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FUORICLASSE /
Prima viene la salute

 

Per frequentare la scuola bisogna essere in buona salute. Questa necessita di cura e di attenzioni specifiche. La frequenza scolastica non deve interferire con la necessità di un ragazzo o di una ragazza di dedicarsi al proprio benessere fisico e mentale, poiché la mancanza di alcune parti del programma di studio non pregiudica la preparazione complessiva e la maturazione personale. La scuola può e deve favorire la cura di sé, rassicurando e facilitando il percorso.

Bullismo, autolesionismo, problemi con il cibo, attacchi di panico, sono all’ordine del giorno anche nelle scuole Ferraresi, come riporta un articolo di Estense.com uscito recentemente. Eppure, in una chat di genitori, si diceva che insegnanti e presidi, “abituati” ai ragazzi e alle ragazze che vanno a scuola con la depressione, non giustificano l’assenza per motivi psicologici, nemmeno con il certificato del medico. Questi genitori esprimevano sconforto, amarezza e incredulità.

In Italia per la salute mentale in infanzia e adolescenza si spende un decimo di quello che si spende per gli adulti. Occorrerebbero invece più risorse, e non meno, perché questa è l’età in cui insorgono i disturbi, è possibile curarli con il massimo dei risultati e ridurre conseguentemente il numero di adulti malati e la complessità del disagio. Ad aggravare ciò, persino per gli adulti la situazione è drammatica, nonostante l’allarme per le conseguenze dell’emergenza COVID: “Salute mentale, Italia tra gli ultimi in Europa: zero investimenti e quasi mille psichiatri in meno in 2 anni,” recita il titolo del Corriere della Sera.

Negli Stati Uniti ci si è invece attivati, pur con poco: è dell’anno scorso l’articolo di Education Week che spiega perché sempre più scuole ammettono la giustificazione per assenze dovute al malessere psicologico. L’osservazione di Mike Winder, il promotore Repubblicano del provvedimento, indica come la salute mentale sia patrimonio di tutti, al pari di quella fisica: anche se non si ha un disturbo, ci sono giorni nei quali il nostro stato non è perfetto. Non consentirsi il giusto stacco per il recupero, può portare al punto di rottura e far cadere nella malattia vera e propria.
Almeno fin dallo scorso anno quindi, in vari Stati, stanno ascoltando la richiesta di aiuto dei giovani che si sentono esausti, deconcentrati e improduttivi: la risposta immediata e concreta è stata di concedere e giustificare le assenze per questi motivi. D’altronde, specifica l’articolo, il trauma dell’isolamento dalla socialità per la pandemia ha colpito duramente, facendo aumentare drammaticamente la percentuale, già prima in crescita allarmante, di ragazzi e ragazze con problemi di ansia, depressione, pensieri suicidi.

Tutti noi abbiamo assistito alla vicenda della campionessa di ginnastica Simone Biles, che si è ritirata dalla maggior parte delle gare olimpiche la scorsa estate dopo una defiance dovuta allo stress. Lo ha giustificato con la necessità di curare la propria salute mentale e per poter tutelare la propria incolumità. Questo episodio ha avuto risonanza sulla stampa americana, dove comunque ha anche sollevato critiche di mancanza di coraggio e di diserzione dai doveri e dalle difficoltà.
Nello stesso tempo, però, ha richiamato l’attenzione su tanti altri casi più o meno recenti di atleti di fama mondiale che hanno dovuto affrontare problemi dello stesso tipo, come la tennista Naomi Osaka e il nuotatore Michael Phelps.

Quando studenti o studentesse vengono colti da attacchi di panico, depressione, ansia, possono dare l’impressione di evitare la fatica, di non fare ciò che devono, di non essere meritevoli, di essere irrecuperabili. Quando il malessere non è fisico, non sembra essere invalidante, appare come una scusa per la mancanza di volontà.

Un genitore si è sentito dire che si deve andare a scuola anche con la depressione, perché tanti lo fanno normalmente. La psicologia ci insegna, invece, che è una necessità quella di provvedere a curarsi.
Non si chiede a uno studente con la febbre di andare a scuola, anzi verrebbe rimproverato se lo facesse. Questo deve valere anche per il disagio psicologico: necessita del giusto trattamento e riguardo. Per fortuna non è troppo impegnativo per l’insegnante tranquillizzare i genitori e mandare agli studenti e studentesse il messaggio che, anche se non riescono a frequentare fisicamente, la scuola è sempre il loro posto, è accanto a loro, li aspetta e garantisce le condizioni migliori per continuare il percorso scolastico.

E’ fondamentale che un ragazzo si senta compreso e non si senta colpevolizzato, anche perché di solito tenderà ad avere un forte timore del fallimento e ad attribuirsi incapacità e anormalità. Gli e le insegnanti possono quindi avere un ruolo di rispecchiamento utile per l’autostima, inviando un messaggio di normalità che proclami chiaramente che prima viene la salute, sempre.

Non c’è niente di speciale nella scrittura

 

“Noi studenti maturandi chiediamo l’eliminazione delle prove scritte agli esami di maturità 2022, poiché troviamo ingiusto e infruttuoso andare a sostenere degli esami scritti in quanto pleonastici, i professori curricolari nei cinque anni trascorsi, hanno avuto modo di toccare con mano e saggiare le nostre capacità. …abbiamo passato terzo e quarto anno in Dad, penalizzandoci, distruggendo parte delle nostre basi che ci sarebbero dovute servire per gli esami. L’ulteriore stress di esami scritti remerebbe contro un fruttuoso orale indispensabile come primo passo verso l’età adulta”. Questo è l’estratto di una petizione sottoscritta, pare, già da oltre 40.000 studenti su Change.org.

Esami. A parte tanti esiti caratterizzati da una aurea mediocritas, una volta mi andò molto bene, un’ altra volta molto male. In entrambi i casi l’esame non aveva fotografato la mia reale preparazione, ma era stato una combinazione di culo e freddezza, intesa come capacità di non farsela sotto al punto da offuscare la lucidità. Quindi non difendo l’esame, né lo demonizzo. Piuttosto, mi ha colpito la contrapposizione tra “l’ ulteriore stress di esami scritti” contrapposto ad un “fruttuoso orale”. Se c’è una prova che mi ha sempre salvato, questa è stata lo scritto. Quando scrivi rifletti, organizzi, revisioni e sistemi il pensiero finchè non si avvicina, per approssimazione, il più possibile al concetto che hai in testa. Che i firmatari dell’appello considerino lo scritto fonte di “ulteriore stress” e l’orale come potenzialmente “fruttuoso” mi provoca un brivido di inquietudine.

