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EFFETTI COLLATERALI DELLA RIVOLUZIONE DIGITALE
meno democrazia, più diseguaglianza e altri inconvenienti sulle persone.

La nuova rubrica di ferraraitalia LA VECCHIA TALPA (Shakespeare, Marx) ospita testi, saggi, riflessioni, approfondimenti, supplementi di indagine. A questo contributo di Franco Mosca, e agli altri che seguiranno in questa rubrica, non abbiamo imposto i limiti di lunghezza che solitamente richiediamo ai nostri redattori e collaboratori. Una lunghezza limitata sicuramente facilita la lettura, ma in certi casi non è proprio possibile essere brevi.
L’invito ai lettori che, come tutti noi, vanno di fretta, è quello di prendere nota del titolo e dell’autore, metterli in attesa, e affrontare i testi della rubrica LA VECCHIA TALPA quando ci capita una mezz’ora buca (di giorno o di notte, al sabato e domenica), una frazione di tempo libero, uno spazio di silenzio per approfondire un argomento e soddisfare una curiosità.
(Francesco Monini)

In elettronica e in informatica, digitalizzazione è il procedimento per rappresentare/riprodurre le diverse caratteristiche fisiche di suoni, immagini e oggetti, che traduce in forma digitale un segnale analogico. La parola digitale viene dall’inglese e significa “cifra”. Spesso tale “cifra” è espressa attraverso un codice binario, ossia come una sequenza di 1 e di 0, quindi da stati del tipo acceso/spento. È opinione diffusa che con tale sistema si possa, non solo emulare, ma addirittura potenziare e ampliare in modo esponenziale le capacità del cervello umano che rischia di diventare obsoleto.

La questione è aperta, personalmente credo che oggi la diversità del pensiero, dei sentimenti e dell’azione degli oltre 7,5 miliardi di persone viventi oggi sulla terra non possa essere adeguatamente rappresentata. Una buca nella sabbia, come ricorda S. Agostino, non può contenere il mare.

Occorre considerare che attualmente il sistema digitale, nella stragrande maggioranza delle situazioni, viene implementato attraverso procedimenti semplificatori e riduttivi posti in sequenza da tecnici che agiscono secondo una logica (razionalità) limitata e intenzionale. Un’azione influenzata dai valori e dalle credenze più o meno diffuse e, soprattutto, dall’orientamento dei committenti che finanziano il prodotto digitale per venderlo sul mercato.
Gli obiettivi prioritari, i valori trainanti e che determinano le scelte di utilizzo sono di tipo economico (riduzione dei costi e aumento dei profitti). Chi progetta è un tecnico informatico che spesso non possiede un’approfondita conoscenza sia dei temi organizzativi, sia delle caratteristiche peculiari dell’azienda in cui il prodotto digitale andrà ad inserirsi. Il prodotto è standard anche se, in molti casi, può essere adattato alle richieste particolari del committente.

Se reifichiamo i processi di digitalizzazione perdiamo la ricchezza della diversità, dell’irrazionalità, dei sentimenti, dell’intuizione, della capacità/possibilità di deviare dagli standard che spesso aprono nuove opportunità.

Si può avanzare l’ipotesi che, attualmente, una delle modalità utilizzate per uniformare gli atteggiamenti umani, per portarli in sintonia con i processi di digitalizzazione, sia insita nei videogiochi diffusamente, forse anche morbosamente, utilizzati particolarmente dalle nuove generazioni. In essi, spesso con l’uso della musica, dei colori e di “effetti speciali” appropriati, si opera una netta distinzione tra negativo e positivo, tra male e bene, tra buoni e cattivi e si inducono identificazioni acritiche, lontane dall’analisi introspettiva del sé e degli altri e dall’analisi complessa e variegata del mondo che ci circonda. Si diffonde così una visione “infantile” della realtà, dicotomica, liquidatoria, semplificata [sulla rigidità mentale leggi qui].

Multimedialità, ipertestualità e interattività sembrano offrire un senso di ricchezza e di potenziale onnipotenza alle generazioni assuefatte all’uso di strumenti digitali e l’industria, probabilmente, può trarne vantaggio, almeno nel breve periodo.

Prima d’interrogarsi sull’impatto futuro delle tecnologie digitali, occorre riflettere sull’attualità ed osservare cosa accade oggi quando queste tecnologie vengono inserite nei contesti di lavoro.

Sulla base dell’esperienza e delle analisi svolte nei luoghi di lavoro, l’inizio del processo di digitalizzazione si presenta come una forma evolutiva dei ‘vecchi’ mezzi di comunicazione, delle procedure e dei flussi di produzione. Viene ‘fotografata’ in sequenza l’attività degli operatori per riprodurla con i sistemi digitali su macchine ed impianti; nella prima fase, superate le problematiche d’inserimento, sembrano ridursi le difficoltà e la fatica legate alle attività di acquisizione, elaborazione, diffusione delle informazioni e delle istruzioni operative. La procedura digitale le ha ‘incamerate’ in uno schema operativo; l’operatore le dà o le deve dare per acquisite e può/deve procedere senza indugi o perplessità. Non sono ammessi ‘rifiuti’ o atteggiamenti di diffidenza che possono rallentare la produzione.

Il ‘gioco’ deve essere accettato così come proposto a priori, compresi gli eventuali aspetti di limitata discrezionalità previsti o delineati dalla procedura, dallo schema, dagli standard dei flussi informativi già predisposti (magari con opzioni multiple codificate). A volte, anche per lunghi periodi, sono gli stessi committenti, i dirigenti o i semplici operatori – specialmente nelle aziende pubbliche – a nutrire diffidenza e a mantenere attivi e paralleli i tratti essenziali delle precedenti procedure analogiche, vanificando i presunti benefici dei sistemi digitalizzati introdotti.

