’Unione Sovietica”.
Una bulimia, è stato detto in casa Sant’Egidio, che ha pensato più a fare economia che politica. È mancata la politica.
“Negli ultimi decenni – rincara Marco Damilano (L’Espresso, stesso numero) – la politica è stata ridotta ad ancella dell’economia liberista, o è stata colonizzata dai nazionalismi di stampo ottocentesco”.
Un’aggiunta significativa, perché se, come spesso si sente dire, si ferma l’occhio solo sugli errori della sponda occidentale, innegabili, l’impressione è che si perda un resto della questione che non è poca cosa.
In entrambi i casi – continua l’ormai ex direttore del settimanale – la democrazia è stata messa nel mirino come pietra d’inciampo, perché democrazia è tensione, processo, cammino, mai approdo e meta raggiunta una volta per sempre. Tutto l’opposto della ricerca del mito fondativo e identitario di una storia concepita come immobile e, assediata dal cambiamento, tesa alla restaurazione di un ordine perduto o minacciato.
Un’idea della storia tremendamente funzionale a disegni di potere.
Quella che Putin ha chiamato, con le parole tipiche della propaganda, un’operazione militare speciale per smilitarizzare e denazificare il suolo ucraino (che detto a un ebreo come il presidente ucraino Zelenski è un’enormità), altro non è che una guerra di un paese aggressore verso uno Stato sovrano e democratico.
Come ha ricostruito Francesca Mannocchi ( “tosta” l’ha giustamente definita Enrico Mentana in una delle sue esemplari dirette tv pomeridiane sulla guerra), ha riconosciuto l’indipendenza delle due regioni separatiste dell’est dell’Ucraina, autoproclamate nel 2014 Repubbliche popolari di Donetsk e di Luhansk, nella regione del Donbass. Territori che si considerano Novorossiya, “Nuova Russia”, conquistati dall’impero zarista nel XVIII secolo.
In un conflitto sanguinoso che dal 2014 si trascina nel Donbass, con il bilancio di 14 mila vittime e con l’impiego da parte ucraina di formazioni filonaziste per contrastare la rivolta separatista, pesano le parole del presidente russo del suo discorso del 21 febbraio scorso: “l’Ucraina non è uno stato ma una colonia, storicamente parte della Russia”.
È la lingua nostalgica e ammirata di Novorossiya, la lingua del grande impero.
E infatti l’offensiva armata non si è fermata al capitolo Donbass, cui si è tentato di porre una soluzione con i barcollanti accordi di Minsk I e II e miseramente naufragati sulla diversa interpretazione circa la cronologia degli impegni: per Mosca prima le elezioni e poi il ritiro dei militari, per Kiev prima il ritiro degli occupanti e poi elezioni secondo la legge.
Le truppe inviate dal Cremlino hanno invaso l’Ucraina e il simbolo è l’assedio di Kiev, perché, come ha scritto Wlodek Goldkorn (sempre su L’Espresso), se Mosca è considerata in questa narrazione la “Terza Roma” (dopo la Città Eterna e Costantinopoli), Kiev è la Gerusalemme dei russi.
Lo sta ripetendo il filosofo Massimo Cacciari davanti a ogni telecamera.
È qui che spazio, luogo e tempo, fanno tutt’uno con il mito della Rus’, le cui radici affondano fino al lontano anno di grazia 988, quando il principe Vladimir (lo stesso nome di Putin) di Kiev (la Gerusalemme dove tutto ha inizio) si convertì al cristianesimo.
Ed è qui che si realizza un’ennesima sutura della restaurazione dello spazio vitale russo con un altro versante che, oltre a quello storico-mitico, aggiunge respiro morale e mistico: quello religioso.
Askanews (7 marzo) ha dato ampio resoconto del sermone pronunciato dal primate della Chiesa ortodossa russa, Kirill, in occasione dell’avvio – il 6 marzo scorso, “domenica del perdono” – della Quaresima, secondo il calendario ortodosso.
Kirill ha dato un significato “metafisico” alla guerra in atto, cioè la resistenza ai valori occidentali, la cui cartina tornasole è il “gay pride”, ossia il peccato condannato dalla Bibbia.
Secondo don Stefano Caprio, docente al Pontificio istituto orientale, è lo stesso patriarca ad avere suggerito a Putin una concezione della Russia come paese chiamato a difendere la vera fede, l’ortodossia nel mondo secolarizzato. Il contenuto ideale che a Putin mancava.
