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Europa

UN’ALTRA EUROPA:
pensare e progettare un futuro solidale

Il futuro c’è se si progetta.
È ora di aprire un confronto perché l’occasione storica delle elezioni europee che si compirà tra due anni trovi spazio di scambio e di ricerca per la costruzione di un progetto all’altezza della storia. È ora che i mezzi di comunicazione e di informazione svolgano il compito che compete loro: essere al servizio dello sviluppo della società umana e del suo miglioramento e non quello di cavalcare le divisioni e le contrapposizioni di una società che sta affrontando un momento inedito sia per le difficoltà pratiche da superare sia per un futuro che, senza un progetto collettivo di sviluppo, si prospetta come catastrofico.

Tutti i mezzi di informazione da oggi dovrebbero dare spazio a questo tema centrale: come costruire il nostro futuro, anziché dilungarsi in maniera sfiancante e ripetitiva su un unico argomento che monopolizza l’informazione oggi, il problema del vaccino e della carta verde che, anche se importante e controverso in tanti modi, stiamo affrontando e risolvendo.

Il primo passo può essere la costruzione della comunità europea. Siamo di fronte alla possibilità di creare una nuova realtà politica capace di integrare le potenzialità dei suoi singoli stati e di imparare dagli errori del passato per dare origine ad una novità storica organizzata necessaria ad affrontare le nuove sfide che ci si prospettano e finalizzata al rinnovamento di una democrazia che porti allo sviluppo universale.

Per sviluppo non si intende un aumento quantitativo (del progresso, della tecnologia o di guadagno), ma un miglioramento delle qualità umane, delle relazioni sociali, economiche e lavorative. Lo sviluppo non può essere chiuso, deve essere aperto ad una prospettiva più evoluta.
Pensiamo a come vogliamo il nostro futuro invece che inseguire i problemi e le contrapposizioni dialettiche sollevate dall’emergenza pandemica.

L’attuale situazione ha messo in evidenza le carenze strutturali della nostra società. Carenze che, per altro, vengono da lontano: la necessità di una scuola che risolva le differenze e non che le accentui.

Una scuola che veramente dia gli strumenti a tutti i cittadini per capire in primo luogo il valore della libertà e della civiltà a prescindere dalla pur importante cittadinanza e poi il momento in cui si vive. Una scuola che sappia garantire a ciascuno gli strumenti per costruirsi il futuro sia come singolo individuo, che come società.
La necessità che all’Università sia restituito il compito di svolgere la ricerca di base, perché questa è l’unica garanzia che abbiamo a che sia pubblica e finalizzata al benessere dell’umanità e della natura e non al profitto.

L’emergenza in cui ci troviamo ha solo messo in evidenza la necessità di un uso delle risorse della Terra non basato sullo spreco e sul consumo, ma su un loro utilizzo oculato che non penalizzi l’organizzazione sociale o le fasce più povere ma che tenda ad una loro distribuzione equa a livello globale, anzi, che migliori la qualità della vita per tutti; poiché sappiamo che migliorando il rapporto dell’umanità con la natura, migliora la qualità della vita.

Questi sono già tre punti su cui si può iniziare a tracciare una bozza di progetto d’Europa, che consideri nuovi modelli per costruire una vita dignitosa per l’intera umanità e che risponda a queste proposte.

Va ripensato un progetto di Europa che si scosti dalla logica delleconomia di mercato come solo punto di riferimento, ma scelga invece la persona, la qualità – ormai improcrastinabile – dell’ambiente e la forma democratica di governo come prospettiva per la sua realizzazione, la sua costruzione e il suo sviluppo.

Oggi possiamo toccare con mano cosa ha voluto dire scegliere come modello unico universale l’economia di mercato e la sua potenza distruttrice nello scompenso ecologico, nella distruzione dell’equilibrio naturale che ha prodotto il cambiamento climatico e che ha conseguenze altrettanto disastrose sugli equilibri sociali.

Questa scelta, Infatti, ha innescato un aumento della povertà a tutti i livelli, da quello del cibo a quello culturale e sociale; ha portato al blocco del processo di emancipazione dell’umanità, che sembrava così raggiungibile, dalle molteplici necessità per una vita dignitosa almeno per la maggioranza di noi.

Come ha detto recentemente anche il nostro Presidente del Consiglio, questa scelta di cambio di direzione o è immediata o non avrà luogo affatto perché, scaduto questo tempo, lo squilibrio sarà irreversibile.
Dobbiamo muoverci immediatamente – e per fortuna le elezioni per l’Europa saranno tra due anni, giusto il tempo per preparare una campagna di informazione finalizzata a far eleggere il parlamento costituente che abbia come unico scopo quello di scrivere la Costituzione di una nuova Europa. Non perdiamo questa occasione che non si presenterà più così tempestivamente.

I mezzi di informazione dovrebbero veramente dare il maggior spazio possibile a questi temi determinanti per il futuro dell’Italia, dell’Europa ma anche per l’intera umanità, in modo da permettere un serio confronto tra le diverse visioni possibili per la costruzione di una nuova realtà politica e istituzionale. Sarebbe opportuno abbandonare, almeno per questo periodo, l’abitudine divisiva e sterile di sottolineare le contrapposizioni, spesso strumentali a interessi particolari e non a risolvere i problemi della nostra società. Non sono certo né i vaccini né il green pass che ci tolgono la libertà, ma piuttosto il non avere una realtà democratica all’altezza della complessità che dovremo affrontare.

È ora che i mezzi di informazione siano veramente strumenti per la ricerca di una realtà comune, nella realizzazione della quale ciascuno si senta coinvolto in prima persona. Questa è la sola condizione necessaria affinché ognuno si assuma la responsabilità di una riuscita del progetto, personale e comune, nel quale ciascuno trovi finalmente la sua dimensione di senso della vita e di soddisfazione.

L’IMPRENDITORE CON LA PASSIONE PER L’ECOLOGIA:
ricordando Aurelio Peccei

In un recente articolo Repubblica ha ricordato Aurelio Peccei, imprenditore e manager con la passione per l’ecologia, che nel 1968 riunì a Roma, assieme allo scienziato scozzese Alexander King, alcuni studiosi presso la sede dell’Accademia dei Lincei dando origine al Club di Roma, associazione non governativa, non profit che da allora persegue “la missione di agire come catalizzatore dei cambiamenti globali, individuando i principali problemi che l’umanità si troverà ad affrontare, analizzandoli in un contesto mondiale e ricercando soluzioni alternative nei diversi scenari possibili” (Wikipedia). Uno dei primi atti dell’attività del gruppo fu la richiesta al Massachussets Institute of Technology di Boston (MIT) di stendere un rapporto sullo stato del pianeta e di prevedere cosa avrebbe provocato la crescita economica che dal dopoguerra ha caratterizzato i paesi sviluppati.
Il rapporto, pubblicato nel 1972, con il titolo I limiti dello sviluppo (The Limits to Growth, o rapporto Meadows, da due degli autori), giungeva alle conclusioni che la Terra nel giro di qualche generazione sarebbe andata incontro ad eventi catastrofici a causa del superamento delle capacità del pianeta di sopportare le attività industriali umane”.

È lo stesso Peccei a sintetizzarne le conclusioni in una intervista rilasciate nel 1973 a Piero Angela (disponibile su futuranetwork.eu, sito che presenta studi, articoli, interviste, segnalazioni di materiali focalizzati sulla necessità di esplorare i possibili scenari e di decidere oggi quale futuro vogliamo scegliere tra i tanti possibili). Per me quello studio fu una illuminazione”, racconta oggi Angela. “All’epoca c’era l’idea di una crescita continua, come l’avevamo conosciuta nel dopoguerra. Ma oggi la cultura di quel rapporto è finalmente stata rivalutata”.

Peccei, dopo esperienze lavorative in Italia e all’estero, in ambito FIAT, nel 1964 entrò come amministratore delegato in Olivetti, che già allora iniziava ad affrontare le prime difficoltà a causa dei profondi cambiamenti in atto nella produzione delle macchine da ufficio. In seguito, non soddisfatto dei risultati ottenuti con Italconsult (una joint-venture tra diversi marchi italiani, quali Innocenti, Montecatini e la stessa Fiat) e con la presidenza dell’Olivetti, concentrò i suoi sforzi anche su altre organizzazioni, come ADELA, un consorzio internazionale di banchieri di supporto allo sviluppo economico dell’America del Sud; inoltre partecipò alla fondazione dell’IIASA (The International Institute for Applied Systems Analysis) con sede a Vienna centro di ricerca per problemi globali come sovrappopolazione, cambiamenti climatici, fame.
Un personaggio straordinario, che, come ricorda Gianfranco Bologna (ambientalista, è stato segretario del Wwf italiano e della Fondazione Aurelio Peccei – Club di Roma Italia) nella sua frequentazione tra il 1976 e il 1984, “ha contribuito a cambiare il modo di intendere il nostro rapporto con il Pianeta che ci ospita”. E’ di quegli anni l’idea e poi la costituzione del Club di Roma.

Nel 1992 (con Peccei morto nel 1984) è stato pubblicato un primo aggiornamento del rapporto, intitolato Beyond the Limits (Oltre i limiti), nel quale si sosteneva che erano già stati superati i limiti della “capacità di carico” del pianeta.

Un secondo aggiornamento, dal titolo Limits to Growth: The 30-Year Update è stato pubblicato nel giugno 2004. In questa versione Donella Meadows, Jørgen Randers e Dennis Meadows, alcuni degli autori del primo rapporto, hanno aggiornato e integrato la versione originale, spostando l’accento dall’esaurimento delle risorse alla degradazione dell’ambiente. Nel 2008 Graham Turner, del Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (CSIRO) Australiano, ha pubblicato una ricerca intitolata Un paragone tra I limiti dello sviluppo e 30 anni di dati reali, in cui ha messo a confronto i dati degli ultimi 30 anni con le previsioni effettuate nel 1972. La conclusione è stata che i mutamenti nella produzione industriale e agricola, nella popolazione e nell’inquinamento effettivamente avvenuti sono coerenti con le previsioni del 1972 di un collasso economico nel XXI secolo.

“Ma, continua l’articolo di Repubblica, come fece Peccei a capire con così grande anticipo? E perché non fu ascoltato?” “Capì, risponde Enrico Giovannini, membro del consiglio direttivo del Club di Roma, e portavoce di ASVIS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile), perché adottò un modello basato su sistemi che interagiscono, a fronte di un approccio che invece privilegiava saperi segmentati: gli economisti si occupavano di economia, i geologi di geologia […] Fu la sua visione sistemica a permettergli di fare simulazioni sul futuro”.

È incredibile come quei modelli ci abbiano azzeccato. Nel 2014 uno studio australiano ha confrontato i grafici del Club di Roma con gli andamenti reali degli ultimi 50 anni: in molti campi (inquinamento, risorse, popolazione) i grafici sono praticamente sovrapponibili. Fa impressione la proiezione sugli abitanti della Terra: prevedeva un picco di 8 miliardi di abitanti nel 2020 che sarebbero scesi a 6 miliardi entro fine secolo: 2 miliardi di persone in meno nel giro di 80 anni. “Oggi, dice Giovannini, siamo drammaticamente vicini ai picchi previsti 50 anni fa dal Club di Roma”. Ma allora i potenti dell’epoca sottovalutarono l’allarme. “Risposero che la tecnologia avrebbe trovato le soluzioni e il mercato si sarebbe adattato”. “Ci fu anche chi accusò Peccei di catastrofismo”, aggiunge Gianfranco Bologna. “ll fronte di quelli che oggi chiameremmo negazionisti si unì contro il Club di Roma, da destra a sinistra”.

Fa poi impressione leggere nell’introduzione di un libro pubblicato negli ultimi anni del secolo scorso (Futuro sostenibile, ed. EMI, Bologna) a cura del Wuppertal Institut für Klima, “tutti i paesi ricchi nei prossimi anni e decenni dovranno affrontare questioni importanti. Come è possibile impedire una ulteriore divisione della società fra alto e basso, ricchi e poveri? Quali cambiamenti politici e quali riforme istituzionali sono necessari? Tutte queste domande attendono una risposta […] in rapporto con le esigenze dell’ecologia e della giustizia globale. […] A quanto pare attualmente l’ecologia ha ancora delle possibilità nel dibattito politico solamente se scende in campo alleata all’innovazione tecnica e alla possibilità di conquistare settori di mercato, altrimenti per lei non c’è nulla da fare”.

Mezzo secolo dopo i potenti ancora faticano ad agire. Ma, dice Giovannini, milioni di giovani in tutto il mondo scendono in strada per scuoterli. Cosa hanno in comune Peccei e Greta Thunberg? “Ascolta gli scienziati” dice oggi Greta come lo diceva 50 anni fa Peccei. Giusto quindi ricordarlo per quello che è stato, per i suoi appelli alla scienza e al costante invito a tutti a salvare la Terra.

CAMMINIAMO INDIFESI VERSO LA GRANDE CRISI
Sotto il vecchio e inefficace ombrello di Colao e Confindustria

Si sono dunque conclusi gli Stati generali dell’Economia promossi dal governo e, in primis, dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
Mi pare sbagliato etichettarli come una semplice passerella dei vari soggetti, né peraltro si può dire che, al di là dei titoli del piano di rilancio annunciato per settembre, essi siano approdati a decisioni chiare e definitive. In realtà, quest’appuntamento è semplicemente servito ad evidenziare meglio le posizioni in campo sul come affrontare la profonda crisi economica e sociale che si è aperta con il Coronavirus. Andando per schemi, quello che si può dire è che, intanto, è emersa con una certa forza la ricetta del tandem Colao-Confindustria.
Li metto insieme non perché le proposte siano coincidenti, ma perché accomunati da una medesima filosofia. La si può così sintetizzare: per uscire  dalla crisi, bisogna semplicemente affidarsi alla centralità dell’impresa e del mercato e l’intervento pubblico deve limitarsi a svolgere un ruolo ancillare a questo fine. Tutto discende da lì: è l’impresa che crea ricchezza e occupazione ed essa va sciolta dai ‘lacci e lacciuoli’ che le impediscono di esprimere fino in fondo questa sua vocazione. Da qui il sostegno indiscriminato alle imprese, la semplificazione amministrativa – leggi: meno vincoli e controlli, a partire dalla revisione del Codice degli appalti –  rilancio delle Grandi Opere, eliminando il ‘potere di veto’ degli Enti locali e spingendo ulteriormente le privatizzazioni nei servizi pubblici, a partire da quello idrico, turismo, arte e cultura letti unicamente in chiave economica, come brand per il Paese: E niente su scuola e sanità, con la scusa che non era questo il campo su cui la commissione Colao doveva esercitarsi.
Per certi versi, quanto espresso da Confindustria traduce quest’impostazione in una logica ancora più grezza, della serie “prendi i sodi e scappa”, addirittura presentando in termini rivendicativi il rimborso alle imprese per 3,4 miliardi relativo alle accise sull’energia elettrica, con un’idea per cui bisogna alzare ancor più la posta, per intavolare una trattativa con il governo da posizioni di forza.

Il punto è però che, sia pure ammantata da affermazioni roboanti sulla modernizzazione del Paese, questa è una ricetta vecchia e che non funziona. In fin dei conti, è la medesima ricetta che ci è stata proposta dalla crisi del 2008 e nei gli anni seguenti, forse un po’ meno pesante viste le condizioni sociali oggi ancora più aggravate da allora, ma sempre ispirata dagli stessi assiomi di fondo. Facendo finta di non vedere l’evidente: e cioè che l’idea di una crescita trainata dalle esportazioni, cui ci si è affidati negli anni passati, non regge più. Non a caso si stima che nel 2020 il commercio internazionale potrebbe crollare di circa il 10% e che la ripresa non avverrà in tempi brevi e uniformi nei vari Paesi: A partire dall’autunno, una volta fuoriusciti dai provvedimenti emergenziali di questi mesi, si prospetta una drammatica crisi sociale e un forte impoverimento.
Dunque una ricetta vecchia e inefficace. Ce lo dicono con chiarezza i dati di questi anni e quello che sta producendo la crisi da Coronavirus, come ci ricorda la Corte dei Conti nel suo ultimo Rapporto 2020 sul coordinamento della finanza pubblica: “l’attuale recessione colpisce l’Italia in uno stadio nel quale il prodotto interno lordo ha recuperato solo la metà delle perdite registrate a seguito della doppia recessione del 2009 e 2012 (pari a circa 9 punti di prodotto). Solo le componenti esterne della domanda aggregata hanno superato da qualche anno il livello del 2007. Sia durante le recessioni post crisi 2008, che nelle fasi di ripresa del biennio 2014-15, il differenziale di crescita rispetto al complesso dell’Area dell’euro e ai principali partner è rimasto ampio e si è anzi allargato”.
La Banca d’Italia stima una riduzione del Pil nel 2020 che può andare dal 9 al 13%, un debito pubblico superiore al 155% del Pil, una caduta occupazionale che può riguardare dalle 900.000 a 1milione e 200.000 unità lavorative. Insomma: il motore del mercato si è inceppato, non è più in grado di prospettare una ripresa dello sviluppo e dell’occupazione neanche in termini quantitativi, né qualche presunto intervento ‘modernizzatore’ – da un nuovo grande piano di infrastrutturazione alla digitalizzazione dell’economia – riuscirà a eludere questo dato di realtà. Eppure non si vuole riconoscerlo, con la conseguenza che questa riproposizione del Pensiero Unico rischia di essere ‘egemone’ ( ma sarebbe meglio dire espressione di comando).