Un aspetto che viene spesso trascurato è l’inserimento, sempre più massiccio, della tecnologia digitale (in genere acriticamente si assume una logica tayloristica) nel cosiddetto ‘lavoro d’ufficio’ e, soprattutto, nel lavoro incentrato sulla relazione tra le persone. Ad esempio, tra un tecnico del sociale e gli utenti che chiedono l’accesso ad un servizio o una qualche forma di aiuto.
Si vedano, in questo caso, i protocolli istituiti in campo sanitario che prevedono una codifica e una gerarchia dei controlli e delle cure, stilata in base ai costi, sottraendo autonomia e discrezionalità ai medici coinvolti nel processo di tutela della salute dei pazienti. O ancora, gli indicatori che stimano la ‘distanza’ dal lavoro delle persone disoccupate, distanza da cui dipendono gli interventi di sostegno/supporto standardizzato di tipo socio-economico.

Gli indicatori e i protocolli sono utilizzati per stilare graduatorie e procedure d’intervento, controllate con strumenti digitali standardizzati, a vari livelli dai vertici dirigenziali del sistema. In questi casi si toglie spazio alla relazione con l’utente, i rapporti si fanno meno umani, asettici, impersonali. La procedura ‘obbliga’ a seguire un percorso, aumenta la ‘distanza’, riduce il coinvolgimento tra operatore e utente. Si limita, o si evita, l’empatia relazionale utile a comprendere al meglio la condizione dell’utente, in un’ottica sempre più virtuale delle relazioni.

Si tenta di ricondurre dentro parametri standard l’estrema variabilità delle situazioni personali, l’uomo nella sua complessità deve star dentro alla procedura (il sistema non è più in grado di fornire risposte personalizzate adeguate, non consente progetti mirati sulle persone, di seguire nel tempo i cambiamenti psico-fisici ed economico/sociali degli utenti, in modo da adattare l’azione; nel migliore dei casi si interviene a posteriori seguendo le procedure standardizzate).

Ci si dimentica che gli oggetti e, in primo luogo le problematiche delle persone, affidate al sistema digitale, possono assumere una parvenza di “realtà” e si standardizza ciò che non è standardizzabile.

Sembra si stia affermando una crescente commistione tra ‘reale’ e ‘virtuale’ che riduce la capacità di discernere della mente umana; gli operatori si deresponsabilizzano sotto l’egida della procedura (come se questa fosse una norma di legge); si è portati ad accettare che le prescrizioni digitali conducano ad una “conoscenza oggettiva” delle situazioni, ad un trattamento equo e corretto dell’utente; anzi, a volte, l’appello alla procedura arriva a rappresentare per l’operatore una sorta di “difesa”, una sorta di barriera protettiva rispetto alla variabilità della situazione umana da esaminare e/o da tutelare.

Masse crescenti di persone sono e saranno indotte/costrette ad accettare l’utilizzo acritico della tecnologia digitale che ha permesso la definizione della procedura e la standardizzazione del problema. Per non rischiare l’emarginazione, al cospetto dei “valori” e dei “miti oggettivi” e virtuali imposti dalla digitalizzazione se ne deve accettare l’uso e la valutazione sintetica che essa produce.

Si vedano, in proposito, le difficoltà, l’imbarazzo, il rifiuto di molte persone, spesso non più giovanissime, verso l’utilizzo intensivo e quotidiano delle tecniche digitali (dal “semplice” pagamento dei ticket, all’imposizione del possesso di una e-mail personale per accedere ai servizi). E’ una specie di violenza indotta ogni giorno sulle loro “credenze”, sull’abitudine a tenere sotto controllo un mondo tangibile/relazionale che ha offerto per anni un quadro di certezze.

Chi attiva questo tipo di processi di digitalizzazione ha creato e crea dipendenza/sudditanza, soprattutto in chi non la conosce, non la usa o non la vorrebbe utilizzare. Si tratta di aspetti ritenuti trascurabili, tributi da pagare al “progresso”, alla modernità, ma dietro queste forme di imposizione si nasconde spesso arroganza, presunzione, indifferenza, spinte violente verso l’allineamento e l’omologazione.

Chi l’adotta punta a “semplificare”, parla di “oggettiva imparzialità” e nasconde i suoi obiettivi dietro una pretesa scientificità delle procedure digitalizzate, senza interrogarsi se esistono alternative più rispettose della situazione delle singole persone coinvolte, se un diverso approccio nella progettazione, nell’implementazione, nella verifica e nella regolazione della tecnologia digitale può condurre ad un’adeguata tutela del benessere umano.

La digitalizzazione appare sempre più un sistema di controllo e di “incameramento” standardizzato e funzionale dell’attività delle persone, mentre potrebbe rappresentare un supporto ai processi di decisione delle persone (di tutte le persone), qualora se ne valutassero correttamente limiti e potenzialità, riconsegnando il potere di scelta ai soggetti coinvolti e rifiutando qualsiasi forma di reificazione.

Con la crescente diffusione delle “tesserine digitali”, in genere accettate dal consumatore a fronte di futuri sconti sugli acquisiti, ad esempio, si viene censiti dalle catene di distribuzione che puntano a “fidelizzare” il consumatore; così, in tempo reale, chi le dirige viene informato sui nostri acquisti e, quindi, sui nostri gusti e sulle nostre preferenze. Per loro diventa possibile conoscere le caratteristiche dei nostri consumi, classificare i consumatori per target ed orientare i sistemi di produzione sparsi sulla terra; per il sistema virtuale (l’imprenditore senza fabbrica) è possibile scegliere i potenziali produttori presenti sulla terra in base al rapporto qualità/prezzo e rispondere alle tendenze dei consumi in un’ottica di costi/benefici/profitti, aumentando il potere di controllo sui vari contesti sociali.