Nonostante i richiami della Conferenza delle chiese europee (Cec) e gli appelli lanciati dagli ortodossi ucraini fedeli al Patriarcato di Costantinopoli e quelli legati a Mosca, Kirill va avanti per la sua strada. A rischio di perdere consensi e il primato universale dell’ortodossia: su 15 Chiese autocefale, quella russa ha ora il 60/70 per cento dei fedeli e se dovesse perdere l’Ucraina il suo peso si ridurrebbe a meno della metà.
Le parole del patriarca Kirill fanno venire in mente quelle dell’oligarca russo Konstantin Malovev che, ai microfoni della trasmissione Report, disse che scopo della fondazione San Basilio il Grande è opporsi all’Internazionale dei Sodomiti.
Sostenitore di Novorossiya, ricorda ancora Damilano, nel 2013 era presente al congresso che incoronò Matteo Salvini segretario nazionale della Lega, il quale nel 2018 volò a Mosca insieme al suo uomo di fiducia Gianluca Savoini per cercare appoggi economici alle elezioni europee 2019 con il seguente programma: “La Nuova Italia costruirà la nuova Europa a fianco della Russia”.
Personaggi come Malovev si aggiungono a figure come Aleksandr Dugin, l’ideologo che parla italiano portato in giro per lo Stivale dallo stesso Salvini e ben noto negli ambienti sovranisti nostrani che gravitano attorno alla destra. Definito da Massimiliano Pananari (L’Espresso 10/2022) il “Rasputin di Putin”, l’ideologo della quarta via politica sostiene “un tradizionalismo imbevuto di richiami ai fascismi, mescolato col neobolscevismo”.
Se queste non sono traveggole, ce n’è abbastanza per leggere un disegno che ha cercato sponde anche fuori confine, e teste, più o meno vuote, sensibili ai richiami securitari di matrice nazionalista e sovranista, in un mondo che da oltre vent’anni passa da una paura all’altra (l’attentato del 2001 a New York, il terrorismo islamico, il crollo finanziario del 2008, la paura pandemica).
Fino a trovare singolari assonanze con l’ex presidente Usa, Donald Trump, che con il suo ex capo della strategia, Steve Bannon in giro a far proseliti, con la riproposizione su sponda atlantica dell’adagio “Dio lo vuole” e il fianco parimenti religioso prestato da un cristianesimo allevato da decenni a pane e tradizionalismo, ha rappresentato il parallelo tentativo di disarticolare l’Unione europea (vedi Brexit).
Per certi versi quel disegno su scala globale pare per il momento stoppato, ma non per Vladimir Putin. Con l’invasione dell’Ucraina, però, ha già perso in partenza, qualunque sarà il risultato.
In primo luogo perché quando questa strage sarà finita (si spera al più presto) non potrà essere lui a sedere al tavolo a negoziare, essendo il responsabile delle vittime che, come ha detto Gino Strada, è la sola verità della guerra, oltre ad avere causato una gigantesca emergenza umanitaria che già adesso si conta a milioni.
Vladimir Putin, inoltre, si è già messo da solo fuori dalla storia, nella quale pretende di avere il posto di uno zar (declinazione in russo del termine Cesare), imponendo con violenza la mistica di un disegno imperiale che si scarica sui corpi inermi di un popolo. Anche il suo.
In terzo luogo, ha di fatto compromesso in partenza lo spazio per la soluzione che, forse, per primo avrebbe voluto. Come potrà trovare posto nell’agenda dei futuri negoziati il tema della neutralità ucraina, se questo risultato fosse raggiunto grazie alle armi? Sarebbe un messaggio destabilizzante sulla scena internazionale, alla disperata e urgente ricerca di un nuovo ordine.
Infine, la stessa metafisica del disegno della Terza Roma contro l’Occidente corrotto, in realtà è una contraddizione in termini, perché ne ripercorre gli stessi cedimenti nella pretesa di possedere l’essenza del tempo e della storia.
Come ha scritto il filosofo Emanuele Severino, che ha letto in profondità il tramonto dell’Occidente, la dinamica dell’eterno consiste nell’errare, ossia ciò che in ogni essere umano è “il mio eterno essere Io del destino”.
papa francesco