Cosa ti succede quando scambi messaggi scritti con qualcuno? La chat, questo vocabolo terribile. L’equivoco, il fraintendimento, la crisi di suscettibilità sono sempre in agguato. Quante volte hai rotto con qualcuno “per iscritto” ? Quante hai comunque dovuto chiarire a voce, per sedare una crisi diplomatica sorta a seguito di uno scambio mail o whatsapp? Non so se accada perchè, in nome della tempestività, hai abbandonato completamente l’accuratezza nello scrivere, o se dipenda dal fatto che la verità  trapela molto più dalla parola scritta che dal linguaggio verbale. Non ho ancora una risposta.

“Non c’è niente di speciale nella scrittura. Devi solo sederti davanti alla macchina da scrivere e metterti a sanguinare.”

Ernest Hemingway

 

LA CURVA DELLA FELICITÁ
una questione di fiducia?

 

La Pandemia ha limitato fortemente la libertà di tutti e ha generato un clima depressivo. L’impatto del virus sulle diverse generazioni è diverso. Il Covid-19 minaccia gli anziani più dei giovani: il rischio di morire per aver contratto il virus raddoppia ogni otto anni di vita.
Eppure in tutto il mondo, confrontando il periodo 2017-2019 con il 2020, la felicità degli ultrasessantenni risulta cresciuta.[1]

Nel Regno Unito, un paese che generalmente registra livelli alti di felicità, tutte le fasce d’età hanno fatto passi indietro. Come in altri paesi ricchi, prima della pandemia, la curva della felicità ha la classica forma ad U: le persone arrivano all’età adulta di buonumore, la situazione peggiora verso la mezza età, poi, passati i cinquant’anni, tornano ad essere più felici. Chi arriva ad un’età molto avanzata, però, ripiomba nella tristezza.
Oggi la felicità sembra crescere con l’aumentare dell’età. I giovani sono meno soddisfatti delle persone adulte, che lo sono meno di quelle anziane. L’ultimo anno non ha cambiato questo trend. Le videochiamate hanno permesso a molti anziani di mantenere e aumentare i contatti con i loro familiari. Le misure di confinamento hanno offerto agli anziani il piacere di sentire che la società faceva dei sacrifici per proteggerli.

Il Rapporto mondiale sulla felicità rileva che gli anziani si sentono più in salute che prima. Su scala globale, solo il 36 per cento dei maschi ultrasessantenni ha dichiarato di aver avuto problemi di salute nel 2020, rispetto a una media del 46 per cento nei tre anni precedenti. Tra le donne, la quota di persone con problemi di salute è scesa dal 51 al 42 per cento. Quale effetto può avere avuto il Covid? Si può ipotizzare che gli anziani si sentono più in salute perché hanno evitato una malattia che poteva essere letale.
I giovani, invece, hanno vissuto un anno difficile. Molti hanno perso il lavoro mentre crescono le difficoltà di trovarlo. Le donne giovani di paesi ricchi hanno trascorso un periodo molto difficile. Spesso i settori del terziario – in cui si concentrano – hanno dovuto chiudere. Le scuole chiuse le ha costrette ad occuparsi di più dei figli.  Anche i giovani hanno visto peggiorare la loro vita sociale.

I dati ci propongono però alcune stranezze interpretative. Se la felicità dei britannici è diminuita nel 2020, la Germania è salita dal quindicesimo al settimo posto nella classifica dei paesi più felici del mondo.
Un fatto sorprendente è che i paesi che si trovavano in testa alla classifica della felicità prima della pandemia ci sono rimasti. I primi tre nel 2020 sono stati Finlandia, Islanda e Danimarca, gli stessi del periodo 2017-2019. Tutti e tre hanno registrato una mortalità in eccesso inferiore alle 21 persone su centomila. L’Islanda ha addirittura un tasso negativo: ovviamente essere un’isola aiuta.

Una delle considerazioni più interessanti che emergono dal rapporto delle Nazioni Unite è che i legami tra pandemia e felicità funzionano in entrambi i sensi. Gli autori non arrivano a dire che la felicità aiuta le persone a resistere al covid-19, ma sostengono che c’è un fattore che rende più capace di affrontare le pandemie: la fiducia. Secondo i sondaggi di Gallup tra i paesi che hanno affrontato meglio il covid-19 ci sono i paesi nordici e la Nuova Zelanda, dov’è forte la fiducia nelle istituzioni e negli estranei.

Vari paesi hanno invece manifestato forti difficoltà nel contenere il Covid-19. Alcuni sono poveri, altri sono amministrati male, altri non hanno avuto esperienza di malattie come la Sars o non sono in grado di sorvegliare i loro confini. Una miscela d’individualismo e scarsa fiducia nelle istituzioni ha indotto talvolta a non insistere sulle quarantene e l’obbligo d’indossare la mascherina, almeno finché la situazione non è diventata disperata. Un altro fenomeno strano riguarda il calo della felicità dell’America Latina e l’aumento della felicità in Asia orientale. Come spiegarlo?
Un’ipotesi chiama in causa la distinzione tra una felicità alimentata dai rapporti sociali stretti piuttosto che da livelli alti di fiducia nella società. Come è noto i livelli di fiducia sono assai variegate nelle diverse società. Inoltre le culture locali hanno un peso. Ad esempio, nei paesi in cui i rapporti sociali sono molto stretti e le persone sono di norma molto socievoli, è difficile per la gente mantenere le distanze.

Il rompicapo sono gli Stati Uniti. Il paese ha affrontato male il Covid-19. Eppure il sondaggio Gallup rileva un leggero aumento del livello di felicità nel 2020. Una ricerca della University of Southern California mostra che lo stress mentale e l’ansia sono aumentati nel paese tra marzo e aprile del 2020, ma poi sono scesi. Due ondate successive d’infezioni e di morti sembrano non aver turbato troppo gli statunitensi. Molti Stati hanno imposto dei lockdown lacunosi, almeno per gli adulti. Questo potrebbe aver tenuto alto il morale generale. Diverse ricerche hanno rilevato che la prima ondata di restrizioni nella primavera del 2020 ha peggiorato molto l’umore delle donne.