Anche nel sistema industriale sembra riprodursi questo dualismo ‘integrato/marginalizzato’ (dentro o fuori) e il rapporto costi/benefici/profitti è e sarà, probabilmente, il principale criterio di scelta per l’eventuale introduzione/ammodernamento delle tecnologie digitali (in genere non saranno introdotte se il costo del lavoro per unità di prodotto risulterà inferiore ai costi di implementazione, di ammortamento/obsolescenza dei nuovi sistemi informatizzati). Laddove i salari sono molto bassi, infatti, i metodi di lavoro spesso rimangono “tradizionali”, in genere si riutilizzano tecnologie obsolete dismesse dai paesi a reddito più elevato (ne è un esempio il settore dell’abbigliamento).

Appare, quindi, legittimo porsi alcune domande: ci saranno ancora, in futuro, luoghi di produzione gestiti con tecnologie analogiche, con lavoratori più o meno emarginati dal cosiddetto “mondo evoluto”? Oppure sarà solo questione di tempo e la tecnologia digitale, così invasiva, cablerà tutto il pianeta? Le macchine digitali sostituiranno in tutto o in parte gli uomini nei vari luoghi di lavoro, arrivando persino ad auto progettare se stesse? Gli uomini sostituiti in tutto o in parte dalle macchine cosa faranno per assicurarsi un reddito? Senza un reddito adeguato come faranno a spendere e consumare? Crolleranno i consumi perché pochi se li potranno permettere? Che senso avrà realizzare un sistema produttivo che può produrre in modo continuo ed esponenziale se sarà scomparsa la platea dei consumatori? Avrà un senso, per chi comanda, esercitare il proprio potere su un sistema di macchine che si auto-progettano e si auto-producono? Forse avremo un pianeta con pochi uomini che si scambieranno macchine digitalizzate sempre più complesse o pezzi di ricambio delle stesse al fine di preservare una logica di onnipotenza?

Forse, guardando il futuro in modo positivo, se si verificasse una ‘vera rivoluzione’ grazie allo sviluppo di una ‘nuova’ tecnologia digitale, gli uomini liberati dal lavoro avranno più tempo per curare le relazioni interpersonali, per seguire le vicende politiche, per acquisire maggiore consapevolezza sulle questioni ecologiche, sui bisogni di preservare il nostro pianeta, sulla ricerca di altre forme di vita nell’universo, sulla ricerca di risorse naturali presenti su altri pianeti. E’ difficile ipotizzare come sarà la nostra vita futura, ma alcune tendenze sono già ben delineate e si possono brevemente descrivere.

Ad esempio, la ‘finanziarizzazione’ del pianeta (legata al modo con cui si sono progettati e diffusi i sistemi digitali) sta ampiamente condizionando le scelte economico-sociali di tutti i governi democratici e non. I centri decisionali delle varie nazioni si spostano dalle sedi istituzionali, si internazionalizzano, s’allontanano dai possibili controlli della cittadinanza, appaiono anonimi, spersonalizzati, virtuali.

Ad esempio, le agenzie di rating ed il numero ristretto dei multimiliardari scommettono sul successo e/o sul fallimento dei Paesi, orientano gli investimenti e le speculazioni, determinando spesso le condizioni di vita delle popolazioni. Viene, quindi, spontaneo chiedersi: se si va verso una concentrazione della ricchezza e del potere, come sarà progettata, introdotta e regolata, oggi e in futuro, la tecnologia digitale?

Appare evidente che l’accesso alle informazioni, quelle su cui si fondano le decisioni finanziarie e produttive della elite economica, è e sarà riservato a pochi (ai vari livelli della struttura verranno assegnate ed elaborate solo le informazioni/conoscenze necessarie a far funzionare il sistema). Alla stragrande maggioranza della popolazione terrestre probabilmente rimarrà l’illusione, legata alla facilità tecnica di accesso, alla presunta democrazia della rete, nel variegato magma delle informazioni, a cui tutti i possessori di un reddito adeguato potranno accedere, di essere “liberi” di scegliere tra le varie opportunità offerte dall’industria dei consumi digitalizzata.

L’attuale strutturazione sociale di accesso alla tecnologia digitale, infatti, distingue nettamente la massa dei fruitori dalla élite dei progettisti, i progettisti dai committenti, i committenti dai proprietari dei mezzi di produzione, i controllori del sistema finanziario dai finanzieri, in una logica gerarchico funzionale della gestione delle informazioni e del potere. La “rete di controllo” assomiglia alla ragnatela del ragno che si installa nei punti strategici per catturare informazioni ed elaborare eventuali risposte o procedere con indifferenza.

Si continuerà a confondere la velocità e la relativa facilità di accesso alla “rete” con la democrazia, la divulgazione con la conoscenza, l’informazione con le effettive capacità/possibilità di utilizzo della stessa, in un contesto sempre più difficile da interpretare e da affrontare/gestire nel quotidiano. Già oggi si avverte un senso di “impotenza” e di “inadeguatezza” di fronte a decisioni, definite “oggettive” o “logiche”, calate dall’alto; chi gestisce il potere di aprire o chiudere i luoghi di produzione è spesso un “soggetto virtuale”, anonimo che si avvale di manager e mira soprattutto all’aumento dei profitti.