La deriva dei cattolici americani:
l’ultimo libro di Massimo Faggioli presentato all’Ariostea

 

massimo faggioli  Joe Biden e il cattolicesimo negli Stati Uniti è il titolo dell’ultimo libro scritto da Massimo Faggioli (2021), presentato in Biblioteca Ariostea lo scorso 28 maggio su iniziativa dell’ Istituto Gramsci e di Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara.
Un libro pensato e scritto per il pubblico italiano – ha detto l’autore – ma che nel frattempo ha avuto richieste in corso di traduzione in inglese e francese.
Nella riflessione dello studioso ferrarese che insegna alla Villanova University negli Usa (Philadelphia), si intersecano diversi piani di analisi: Biden, cattolicesimo e Chiesa statunitensi; Biden-papa Francesco e Vaticano; e infine papa-Santa sede e cattolicesimo-Chiesa Usa.
Temi fortemente intrecciati, ma che vanno anche presi singolarmente perché ciascuno rappresenta una variabile sulla complicata scacchiera del mondo cattolico oltreoceano, per il quale è difficile fare previsioni sulle mosse future e sui relativi esiti.
Il motivo per il quale è utile mettere a fuoco la scena cattolica statunitense è perché si tratta della Chiesa più grande e influente e destinata, quindi, ad avere un ruolo ancora trainante su scala globale.

Le elezioni presidenziali del novembre 2020 hanno visto prevalere il candidato democratico Joe Biden, secondo presidente cattolico dopo John Kennedy, sul repubblicano Donald Trump. Per tanti aspetti non è stata una tornata elettorale qualunque. A cominciare dal fatto che Trump fino all’ultimo ha cercato di contestare l’esito del voto, affermando ripetutamente che l’elezione era stata rubata dai democratici.
Una tensione crescente, culminata il 6 gennaio con la protesta inscenata dai sostenitori del presidente uscente a Washington, dove nel palazzo del Campidoglio era prevista una seduta congiunta di Camera e Senato per ratificare l’elezione di Joe Biden.
Il bilancio di cinque morti e centoquaranta feriti la dice lunga se sia stata una farsa o qualcosa di molto peggio. Ne parla diffusamente il direttore de Il Mulino. Mario Ricciardi, nell’ultimo numero del trimestrale da lui diretto (1/2021), il cui titolo, Guarire le nostre democrazie, ha tutta l’aria di essere un autorevole e inquietante campanello d’allarme.

Ma è sulle caratteristiche del voto cattolico che si concentra l’attenzione di Massimo Faggioli.
Un voto spaccato in due – fra democratici e repubblicani – indice di una radicalizzazione che è in primo luogo culturale e teologica.
Una polarizzazione tra posizioni, la cui sponda Trump ha ripetutamente cercato e alimentato per alzare il livello di scontro, a sua volta funzionale alla sua azione politica.
La narrazione del complottismo e del cospirazionismo ha contribuito a dare un volto ai nemici del popolo americano e, allo stesso tempo, a rafforzare il programma di America first. Una sorta di reazione alla fine del secolo americano, facendo leva sull’orgoglio nazionalista, suprematista e nativista e sul mito di una nazione la cui missione globale è intimamente sentita come iscritta nel piano divino.
Così The Donald è stato visto come il nuovo Costantino, o Ciro di Persia che permise il ritorno del popolo ebraico nella terra promessa.
Un disegno in cui motivi politici (con forti tinte illiberali) e religiosi si cercano e si alimentano a vicenda in un tempo scosso dalle paure, nel quale schiere consistenti di consenso – specie le più fragili e indebolite – trovano rifugio nella nostalgica e securitaria riproposizione di un prestigio minacciato dal complotto di un presente e futuro ricchi d’incognite.