Questo mi sembra anche il portato dell’atteggiamento  del governo, che in modo balbettante fa capire che l’impostazione di Confindustria è troppo ‘estremistica’, che non si può assecondarla fino in fondo, che andrà mediata anche con altre esigenze e quindi occorrerà destinare risorse anche al welfare, in particolare alla sanità, e tutelare un po’ di più il lavoro rispetto alle pretese padronali di azzerarne diritti e passare direttamente ai licenziamenti. E che si vuole produrre un intervento sul fisco, magari abbassando un poco l’IVA con un occhio di riguardo verso i ceti medi. Ma in ogni caso il governo non sembra affrancarsi dalla ricetta neoliberista proposta (imposta) da Confindustria, rimanendone infine subalterno e imprigionato.

Non è da questa dialettica tra Confindustria e governo che possiamo aspettarci una risposta positiva per la condizione della gran parte delle persone, gravate oggi, e ancor più da prossimo e vicinissimo autunno, dal peso della crisi economica e sociale. Altri soggetti devono scendere in campo e far sentire  la loro voce: dal sindacato, finora troppo schiacciato in una logica difensiva e poco impegnato nella definizione di un’altra idea di modello produttivo e sociale, al variegato mondo dei movimenti sociali – i soggetti che in questi anni si sono battuti per l’affermazione dei Beni Comuni e dei diritti fondamentali, dall’acqua pubblica alla scuola, come il movimento delle donne e quelli che rivendicano la giustizia climatica e ambientale-  che si trovano davanti alla necessità di superare la frammentazione e costruire una nuova dimensione progettuale del proprio agire.

VERSO LE ELEZIONI: IL DIBATTITO
“Così governerei Ferrara”: Modonesi, Fusari e Firrincieli a confronto

A cura di Sergio Gessi e Francesco Monini

– prima parte –

Abbiamo invitato nella redazione di Ferraraitalia i candidati a sindaco del centrosinistra per rivolgere loro alcune domande. Andrea Firrincieli, Roberta Fusari e Aldo Modonesi hanno gentilmente accolto l’invito. Solo Alberto Bova ha declinato l‘invito, ritenendosi equidistante tra i due schieramenti in campo a Ferrara.

SERGIO GESSI
Vi ringraziamo per la disponibilità a questo confronto. Il dibattito elettorale è vivo e siamo ormai alle ultime battute, ci è parso opportuno e necessario sollecitare alcune riflessioni mirate su punti che consideriamo rilevanti, in modo da fornire agli elettori alcune risposte più precise e concrete, al di là dei valori e delle idee che stanno alla base dei programmi che ciascuno di voi ha elaborato.

FRANCESCO MONINI
La prima domanda che vi farei è questa. Il dibattito impostato dalla destra e da Alan Fabbri si è concentrato sul tema della sicurezza. Quali sono le tre priorità per Ferrara che vi sentite di indicare? Convenite che la sicurezza sia il problema fondamentale, il più sentito dai cittadini, oppure se ci sono temi più importanti, più decisivi su cui puntare, su cui porre l’attenzione?
Infine: tutti dicono che, per la prima volta, il governo di Ferrara è ‘contendibile’, e potrebbe toccare alla destra? Che ne pensate?

ROBERTA FUSARI
Le mie priorità: 1) Ambiente che vuol dire anche Salute; 2) Economia che vuol dire Lavoro; 3) Partecipazione che vuol dire un modo diverso di rapportarsi dei cittadini tra loro e con l’Amministrazione, e viceversa naturalmente.
La sicurezza non è sicuramente tra le mie priorità. Anzi, affrontare le tre priorità che dicevo e dando risposta al tema dell’ambiente, del lavoro e della partecipazione per me significa rispondere anche al tema della sicurezza. Agitare il tema della sicurezza come fa la destra significa solo fare vuota propaganda.
Certo, anche nella nostra città, nella nostra comunità, i cittadini vogliono sicurezza, ma occorre affrontare il problema in modo serio e articolato e andando nel merito dei problemi, delle situazioni, proporre soluzioni concrete, caso per caso. Non basta scandire slogan come fa la destra di Alan Fabbri.

ALDO MODONESI
Vorrei fare alcune considerazioni sulla contendibilità di Ferrara. Io penso che non ci sia un comune in Italia che oggi non sia contendibile. E questo accade da almeno una decina di anni a questa parte, a causa di tanti fenomeni, compresa una estrema volatilità dell’elettorato. Quindi penso che il tema della contendibilità ci sia anche in queste elezioni amministrative, c’è a Ferrara come nel resto dei comuni che vanno al voto anche in questi mesi. Non bisogna essere preoccupati di questa sfida, anzi bisogna essere consci della situazione e trovare ancora più stimoli rispetto a quelli ai quali eravamo abituati nelle tornate elettorali precedenti.
Se devo descrivere la mia città in estrema sintesi, penso che Ferrara abbia due problemi:
Il calo demografico. Una città in cui nascono 750 bambini e muoiono 1.900 persone è una città che se non immagina per se stessa delle politiche di medio e lungo periodo è destinata ad implodere nel giro di qualche decennio.
Il secondo problema è un problema di natura ambientale. Guardiamo al cambiamento climatico che riguarda il nostro territorio: erano 3 forse 4 mesi che non pioveva: il livello del Po fino a 15 giorni fa era più basso di quello medio dei mesi estivi. Ci si aggiunga anche la situazione particolare geografica della nostra città e del nostro territorio: siamo in fondo alla valle padana e quindi serve non solo curare quello che produci ma guardare anche a tutto quello che viene prodotto a monte, che ti arriva via terra, via aria, via acqua, via sotterranea.

MONINI
Dunque, calo demografico e questione ambientale. Quali risposte mettere in campo?

MODONESI
Ci sono due sole risposte a questo tipo problemi.
La prima si chiama lavoro: aumentare la capacità attrattiva del nostro territorio. Vuol dire invogliare gli studenti universitari a fermarsi, vuol dire attivare politiche serie ed efficaci di integrazione per i nuovi cittadini, quali essi siano, migranti extracomunitari, cittadini europei, o anche solo persone che decidono di spostarsi da una parte della nostra provincia per venire in città. Vuol dire dare le sicurezze giuste e necessarie per mettere su famiglia.
L’altra risposta è la riorganizzazione dei servizi. La riorganizzazione dei servizi socio-sanitari, politiche educative e per la famiglia, politiche di accesso alla casa, una modifica della politica dei trasporti in modo da ridurre le distanze tra il centro e le periferie, tra le generazioni, tra le professioni. Questo, preso tutto insieme, vuol dire immaginarsi un welfare di comunità diverso, che dia opportunità a chi cresce e certezze a chi invecchia.

ANDREA FIRRINCIELI
Per me la prima priorità è il benessere della persona. Per benessere della persona si intende tutto quello che include la sanità, la salute, l’ambiente. Basta sfogliare i giornali e si capisce come la situazione stia lentamente, ma neppure tanto lentamente degradando. Sull’obbiettivo persona e il suo benessere occorrono iniziative efficaci e urgenti
Poi c’è il tema dell’economia, del lavoro. Occorre rendere più attrattiva la nostra città e legare in maniera più forte il momento dell’istruzione al momento del lavoro. L’integrazione scuola-lavoro spesso viene vissuta come un momento di passaggio, senza darle il peso e il significato che deve avere se vogliamo migliorare la situazione attuale.
Il benessere sociale, la possibilità per tutti di vivere insieme in modo armonico e positivo, dipende soprattutto dai presupposti che ricordavo: la cura del benessere della persona e lo sviluppo dell’integrazione scuola-lavoro. Per mettere mano a tutto questo dobbiamo partire prima di tutto dalle famiglie, dar loro un sostegno maggiore. Anche i protocolli sul bullismo e il cyberbullismo, i protocolli contro la violenza sulle donne e gli abusi ai minori, alla fine sono troppo spesso scollati da quella che è la ricaduta sulle famiglie. Io ho percepito, avendoci lavorato per tanti anni, che tra quello che si vorrebbe fare e quello che in realtà viene fatto c’è una distanza abissale. C’è un problema enorme che è quello della violenza familiare che non si riesce a gestire, come pure il dramma delle truffe agli anziani. In una città sempre più vecchia come Ferrara, chi si occupa degli anziani? Lo facciamo troppo poco. Dobbiamo farlo molto di più e meglio.

MONINI
Vorrei sentire il tuo parere sul tema sicurezza

FIRRINCIELI
Sulla sicurezza, che nemmeno io considero la priorità, dobbiamo però ascoltare attentamente i cittadini. Non possiamo raccontarcela: se uno va a parlare con le persone sente che esiste ed è diffuso un allarme sicurezza. Allora c’è da chiedersi come mai improvvisamente la gente percepisca così questa situazione anche in assenza di episodi di criminalità diffusa. Perché siamo arrivati a questo punto? Se non partiamo da questa domanda, se non ci mettiamo in ascolto, non potremo risolvere il problema.
Tornando al benessere sociale, lasciando da parte l’integrazione, intendo anche la cura di qualcosa di fondamentale. Perché è vero che i nostri indici demografici sono in calo, ma è vero che ci dobbiamo curare di quello che abbiamo. Nelle famiglie dobbiamo mettere mano, dare loro un contributo importante. Non dobbiamo fare in modo tale che tutte queste iniziative di enti e di organizzazioni rimangano sulla carta: i protocolli sul bullismo e il cyberbullismo, i protocolli contro la violenza sulle donne e gli abusi ai minori, alla fine sono troppo spesso scollati da quella che è la ricaduta sulle famiglie. Io ho percepito, avendoci lavorato per tanti anni, che tra quello che si vorrebbe fare e quello che in realtà viene fatto ci sia una distanza abissale. E quindi c’è un problema enorme che è quello della violenza familiare che non si riesce a gestire, le truffe agli anziani. Visto che abbiamo un calo demografico e il numero degli anziani aumenta, perché non ci preoccupiamo di loro? Chi è che si occupa di loro? Noi continuiamo a leggere di questi anziani che hanno 3.000 euro da parte, i soldi del funerale e improvvisamente spariscono.

MONINI
Aggiungo una considerazione. L’ultima ‘grande idea’ per Ferrara è quella di “Ferrara città d’arte e di cultura”, lanciata quasi 30 anni fa da Roberto Soffritti , sindaco di Ferrara per 16 anni e che qualcuno ricorda come ‘il Duca’. Grazie anche al ‘maestro’ Franco Farina, a Paolo Ravenna, a Carlo Bassi e tanti altri, è stata una grande intuizione, una idea che ha avuto successo e che ancora oggi da i suoi frutti. Certamente Ferrara ha fatto dei passi in avanti: sul turismo e l’indotto del turismo, il recupero del centro storico, Abbado al Comunale, le grandi mostre, eccetera. Oggi però molte città hanno seguito la stessa strada, Ferrara ha tante concorrenti: non sto parlando di Venezia o Firenze, ma della stessa Rovigo…

GESSI
Siamo nel terzo millennio. Forse occorre una nuova idea forza. Quale considerate essere la precipua vocazione di Ferrara e come immaginate la città nel 2030?

FUSARI
C’è la necessità di avere una visione d’insieme. Io sono venuta a Ferrara nel ’91 quando non c’erano neppure le Mura. Credo che occorra partire proprio dalla specificità del territorio ferrarese, dal nostro non essere – e io dico per fortuna – sulla via Emilia, una posizione che da un certo punto di vista ha consentito di preservare questo territorio e che da sempre è stato letto invece come un punto di debolezza. Ora è venuto il momento di trasformare questo punto di debolezza in quello che veramente è: un valore. Noi abbiamo una caratteristica territoriale, un valore riconosciuto addirittura dall’Unesco, città e Delta del Po, e un territorio straordinario. Allora la vocazione del futuro, questa città nel 2030, è accettare un’altra sfida come fu allora quella di 30 anni fa. Fare di Ferrara la capitale del verde europea. Capitale europea del verde quest’anno è Oslo, il prossimo sarà Lisbona. Lavorare su quello significa darsi una strategia per poter arrivare a questo obiettivo. Dobbiamo darci una strategia sulla sostenibilità, quindi intendo il termine ‘verde’ nel senso più ampio, una sostenibilità intesa non solo come ambientale ma anche economica e sociale. Una strategia comune da perseguire tutti assieme, ognuno nelle sue peculiarità: istituzioni pubbliche, privati, associazioni di categoria, università. Una strategia per far sì che il nostro territorio non sia più il fanalino di coda dell’Emilia Romagna. E la prima ricaduta pratica per noi cittadini, se lavoriamo sull’ambiente è avere più salute per tutti.

GESSI
Stai sostenendo come priorità la scelta della green economy? E come si finanzia un passaggio epocale del genere?

FUSARI
Se seguiamo questa strada, d’ora in poi, sempre di più la green economy e l’economia circolare saranno settori che porteranno lavoro. Nuovi settori, nuovi mestieri, nuova occupazione. Per affrontare il cambiamento climatico e la promozione della green economy sicuramente servono risorse extra bilancio comunale, ma l’Europa da tempo finanzia questo tipo di interventi. Dobbiamo lavorare su questo tema e con questo obbiettivo. Poi: diventiamo capitale europea del verde? Sì, no, non importa. Lavoriamo in questa direzione che ci porterà comunque lavoro e intanto miglioriamo la qualità del nostro ambiente.

MODONESI
Io penso che si debba fare un percorso assolutamente condiviso con tutte le forze in campo per lavorare sulle peculiarità del nostro territorio. Farlo in un’ottica profetica come un po’ è stata la visione di quella proposta ormai trent’anni: dal grande progetto Mura , al potenziamento dei percorsi museali, al parco urbano che oggi stiamo fruendo nel loro pieno sviluppo. Si tratta di proseguire su questa strada, rafforzando quello che è un percorso che in questi mesi abbiamo definito all’interno del Patto del lavoro, ovvero ottenere l’insediamento di nuove imprese, anche all’interno dell’area del petrolchimico. Vuol dire fare percorsi sostenibili dal punto di vista ambientale, sia per quanto riguarda le produzioni che per quanto riguarda le tipologie di impianti. Significa ottenere la creazione di nuovi e buoni posti di lavoro, significa una maggior integrazione tra formazione e avvio al lavoro.

MONINI
Il problema è sempre quello del come avviare questa nuova stagione. Con quale strategia, con quali alleati? Con quali fondi?

MODONESI
Rendere attrattivo il nostro territorio per le imprese vuol dire sfruttare a pieno quelle che sono le nostre caratteristiche. Vuol dire avere il coraggio di dire che c’è la necessità di una marcia diversa da parte in modo particolare dello Stato su quelle che sono le politiche di infrastrutturazione. Il tema delle infrastrutture è un tema che c’è. Oggi chi va a Bologna in treno capisce quanto sia necessario avere un potenziamento su quella linea e non solo per quanto riguarda le Frecce o Italo. Per chi va a Bologna oggi in auto sembra di essere su una camionabile: è necessario mettersi in corsia di sorpasso e una volta su due si creano incidenti. Sono interventi non più rimandabili, perché da sempre interventi di questo tipo si collegano con quelli che sono i punti nevralgici dello sviluppo di un territorio.
Vuol dire certamente un maggior coinvolgimento dell’Università, nel rispetto delle sue autonomie. Le Università sono gelose delle proprie autonomie e forse la nostra lo è ancora di altre. E’ giusto che faccia i propri percorsi di sviluppo e di crescita, però c’è la necessità non solo di immaginare un rapporto con l’ente pubblico, un rapporto non semplicemente legato ad una messa a disposizione di servizi. Ci vuole anche qui una programmazione per aiutare gli studenti ad insediarsi in città, dove sicuramente si deve studiare e si deve studiare anche bene, ma si deve offrire a questi studenti di rimanere, una volta che diventano laureati. Quindi se c’è un limite è quello dell’accompagnamento al lavoro. Quindi: più impegno su questo versante dell’Università come del mondo produttivo ,
Facendo campagna elettorale, sto girando il territorio e sto parlando con tanti imprenditori. Mi sono accorto che ci sono, ci sarebbe, necessità di nuove assunzioni. Tante imprese della zona della piccola e media industria hanno bisogno di ingegneri o di personale con alte qualifiche, ma scontano un percorso di inserimento lavorativo molto faticoso, che potrebbe invece essere molto più semplice se strutturato con un dialogo intermedio tra sistema delle imprese e l’Università.

GESSI
Anche l’economia della cultura, cioè tutto l’indotto che vive attorno a ‘Ferrara Città d’Arte e di Cultura’ andrebbe qualificato e potenziato. Ho l’impressione che abbiamo ancora tanta strada da fare.

MODONESI
Hai ragione, c’è ancora un grosso lavoro da fare attorno alla vocazione culturale della nostra città. Noi abbiamo strutturato un progetto organico in questi anni che mirava ad ampliare la presenza turistica a Ferrara. Lo sviluppo del polo museale: il primo è quello dell’arte moderna e contemporanea Diamanti e Massari, il secondo legato al polo di Schifanoia sulle arti antiche, il terzo con il Meis e il quarto legato al Castello. Abbiamo messo in campo idee e progettualità, ed è un’esperienza positiva e che ci viene riconosciuta a livello non solo nazionale ma internazionale. Da Roma abbiamo avuto recentemente alcuni ‘no’, ingiustificati, ma continueremo a insistere, perché bloccare i fondi di questo o quel progetto significa un colpo non solo allo sviluppo della rete museale cittadina, ma allo sviluppo economico complessivo di Ferrara.
Alla fine se vuoi avere più visitatori devi metterli nelle condizioni di avere musei con spazi adeguati con book-shop ecc. E non c’è un museo con questo tipo di ambizione che non abbia accettato la sfida di innestare un pezzo di contemporaneo in quella che è una scrittura storica. Il primo selfie che ci facciamo al Louvre è con la Piramide, il secondo con la Gioconda.