[1] “The pandemic has changed the shape of global happiness” The Economist”, Regno Unito, 25 marzo 2021

La stanza dei cuccioli:
proposta antistress

La settimana scorsa ho pubblicato come storia di Instagram una foto delle due cucciolate che mi sono nate a casa alla fine del dicembre scorso. Una mia amica mi ha risposto: “dovrebbero inventare il noleggio di una stanza antistress di cuccioli per poterli coccolare di tanto in tanto”. Ebbene, ho scoperto che queste stanze esistono davvero!
Alcune università (come l’Università di Lancashire in Inghilterra, la Kent State University in Ohio e l’Università di Amsterdam) hanno allestito delle puppy room per gli studenti. Le sessioni di esami possono causare molto stress negli allievi e si è scoperto che accarezzare e accudire dei cuccioli può farli sentire molto meglio.
L’iniziativa è nata ispirandosi ad uno studio condotto in Giappone, il quale ha rivelato che i partecipanti avevano prestazioni migliori nei compiti che venivano loro assegnati dopo aver visto immagini di teneri cuccioli. Lo studio si chiama The Power of Kawaii; la parola giapponese kawaii significa “carino”, “adorabile”.
Se solo vedere immagini di cuccioli ha degli effetti positivi, accarezzarli e accudirli è ancora meglio: diminuisce la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna, calano i livelli del cortisolo, meglio noto come l’ormone responsabile dello stress, aumentano i livelli di serotonina e ossitocina, i cosiddetti “ormoni del buonumore”. Insomma, un vero effetto terapeutico. I responsabili di queste puppy room si adoperano anche per il benessere dei cuccioli, per esempio sono supervisionati dal personale, che garantisce loro di riposare quando sono stanchi, e il numero di studenti che possono accedere contemporaneamente alla stanza è limitato.

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SCHEI
Lavorare stanca, anzi uccide (lo stress del colletto bianco)

Non parleremo, in generale, di lavoratori che si fanno male o perdono la vita cadendo da un ponteggio, respirando miasmi tossici, travolti da un muletto o risucchiati da un macchinario in catena. Parleremo, in particolare, dei lavoratori che operano nel settore che dà il nome alla rubrica: gli schei. Finanza, banche, assicurazioni. Colletti bianchi, un tempo considerato il paradigma dell’impiego comodo, sicuro e ben pagato. Cosa c’è di meglio di lavorare al fresco d’estate e al calduccio d’inverno, ben vestiti, senza rischiare di rimanere senza lavoro e con un premio di produzione che si somma allo stipendio?

Le pubblicità delle grandi banche, delle compagnie di assicurazione, degli enti che fanno prestiti personali mostrano consulenti dall’aria rilassata, elegante, rassicurante che, con un sorriso perennemente stampato in faccia, risolvono il problema del mutuo casa alla giovane coppia con bimbo, coprono il rischio del furto in casa vostra mentre siete in vacanza, mettono in un salvadanaio sicuro i vostri sudati risparmi. Ho imparato una legge dell’immaginario creato dai pubblicitari: più seducente è il mondo rappresentato e associato a quel marchio, più infernale è il mondo reale che sta all’ombra di quel marchio. Non parlo tanto del mondo della finanza stile Wall Street: spietato, feroce e dal fascino algido, la cui crudeltà può apparire superficialmente una minaccia per pochi facoltosi (naturalmente non è vero: le grandi corporation della finanza possono far fallire interi stati sovrani, e con loro affamare popoli). Parlo di un inferno meno cinematografico ma più popolare: quello dello sportello bancario sotto casa, dell’agenzia assicurativa che vi fa la polizza auto, della posta che propone un investimento di finanza strutturata a vostro padre, che ha settantacinque anni. L’inferno che vi viene rappresentato con l’immagine a volte bonaria, a volte fighetta del consulente della porta accanto.

The Workforce View 2020 – Volume Uno realizzata da ADP, multinazionale leader nell’ambito della gestione delle risorse umane, è un’indagine nella quale sono stati intervistati circa 32500 lavoratori in tutto il mondo, 2000 in Italia, esplorando le opinioni dei dipendenti riguardo alle problematiche attuali sul posto di lavoro e il futuro che si aspettano.
La fascia d’età più colpita è quella tra i 35 e i 54 anni: si dichiara giornalmente sotto pressione il 26%. Anche dopo i 55 anni la percentuale rimane alta al 23%, mentre scende al 20% dai 25 ai 34 e al 13,5% dai 18 ai 24 anni. Sommando le risposte è possibile tracciare una classifica dei settori in cui i lavoratori risentono maggiormente di stress.
Al primo posto il settore della finanza (bancario, assicurativo, intermediazioni) con una percentuale del 93%. Al primo posto. Le ragioni? Ansia del risultato, eccessiva mole di lavoro, senso di frustrazione derivante da una paga poco premiante o da una carriera che stenta a decollare nonostante i numerosi sacrifici, ma anche la preoccupazione di non poter coniugare al meglio lavoro e vita privata. Marisa Campagnoli, HR director di ADP Italia, commenta: “Lo stress eccessivo e cronico può portare il lavoratore ad avere problemi di salute psicologica. I datori di lavoro e i responsabili HR, dovrebbero prendere in considerazione l’importanza di alleviare l’onere per i lavoratori sotto pressione. Purtroppo, i lavoratori stessi sono restii a parlare del problema, temono li possa danneggiare nella carriera, ma i team delle risorse umane possono svolgere un ruolo importante in modo che il personale si senta supportato nel farsi avanti. Aumentare la consapevolezza del problema all’interno delle organizzazioni, mettere in atto politiche per affrontarlo e indicare come i dipendenti possono ottenere aiuto sono alcuni dei modi in cui i datori di lavoro possono dimostrare che stanno prendendo sul serio il problema della salute psicologica dei propri lavoratori”.

Vi sembra esagerato? Beh, ma non lo dico io, lo dicono i lavoratori del settore, rispondendo per una volta non ad una indagine interna, commissionata dal datore di lavoro, ma ad un questionario indipendente. Lo stress lavoro-correlato è la nuova frontiera del danno professionale, in particolare nel settore dei servizi finanziari. Volendo esemplificare con una immagine il disagio di questa categoria, parlerei di una persona che si sente costantemente tra l’incudine e il martello.