Un celebre saggio de La Civiltà Cattolica (14/2017) puntò il dito sull’ “ecumenismo”, inteso come congiunzione tra fondamentalismo evangelicale e tradizionalismo cattolico.
Se, come dice Faggioli, quel disegno può dirsi fallito su scala globale (l’attivismo in terreno europeo dell’ex capo della strategia della Casa Bianca, Steve Bannon), con la vittoria del cattolico Biden l’analogo tentativo può dirsi stoppato sulla scena statunitense, ma non definitivamente sconfitto.
I motivi sono profondi e fanno leva su un lungo tragitto teologico e pastorale interno alla Chiesa Cattolica, in un arco di tempo che percorre i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI (1978-2013).
Le nomine dei vescovi, molti dei quali ancora al loro posto, e la prolungata insistenza di un magistero sui temi etici e sulle questioni pro-life (aborto, principi non negoziabili, omosessualità), hanno di fatto favorito il transito di Chiesa e cattolicesimo statunitensi da posizioni conservatrici verso un vero e proprio tradizionalismo. Il risultato è la radicalizzazione di uno scontro che progressivamente toglie spazio all’area più dialogante, statisticamente sempre più occupato da chi cerca di proposito gli spigoli e gli argomenti della sfida.

Parte significativa di vescovi e clero – sulla scorta delle culture wars e delle wafer wars (ossia la negazione dell’ostia eucaristica ai democratici Kerry e Biden per le loro posizioni sull’aborto) – se da un lato non hanno nascosto le loro simpatie per Trump, sul versante ecclesiale da tempo manifestano apertamente la loro irritazione verso l’attuale pontefice, che di fronte all’urgenza dei tempi si presenta con le armi spuntate della misericordia, del dialogo e della tenerezza.
Questa contrapposizione tra due opposti, afferma Faggioli, “è entrata nell’anima del cattolicesimo Usa”, al punto che sono usate con frequenza espressioni come “scisma morbido” e “nuova vandea”.
E così, in terreno religioso il partito di Dio resta quello repubblicano, mentre in quello specifico cattolico si rafforzano le posizioni che, in nome della Tradizione, arrivano a mettere in discussione persino la legittimità di papa Francesco (l’accusa di sedevacantismo), per un successore di Pietro che finisce per mettere in discussione l’identità cattolica. Un pontificato, quello dell’argentino Bergoglio, colpevole di decentrare l’asse geopolitico e pastorale della Chiesa dall’anglosfera e dall’Occidente, verso le periferie del mondo. Il tutto sulla lunghezza d’onda del concilio Vaticano II, parimenti messo sul banco degli imputati dal fronte tradizionalista, che per la prima volta arriva a contestarne non solo interpretazioni e aperture, ma gli stessi documenti.
Nella tregua rappresentata dalla vittoria del settantottenne Biden (l’ultimo dei cattolici adulti, lo definisce Faggioli) rispetto al clima da culture wars, è però ancora difficile dire cosa ci si può aspettare nel rapporto con papa Francesco.
Se per un verso la Casa Bianca potrà trarre ragionevole vantaggio da un raffreddamento della temperatura sulle questioni etico-sessuali sulla sponda vaticana, su questo stesso fronte papa Francesco dovrà continuare a usare la massima prudenza per salvaguardare gli equilibri interni ecclesiali sempre più delicati.
D’altro canto, permangono non pochi punti di incertezza nel rapporto Chiesa di Roma-Biden sul versante del magistero sociale (le encicliche Laudato sì e Fratelli tutti), se si considera che papa Francesco sta mettendo nel mirino nella sua essenza un modello di sviluppo (per sette volte definito irresponsabile nella Laudato sì), che tuttora rappresenta il principio organizzativo del modello geopolitico americano per antonomasia di libertà, ricchezza, sviluppo e benessere.

GLI SPARI SOPRA
Alla fine la P2 ha vinto: provate a leggere il programma del Venerabile

“Sono un matto, sono un vetero, sono trinariciuto?” Torna la rubrica GLI SPARI SOPRA , le considerazioni molto politiche di un politico. Ad alcuni i pensieri di Cristiano Mazzoni potranno sembrare solo il frutto amaro della delusione, della sconfitta, della nostalgia del tempo che fu. Sono però anche la rivendicazione di ideali e di valori che forse abbiamo dimenticato troppo in fretta. In un mondo sempre più confuso e complesso abbiamo sempre più bisogno di risposte, ma l’unico modo per trovarle è non smettere di interrogarsi.
(La Redazione)

Quanti di noi avranno letto il Piano di rinascita democratica, il programma politico della Loggia Massonica propaganda due del disonorevole grande maestro Licio Gelli? Pochi.
Io credo di averlo letto per la prima volta agli albori del nuovo millennio, in rete si trovava ancora il documento originale con tanto di timbri e scritto a macchina, poi scannerizzato chi sa da quale mano. Oggi il documento originale in internet non l’ho più trovato ma tantissimi sono i siti che ne riportano il contenuto.