FIRRINCIELI
Vorrei parlare di un’altra vocazione di Ferrara. Di come l’ho vissuta io in tanti anni di attività. Attraverso il mio ruolo ma anche vivendo in prima persona il mondo del volontariato.
La vocazione di Ferrara secondo me, in questo momento, si manifesta molto nel volontariato e nella solidarietà. Io vedo che Ferrara è piena di associazioni, di volontariato, di gente che si dà da fare nel campo sociale, nel settore delle persone con difficoltà, nel settore dell’aiuto agli emarginati. Sul cuore di Ferrara bisognerebbe puntare molto di più. La vocazione di Ferrara è avere un cuore importante, un cuore grande. E questo tipo di vocazione è trasversale a tutto: al mondo della cultura e a qualsiasi altra situazione. Ferrara nel 2030? Mi viene in mente La città volante di Roberto Pazzi: se noi non cerchiamo di radicare un po’ di più la città e la sua Amministrazione alla realtà che le persone vivono ogni giorno, rischiamo di arrivare a quella città volante.

1.continua – leggi qui la seconda parte del dibattito

Ferrara economicamente arretrata? E’ una fake news

Mancano ormai pochi mesi alla scadenza delle elezioni amministrative nel Comune di Ferrara e ancora la discussione stenta a procedere. O meglio: si sente discutere più o meno pubblicamente di possibili liste e candidati, ma rimane ancora molto sottotraccia il merito delle idee o delle proposte da mettere in campo.
Proprio per questo vorrei invece provare a proporre qualche riflessione sulla condizione socio-economica del territorio ferrarese, sulla base di un approccio un po’ diverso da quelli utilizzati in passato.
Si è soliti infatti, ormai da molto tempo, descrivere quello di Ferrara come un territorio economicamente e socialmente depresso, almeno nel confronto con le altre province dell’Emilia-Romagna. Senza dubbio in questa affermazione sta un nocciolo di verità. Tuttavia a me sembra che si sia poco riflettuto, sinora, su ciò che distingue il capoluogo dal resto della provincia. Da questo punto di vista qualcosa di profondo è cambiato rispetto agli anni ’70 e ’80 del secolo scorso.
Oggi, al contrario di quanto alcuni dicono e molti pensano, Ferrara (intesa come capoluogo) non è una città economicamente arretrata, neppure relativamente all’avanzato contesto regionale. Basta guardare i dati ultimi disponibili sui redditi dichiarati, riferiti al 2016: il reddito imponibile per contribuente del Comune di Ferrara (21.933 euro) è più alto di quello medio regionale (21.269), non parliamo di quello medio nazionale, fermo a circa 19.500 euro; è più alto anche rispetto a quello di altri capoluoghi di provincia della regione; ma soprattutto va evidenziato che la differenza tra il reddito imponibile per contribuente del capoluogo e quello del resto dei comuni della provincia (17.626 euro) è la più alta di tutta la regione.
Se guardiamo poi al tasso di occupazione, il 71,6 registrato nel 2017 è largamente superiore non solo a quello medio provinciale (67,6%), ma anche a quello regionale (68,6%) e, ovviamente, a quello nazionale (58%); al contrario risulta praticamente allineato con il tasso provinciale di Bologna, che è il più alto d’Italia dopo quello di Bolzano. Anche da questo punto di vista, quindi, non si può proprio dire che il Comune di Ferrara stia in fondo alla classifica. Inoltre, guardando le serie storiche si nota una certa tendenza al miglioramento, in particolare a partire dal 2013, momento più acuto della crisi, quando cresce il divario tra il tasso del capoluogo e quello del resto della provincia e il primo si allinea progressivamente a quello regionale fino a superarlo.

Fonti: elaborazione su dati Istat e Ufficio Statistica del Comune di Ferrara

E’ chiaro che questo non significa che non ci siano problemi e criticità, peraltro in gran parte simili a quelli del resto dell’economia nazionale e regionale: squilibrio nella distribuzione dei redditi; ampia presenza tra gli occupati di lavoro precario e a part-time; difficoltà ad assorbire uno stock di disoccupati quasi raddoppiato rispetto a quello di 10 anni fa, a causa soprattutto di un forte incremento della forza-lavoro determinato dall’aumento del tasso di attività. E altri se ne potrebbero aggiungere, a cominciare dagli squilibri demografici.
Tuttavia, considerare gli elementi da cui siamo partiti ci consente di porre e di porci delle nuove domande, che riguardano la traiettoria evolutiva della città.
Come si spiegano infatti quei dati?
Un tema chiave è certamente quello della crescente mobilità lavorativa.
Sia i redditi sia il tasso di occupazione fanno riferimento infatti ai residenti, ma non è affatto scontato che l’attività lavorativa sia prestata e i conseguenti redditi siano percepiti nel territorio di residenza.
E infatti nel 2017 dei quasi 60.000 occupati residenti nel Comune di Ferrara, quasi un quarto lavorava fuori dal Comune stesso e la tendenza è alla crescita di questa percentuale, visto che dieci anni prima, nel 2007, essa era ferma al 21,9%1.
E’ molto probabile quindi che la più facile e più veloce mobilità delle cose e delle persone (per non parlare degli asset immateriali) abbia fatto sì che oggi la condizione socio-economica del capoluogo sia molto meno che in passato connessa con quella del territorio della sua provincia e lo sia viceversa molto di più con quella di altre realtà regionali, in particolare con il forte polo d’attrazione rappresentato dal capoluogo regionale, Bologna.
Uno studio presentato l’anno scorso dalla Camera di Commercio di Ferrara e ripreso dall’annuario del CDS indicava in oltre il 30% la percentuale di lavoratori dipendenti di aziende private residenti nel Comune di Ferrara e occupati in altre province, dei quali circa la metà nella provincia di Bologna.
Questo conferma il ruolo centrale che le infrastrutture per la mobilità sempre più rivestono nel determinare le linee di sviluppo dei sistemi territoriali.
Ferrara città gode dunque della fortuna di trovarsi a distanza relativamente breve da un importante polo produttivo e di servizi come quello di Bologna e questo spiega in buona parte i dati positivi da cui siamo partiti.
Naturalmente vedere le cose da questo punto di vista obbliga a riconsiderare questioni centrali nel governo della città ed anche della Regione, per inserire le scelte da fare in futuro dentro una esplicita strategia e un quadro di coerenze conseguenti.
Perché è ovvio che accanto alle opportunità, stanno anche i rischi.
Delle opportunità si è detto: più occupati e più ricchezza.
I rischi possono essere diversi. Uno evidente riguarda una parte del territorio provinciale, che – anche per effetto dello storico deficit infrastrutturale che lo caratterizza – rischia di andare alla deriva: spopolamento, estremo invecchiamento della popolazione residua, riduzione delle imprese attive sono tutte componenti di una spirale recessiva che nell’ultimo decennio ha registrato una decisa accelerazione in alcune aree della provincia di Ferrara ad est del capoluogo.
Un altro rischio, forse meno evidente perché certamente ad uno stadio meno avanzato, riguarda proprio lo stesso capoluogo. Il processo descritto potrebbe infatti indurre nel tempo un indebolimento del suo profilo identitario, trasformarlo in una sorta di periferia metropolitana, quasi indistinguibile da altre periferie. E’ un rischio da non sottovalutare, anche se ad oggi non sembra immanente.
Ma gli anticorpi di Ferrara sono da questo punto di vista sono robusti.
Stanno prima di tutto nel suo patrimonio storico, artistico, culturale, nella sua qualità urbana, nella ricchezza di proposte e di iniziative che ne hanno fatto anche negli ultimi anni in modo crescente meta importante del turismo nazionale ed estero; stanno nella presenza di una piccola ma qualificata università che recentemente ha visto ulteriormente crescere le immatricolazioni; stanno infine nell’insediamento decennale di attività produttive ad altissimo valore aggiunto.
Sono esattamente i fattori identitari che andrebbero preservati e valorizzati nel momento in cui si delinea nei fatti l’esistenza di una vasta area subregionale integrata dal punto di vista sociale ed economico, un processo già ad uno stadio avanzato e a cui comunque sarebbe disastroso opporsi in nome di un riflesso difensivo e di un neo-campanilismo corporativo.

Nuove linee di rottura globale

Molte sono le etichette che vengono usate per evocare sinteticamente la natura della società nella quale viviamo e cercare di catturarne lo spirito sfuggente. Società dell’informazione, società post-industriale (D.Bell, A.Touraine), società del rischio (U.Beck, 1986), società digitale, network society; società a capitalismo avanzato, post-moderna (J.F.Lyotard), liquida (Z.Bauman), post-materiale; società della paura, del benessere, del consumo, società dei controlli (M.Power), società aperta (K.Popper), della comunicazione, dei servizi e del terziario avanzato; società multietnica, multiculturale, opulenta (J.K.Galbraith), società tecnologica, sono solo alcune delle definizioni di uso comune: ognuna di esse illuminando alcuni aspetti in modo selettivo altri ne oscura; tutte hanno qualche margine di sovrapposizione reciproca, ognuna evoca uno stato di fatto e lascia immaginare uno stato futuro possibile, ora temuto ora auspicato.
Dietro ad ognuna vi sono studi seri e riflessioni ponderate, concetti, ricerche, libri e pubblicazioni, che pochissimi hanno letto; vi sono sforzi per costruire, sistematizzare ed organizzare dati e conoscenze in modo organico e comprensibile,
Qualunque sia l’etichetta che scegliamo per orientare la nostra descrizione del mondo qualcosa resta sempre fuori; malgrado e forse a causa del quotidiano bombardamento di informazioni, resta sempre un’ansia, un timore che qualcosa sfugga, un sospetto che qualcosa non funzioni come dovrebbe e come ci raccontano; viviamo infatti in un mondo che ci appare sempre più globalizzato, sempre più uniformato dal consumo, ma allo stesso tempo sempre più caratterizzato da esplosive diversità; un mondo in cui crollano dall’oggi al domani equilibri che sembravano consolidati e dove, contemporaneamente, si creano inattese costellazioni di senso; un mondo caratterizzato da pressioni opposte che sfidano ogni semplificazione e minacciano ogni sicurezza riposta in quel che sembrava assodato; pressioni che rendono obsoleto molto di quel che si credeva di sapere e che pareva sufficiente per condurre la propria vita in modo ragionevolmente positivo. Un mondo attraversato da gravi fratture.
Vi è innanzitutto una clamorosa frattura demografica tra quella parte del mondo più ricca e maggiormente tecnologizzata, che offre più tutele in termini di diritti e accesso ai consumi e l’altra parte del mondo, composta da quei paesi poveri, che fino a non molto tempo fa, si sarebbero chiamati del terzo e quarto mondo o in via di sviluppo.
Il primo gruppo è caratterizzato da una decrescita demografica che può essere ben sintetizzata dal tasso di fecondità inferiore a 2 figli per donna (in Italia 1,3) e dal contemporaneo invecchiamento della popolazione dovuto anche all’allungamento sensibile della aspettativa di vita (In Italia 83,8 anni per i maschi e 85,8 per le femmine); la decrescita demografica sta cambiando la composizione della popolazione con gravi ripercussioni anche sui sistemi previdenziali che si fondano ancora sul vecchio presupposto ormai inattuale dell’aumento della popolazione e dell’ampia disponibilità di lavoro regolare.
Il secondo gruppo è caratterizzato invece da tassi di fecondità che oscillano tra 4 e 7 figli per donna, con una crescita annuale di popolazione dell’ordine del 2-3% che porterà in pochi decenni a raddoppiare la popolazione di quei paesi, malgrado i più alti tassi di mortalità e l’aspettativa di vita decisamente più bassa.
Con una popolazione mondiale in crescita che ha superato i 7,6 miliardi (nel 1950 era di 2,5 miliardi) questa grande linea di rottura rappresenta un problema gravissimo, forse il più grave ed urgente da affrontare nei prossimi anni. Un simile squilibrio, in via di costante aggravamento è sicuramente destinato a produrre esiti che potrebbero essere catastrofici e difficilmente immaginabili. Malgrado numeri così grandi rendano improponibili confronti con il passato, la storia lascia intendere infatti che gli squilibri demografici sono spesso associati a grandi carestie, guerre, distruzioni di intere civiltà e sconvolgimenti tali da causare rivoluzioni incontrollabili.
In tale contesto emerge una forte polarizzazione tra due modi opposti di riproduzione: da un lato le persone che vivono in una cultura occidentalizzata, in un ambiente sempre più artificiale e tecno-scientifico largamente basato sul consumo, dove la procreazione di un gran numero di figli non è più né un valore né una necessità e dove il tasso di fertilità delle coppie si è di molto abbassato negli anni; un ambiente culturale dove anche la procreazione è sempre più mediata ed assistita dalle tecnologie bio-riproduttive e la scelta del figlio sembra sempre più connessa a vincoli di ordine economico.
Dall’altro le persone che vivono nei paesi più poveri dove le culture che regolavano le nascite sono state distrutte e sostituite dal mito del consumo occidentale, senza che questo fosse accompagnato dalla costruzione di apparati statali in grado di offrire servizi alla popolazione e di lanciare una seria politica di controllo delle nascite. Un ambiente dove le persone per credo, volontà ed energia – forse per ignoranza – sembrano ancora orientate a figliare massivamente incuranti della scarsità e dei rischi.
Vi è poi una seconda drammatica linea di frattura che accompagna la globalizzazione forzata in quasi ogni parte del mondo. Essa si manifesta in un processo di veloce riallocazione delle risorse e delle ricchezze verso il vertice della piramide sociale, verso le grandi corporation private transnazionali e multinazionali, verso le grandi banche e i grandi possessori del capitale globale. Un processo che va di pari passo con l’impoverimento e indebitamento degli stati, con la perdita dei beni comuni e con l’impoverimento sistematico delle classi medie e lavoratrici. La concentrazione della ricchezza verso l’alto è un processo che dura da anni ed è in ulteriore accelerazione: secondo alcuni osservatori 1% della popolazione più ricca possederebbe la stessa ricchezza posseduta dal rimanente 99% della popolazione.
Il capitalismo neoliberista finanziarizzato responsabile di questo processo negli ultimi decenni è ben più di una filosofia economica; esso è un potentissimo ordinatore culturale capace di cambiare nel profondo le persone e le società, corrodendo in modo irreparabile qualsiasi tipo di cultura. La sua capacità di estrarre valore attraverso l’uso disinvolto della finanza è straordinaria; altrettanto potente è la sua capacità di far aumentare i consumi sia conquistando nuovi mercati sia inducendo nuovi e impensabili bisogni.
Il divario crescente tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri e numerosi, taglia orizzontalmente quasi tutte le nazioni: quelle dove questa disparità è sempre stata la norma, come quelle dove l’esistenza di una folta classe media aveva garantito una certa redistribuzione della ricchezza nell’ultimo periodo di prosperità della società industriale.
L’élite globale che ha drenato le ricchezze è a sua volta, fortemente stratificata al suo interno: al vertice vi si trovano le famiglie storiche che hanno in mano le risorse e le leve finanziarie a livello globale, i grandi capitalisti proprietari di banche e fondi pensione, gli speculatori globali di più recente accesso, i membri dei consigli di amministrazione delle aziende multinazionali di ogni settore e, a scendere, i grandi manager e i grandi burocrati pubblici e privati. Assai verosimilmente, è nei vertici inaccessibili di questi gruppi – che nessuno ha eletto e controlla con procedure democratiche – che vengono prese le decisioni più grandi che condizionano stati e popoli interi, e ipotecano il futuro di tutti.
Al livello più basso di questa élite internazionale sta forse quella classe creativa transnazionale composta da scienziati, professionisti, alti burocrati, ricercatori, gente di comunicazione, sportivi ed artisti di grande successo, imprenditori: gente che si distingue per relazioni, conoscenze capacità tecniche e linguistiche e per il reddito – comunque infimo rispetto ai vertici della piramide – che ne fanno la nuova élite lavorativa globale.
Caratteristica mediamente comune a tutti è l’indifferenza rispetto alle questioni di nazionalità, etnia, razza, religione, cultura, tradizione, radicamento locale. Si tratta di gruppi tendenzialmente apolidi dotati delle risorse per essere “cittadini del mondo” – almeno se considerati nella prospettiva delle vecchie nazionalità – che si pongono e si sentono in posizione sopraelevata rispetto alle masse con le quali intrattengono scarsi legami.
Queste due grandi fratture si manifestano nel quadro dei limiti ecologici che caratterizzano il pianeta terra e i suoi delicati equilibri indispensabili a mantenere la vita in tutte le sue forme.Tali limiti non riguardano solo il rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale dal quale trae direttamente o indirettamente l’indispensabile per vivere, ma anche i rapporti tra gruppi organizzati di persone che vivono in specifici ambienti strutturati.
Tra questi limiti e quelle fratture di cui è urgente prendere consapevolezza, bisogna trovare soluzioni – ammesso che qualcuno non abbia già deciso per tutti – e creare nuovi orizzonti di senso (un compito che tocca ad ognuno di noi): una sfida che non ha precedenti nella storia e dagli esiti imprevedibili.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La cultura del futuro