Nonostante si abbia l’impressione che tutto sia a portata di mano (la cultura, lo spettacolo, l’informazione) ci si sente spossessati della capacità/possibilità di decidere del proprio destino; è sempre più difficile proiettarsi verso mete future, anche per l’insicurezza del “posto di lavoro” e delle fonti di reddito, l’instabilità delle relazioni interpersonali (si vedano i dati sulle separazioni matrimoniali e sulle convivenze). Sembra prevalere una visione edonistica della vita, si tende a non fare figli, a ridurre i vincoli, a fuggire le responsabilità. Si tratta di aspetti che andrebbero approfonditi e che certamente non sono riconducibili in modo diretto alle scelte di digitalizzazione. Queste, però, invece di aiutarci, sembrano contribuire a destabilizzarci.

Molti uomini, anche di cultura, hanno fatto scelte di “limitare i danni”, tentando di contenere il più possibile l’utilizzo delle tecnologie digitali (ad ogni accesso si forniscono informazioni a chi controlla il sistema ai vari livelli), ma rischiano l’emarginazione. Spesso ricercano ambiti di “nicchia”, solidarizzano con altri uomini che hanno le loro stesse perplessità/sensibilità. Una sorta di resistenza che appare in bilico fra tolleranza/compatimento/marginalizzazione in rapporto alla massa crescente dei digitalizzati acritici, impegnati nei vari contesti sociali.

La rivoluzione digitale, così veloce e pervasiva, appare una rivoluzione nella continuità, non altera i rapporti di potere (anzi rafforza quelli esistenti), non sta portando ad una redistribuzione delle ricchezze, non sta rafforzando o ampliando il benessere delle persone, nonostante sia potenzialmente in grado di farlo. La velocità, con cui sembra auto-alimentarsi e la pervasività, con cui sembra diffondersi, in stretto collegamento con le scelte di investimento del sistema industriale e finanziario, hanno surclassato le capacità/possibilità di gran parte delle persone di “gestire il gioco” in modo consapevole.

Come nel caso dell’energia atomica, non si tratta di maledire coloro che l’anno scoperta, ma di progettarne e realizzarne un utilizzo adeguato ai fabbisogni delle persone. Basta un breve elenco per intravederne gli aspetti positivi: ridurre gli incidenti sul lavoro, garantire a tutti adeguate condizioni di vita, prevenire e combattere malattie, ridurre gli sprechi, ridimensionare l’inquinamento del pianeta. Credo che la tecnologia digitale possa dare un fondamentale contributo in questa direzione. Siamo noi che, singolarmente e/o insieme, dobbiamo imparare a governarla, mettendo al centro il benessere delle persone.

Per approfondire l’argomento segui il dibattito e i seminari su [questo sito]

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Dalla smart city alla comunità intelligente

La compagnia di taxi più grande del mondo, Uber, non possiede veicoli. La società di media più popolare del mondo, Facebook, non crea contenuti. Il più grande fornitore mondiale di alloggi, Airbnb, non possiede immobili. Il rivenditore più quotato al mondo, Alibaba, non ha inventario.
È l’economia della banda larga. Se le infrastrutture da sempre sono il fondamento della competitività economica, la banda larga è oggi l’infrastruttura regina dell’economia, e certamente la tecnologia che è cresciuta più rapidamente.
La banda larga permette città intelligenti: le smart city. Le tecnologie informatiche applicate alle nostre città le rendono migliori, consentono di gestire e monitorare accuratamente i processi urbani con risparmio di denaro, maggiore efficienza, offrendo un servizio migliore ai contribuenti.
Ma è proprio la diffusione della banda larga che ha alzato il livello della sfida, facendo della città intelligente una frontiera non più sufficiente. Non basta essere una smart city è necessario creare città migliori e per fare questo occorre divenire anche “comunità intelligenti”.
Peter Drucker, economista, padre della scienza del management, nel 1973 aveva previsto che nel giro di due decenni sarebbe stato impossibile per la classe media mantenere il proprio stile di vita con il lavoro delle proprie mani. Già allora Drucker previde che il mondo che conoscevamo stava cambiando. Egli chiamò il nuovo lavoro che sarebbe stato richiesto alla classe media “lavoro di conoscenza” e le persone che l’avrebbero svolto “lavoratori della conoscenza”.
Nell’ultimo decennio del XX secolo e nel primo decennio del XXI la profezia di Drucker si è avverata. Oggi, tutti i posti di lavoro desiderabili nelle economie industrializzate, e anche in quelle in via di sviluppo, richiedono componenti sempre più elevate di conoscenza rispetto al passato.
Le comunità intelligenti hanno come obiettivo quello di sviluppare una forza lavoro qualificata nel campo delle conoscenze, dalla fabbrica al laboratorio, dall’edilizia al call center o all’impresa.
L’opportunità di creare cittadini colti e competenti parte dall’infanzia e continua per tutta la vita, va dai programmi prescolastici alla scuola secondaria, dall’ istruzione tecnica superiore alle università.
È compito dei governi delle comunità intelligenti coltivare e nutrire le risorse della conoscenza. Accrescere l’offerta di conoscenza sul proprio territorio, aprire campus dei saperi, promuovere programmi di arricchimento nel campo della scienza e della ricerca, portare risorse educative e investimenti culturali nella comunità. Cambia pure l’ottica del rapporto tra scuola e lavoro, perché il lavoro che è richiesto non è più la mano d’opera del passato ma il lavoro di conoscenza, per questo nelle comunità intelligenti il governo locale opera a stretto contatto con le scuole e con le imprese per offrire agli studenti esperienze di prima mano, corsi di specializzazione in grado di prepararli alle carriere nelle industrie leader ed emergenti della comunità. Crescere i propri lavoratori della conoscenza è una parte del compito, come mantenerli e attirarne di più è un altro. Le comunità intelligenti investono in risorse fisiche e digitali, ma l’investimento prioritario è sempre più quello nelle risorse umane, nel capitale umano come condizione per migliorare la qualità della loro vita.
L’economia a banda larga è un’economia basata sull’innovazione. Il primo requisito per l’innovazione è la conoscenza. La banda larga è diventata il grande oleodotto dove passa il patrimonio di conoscenze del pianeta, rendendo possibile agli innovatori di imparare più velocemente che mai. Un altro requisito critico per l’innovazione è l’accesso al talento. La banda larga ha consentito alle multinazionali e alle piccole imprese di accedere efficientemente ai migliori talenti del mondo.
L’innovazione è essenziale per l’economia interconnessa del XXI secolo. Le comunità intelligenti perseguono l’innovazione attraverso un rapporto tra impresa, governo e università. È il triangolo dell’innovazione o la “triplice elica” che aiuta a mantenere i vantaggi economici dell’innovazione a livello locale, creando un ecosistema di innovazione che impegna l’intera comunità in un cambiamento positivo.
Creare, attrarre e mantenere i lavoratori della conoscenza sono i passi più importanti che una comunità può intraprendere per aumentare il tasso di innovazione. A differenza delle attività tradizionali come la maggior parte di noi le concepisce, un’impresa innovativa è tutta di persone e costruita sulla forza lavoro della conoscenza. Sono le “gazzelle”, come le ha definite l’economista statunitense David Birch, piccole, agili e aggressive start-up con grandi ambizioni, affamate delle risorse necessarie per raggiungerle. Oggi le “gazzelle” di successo, questi hub della conoscenza, secondo l’Ocse, creano in tutte le nazioni industrializzate la crescita del reddito sul quale si alimenta il resto delle economie locali.
Le comunità intelligenti sono, dunque, diverse, le comunità intelligenti adottano la tecnologia ma non la producono. Al contrario trovano usi intelligenti delle tecnologie sulla base della loro visione e delle soluzioni da dare ai loro problemi più urgenti. Si assicurano di avere la banda larga e le infrastrutture informatiche necessarie per essere competitive, sapendo che si tratta solo di mezzi per raggiungere i propri fini. La maggior parte delle loro risorse ed energie è volta a produrre conoscenza, a sviluppare una forza lavoro della conoscenza.
Più sforzo entra nell’elaborazione di un ecosistema di conoscenza e di innovazione che coinvolge governi nazionali e locali, imprese e istituzioni, più si creano posti di lavoro di alta qualità e si soddisfano esigenze sociali.
Molte smart city si limitano all’efficienza immediata, ai vantaggi delle nuove tecnologie, ma devono ancora intraprendere i primi passi verso la creazione di comunità intelligenti.