Credo che non sia più nella sfera delle opinioni, ma nei fatti e nelle sentenze cosa fu la loggia P2. Una associazione cospirativa, che ammantata dal sapore di destra democratica e con la responsabilità e complicità dello Stato, fu implicata e mandante, nella figura di Gelli, nella strage della stazione di Bologna del due agosto 1980 e in molti altri fatti oscuri di quel ventennio di sangue.

So i nomi, i mandanti, ma non ne ho le prove scriveva il Poeta e forse quelle parole gli costarono la vita.

Per curiosità, provate a scorrere i punti di quel programma e ditemi se non vi sembra che molti di quei punti si possano derubricare come ‘fatti’, cioè eseguiti, compiuti, insomma: riusciti. L’intento chiarissimo era infatti moderatizzare’ e ‘destrificare’ l’Italia.
Nel programma vi è chiara la volontà di rendere “democratica” la Repubblica eliminando gli elementi di attrito, lotta e aggregazione di sinistra quali il Pci e la CGIL.  Porre cioè un argine  per mettere in un angolo circa il 30% della popolazione italiana. L’obbiettivo mi sembra ampiamente raggiunto, quarantasei anni dopo la scoperta del programma della loggia nel sottofondo di una valigia della figlia del non compianto venerabile, possiamo dire che l’argine ha addirittura prosciugato il fiume. Quel trenta per cento della popolazione non esiste più o forse non ha più rappresentanza, quindi si può ‘crocettare’ la casella morte della sinistra italiana.

La volontà di creare due partiti, uno comprendente i moderati di PSI-PSDI-PRI-PLI di sinistra e DC di sinistra e l’altro di destra DC-PLI-Destra Nazionale, non è stato completato solo per il numero dei partiti citati e per i nomi degli stessi, partiti, ma la vocazione americanista di aggregare tutto al centro con un occhio buono sulla destra mi sembra assolutamente raggiunta.

E che dire della creazione di una TV privata? La nascita di Mediaset negli anni ’80 ha aggiunto un duopolio libero e democratico (sic.), fors’anche con la spinta di Gelli sull’iscritto 1816.

La volontà di cambiare le menti degli italiani, lavorando sulla scuola e sul controllo dei mass-media risulta molto chiare tra le righe del programma di rinascita democratica.
Si vuole inculcare, anestetizzare, instillare, indottrinare, creando una popolazione di ottimi soldatini, applicando il modus operandi di “libro e moschetto, fascista perfetto”.

Occorre intervenire sulla magistratura, dice il saggio, come pure occorre eliminare le province e diminuire il numero dei parlamentari.

Tanto un  parlamento così simile, non ha bisogno di una folta rappresentanza democratica.

Non vi sembrano temi di stratta attualità?

Credo però che queste tematiche, non siano poi tanto di moda, in questo lontano 2020, le persone hanno altro a cui  pensare, ma io che spesso faccio come le cheppie, (nuoto contro corrente), penso invece siano temi da discutere, leggere e ricordare.

Soprattutto quando si cerca di eliminare negli anni e col tempo il significato di antifascismo. In quanti della destra democratica e pure tra la galassia dei moderati ritengono il fascismo un argomento da derubricare nei libri di storia, confinandolo in una ventina d’anni bui trascorsi nella prima metà del secolo? Quanti sbuffano quando si toccano i temi di un fascismo ancora vivo per decenni dopo la liberazione, insinuato tra le fila delle stato, delle fdo, dei rappresentati delle forze democratiche del nostro paese?

Sono un matto, sono un vetero, sono trinariciuto?

Può darsi, ma l’ideologia che ha insanguinato il secolo breve, continua a gocciolare e percolare tra le fila di una popolazione forse non ancora matura, forse ancora desiderosa di avere un uomo forte che decide per te, forse non ancora vaccinata contro il batterio nero.Mi aspetto tra i commenti, un ottimo e Stalin?
Non deludetemi.