“Che città è questa? È la Città del Tutto? È la città dove tutte le parti si congiungono, le scelte si bilanciano, dove si riempie il vuoto che rimane tra quello che ci si aspetta dalla vita e quello che ci tocca?”
È “Il castello dei destini incrociati” di Italo Calvino. In una città i destini sono sempre incrociati, si incrociano e questo è il senso più vero di abitare una città. Interrogarsi su cosa sia “il vuoto che rimane tra quello che ci si aspetta e quello che ci tocca”. Credo che forse, quel vuoto, è il futuro possibile, non quello probabile, ma quello possibile. Quello che nessuno più racconta.
C’è qualcosa che la politica, questa forma che abbiamo dato al nostro stare insieme, non sa più fare: immaginare il futuro, non ciò che è probabile, ma ciò che è possibile. L’etica della possibilità. La politica è chiamata a rispettare “l’etica della possibilità”, perché questo è il patto su cui ancora può reggere ogni cittadinanza.
Di fronte all’ineludibile angoscia del tempo, questa del futuro è una questione seria, perché nessuno ci può privare dell’appuntamento con la speranza, dell’appuntamento con le nostre aspirazioni, è tutta qui la forza della vita.
Il futuro è il più grande fatto culturale del nostro tempo, ha scritto l’antropologo indiano Arjun Appadurai. Un tempo che non ha il futuro è senza tempo.
Cresciamo che la cultura è sempre coniugata al passato: tradizioni, abitudini, patrimonio, costume, retaggio. Così la cultura si fa barriera, limite, esclusione, ostacolo.
Il futuro è la dimensione più trascurata della cultura. Se la cultura non guarda lontano non è cultura, la cultura non è fatta per continuare a guardarsi alle spalle, la cultura è cultura se sa costruire orizzonti, se sa immaginare, se sa produrre respiri ampi.
Il fatto è che quando la cultura viene coniugata al futuro si chiama sviluppo, così cede il posto all’economia che è diventata la sola scienza del futuro, espropriandoci delle nostre vite, portandosi via le nostre aspirazioni, i nostri progetti. Ecco come siamo stati scippati del futuro, della capacità di avere aspirazioni, d’essere uomini costruttori di futuro, di futuri come fatti culturali.
Il futuro non può che essere il trauma dei nostri presenti, se non vogliamo rimanerne schiacciati e paralizzati. Per dirla con Amartya Sen, la fioritura delle persone ha come concime la libertà di svilupparsi pienamente, affermando la propria dignità, valorizzando i propri talenti, ha la sua cittadinanza a partire dal poter immaginare futuri possibili.
L’età della diffusione delle conoscenze e delle competenze non può tradire l’aspirazione che ognuno porta di realizzare se stesso più delle epoche che ci siamo lasciati alle spalle. Da questo punto di vista ognuno di noi ha il proprio archivio con cui immaginare il futuro, con cui negoziare l’attesa del futuro.
Ma alla politica spetta il compito di creare le condizioni per rendere il cambiamento sempre possibile, coinvolgente e partecipato. Spetta di sviluppare modi di pensare, sentire e agire che amplino gli orizzonti della speranza, espandano il campo dell’immaginazione, generino maggiore equità nella capacità di aspirare. Non può vendere illusioni, come non può soffocare le aspirazioni. Nella nostra storia le città sono sempre state il luogo della realizzazione ideale delle aspirazioni degli uomini.
Abbiamo bisogno di ritornare alla città, alla cultura urbana come cultura della prossimità, della condivisione, del patto di cittadinanza, dell’apertura all’altro, del protagonismo nel cambiamento che si traduce in iniziative molteplici e diversificate, perché una città è sempre un organismo che palpita.
La democrazia è chiamata a tradursi nella pratica quotidiana della speranza, degli orizzonti da conquistare, uscire dalle nostre soggettivizzazioni per costruire insieme la cultura del futuro in una città policentrica e polifonica. Cucire il tessuto del futuro con il filo delle idee, della cultura e dell’immaginazione, collettivamente prima ancora che individualmente.
Le nuove generazioni sono di “nativi interculturali” e da questo non si torna indietro, come non si torna indietro dalla pluralizzazione degli stili di vita, dalle contaminazioni, perché questi sono già gli scorci più promettenti di una cultura del futuro.
L’uomo abita e trasforma il mondo con la cultura, con la cultura gli assegna senso, la cultura è la dimensione imprescindibile dell’agire sociale, della convivenza, della trama delle relazioni entro cui costruiamo la nostra esistenza come singoli e come collettività.
Chi non è capace di cultura del futuro è spento, promette solo il buio. Noi siamo nati per vivere nella luce delle nostre città che devono tornare a risplendere in questo millennio che promette di essere il millennio delle città.

Crescita illimitata in un ambiente finito: non è un problema di economia ma di demografia

Si parla troppo e male di terrorismo, di economia, di finanza, di conquiste tecnologiche, di guerre, di politica politicante, di migrazioni e di catastrofi naturali o prodotte dall’uomo. La questione popolazione mondiale, invece, sembra restare fuori dall’agenda internazionale malgrado sia assolutamente centrale: a un tempo causa di enormi problemi in molte parti del mondo ed effetto di politiche e strategie geopolitiche fallimentari o semplicemente inesistenti.

Le dinamiche demografiche a livello mondiale e le conseguenti migrazioni, rappresentano forse il problema più grande del presente e del prossimo futuro, poiché sono direttamente collegate ai temi ambientali, energetici, agricoli, geopolitici, sanitari, economici, industriali e militari. La popolazione mondiale si sta avvicinando ai 7,5 miliardi con squilibri spaventosi nei tassi di natalità (e mortalità), che stanno destabilizzando ogni forma di equilibrio demografico e, di conseguenza, politico e sociale. E’ un dato rivelatore se lo si confronta con quello del 1972 (il mondo aveva allora 3,8 miliardi di abitanti), anno in cui uscì il celebre rapporto del Club di Roma sui limiti dello sviluppo, rapporto che fece il giro del mondo, suscitando infinite discussioni nel grande pubblico e mai sopite polemiche, sia a causa degli scenari che paventava, sia per effetto delle soluzioni che proponeva. Visti gli attuali risultati demografici e le risorse impegnate in oltre quarant’anni di ricerche e interventi (da governi, organizzazioni sovranazionali, Oms, ong, oltre che dalle immancabili multinazionali) si tratta di un fallimento epico a livello globale. Malgrado l’enorme numero di aborti, la diffusione della contraccezione, l’introduzione della pianificazione familiare, malgrado guerre, pandemie, malnutrizione, fame e carestie, la popolazione mondiale è semplicemente raddoppiata in meno di 50 anni.
Dunque, con buona pace degli ‘ottimisti razionali’ e dei ‘teorici del nuovo ordine mondiale’, non sembra azzardato affermare che a livello demografico complessivo, la situazione sia andata totalmente fuori controllo: un dato estremamente inquietante se si considera che, in tutta la storia dell’uomo, agli squilibri e alle forti tensioni demografiche, sono sempre state associate grandi catastrofi. E’ pur vero che molte previsioni pessimiste, da Malthus a Ehrlich, non si sono (per ora) realizzate, poiché la capacità creativa umana, manifestata attraverso i prodotti e i servizi della tecno-scienza, ha consentito finora di cambiare le condizioni limitanti (una per tutte la quantità della produzione agricola) che davano senso a quelle previsioni; ma l’enorme e squilibrato incremento demografico cambia a sua volta i nuovi e precari equilibri consumando a ritmo esponenziale lo stock di risorse interconnesse sulle quali si regge la vita del pianeta e dell’uomo.

Anche l’attuale sistema economico globale, che ai miliardi di persone che abitano il mondo dovrebbe garantire almeno la copertura dei bisogni fondamentali, sembra trascurare ogni limite e pare muoversi esclusivamente in base alle proprie regole di funzionamento interno (autoreferenza), caratterizzate dall’assioma della crescita illimitata, dal teorema della massimizzazione del profitto nel breve periodo, dalla eliminazione coatta di ogni barriera al libero flusso di capitali, merci e persone. E’ un dato di fatto che il sistema produttivo globale, già dagli anni settanta del secolo scorso, ha raggiunto una capacità produttiva tale da superare la domanda; quest’ultima è di fatto promossa dal marketing attraverso la creazione sistematica di nuovi bisogni ed è sostenuta dalla riduzione della durata di vita dei prodotti (obsolescenza programmata) e dall’accorciamento del loro ciclo di utilizzo (moda). Accanto all’enorme produzione, esso genera enormi esternalità che intaccano i beni comuni e corrompono la fiducia necessaria al suo stesso funzionamento. Malgrado gli indubitabili progressi materiali il sistema, fondato sul mercato e sulla competizione, non è in grado di redistribuire la ricchezza generata ne di allocare equamente i beni e i servizi prodotti, come ampiamente dimostra la contemporanea ed enorme crescita di patologie associate da un lato al iperconsumo e, dall’altro alla carenza di beni essenziali. In tale quadro, il sistema produttivo globale trova proprio nella esplosione demografica dei paesi più poveri una giustificazione di ordine morale per continuare la sua crescita ipertrofica e una ghiotta opportunità per trovare nuovi mercati e nuovi consumatori.

Ci si trova dunque in una situazione del tutto nuova e particolare almeno per l’ampiezza con cui si manifesta: in un ambiente finito (il pianeta terra) una specie biologica (l’uomo) cresce esponenzialmente di numero e in modo assolutamente squilibrato a prescindere da ogni limite ecologico, mentre il sistema economico (che trasforma materie prime in beni scambiabili e consumabili) deve parimenti continuare a crescere, in ottemperanza agli assiomi quasi religiosi che presiedono al suo stesso funzionamento. E’ un’intera cultura che sostiene questo tipo di visione: molte persone sono convinte infatti della necessità della crescita demografica e ancora più persone sono convinte dell’assoluta necessità della crescita economica. I primi, in nome di astratti principi religiosi (“moltiplicatevi, diffondetevi e dominate la terra”), di più ingenue credenze umanistiche (“c’è spazio per tutti, la terra è grande”) o considerazioni geopolitiche (“il numero è potenza: bisogna fare più figli per non venire invasi da altri popoli o etnie più prolifiche”). I secondi, in nome di principi economici assunti fideisticamente (“le ferree leggi naturali (!) scoperte dalla scienza economica”) o di presunti valori sociali umanistici (“bisogna crescere per sostenere il welfare, pagare le pensioni e vincere la povertà”) o di premesse filosofiche indimostrabili (“la mano magica del mercato, il valore assoluto della competizione, l’esistenza certa di una one best way”). Non sfuggirà certo, al lettore più attento, l’inquietante risonanza di alcuni di questi assunti con tesi e teorie che hanno caratterizzato alcune delle fasi più drammatiche e buie del secolo scorso.

L’integrazione di queste due tendenze è assolutamente esplosiva per il sistema terra e i suoi delicati equilibri. Vi è infatti una parte di mondo, quella più ricca e tecnologicamente progredita, quella che sulla crescita e il consumo ha costruito il proprio dominio materiale, dove la crescita demografica si è fermata mentre si allunga per i singoli l’aspettativa di vita; è qui che gli spiriti più visionari intravedono negli sviluppi della tecno-scienza la possibile fine della biblica punizione del lavoro e la liberazione definitiva dalle catene del bisogno; ma è sempre qui che vaste fette della popolazione, stordite da decenni di consumismo, non riescono più a dare senso alla vita e a concepire un futuro possibile; ed è ancora qui che si trova il centro dal quale irraggia la religione della crescita illimitata, del mercato globale e della competizione continua, che viene diffusa al resto del mondo.
Vi è un’altra parte del mondo, quella più povera e meno progredita secondo gli standard occidentali, quella che possiede gran parte delle risorse indispensabili al primo mondo, quella sfruttata e allo stesso tempo dedita all’emulazione dei modelli occidentali di cui è spesso succube, dove la crescita demografica è invece assolutamente esplosiva e francamente preoccupante soprattutto nella zona dell’Africa sub sahariana dove il numero medio di figli per donna è superiore a 5,1 (secondo le stime del word fertility report dell’UN).

Quel che sta succedendo in Italia negli ultimi anni, è esemplare di questa tensione e dell’inconsistenza dei dispositivi attraverso i quali il problema demografico potrebbe e dovrebbe essere affrontato. L’Italia è caratterizzata infatti da un sensibile calo di natalità e da un complessivo invecchiamento della popolazione. Un dato che viene letto come molto negativo mentre potrebbe rappresentare invece il raggiungimento, del tutto positivo, di un nuovo equilibrio demografico in un ambiente di vita già largamente artificiale. Anche in questo caso tuttavia la popolazione sta aumentando per effetto delle quote migratorie crescenti. Ed è proprio il fenomeno migratorio, coniugato alla crisi economica, che mette in drammatica evidenza, inserendolo nell’esperienza personale di ognuno di noi, il problema demografico di cui moltissimi, troppi, non hanno mai avuto alcuna contezza: ora esso è clamorosamente sotto gli occhi di tutti, ed ognuno ne interpreta ampiezza, cause ed effetti a modo suo. Malgrado questo, sembra mancare, a livello politico, ogni volontà di riflettere collettivamente su tali questioni spinose quanto complesse e tutto viene soffocato da un vacuo buonismo, da una retorica politicamente corretta, da un vago disinteresse. Eppure, malgrado i vincoli demografici ed economici non vengano presi sul serio nella pubblica discussione (che dovrebbe essere l’anima della democrazia), nessuno può negare che esista un limite al numero di persone che la terra è in grado di sostenere, così come c’è un limite al numero di persone che possono vivere insieme, pacificamente, in uno specifico ambiente: la questione semmai è capire l’ampiezza di questi limiti. Molti scienziati (e molti pessimisti) sono convinti che essi siano già stati abbondantemente superati.

BORDO PAGINA
La “Krisis” contemporanea secondo Mauro Casarotto

Mauro Casarotto – Krisis. Che cosa nasconde la più grande crisi del mondo occidentale (Armando editore)

(Dalla Scheda Editoriale) “Questo non è solo un altro libro sulla crisi economica. Avete mai provato ad immaginarvi questa crisi come un albero? Un grande albero di cui ci attraggono le foglie, di cui vediamo anche rami e tronco ma di cui non ci siamo mai spinti a cercare le radici? In questo libro troverete tante domande e anche qualche possibile risposta su cosa si nasconde alle radici di KRISIS e su quello che ci aspetta (o forse no) nel prossimo futuro. Dopotutto, se non si capisce e individua il male, non si può procedere con la cura”
Mauro Casarotto, da sempre interessato di Politica e Sociologia, si è laureato all’Università di Padova in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali grazie alla tesi Riforma della Nazioni Unite: Europa e Stati Uniti a confronto.

Recensione: L’incipit di cui sopra è già tutto un programma: spicca poi nel volume certa verità verosimile indicibile nel dibattito generale, altrove, sorta di talk show coazione a ripetere, meccanismo depistante con magari figure e scenari insospettabili ben noti/e: giornali, economisti, banche e banchieri e agenzie finanziarie varie, televisioni, riviste radical chic specializzate, i soliti ignoranti politicanti, leaders di stato inclusi, docenti universitari inclusi: la celebre società dei simulacri non stop cara a Baudrillard, anni 80!!!
La cosiddetta crisi contemporanea, economica, è una crisi strutturale e – quasi ovunque – parole e ricette (milioni di milioni) mirano non a soluzioni possibili, ma a perpetrare l’inganno globale; quel che pochi ammettono è la strategia prevalente: non solo almeno un perverso business plan cospiratorio pianificato e intenzionale, soprattutto logiche misconosciute del cosiddetto inconscio collettivo o sociale. I protagonisti, banche incluse, sono in buona fede, sono semplicemente credenti 2.0, clamorosamente non molto diversi da certe sette new age attuali, in certo senso.
Il grave baco è la rimozione della crisi strutturale, vista come crisi ma orizzontale e diacronica, non verticale e sincronica, un poco come l’astrologia…
L’astroeconomia… come assioma e poi si discute, quasi ovunque, come di congiunzioni o congiunture astrali, previsioni allieneamenti di pianeti chiamati Wall Street, borsa di Tokio o Milano e così via….
Un tempo il liberal capitale era all’avanguardia produttiva e tecnologica: Bell inventa il telefono e pochi anni dopo la nuova tecnologia invade il Mercato, capitani d’industria subito predatori e – piaccia o meno – sviluppo economico, nuovi orizzonti in progress. Nel turbocapitalismo attuale, paradossalmente le auto elettriche e l’energia solare sono subordinate e business plan quasi ventennali già operativi ancora per le auto e il gas/nucleare… “primitivi”: e il Sistema come un Computer va in crash o funziona invaso da virus e spyware.
Iperboli ovviamente, ma indicative sullo stato delle cose: ovvero il computer world in mano a una generazione paleocapitalistica debole (managers strapagati inclusi) priva persino di sano egoismo prospettico!
Casarotto appartiene invece a quella non marginale, neppure esoterica, ma concreta schiera di scienziati sociali che sognano la società della conoscenza: non utopia astratta, ma scenari d’indagine pluridecennale, pure attraversati nei dibattiti, a volte persino nelle stanze dei bottoni, più o meno come consulenti ecc., ma poi assimilati, nella migliore delle ipotesi, da Politicanti e esperti vari convenzionali sempre rimuovendo la struttura, il registro del sistema, l’hardware fondamentale.
Emergerebbe un conflitto d’interesse persino epistemico e anche generazionale ormai: molti non adatti per storie personali e culturali (ancora novecentesche pre rivoluzione elettronica, pre emergenza relativa ecologica) a pilotare la Macchina nel XXI secolo, urgente una rifondazione, anche letterale con nuove unità umane.., del … Sistema e in tutte le sue macchine pragmatiche operative…
Splendida la metafora dell’albero, ecotecnologica, la rimozione, come accennato, delle radici, quasi codice criptato dell’autore nella disanima della crisi Krisis in corso: non ultimo, persuasive le ricette prossimo venture immediate, segnalate, più o meno al passo con parallele analisi pure molto note fin dal secondo novecento, in ambito conoscitivo e futuribile, originalmente rilanciate e aggiornate con visioni postcapitaliste coraggiose, di matrice ecosociale, ma una ecologia scientifica, oltre il minimalismo, secondo noi, deteriore di un Latouche e certo fuorviante Ismo ecologico, se essenziale, anziché variabile nel discorso.
Nuovi input invece, al di là di certa cifra anche disincantata (e molto brillante), terribilmente pragmatici destinati a salti anche quantici nelle stesse stanze dei bottoni o pulsanti (come accennato) dell…Onu, l’Unione Europea, gli Stati Uniti stessi: quasi una ricerca, per salvare l’Impero, di un impero interiore?
INFO ed Estratto
http://www.armando.it/krisis8680

LA RIFLESSIONE
Europa e burocrazia

di Grazia Baroni

La parziale bocciatura della riforma Madìa della Pubblica Amministrazione rende evidente quanto la riforma costituzionale, se pur imperfetta, sia necessaria e vitale per lo sviluppo dell’Italia a prescindere dal risultato referendario del 4 dicembre. Quando la Corte Costituzionale ha fermato la riforma Madìa, che poneva un limite temporale alle dirigenze delle amministrazioni e di fatto creava i presupposti per aumentare la produttività e l’efficienza della pubblica amministrazione, si è resa palese la volontà dei burocrati di difendere i propri privilegi, altrettanto ha fatto con vigore nella campagna per la bocciatura della riforma costituzionale, mostrando la potenza della struttura burocratica nei suoi propositi di autoconservazione.

