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carcere ferrara esterno (foto: Cristiano Lega)

LIBERI DENTRO
La libertà corre lungo i canali televisivi dell’Emilia Romagna

 

Irene Fioresi – Funzione Strumentale per la comunicazione – Cpia di Ferrara

Anche Ferrara nel palinsesto di Eduradio – Liberi dentro, il progetto regionale che ha lo scopo di sensibilizzare la cittadinanza sul tema della detenzione e sul reinserimento delle persone detenute nel contesto sociale, obiettivo prioritario per sconfiggere il problema della recidiva, e allo stesso tempo di continuare ad essere presenti nelle carceri della regione Emilia Romagna attraverso le voci e i volti di chi promuove attività riabilitative, istruzione e vari servizi di volontariato. 

Il Cpia di Ferrara sostiene una nuova tappa della programmazione che vedrà l’emissione di una decina di programmi costruiti in collaborazione con il Teatro Nucleo e Astrolabio, il giornale del carcere, assieme ai volontari di diverse Associazioni e Cooperative che regolarmente operano nella Casa Circondariale di Ferrara.

Mercoledi’ 12 maggio sul canale 118 Lepida TV alle ore 13.30 sarà in onda la prima emissione ferrarese, sul tema l’attesa, una delle dimensioni pervasive della vita in carcere.  I video, realizzati in collaborazione con Web Radio Giardino, avranno come filo conduttore “parole – chiave” che attraverso spezzoni del lavoro teatrale svolto nei laboratori in carcere del Teatro Nucleo risuoneranno con accenti diversi dentro e fuori le mura.

Il 21 maggio 2021 il progetto di Eduradio sarà presentato e discusso a livello nazionale, con un convegno online a cui parteciperà anche il Ministro per la Giustizia Marta Cartabia.  Nato dal desiderio di continuare, nonostante l’emergenza sanitaria, il servizio culturale, educativo, di assistenza spirituale nella Casa circondariale Rocco D’Amato di Bologna, il Progetto Liberi dentro – Eduradio, è riuscito ad unire le voci impegnate nel difficile compito dell’esecuzione penale, per arrivare direttamente nelle celle e accorciare le distanze che separano il carcere dalla società.
Per raggiungere le camere detentive, sprovviste di collegamenti internet, le trasmissioni “a distanza” di informazione, cultura e didattica destinate al carcere e alla cittadinanza, hanno viaggiato, inizialmente attraverso gli apparecchi radio, acquistati dalla rete dei promotori e donate al carcere, su Radio Città Fujiko 103.1 FM, a partire dal 13 aprile dello scorso anno, in piena pandemia, per far sentire ai detenuti una presenza e un’attenzione alla loro situazione e per dare continuità alle attività sospese. In seguito la ‘famiglia Eduradio’ si è allargata agli altri volontari e operatori degli istituti di pena di Modena, Parma, Reggio Emilia, Ferrara e Faenza (Forlì), che hanno deciso di aderire all’iniziativa, che ha trovato spazio anche sul canale televisivo 636 e, da aprile 2021 è in onda quotidianamente anche su Lepida TV canale 118 alle ore 13.30.

Qui il link alla programmazione andata in onda: https://liberidentro.home.blog/podcast-liberi-dentro-regione-er/

Il gruppo di Ferrara, sostenuto dal CPIA, intende dare continuità alla propria partecipazione attraverso una trasmissione quindicinale di un contributo video su racconti dal carcere, per il carcere e sul carcere, che coinvolgeranno non soltanto i soggetti delle attività educative e rieducative, ma anche esperti ed interessati alla realtà carceraria.

 

Le rubriche a tema di Eduradio – alle 6.30 su Radio Fujiko 103.1 e alle 17.00 su Teletricolore 636
Su LEPIDA TV CANALE 118 tutti i giorni della settimana dalle 13.30 alle 14.00 (e il weekend dalle 13):

Lunedì 10 AVoC e Centro Internazionale del Libro Parlato, Voci da dentro

Martedì 11 Poggeschi, Ne vale la pena

Mercoledì 12 CPIA Ferrara con Sonni Boi; Segue Lezioni di cucina con Lost in translation

Giovedì 13 Cantieri Meticci

Venerdì 14 Ginnastica da camera; Segue: Spiritualità Islamica e cultura araba

Sabato 15 (6.00 Radio; 10.30 TV636; 13.00 Lepida): Cappellania della Dozza con Il Vangelo ti è
vicino. Segue (6.30 Radio, 11.00 TV636, 13.30 Lepida): Teatro del Pratello con
Scritture teatrali tra carcere e città. Al termine (6.45 Radio, 11.15 TV 636, Lepida
13.45) la rubrica Parliamo di Buddismo.

Domenica 16 (Ore 6.00 Radio, 10.30 TV636, 13.00 Lepida): CPIA Bologna con School on air. Segue
(Ore 6.30 su radio Fujiko, 11.00 su TV636, 13.30 Lepida) il Teatro dell’Argine

Cover: Carcere di Ferrara, esterno (foto: Cristiano Lega)

Spettacolo da seguire in bicicletta.
Ferrara: sulle tracce dell’immaginario di Vasco Brondi

La sella della bicicletta, a Ferrara, può diventare un’insolita poltrona per assistere a uno spettacolo. È infatti una rappresentazione itinerante all’aperto quella che andrà in scena a Ferrara con il titolo “Sotto i lampioni di Ferrara (smetteremo poi questa operazione commerciale di guardarci dentro e guardarci attorno)” e viene proposta dal festival “Totem scene urbane” per tre serate di seguito, da venerdì 18 a domenica 20 settembre 2020 con appuntamento alle 21.30 in piazza Travaglio per arrivare fino alla darsena che costeggia il Po di Volano. Il percorso – ha raccontato il regista e autore Marco Intraia – è incentrato sulle tracce di un amore tramontato e di quel che ne è rimasto. “La mia ragazza mi mandava dei messaggi che evocavano pensieri e cose. Dopo che ci siamo lasciati, ho scoperto che quelle frasi in realtà erano brani delle canzoni di Vasco Brondi, che lui cantava con il progetto de Le Luci della centrale elettrica”.
Da lì è partita la ricerca e la scoperta di una dimensione sconosciuta, della città e della musica (e forse anche della ragazza che se ne è andata via). Progetto site specific vincitore del bando per residenza artistica ‘I notturni delle Città’ promosso da Teatro Nucleo, la trama di questo viaggio materiale e mentale è ispirata alla poesia del cantautore indie rock Vasco Brondi, che a Ferrara ci è cresciuto e tra un tour e l’altro ancora viene nella sua casa familiare, e crea una specie di mitologia fuori dagli schemi. Lo spettacolo – spiegano gli organizzatori – mette infatti insieme architetture e urbanistica della città con i pensieri di chi ci vive e si compone anche di testi originali ispirati dalle interviste a concittadini su temi come l’amore, il lavoro e la provincia. Un percorso tutto da sperimentare per viverne senso e suggestioni, facendo tappa in alcune aree della città che restano fuori dall’immaginario turistico classico e dove luoghi o dettagli apparentemente ordinari vengono esaltati da una poeticità scarna e malinconica, che avvolge di emozione il tessuto urbano e la quotidianità contemporanea.
Un’occasione per immergersi in una visione alternativa e un po’ periferica, dove anche il bagliore dei fari del polo chimico può evocare i sogni di un ragazzo di periferia alla ricerca di qualcosa di grande e metropolitano.
Per info e prenotazioni: sito web www.totemsceneurbane.it, email totemsceneurbane@gmail.com e whatsapp cell. 348 965 5709.

Lo spettacolo fa parte della rassegna “Totem Scene Urbane” organizzata da Teatro Nucleo con il supporto di MiBACT e Regione Emilia-Romagna e con il Patrocinio di Comune di Ferrara in collaborazione con Festival dei Diritti Ferrara, Residenze Artistiche, CSV Terre Estensi Ferrara, Community Lab, Comitato Vivere Insieme Pontelagoscuro.
La formula di partecipazione non prevede un biglietto di ingresso ma offerta libera. È necessaria la prenotazione, nel rispetto delle normative anticovid, scrivendo alla mail . In alternativa, ci si potrà registrare direttamente al desk dedicato all’accoglienza del Festival (c/o Teatro Julio Cortàzar, via Ricostruzione 40, Pontelagoscuro di Ferrara) o in piazza Travaglio prima dell’avvio dello spettacolo itinerante fino a esaurimento dei posti disponibili.

TEATRO NUCLEO: QUARANT’ANNI DI MAGNIFICHE UTOPIE
Dal Quijote! al Convegno Internazionale del teatro per gli spazi aperti post Covid-19

Maria Donnoli – responsabile Ufficio Stampa Teatro Nucleo

Un sentiero lungo 40 anni di teatro per gli spazi aperti, iniziato nel 1980 con Luci e attraversato dal 1990 dalla figura di Don Chisciotte. La sua statua che entra in vita è la chiave drammaturgica di Quijote!, spettacolo di piazza che Teatro Nucleo mise per la prima volta in scena nel 1990, trent’anni fa, e il cui portato confluisce oggi nel convegno internazionale Le Magnifiche Utopie organizzato a Ferrara sabato 19 settembre 2020, parte del Festival Totem Scene Urbane.

Lo spazio è quello della vita quotidiana, gli spettatori sono un gruppo eterogeneo di non-spettatori, in cui l’esperienza dello spettacolo risveglia un potenziale, un desiderio di poesia, la facoltà di immaginare, il bisogno di creatività e utopia. L’obiettivo è portare il teatro dove è necessario, anche perché possa ritrovare la sua funzione originaria e nuova linfa. Il teatro negli spazi aperti di Horacio Czertok e Cora Herrendorf, rispettivamente drammaturgo e regista di Quijote!, è un’operazione di giustizia elementare.

L’adattamento per spazi aperti del Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes, uno dei capolavori di maggior successo della Compagnia fondata a Ferrara nel 1978. Realizzato in co-produzione con il Theater-am-Turm di Francoforte, Quijote! ha avuto oltre 400 repliche in tre continenti, partecipato a decine di festival internazionali, vinto premi come il Premio della Critica 2002 al Festival Cervantino di Guanajuato, in Messico, ha attraversato borghi e periferie senza teatro. Ancora oggi il Don Chisciotte di Teatro Nucleo continua il suo percorso con Contra Gigantes, monodramma a più voci di e con Horacio Czertok, estratto da Quijote!.

“Un montaggio d’attrazioni, un’allegria sulle macerie” – come lo ha definito Ferdinando Taviani in Il teatro è l’arte di lottare pubblicato sul numero 10 della rivista L’indice (2000) – capace di suscitare l’immediata ed entusiasta adesione dei non spettatori-resi spettatori alla chiamata del teatro negli spazi aperti, in qualsiasi piazza attraversata, che diventa luogo fantastico e della fantasia, in cui i dati forniti dall’immaginazione sostituiscono quelli dell’abitudine. L’adattamento di Quijote! è stato pensato per permettere agli spettatori di qualsiasi città del mondo di proiettare il proprio Chisciotte su quello dello spettacolo, rispettandone la vocazione di personaggio universale. «Con questo spettacolo superammo la dicotomia tra la sala teatrale e la strada, imparammo che si potevano creare spettacoli per gli spazi aperti con la densità, la profondità, i contenuti, la poesia possibili nelle sale chiuse», ricordano i co-fondatori di Teatro Nucleo, il cui teatro si è sempre occupato di utopisti e sognatori, «in quanto le utopie riflettono l’attenzione posta sull’umanità sofferente e tuttavia capace di sognare e di lottare per organizzare la propria vita in relazione a grandi sogni a occhi aperti».

Con Quijote! nacque anche la trilogia delle “magnifiche utopie”: Chisciotte rappresentava l’utopia di una civiltà votata alla Poesia, Francesco l’utopia di una società consacrata alla fratellanza, Mascarò l’utopia di un’umanità libera e giusta. Un percorso che – lungo questa strada – è proseguito per quarant’anni e che il 19 settembre 2020 confluirà nel convegno internazionale Le Magnifiche Utopie 2020 – La scena del teatro per gli spazi aperti nell’era post Covid-19, situato all’interno del Festival Totem Scene Urbane che Teatro Nucleo organizza ponendo in relazione la periferia di Pontelagoscuro e il centro della città estense. Un’apertura alla riflessione su base nazionale e internazionale, resa ancora più necessaria dalle contingenze storiche della pandemia, che spingono a interrogarsi sul futuro del teatro. Domanda a cui il teatro per gli spazi aperti, oggi più che mai, propone risposte forti e concrete.