LA RIFLESSIONE
Verso la società della conoscenza. Concetti e tecnologie per sostenere un cambiamento epocale

(pubblicato il 23 ottobre 2015)

In quanto esseri sociali che vivono in un ambiente altamente tecnologico non possiamo vivere senza imparare costantemente durante tutta la vita; non possiamo vivere bene senza imparare ad imparare. Il concetto di educazione permanente che riassume quest’idea è il risultato di un lungo processo di elaborazione e di specificazione avvenuto a livello internazionale nell’arco di parecchi decenni. È principalmente nell’ambito dell’educazione degli adulti e di alcune specifiche domande emerse in tale contesto (la “lifelong education” appare nel vocabolario dell’educazione anglofona già nel 1920) che il concetto di educazione permanente ha trovato, in alcuni paesi ed organizzazioni internazionali ampia diffusione, portando al superamento della concezione in base alla quale si apprende solo in alcune fasi dello sviluppo umano. Attorno al 1930, si è sviluppata una concezione di educazione strettamente connessa all’idea di istruzione popolare, con un accento sulla formazione del lavoratore (l’operaio tipicamente) allo scopo di migliorarne il rendimento lavorativo. È a partire dal 1960 che il concetto di educazione evolve in quello di apprendimento, si sviluppa in quello di apprendimento continuo (lifelong learning) alimentato da diverse fonti e canali, per sfociare infine in una definizione che mette in risalto i tre livelli della cosiddetta educazione formale, non formale ed informale.

La letteratura definisce educazione formale quella che si realizza nelle istituzioni destinate all’istruzione e alla formazione e che si conclude con l’acquisizione di un diploma o di una qualifica riconosciuta. L’obbligo scolastico che ne è parte è dato talmente per scontato che stentiamo ad immaginare un mondo organizzato in modo differente. In Italia, gli attori dell’educazione formale sono facilmente identificabili poiché coincidono con gli enti giuridicamente preposti all’educazione, alla formazione e all’istruzione riconosciuta e parificata.
Con educazione non formale si fa riferimento a tutte quelle attività educative organizzate al di fuori del sistema formale (nei luoghi di lavoro, nelle organizzazioni, nei gruppi della società civile, nelle associazioni, nelle chiese etc). Esse si rivolgono ad audience solitamente ben individuabili con obiettivi di apprendimento specifici; solitamente non è prevista l’acquisizione di titoli di studio o qualifiche riconosciute, ma la sola attestazione di frequenza, o a volte, la certificazione delle competenze acquisite. Pur essendo riconosciuti anche dall’Unione Europea i sistemi di educazione non formale non hanno in Italia lo stesso riconoscimento attribuito al sistema di educazione formale.
Quello che caratterizza l’educazione informale è un processo non legato a tempi o luoghi specifici, attraverso il quale ogni individuo acquisisce (anche in modo inconsapevole o non intenzionale) attitudini, valori, abilità e conoscenze dall’esperienza quotidiana, dalle influenze e dalle risorse educative nel suo ambiente: dalla famiglia e dal vicinato, dal lavoro e dal gioco, dal mercato, dalla biblioteca, dal mondo dell’arte e dello spettacolo, dai mass-media, dagli hobby e dalle attività del tempo libero. Gli attori di questo contesto sono davvero i più disparati, difficili da definire concettualmente e da individuare concretamente.
Possiamo dunque immaginare il nostro mondo come popolato da una pluralità di agenzie educative formali, non formali e informali con le quali entriamo in relazione durante tutta la nostra vita.
Alla luce di questi sviluppi l’educazione permanente si configura come un processo che coinvolge sia la persona che la società; al primo livello sfida le persone a definire le proprie traiettorie biografiche in termini di relazioni di apprendimento derivanti dalle interazioni con le agenzie; al secondo livello si manifesta come processo sociale strategico, non solo per produrre le conoscenze indispensabili al buon funzionamento delle organizzazioni (dalle imprese alle amministrazioni), ma anche come indispensabile meccanismo per la produzione di cittadinanza e del capitale sociale indispensabile per creare la base di fiducia necessaria al buon funzionamento del sistema sociale.