L’incudine è la crescente richiesta di servizio, di assistenza, di aiuto dei clienti, sempre più smarriti dalla situazione sociale, alla ricerca in taluni casi disperata di sostegno economico, ma anche di onesta consulenza, di consigli per districarsi nella giungla di prodotti spesso incomprensibili, costosi, dalle commissioni nascoste e dai rendimenti incerti, dal tasso di sicurezza aleatorio. Clienti che, in una città normale, magari di provincia, sono conoscenti del bar, amici, parenti, persone che cercano tutte le cose sopra citate, e che si possono compendiare in una parola: fiducia. Cercano persone, professionisti di cui potersi fidare, in modo da affidare loro la propria situazione in maniera trasparente, a propria volta onesta, tale che la fiducia possa dirsi reciproca.

Il martello è l’ossessiva, quotidiana, soffocante richiesta aziendale di obiettivi da raggiungere, di performance, di risultati, per dirla con una espressione la “pressione commerciale”. Una pressione ormai svincolata dall’effettivo risultato, al punto da essere paradossalmente più vessatoria nelle aziende che macinano più utili, come se picchiare con il martello sul proprio dipendente facesse parte della ontologia (che assorbe e annulla la deontologia) della prestazione, che diventa impropriamente un’obbligazione di risultato quando normativamente si tratta, con tutta evidenza, di una obbligazione di mezzi.

Tra l’altro, in cambio di cosa? Per la stragrande maggioranza dei lavoratori di trincea, in cambio di un premio annuale che, in termini monetari, consente al massimo di pagarsi un fine settimana in un dignitoso tre stelle. Qualcuno potrebbe domandarsi il perchè di questa spirale assurda, di questo gioco al massacro della propria salute che non vale una candela tanto fioca, perchè in tanti ci cascano, non riescono a starne fuori. Per tre ragioni fondamentali.
La prima è organizzativa: per quattro che remano, ce ne sono sei che dettano il ritmo della pagaiata, che dicono ai quattro rematori quanto e come remare. E quei sei prendono un premio che è fino a dieci volte tanto quello dei quattro rematori. Una specie di multilevel marketing istituzionalizzato.
La seconda ragione è la paura della rappresaglia: che non è solo il timore di non fare carriera, ma di essere trasferiti lontano da casa, emarginati, bollati come scarsi o fannulloni, anche perchè i criteri di valutazione della prestazione non sono quelli di un consulente, ma quelli di un venditore, di un piazzista, essendo pesantemente sbilanciati sulla parte quantitativa: quanto vendi, non come vendi. E in particolare se sei donna, magari con figli piccoli, il timore di essere allontanata da casa gioca un ruolo fondamentale nel condizionare la tua condotta sul lavoro.
La terza ragione è psicologica: il meccanismo entra dentro di te, diventa parte del tuo essere, lo assumi come parte della tua cassetta degli attrezzi. La formazione dei bancari, per dirne una, è per la massima parte commerciale, mirante a vendere prodotti (tecniche di vendita screziate a volte da ridicole impalcature new age, stile “i believe i can fly, i believe i can touch the sky” ).
La formazione obbligatoria, quella sulle norme – e sono tante – che devono essere rispettate nell’esercizio del credito e nel collocamento dei prodotti di risparmio, è schiacciata dalla mole dei corsi finalizzati alla vendita, e spesso le aziende si mettono in regola (formalmente, ma non sostanzialmente) sottoponendo i dipendenti a corsi sulla normativa solo on line, Bignami digitali di nozioni incamerate non per renderle parte del proprio bagaglio (è impossibile, intruppando le slide tra un cliente e l’altro), ma per riuscire a passare il test finale. Va peraltro detto che le tre ragioni, appena declinate, di questa spirale sono strumentali ad una potente ratio basica sottostante, molto prosaica ma molto potente: la necessità di dare soddisfazione agli azionisti, in particolare ai grandi azionisti. Gli utili non possono scendere, i dividendi non possono calare, il valore capitale non può deprezzarsi. Ciò non può accadere, anche se da anni, ormai, il differenziale dei tassi d’interesse (lo scarto tra i tassi attivi e passivi), che era il grosso del margine di una banca, è strutturalmente basso, lontanissimo dai margini di quindici anni fa. Esiste solo un modo per mantenere tendenzialmente inalterato il margine di guadagno, se il margine di interesse è enormemente più basso del passato: collocare prodotti in maniera massiva, possibilmente prodotti che incorporano elevate commissioni.

So bene che non sto rassicurando i clienti delle banche e delle assicurazioni, che poi siamo tutti noi. Non intendo nemmeno fare il lavoratore del credito-fenomeno. Ce ne sono, in giro, di questi ‘pentiti’ che fanno soldi confessando quanto erano spietati nel far soldi, da dirigenti. Sostengo anzi che gli anticorpi contro la deriva del sistema finanziario diffuso sono ancora vivi. E’ proprio il profondo disagio dei dipendenti, evidenziato dalla ricerca da cui abbiamo preso le mosse, a costituire la spia dell’esistenza di questi anticorpi. Il disagio da altro non deriva, infatti, se non dalla difficoltà del corpus dei lavoratori (la grande maggioranza) di veleggiare in direzione ostinata e contraria rispetto alla corrente, che li spinge da un’altra parte. Sono i lavoratori (in particolare gli addetti alla clientela) la parte più sana del sistema. Il loro profondo disagio dipende in buona misura dal tentativo di lavorare con scienza e coscienza, anche etica, nell’interesse dei loro clienti oltre che del loro datore di lavoro. Nonostante il nuovo Contratto Nazionale dei lavoratori del credito incorpori una serie di regole che stigmatizzano e mirano a denunciare le cattive prassi commerciali, la strada per una buona finanza è ancora molto lunga, soprattutto perché non esiste ancora un vero e proprio regime sanzionatorio (e le sanzioni, per essere efficaci, dovrebbero colpire le aziende) delle condotte scorrette, laddove queste non si concretizzino in reati già codificati.