Per informazioni su Teatro Nucleo: http://www.teatronucleo.org/
Per informazioni su Totem Scene Urbane: http://www.totemsceneurbane.it/ 

Chenditrì: un albero di Natale molto speciale

Tutti i camini del mondo in una sola notte: è un viaggio lungo e molto impegnativo. E così capita che Babbo Natale, a volte, anticipi le sue incursioni, ma accade solo in occasioni veramente particolari, come domenica pomeriggio nella sala parrocchiale di Pontelagoscuro, dove ha portato i suoi doni sotto un albero speciale: ‘Chenditrì. Ovvero l’albero delle caramelle’.

Siamo a Balalla, ai confini del deserto. Langmann, strano e ambiguo mercante di caramelle, viaggia per collaudare la sua ultima invenzione: la caramellina, una sostanza zuccherina creata in laboratorio della quale, una volta assaggiata, i bambini non possono più fare a meno. Dalla caramellina Langmann è anche riuscito a ricavare anche un seme, che in pochissimo tempo fa nascere gigantesche piante caramellose.
Il perfido mercante raggiunge antiche piantagioni per impossessarsene e piantare i suoi semi prodigiosi. Purtroppo ha vita facile perché da tempo Balalla è in preda alla siccità, che ha spinto i contadini a lasciare le campagne per cercare fortuna altrove. Ma non Idrissa, l’ultima contadina rimasta a prendersi cura delle terre. Quando Langmann incontra Idrissa ha con sé delle carte che parlano chiaro: “Il governo di Balalla mi autorizza a tagliare tutti i tuoi alberi e tutte le tue piantine rinseccolite per i miei Candy tree”.
Solo così Langmann convince Idrissa, preoccupata dei suoi carciofi, delle sue patate, dei suoi finocchi e ravanelli e dei loro semi “tramandati dai miei nonni”, a cedere le sue terre.
Che ne sarà delle antiche piantagioni di Balalla? Langmann riuscirà a trasformare l’intero paese in una fabbrica di caramelle?
È il pubblico a decidere, a decretare l’epilogo. E se per tutto lo spettacolo i bambini hanno naturalmente desiderato quelle tanto pubblicizzate caramelle, sul finale le verdure (incredibilmente) hanno ottenuto la loro rivincita.

Langmann-Natasha Czertok è suadente e coinvolgente, quasi il sindaco di un moderno Paese dei Balocchi, tanto luccicante quanto insidioso e ingannevole, ma Idrissa-Martina Pagliucoli è intelligente e saggia, nel suo cuore e nel suo amore per il duro e paziente lavoro nei campi c’è la sapienza delle generazioni di contadini che hanno convissuto con Madre Terra, rispettandola.
Applicando al teatro per ragazzi il concetto di dramma didattico di Bertolt Brecht, le registe e interpreti di ‘Chenditrì’ – atto unico con la drammaturgia di Greta Marzano – Natasha Czertok e Martina Pagliucoli riescono a parlare ai bambini della biodiversità e delle lotte dei contadini contro l’odierno sfruttamento globale delle risorse agricole. E, particolare niente affatto trascurabile, lo fanno divertendoli.
‘Chenditrì’ è una bella favola di Natale e il vantaggio del teatro è vederla dispiegarsi dal vivo davanti ai nostri occhi.

Fratello e sorella insieme nelle lunghe notti in Alaska

“La felicità è vera solo se condivisa”, questa è la verità alla fine del viaggio di Cristopher McCandless, la cui figura è stata resa famosa dal libro, e dal film che ne ha tratto Sean Penn, ‘Into the wild’. Proprio dopo aver visto il film è iniziato il viaggio dell’attore romano Valerio Peroni alla scoperta di Cris: “sono rimasto colpito dalla sua figura e ho iniziato a pensare a una trasposizione teatrale, anche se è sempre un rischio in casi del genere”. Compagna di strada in questa ricerca l’attrice ferrarese Alice Occhiali: “ci siamo conosciuti in Danimarca quattro anni fa” racconta lei “lavoravamo con un regista che aveva un suo linguaggio teatrale e quando siamo tornati in Italia, avevamo voglia di cercarne uno nostro”.

Un momento dell’incontro al termine dello spettacolo. Da sinistra: Natasha Czertok, Alice Occhiali, Valerio Peroni, Marco Sgarbi

È particolarmente emozionata Alice, perché il loro viaggio sabato 9 dicembre li ha riportati nella ‘sua’ Ferrara, da dove è partita per diventare attrice. Nella sala teatrale di Ferrara Off lei e Valerio hanno messo in scena il loro ‘Lunghe notti’, risultato di una residenza artistica presso il Teatro delle Condizioni Avverse di Montopoli Sabina, arrivato in città grazie a un’altra sede di residenze artistiche, il Teatro Nucleo di Pontelagoscuro.
Alice e Valerio sono andati alla ricerca di una chiave diversa per narrare la storia del giovane che negli anni Novanta abbandonò amici e famiglia e per due anni viaggiò attraverso Messico e Stati Uniti fino alle terre selvagge dell’Alaska, “senza altri aiuti che le proprie mani e la propria testa”, alla ricerca di una ‘verità’ oltre quelle che lui considerava le ipocrisie della società borghese nella quale era cresciuto. La loro pièce è il risultato “di un collage fra film e libri”, soprattutto quello scritto dalla sorella di Chris, Carine, ‘Into the wild truth’: “abbiamo trovato la chiave per uscire dal film – spiega Valerio nell’incontro con il pubblico al termine dello spettacolo – narrando la storia dal punto di vista di chi è rimasto”. E in effetti il filo conduttore che regge tutto il racconto è quel legame invisibile ma indistruttibile che rimane fra due persone che si vogliono bene, nonostante la lontananza. In una continua alternanza di piani fra il reale e l’onirico, il presente e il passato, è come se Cris e Carine non si fossero mai lasciati, come se i loro animi fossero in grado di attraversare le distanze di tempo e di spazio e stare, sempre e comunque, l’uno accanto all’altra.

‘Lunghe notti’ è uno spettacolo ricco di intimità ed emozioni, anche grazie alle musiche che hanno quasi un ruolo da co-protagoniste nella scrittura drammaturgica e aiutano il pubblico a orientarsi nei passaggi narrativi e psicologici del racconto. Una tappa di tutto rispetto nel percorso artistico di due professionisti talentuosi. Non si può che sperare che il loro viaggio li porti presto di nuovo a Ferrara.

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INTERNAZIONALE A FERRARA
Da Tasso agli Ubu. La compagnia di attori-detenuti del carcere di Ferrara il 29 e 30 settembre a Internazionale a Ferrara

Da Organizzatori

TUTTO ESAURITO PER “L’IRRESISTIBILE ASCESA DEGLI UBU”
PRENOTAZIONI APERTE PER “ME CHE LIBERO NACQUI”
UN INCONTRO E DUE SPETTACOLI DI E CON IL TEATRO DELLA CASA CIRCONDARIALE “COSTANTINO SATTA”
IL 29 E IL 30 SETTEMBRE AL FESTIVALDI INTERNAZIONALE LA COMPAGNIA DEI DETENUTI-ATTORI GUIDATA DAL TEATRO NUCLEO PRESENTA LE SUE DUE ULTIME PRODUZIONI

Venerdì 29 e sabato 30 settembre sarà possibile conoscere il progetto Teatro Carcere di Ferrara, un’esperienza che prosegue dal 2005, dietro la guida del Teatro Nucleo.
Due spettacoli e un incontro di analisi e presentazione alla libreria “IBS+Libraccio” inserito nel quadro del Partecipato di Internazionale.

Si comincia venerdì 29 alle 11 alla libreria “IBS+Libraccio” con “Le aporie del Teatro Carcere” un incontro organizzato da Teatro Nucleo in collaborazione con l’Istituto Gramsci, durante il quale sarà presentata un’analisi del lavoro del teatro della Casa Circondariale “Carmelo Satta” attorno ai due spettacoli “L’irresistibile ascesa degli Ubu” e “Me che libero nacqui al carcer danno”, previsti in scena rispettivamente la sera stessa nella Casa Circondariale e la mattina seguente al Teatro “Julio Cortàzar”.
Seguirà la presentazione della rivista “Quaderni di Teatro Carcere” edita dal Coordinamento Regionale Teatro Carcere, associazione attiva dal 2011, nata dal Forum – voluto dal Teatro Nucleo a Ferrara nel 2009 – e creata da tutti i teatri che in Regione realizzano attività nelle carceri. Il Coordinamento inoltre integra attraverso un Protocollo anche il Ministero della Giustizia (PRAP) e ben tre assessorati regionali, con la consulenza scientifica dell’Università di Bologna, è stato riconosciuto organismo regionale dalla Legge 13 e funziona programmando diverse attività di promozione, produzione e ricerca.
Infine durante l’incontro sarà presentato “Astrolabio”, il giornale della Casa Circondariale di Ferrara.
Moderatore dell’incontro sarà Roberto Cassoli.
Una presentazione di “Astrolabio” sarà anche offerta al pubblico che si recherà presso la Casa Circondariale per partecipare allo spettacolo “L’’irresistibile ascesa degli Ubu”, sarà sufficiente arrivare sul posto alle 19.30, un’ora prima dell’inizio dello spettacolo.

Sempre venerdì alle 20.30 all’interno della Casa Circondariale “Carmelo Satta”, si svolgerà la prima assoluta di “L’irresistibile ascesa degli Ubu”, prima puntata di una epopea di Padre UBU.
L’accesso allo spettacolo è riservato ai soli prenotati e siamo felici di comunicare che i biglietti per questo debutto sono esauriti.

Per chi non fosse riuscito a prenotarsi per il debutto di della nuova produzione, il programma prosegue il 30 settembre alle 11 al Teatro “Julio Cortàzar” con un evento speciale voluto anche per celebrare i 450 anni dell’anniversario della nascita di Claudio Monteverdi. Grazie a uno speciale permesso premio ottenuto da alcuni – le figure centrali – dei detenuti attori che hanno dato vita a “Me che libero nacqui al carcer danno”, lo studio sul “Combattimento di Tancredi e Clorinda” dalla “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso, spettacolo diretto da Horacio Czertok, drammaturgia in collaborazione con Paolo Billi.
Lo spettacolo è una produzione del Teatro Nucleo, realizzata con patrocinio del Comune di Ferrara- ASP, nell’ambito del progetto del Coordinamento Regionale Teatro Carcere. Inoltre contribuiscono e hanno contribuito a sostenere la ricerca nel laboratorio teatrale della Casa Circondariale di Ferrara i programmi Grundtvig, ora Erasmus Plus, dell’Unione Europea. Si tratta di un’occasione molto importante durante la quale sarà possibile conoscere uno spettacolo che ha segnato una tappa fondamentale del lavoro condotto nella Casa Circondariale dal Teatro Nucleo in questi anni. Sarà possibile assistere all’evento presentandosi al Teatro “Julio Cortàazar” (Via Ricostruzione, 40) alle ore 11 di sabato 30 settembre.