Ora in questo quadro già complesso le tecnologie digitali irrompono massicciamente rivoluzionando schemi ed approcci, mettendo in discussione stereotipi e regole, aprendo enormi spazi per l’innovazione. Questa rivoluzione investe grandi numeri di persone per effetto degli sviluppi resi possibile da Internet, ma, dal punto di vista concettuale ha radici che risalgono senz’altro al secolo scorso. Di gestione della conoscenza (knowledge management) si parla dalla metà degli anni 80, periodo nei quale prendeva forma tecnica la riflessione sul passaggio da “saperi subiti a saperi scelti” retaggio della rivendicazioni giovanili degli anni ’60. E già all’inizio degli anni ’90 in Francia prendeva piede per opera di un gruppo di intellettuali innovatori (Levy, Authier e Serres) la proposta, per certi versi rivoluzionaria, degli alberi di conoscenza, un tentativo ardito per mappare le competenze personali e seguirne lo sviluppo nel tempo all’interno di qualsiasi aggregato sociale.

Oggi, oltre 20 anni dopo, disponiamo di strumenti inimmaginabili allora: esistono ampie piattaforme digitali supportate da una formidabile infrastruttura hardware, le competenze adatte a sviluppare applicazioni (app) sono molto diffuse, i costi delle tecnologie digitali sono molto più bassi, esiste molta più consapevolezza circa i meccanismi umani di apprendimento. Sembra però ancora mancare un indirizzo, una strategia, una visione capace di affrontare non solo i singoli problemi di conoscenza, ma di integrare in un ambiente formativo (o educativo) unitario e abilitante i tre campi ancora separati dell’educazione formale, non formale e informale. Oggi forse, i tempi sono tecnologicamente maturi perché prospettive visionarie, come quella che fu degli alberi di conoscenza, possano essere sviluppate in modo nuovo, usando la straordinaria potenza di calcolo dei nuovi computer che consente di analizzare big data e la prospettiva social che vede gli utilizzatori della rete come i reali produttori interconnessi di una mole sterminata di informazioni.
Forse il momento in cui i nostri curriculum vitae raccoglieranno in tempo reale le nostre capacità e i nostri saperi, in cui sarà possibile conoscere rapidamente il capitale di competenze di una intera comunità (azienda, città o gruppo), in cui l’apprendimento risulterà facilitato e reso più divertente, non è poi così lontano. Gli algoritmi delle grandi dot.com sono già in grado di sintetizzare informazioni e di fornirle in forma che può essere velocemente trasformata in conoscenza personale mentre l’internet delle cose alimenta in modo esponenziale la quantità di dati che questi algoritmi possono elaborare.
Questa integrazione tecnologica è la base fisica e tangibile della futura città della conoscenza: essa tuttavia non potrà sviluppare tutte le sue potenzialità positive senza un corrispondente tecnologia sociale che faccia esplicito riferimento ad un orientamento valoriale e ad una profonda consapevolezza da parte dei cittadini.

Ascolta il brano intonato: Lucio Dalla, Futura

ELOGIO DEL PRESENTE
L’era dei robot e il futuro del sindacato

Le radicali trasformazioni in atto nel lavoro per effetto delle tecnologie digitali rappresentano una difficile sfida per il sindacato. Non da oggi è in atto una crisi di rappresentanza derivata da imponenti trasformazioni sociali e organizzative. Gli iscritti ai sindacati sono il 25% dell’insieme dei lavoratori; tra gli iscritti i pensionati sono il 40% e i giovani solo il 10%. Bastano questi pochi dati per comprendere la serietà della crisi di rappresentanza. Le trasformazioni del lavoro toccano l’identità, la natura, la funzione e la missione sociale del sindacato.
Rispetto alle comprensibili difficoltà di riposizionamento è ancora lontana la consapevolezza della discontinuità con il passato indotta da questa fase dell’innovazione tecnologica: il lavoro si riduce e cambia in modo radicale. I settori più colpiti sono: banche e finanza, manifatturiero, commercio, metalmeccanica, servizi pubblici, costruzioni, logistica e trasporti. Se consideriamo i profili, i più esposti alla riduzione sono gli addetti ad attività bancarie, gli operai non specializzati, gli addetti ad attività manifatturiere e commerciali e all’amministrazione.
McAfee e Brynjolfson in “Race against the machine” avevano calcolato che il 47% dei lavori erano a rischio di sostituzione: impiegati d’ufficio, assicuratori, commercialisti. Ma al di là dei numeri è in atto una riconfigurazione profonda. Cambieranno le mansioni e le competenze richieste: per esempio, un addetto di un punto vendita di ricambi auto, che oggi colloca scatole sugli scafali sulla base di codici, con l’arrivo delle stampanti in 3d dovrà produrre anche i pezzi richiesti. La fabbrica digitale resterà una commistione di processi automatici e di intelligenza. Avranno la meglio i lavoratori che “sapranno lavorare con le macchine”, che sapranno esprimere attitudini creative e sociali.