I cosiddetti stakeholders, cioè portatori di interessi classici, che gravitano attorno al sistema finanziario sono tre: azionisti, dipendenti, clienti. Credo che solo una saldatura ‘politica’ (spesso mancata) tra l’interesse dei dipendenti ad un lavoro svolto con coscienza e trasparenza, e l’interesse dei clienti ad un servizio di consulenza onesto e limpido possa spostare il baricentro del sistema, consentendo ai bancari e agli assicurativi di liberarsi dall’ansia e dal disagio e ai clienti di potersi fidare della consulenza loro offerta.

  

Blue monday

Gli inglesi chiamano “blue monday” il giorno più triste e malinconico dell’anno, in genere il terzo lunedì del mese di gennaio.
Tale espressione ha avuto incredibile successo, in modo particolare sulle piattaforme social, diventando manifesto per tutti i “difficili” lunedì che dobbiamo fronteggiare.
Tutti noi, chi più chi meno, soffriamo nel vedere il weekend passare troppo in fretta e nell’avvicinarsi dell’inizio di una nuova settimana, con i suoi impegni e le sue frenesie.
Al di là delle formule pseudo scientifiche che sarebbero state utilizzate per individuare tale ricorrenza, può capitarci di avere giornate che definiamo “giornate no” o “giornate nere”.
Che siano, a gusto e discrezione, blu o nere, spesso il lunedì, ancora prima che inizi è una di queste.

“Lunedì è sempre il giorno peggiore, il martedì va un po’ meglio, il mercoledì già non vedi l’ora che arrivi il fine settimana”
Trevor Hoyle

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Rilassarsi lavorando in giardino

di Francesca Ambrosecchia

Prendersi cura di un giardino o anche solo di una pianta richiede cura e dedizione. Serve necessariamente avere il celebre “pollice verde” per riuscirci?
C’è chi sostiene che dedicarsi a questa attività porti notevoli benefici: stare a contatto con la natura allontana da stress e dalla vita sempre più frenetica e “virtuale” dalla quale veniamo travolti.
I giardini possono essere luoghi dove intrattenersi in compagnia, compiere le attività più svariate e se adeguatamente organizzati, magari anche con apposite installazioni, essere rivolti a determinate fasce d’età per scopi ben precisi, come per esempio alla formazione dei più giovani o alla valorizzazione dell’attività motoria per i più anziani.

“Coltivare il giardino ci macchia le mani ma ci pulisce la mente.”
Ramón Eder

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

tic-nervosi

SALUTE & BENESSERE
I tic, nervosi ma spesso passeggeri

Emettere dei colpetti di tosse, ripetere le stesse parole, chiudere gli occhi o strizzarli, toccarsi i baffi o le orecchie, e ancora mordersi le guance, fare smorfie, ecc. milioni di persone convivono con questi piccoli tic.
Un movimento o una parola involontaria, spesso ripetuti e ossessivi possono essere sintomo di stress o tensioni Ma questa problematica può essere sintomo di un vero e proprio malessere patologico. I tic possono interferire nelle attività quotidiane, rendendo difficile lo svolgimento normale di attività che richiedono molta concentrazione come parlare, scrivere, osservare e anche dormire. I problemi maggiori causati dai tic, comunque, sono di natura sociale e relazionale.

Cosa sono i tic
Si tratta di parole o gesti involontari, rapidi e ricorrenti, che non hanno scopo. L’origine fisiologica dei tic non è chiara. A livello neurologico possono dipendere da un’alterazione nei circuiti del sistema nervoso centrale. A livello psicologico sono senz’altro la conseguenza di uno stato di stress a livello cosciente o inconscio. La “funzione” del tic sarebbe quella di abbassare una condizione di ansia attraverso un rituale ripetitivo.

Quali tipi di tic esistono
In base al modo in cui il tic si manifesta, si possono distinguere 4 tipi di tic:
1. tic motori semplici: sono piccoli e brevi gesti dei muscoli del viso e del corpo, come ammiccamenti, alzate di spalle, movimenti dei piedi;
2. tic motori complessi: sono azioni di maggiore durata e maggiormente articolate, come strapparsi i capelli o pulirsi ossessivamente gli occhiali;
3. tic vocali semplici: è la ripetizione di suoni inarticolati, come fischi e colpi di tosse;
4. tic vocali complessi: prevedono la ripetizione di parole o frasi, che a volte possono anche essere scurrili o ingiuriose (cazzo, merda, ecc.).

Le cause
Attenzione, c’è un disagio, un malessere o un particolare stato d’animo dietro ad ogni tic. Alcuni gesti rispecchiano un desiderio di protezione e consolazione (come quello di arrotolarsi i capelli intorno alle dita o di cullarsi con movimenti ripetuti del busto); altri tic molto comuni, come il mangiarsi le unghie o mordicchiare la penna, sono indice di aggressività inespressa; anche i tic linguistici, come la ripetizione continua di un intercalare all’interno del discorso (“cioè” o “diciamo che”) hanno un significato: esprimono insicurezza e frustrazione. A volte però i tic possono essere anche la conseguenza di condizioni patologiche come encefaliti, ictus, intossicazioni da monossido di carbonio, traumi cranici e da assunzione di alcuni farmaci eccitanti. Ci sono anche rari disturbi, come la cosiddetta sindrome di Gilles De La Tourette, che si manifestano proprio con una serie di tic: nel caso riportato in esempio, la persona affetta da questa patologia è soggetta a continui tic vocali e motori, che si ripetono in sequenza, compromettendo la vita quotidiana e creando, in alcuni casi, una quasi totale disabilità.

Quali i rischi
1) Rosicchiare le unghie: abitudine che, a lungo andare, provoca sia il danneggiamento dell’unghia stessa.
2) Tirarsi i capelli o attorcigliarsi una ciocca di capelli attorno alle dita: la ripetizione continua del gesto rischia seriamente di rovinare i capelli perché la continua stimolazione in questo senso, rovina anche la radice del capello.
3) Far scrocchiare il collo: la mossa, seppure dia sollievo sul momento, porta all’indebolimento dei legamenti e provoca l’usura delle articolazioni provocando artrite e anche il rischio di ictus.
4) Schiacciare, grattare o toccare in continuazione i brufoli: il sanguinamento di un brufolo può anche provocare la formazione di cicatrici permanenti.
5) Digrignare in continuazione i denti (bruxismo) può provocare la rottura dei canali dentali, oltre a danni alla mandibola o usura dei denti.
6) Succhiare caramelle dure è dannoso perché, se troppo zuccherate, possono provocare carie.
7) Leccarsi o mordersi le labbra porta le labbra a essere sempre secche e screpolate ed è più facile che così vengano intaccate dai vari enzimi digestivi presenti nella saliva provocando infezioni; mordicchiarle in continuazione può anche arrivare a provocare fibromi, che possono essere rimossi solo chirurgicamente.
8) Mordere l’interno della guancia può provocare gonfiore, infiammazioni croniche e sanguinamento.
9) Masticare di continuo il chewing gum è pericoloso perché va a stimolare in continuazione i muscoli della mascella; inoltre, l’eccessivo consumo di gomme da masticare può anche portare a problemi di tipo digestivo e di gas.
10) Mordicchiare penne e matite: si può incorrere in infezioni e patologie varie causate dai germi che entrano in contatto con le gengive.