Ingresso 10 euro, ridotto 5 euro (fino a 12 anni)
È possibile prenotare il proprio posto scrivendo all’indirizzo: biglietteria@teatronucleo.org
Infoline: 0532464091 – 338676159

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Usare il teatro, il processo teatrale, per innescarne un altro, quello di reinserimento nella società dopo aver scontato la propria pena, e per l’alfabetizzazione funzionale dei detenuti, per insegnar loro la cultura che si esprime attraverso la lingua dei testi teatrali che interpretano. Tutto questo – e altro ancora – è il progetto teatro-carcere, la pratica quotidiana di teatro che da otto anni Horacio Czertok e i suoi collaboratori del Teatro Nucleo portano avanti nella Casa Circondariale di Ferrara.
Per la seconda volta Horacio, gli attori-detenuti e tutti coloro che lavorano al laboratorio teatrale di via Arginone affrontano la sfida di portare la città dentro le mura del penitenziario: il 29 settembre alle 20.30, all’interno del programma di Internazionale a Ferrara, nella sala-teatro della Casa Circondariale ‘Costantino Satta’ andrà in scena ‘L’irresistibile ascesa degli Ubu’.
Lo hanno già fatto nel settembre 2016, sempre all’interno di Internazionale, con ‘Me che libero nacqui in carcer danno’, ispirato alla Gerusalemme Liberata di Tasso, con incursioni del ‘Combattimento di Tancredi e Clorinda’ di Claudio Monteverdi. (Leggi qui l’articolo di Giorgia Mazzotti)

Una sfida nella sfida perché, a causa del tempo richiesto per l’autorizzazione all’ingresso, la biglietteria è aperta già da luglio e le richieste di partecipazione dovranno arrivare entro il 31 agosto e non oltre (costo del biglietto 10 euro, maggiori info per la prenotazione qui).
Proprio da qui comincio la mia intervista con Horacio Czertok, regista dello spettacolo insieme a Davide Della Chiara, con una domanda un po’ provocatoria: perché un normale cittadino dovrebbe affrontare la trafila – comunicazione dei propri dati, regole di condotta, controlli, etc – per venire a vedere il vostro teatro in carcere?
E lui, più che abituato a questo genere di domande, non ha dubbi sulla risposta: “Perché è un atto di civiltà. Noi, gli educatori, i detenuti, la polizia penitenziaria, siamo tutti coinvolti in un processo di trasformazione sociale e abbiamo bisogno del sostegno della città e i cittadini, quindi chi viene a vedere il teatro in carcere fa un gesto socialmente forte. È il vostro carcere, sono i cittadini a pagarlo, quindi venite a vedere come cerchiamo di cambiare le cose e come le persone cercano di cambiare se stesse. L’altro aspetto, infatti, per nulla secondario, è che questi sono spettacoli belli, di buon artigianato, fatti da persone che ci mettono tutte se stesse per essere viste come persone che stanno provando a cambiare: non ci interessa l’applauso ‘peloso’, come lo chiamo io. Io, Davide, gli attori, vogliamo un applauso entusiasta, vogliamo che al pubblico arrivi quel qualcosa che fa dire “Bravi!”, non “Poverini”: il teatro spinge a un gioco di autenticità, lì sta il riconoscimento della loro dignità. Noi non selezioniamo nessuno: una volta che loro hanno chiesto di partecipare alle nostre attività e sono stati ritenuti idonei, vengono e lavorano con noi, mettendosi alla prova e studiando il testo e incarnandolo. Questo li cambia: la necessità di essere autentici e convincenti”.

Parliamo allora dello spettacolo: ‘L’irresistibile ascesa degli Ubu’. Un lavoro su Jarry e sulla sua Patafisica portato avanti insieme a tutta la rete del Coordinamento Regionale Teatro Carcere, che raggruppa sette penitenziari sui dodici dell’Emilia Romagna: “la Patafisica è la scienza delle cose possibili, uno sguardo non retto, ma laterale, che fa capire che il sopra e il sotto e tutto il resto in fondo sono solo convenzioni”.
Farsi beffe del potere, smascherarne i lati oscuri e le logiche perverse attraverso la finzione del palcoscenico, che alza il sipario sul reale e permette di osservarlo con sguardo critico e caustico, riconoscendo con ironia che quei lati oscuri si possono nascondere in ognuno di noi. “Oggi in giro ci sono parecchi Ubu, da Donald Trump a Kim Jong Un, senza contare gli Ubu italiani, ma io non cerco il teatro di attualità: il bello del nostro mestiere è che attraverso i personaggi possiamo di mettere in scena quei caratteri umani universali che attraversano le epoche, rendendoli riconoscibili nel tempo che stiamo vivendo”. “Jarry – continua Horacio – scrive alla fine del XIX secolo, prima della Prima Guerra Mondiale e delle dittature del Novecento, prendendo ispirazione dal Macbeth: ecco perché ritroviamo una coppia malefica, Père Ubu e Mère Ubu, assetati di potere, con lei che spinge questo guerriero, questo capitano, all’apparenza forte, ma che si rivela fragile e incapace di prendersi le proprie responsabilità, di affrontare le conseguenze delle proprie azioni. Cosa alquanto frequente anche ai giorni nostri, dove si fa a gara in quanto a irresponsabilità. Ha una visione ed è questa che ci interessa”.
Ubu – spiega Horacio – è un testo particolare che permette diverse interpretazioni, grottesche o tragiche. Nasce come un gioco, quando l’autore Alfred Jarry era ancora un ragazzo a Nantes, lui e alcuni suoi compagni di liceo con questo testo quasi per marionette si prendono gioco del loro preside, molto crudele e autoritario. Qualche anno dopo Jarry si trasferisce a Parigi per diventare un drammaturgo di successo e riprende in mano l’opera, che va in scena con grande scandalo perché tradisce tutti gli stilemi della drammaturgia teatrale del proprio tempo anticipando alcune delle caratteristiche del teatro dell’assurdo di Brecht”. Ecco perché il titolo è ‘L’irristibile ascesa degli Ubu’, “parafrasando ‘L’irresistibile ascesa di Arturo Ui’, il testo di Brecht contro l’irrefrenabile ascesa di Hitler al potere”.
“Quello che andrà in scena a fine settembre e sul quale stiamo lavorando da circa sei mesi è un primo studio: in pratica abbiamo diviso il testo in due parti e ora lavoriamo sulla prima, sull’ascesa degli Ubu, cioè come Ubu diventa re di Polonia. Da ottobre riprenderemo a lavorare e studieremo anche la caduta, perciò se tutto va bene a maggio porteremo al Teatro Comunale l’intera pièce: ‘Ascesa e caduta degli Ubu’. Chi assisterà a entrambi gli allestimenti potrà vedere come il lavoro si è evoluto: per esempio, per il primo studio di settembre stiamo preparando, sempre in carcere, alcune scenografie che però per il Comunale andranno ampliate”. Se le scenografie sono una novità, ci sarà invece ancora musica dal vivo, come in ‘Me che libero nacqui’: “è una sorta di musical”, scherza Horacio.
In scena ci sono circa una decina di detenuti attori: “uno zoccolo duro, che ha già esperienza”, come per esempio quelli che hanno lavorato allo spettacolo su Tasso, “e intorno alcuni nuovi arrivati, che imparano il mestiere attraverso il lavoro dei compagni, proprio come accadrebbe in una compagnia, dove si impara dai più esperti e dal capocomico”.

Tornando all’esperienza del teatro carcere in generale, chiedo a Horacio come si lavora nel laboratorio: il metodo cambia a seconda dei testi affrontati?
“Il metodo non cambia, ma cambiano gli aspetti sui quali concentrarsi. Lavorare sul Tasso e sulle sue ottave è diverso rispetto a lavorare sulla lingua di Jarry: il testo è meno evocativo, più terra terra e quindi, se vuoi, più rischioso, rispetto a quello ricercato e aulico della ‘Gerusalemme liberata’, che in un certo senso protegge perché è bello già di per sè. La parola di Jarry è più povera dal punto di vista poetico, ma più diretta, più ruvida e graffiante, fatta apposta per irritare gli spettatori. Ed è su questo che abbiamo lavorato: la parola vicina alla realtà”.

Come si fa a trasmettere tutto questo ai partecipanti, a coinvolgerli, su autori, testi e temi molte volte lontani da tutto ciò che per loro è familiare?
“Lo si fa con grande sforzo, ma il lavoro è proprio questo. Per i detenuti il processo teatrale implica uno sviluppo educativo forte: quella fatta attraverso il teatro è alfabetizzazione funzionale, cioè permette di imparare non solo la lingua, ma la cultura che sta dietro, proprio perché la parola a teatro è fondamentale. E nello stesso tempo, attraverso il confronto con i compagni di laboratorio, c’è un confronto fra culture diverse e così ognuno può vedersi attraverso gli occhi dell’altro: l’integrazione, la crescita, le interazioni, avvengono perché l’altro diventa meno straniero e tu ti senti più straniero a te stesso e ti metti in discussione.
Inoltre, a mio avviso, fare teatro in carcere permette al teatro stesso di riflette su stesso e crescere: è un lavoro culturale, per trasmettere loro tutta una serie di nozioni e farli entrare dentro al testo, farli andare in profondità. Per far questo però, prima abbiamo dovuto pensare alle caratteristiche distintive di quell’autore e di quel testo.
Il fatto che gli attori detenuti non sappiano chi è Jarry, come non sapevano chi era Tasso e quasi nessun altro della biblioteca teatrale, nostra e spesso della loro cultura d’origine, è un aspetto positivo perché sono completamente aperti e vergini, non hanno pregiudizi. Per loro non è un problema ammettere la propria ignoranza e questo è un primo passo per crescere, perché non si devono difendere e non pensano a come gli altri li giudicano per il fatto che non sanno chi è Jarry. Si mettono sotto e lavorano e imparano.
Infine, spesso il teatro offre loro una visione critica, senza ipocrisie, senza infingimenti, della società e attraverso la finzione del teatro arriva una sorta di oggettivazione delle storture di questo modello di società”.

L’irresistibile ascesa degli Ubu
29 settembre Casa Circondariale di Ferrara – ore 20.30
Prenotazione obbligatoria entro il 31 agosto

Nell’ambito del programma ufficiale del Festival di Internazionale a Ferrara
Compagnia dei detenuti-attori del Teatro della Casa Circondariale “Costantino Satta” di Ferrara.
Regia: Horacio Czertok e Davide Della Chiara
Drammaturgia, progetto scenografico, musica: Davide Della Chiara

Maggiori info su Teatro Nucleo

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IOhERO: un’Iliade in chiave pop

Chi da piccolo non ha giocato al gioco del “Facciamo che io ero”? Un astronauta, un medico, un insegnante, l’eroe o l’eroina preferiti: quando si diventa grandi si dice di ‘far finta’, ma da bambini per quel lasso di tempo lo si diventa davvero. Agli attori – ci avete mai pensato? – è permesso continuare a fare questo gioco anche da adulti. E i giovani componenti del collettivo bolognese Respirale teatro hanno deciso di sfruttare questa possibilità per costruire un gioco di riflessi sui Millennials, fra rappresentazione e autorappresentazione.

Sabato sera al Totem Arti Festival di Pontelagoscuro – organizzato da Teatro Nucleo con la direzione artistica di Natasha Czertok – è andato in scena il primo studio di questo esperimento intitolato ‘IOhERO’, dopo una residenza che ha visto gli attori Debora Binci, Michele Pagliai, Emanuele Tumolo e la regista Veronica Capozzoli ospiti delle sale del Teatro Cortazar nell’ultimo mese.
Alla ricerca di un’epica contemporanea, chiedendosi se in questo nuovo millennio esiste un nuovo Omero, individuale o collettivo che sia, i giovani componenti di Respirale sono arrivati a una narrazione, una rappresentazione che è in realtà una confessione della propria fragilità e delle proprie ansie di Millennials, i nati nel ventennio che va dal 1980 alla fine degli anni Novanta, che hanno attraversato il cambio di millennio convinti di esserne i nuovi eroi, pensando che ogni cosa fosse alla loro portata.
Ecco allora che l’Iliade, già di per sé ‘social’ come ogni mito e ogni narrazione orale trasmessi di generazione in generazione, diventa una battaglia navale 2.0, un gioco di ruolo on-line dove Achille e Paride sono i due profili scelti dai giocatori, con tanto di nickname e dichiarazione di social status. Gli eserciti schierati, pronti a confrontarsi presso le mura di Ilio sono “una generazione di fenomeni mobile (da leggersi all’inglese, naturalmente)”, tutti in scintillanti “armature recensite su Amazon”. A godersi “i duelli in streaming”, a guidare il gioco, allo stesso tempo algida dominatrice e fragile vittima, una Elena dai vertiginosi tacchi a spillo.
Poi cambio di scena, tre individui si muovono incerti come pedine su una scacchiera, affollando le orecchie del pubblico con i propri “io”, inconsapevoli l’uno dell’altro, per mancanza di capacità o volontà di conoscere e riconoscere le ragioni, i desideri, i sogni dell’altro: “sono qui”, “non ti vedo”.
Il mare della battaglia navale è diventato l’oceano di possibili scelte a disposizione dei Millenials nel quale è facile affogare se non si hanno gli strumenti adatti per la navigazione: esiste un’unica rotta da seguire, oppure ognuno deve tracciarsi la propria? In queste acque fanno capolino gli scogli di un’eterna formazione e di un lavoro che non è più strumento di emancipazione e le sirene che fanno impazzire “uomini e donne, laureati, formati, specializzati” nell’attesa di quella fama che non si raggiunge più – per fortuna – sui campi di battaglia a colpi di spada, ma dallo schermo a colpi di pixel e likes. Infine due minotauri contemporanei usano il filo di Arianna non per liberare, ma per ghermire e omologare: superata la soglia dell’homo videns, a che punto siamo ora?