Le soluzioni a questa crisi del lavoro non sono affatto semplici. I problemi sono di due ordini. Il primo riguarda l’effetto di sostituzione e il secondo le implicazioni organizzative e la qualità delle competenze. Sul primo punto – cosa fare in risposta alla riduzione della quantità di lavoro – le proposte avanzate variano dal reddito di cittadinanza, alla costruzione di atelier in cui gli individui possano coltivare competenze e trasformarle in attività lavorative, alla promozione di lavori di servizio sociale finalizzati all’integrazione delle parti più povere della popolazione e così via. Si sottolinea che, al di là delle coperture economiche dei costi di forme di salario sociale, nessuna soluzione monetaria, ancorché praticabile, può sostituire il senso di identità che deriva dall’essere inserito in un contesto lavorativo.
Sul secondo punto, invece, è indispensabile guardare ai numerosi cambiamenti organizzativi senza pensare che questi riguardino un futuro lontano. Molti cambiamenti sono già in atto: per esempio l’era delle postazioni fisse è al tramonto: ad esempio le distinzioni tra front office e back office sono meno rigide. Inoltre la possibilità di lavoro a casa renderà più controllabile l’attività dei singoli e il potere di mercato sarà sempre più legato a caratteristiche individuali. Questo e molto altro manda definitivamente in crisi l’idea di rappresentanza che aveva attraversato la lunga fase della crescita del lavoro di massa.
Si aprono nuove questioni di regolazione. Basti pensare alla cosiddetta ‘uberizzazione’: a forme di impresa in cui le posizioni lavorative non rientrano né in quelle classiche del lavoro autonomo, né in quelle del lavoro dipendente. Basti pensare alla crescente difficoltà di legare la remunerazione ad un orario uniforme e definito contrattualmente. Non da ultimo, l’introduzione per legge di un salario minimo a livello nazionale per i lavoratori che non sono regolamentati da un contratto nazionale come inciderà sulla capacità di rappresentanza sindacale? Non è semplice individuare soluzioni, ma certo non è possibile ignorare l’urgenza di affrontare uno scenario che è profondamente cambiato.

Maura Franchi insegna Sociologia dei Consumi presso il Dipartimento di Economia. Studia le scelte di consumo e i mutamenti sociali indotti dalla rete nello spazio pubblico e nella vita quotidiana.
maura.franchi@gmail.com

ORIZZONTI
Cittadinanza attiva e tecnologie digitali: la nuova frontiera è l’internet delle cose

Il dibattito attorno alla privacy che vede schierati Apple contro Fbi suscita mille domande, alle quali probabilmente non siamo ancora in grado di dare risposte sufficientemente esaustive. Questo accade soprattutto a causa della crescita esponenziale ed estremamente veloce di internet che, negli ultimi anni, una volta raggiunti i tre miliardi di utenti nel mondo, è divenuta sinonimo di innovazione ma anche sintomo di complicazioni. Il web è un ambiente molto complesso, in perenne cambiamento e piuttosto ostile verso i più ‘pigri’ che ancora stentano ad avvicinarsi. Ma il fatto è che più questi tardano l’approccio più rischiano di non riuscire a colmare il gap e a mettersi al passo con le evoluzioni tecnologiche della rete. In un Paese come il nostro – dove le più recenti statistiche Istat indicano che un italiano su cinque supera i sessantacinque anni – un tema come questo dovrebbe essere al centro dell’interesse collettivo. E’ urgente un’opera di sensibilizzazione verso l’utilizzo delle nuove risorse digitali e la conoscenza delle dinamiche della rete, non solo nelle scuole ma anche per gli anziani, in particolare per quella generazione che più si allontana anagraficamente dai nativi digitali.

Tutto ciò è importante soprattutto nell’ottica dell’inevitabile transizione in rete di ogni nostra pratica quotidiana, un futuro che ha già anche un nome: ‘Internet delle cose’. Per ora siamo entrati nell’epoca della condivisione, dell’iperconnettività, della reputazione digitale (che su internet diventa un tassello importante, da non sottovalutare); e non è un caso se nella miriade di informazioni alle quali possiamo accedere in ogni momento e in ogni luogo prestiamo maggiormente attenzione alle recensioni, ai consigli degli utenti della rete, come non è un caso che i social media siano diventati contenitori dove potersi riunire e discutere anche e soprattutto di quelle tematiche che riteniamo essere più importanti poiché si ripercuotono nella nostra vita reale. Su Facebook nascono così gruppi dove poter organizzare ritrovi per la cura del proprio quartiere, del verde pubblico, creare eventi o manifestazioni, comunicare disagi e criticità, mentre Twitter diviene il canale privilegiato attraverso il quale interagire con enti pubblici e privati per segnalare e risolvere problemi in breve tempo. E navigando sul web si trovano infinite altre realtà, piattaforme, applicazioni nate e utilizzate per un unico scopo: andare verso una cittadinanza che sia davvero attiva, partecipe e – cosa più importante – sempre più ‘padrona’ della tecnologia. Una cittadinanza che sfrutta questi nuovi strumenti a suo vantaggio e non si lascia assoggettare da un mondo che, se non conosciuto, rischia davvero di creare alienazione piuttosto che innovazione.
Ecco quindi che la tecnologia, se utilizzata nel modo corretto, può contribuire in maniera sempre più positiva alla creazione delle ‘smart cities’, le città intelligenti: realtà urbane in grado di gestire le miriadi di informazioni prodotte dai propri cittadini, i quali diventano veramente gli utenti finali. Città in grado di creare e migliorare i propri servizi mediante il mondo digitale, luoghi reali dove l’interazione virtuale diviene veicolo di diffusione di cittadinanza attiva distribuita su larga scala e dove il web diviene il mezzo democratico alla base di un rinnovato accordo tra popolazione, amministrazione e politica.