Io non sono nessuno per avere la risposta per quello che è il punto focale della anomalia dell’Italia, il connubio tra stato e malavita, tra stato e poteri occulti, tra stato / mafia e terrorismo.
Se un mago Merlino, non scoperchierà questa pentola del diavolo forse mai l’Italia potrà fregiarsi del titolo di Repubblica democratica, fondata sulla verità e non sulla menzogna.

Aggiungo pure la volontà, scientifica e cosciente di adottare quella che fu la strategia della tensione, nata con le bombe fasciste, lanciate a bella posta per fare reagire un terrorismo rosso, molto spesso composto da rampolli della buona borghesia di quegli anni, che uccidevano nella convinzione di essere una avanguardia, mentre gli operai stavano con Guido Rossa. Lo credo realmente, i morti di quegli anni, hanno aiutato il programma della loggia di estinzione del più grande Partito Comunista d’occidente, proprio partendo da quegli anni di piombo.

Chiamati così, per ucciderli meglio.

GLI SPARI SOPRA
Immagina il mondo di John

Ferraraitalia ospita una nuova rubrica: GLI SPARI SOPRA (il riferimento è alla canzone di Vasco Rossi), così abbiamo voluto chiamare i ‘pensieri eretici’ di Cristiano Mazzoni, molto conosciuto in città anche sotto il nome ‘Il Comandante’ (questa volta il riferimento è a Che Guevara). Dunque: pensieri di un comunista: una razza che oggi molti vorrebbero in via di estinzione. Pensieri che rivendicano il valore di una grande storia e la critica, anche urticante, a una Sinistra che sembra aver smarrito ogni orizzonte. Si può essere d’accordo o meno con ‘gli spari sopra’ di Cristiano Mazzoni’, ma è difficile non apprezzare la sincerità e la passione che li anima, la intatta speranza in un mondo di liberi e uguali.
(La Redazione)

Sinceramente, io non ci vedo nulla di strano sul fatto che la destra odi profondamente Immagine di John Lennon. Anzi, lo rivendico il mio amore per quella canzone simbolo. Di più, ne sono felice.

Immagina non ci sia il Paradiso
è facile se ci provi
Nessun inferno sotto di noi
Sopra di noi solo il Cielo
Immagina che la gente
viva per il presente…

Immagina non ci siano paesi
non è difficile da fare
Niente per cui uccidere o morire
e nessuna religione
Immagina che la gente
viva la loro vita in pace..

Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo diventi uno…

Immagina un mondo senza possessi
mi chiedo se ci riesci
senza necessità di avidità o fame
Una fratellanza di uomini
Immagina che la gente
condividere il mondo intero…

Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo viva come uno…

Come può un inno alla gioia, alla vita, alla pace, all’unità dei popoli essere apprezzato dal parlamentare europeo Susanna Ceccardi, da Giorgia Meloni o addirittura da Steve Bannon.
Il poeta immaginava un mondo mai nato, senza barriere, senza schiavi e né padroni, senza il sopruso del capitale, dove gli uomini non fossero merci, senza guerre e senza armi, dove pure non esistessero nemmeno i motivi per uccidersi l’un l’altro.

Come può una folle utopia così essere apprezzata da chi ritiene siano sacri i confini, da chi suddivide i popoli in nazioni, etnie e religioni, da chi difende i nostri valori? Ma di chi e quali? Ma Lennon si ispira a Marx? E quindi? Sai che novità.
Ci mancherebbe pure che una destra illiberale, omofoba, misogina, guerrafondaia, amante delle armi, costruttrice di muri, possa, anche solo minimamente apprezzare questo inno, questa poesia Hippie.

Sta veramente nella vastità del ‘pipino’ che mi interessa confutare il pensiero sovranista “Immagini un mondo senza confini, religione e proprietà privata – dice la candidata del Carroccio – Un mondo così qualcuno lo ha immaginato e ha fatto milioni di morti” (Ceccardi) o “inno all’omologazione mondialista” (Meloni). Sarebbe impossibile convincere chi è già convinto dell’ ”aberrazione” delle parole di Immagine, che Lennon, Marx, Gramsci e qualche altro ragazzo avevano in mente un mondo mai realizzato (forse irrealizzabile), che nulla ha a che vedere con una dittatura, foss’anche del proletariato, ma assolutamente mai dell’apparato.