Indovinato l’uso delle citazioni, in un intelligente mix di epica, pop e sottile provocazione. Ingegnoso uso delle luci e degli effetti sonori che tra teatro delle ombre e lampi pulsanti materializzano le inquietudini dei protagonisti e (forse) anche del pubblico.

CREATIVITA’
Sul veliero del totem Arti Festival naviga la follia dei visionari

Dal 1 al 4 giugno Pontelagoscuro torna a essere il porto della città estense con il veliero del Totem Arti Festival, arrivato quest’anno alla sua quinta edizione: “una nave di folli saltimbanchi che per quattro giorni vi trasporterà in un’altra dimensione”, scherza Natasha Czertok, direttrice artistica della rassegna.

“Abbiamo scelto l’illustrazione di Marco Smacchia del Collettivo Lele Marcojanni come simbolo legato al fiume – spiega Natasha – perché quest’anno ci siamo avvicinati un po’ di più, con l’idea di connetterci sempre di più con il territorio circostante e diventare sempre di più un’oasi sulle rive del Po. Dall’altro lato ci piaceva questo mezzo di trasporto antico, senza motore, che scorre, non si ferma e resiste alle intemperie”.
Per questa edizione 2017 il Totem non si vuole far mancare nulla: videoinstallazioni, teatro, musica, danza e soprattutto le arti circensi. “Abbiamo cercato di aprire al circo contemporaneo sia per continuare il lavoro che abbiamo fatto con le residenze artistiche di Gravità Ø, sia perché è un linguaggio che ci piace e ci interessa: è adatto a tutte le generazioni, ha una natura inclusiva”. Venerdì 2 giugno alle 19 nella sala 2 del Teatro Cortazar andrà in scena ‘Fischietta torna a casa’, spettacolo di clown di Tehano Vavatziani (posti limitati prenotazione consigliata). E poi sarà uno spettacolo circense a chiudere la rassegna: domenica sera alle ore 21 dall’altopiano etiope arriverà ‘Be-on’ di Fekat Circus che porterà gli spettatori in un mondo sospeso fatto di bellezza. “Fekat non è soltanto una compagnia circense – sottolinea Natasha – è un progetto di scuola di circo sociale nato e sviluppatosi ad Addis Abeba. La tournèe è un modo per far conoscere questa realtà e anche per finanziarla economicamente”.

Il teatro, la performance, come spazio di comunità e condivisione e momento di creazione di relazioni è un tratto distintivo del Totem fin dalle sue origini, per questo in realtà ogni spettacolo in programma è frutto di una rete di contatti e di amicizie nate e intessute dentro, fuori, intorno al lavoro del Teatro Nucleo. “Ci piace portare sempre compagnie e spettacoli nuovi, ma sfruttando relazioni e amicizie che abbiamo costruito nel tempo. Per esempio il Teatro Cosquillas è con noi per il quarto anno consecutivo e anche Corpo e azione in rete rimane un progetto unico, anche se ogni anno si presenta a Pontelagoscuro con coreografi diversi. Vogliamo dare visibilità a entrambe queste realtà per il lavoro che fanno su inclusione e sensibilizzazione verso la diversità”. Teatro Cosquillas e Corpo e azione in rete saranno le protagoniste della giornata di venerdì 2 giugno con ‘Prima luce’ (ore 17), realizzato dai giovani attori di ‘Nati dal nulla’, ‘Yjet ne Kaçele’ e con la classe quinta P PentaPix dell’Istituto Einaudi, e con le due performance (dalle ore 18) ‘Tell me’, proposto da NncDance lab, Eleonora Gennari e Valeria Fiorini, e ‘Per portare alla perfezione la propria forma’, di compagnia Iris, Valentina Caggio e Paola Ponti.

Anche lo spettacolo inaugurale, ‘Dov’è finito Marcovaldo?’, giovedì 1 giugno alle 19.30 nell’area del campo da calcio alle spalle del parco Tito Salomoni, rispecchia questo senso di comunità: è frutto “di un anno di laboratorio con le classi della scuola primaria di Pontelagoscuro”. Prima dello spettacolo, alle 18.30, siete tutti invitati all’aperitivo inaugurale nel parco tito Salomoni e poi la prima giornata si chiuderà in musica con il concerto della banda Rulli Frulli alle 21 nel parco Tito Salomoni.
Infine, conclude Natasha, “il festival è anche un’occasione per far conoscere giovani compagnie che spesso rimangono fuori dal circuito teatrale main stream”. Sarà così per ‘IoHero’ di Respirale Teatro (sabato 3 giugno ore 19.30): uno studio presentato dal gruppo al termine di una residenza di venti giorni al Teatro Cortazar.
Sabato 3 giugno da non perdere alle 17 lo spettacolo ‘Re tutto cancella’ di Teatro Perdavvero e l’ultimo spettacolo alle 21: il Centro Teatrale Umbro presenta ‘Archivio delle anime’ ispirato all’Amleto di Shakespeare. Alle 22.30 nel parco concerto di Howie Reeves e Bob Corn.

Dulcis in fundo, la novità di quest’anno: il laboratorio gratuito ‘Giornalisti spettatori’ tenuto da Lorenzo Donati, giornalista è critico teatrale e Alex Giuzio che invita spettatrici e spettatori a prendere parte a un percorso laboratoriale con l’obiettivo di trasformare le visioni dei singoli in una narrazione collettiva del festival, mettendo a fuoco strumenti e possibilità del giornalismo partecipato. La call per la partecipazione è scaduta mercoledì 24 maggio, ma Natasha ci ha detto che c’è ancora qualche posto disponibile. “Questo esperimento è nato dalla collaborazione con l’associazione Altre Velocità in occasione di ‘Crescere spettatori’, è stato così che abbiamo conosciuto Lorenzo Donati, giornalista e critico che scrive su diverse riviste specializzate. L’idea è utilizzare i social networks in un modo più narrativo per veicolare la critica teatrale sugli spettacoli e sul festival in generale. Il pregio è che Alex e Lorenzo hanno allo stesso tempo uno sguardo originale sull’arte, ma anche la freschezza necessaria per approcciarsi ai social”.

Totem Arti Festival 2017 è ideato e realizzato dal Teatro Nucleo, con il sostegno del Comune di Ferrara, della Regione Emilia-Romagna e del MiBACT, in collaborazione con AltreVelocità, con il sostegno di Nl Proporties e Cooperativa Le Pagine.
I biglietti sono acquistabili in loco mezzora prima degli spettacoli, con la possibilità di prenotare anticipatamente scrivendo a totemfestival.info@gmail.com
Prenotazione spettacoli con posti limitati: organizzazione@teatronucleo.org

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TEATRO
Va in scena ‘Il mio vicino’:
lo spettacolo che abbatte i fili spinati e crea ‘terre’ di incontro

L’incontro di due esuli in una terra di nessuno, “che nessuno vorrebbe abitare e alla quale nessuno vorrebbe appartenere, ma nella quale si è costretti a vivere i propri giorni: il carcere. Insieme abbiamo costruito una sorta di terra comune, con la poesia e il teatro abbiamo rifondato una terra in cui ci si potesse riconoscere”. A parlare è Horacio Czertok, attore e regista, fondatore della Cooperativa Teatro Nucleo, centro di formazione, ricerca e produzione teatrale che ha la sua sede al Teatro Julio Cortazar di Pontelagoscuro. Con queste parole descrive ‘Il mio vicino’, lo spettacolo che andrà in scena la sera dell’11 febbraio nello spazio teatrale di Ferrara Off e che vedrà come protagonisti lui e Moncef Aissa, uno dei primi attori-detenuti del laboratorio di teatro-carcere che Horacio conduce fin dal 2005 nella casa circondariale di via Arginone.
La performance è in repertorio dal 2010, ma quella di sabato sarà la prima volta a Ferrara, dopo essere stata rappresentata in diversi contesti a Modena e a Bologna e poi in Spagna, in Germania e in Belgio, “dove l’abbiamo fatto proprio dentro un carcere”.

Un bel giorno Horacio è uscito di casa e si è trovato di fronte Moncef: “Sono libero ora. Io qui ci vivo”. Moncef, dopo essere stato suo allievo in carcere, è uscito, si è costruito una famiglia e una vita, è diventato il suo vicino e così è nato lo spettacolo, per raccontare il loro lungo lavoro, un percorso di crescita reciproca, fra Totò e la poesia araba.
‘Il mio vicino’ parla di condivisione e di comprensione, in tempi di muri e di filo spinato, per dividere e lasciare fuori i nostri vicini. “Viviamo in tempi difficili e il senso dello spettacolo, almeno spero, è portare in scena la gioia di scoprire nel vicino, nell’altro, qualità e forze che non si sospettavano”.
Nello stesso tempo, confessa Horacio, “sento personalmente questa tematica perché anche io a suo tempo sono stato un ‘vicino’, un esule, arrivato in Italia scappando da una guerra civile e dal pericolo oggettivo di venire assassinato con la mia famiglia. Per fortuna il mio esilio avvenne in aereo, non a nuoto, ma conosco benissimo la sensazione di dover mollare tutto quello che non sta in una valigia e dover ricostruire una vita in un luogo che non ti aspetta, che non ti conta, in un Paese di cui non sai la lingua, tanto per cominciare. Conosco tutte le avventure e le peripezie burocratiche e conosco anche, da parte del rifugiato, la voglia di riscatto, di farsi valere attraverso le proprie capacità: è un bisogno di riaffermare la propria dignità”. ‘Il mio vicino’ è dunque anche un “vicino di condizione umana”.

La performance è nata “dentro il laboratorio di via Arginone, mentre lavoravamo su quello che poi è stato il primo spettacolo a uscire dal carcere nel 2006, ‘Schegge – da Totò a Beckett’: stavamo facendo una ricerca di altri materiali che ampliassero e arricchissero il lavoro per comparazione. Moncef faceva il suggeritore ed era molto rigoroso, quando qualcuno mancava, lui lo sostituiva e così ha finito per sapere e fare questo testo benissimo”.
Da quel lavoro di ricerca di altri materiali è nata poi la contaminazione con le poesie arabe, “una tradizione ricca e meravigliosa, anche se molto poco conosciuta: Moncef si è rivelato una persona di una cultura non indifferente su questo versante”, mi rivela Horacio: nello spettacolo ci sono “poesie per così dire ‘basse’, dei mercati e dei mercanti, quelle dei dervisci e quelle più ‘alte’, con alcune sorprese come diverse poesie in arabo siculo dell’anno 1000, una parte della cultura italiana poco frequentata, se non del tutto sconosciuta”.
“Abbiamo lavorato insieme cinque, sei anni. Lui aveva già cominciato a fare teatro in carcere a Forlì e, arrivato a Ferrara, si è iscritto al nostro laboratorio. È stato uno di quelli, come in realtà succede quasi sempre, che mi è dispiaciuto perdere: ma è stato meglio che l’abbia perso!”, scherza Horacio. Ora Moncef è tornato a Forlì, dove seppur con difficoltà ha trovato un lavoro, una moglie e una figlia.
“Ci siamo trovati, entrambi esuli, io dall’Argentina, lui dalla Tunisia, entrambi ‘desterradi’, un termine della lingua spagnola che esprime tutta la precarietà di chi vive la condizione di venire privato della propria terra natia da un giorno all’altro per decisione di qualcun altro. Per questo una delle poesie che cantiamo è ‘Fin quando durerà il mio esilio’, di Ibn Hamdis Al Sicli, un poeta arabo-siculo che nel 1079 è costretto a lasciare la sua Sicilia a causa dell’arrivo dei Normanni”.