I tic generalmente non sono pericolosi ma se molto frequenti e prolungati nel tempo, possono stancare i muscoli coinvolti, provocare infiammazioni e risultare dolorosi. All’origine dei nostri malesseri, infatti, ci sono disarmonie. Ogni volta che il nostro corpo vive uno stress (e in media ogni persona ne affronta uno importante a settimana), esso reagisce ‘globalizzandone l’impatto’ per renderlo il più tollerabile possibile per la distribuzione di energia (creando, così, un equilibrio di compensazione): ciò comporta, al tempo stesso, un immagazzinare in memoria le tracce degli squilibri compensati.

Consiglio
La miglior cosa è rimediare in modo sano e naturale. L’osteopatia in ambito craniale rappresenta un valido strumento nell’ambito della prevenzione perché ogni processo patologico nel corpo è l’espressione di una disfunzione muscolo-scheletrica più o meno pronunciata che, se non opportunamente trattata, contribuisce al mantenimento di una condizione di malessere psico fisico. La tecnica cranio-sacrale è uno dei metodi per decondizionare gli schemi alterati, aiutando la persona al rilassamento.

stress-cronico

Stress cronico, come avvelenarsi lentamente

Lo stress è il ‘cestino’ della vita moderna. Tutti noi generiamo scorie, ma se non le smaltiamo correttamente, si accumulano e ci consumano la vita. Spesso le nostre nonne lo chiamavano “esaurimento nervoso”.
Lo stress è una risposta dell’organismo, è una risposta fisiologica ai tanti stimoli che lo colpiscono; stimoli di natura fisica, chimica e biochimica, meccanica, emozionale o proveniente dalle interazioni sociali. Il problema è che spesso condizioni di risposta allo stress a carico dell’apparato muscolo-scheletrico sono così ben mascherate da venire interpretate come difficoltà strutturali, anziché come automatismi adattivi. Di conseguenza si tende, soprattutto in ambito sportivo, a forzare la struttura, innescando dei circoli viziosi di adattamento.

LE COMPONENTI DELLO STRESS
Iperattivazione somatica: squilibri fisiologici e funzionali del corpo con reazione ipotalamica dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene-timo-tiroide.
Iperattivazione emotiva: alterazioni dell’umore, degli stati d’animo, delle sensazioni e delle percezioni, con conseguenti possibili effetti d’ansia, paura, angoscia, insicurezza.
Iperattivazione mentale: alterazioni nella sfera immaginativa e del dialogo interiore che investe l’ambito dell’autoaffermazione, del pensiero automatico, il sistema di credenze e la semantica.
Risposta comportamentale: scompensi nella performance, negli atteggiamenti, nella comunicazione e nelle relazioni.

Lo stress assume sì una funzione di difesa, di adattamento, di sopravvivenza, ma diventa causa di alterazioni somatiche particolari quando attivato troppo a lungo e troppo intensamente, senza possibilità di recupero: la cosiddetta Sindrome d’adattamento.

LA SINDROME D’ADATTAMENTO
Reazione di allarme
Si tratta di una risposta difensiva di emergenza, di allerta, a breve termine perché prepara il corpo a rispondere istintivamente con la lotta e la fuga allo stimolo stressante. Ora, nella specie umana questo tipo di reazione è mutato poiché la lotta corrisponde genericamente alla risposta aggressiva, mentre la fuga corrisponde all’emozione ‘paura’ (dal greco ‘phobos’, ‘fuga’).
Vediamo ora cosa succede nel corpo a livello puramente fisiologico. Questo tipo di risposta è stimolata dal funzionamento di un canale di reazioni ormonali fra cervello e surrene. Sotto la regolazione dell’ipotalamo, l’ipofisi rilascia corticotropina che, a sua volta va a stimolare le ghiandole surrenali. In particolare, dalla parte interna di queste ghiandole (parte midollare), viene prodotta l’adrenalina, l’ormone dello stress per eccellenza. Riversandosi nel flusso sanguigno, l’adrenalina produce all’interno del corpo alcuni cambiamenti funzionali: il cuore batte più velocemente e la pressione arteriosa aumenta.
Lo stomaco e l’intestino arrestano ogni movimento e secrezione: è per questo motivo che mangiare quando si è sotto stress significa introdurre cibo in uno stomaco inattivo: ciò può essere la causa di gonfiori gastro-duodenali, di nausea, crampi allo stomaco, digestione pesante, alle volte diarrea. Il retto e la vescica tendono a svuotarsi perché, prima della ‘lotta’ o ‘fuga’, l’organismo deve liberarsi da pesi inutili.
La bocca diventa secca, sempre per evitare di inviare fluidi allo stomaco. Nel sangue si verifica un aumento della glicemia per poter disporre di un rifornimento energetico rapido.
Quando siamo sotto stress tendiamo ad aumentare l’utilizzo del caffè (stimolo alle surrenali), di cibi dolci (stimolo del pancreas), dei cibi grassi (aumento del colesterolo): questo avviene perché la nostra tendenza è quella di amplificare la reazione di stress con l’intossicazione. Spesso, anziché lavorare sulla causa dello stress, puntiamo ad aumentare la nostra resistenza ad esso, innescando queste risposte di compensazione.