Le parole del poeta dagli occhiali tondi e dai capelli lunghi, io le ricordo sulla mia prima tessera della FGCI del 1984, mi riempirono d’orgoglio e tuttora lo fanno, mi fanno sentire realmente meno solo, mi avvolgono tra le braccia di un sogno mai nato, ma sicuramente non ancora morto.
Ai fili spinati, agli steccati, ai muri, agli impuri, ai diversi, alle armi, alle razze, John contrappone l’uguaglianza, che alcuni chiamano omologazione (sic), crede nei diritti per tutti e non solo per qualcuno, le sue parole spezzano la spada della santa inquisizione.

Ci raccontano di una terra d’Utopia, dove non esiste nessun motivo per uccidere, dove i privilegi sono estinti, dove la natura torna ad essere madre e non oggetto di sfruttamento. Questa canzone è una manifesto è un monito è una speranza.
Impossibile, irrealizzabile, ‘buonista’, bei sogni,? Mah… Forse ce ne accorgeremo troppo tardi, questo mondo che si basa sulla produttività, sul PIL, sulla liberalizzazione delle merci e sulla schiavitù degli uomini, sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura, questo mondo sta per implodere.

E chissà se a qual punto qualcuno dirà:
-Cazzo! forse John Lennon aveva ragione, e neppure Marx ci era andato troppo lontano.

CHIESA E CORONAVIRUS
Appellarsi alla libertà di culto nasconde altri fini. Poco nobili.

Fa discutere la sospensione delle celebrazioni liturgiche durante la pandemia da coronavirus, in osservanza ai Dpcm del governo italiano. Tanto che il tema è diventato nuova benzina nel serbatoio di chi, da tempo, sta muovendo dubia e attacchi a una Chiesa guidata da un pontificato giudicato troppo cedevole nei confronti di un mondo secolarizzato, che espelle riti e sacramenti, ossia l’essenza dell’annuncio evangelico.

Per la verità, fra le voci critiche che si sono levate, non è passata inosservata quella di Enzo Bianchi, fondatore della comunità di Bose, in un articolo su La Repubblica lo scorso 15 marzo (pubblicato e in un secondo tempo scomparso sul sito di Bose), che titolava: Coronavirus, la Chiesa non può chiudere. Parole che sono sembrate come il sale su una ferita, sulla quale si ha l’impressione che in tanti abbiano l’interesse a mettere il dito, piuttosto che curare. A cominciare, sulla sponda politica, da chi, come Matteo Salvini, si è espresso apertamente per la riapertura di chiese e celebrazioni, recitando poi in Tv L’eterno riposo insieme a Barbara D’Urso! (30 marzo).

La puntata di Report del 20 aprile scorso ha raccontato i potenti intrecci internazionali all’opera, per acuire le tensioni vaticane e preparare la successione di papa Bergoglio, evidentemente data in un orizzonte ormai breve. Personalità come il cardinale Raymond Leo Burke, le sintonie tra la Fondazione russa San Basilio il Grande, il mondo ultraconservatore cristiano statunitense e l’attivismo dell’ex capo della strategia della Casa Bianca, Steve Bannon, oltre al fiume di denaro (circa un miliardo di dollari), che dagli Usa sta piovendo in Europa e in Italia, per alimentare la galassia tradizionalista all’insegna della riconquista cristiana, sono gli esempi citati dalla trasmissione di Rai 3.

In una recente intervista rilasciata al giornalista Aldo Maria Valli sul sito portoghese Dies Irae (un nome che è tutto un programma), l’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha detto parole in chiara continuità con questo programma: “Non lasciamoci intimidire! Non permettiamo che si metta il bavaglio della tolleranza a chi vuole proclamare la Verità!”. Una potenza di fuoco che mai come durante il pontificato di Francesco, almeno nella storia recente, sta alzando i toni di quello che a molti appare ormai un vero e proprio scontro, senza esclusione di colpi. Al punto che persino sul fronte opposto, specie nella fase  giudicata discendente dell’attuale pontificato, alcuni sembrano allargare le braccia.