È questa una prima importante risposta alla domanda alla quale Horacio deve rispondere molto spesso: perché il teatro in carcere?
“Per alcuni detenuti siciliani non era poi così automatico che un arabo potesse considerare l’isola la sua terra. Spesso la sala del carcere diventa una grande aula di scambio culturale, un vero e proprio laboratorio di convivenza: se fuori ogni etnia tende a isolarsi con gli altri del proprio gruppo, in carcere si è costretti a stare insieme, a condividere le proprie giornate”.
L’altra risposta ha a che fare con la dignità e il rispetto, due cose cui ogni persona ha diritto, anche – forse soprattutto – quando si paga il proprio errore, la propria trasgressione alle regole del vivere civile, con la privazione della libertà e di tutto ciò che definisce l’identità di un individuo.
Horacio sottolinea che il progetto Teatro-Carcere è nato da subito come pratica quotidiana, “non come una situazione episodica”, perché “non è un modo di intrattenere i detenuti o per occupare il loro tempo, fa parte di un processo di consapevolizzazione e autoresponsabilità, di ricostruzione di un’autonomia, che parte da una rivalutazione della propria autostima”. “Una delle prime cose di cui discutiamo con gli attori-detenuti è la dignità: non è qualcosa che qualcuno ti può dare, la devi conquistare da te”. E a questo proposito mi spiega: “Quando l’ho domandato, nessuno dei miei allievi ha mai risposto che frequentava i corsi di teatro per riacquistare il rispetto di sé stesso: vocazione, una carriera, desiderio di espressione personale, queste erano le risposte. Quando abbiamo chiesto la stessa cosa agli attori-detenuti, tutte le risposte hanno riguardato la dignità e il rispetto: è stato un momento di rivelazione per noi”.
Il carcere è un universo di grande criticità, che richiede “una qualità non molto frequente nel teatrante e non è nemmeno una mia virtù, cioè l’umiltà: è un esercizio duro, il contesto ti sfida continuamente”. “È un luogo di grande sofferenza, credo che non si soffra così in nessun altro posto – continua Czertok – Non solamente i carcerati, che sono stati tolti dai loro affetti e da tutto ciò che costituiva la loro identità, ma anche la polizia penitenziaria, costantemente di fronte alla sofferenza altrui, gli agenti tutti i giorni sono la prima linea della società nei confronti dei detenuti”. “Si lavora a partire dalla disponibilità e dalla curiosità personale, poi è una gara a ostacoli, perché come ha scritto Artaud “L’attore è un atleta del cuore: si sfida e sfida chi lo guarda”.
Il teatro poi “è anche un modo per contribuire alla preparazione all’uscita dal carcere, al reinserimento dei detenuti nella società”: come è successo a Moncef “i detenuti escono e diventano i nostri vicini, che vicini vogliamo?” Senza dimenticare, infine, la valenza di “alfabetizzazione”, cioè l’aiuto nell’imparare una lingua che è straniera, vista l’importanza e la valenza che hanno le parole nel teatro. “Per molti dei nostri attori-detenuti la cultura è un bene lontano, guardato con rispetto, ma considerato non a portata di mano per loro. Perciò la familiarizzazione e la lettura di testi o poesie, magari nella lingua del Tasso, come nello spettacolo ‘Me che libero nacqui la carcer danno’ ispirato alla Gerusalemme Liberata (portato anche al Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara nell’aprile 2016, ndr), diventa un doppio salto mortale”. Ecco di nuovo la sfida con se stessi: “si innesca una sorta di provocazione. Ci si dice ‘Devo farcela’, ‘Non posso fare una brutta figura io e non posso far fare una brutta figura a chi ha lavorato per me e con me’. Alla fine, in fondo, è proprio il modo con cui lavoriamo anche con gli altri attori”.

Una cosa è certa. I risultati dei laboratori – fra i quali non ultimo riuscire a far entrare la cittadinanza fra le mura di via Arginone e portare fuori gli attori-detenuti, sul palco del teatro comunale estense ma non solo – e la fiducia che gli attori-detenuti ripongono nelle attività con Horacio e con i suoi collaboratori, tutto ciò non sarebbe possibile se non fosse per un aspetto importante, anzi fondamentale: “il lavoro è fatto sempre da cittadino a cittadino. Noi non siamo lì come un’autorità, non siamo poliziotti, educatori, preti, siamo cittadini che sanno fare teatro e portano queste competenze dentro il carcere, misurandosi alla pari con i detenuti. Piano piano diventiamo attori fra attori”.

Ferrara è un palcoscenico: Off, Nucleo, Fonè e Ctu animano la scena

Il teatro a Ferrara è di casa fin dai tempi della signoria estense. Ercole I d’Este, per esempio, era un grandissimo appassionato, tanto che fu proprio il nostro duca a consegnarci un indubbio primato culturale sulle corti italiane ed europee del tempo promuovendo la rappresentazione dei ‘Menaechmi’ di Plauto, primo dramma dell’antichità a essere rimesso in scena dopo l’avvento dell’era cristiana. E non è finita qui: lo spettacolo venne realizzato nel cortile del Palazzo Ducale – l’odierna piazza municipale – e quindi, oltre a dignitari e personalità da tutta Europa, allo spettacolo potè assistere tutta la cittadinanza ferrarese.
Non stupisce dunque che ancora oggi il territorio estense, come un unico grande palcoscenico, ospiti diverse realtà teatrali, dal Teatro Comunale Claudio Abbado, riconosciuto dal Mibact come ‘teatro di tradizione’, al Teatro Nuovo, con una programmazione più vicina al cabaret, fino al Teatro De Micheli di Copparo e al Teatro Comunale di Occhiobello: ognuno in grado di avvicinare il pubblico ferrarese con un’offerta diversa, togliendogli ogni scusa per starsene chiuso in casa a fissare la tv. Su questo grande palcoscenico poi, si sono guadagnate il proprio spazio anche diverse realtà che si occupano di sperimentazione e ricerca teatrale e che danno spazio alla creatività di compagnie e artisti emergenti, che rimangono fuori dai grandi circuiti, oppure che si occupano di formare gli attori di domani.
Su il sipario allora: per questa volta i riflettori sono puntati su di loro.


Ferrara Off: Marco Sgarbi & Co.

Il nome è un rimando alle realtà underground di Broadway o di Londra: spazi nati per raccogliere le nuove tendenze, le sperimentazioni che non trovavano posto all’interno delle programmazioni dei grandi teatri, luoghi di rappresentazione che uscivano dalle logiche economiche dei grandi circuiti. Una scommessa controcorrente in un momento di crisi economica, per non parlare della cronica mancanza d’attenzione per il settore culturale in Italia. Una scommessa che Marco Sgarbi, Roberta Pazi, Monica Pavani e Giulio Costa a quanto pare hanno vinto: Ferrara Off è ormai una realtà più che (ri)conosciuta, il cui valore aggiunto sta nella volontà e nella capacità di costruire collaborazioni non solo con gli altri attori culturali della città, ma soprattutto con il pubblico e i cittadini, come hanno dimostrato la campagna di crowdfunding ‘Biblioteca itinerante di letteratura. Omaggio a Giorgio Bassani’ o la ‘Maratona Orlando’ dedicata al celebre poema di Ludovico Ariosto.
La prossimità fra pubblico e attori offerta da Teatro Off, complici anche le dimensioni raccolte della sala, è nello stesso tempo una possibilità e una sfida: i dialoghi che concludono le serate vogliono essere come le impressioni scambiate dopo lo spettacolo davanti a un buon calice, ma nello stesso tempo spingono lo spettatore a riflettere su ciò che ha appena visto, su cosa il testo, le soluzioni sceniche e le persone in carne e ossa davanti a lui gli hanno trasmesso.
Il nuovo spazio performativo di Ferrara ha aperto nel dicembre 2013 in viale Alfonso I d’Este, dove prima sorgeva il centro sociale Dazdramir, tenuto a battesimo dall’attore e autore Gianni Fantoni, da Massimo Navone, direttore della Scuola Paolo Grassi di Milano, dall’attrice e docente Roberta Pazi e da Marco Sgarbi, attore e direttore artistico del Teatro Comunale di Occhiobello.

A tre anni di distanza, l’associazione ha chiuso il 2016 con numeri di tutto rispetto: settanta eventi e quasi duemila spettatori, undici corsi di formazione e più di mille associati. Mentre la maratona di lettura integrale e senza interruzioni del poema di Ariosto, che si è svolta presso la Pinacoteca Nazionale tra venerdì 2 e sabato 3 dicembre ed è durata 36 ore, ha coinvolto mille lettori, con 1400 spettatori e 70mila persone raggiunte tramite social network, connesse alla diretta streaming.
E non è finita qui perché Marco Sgarbi e la sua squadra hanno partecipato e vinto come Associazione culturale Arkadiis – che da anni cura in collaborazione con l’amministrazione comunale la stagione del Teatro Comunale di Occhiobello – il bando nazionale Funder35, promosso da 18 fondazioni associate ad Acri – l’organizzazione che rappresenta le Casse di Risparmio Spa e le Fondazioni di Origine Bancaria, ndr – con l’obiettivo di rafforzare imprese culturali giovanili non profit impegnate principalmente nell’ambito della produzione artistica/creativa in tutte le sue forme, premiando l’innovatività e favorendo la sostenibilità. Il 1 febbraio a Roma, presso il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini ha premiato le 57 imprese culturali vincitrici del bando 2016. “L’Associazione Arkadiis fa parte delle sette provenienti dal Veneto, solo due delle quali imprese culturali teatrali”, sottolinea Marco. “Il premio porterà finanziamento di 35.000 euro in tre anni” per realizzare il progetto ‘Next Generation’ che “mira a educare le nuove generazioni alla cultura teatrale e a rigenerare così l’attuale pubblico attraverso due azioni: una nuova proposta culturale che vuole coinvolgere ed educare la nuova generazione di piccoli spettatori presenti sul territorio e uno svecchiamento dell’associazione da un punto di vista comunicativo e di immagine”, ci spiega ancora Sgarbi. L’obiettivo è “il raggiungimento di un nuovo target composto dai giovanissimi potenziali spettatori presenti sul territorio della fascia compresa tra i 6 e i 12 anni” e attraverso di loro “anche altre fasce potenzialmente interessate, come quella dei genitori che va dai 31 ai 40 anni e la fascia dei nonni, over 65”.
www.ferraraoff.it


Il Nucleo sulle rive del Po: il teatro come comunità

Sono passati ormai quarant’anni da quando il Teatro Nucleo – allora Comuna Nucleo – è arrivato in Italia da Buenos Aires, costretto all’esilio dal golpe di Videla. Fondato nel 1974 da Horacio Czertok e Cora Herrendorf, nel 1978 Teatro Nucleo si è stabilito a Ferrara, chiamato dallo psichiatra basagliano Antonio Slavich per collaborare nel processo di chiusura dell’ex-ospedale psichiatrico della città, che è divenuto anche la sua prima sede. Alla base dell’attività del Nucleo c’è la concezione del teatro non come puro intrattenimento, ma come portatore di un’etica sociale, come momento di profonda condivisione di un’esperienza fra attori e spettatori: nel momento in cui avviene lo spettacolo si crea una comunità. E se, come fa il Nucleo, al centro si pone il rapporto con l’essere umano in quanto tale, il teatro diventa un potente strumento di inclusione e trasformazione sociale: “Non vede un pubblico preferenziale, identifica nell’essere umano di qualsiasi genere, etnia, età, classe sociale un possibile interlocutore – si legge sul loro sito – Da un imperativo di giustizia elementare e dall’idea che proprio in costoro è possibile trovare nuova linfa e nuovo senso all’arte, è spinto a rivolgere grande attenzione a tutti gli esclusi dalla fruizione e dalla produzione artistica”.
Con questo spirito negli anni sono nati i tanti progetti di teatro in carcere, nelle strutture terapeutiche e nelle istituzioni legate al lavoro sulla salute mentale e all’integrazione sociale. Il progetto Teatro Carcere, nel quale Horacio Czertok lavora con alcuni detenuti della Casa Circondariale di Ferrara, insignito nel 2012 con la medaglia premio di rappresentanza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il progetto Arte e Salute mentale con pazienti psichiatrici del Dipartimento Salute Mentale di Ferrara e la Scuola di Formazione per Operatori Teatrali nel Sociale, diretta da Cora Herrendorf, sono solo alcuni esempi.
Elemento fondamentale del Nucleo è stato Antonio Tassinari, fino a quando una malattia se lo è portato via, troppo presto, nell’estate del 2014. È stato lui a ideare e coordinare il Teatro Comunitario di Pontelagoscuro: forma teatrale della e per la comunità, basata sull’integrazione intergenerazionale e su un’idea di recupero della memoria collettiva, non la storia scritta sui libri, ma la narrazione costituita dai ricordi delle persone che la comunità la costituiscono e la vivono.