D’altronde, votare Sì al referendum avrebbe rappresentato un tentativo di dare stabilità all’Italia e soprattutto all’Europa creando un dilemma per coloro che hanno votato, perché questa Europa, nella forma in cui si sta delineando, non piace quasi a nessuno, se non a chi si sta avvalendo di questa realtà per occupare un posto di lavoro che è anche prestigioso e ben remunerato. Oggi sappiamo come sono andate le cose e la fragilità dell’Unione Europea è proporzionalmente maggiore.

Il dilemma, però, oggi ancor più di ieri, rimane: come cambiare questa Europa senza distruggerla?

E perché non piace questa Europa? Sostanzialmente perchè si fa riconoscere dalla cittadinanza dei singoli Stati europei solo attraverso le regole procedurali emanate dal Parlamento che sono vincolanti a tal punto da finire per ingessare la sua economia impedendone lo sviluppo. Però, nonostante questo, gli Stati Nazionali si affidano a tale struttura burocratica proprio perchè non si fidano gli uni degli altri. La burocrazia porta alla deresponsabilizzazione e riduce al minimo le differenze; le caratteristiche nazionali che sono la ricchezza dell’Europa vengono appiattite togliendo il senso stesso del progetto europeo. Di questo si fanno forti le destre che infatti ultimamente stanno prendendo potere in Europa.

Purtroppo il Parlamento Europeo non ha un mandato legislativo non essendoci uno Stato d’Europa, può solo svolgere funzione di controllo su ciò che la Commissione Europea promulga e che non sono mai direttive finalizzate a creare lo sviluppo armonico di uno Stato unitario e democratico ma linee di confine per compromessi produttivi e commerciali tra Stati in competizione tra loro e unici veri mandatari di deleghe popolari elettive, quindi gli unici legittimati democraticamente a scelte politico- economico – sociali vere e proprie.

Il risultato è che l’Europa esiste soltanto in quanto burocrazia e in quanto tale non può essere democratica (lo dice la parola stessa: burocrazia è il potere delle procedure, non del popolo) e questa realtà è dovuta al fatto che ciascuno Stato Nazionale, nonostante due guerre mondiali e decine di milioni di morti, non sia ancora capace a cedere la propria a sovranità per un progetto più ampio e più adeguato ai tempi come sarebbe lo stato democratico degli Stati Uniti d’Europa. Uno stato che vada oltre ai nazionalismi e che possa rappresentare una nuova realtà politica, progettata interamente dal nuovo a partire dalla sua struttura amministrativa. Una struttura amministrativa fondata sul concetto di democrazia, intesa come libertà personale in uno spazio di libertà comune, che si sostituisca a quella attuale burocratica e massificante che identifica la democrazia con l’omologazione; questa sarebbe l’unica vera sfida per iniziare il terzo millennio, in modo democratico in un mondo globale.

Sarebbe il primo passo per un cambiamento universale perchè si può constatare oggi che il problema della burocrazia come struttura organizzativa delle società odierna, invece di facilitare il cambiamento e lo sviluppo, tende a frenarli, a creare una sempre maggior corruzione e a sostituirsi al potere legislativo politico in tutti gli stati, siano essi monarchie, repubbliche o dittature.

Questo accade perché, guardando la storia della burocrazia, si rende evidente come essa sia nata a servizio della monarchia assoluta. All’epoca è stata molto efficacie e funzionale, ma con l’evolversi delle forme di governo, dalla monarchia parlamentare alla repubblica, non si è rinnovata se non nella razionalizzazione delle sue procedure grazie alle quali è diventata sempre più pervasiva e invasiva senza deviare dalla sua funzione di organo di controllo.

In uno stato veramente democratico, la burocrazia dovrebbe essere sostituita da una Pubblica Amministrazione la cui definizione descriva lo scopo gestionale dell’organizzazione della quale sarebbe la struttura, cioè la democrazia parlamentare.

Per realizzare un cambiamento di tale portata è necessario riflettere su alcune questioni:
• Cosa è la burocrazia e a cosa serve?
• Cos’è l’amministrazione e a cosa serve?
• Burocrazia e democrazia possono convivere o sono antagoniste?
• Uno stato ha necessariamente bisogno della burocrazia?
• Come trasformare l’esoscheletro da scarafaggio Kafkiano nel quale ci troviamo prigionieri in endoscheletro di un organismo libero e capace di trasformarsi?

La questione è importante e complessa, richiede una collaborazione di creatività, un dialogo tra ipotesi perciò sento la necessità di condividere tali interrogativi e riflessioni.

Chi è Grazia Baroni – brevi note biografiche
Grazia Baroni, nata a Torino nel 1951. Ha ottenuto il diploma di liceo artistico e l’abilitazione all’insegnamento. Laureata successivamente in architettura, ha insegnato per decenni e con passione disegno e storia dell’arte nella scuola superiore di secondo grado, cercando di coniugare l’arte con la vita e la coscienza. Ha partecipato alla fondazione della cooperativa Centro Ricerche di Sviluppo del Territorio (CRST) e collaborato ad alcuni lavori del Centro Lavoro Integrato sul Territorio (CELIT). E’ socia e attiva collaboratrice del Centro Culturale e Associazione Familiare Nova Cana da decenni.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
L’indice della felicità

Che non si viva solo di prodotto interno lordo ormai è risaputo nonostante la sua tenace resistenza. Un po’ meno conosciuto è il rovesciamento del mondo se si cambia prospettiva, se la prospettiva è quella dell’Happy Planet Index. L’indice della felicità da nessuno promessa, perché si sa che la felicità non è di questa Terra, condanna biblica ancestrale, ma guarda caso la felicità si può e si deve perseguire.
Il Costa Rica, il Messico, il Vanatu e la Tailandia sono in cima alla classifica dell’Happy Planet Index 2016. Paesi occidentali considerati a livello mondiale come i più ricchi e benestanti si collocano invece molto in basso. Al contrario, diversi paesi dell’America Latina e della regione Asia-Pacifico sono ai primi posti per aspettative di vita relativamente alte e condizioni di benessere con un basso impatto ambientale.
L’Happy Planet Index (HPI) misura ciò che conta: il benessere sostenibile per tutti. Ci dice quanto bene le nazioni stanno operando per il raggiungimento di una vita lunga, felice e sostenibile da parte dei loro cittadini.
L’Happy Planet Index fornisce una bussola per guidare le nazioni, e dimostra che è possibile vivere una vita buona senza depredare la Terra.
L’Happy Planet Index combina quattro elementi per calcolare l’efficienza con la quale gli abitanti dei diversi paesi utilizzano le risorse ambientali per garantirsi una vita lunga e felice: il benessere, l’aspettativa di vita, la disuguaglianza dei risultati, l’impronta ecologica.

Happy Planet Index formula:
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Il mondo non è certo felice e la felicità è sempre meno nella prospettiva delle persone, recenti indagini rivelano che la maggioranza delle persone sia negli Stati Uniti che in Europa pensa che la loro vita non stia migliorando. All’orizzonte dei paesi dell’opulenza non c’è la felicità, ma crisi, instabilità, disuguaglianze sempre più crescenti e la sfida onnipresente del cambiamento climatico.
Una causa di tutto ciò è la priorità testarda data al PIL, alla crescita economica come obiettivo centrale dei governi.
In effetti, la crescita del PIL di per sé non significa una vita migliore per tutti, in particolare nei paesi che sono già ricchi. Non riflette le disuguaglianze nelle condizioni materiali tra le persone in un paese. Non esprime il valore delle cose che contano davvero per la gente come le relazioni sociali, la salute, il loro tempo libero. E soprattutto, una crescita sempre più economica non è compatibile con i limiti delle risorse naturali.
L’Happy Planet Index è una visione alternativa, ci fornisce un quadro più chiaro della vita delle persone. Lo fa misurando quanto tempo la gente vive, come le persone stanno vivendo le loro vite, catturando le disuguaglianze nella distribuzione delle risorse senza fare affidamento sulle medie.
Nell’Happy Planet Index l’Italia si colloca al sessantesimo posto su centoquaranta paesi del mondo. Alta aspettativa di vita, tra le più alte nel mondo, dopo il Giappone, punteggio medio in materia di benessere, ma ciò che incide come per tutti i paesi sviluppati è l’impronta ecologica, la cura per la tutela dell’ambiente, il suo sfruttamento per produrre ricchezza che ci vede in profondo rosso, in compagnia con la Svezia che pur avendo indici eccezionali per aspettativa di vita, benessere, equità sociale ha un altissimo indice di impronta ecologica.
Le nazioni occidentali ricche registrano livelli alti di speranza di vita e di benessere, ma non raggiungono complessivamente punteggi elevati nell’Happy Planet Index a causa dei costi ambientali che comporta il loro sviluppo economico. Gli Stati Uniti si collocano a 108 posti di distanza dal primo della classifica che è il Costa Rica, totalizzano un punteggio abbastanza alto per aspettativa di vita e benessere, ma con una impronta ecologica che è una delle più pesanti del mondo.
Ciò che emerge dall’Happy Planet Index è ciò a cui accennavamo all’inizio, l’idea di un capovolgimento del mondo, dei nostri punti di vista, paesi distanti da noi, dalle nostre culture, da come siamo stati abituati a leggere il mondo ci offrono, molto di più del nostro sistema occidentale, della nostra cultura occidentale, diversi elementi per riflettere, per costruire economie sostenibili, che offrano un benessere relativamente alto, una vita felice di lunga durata senza costi troppo elevati e irreversibili per l’ambiente.
Sono i paesi dell’America latina, dell’Asia e del Pacifico, solo poco tempo fa ancora in via di sviluppo, forse il mondo sta cambiando direzione e noi continuiamo a guardare dalla parte sbagliata.

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NOTA A MARGINE
Prendersi cura del creato, tra preoccupazione e speranza

(Pubblicato il 26 giugno 2015)

Chapeau agli istituti Gramsci e di Storia contemporanea di Ferrara per l’incontro di martedì 23 giugno dedicato all’enciclica di papa Francesco “Laudato si’ sulla cura della casa comune”, che porta la data del 24 maggio scorso.
Intense e profonde le riflessioni di Piero Stefani e Massimo Faggioli, cui va il merito di essere andati dentro il testo con competenza chirurgica.
Sta diventando una piacevole consuetudine quella dei due istituti ferraresi diretti da Fiorenzo Baratelli e Anna Quarzi, che stanno regalando a Ferrara momenti d’inusuale intensità e libertà, per essere realtà laiche, su temi e aspetti di carattere ecclesiale. Singolare l’appello in chiusura lanciato dallo stesso Baratelli alle parrocchie con vero fare pastorale e interessante la presenza nella strapiena sala del convento del Corpus Domini in città, di sacerdoti diocesani che hanno assistito all’incontro senza perdersi una virgola.
Non pretendo di mettere in fila i numerosi temi messi in luce, tante sono state le tastiere culturali (biblica, filosofica, storica, letteraria, teologica), tutte giocate con alta abilità solistica dai due studiosi ferraresi. Solo qualche personale, del tutto parziale, sottolineatura. È stato posto in evidenza il carattere non propriamente organico del testo, evidentemente risultato di diverse mani, ma una prima cosa che colpisce, almeno me, è una sensazione di particolare allarme e preoccupazione che papa Francesco trasmette sulle condizioni del creato.
L’autorevole indice è puntato su un sistema di sviluppo più volte chiamato “tecnoscienza” o “tecno-economico” e pressoché costantemente definito “irresponsabile”. Il termine ricorre ben sette volte nell’enciclica e sempre accostato al modello di crescita partorito dal ventre occidentale. Avrebbe potuto chiamarlo “sistema capitalistico”, se l’espressione non risentisse troppo di echi marxiani, con tutti i rischi del caso. Un paradigma dal quale secondo il pontefice occorre fuoriuscire prima che sia troppo tardi, perché il pianeta non potrà reggere a lungo gli attuali ritmi di sfruttamento delle risorse, i livelli di spreco e consumo compulsivo che sta generando e le drammatiche conseguenze che scarica sull’ambiente e, soprattutto, sugli esclusi, i poveri, gli ultimi.
L’ancoraggio filosofico di tale risoluta analisi è al pensiero di Romano Guardini in “La fine dell’epoca moderna” (1950), cui spesso seguono citazioni di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, verificabili nell’apparato delle note. L’impressione, come spiegato bene dai due studiosi ferraresi, è che il post-ideologico papa argentino si collochi nel solco di un pensiero magisteriale sostanzialmente negativo, o comunque fortemente critico, verso la modernità. Non nel senso che Francesco non parli di cose attuali, o non sia sufficientemente sintonizzato con i nodi cruciali del tempo presente, come hanno puntualizzato alcuni interventi durante il dibattito, ma perché l’impostazione e il portato essenziale della sua analisi lo conducono alla stessa severità di analisi e giudizio, quasi senza appello, dei suoi due predecessori.
Ne deriva un elemento di forte preoccupazione, angoscia e monito, che, di fatto, fa da contrappunto allo slancio di gioia e speranza che pure è presente nella sua predicazione (Evangelii Gaudium) e nella stessa enciclica. Una ferma opposizione verso una modernità del cuore vuoto della persona (“Abbiamo troppi mezzi per scarsi e rachitici fini”, n. 203), che si spinge fino a contemplare esiti di “decrescita”, perché si possa crescere in modo sano in altre parti del mondo (n. 193).
Non è forse la riproposizione del modello della “decrescita” un rientrare nel campo dell’ideologia da parte di un papa che ne pretende la definitiva fuoriuscita? La cifra di questo dilemma l’ha resa in particolare Faggioli. Le reazioni statunitensi al documento non sono state delle migliori e il prossimo viaggio a settembre di Bergoglio negli Usa potrebbe rivelarsi un problema.
Contrariamente alle apparenze, le critiche non vengono solo dal versante repubblicano, dalla destra, da teocon e tea party, ma più trasversalmente da una società che considera il proprio modello di sviluppo come espressione della cultura del “self made man”. Un sistema in buona parte riconducibile in radice sul doppio significato del termine tedesco “beruf” (lavoro-vocazione) che, si potrebbe dire weberianamente, sorregge eticamente (l’ascesi intramondana protestante) lo spirito del capitalismo.
In questo senso si apre una forbice fra l’impostazione-soluzione radicale di papa Francesco (non c’è altra strada che la fuoriuscita, prima possibile, dal modello della tecnoscienza) e le (eventuali?) soluzioni economiche, scientifiche, tecniche e politiche, per uno sviluppo più equo e sostenibile, in ottica certamente disintossicata dalla fiducia nell’inarrestabile linea retta del progresso.
In sostanza la domanda è: c’è ancora spazio per la razionalità (ecco la modernità) in tutto questo, o c’è solo il postmoderno lavoro della religione e della spiritualità, per quanto francescana, verso un’inversione di 180 gradi degli stili di vita? Del resto lo stesso Jürgen Habermas, da sinistra, scrisse già anni fa che fra i sistemi economici nessuno come quello occidentale ha prodotto ricchezza e benessere su così vaste dimensioni e fra gli esperti non c’è unanimità sulle valutazioni effettivamente positive della decrescita. Vengono in mente anche le parole di Edmondo Berselli nel suo libro postumo “L’economia giusta” (2010), il quale ricordava che alle nostre spalle c’è un passato di redistribuzione e di correzione delle ingiustizie firmato dalle migliori tradizioni di pensiero delle democrazie cristiane e delle socialdemocrazie europee. Su quanto di quel pensiero sia rimasto sulla carta è lecito discutere, ma rimane che quella elaborazione è parte importante della cultura continentale.
Un ultimo cenno merita la riflessione sui poveri, retrocessi nella storia, almeno recente, del magistero papale, da potenziale soggetto storico di riscatto sociale a semplice termometro dei disastri prodotti dal sistema della tenoscienza. Un punto sul quale non da ora Stefani richiama l’attenzione sulla predicazione di Bergoglio, che si ripresenta puntuale anche nella sua enciclica. Segno che nel puntiforme mondo globale e nella baumaniana società liquida i soggetti storici di riferimento sono tramontati e che è oggettivamente difficile individuare nuove forme di interlocuzione e di rappresentanza?
Il tema c’è tutto ed è aperto alla discussione libera, senza pregiudizi e disinteressata, come stanno proponendo con merito gli istituti Gramsci e di Storia contemporanea di Ferrara.