Fase di adattamento o resistenza
Quando lo stimolo stressante dura a lungo, il corpo tende ad abituarsi e subentra la seconda fase. E’ una risposta a lungo termine allo stress perché prepara il corpo alla resistenza e alla sopravvivenza nel tempo. Questa reazione è stimolata dal cortisolo, un ormone prodotto dalla corteccia delle ghiandole surrenali che apporta anch’esso cambiamenti nell’organismo al fine di un buon adattamento allo stress.
La pressione arteriosa cresce lentamente con i conseguenti scompensi che ne derivano. Il sistema immunitario si indebolisce sempre più a causa del cortisolo che inibisce il funzionamento delle ghiandole linfatiche e produce un’atrofizzazione della ghiandola del timo, direttamente proporzionale all’ipertrofia del corticosurrene generata dalla continua sollecitazione. L’eccesso di cortisolo riduce la resistenza dello stomaco al suo stesso acido, con il rischio di conseguenti gastriti o ulcere gastroduodenali.

Fase di esaurimento
Se lo stress persiste, vi è un limite anche al periodo di adattamento, oltre il quale si entra nella fase di esaurimento. A questo punto l’organismo si ammala seriamente, in quanto l’accumulo di ormoni dello stress produce uno stato di elevata tossicità. Vi sono differenti livelli di sopraffazione, che vanno dal modesto senso di affaticamento, fino all’esaurimento fisico e psichico.
Già al secondo stadio, dove si attua il conflitto lotta/fuga, la sublimazione degli istinti nella società non facilita la reazione di scarica necessaria per bruciare gli ormoni dello stress accumulati. È proprio l’apparato muscolare deputato a questa funzione: per l’attività di lotta, l’organismo predispone infatti una particolare distribuzione sanguigna che nutre specialmente il volto (i muscoli espressivi) il collo e il torace. Nella soluzione di fuga, il sangue, invece, defluisce da queste zone verso gli arti per consentire appunto alla preda di scappare dal pericolo. Se il corpo subisce un trauma, la memoria di questo evento s’inscrive contemporaneamente nel corpo e nella mente.
Ogni stress lascia una cicatrice indelebile, e l’organismo paga per la sua sopravvivenza dopo una situazione stressante, diventando un po’ più vecchio (Hans Selye).

Consigli per diminuire lo stato di stress

– Saper affrontare ogni situazione difficile
– Eliminare il 50% delle preoccupazioni dovute al lavoro
– Riflettere sulle parole che possono trasformare la vostra vita
– Smettere di angosciarsi per i problemi economici
– Trovare sé stesso e essere sé stesso: nessun altro al mondo è come te
– Ignorare le critiche altrui
– Allungare di un’ora la giornata per sé stessi
– Sviluppare l’ironia
– Non tormentarsi per l’ingratitudine altrui

sette-motivi-movimento

Sette buoni motivi per tenersi in movimento

Meglio correre o camminare? La domanda tormenta medici e sportivi da almeno trent’anni anni. Diversi studi recenti hanno chiarito alcuni punti: a parità di sforzo, la camminata è più salutare mentre la corsa fa dimagrire più in fretta.

L’attività motoria fa bene alla salute. Basta anche solo mezz’ora di moderata attività fisica per cinque giorni alla settimana per guadagnare il 19% di aspettativa di vita in più. Questo il risultato di un’altra ricerca condotta dai ricercatori dell’Università di Cambridge e pubblicata sull’ International Journal of Epidemiology.
“Camminare fa bene al cervello” titolava il 18 ottobre scorso il Corriere di Milano, riprendendo all’uopo uno studio pubblicato sulla rivista Neurology da un gruppo di ricercatori dell’Università di Pittsburgh secondo cui, percorrendo circa un chilometro al giorno, il rischio di andare incontro a compromissione cognitiva si dimezza.
Un principio della scienza osteopatica dice “la vita è movimento”.

Di seguito almeno sette buoni motivi per cui vale la pena dedicare almeno mezz’ora al giorno al movimento fisico.

Patologie cardiovascolari: sia la corsa che la la passeggiata, entrambe migliorano la salute, abbattendo significativamente i rischi legati alle patologie cardiovascolari; come vedremo l’attività fisica giova alla circolazione, al metabolismo, al buon funzionamento del sistema nervoso, ma prima di tutto è necessario per una buona ossigenazione del sangue e aiuta a mantenere la pressione arteriosa ed il colesterolo entro limiti normali.

Osteoporosi: camminare fa bene perché permette la rigenerazione ossea, dunque previene l’osteoporosi. Se le ossa sono “in carico”, in movimento, generano una vibrazione che stimola le cellule a riprodursi. Le ossa del nostro sistema scheletrico subiscono un ricambio continuo per tutta la vita e si rigenerano ogni 48 ore. A tale proposito, una curiosità: dopo un periodo prolungato in assenza di gravità, per gli astronauti si verifica una condizione di “osteopenia”, una riduzione della massa ossea data dalla assenza di carico a causa della mancanza della forza di gravità.

Circolazione periferica: il movimento e l’attività fisica consentono al flusso sanguigno di irrorare gli organi periferici. Probabilmente, se avete le mani ed i piedi sempre freddi, conducete una vita troppo sedentaria. Le persone che soffrono di gonfiore alle caviglie, senso di pesantezza alle gambe la sera, comparsa di varici, peggiorano se conducono una vita sedentaria. Camminare, invece, svolge una benefica azione preventiva.

Metabolismo: spesso mangiamo più di quanto effettivamente serva al nostro organismo. Il movimento ci aiuta a consumare energia. Il corpo in attività utilizza i depositi di acidi grassi contenuti nelle cellule adipose, ed è per questo che lo sforzo favorisce la perdita di tessuto adiposo. In particolare l’attività fisica regolare agisce direttamente sulla corticotropina (CRF), che induce una riduzione delle calorie introdotte e un aumento del consumo di energia.

Depressione: il sistema ortosimpatico, insieme a quello enterico e parasimpatico, è una delle tre parti del sistema nervoso autonomo. La sua azione generale è quella di mobilitare le risorse del corpo sotto stress, per indurre all’azione, a prendere decisioni. L’attività fisica permette di attivare il sistema ortosimpatico e di reagire a condizioni di tensione quotidiana trasformando questa energia in azione.
Camminare è un antidepressivo naturale. Quando i muscoli si attivano, producono molecole importanti come le endorfine e la serotonina che aumentano il tono dell’umore. Chi cammina con regolarità nota una diminuzione dello stress e della depressione, dorme meglio e vede la vita mentalmente ed emotivamente in modo più positivo.