Nel frattempo il Teatro Nucleo è stato riconosciuto ‘organismo stabile’ dalla Regione Emilia Romagna e, nel 2003, ha ricevuto dal Comune di Ferrara quella che è diventata la sua nuova sede a Pontelagoscuro, intitolata due anni dopo allo scrittore Julio Cortázar, in onore delle proprie radici argentine. Dal 2015 è diventato ufficialmente anche sede di ‘residenza artistica’, trasformandosi ancora di più in un cantiere di ‘Cose Nuove’: ospita, infatti, la ricerca e la sperimentazione creativa di diverse giovani compagnie e artisti emergenti che poi restituiscono il risultato del proprio lavoro in workshop, spettacoli e laboratori con la cittadinanza.
“All’epoca di scegliere dove poter portare il mio lavoro e il mio teatro – spiega Horacio Czertok – ho scelto l’Italia perché nessuno è venuto a dirci cosa fare e come farlo: in Italia ho potuto continuare a fare teatro come lo facevo in Argentina, non mi sono mai sentito straniero sul terreno del teatro in questa che è la patria della commedia dell’arte”.
www.teatronucleo.org


Fonè Teatro: gli attori di domani

Massimo Malucelli, attore e insegnante di commedia dell’arte, è protagonista della scena ferrarese da più di venticinque anni. Nella sua Foné Scuola di Teatro ha formato diversi professionisti, come il giovane Stefano Muroni. Proprio con lui nel 2014 ha dato vita al Centro Preformazione Attoriale di via Arianuova, una scuola per ragazzi dai 14 ai 20 anni che intendono intraprendere la professione di attore. La scuola è riconosciuta e appoggiata dal Centro sperimentale di cinematografia e dal Giffoni Film Festival, ha al suo attivo gemellaggi con l’Escuela de artes escenicas Pábulo, la Sylvia Young Theatre School di Londra e l’Erac – scuola regionale per attori – di Cannes, e nel 2015 e 2016 nella delizia estense di Villa Mensa ha organizzato il Tenda Summer School, la prima Summer school d’Europa dove si dorme in tenda e gli allievi sono giovani aspiranti attori e adolescenti appassionati di recitazione.
Il 31 gennaio scorso poi si è chiuso il bando per la quarta edizione di ‘Fest-Festival delle Scuole di Teatro’, organizzato da Fonè in collaborazione con il Comune di Comacchio, il Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara e altri comuni e teatri del territorio, che si terrà fra maggio e giugno 2017. Tutto è nato con l’idea di organizzare un incontro per le varie scuole di teatro del territorio, che fosse anche un concorso e nello stesso tempo una festa del teatro e di chi lo fa. Un’occasione per festeggiare chi fa esperienza di teatro e per far incontrare chi assiste allo spettacolo e chi fa teatro come professionista. Fest, infatti, è contraddistinto dal fatto che si fanno fare giochi teatrali al pubblico stesso.

Nel novembre 2016, inoltre, Fonè Teatro ha dato avvio alla scuola di teatro e audiovisivi ‘Dal teatro al cinema: un viaggio fra due mondi’: una “scuola di racconti teatrali e digitali”, come la definiscono gli stessi organizzatori. Non un corso dunque, ma di una vera e propria scuola della durata di due anni: “la filosofia che ispira il nostro lavoro è tracciare un percorso che fonda nella forza del teatro, capace di raccontare storie nello spazio, quella di raccontarle anche su di uno schermo, che sia quello del computer, del video o del cinema. Recitare è “essere veri in una situazione finta”, una definizione bella e semplice, che descrive il processo profondo che sta alla base del lavoro creativo, in teatro e su uno schermo, ovunque vi sia una storia raccontata attraverso gli attori ed i personaggi cui essi danno vita”. “Caratteristica che riteniamo unica della scuola – continuano gli organizzatori sul sito di Fonè – sarà presentare, come esercitazione di fine anno, una performance teatrale dalla quale trarremo spunto per creare un video su quello stesso soggetto, ma questa volta sceneggiato e montato secondo il linguaggio dell’audiovisivo, e quindi come racconto filmico per lo schermo.”
www.foneteatro.it
www.centropreformazioneattoriale.it


Centro Teatro Universitario: il teatro come scoperta di sé

ctuDaniele Seragnoli, delegato del Rettore alle attività relative alle pratiche teatrali in ambito sociale, e Michalis Traitsis, regista e pedagogo teatrale di Balamòs Teatro, sono rispettivamente il direttore e il responsabile dei laboratori teatrali del Ctu-Centro teatro universitario: un luogo di sperimentazione del teatro e dei suoi linguaggi attraverso una visione ampia che favorisce tramite il “gioco” teatrale la scoperta di sé, della creatività individuale, una maggiore consapevolezza del proprio corpo e delle proprie emozioni, mettendo in relazione ogni singolo allievo con il gruppo di lavoro e il mondo circostante. Il teatro dunque per il Ctu non è il fine, ma uno strumento per (ri)conoscere se stessi e le proprie capacità creative e immaginative, per gestire meglio le proprie emozioni e di conseguenza per comunicare meglio con le altre persone e interagire in modo migliore nel contesto in cui si vive e si opera, un mezzo di formazione della propria ‘persona’.

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Machalis Traitsis

Le attività sono rivolte non solo agli studenti dell’ateneo ferrarese, ma a tutta la cittadinanza, inclusi gli alunni delle scuole di ogni ordine e grado di Ferrara e provincia.
Fra le attività del Ctu ci sono: la gestione di laboratori di formazione per il Master di I livello dell’Università di Ferrara ‘Tutela, diritti e protezione dei minori’; la collaborazione al progetto pedagogico per scuole primarie e secondarie ‘(R)esistenze’, ispirato al libro di Nico Landi ‘Una storia di storie’, che dal 2006 propone un lavoro teatrale e incontri sul tema della Resistenza nella pianura ferrarese; la collaborazione al progetto di pedagogia teatrale ‘Voci da un’avventura leggendaria’ per scuole primarie e secondarie; il partenariato e la collaborazione al progetto ‘Passi sospesi’ che realizza percorsi e pratiche di laboratorio teatrale con detenuti e detenute nell’ambito del recupero e del trattamento penitenziario, con numerosi episodi di incontro e scambio con gruppi di allievi e allieve del Centro Teatro Universitario.
www.unife.it/centri/ctu
www.balamosteatro.org

INTERNAZIONALE
Entrare in carcere con il teatro

Entrare in carcere. Era una delle iniziative del Festival di Internazionale a Ferrara: uno spettacolo teatrale dentro al carcere ferrarese, considerato tra quelli di massima sicurezza. Un evento a cui si partecipa per vedere la messa in scena, ma che poi diventa un’esperienza per tutto quello che c’è intorno. Gli attori sono i detenuti stessi, tantissimi altri detenuti come spettatori. Sono tutti uomini. In sala arrivano alla spicciolata, uno dopo l’altro. Uomini come tanti che puoi vedere in giro. Capelli corti corti, jeans e scarpe da ginnastica; un gruppetto sembra quello dei muratori che hanno messo a posto il tetto dopo il terremoto. C’è un ragazzo di colore, alto e atletico, le scarpe di un rosso sgargiante e l’aria di uno che gioca a basket. Alcuni sono un po’ più anziani, magari con gli occhiali, potrebbero essere commercianti qualunque. Un ragazzo ha un aspetto così giovane, ma diciotto anni ce li avrà per forza, se si trova qui. Cento seggiole nella stanza-laboratorio, cinquanta da una parte e cinquanta dall’altra; in mezzo un panno scuro, dove gli attori mettono in scena lo spettacolo.

I protagonisti dello spettacolo "Me che libero nacqui, al carcer danno" (foto di repertorio del Teatro Nucleo/Internazionale)
“Me che libero nacqui, al carcer danno” (foto di repertorio del Teatro Nucleo)

Non è un’opera qualsiasi o una messa in scena così. Ci lavorano su da anni con il laboratorio teatrale della compagnia Teatro Nucleo di Pontelagoscuro. Mettono in scena un’opera antica, ma azzeccata: un episodio della “Gerusalemme liberata”, che descrive gli scontri tra cristiani e musulmani durante la prima crociata. Torquato Tasso l’ha scritto mentre era a sua volta rinchiuso nella prigione di Sant’Anna a Ferrara. Lo spettacolo si intitola Me che libero nacqui al carcer danno ed è incentrato sul combattimento tra Tancredi e Clorinda della “Gerusalemme liberata” di Tasso. Le parole sono difficili perché il testo è scritto in versi ed è poesia della seconda metà del ’500.

L'ingresso al carcere di Ferrara
L’ingresso al carcere di Ferrara

Per potere assistere a questa rappresentazione devi lasciare con parecchi giorni d’anticipo un documento d’identità all’organizzazione e presentarti almeno mezz’ora prima per i controlli, lasciando giù macchina fotografica, cellulare e qualsiasi dispositivo elettronico. Molte barriere e cancelli vanno superati per entrare in quella sala-teatro.

Dal parcheggio recintato nella periferia ovest della città, si oltrepassa a piedi la barra mobile e ci si trova davanti alla vetrata della guardiola d’ingresso. Due agenti-uscieri ti chiedono i documenti e verificano che ci sia il tuo nome su un registro. Cellulare e macchina-foto li lasci lì. Poi ti controllano la borsa, ti danno un badge da appuntarti sulla maglia con sopra un numero e resti in attesa di qualcuno che ti accompagni dentro. Si attraversa tutto il cortile e si entra nella palazzina difronte. C’è un metal detector e un impiegato che si annota il numero che hai scritto sul badge. Lì entri da una porta automatica blindata e attraversi un corridoio per arrivare in un altro cortile, attraversarlo ed entrare in un’altra palazzina. Superi il cancello di una grata metallica grande come tutta la parete, c’è un altro corridoio e poi la sala. Tre file di sedie sono disposte di qua e altre tre di là dal tappeto scuro che fa da palco. Sulla sinistra una pedana sulla quale si piazzano i musicisti del Conservatorio di Ferrara, due ragazze e due ragazzi con strumenti a corde di varie dimensioni e il direttore del coro del Conservatorio, Gianfranco Placci, che li accompagna al pianoforte, mentre un ospite del carcere suona il triangolo e le maracas. Nei corridoi e in sala ci sono sempre agenti con la divisa della polizia carceraria.

I musicisti del Conservatorio davanti al carcere di Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)
I musicisti del Conservatorio davanti al carcere di Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)

La regia è di Horacio Czertok, sul palco gli attori detenuti del laboratorio teatrale della casa circondariale di Ferrara: Lesther Batista Santisteban, Desmond Blackmore, Federico Fantoni, Sotirios Kalantzis, Lefter Kuli, EdinTicic. Sono quasi tutti stranieri, spiega il regista che è lì in sala: montenegrini, greci, un cubano e un suddito britannico.

Inizia lo spettacolo e la difficoltà è grande anche per chi assiste. Le parole sono davvero desuete, praticamente incomprensibili. Loro le recitano con una sicurezza incredibile, capisci qualcosa solo grazie al modo in cui gesticolano e scandiscono i versi, che è chiaro che loro hanno ben capito e interiorizzato. Un attore in semplice maglietta e pantaloni scuri entra in scena. Ha un’aria molto normale, quasi dimessa. Poi inizia a cantare. Ha una voce potente e vibrante, mentre intona le parole dello spartito e senti l’emozione che ti invade. Canta un brano molto lungo e articolato e avanza tenendo in mano un foglio che di tanto in tanto scorre con gli occhi. Finito il canto, un uomo di colore in tunica bianca e un attore dal volto pallido e barba castana mettono in scena il confronto tra i due combattenti, un duello fatto di sguardi, testa e testa di un’intensità fortissima, che rende tutta la tensione della sfida senza bisogno di arrivare mai a dare un solo colpo.

La foto di John J. Kim che ha vinto il 3° premio per foto singole del World Photo Press 2016
Foto di di John J. Kim, vincitrice del World Photo Press 2016 esposta al Pac di Ferrara fino al 23 ottobre 2016

Alla fine applausi, il direttore del carcere Paolo Malato che si complimenta per il risultato incredibile, sottolinea che tutti possiamo sbagliare ma – come è scritto sulla facciata del teatro di Palermo – “l’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire”. Uno tra gli spettatori detenuti legge una lettera per sottolineare l’importanza che ha, per loro, questa iniziativa, l’apertura del carcere alla città. Il maestro Mauro Presini ricorda che c’è anche una redazione interna che cura una rivista, sempre aperta a contributi e col desiderio di creare un evento aperto all’esterno. Il direttore del coro del Conservatorio Gianfranco Placci racconta che da tre anni viene qui per tirare fuori musica e canto dai detenuti che ne hanno voglia e talento.

Uno dietro l’altro, gli spettatori che vivono qui si alzano per tornare in cella. Una volta che sono usciti loro, anche il piccolo gruppo del pubblico viene riaccompagnato dalle guardie. Si ripassa attraverso i cancelli e le barriere. Due mondi si richiudono. Resta il brivido dell’arte che li ha uniti.