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Schiavi del profitto. Gallino: “Andiamo verso una democrazia autoritaria”

In questi anni di crisi Luciano Gallino, uno dei sociologi italiani più autorevoli, ha pubblicato almeno tre libri importanti per comprendere la genesi del problema, la sua evoluzione i possibili sviluppi e le strategie per uscirne senza perdere pezzi significativi di democrazia: “Con i soldi degli altri” (2009), “Finanzcapitalismo” (2011), “Il colpo di Stato di banche e governi” (2013). Nel primo ha messo in risalto gli attori che gestiscono i risparmi di milioni di persone e i meccanismi che consentono loro di investirli sistematicamente in base all’unico criterio guida della massimizzazione a breve termine del rendimento finanziario. Nel secondo ha descritto la mega-macchina finanziaria, di estensione planetaria e capillarmente diffusa in ogni sistema sociale, finalizzata a massimizzare il valore estraibile dagli esseri umani e dagli ecosistemi, attraverso la quale il denaro viene impiegato, investito e fatto circolare sui mercati, allo scopo di produrre una quantità ancora maggiore di danaro, in un crescendo patologico sempre più fuori controllo. Nel terzo ha descritto il processo attraverso il quale siamo arrivati al tracollo finanziario di questi anni, dimostrando come esso non sia derivato da un incidente del sistema né sia stato prodotto dal debito pubblico che gli Stati avrebbero accumulato per sostenere una spesa sociale eccessiva, ma sia stato causato dall’ostinato perseguimento dell’accumulazione finanziaria ad ogni costo, per altro sostenuta da una lunga serie di decisioni politiche.
In tutti i testi Gallino non mancava di proporre strategie, suggerire “riforme impossibili ma necessarie”, ricercare e proporre “politiche anti-crisi”.

Professore, nel 2013 lei pubblicava “Il colpo di Stato di banche e governi”. Il quadro è ancora lo stesso o si scorgono dopo due anni segni di cambiamento?
La situazione rimane quella descritta nel testo. Non c’è stata nessuna iniziativa concreta da parte dei governi per porre fine alle attività delle banche che hanno causato la crisi; anzi, ci sono le premesse perché la crisi finanziaria possa ritornare. Oggi, e malgrado il monito di quel che è successo, l’ammontare dei derivati è dell’ordine dei quadrilioni di dollari, cifre talmente grandi da essere inconcepibili. Comunque enormemente superiori alla somma dei Pil di tutti i Paesi. Nulla è stato fatto per rivedere le teorie economiche neoliberali. Nulla per riportare la finanza al servizio dell’economia
Poco o nulla per creare occupazione mentre il lavoro sta scomparendo.

Lei sostiene che è l’occupazione che genera sviluppo e non il contrario. Che prospettive vede per il lavoro in Italia? 
Le previsioni non sono rosee e in Italia anche peggiori che in altri Paesi. La base produttiva italiana è crollata da oltre 30 anni, le imprese chiuse, privatizzate, vendute o spesso svendute, scarsissimi investimenti in ricerca e sviluppo. Non esiste da tempo nessuna seria politica industriale e i governi non sembrano averne cognizione. Dopo le frettolose privatizzazioni avviate negli anni ’90, ad esempio quella dell’Iri, la privatizzazione delle banche, nulla è stato fatto per riparare o orientare un sistema cambiato; è notizia di questi giorni la vendita di Pirelli, oggi quella di Breda Ferroviaria, la compagnia di bandiera appartiene ad altri, mentre Fiat è praticamente emigrata.
In queste condizioni è molto difficile pensare di risalire la china.

Lo Stato sociale, come lei afferma, è un’invenzione politica senza precedenti in base al quale la società intera si assume la responsabilità economica e sociale per ciascun singolo individuo, quale che sia la sua posizione e i mezzi che possiede. Da anni questa istituzione è sotto attacco da parte di forze che mirano a smantellarlo. Cosa succederà nel futuro prossimo?
Il rischio è quello di peggiorare ulteriormente, continuando a tagliare i servizi sanitari e sociali e quindi a far pagare la crisi ai soggetti che non l’hanno causata, come impiegati, operai, pensionati, famiglie, piccole imprese. Tutti soggetti che finora hanno da soli pagato il prezzo di una crisi di cui non sono responsabili. In più, in Italia, sono stati fatti tagli anche laddove le cifre non li sostenevano, usando i dati in modo scorretto; si è speculato usando erroneamente i numeri per sostenere molti tagli. Un caso lampante è quello delle pensioni i cui costi sono stati usati a torto per dimostrare l’insostenibilità della spesa pubblica.

Siamo forse alla fine della democrazia? Cosa possono fare i cittadini per affrontare questo stato di cose?
Sul versante positivo si nota un aumento del numero di persone che, a prescindere da appartenenze politiche, ideologie, posizioni sociali, non sono convinte, hanno capito che i governi non stanno facendo ciò che sarebbe bene fare. Si tratta di una pluralità di soggetti che dovrebbe trovare un punto di raccolta, una rappresentanza, un’unità d’intenti.
A fronte di questo attivismo i sondaggi danno però una percentuale di astensione altissima oltre il 40% e, in tale situazione, una piccola frazione di elettori esprimerebbe il governo dello Stato. Una situazione davvero inquietante per la democrazia rappresentativa anche se non è solo un problema italiano.
Infine i governi hanno premiato e premiano le banche, hanno immobilizzato per salvarle enormi capitali (4,5 trilioni di euro); si sono inventati uno stato di eccezione e hanno messo tutti a tirare la cinghia.
E’ la fine della democrazia come la conosciamo, quando potenti come la Merkel e la presidente del Fondo monetario internazionale ritengono che la democrazia vada bene solo se riesce ad andare d’accordo con il sistema d mercato. Si richiede in altre parole di mutilare la democrazia per renderla conforma al mercato piuttosto che adattare questo (che va bene ed è rispettabilissimo a certe condizioni) a quella. In queste condizioni andiamo verso una democrazia autoritaria.

In questo contesto, i politici italiani hanno agito come hanno agito per  calcolo politico, per strategia, per scarsa conoscenza o altro?
I politici, si sono caratterizzati, mediamente, per una forte commistione tra due fattori:  da un lato l’ignoranza di cosa è avvenuto, di cosa ha causato la crisi, del funzionamento del mondo finanziario, della globalizzazione e del suo significato. Dall’altro l’identificazione con l’ideologia liberista in base alla quale si pensa che i mercati risolvano tutto.

La situazione appare piuttosto inquietante: spostiamoci avanti di qualche anno, nel 2020: cosa possiamo immaginare?
Non mi piace guardare nella sfera di cristallo perché credo che il futuro si costruisce, si debba costruire. Potrebbe nascere qualcosa di buono se si sviluppa un nuovo soggetto collettivo, un nuovo partito, qualcosa insomma che accetti la sfida e raccolga le istanze di quanti sono stati deprivati dalla crisi non avendone causa.
Grecia e Spagna possono essere un esempio con Tsipras e Polemos, insieme al movimento nascente portoghese, tutti affiancati da eccellenti economisti e in grado, si spera, di contrattare seriamente con l’Europa.
O si cambia o si rischia moltissimo. Dobbiamo impegnarci per cambiare. Nel mio piccolo, come intellettuale m’impegno a scrivere per spiegare cosa è successo, da dove nasce la crisi; e per proporre qualche soluzione.

E Luciano Gallino è un intellettuale vero, uno di quelli che ricercano e mettono insieme i pezzi disorganizzati e frammentati della società; uno che coordina fatti lontani e ci restituisce un quadro coerente ristabilendo la logica dove sembravano regnare la follia e l’arbitrarietà più spietata. Una voce lucida quanto mai necessaria, in anni in cui la voce della coscienza critica si è offuscata fino a sparire per lasciar posto agli strilli e alle opinioni di personaggi di dubbio spessore e moralità.

siccita

UN’ALTRA ECONOMIA
Con questi livelli di natalità non resterà acqua per tutti

Sostenibilità, un’espressione di norma associata a sviluppo, inquinamento, traffico, agricoltura… Quasi mai, però, si discute di natalità sostenibile. Eppure la natalità è un fattore determinante nel rendere un’economia solida nel suo insieme: il numero di individui presenti in una società influisce direttamente e in modo determinante sulle necessità e sui bisogni che questa società dovrà essere in grado di soddisfare. La popolazione globale ha recentemente superato i 7 miliardi di individui e si calcola che nel 2040 arriveremo ad essere 9 miliardi. Le risorse per adesso ci sono per sfamare tutti. Distribuirle è senz’altro difficile e lo sforzo verso questo obiettivo attualmente è insufficiente per il suo raggiungimento, ma è chiaro che la situazione potrebbe degenerare improvvisamente se ne venisse meno anche la possibilità.
Prendiamo per esempio il consumo di acqua dolce, indispensabile per la sopravvivenza degli umani e di un elevatissimo numero di altre specie vegetali e animali: l’agricoltura e l’allevamento consumano attualmente oltre l’80% dell’acqua dolce disponibile a livello planetario e occupano circa il 25% del terreno globale. Si stima che una crescita della popolazione come quella appena prospettata, con conseguente aumento della domanda di beni agricoli, porterebbe la percentuale di suoli globali coltivati ad aumentare fra i dieci e i venti punti percentuali. A questo punto ci troveremo di fronte non solo a un’indubbia carenza di spazio, ma anche all’impossibilità di avere le risorse idriche necessarie per dissetare e sfamare la popolazione mondiale. Se a questo problema aggiungiamo anche quello della tutt’altro che perfetta redistribuzione dei beni di prima necessità nelle economie è evidente che l’umanità potrebbe trovarsi a dover pagare un dolorosissimo armistizio con la natura.
Già all’inizio del diciannovesimo secolo un economista, Thomas Robert Malthus, avvertiva tramite i suoi libri “An Essay on the Principle of Population” e “Principles of Political Economy” riguardo i pericoli derivanti da un’incontrollata crescita della popolazione: sebbene si sia portati a pensare che un miglioramento della tecnologia, con conseguente maggiore disponibilità di mezzi di sussistenza possa portare le persone a vivere una vita migliore, spesso capita che, soprattutto tra le classi più povere, all’aumentare del tenore di vita, vi sia un aumento della prolificità, non solo di quanto il reddito consenta di mantenere, ma addirittura oltre a quella soglia, finendo per generare una situazione peggiore rispetto a quella di partenza. Per farla breve, se si mettono al mondo più figli di quanti se ne possano mantenere, questi muoiono di fame.
Quella che ci sembra un’ipotesi inumana e assurda nelle nostre economie ‘sviluppate’ è una situazione tremenda e reale che si verifica tuttora nei Paesi più poveri del mondo, dove i casi di morte per fame non sono nemmeno considerati come un’emergenza, bensì come la drammatica normalità di tutti i giorni. Ho usato la parola ‘tuttora’ non a caso. Anche nei Paesi che definiamo arrogantemente ‘sviluppati’, in un passato relativamente recente, si sono verificate situazioni di questo tipo: Malthus non era un teorico, basava il suo modello su osservazioni empiriche, e, per le sue formulazioni, gli bastò osservare la realtà sociale dell’epoca che viveva, ossia l’Inghilterra della Rivoluzione Industriale, con da un lato i ricchi capitalisti con al massimo uno o due figli, dall’altro la classe operaia che, al di là dell’indubbia limitatezza del salario, era estremamente prolifica. Non a caso la parola proletario è stata associata alla figura dell’operaio quando etimologicamente proletario indicherebbe semplicemente una persona con figli, con prole appunto.
Se le nostre economie, complice la nascita dello stato assistenziale e un acculturamento delle masse con conseguente presa di coscienza, sono riuscite a scampare da questa ‘trappola malthusiana’, lo stesso purtroppo non si può dire di molti Paesi in ritardo di sviluppo. Nella storia recente abbiamo avuto l’esempio di un Paese in grado di regolare le proprie nascite: la Cina, la quale, per evitare una ‘bomba demografica’ dovuta alla sua rapidissima crescita economica, ha limitato per legge il numero di figli che ciascuna coppia può avere. Si tratta di un metodo molto efficace che sul lungo periodo sta dando grandi risultati, al punto da garantirle il titolo di Paese traino dell’economia globale. Ma è veramente necessario arrivare a proibire alle coppie di avere il numero di figli che essa desidera? A mio avviso no. E non si tratta nemmeno dell’unica via possibile: come ho appena detto, a parte il caso della Cina, gli altri Paesi sviluppati sono arrivati allo stesso risultato attraverso un altro percorso, magari più lungo, ma decisamente meno doloroso. D’altronde cercare di migliorare le condizioni delle popolazioni più povere negando loro i diritti umani sarebbe un controsenso; per non parlare del fatto che difficilmente questi Paesi hanno un governo abbastanza forte da potersi permettere attuare e far rispettare un simile piano.
La soluzione auspicabile non è di tipo legale, né prettamente economico, bensì culturale. Al di là delle importantissime missioni umanitarie che cercano di garantire cibo alle popolazioni più povere, bisogna far sì che queste popolazioni possano riuscire, economicamente parlando, a camminare sulle proprie gambe. Non si tratta di portar loro l’industrializzazione come se fosse un prefabbricato, ma di innaffiare di conoscenza un terreno potenzialmente fertile di idee e di capitale umano. Sicuramente un acculturamento anche dal punto di vista della prolificità delle coppie, a partire dal semplice fatto pratico di far uso di contraccettivi, potrebbe portare a risultati straordinari sia dal punto della natività che dal punto di vista igienico-sanitario, con una grande diminuzione, oltre che della natalità, delle malattie sessualmente trasmissibili e delle morti per parto, realtà ancor oggi tristemente diffusa in quei paesi.
I benefici si troverebbero anche a livello economico: se una popolazione inferiore alle necessità occupazionali di un Paese genera un ridimensionamento ed un impoverimento dell’economia, un’eccessiva pressione demografica genera forte disoccupazione e tensioni sociali. Se alcune economie avanzate oggi si trovano nella prima di queste due situazioni di squilibrio, la maggior parte di quelle sottosviluppate si trova nella seconda, e questi ahimè sono la maggioranza anche a livello aggregato, altrimenti la popolazione mondiale non sarebbe in costante aumento. Trovare una soluzione equilibrata a questo doppio problema delle nascite, ossia una via di mezzo, sarebbe auspicabile sia a livello economico, consentendo in un primo momento di ottenere un reddito almeno di sussistenza per tutti e in un secondo di accumulare risparmi ed effettuare investimenti, che a livello ambientale: solo con una situazione di natalità sostenibile l’umanità potrà mantenere un certo tenore di vita e il pianeta terra una certa dose di salubrità. Se, al contrario, si proseguirà su questa strada, anche se si arrivasse (inverosimilmente) a usare solo energia pulita e completamente rinnovabile, in un futuro non troppo remoto ci troveremmo comunque a fare i conti con la mancanza di un elemento ancor più importante per la nostra sopravvivenza: l’acqua.

L’OPINIONE
Quando lo sviluppo era progresso

La società contemporanea, quella dell’ultimo secolo e almeno fino agli anni ’80, si era sforzata di crescere. Aveva ricercato valori nuovi passando attraverso due guerre mondiali, stermini, razzismi, guerre fredde, muri ideologici e reali. Il clima era pesante ma una nazione come l’Italia, uscita distrutta dall’ultima guerra mondiale, stretta tra destra e sinistra, tra anni di lotta a brigatisti rossi e neri e stragi per mano di ignoti, cresceva e diventava una potenza mondiale. I sindacati aiutavano a migliorare la vita dei lavoratori e i lavoratori mandavano all’università i loro figli che a loro volta avrebbero migliorato la vita di altri. La società cresceva e l’azione politica poteva diventare adulta attraverso l’esercizio di una libertà intesa come capacità di scelta e di partecipazione alla cosa pubblica che magari avrebbe potuto portare a miglioramenti nella vita di un numero sempre maggiore di esseri umani.

Nell’800 si raggiunsero progressi incredibili grazie alla tecnologia, si avvicinarono gli uomini con il telegrafo e le ferrovie, mentre si calavano cavi negli oceani che avrebbero collegato il mondo. Montava la convinzione che il ‘900 sarebbe stato ancora più incredibile, che sarebbero migliorate le condizioni di vita, che prima o poi l’acqua sarebbe arrivata in tutte le case e che i bambini sarebbero andati tutti a scuola. E il ‘900 ha portato effettivamente grandi innovazioni, certo passando tra immani tragedie. Chi ci è nato ha visto arrivare l’uomo sulla luna, telefonini, satelliti, montare basi scientifiche in Antartide, e crescere la convinzione che nulla potesse fermare il progresso. E il progresso per i lavoratori degli anni ’60 e ’70 del ‘900 era rappresentato dalla possibilità che i loro nipoti avrebbero potuto frequentare tutti l’università o avere un lavoro sicuro, la casa, più ferie e magari che con un solo stipendio in famiglia ci si potesse permettere tutto questo, insomma meno sacrifici e più sicurezze per i figli dei loro figli.