Vito Mancuso, per esempio, sul suo sito lo scorso 21 aprile ha finito per ammettere: “Forse il sogno del Vaticano II si rivela alla fine quello che effettivamente è destinato a essere: solamente un sogno”. Fatto sta che, rileva il direttore della rivista dei Dehoniani di Bologna Il Regno, Gianfranco Brunelli, sul “digiuno liturgico” (le chiese chiuse e le messe senza fedeli) si sono registrate per settimane le prese di posizione di singoli vescovi, ma non della Conferenza Episcopale Italiana (Cei). Un silenzio colmato con un comunicato del 26 aprile, nel quale la Conferenza episcopale italiana conferma, in sostanza, di non poter “accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto”.
È innegabile, il problema esiste, come anche quello della limitazione delle libertà più in generale. Eppure fa pensare che, proprio nel tempo liturgico pasquale di risurrezione, la riflessione biblica e teologica potrebbe aiutare a fare un po’ di chiarezza sulla questione. “Il tempo messianico – scrive Gianfranco Brunelli – non è un altro tempo, ma una trasformazione profonda del tempo cronologico”. In altre parole, l’escatologia cristiana, cioè il compimento della salvezza, implica una trasformazione delle cose penultime, la storia, a partire da quelle ultime, non la loro contrapposizione. La riflessione teologica significa che la costruzione della vita ultima inizia qui e ora, a partire dalla vita di tutti. Se così è, vuol dire che la rinunzia alla vita liturgica in questa fase di emergenza in realtà non è una privazione, imposta e subita con imperdonabile debolezza, ma è l’offerta che la comunità ecclesiale fa innanzitutto per la vita di tutti. “Se si chiudono le chiese – continua Brunelli – è per la vita, nel suo significato evangelico di dono e non semplicemente per un provvedimento, pur necessario, di sanità pubblica”.

Se non si capisce questo snodo fondamentale, vuol dire che non è chiaro nemmeno il senso spirituale, biblico e teologico dell’eucaristia e della santa messa, cioè del corpo e sangue di nostro signore offerto per la vita di tutti. Dunque, non esisterebbe alcuna mutilazione alla libertà della Chiesa, bensì l’occasione storica per l’intera comunità ecclesiale di avere capito e di testimoniare a tutti il mandato di Cristo durante l’ultima cena: “Fate questo in memoria di me”.
La questione non è mettere il bavaglio alla vita liturgica, ci mancherebbe, ma se si accede a questo significato, a partire dalle radici bibliche, si esce dalla sua riduzione a puro diritto rituale, fino a issarlo come vessillo identitario contro ogni nemico e si entra nell’economia sacramentale, cioè in pieno cammino escatologico, che dovrebbe essere la ragione costitutiva della Chiesa. Altrimenti essa diventa (è) un’istituzione di potere come tante altre. Questo ha detto il concilio Vaticano II, che, evidentemente, non è una discontinuità eretica nella tradizione ecclesiale, come troppi sorprendentemente affermano, anche in posizioni di rilievo nella gerarchia, bensì è stata una straordinaria operazione di riscoperta delle sorgenti bibliche (in francese: ressourcement) e apostoliche della Chiesa. Più tradizione di così!

Discussioni come quella in atto dovrebbero suonare come un campanello d’allarme alle orecchie dell’intero popolo di Dio, per avvertire con maggiore consapevolezza di quanto non sembri, che il tema è usato come un pretesto per altre partite, che nulla hanno a che fare con il senso letterale del testo biblico.

Di conseguenza, su questo registro teologico e spirituale non si gioca la cedevolezza della Chiesa (tantomeno di Bergoglio) all’anticristo, ma il coraggio e tutta la potenza  di un amore eccedente, cioè di un messaggio di speranza per la vita di tutti, che conserva una straordinaria e spiazzante attualità.

Leggerei in questo senso anche la decisione dell’arcivescovo di Ferrara, Gian Carlo Perego, di esporre la bandiera italiana nella festa del 25 Aprile. Un gesto che non solo richiama la memoria del vescovo Ruggero Bovelli e la sede del CLN ferrarese proprio nel palazzo vescovile, ma che è in sé la volontà, che trova fonte nell’economia sacramentale, di includere coerentemente nella liturgia della vita ecclesiale le sorti, la vita e la libertà di tutta la comunità civile. In un certo senso, quella bandiera appesa è anche la messa che l’arcivescovo Perego ha celebrato, insieme con la comunità ecclesiale e tutti i ferraresi, nella Festa della Liberazione, perché nello spirito escatologico dell’eucaristia tutti siano una cosa sola.

 

 

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