 

Festival di Internazionale si è tenuto a Ferrara da venerdì 30 settembre a domenica 2 ottobre 2016 per la sua decima edizione. La mostra con le migliori fotografie dei reporter di tutto il mondo che hanno vinto il World Photo Press 2016 resta visitabile fino a domenica 23 ottobre (ore 10-13 e 15-19, ma biglietteria chiusa un’ora prima) al Pac-Palazzina di arte contemporanea in corso Porta Mare 5 a Ferrara.

Al Teatro Cortazar i “193 problemi” dei circensi al giorno d’oggi

Accadono “Cose Nuove” in questo inizio di primavera sulle rive del Po, al Teatro Julio Cortazar di Pontelagoscuro. Il teatro apre le proprie porte a compagnie di teatro, danza, circo contemporaneo attraverso residenze creative e mette a disposizione del pubblico l’opportunità di fruire di momenti di formazione e confronto, ma soprattutto di seguire un po’ più da vicino la ricerca degli artisti attraverso la presentazione dei loro progetti, magari ancora in fase di studio, per sondare le impressioni e le opinioni degli spettatori. Caratteristica delle residenze creative di “Cose nuove” è, infatti, proprio l’invito al confronto col pubblico, chiamato a esprimersi sui lavori cui assisterà.
Dopo “Punta sicca” di Laquiete teatro, andato in scena il 26 marzo, domani tocca al circo contemporaneo del Collettivo Laden Classe, Enrico, Leonardo e Javier, tre ragazzi che si sono incontrati alla scuola di circo Flic di Torino. Al Teatro Julio Cortazar presenteranno i loro “193 problemi”.

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Da dove nasce il nome “Laden Classe”?
Laden Classe è il nome di una lavatrice. Traduzione letterale: Laden in tedesco sta per “carico”; Classe dal francese “con classe”. La lavatrice è un allegoria della mescolanza delle arti che proponiamo: giocoleria, trapezio aereo, manipolazioni di oggetti e di corpi, musica dal vivo… nel nostro lavoro tutte queste discipline si mescolano, proprio come all’interno del cestello di una lavatrice. Ci piace pensarla così!

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Tutti e tre vi siete dedicati al circo dopo percorsi differenti nel campo delle arti dello spettacolo, quando avete iniziato a interessarvi alle arti circensi e perché alla fine avete scelto il circo?
È molto difficile risponderti come gruppo, ognuno ha una storia diversa che lo ha condotto a questo linguaggio. Tutti però lo abbiamo scelto per le sue caratteristiche di adrenalina, facile comunicazione, senso di libertà legato alla vita circense. Diciamo che tutti abbiamo cominciato con spettacoli di strada e spettacoli per eventi, poi abbiamo scelto di approfondire la nostra formazioni con corsi e scuole professionali.

Come nasce il vostro Collettivo? E cosa vi porta qui a Ferrara sulle rive del Po?
Il collettivo nasce dall’incontro presso la scuola di circo Flic di Torino. Abbiamo deciso di collaborare dopo aver condiviso in parte il nostro percorso formativo e di vita, abbiamo improvvisato e giocato insieme, conosciamo i rispettivi lavori precedenti e abbiamo per così dire deciso di scommettere su un progetto di creazione comune, vista la sinergia.
Siamo qui al Teatro Cortazar, per così dire, per motivi affettivi: i ragazzi del Teatro Nucleo sono stati i primi maestri di teatro di Enrico alle scuole superiori e, nel momento in cui abbiamo cominciato a cercare spazi per la creazione dello spettacolo, gli è venuto in mente il teatro Julio Cortazar. Abbiamo chiesto e immediatamente abbiamo incontrato una grande disponibilità e accoglienza, ma soprattutto la voglia di appoggiare il nostro percorso. Abbiamo infatti in progetto di tornare in autunno per un altro periodo di residenza creativa e speriamo di avere occasione di presentare al Cortazar lo spettacolo completo nel 2017.

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Perché avete deciso di chiamare questo vostro progetto d’esordio “193 problemi”? E’ un titolo scaramantico? Sperate di non averne più in futuro? Intendo di problemi…
In parte hai indovinato. Il titolo “193 problemi” é un titolo ‘constatativo’: abbiamo pensato di ispirarci al fatto che proprio durante il progetto abbiamo avuto e stiamo avendo mille difficoltà. E 193 non è un numero casuale: è uscito in una mattina problematica durante la quale, accendendo uno dei nostri pc, venivano rilevati 193 problemi. Furti nei camper, problemi tecnici, problemi quotidiani… tutto fa brodo. Riferirsi a una lista di problemi è un gioco per prendere con ironia le difficoltà che un collettivo giovane come il nostro ha nella vita di ogni giorno, per poter sopravvivere sorridendo nella carenza di risorse che c’è, soprattutto nella realtà italiana. Speriamo davvero che si fermino solo a 193!

Avete voglia di spiegarmi come si è svolto e si sta svolgendo il vostro lavoro?
Il lavoro è un progetto biennale. Per la creazione dello spettacolo ci siamo dati come termine il mese di giugno 2017. Il progetto è partito a ottobre con tre residenze artistiche in Spagna a La Central del Circ di Barcellona e presso lo spazio di circo Cronopis di Matarò, che ci hanno impegnati fino a dicembre, quando abbiamo presentato un estratto del lavoro proprio a Barcellona. Ripartiamo ora dal Cortazar con due settimane di creazione e continueremo fino alla metà di maggio, spostandoci al Teatro Palafolli di Ascoli Piceno e successivamente a Torino presso la Scuola di circo Flic dove presenteremo il prossimo stadio il 12 di maggio.
Il lavoro è un lavoro sperimentale che parte da una ricerca fisica e dalle abilità dei singoli componenti. L’idea è di prendersi questa prima fase per un lavoro di ricerca e poi coinvolgere occhi esterni e registi per poter lavorare il materiale. Stiamo dunque lavorando con le rispettive discipline per creare un linguaggio comune (roue cyr, trapezio, portes acrobatico, musica, giocoleria e danza). Crediamo anche moltissimo nell’importanza delle presentazioni del work in progress per ricevere feedback sia dagli esperti del settore sia dal pubblico: è un aiuto preziosissimo.

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Il risultato finale che vi prefiggete è un unicum: non una sequenza di numeri, ma una creazione omogenea, un elaborato con una propria continuità…
Ci si augura di allontanarsi dalla formula cabaret: è uno degli obiettivi diciamo di tutti gli spettacoli di circo contemporaneo.

E poi c’è anche la fusione di diversi linguaggi e discipline: circo, danza, musica e persino arti marziali…
Stiamo cercando di inserire nella creazione le nostre abilità extracircensi per poter sfruttare al meglio quello che sappiamo fare e cercare di aumentare le possibilità comunicative di quello che facciamo… divertendoci!

Che differenza c’è fra le vostre esibizioni, quelle del circo contemporaneo e del nouveau cirque, e quelle degli artisti di strada che si esibiscono durante un Festival, come per esempio i Buskers?
Il circo contemporaneo non per forza si allontana dalla strada, semplicemente si stacca dal circo tradizionale degli animali e delle paillettes, per cercare un linguaggio nuovo che si avvicini ad altri, senza limitarsi all’aspetto performante del circo vecchio stile. Il nostro concetto di circo si allontana anche dalle maxiproduzioni, come per esempio il Cirque du soleil, cercando di ragionare sulla semplicità, sull’espressività dei corpi e delle personalità di ciascuno di noi, vorremmo che il pubblico vedesse quello che siamo senza maxistrutture e fronzoli vari. Se vuoi, un circo se vuoi più crudo e più diretto, o almeno ci auguriamo che lo sia.

Nell’immaginario comune il circense è un girovago dalla vita romantica e avventurosa. È mai stato così? È ancora così?
Naturalmente non esiste un unico tipo di circense, non tutti hanno lo stesso stile. Noi viviamo in camper e ci portiamo la nostra casa appresso. Questo ci permette di conoscere varie realtà sul territorio europeo e italiano abbastanza agevolmente e di lavorare dove il lavoro ci porta. Cerchiamo sempre di imparare e di prendere quello che i vari luoghi possono offrirci. Chiaro che ci si deve adattare e non sempre è facile: potrebbe arrivarti di colpo uno di quei famigerati 193 problemi, come per esempio finire l’acqua in un posto dove non ci sono fontane o la bombola del gas il sabato notte o ancora dover ospitare qualcuno in uno spazio ristrettissimo. Tutte cose che si superano con la voglia e la determinazione di chi fa un lavoro e una vita che ha scelto di fare con entusiasmo.

Dopo Ferrara ci sono in cantiere nuove tappe geografiche e creative vero?
Sì, come ti ho anticipato saremo ad Ascoli dall’11 al 29 aprile e a Torino dal 1 al 12 maggio. Poi la creazione riprenderà a settembre. In giugno 2017 saremo al Totem Festival qui a Pontelagoscuro e l’autunno dell’anno prossimo torneremo a Barcellona e poi di nuovo qui a Ferrara al Cortazar in ottobre o novembre. Inoltre abbiamo altre residenze in via di definizione in Francia, Spagna e Italia.

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INTERSEZIONI
I rifugiati mettono in scena le loro storie a teatro

da Cooperativa sociale Camelot

Il Teatro Nucleo di Pontelagoscuro ha ospitato per dieci giorni la residenza artistica di due registi, che hanno realizzato un laboratorio teatrale con alcuni rifugiati residenti a Ferrara.
Il risultato è l’emozionante spettacolo “La Fuga” andato in scena il 9 dicembre.

Douglas è un richiedente asilo che vive a Cona nella casa gestita dalla cooperativa Camelot, ha studiato recitazione fin da bambino. In Nigeria era attore per il teatro e per il cinema, ha anche lavorato in alcuni colossal di Nollywood, ed ora il suo sogno è tornare sul palco. Lo spettacolo “La Fuga” gli ha ridato la speranza di poterci riuscire.

La scena si apre con due pannelli neri che si muovono spinti da un gruppo di migranti e si dispongono a formare la prua di una nave di fronte al pubblico. Il senso è: siamo tutti sulla stessa barca. Non solo chi scappa dal proprio paese, ma ogni abitante della terra. E se non riscopriamo il senso di comunità, non c’è futuro per nessuno.
“La Fuga” è uno spettacolo intenso che mette in scena il talento espressivo e la ricchezza umana di chi si è abituati a considerare un “problema”. A recitare sono, assieme ad un’attrice italiana, rifugiati e richiedenti asilo che vivono a Ferrara, che per oltre una settimana hanno partecipato al laboratorio teatrale tenuto, presso il teatro “Julio Cortàzar” di Pontelagoscuro, dai registi Andrea Santantonio eNadia Casamassima del Centro Iac (Centro Arti Integrate) di Matera, ospiti della residenza artistica “Cose Nuove” organizzata dal Teatro Nucleo.

Parlano di sé, si mescolano tra il pubblico, ripropongono le frasi razziste di un articolo del ‘58 che gli americani scrissero contro gli italiani e sembra di sentire i luoghi comuni di oggi sui profughi. Ballano, cantano, si rincorrono, si interrogano, ci interrogano, e alla fine disegnano per terra i loro desideri. Una casa, un albero di arance, una chiesa, una piscina, un’auto, una scatola dei ricordi, un bambino. Poi, un attimo prima della conclusione dello spettacolo e degli applausi finali, prendono per mano gli spettatori e li conducono in scena per spiegargli perché hanno fatto quel disegno, e cosa rappresenta. Dapprima le persone sono in imbarazzo, poi tutti vogliono ascoltare e si alzano spontaneamente per andare a sentire i racconti dei rifugiati. Il teatro compie la magia: indurre all’ascolto, alla curiosità, a superare le proprie resistenze.

“Non vogliamo gli applausi, vogliamo parlare”, dicono gli attori. Ma gli applausi arrivano lo stesso, per suggellare questa comunione laica che ha portato tutti incredibilmente vicini nel copro e nei sentimenti.

“Abbiamo voluto rappresentare l’allontanamento necessario, la diaspora dei popoli, l’emigrazione da terre inospitali. Quelle fughe che spingono ad allontanarsi dai conflitti in cui si è solo vittime, dalle terre in cui non si è chiesto di nascere. Quelle fughe a cui ci stiamo abituando ad assistere, a cui non riusciamo a trovare rimedio, ma a cui vogliamo dare una voce”, ha spiegato il regista Andrea Santantonio.