Qualcosa però a quel punto si è rotto, anche e soprattutto nella speranza. La capacità di scelta politica, ovvero di come migliorare il governo delle proprie necessità, si è trasformata in capacità inculcata fin dai primi anni di vita di saper scegliere tra uno smartphone samsung e un iphone. Grazie all’invasione della pubblicità nelle nostre vite siamo riusciti a eliminare la capacità di scegliere un rappresentante politico, di tenere in memoria le loro azioni, di analizzare le loro proposte a favore della giusta scelta di prodotti, praticamente uguali, sullo scaffale di un supermercato. A volte in questo XXI secolo siamo persino capaci di scegliere un prodotto bio o equo-solidale ma non ci chiediamo mai perché frutti provenienti dal Marocco costino meno di quelli italiani e nemmeno capiamo che comprarli non è una libera scelta ma una costrizione data dal fatto che i nostri stipendi calano a favore delle multinazionali che decidono di produrre quei beni in posti dove il lavoro costa meno, e che le stesse fanno pressione sui governi perché siano importati senza dazi e a danno delle produzioni, dei produttori e della popolazione locale.

Ogni secolo ha il suo tratto distintivo. Il ‘700 è stato il secolo dei lumi, l’800 della visione della libertà e l’inizio della supremazia dell’uomo sulle distanze, il ‘900 della sofferenza e della speranza, il nostro secolo sarà ricordato come quello dell’oscurantismo. Quello in cui la verità viene trasformata in cibo indigesto, in cui l’essere umano inverte la sua naturale tendenza alla crescita e ritorna alla sua infanzia, a quando si ha bisogno che qualcuno ti dica cosa fare, cosa sia giusto e cosa sia da evitare. Ma qui non c’è un genitore premuroso a guidarlo, a dargli indicazioni. In questo nuovo medioevo a guidare l’essere umano verso l’infanzia della conoscenza sono le pubblicità che ci convincono che la scelta giusta è esattamente quella che solo vestendoci tutti allo stesso modo riusciremo a essere miracolosamente diversi dagli altri ed unici. Nella prima metà del secolo passato sociologi come Edward Bernays convincevano le donne che fumare al pari degli uomini era un passo verso la libertà individuale, per la gioia delle multinazionali del tabacco, e oggi le donne hanno persino guadagnato il diritto di combattere le future guerre in prima linea, un altro passo di civiltà.

Occuparsi di politica o parlarne oramai significa automaticamente essere out, fare qualcosa di inutile che ruberebbe tempo all’aperitivo serale o alla partita di calcetto del mercoledì, quindi la mossa giusta è lasciare che se ne occupino altri anche se si sa che assesteranno nuovi colpi alle libertà guadagnate in secoli di duro lavoro. L’assopimento e il ritorno all’infanzia continua sempre più velocemente a meno che non troviamo la forza di risvegliarci e costruire un nuovo secolo dei lumi.

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IL FATTO
Segnali di pace e sviluppo dal Sud Sudan

E’ di ieri la notizia della firma, da parte del presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, di un accordo di pace con i ribelli capeggiati dall’ex vice presidente Riek Machar. Da più di venti mesi nel Sud Sudan è in corso una sanguinosa guerra civile che vede uno scontro tra le etnie Dinka e Nuerdi, di cui sono rappresentanti supremi (rispettivamente) proprio il presidente e il generale ribelle.
Machar aveva già siglato l’intesa la settimana scorsa in Etiopia, mentre Kiir aveva chiesto tempo. Il 27 agosto ha ceduto, in particolare dopo le minacce Usa di imporre nuove sanzioni e le pressioni esercitate dalle Nazioni Unite. In base all’accordo, entro 90 giorni dovrà essere formato un governo di coalizione. Una speranza di pace per il Paese, dopo tanto sangue. Un buon motivo per tornare a parlare ora di questo Paese dimenticato.

Tempo fa avevamo riferito di Avsi e dell’esperienza di Anna Sambo qui nel Sud Sudan [leggi]. Meritano di essere segnalate alcune altre interessanti realtà, che offrono piccole testimonianze di un grande impegno volto ad aiutare questo Paese disastrato. Colpiscono e destano attenzione, in particolare, due progetti di sviluppo rivolti alle donne, promossi anch’essi da Avsi.

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Centro di formazione di Juba

Le foto che pubblichiamo, immagini di alcuni vestiti cuciti a mano, tipicamente africani, dai colori accesi e vivaci, sono quelle di un centro di formazione professionale a Juba, “molto bello – dice Anna – una struttura costruita da Jaica (la cooperazione giapponese) e gestita dal governo”. Avsi fa parte del forum di coordinamento dei Vocational training center, centri di supporto all’istruzione e alla formazione professionale, unici strumenti che possono veramente far evolvere una società. “Questi progetti sono molto importanti – continua Anna – perché il lavoro è il modo che abbiamo per essere umani e usare la testa, creare cose nuove, mostrare cosa sappiamo fare, crescere. Nel centro di formazione di Juba ci sono corsi di tailoring, edilizia, carpenteria, meccanica, elettrotecnica, idraulica, agricoltura. È in una zona disastrata, ma poi varchi il cancello e vedi una possibilità per il futuro di questa gente”.

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Centro di formazione nello Stato dei Lakes

Altre immagini ritraggono ragazze giovani che seguono alcuni corsi, nello Stato dei Lakes. Il progetto triennale implementato da Avsi da marzo 2014 è finanziato dall’Unione europea, un centro di formazione professionale che prima era solo maschile (con corsi di edilizia e carpenteria) e ora invece ospita anche 20 ragazze, 10 delle quali alloggiate lì. Il progetto prevede attività di educazione, attività agricole e di sensibilizzazione al ruolo degli adulti nei confronti dello sviluppo di loro stessi e dei loro figli. Avsi implementa il progetto con una ong locale (Ireneo Dud Foundation) e con una onlus italiana (Sudin), al fine di sviluppare progetti che siano sostenibili. La zona, ai confini dei territori in guerra, è estremamente isolata e pericolosa per i continui conflitti tra sottogruppi della stessa etnia, che è quella Dinka (una tribù che vive nelle regioni di Bahr al Ghazal, Kordofan del sud, Jonglei e Alto Nilo, circa 1,5 milioni di persone, corrispondenti al 18% della popolazione totale del Sud Sudan). In queste aree, come in tutto il Sud Sudan, le bambine sono merce di scambio per ottenere mucche, che sono la cosa più preziosa per i Dinka, ben più delle donne stesse e dei bambini. Qui il tasso di analfabetismo è davvero altissimo, ancor più alto per le donne, ovviamente. Anna dice che queste bambine, molte delle quali orfane, sono stupende, infinitamente felici di poter andare a scuola. “Speriamo in un futuro per loro. E in un presente in cui si incominci a considerarle come esseri umani”.

Galleria fotografica, Centro di Juba. Clicca le immagini per ingrandirle.

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Centro di formazione di Juba
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Fotografie di Anna Sambo

Vedi anche frase del giorno e foto correlata [clicca qui].

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GERMOGLI
Formazione
L’aforisma di oggi…

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

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Malala Yousafzai, attivista pakistana

L’istruzione è un diritto per tutti. Prendete i vostri libri e le vostre penne, sono la vostra arma più potente. Un bambino, un insegnante, una penna e un libro possono cambiare il mondo“. (Malala Yousafzai)

La foto in evidenza, di Anna Sambo (responsabile dei progetti della Fondazione Avsi in Sud Sudan), riprende alcune delle giovani donne che seguono corsi di formazione professionale nello Stato dei Lakes [leggi l’articolo correlato].

 

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UN’ALTRA ECONOMIA
Norvegia, un esempio di sviluppo da seguire

Se il Pil è un indice in grado di darci un’idea molto semplificata dello stato di salute di un’economia, esso però non è in grado di fornirci un’immagine precisa riguardo il benessere delle persone che in questa economia si trovano calate. Dal 1993 ci gioviamo però del contributo di due grandi economisti: il pakistano Mahbub Ul Haq e l’indiano Amartya Sen, che hanno concepito l’Indice di sviluppo umano Isu (in inglese Hdi: Human development index). La ricerca di un nuovo indice, in grado di offrire una fotografia più appropriata del benessere e dello sviluppo delle popolazioni, fu fortemente incentivato dall’Onu quando, sul finire degli anni ’80, divenuta evidente l’inadeguatezza del Pil a rappresentare lo sviluppo dei Paesi, emerse l’esigenza di un metro di valutazione che tenesse in considerazione, oltre al valore dei beni e servizi prodotti all’interno di uno Stato, anche quello dei capitali naturali che vanno perduti nella creazione di tali valori: si pensi ad esempio al disboscamento o all’insalubrità dell’aria dovuta ad attività industriali massicce. L’Isu considera inoltre il capitale ‘sociale’ di cui le persone possono godere: il tasso di alfabetizzazione e la speranza di vita sono, assieme al reddito, fondamentali nella determinazione di tale valore. L’Isu può fornire valori che vanno da 0 a 1 ed è calcolato in millesimi. Fino al 2009 il grado di sviluppo dei Paesi era dato dal valore assoluto dell’Isu e veniva considerato con questi parametri: da 0,9 a 1 Paesi a Sviluppo Umano Molto Alto; da 0,8 a 0,9 Paesi ad Alto Sviluppo Umano; da 0,5 a 0,8 Paesi a Medio Sviluppo Umano; da 0 a 0,5 Paesi a Basso Sviluppo Umano.
Dal 2010 in poi, tuttavia, si è preferito utilizzare un metro relativo per il calcolo dello Sviluppo dei Paesi, in maniera da avere un’indicazione più chiara sulla loro collocazione nella graduatoria dello sviluppo. Nella statistica il primo 25% comprende i Paesi con tasso di Sviluppo Umano “molto “alto; a seguire: alto, medio, basso. Ebbene negli scorsi due anni il titolo di miglior Paese in cui vivere è andato alla Norvegia, già primo altre 11 volte in passato e sempre nelle prime posizioni della classifica assieme a Giappone, Svezia, Canada, Australia, Islanda e Finlandia. L’Italia si trova al 12° posto, quindi fra i Paesi a Sviluppo Umano Molto Alto, e addirittura al 6° posto per quanto riguarda l’aspettativa di vita.
Tuttavia è da tenere in considerazione il campanello d’allarme che suona per quanto riguarda l’istruzione: il Bel Paese si ferma infatti al 22° posto per indice di istruzione e solo al 30° posto per qualità dell’insegnamento e risultati raggiunti raggiunti in termini di competenze da parte degli studenti. Se si pensa che l’istruzione di oggi è lo sviluppo del domani e si considera il fenomeno della “fuga di cervelli” dei laureati verso terre con prospettive lavorative migliori, è facile supporre che il futuro potrebbe presto presentare scenari non confortanti.
Fanalino di coda della classifica Isu sono i Paesi dell’Africa subsahariana: Niger, Congo, Repubblica Centraficana e Ciad dove, nonostante la presenza di materie prime e spesso anche di fonti di energia fossile, a una situazione politica spesso instabile si aggiungono le assenze di servizi igienico-sanitari idonei e la carenza di strutture scolastiche in grado di formare le generazioni che presto dovranno prendere in mano le redini di tali Paesi. Alla scarsità di capitale si affianca l’ombra di malattie mortali come ebola e Aids, problemi che rendono i Paesi africani incapaci di sfruttare in maniera efficiente le suddette materie prime di cui pure dispongono; esattamente il contrario di ciò che sta riuscendo a fare la Norvegia, la cui economia è florida grazie anche allo sfruttamento delle riserve naturali di gas metano e di petrolio: prima esportatrice europea di greggio, nonché terza nel mondo, essa ha attorno al petrolio il 25% del suo Pil, per non parlare delle riserve minerarie di ferro, carbone, rame, zinco e titanio. La Norvegia brilla inoltre per la sua capacità di sfruttare energia idroelettrica con 105,6 miliardi di kWh all’anno. Ma non è tutto: il 22% del Pil norvegese è dato dal settore terziario e in particolare di mercati bancario, assicurativo e finanziario. Notevoli anche i risultati raggiunti per quanto riguarda l’istruzione: nel Paese, infatti, la scuola è obbligatoria sin dal 1736 e a oggi il 100% della popolazione oltre all’età infantile è scolarizzata. Il capitale umano creato da tale scolarizzazione viene ben investito dallo Stato, il quale, in piena crisi, si è trovato di fronte a valori di disoccupazione massimi del 4,1% lo scorso anno; valori certo allarmanti per un Paese in cui la disoccupazione media oscilla solitamente attorno al 2%, ma allo stesso tempo chimerici per Paesi come il nostro in cui da ormai diversi anni la disoccupazione si misura a due cifre. La strategia economica Norvegese si basa su quello che potremmo definire un “interventismo calcolato” dello Stato a supporto delle industrie, e forse questo è uno dei fattori fondamentali che spingono la Norvegia a non entrare nell’Unione Europea, nella quale i sussidi statali alle imprese sono vietati.
Probabilmente è proprio da questo dato che l’Unione dovrebbe prendere esempio: un buon grado di sviluppo non deriva semplicemente dal possesso di grandi quantità di materie prime, bensì dal loro utilizzo consapevole nel rispetto dell’ambiente e delle generazioni presenti e future. Forse il divieto di intervento degli Stati Membri a supporto delle loro imprese potrebbe nel tempo generare effetti perversi; al contrario, un intervento statale, purché cauto e pertinente, può essere fonte di benessere ed espansione democratica. Come osserva il giornalista Adriano Sofri “il petrolio coincide ovunque con la tirannide e l’oscurantismo (con poche eccezioni, ora il Ghana, forse). Siccome il petrolio finisce, i norvegesi ne hanno fatto una risorsa da accantonare largamente per le generazioni a venire, e hanno selezionato i loro partner economici in modo da escludere dittatori e violatori di diritti umani e corrotti”.

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FRA LE RIGHE
Motricità e sviluppo, i processi di apprendimento nel bambino

Esercizi, giochi di gruppo e proposte operative. Abilitazione motoria è il lavoro di quattro specialisti che riflettono sulla motricità come ‘elemento predittivo dello sviluppo’. Daniele Lodi, ferrarese, docente di scienze motorie ed esperto del centro italiano dislessia, assieme a Mauro Spezzi, Massimo Barbieri e Felice Vecchione ha pubblicato un testo che, come i precedenti, potrà essere una guida pratica per famiglie e docenti.
Daniele Lodi, cos’è l’abilitazione motoria?
“I bambini hanno abilità in potenza, ma non le hanno a disposizione in modo completo, sta a noi cercare di ottimizzarle attraverso osservazione ed esercizi mirati. Possiamo individuare segnali premonitori di scoordinazione in bambini molto piccoli, non dobbiamo aspettare che arrivino alle elementari per scoprire che hanno difficoltà. Dobbiamo essere precoci nell’osservazione a partire dal primo anno di vita”.
In quest’ultimo studio, quali sono le novità rispetto ai lavori precedenti?
“Si tratta di una ricerca scientifica, il nostro cervello ha un funzionamento d’insieme, come un network, c’è una polivalenza di più aree che lavorano insieme e le funzioni motorie sono collegate ai processi di apprendimento. Non dimentichiamo che il bambino prima di parlare, si muove”.
Riscontri nella pratica?
“Innumerevoli. Le stimolazioni sul motorio hanno vantaggi sul cognitivo perchè il cervello ottimizza aree che, nei bambini con difficoltà, sono, per così dire, rallentate. Il testo riporta casi paradigmatici, successi ottenuti, indicatori di criticità ed esercitazioni. E’, insomma, una risposta operativa per insegnanti, genitori e operatori che stanno con i bambini”.
Le vostre ricerche arriveranno nella scuola a supporto dei docenti?
“Nel prossimo mese incontrerò un centinaio di persone, tra specializzandi, operatori, riabilitatori e insegnanti. E’ fondamentale mettere a disposizione conoscenze e strumenti che colgano segnali e accompagnino in modo consapevole la crescita dei bambini”.

Daniele Lodi sarà in città il 3 giugno al Pgf (Palestra ginnastica Ferrara), il 15 e 16 giugno al Cts (Centro territoriale di supporto alla disabilità), mentre l’8 giugno alle 21 sarà a Santa Maria Maddalena al teatro parrocchiale per parlare dei fattori del successo educativo.

Abilitazione motoria degli alunni con difficoltà di apprendimento di Mauro Spezzi, Massimo Barbieri, Daniele Lodi, Felice Vecchione, edizioni Sette Città, 2015.

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Comacchio, i Cinque stelle: “Con la cementificazione non si fa sviluppo”. Il sindaco: strumentalizzazioni

“Lo sviluppo non può essere considerato tale quando esiste la possibilità di gettare altri metri cubi di cemento. Ci sono strategie a impatto zero e, per quanto ci riguarda, sono le uniche da perseguire. Smetterla con il consumo del territorio è un punto di forza della nostra politica”, taglia corto Raffella Sensoli, consigliera regionale 5Stelle, che con un’interrogazione alla giunta emiliano-romagnola ha chiesto di verificare la correttezza dell’operato di Comune di Comacchio, Provincia di Ferrara e Parco del Delta del Po coinvolti nel discusso capitolo “Contratto di sviluppo – Turismo nel Delta” stretto quasi in concomitanza con il licenziamento dell’ultima stazione del Parco del Delta del Po, quella di Comacchio centro storico. “ Prima di tutto chiediamo la sospensione di qualsiasi modifica o approvazione legata a nuovi progetti. E’ un modo per cautelarsi, ci sono ancora diversi ricorsi aperti – precisa – Ci sono stati cambi di destinazione d’uso dei terreni e va da sé il dubbio legato al rischio di una cementificazione selvaggia”. Nessuna strumentalizzazione da parte di Legambiente si affretta a precisare: “Il sindaco Fabbri, che incontrerò a breve, si sbaglia. Ho letto i documenti e lavorato su dati oggettivi e, quando si parla di territorio, vorrei capire se ci sono state delle irregolarità anche nei confronti della Regione. In ogni caso, ripeto, fin quando non ci sarà la più totale chiarezza sarebbe bene sospendere qualsiasi operazione per evitare danni permanenti”.