Attività cognitive: camminare migliora le attività cognitive, anche più di faticosi esercizi o dello stretching. Lo ha evidenziato uno studio condotto su 124 persone sedentarie, dopo un allenamento basato sullo walking per 45 minuti, 3 volte la settimana, per 6 mesi. Questa attività, stimolando le funzioni cardiorespiratorie, aumenta l’irrorazione di sangue al cervello, migliorandone di conseguenza le funzioni. Si impara a respirare meglio: inspirare ed espirare col naso migliora la capacità respiratoria in sé.

meditazione-tecnica-andare-oltre

La meditazione: una tecnica per andare ‘oltre’

L’obiettivo della meditazione è quello di mettere a fuoco e calmare la mente, raggiungendo alla fine un più elevato livello di consapevolezza e calma interiore. Può essere sorprendente accorgersi che si può meditare ovunque e in qualsiasi momento, permettendo di accedere a un senso di tranquillità e di pace, non importa quello che succede intorno. La meditazione è l’arte di concentrarsi al 100%. Meditare non significa costringere la mente al silenzio: è trovare la quiete che esiste già. Infatti, esaminando cosa sta dietro a sensi di colpa, ansie, risentimenti, illusioni, fantasie, speranze non realizzate e vaghi sogni della mente, risulta chiaro che siamo dominati dal nostro dialogo interiore. Migliaia di anni fa i maestri indiani hanno sentenziato che ognuno di noi è vittima della memoria.

Meditazione e benessere emotivo
Quando si medita, si cancella il sovraccarico di informazioni che si accumula ogni giorno e che contribuisce a creare stress.

I benefici emotivi della meditazione includono:

• ottenere una nuova prospettiva su situazioni di stress;
• costruire le competenze per gestire lo stress;
• aumentare la consapevolezza di sé;
• concentrandosi sul presente;
• ridurre le emozioni negative.

Meditazione e malattia
La meditazione può anche essere utile in caso di disturbi, in particolare se aggravati da stress. Alcune ricerche suggeriscono che la meditazione può aiutare a migliorare le seguenti condizioni:

• allergie
• disturbi d’ansia
• asma
• depressione
• stanchezza
• malattia cardiaca
• alta pressione sanguigna
• dolore
• problemi del sonno
• abuso di sostanze

Tipi di meditazione
Ci sono molti tipi di meditazione e tecniche di rilassamento con componenti di meditazione, ma tutti condividono lo stesso obiettivo, ossia raggiungere la pace interiore:

meditazione guidata o visualizzazione guidata: con questo metodo di meditazione si tende a formare immagini mentali di luoghi o situazioni che trovate rilassanti;
meditazione mantra: il silenzioso ripetere una parola o una frase calmante, permette di evitare pensieri distraenti;
meditazione di consapevolezza: tipo di meditazione basata sulla memoria, permette di acquisire una maggiore consapevolezza e accettazione di ciò che si sta vivendo in quel preciso momento, come per esempio concentrarsi sul flusso del proprio respiro. È possibile osservare i propri pensieri e le proprie emozioni, ma lasciarli passare senza giudizio;
qi gong: pratica che combina generalmente meditazione, rilassamento, movimento fisico ed esercizi di respirazione, per ripristinare e mantenere l’equilibrio. Il qi gong (chee-gung) fa parte della medicina tradizionale cinese;
tai chi: forma di dolci arti marziali cinesi. Nel tai chi (tie-chee) si eseguono una serie di posture o movimenti in modo lento e aggraziato, praticando la respirazione profonda;
meditazione trascendentale: si ripete più volte un mantra (una parola, un suono o una frase) ma in silenzio. Questa pratica aiuta a restringere la propria consapevolezza cosciente ed eliminare tutti i pensieri dalla propria mente. Ci si concentra esclusivamente sul mantra per raggiungere uno stato di perfetta quiete e coscienza.
yoga: si eseguono una serie di posture ed esercizi di respirazione controllata per promuovere un corpo più flessibile e una mente calma. Lo spostarsi attraverso pose che richiedono equilibrio e concentrazione, aiuta a concentrarsi meno sulla propria giornata e di portarsi con la mente al momento.

Come praticare la meditazione

Scegliere un ambiente tranquillo
• E’ consigliato trovare un posto in cui la meditazione non venga interrotta per tutta la sua durata, che si tratti di cinque minuti o mezz’ora. Lo spazio non deve essere molto grande, anche un ufficio può andare bene.
• Per evitare distrazioni esterne, è particolarmente importante spegnere televisori, telefoni cellulari o altri apparecchi rumorosi. Se si mette su un po’ di musica, scegliere una musica calma, melodie dolci, in modo da non rompere la concentrazione. Un’altra opzione è quella di accendere una piccola fontana d’acqua, il suono dell’acqua corrente può essere estremamente rilassante.
• Non è necessario che lo spazio sia completamente silenzioso. Il suono di una tosaerba o un cane che abbaia accanto non dovrebbero impedire la meditazione efficace. Infatti, essendo rumori conosciuti, è facile e utile imparare a dominarli. Questa è una componente importante per una meditazione di successo. Ma se aiuta, soprattutto in un primo momento, è possibile ricorrere a dei tappi per le orecchie.

Decidere per quanto tempo si desidera meditare

• Prima di iniziare, si dovrebbe decidere per quanto tempo si vuole meditare. I meditatori esperti consigliano venti minuti, due volte al giorno; i principianti possono iniziare con un minimo di cinque minuti, una volta al giorno.
• Si dovrebbe anche cercare di meditare per lo stesso tempo, ogni giorno – che si tratti di 15 minuti appena svegli o 5 minuti durante la pausa pranzo. Qualunque tempo si scelga, provare a fare meditazione nella propria routine quotidiana.
• Una volta deciso un lasso di tempo, cercare di attenersi ad esso.

Occhi aperti od occhi chiusi?
La meditazione può essere eseguita in entrambi i modi, con gli occhi aperti o chiusi. Tuttavia, per un principiante può essere meglio provare prima con gli occhi chiusi. Questo bloccherà qualsiasi stimolo visivo esterno e impedirà ad evitare distrazioni e a concentrarsi a calmare la mente. Una volta che ci si è abituati alla meditazione, si può provare a praticare con gli occhi aperti. Se si tengono gli occhi aperti, è necessario tenerli “soft”.

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