“Non volevamo parlare della loro traversata, di cui abbiamo già visto e sentito tanto, ma di quanto loro si sentano ancora in viaggio. Nessuno di loro si sente approdato, e questa è una condizione comune a tanti esseri umani”.

“Per noi è importante che loro siano attori non solo dello spettacolo, ma della loro esistenza. Che iniziano a porsi non come oggetto, ma come soggetto attivo, che mettano a disposizione quel che hanno per creare comunità”.

Non sono parole, ma è quel che è accaduto al termine dello spettacolo, con il pubblico
che ha voluto conoscere queste persone.

Oami è fuggita dal Gambia dove lavorava in una TV locale come attrice di soap opera, e tornare a recitare è come recuperare un pezzetto della sua storia.
Al pubblico regala un canto in lingua mandingo. “E’ un canto di benvenuto – spiega – racconta di un paese che accoglie, così come un uomo tra le sue braccia”.

E’ l’augurio che facciamo a noi e a loro oggi, Giornata mondiale dei diritti umani, anniversario della proclamazione, da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, della Dichiarazione universale dei diritti umani, il 10 dicembre 1948.

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IL PROGETTO
Narrazione partecipata: Ferrara-Inferno andata e ritorno

Avreste mai pensato che la placida Ferrara potesse essere invasa da creature dell’oltretomba? È successo mercoledì e giovedì sera al quartiere Giardino con “Inferno”, lo spettacolo itinerante rappresentato nell’ambito del progetto “Succede Qui”. La performance è il risultato di un duplice percorso: il laboratorio teatrale site-specific condotto da Davide Della Chiara e Natasha Czertok presso lo spazio Wunderkammer, in collaborazione con la cooperativa Teatro Nucleo, e il percorso di narrazione partecipata, che ha coinvolto tanti cittadini e realtà del quartiere, dalla scuola primaria Poledrelli, al comitato Zona Stadio, al centro sociale Acquedotto.

La finalità del laboratorio “Succede qui” è includere nella formazione dell’attore l’attenzione al territorio circostante e all’ambiente in cui opera. Se in uno spettacolo tradizionale vengono studiati lo spazio e la scenografia, nel nostro caso si è scelto di ambientare l’azione teatrale negli spazi aperti e nei luoghi della città ed è quindi diventato fondamentale esplorare e conoscere il patrimonio e le risorse del quartiere. Ecco allora la narrazione partecipata, per rendere vivi quei luoghi attraverso i ricordi e le esperienze di chi vi abita e di chi lavora per costruirvi una comunità: i racconti e le immagini nate dalle riflessioni condivise con gli abitanti e con i partecipanti al laboratorio teatrale, sono così entrati a far parte della drammaturgia e della costruzione della performance.

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La locandina della performance site-specific

Per due serate “Inferno”, acronimo di “Invasione Notturna Frivola e Ruggente Non Ostile”, ha trasformato le vie e i giardini tra la stazione e via Garibaldi in un teatro a cielo aperto e i cittadini che si avvicinavano incuriositi in un pubblico in corteo, mentre altri seguivano la messa scena dalla finestra o dal balcone della propria casa. Il teatro di strada come modo per riappropriarsi degli spazi pubblici e farli tornare alla loro funzione di spazi di condivisione: cosa ci può essere di meglio da condividere di una pièce teatrale che narra della storia del proprio quartiere? Uno sguardo nuovo e originale per scrutare i marciapiedi e i viali alberati che percorriamo ogni giorno, che può diventare un punto di partenza per pensarli in modo diverso e – perché no – immaginarvi un futuro diverso.

“Inferno” è anche il titolo dell’opera a cui Natasha e Davide, che hanno curato la regia, si sono ispirati. Scritto nel 1964 dal tedesco Peter Weiss, il testo è rimasto inedito fino al 2003 perché l’autore lo aveva inteso quale prima parte di una trilogia dedicata alla Divina Commedia, mai portata a compimento. L’Inferno di cui Weiss scrive in questi trentatré canti è qui sulla terra, manca ogni giustizia divina che premi i giusti, redima i penitenti e danni i peccatori: il nuovo viaggio di Dante si trasforma in un incubo nel quale il narratore diventa oggetto di derisione, sfruttamento e tortura da parte di figure grottesche e inquietanti al tempo stesso.

Sono stati proprio Virgilio, Caronte, Flegias e alcune anime perse di bianco vestite – dietro le quali si celavano gli attori Sara Draghi, Massimo Festi, Elisa Galeati, Daniele Giuliani, Lorenzo Magnani, Isotta Monti, Martina Pagliucoli, Manuela Santini, Alessio Soffritti, Giulia Tiozzo, Carlo Verano, Sabina Zanquoghi – ad accompagnare gli spettatori da un girone all’altro: da piazzale Castellina fino in via Ortigara, di fronte all’ingresso della Curva Ovest, poi i giardini di Piazzale Giordano Bruno, passando dietro alla mutua e dirigendosi verso corso Vittorio Veneto, per avere come sfondo l’acquedotto, fino all’arrivo in via Garibaldi. È qui, nell’ultima tappa, che si è fatta largo l’utopia: “una città in cui non devi guardarti attorno ad ogni passo”, “una città che non è affatto dolente, dove tutto si raggiunge”, “una città che superò la sofferenza”.

Certo la strada da percorrere verso questa città ideale è ancora molto lunga, ma è comunque bello pensare che nella placida Ferrara quotidiana, in cui viviamo e camminiamo ogni giorno distrattamente, uscendo in una sera di giugno per una tranquilla passeggiata dopocena si possa venire improvvisamente catapultati in un mondo altro. Con questo spettacolo siamo entrati all’Inferno con un Dante contemporaneo, non ci resta che dare spazio alla fantasia e aspettare impazienti il prossimo viaggio.

Le foto sono di Daniele Mantovani e Federica Pezzoli.

Clicca sulle immagini per ingrandirle.

EVENTUALMENTE
Riuniti al Totem delle arti per il festival della contaminazione

È tornato il Totem Arti Festival: per il terzo anno consecutivo il Parco Tito Salomoni di Pontelagoscuro torna ad animarsi dei ritmi e dei colori della tre giorni organizzata dal Teatro Nucleo.

performances totemiche

Le parole d’ordine sono: partecipazione e contaminazione. Contaminazione fra linguaggi artistici, fra paesaggio urbano e paesaggio naturale, fra passato e presente. Partecipazione per ritrovare il piacere di passare del tempo insieme, fra una birra e un piatto vegan, per fare quattro chiacchere con gli amici e conoscerne di nuovi, riscoprire il senso dell’essere comunità. Ed ecco che il parco Tito Salomoni, cuore della Pontelagoscuro vecchia, prima dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale, diventa salotto a cielo aperto illuminato dalle installazioni luminose studiate da Franco Campioni, ma anche arena per concerti all’aperto. Proprio di fronte, il teatro Julio Cortazar apre le proprie porte a chi vuole assistere agli spettacoli di danza e di prosa, sempre all’insegna della sperimentazione e dell’innovazione.

L’inaugurazione ieri ha preso il via verso le 19, con un brindisi e un aperitivo offerto dallo staff totemico, il tutto con il sottobosco musicale – dato che siamo in un parco – del gruppo Re Cane e Suo Marito, ospitato all’interno dello spazio gestitoda Radio Strike, che anche oggi intratterrà il pubblico dalle 18.30 alle 21. Poi, tutti riuniti per assistere a “Segni particolari: un segno sul cuore”: performance conclusiva dal laboratorio itinerante condiviso “Corpo e azione in rete”, curata dalla Compagnia Iris. Frutto di una serie di workshop sulla performance contemporanea e l’espressione corporea tenuti in diverse città dell’Emilia Romagna da insegnanti “itineranti”, fra i quali Natasha Czertok e Greta Marzano del Teatro Nucleo, e già presentata alla Casa del Teatro di Faenza, “Segni particolari: un segno sul cuore” ieri sera è stata riallestita appositamente per poter essere svolta all’aperto.

Alle 21 Simona Bertozzi ha inaugurato lo spazio scenico del Cortazar con “Bird’s Eye View”. La coreografia fa parte di “Homo Ludens” un progetto più ampio imperniato sul concetto di gioco in senso antropologico: uno spazio allo stesso tempo con e senza regole che l’essere umano usa per entrare in relazione con l’altro. Il corpo diventa un paesaggio che vive e cambia in ogni istante. “Bird’s Eye View” è un titolo “tecnico e simbolico insieme – come spiega Simona – perché questa è l’espressione che si usa per la visione panoramica utilizzata per creare le mappe, ma vuole significare anche un punto di vista il più ampio e aperto possibile”. Simona lavora sulle tre dimensioni della verticalità, della distanza e dell’apertura e sul gesto come tramite di visioni e significati universali che esistono a priori e che passeranno a tempi futuri: proprio qui sta il carattere totemico del suo lavoro, commistione di bios, anthropos e technè.

La prima serata del Totem Festival si è conclusa con le contaminazioni musicali di Jessica Hyde: dalla liquid drum and bass al trip hop, in un intreccio di sax, tastiera, chitarra e percussioni.

Ecco il programma di oggi: dalle 18.30 alle 21 la musica nel parco di Radio Strike con KingBean e Cold Hands; alle 21 lo spettacolo “Mio figlio era come un padre per me”, di e con Marta Dalla Via e Diego Dalla Via, vincitore Premio Scenario 2013; infine dalle 22.30 la miscela esplosiva di funky, afrobeat, jazz, afrocuban music, psichedelia e canzoni di lotta ed impegno sociale dei Voodoo Sound Club.

I Fratelli Dalla Via, Marta e Diego, sono una piccola impresa famigliare che costruisce storie: dopo aver sviluppato parallelamente una serie di esperienze formative, professionali e umane, decidono di unire la propria voce in un percorso artistico comune ripartendo da Tonezza del Cimone, il paese sulle montagne vicentine dove sono nati. Sono da sempre supportati da Roberto Di Fresco che si occupa di illuminare e musicare tutte le creazioni della piccola compagnia. “Mio figlio era come un padre per me” è la loro seconda creazione: uno studio sugli stereotipi e il territorio, la fragilità umana ed economica. Due fratelli architettano l’omicidio dei genitori. Ma “uccidere i propri padri” sembra un atto impossibile dal momento che questi hanno deciso di farla finita, lasciando in eredità assenza di futuro e consumo del passato.

Voodoo Sound Club è musica animista da ascoltare ma soprattutto da ballare in un concerto dalla forte connotazionI sciamanico- rituali. Il repertorio, composto principalmente da brani originali, ma anche da cover scelte di Manu Dibango, Fela Kuti e Jimi Hendrix, è interamente dedicato all’energia e al ballo e allo stesso tempo riesce a gratificare anche le orecchie degli ascoltatori più raffinati ed attenti. Voodoo Sound Club nel corso degli anni ha sperimentato diverse collaborazioni artistiche, da Roy Paci a Gianluca Petrella, e poi importanti percussionisti africani come Billy Konatè e Sire Doumbouya. Attualmente è in fase di realizzazione un nuovo progetto discografico e live che unisce la loro musica con la sonorità inimitabile delle bande musicali italiane, vero tesoro musicale del nostro Paese.

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LA RICORRENZA
Quando c’era il Muro:
‘Mir caravane’, artisti per la pace

di Luca Gavagna

Nel 1989 una carovana di duecento attori provenienti da tutta Europa intraprese un viaggio dalla Russia alla Francia. Si mossero con Caravan e roulotte, gli spettacoli si tennero in otto tendoni da circo che viaggiarono al seguito della carovana.
Erano compagnie provenienti da diversi paesi: Unione Sovietica, Polonia, Repubblica Ceca, Germania, Spagna, Francia, Gran Bretagna, Italia. Le tappe furono: Mosca Leningrado, Varsavia, Praga, Berlino Ovest, Copenaghen, Basilea, Losanna,  e Blois.
L’iniziativa si chiamò “Mir caravane” che in russo significa Carovana della Pace. Fu un’iniziativa importante sia dal punto di vista culturale che politico,  anticipatrice dei grandi sconvolgimenti che si sarebbero verificati pochi mesi dopo.
Uno dei gruppi organizzatori fu il Teatro Nucleo di Ferrara. Le foto raccontano di una sessione fotografica con Nicoletta Zabini, attrice ferrarese del Teatro Nucleo, proprio di fronte al muro di Berlino che sarebbe stato abbattuto il 9 novembre 1989.

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