Al centro dell’interrogazione c’è il maxi progetto giocato tra interventi edilizi e produttivi messi in campo da una cordata di imprenditori. “In testa c’è la società che fa capo al gruppo Tomasi – prosegue – i progetti presentano una serie di incongruenze formali e di sostanza che avrebbero bisogno di ulteriori approfondimenti”. L’esplorazione di leggi, leggine e normative comunali, provinciali e regionali, è d’obbligo per la Sensoli, c’è bisogno di sgomberare il campo dal caos e capire quale sia la posizione della Regione su quanto sta accadendo nel Comacchiese. “Nonostante il Comune di Comacchio nel documento preliminare del Piano strutturale comunale, abbia ammesso la presenza di un quadro complicato e contraddittorio, e forse in parte anche illegittimo, in relazione alle norme e previsioni urbanistico-territoriali – scrive Raffaella Sensoli nella sua interrogazione – il Comune sta procedendo verso la stipula di accordi con gli imprenditori dei progetti edilizi”.

Secondo la pentastellata l’approvazione di alcune delibere, oggi oggetto di 11 ricorsi, non sembra rispettare parte dei requisiti richiesti dallo stesso consiglio comunale. Motivo per cui la Sensoli è determinata ad andare in fondo. “La situazione è dominata dall’incertezza, tuttavia si stanno trattando progetti edilizi che comporterebbero varianti al Piano regolatore per trasformare le aree agricole in terreni dove ospitare strutture ricettive – spiega – Il consiglio ha approvato modifiche al regolamento edilizio con le quali si pretende di cambiare le destinazioni d’uso di terreni destinati dal Prg a soli campeggi, in terreni destinati a ‘campeggi-villaggi turistici’, variando inoltre gli usi di altri terreni destinati a ‘villaggi turistici’ in terreni per ‘centri vacanze’”. Un passaggio via l’altro per introdurre infine “strutture simili alle case mobili, ma installate fisse al suolo a cura di agriturismi in deroga alla normativa regionale”, sottolinea. “Crediamo che prima di tutelare l’interesse dei privati, la Regione si debba adoperare perché le norme di salvaguardia e tutela del paesaggio e dell’ambiente non vengano calpestate”.

La risposta del sindaco di Comacchio

La mossa della consigliera ha suscitato la reazione del sindaco Marco Fabbri, eletto in quota 5Stelle e scomunicato dal movimento di Grillo qualche tempo fa.
“L’interrogazione è un semplice copia-incolla del ricorso presentato da Legambiente lo scorso anno, il 30 luglio il Tribunale amministrativo regionale ha rigettato la sospensiva – dice – non c’erano i presupposti per sospendere il Piano di stazione del centro storico del Parco del Delta Po tuttora vigente”. Il piano, ricorda il sindaco, è stato licenziato dopo 20 anni di gestazione nel 2014. “E’ successo grazie a un forte impegno di Regione, Provincia, ente Parco e su forte impulso del nostro Comune – continua – Il piano è stato pubblicato sul bollettino ufficiale della Regione il 13 febbraio del 2013, dopo di che sono pervenute oltre 60 osservazioni di privati e interessati a vario titolo. Nonostante la forte valenza ambientale del Piano non è arrivata alcuna osservazione da parte del Movimento 5 Stelle regionale, né tanto meno risultano inviate interrogazioni al Presidente della Regione e alla Giunta”.

La questione è dunque politica? “A distanza di oltre un anno e soltanto dopo la nostra espulsione, il Movimento 5 Stelle regionale ha pensato di contestare il piano, quando avrebbe potuto farlo in tempi, modi e sedi previsti per legge”. Il tono è piccato ed è più che plausibile, gli interessi in ballo sono tanti e diversi. “Rispetto al merito della vicenda, stiamo lavorando a pieno ritmo, portando avanti con determinazione uno dei punti del programma elettorale, con la ferma volontà di arrestare il consumo del territorio, al quale abbiamo purtroppo assistito negli ultimi decenni – prosegue Fabbri – Si è data semmai un’accelerata al processo virtuoso di riconversione e riqualificazione delle seconde case con la realizzazione di residenze turistico-alberghiere, secondo la concezione dell’albergo diffuso”. Le contestazioni del Movimento 5 Stelle, lo lasciano “basito” perché sposano la tesi di una guerra contro i campeggi. “Affiancano di fatto il pensiero del circolo locale di Legambiente, che definisce consumo di suolo anche la semplice realizzazione di aree per la sosta dei camper – spiega – Ho parlato ieri telefonicamente con la consigliera regionale Sensoli alla quale esporrò la vicenda che le è stata illustrata in modo strumentale e distorto da Legambiente”. E ancora: “Dato che le strutture ricettive all’aria aperta sono la principale fetta dell’industria turistica locale, il motore dello sviluppo del territorio, vista la grave crisi della pesca, – conclude – sono certo che verranno comprese le necessità di garantire prospettive di crescita anche attraverso l’ampliamento dei campeggi, tanto più che quelli di nuova generazione sono concepiti con metodi assolutamente ecosostenibili e nel pieno rispetto dell’ambiente”.

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LA RIFLESSIONE
Grandi imprese, recuperare il senso della responsabilità sociale

Nel contesto attuale lo statuto e il ruolo delle imprese all’interno della società diventa sempre più frequentemente oggetto di riflessione, discussione e polemica. L’importanza delle imprese ci viene ricordata ogni giorno da un discorso economico invasivo e dalla frequenza con cui nel linguaggio comune e massmediatico ricorrono termini come consumatore, imprenditore, manager, investitore, cliente.
Il capitalismo neoliberista che ha imperato negli ultimi decenni ha imposto una nuova antropologia nella quale proprio la funzione di ‘consumatore’ ha sostituito quella di ‘cittadino’.
Accanto a questa rivoluzione concettuale, la globalizzazione ha aumentato, in misura mai conosciuta prima, la distanza tra azione e conseguenze ultime dell’azione stessa: in tale contesto, l’impresa (in particolare la grande impresa multinazionale), rischia seriamente di diventare (e in molti casi è diventata) uno strumento per la cancellazione della responsabilità.
Questa insidiosa deriva si fonda su una certa filosofia che ha promosso come unico scopo dell’impresa la massimizzazione del valore per la proprietà nel breve periodo. L’idea che l’impresa sia una macchina per produrre utili per gli azionisti si regge, secondo i suoi sostenitori, su almeno tre considerazioni:
– esiste una netta distinzione tra mercato (luogo della produzione e dello scambio efficiente) e Stato, agente della redistribuzione della ricchezza generata;
– c’è una netta separazione temporale tra produzione e redistribuzione che rappresentano momenti diversi e indipendenti tra loro (prima si produce, poi si distribuisce);
– il mercato è una istituzione che, contrariamente allo Stato, si autolegittima: l’impresa che di questa istituzione è l’asse portante si autolegittima anche essa in quanto produttrice di quella ricchezza che sarà in parte incassata e ridistribuita dallo Stato.
Per i fautori di questa dottrina l’agire economico dell’impresa risulterebbe di per sé orientato al bene in quanto finalizzato a produrre direttamente e indirettamente valore: esso si collocherebbe cioè in una sfera di neutralità protetta rispetto alle istanze critiche emergenti dalla società.

Questa posizione viene messa in discussione da molti, in particolare da quanti sostengono l’importanza della responsabilità sociale (e non solo economica) dell’impresa. Ad oggi non esiste una definizione unica e condivisa di tale nozione: vi sono piuttosto diversi livelli concettuali che rimandando a qualche tipo differente di legittimazione etica:
– ad un primo livello l’impresa ha l’obbligo ovvio di agire nel rispetto di leggi, norme e regolamenti vigenti: un fatto tutt’altro che scontato come illustra ampiamente la cronaca;
– ad un secondo livello l’impresa ha la necessità di agire tenendo conto del contesto in cui opera, ovvero del settore e del mercato di riferimento; è innanzitutto in quest’ambito che essa gioca le proprie strategie per convincere i consumatori, persuadere i finanziatori e conquistare la propria fetta di mercato;
– la responsabilità sociale dell’impresa inizia però a manifestarsi pienamente solo quando esiste la disponibilità a tener conto e a rispondere degli esiti prevedibili delle scelte e delle azioni, degli effetti che l’agire economico produce per tutti coloro che hanno una posta in gioco, ovvero qualcosa da guadagnare o da perdere rispetto all’esistenza stessa dell’impresa. Vi è responsabilità sociale quando il management non chiude gli occhi davanti agli effetti perversi, alle esternalità negative, che troppo spesso sono socializzate e ricadono sui gruppi meno tutelati, sull’ambiente, sulle generazioni future,
– infine, un’impresa genuinamente responsabile dovrebbe garantire e promuovere lo sviluppo di quelle virtù civiche che sono indispensabili al buon funzionamento del mercato e, più in generale, della società entro cui opera; dovrebbe generare fiducia, promuovere la coesione delle comunità e contribuire alla tutela dell’ambiente, alimentare il sapere e la cultura, rafforzare il principio di reciprocità.

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Adriano Olivetti

A molti tutto questo apparirà come un’utopia: ma proprio in Italia abbiamo un precedente illustre che ha dimostrato in tempi più difficili dei nostri la praticabilità di questo percorso: si tratta dell’esperienza straordinaria dell’imprenditore Adriano Olivetti. Oggi, diversamente da allora, siamo noi, ovvero è proprio il consumatore, che attraverso le proprie scelte di acquisto può contribuire a premiare le imprese responsabili, orientando nel lungo periodo l’intero sistema produttivo verso la sostenibilità economica, sociale ed ambientale: ma per far questo servono cittadini preparati ed attivi, persone dotate di un robusto senso civico; servono esseri umani consapevoli e non consumatori passivi manipolati dal marketing.

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L’APPUNTAMENTO
Ferrara contro Ferrara, ‘giuria popolare’ per le proposte di rilancio della città estense

Una scheda di presentazione per ciascun caso ‘in dibattimento’, poi brevi requisitorie con testimoni d’accusa e di difesa e infine il ‘voto popolare’. Lunedì 19 alle 17 in biblioteca Ariostea, Ferraraitalia inaugura il proprio ciclo di incontri dal titolo “Chiavi di lettura”, il cui obiettivo è porre a confronto opinioni diverse per favorire la conoscenza dei fatti e la formazione di autonomi punti di vista.
Nel primo appuntamento, in sala Agnelli si discuterà delle “controverse proposte per il rilancio della città estense”. Con tono lieve e sul filo del divertimento si cercheranno di dire cose serie sula nostra città. Il ragionamento non potrà ovviamente spaziare a tutto tondo su linee di sviluppo economiche e culturali, ma sarà circoscritto ad alcuni ambiti urbani e alla possibilità di una loro trasformazione.
I nuclei tematici in discussione riguardano l’area pedonale del centro, il Giardino delle duchesse, il canale Panfilio, il grattacielo e l’area della stazione. Al riguardo la discussione in città è sempre aperta e animata. Non a caso è stato scelto come titolo dell’iniziativa “Ferrara vs Ferrara”. Il confronto sarà accompagnato da brevi letture e proiezioni di video e immagini storiche e attuali.
Si tratta di una prima occasione di ampliamento di un dibattito che è già iniziato nei mesi scorsi sulle pagine web del nostro giornale. Sarà seguito da specifici approfondimenti con esperti e portatori di interesse.

Intanto ecco il primo round: ‘avvocati’ e ‘giudici’ sono attesi lunedì in biblioteca…

Queste le riflessioni e le proposte già avanzate da Ferraraitalia

  1. Pensare in grande: riscopriamo il canale Panfilio per cambiare faccia al centro storico
  2. Rilanciamo la città: via delle Volte, strada delle botteghe e delle tipicità locali
  3. Sculture, arredi floreali e caffetteria per il Giardino delle duchesse
  4. Un disegno unitario per rivitalizzare piazza Castello e piazza Repubblica
  5. Il giardino dei Finzi Contini: Italia Nostra vivifica il sogno di Paolo Ravenna e Dani Karavan
  6. Un nuovo volto per piazza Cortevecchia e nuove ‘vasche’ in città
  7. Strapaesana
  8. Da mercatone a mercatini, ieri e oggi tutto un altro volto
thyssen

L’OPINIONE
L’articolo 18 non salva
gli operai della Thyssen

Come andrà a finire la trattativa sulla Thyssenkrupp nessuno lo sa, mentre ci si arrovella e ci si divide sul jobs act, altri 550 lavoratori – che dovrebbero godere (se presi singolarmente) dell’art.18 – stanno ugualmente perdendo il loro lavoro, a dimostrazione che il problema non è esattamente quello così ideologico delle tutele, ma è molto più ampio, una politica industriale latitante da anni, anche per colpa sindacale e politica, mancanza totale di politiche per lo sviluppo, crisi economica universale da cui si fatica a trovare la giusta ed equa soluzione, industriali poco inclini ad investire ma invece molto inclini a spostare le produzioni in zone più favorevoli dal punto di vista delle relazioni industriali, e sostanziale incapacità di chi governa politica ed economia di fare programmi a medio termine che vadano oltre le propaganda ma che siano capaci di creare sviluppo.

Consapevole di dire una cosa impopolare aggiungerò che questi 550 lavoratori della Thyssenkrupp hanno dalla loro una piccola, forse impercettibile, fortuna, che forse non salverà i loro posti di lavoro, ma che, certamente, dà a loro una visibilità mediatica, pertanto invito tutti noi, mentre leviamo il nostro grido di protesta per salvare i posti di lavoro alla Thyssenkrupp di pensare anche a tutti quei lavoratori invisibili ai più, dipendenti di piccole aziende che stanno fallendo, artigiani e commercianti e lavoratori autonomi che dopo aver fatto i salti mortali per resistere si devono arrendere alla mancanza di una prospettiva, senza, peraltro, avere alcun tipo di salvagente, se non i pochi risparmi, probabilmente erosi dalla resistenza e dalla cocciutaggine tipica dei piccoli imprenditori.
Però i nostri media ci fanno vedere sopratutto il premier che inaugura stabilimenti tipo, che si interfaccia con imprenditori di successo mentre, purtroppo, il resto del paese sta affogando tra debiti, tasse, gabelle e mancanza di prospettive.

Proviamo quindi a mettere in moto il nostro pensiero e riflettiamo su cosa vorremmo che la politica facesse e proviamo a non rinchiuderci nel nostro privato, a non abbandonarci alle nostre malinconie, perché è solo in questo modo che – tutti insieme – potremmo indurre chi ci governa a togliersi gli sfavillanti abiti e indossare vesti più umili, adatte ad ascoltare anche i più deboli e coloro che, da sempre, sono tartassati.

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Primo Novecento: ecco la zona industriale e una compatta
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STORIA DELL’INDUSTRIALIZZAZIONE FERRARESE (QUINTA PARTE)

Fra il 1919 e il 1921 lo scontro di classe nelle campagne raggiunse il suo vertice, le squadre fasciste sconfissero le leghe socialiste, sicché le organizzazioni sindacali del fascismo, appoggiate dagli agrari, si imposero sui sindacati della sinistra. Il padronato agrario mise in discussione il “patto Zirardini” del 1920, che prevedeva l’obbligo da parte degli imprenditori di assumere durante l’inverno, sebbene per un tempo limitato, i lavoratori disoccupati. Durante il ventennio fascista permase nelle campagne ferraresi il problema della disoccupazione rurale, anzi la politica deflazionistica avviata nel 1927, con l’obiettivo di portare il cambio della lira italiana nei confronti della sterlina inglese alla cosiddetta “quota novanta”, si tradusse per l’economia ferrarese in una preoccupante crisi agricola e finanziaria.
“Nacque per decreto del 1936 la zona industriale di Ferrara, dove dovevano insediarsi diverse aziende trasformatrici dei prodotti agricoli ferraresi e in funzione della riorganizzazione autarchica dell’economia italiana: dalle industrie canapicole a quelle per la produzione di amido, dalle distillerie alle fabbriche di imballaggi, dalla Società Chimica Aniene alla Società Gomma Sintetica, alla Leghe Leggere, alla Cellulosa. Buona parte delle industrie insediate nella zona industriale ferrarese, creata a nord-ovest della città a congiungersi col vecchio polo industriale di Pontelagoscuro sul Po, poterono entrare in funzione solo a guerra iniziata, nel 1941-42. Nonostante gli orientamenti autarchici della produzione, la presenza della zona industriale rappresentò per Ferrara un’importante novità sul piano sociale: nasceva per la prima volta un nucleo compatto di classe operaia industriale, non legata a brevissimi cicli stagionali”*. Intanto era sorta, a partire dal 1934, una zona industriale anche a Tresigallo, quantunque interamente mirata alla sola attività di trasformazione dei tradizionali prodotti dell’agricoltura ferrarese: canapa, frutta, barbabietole, latte

* F. Cazzola, “Economia e Società” (XIX-XX secolo), in F. Bocchi (a cura di), “La Storia di Ferrara”, Poligrafici Editoriale, Bologna 1995.

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