Proprio di questo si è parlato nei giorni scorsi in un interessante videoconferenza dal titolo “E-participation: le tecnologie digitali e mobili per rinnovare l’alleanza tra cittadini e pubblica amministrazione”, organizzata da Fpa, società specializzata in relazioni pubbliche, comunicazione istituzionale e percorsi di assistenza alle pa nei processi di innovazione. Tra i relatori del seminario Alberto Muritano, Ceo di Posytron, società di consulenza Ict particolarmente attenta alla creazione di piattaforme web per le pa che siano in grado di integrare molteplici servizi interattivi per il cittadino nell’ottica dell’Internet delle Cose. Tra queste spicca ePart, un social network divenuto simbolo dell’interazione cittadino-pa: una moderna web app attraverso la quale gestire il flusso di informazioni in maniera estremamente bidirezionale.
Già attiva in molti comuni sparsi in tutto il suolo nazionale, ePart consente di creare una vera e propria mappa delle problematiche di ciascun paese e migliorare di conseguenza l’efficienza dei servizi: in questo modo, ogni utente (iscritto o no) può segnalare le criticità riscontrate che, attraverso un attento sistema di filtraggio, vengono immediatamente smistate e visualizzate dagli uffici di competenza dei vari comuni; questi a loro volta possono gestire con maggiore attenzione la risoluzione del problema stesso. Una soluzione che, se diffusa capillarmente, può essere in grado di facilitare molti di quei processi che oggigiorno richiedono sforzi e tempistiche spesso disumani.
Un esempio di successo nell’utilizzo di questo ‘urban social’ è stato illustrato da Antonio Scaramuzzi, Responsabile Servizio Sistemi Informativi e Telematici del Comune di Udine, città che ospita centomila abitanti e novecento dipendenti comunali, inserita su ePart dal gennaio 2011. A oggi sono circa tremila i cittadini (registrati e non) attivi sulla piattaforma e quarantadue gli operatori comunali (divisi tra sette dipartimenti) pronti ad occuparsi delle segnalazioni. Secondo Scaramuzzi questa sperimentazione ha portato notevoli benefici: oltre alla riduzione della distanza tra i ‘palazzi’ e la popolazione, significative sono state le migliorie sul versante dei costi e tempi di operazione, entrambi sensibilmente ridotti, oltre alla concreta possibilità di avere una mappatura costantemente aggiornata della situazione cittadina.

Insomma piccoli ma incoraggianti segnali, sintomo che fortunatamente qualcosa anche in Italia si sta facendo e un discreto numero di cittadini si dimostrano interessati a queste novità. Compito di tutti è dare continuità a questo interesse, anche se la strada è ancora tutta in salita e non è più il tempo di sottovalutare tali innovazioni: un adeguato sistema infrastrutturale e una diffusa educazione digitale sono e devono essere priorità assolute per il nostro domani.

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Tra fascinazione e paura: cartoline dal futuro

Ad alcuni il futuro appare denso di promesse, pieno di fascino, il regno della libertà e dell’emancipazione dai vincoli della scarsità; ad altri esso appare oscuro e pericoloso, lo spazio del dominio di forze ignote ed imprevedibili; altri ancora pensano e vivono come se il futuro non fosse altro che la grigia e banale prosecuzione del presente. La storia insegna a non disgiungere mai dal sogno utopico (positivo), l’incubo distopico (negativo), gli scenari positivi da quelli negativi, le opportunità dalle minacce, i ricavi dalle perdite, i beneficiari dalle vittime.
Questa attenzione è necessaria in particolare oggi che, forse per la prima volta nella storia dell’uomo, le tecnologie sembrano consentire la potenziale liberazione dal vincolo del bisogno e la fine del lavoro come attualmente concepito, consentendo dunque il superamento di un modello sociale dove la maggior parte delle persone scambia tempo di vita (dedicato ad un lavoro poco gratificante, svolto per gran parte della vita) con denaro (necessario per acquistare e consumare beni e servizi sempre nuovi). Potenziale liberazione che affascina ed impaurisce: può aprire straordinarie possibilità e grandi spazi di innovazione sociale, diventare la base per lo sviluppo dei talenti, della creatività, di nuovi saperi e capacità; liberare risorse per la ricerca interiore e l’esplorazione del possibile. Ma può anche scatenare la paura, spaventare i molti incapaci di pensare la propria vita senza l’obbligo economico e morale del lavoro, preoccupare i più conservatori preoccupati dai rischi sociali che pensano di vedere dietro a questi possibili sviluppi rivoluzionari.

Fascinazione e paura sono i principi ispiratori di due grandi narrazioni collettiveutopia e distopia, appunto – che hanno accompagnato la riflessione sulla scienza e la tecnologia. Di macchine intelligenti, di robotica e di automazione si parla da molto tempo: l’espressione “fabbrica automatica”, riferita alla tessitura, si trova già nel Capitale e lo stesso termine “robot” (dal ceco ‘robota’ ossia lavoro), inteso come macchinario in grado di svolgere lavoro al posto dell’uomo, è stato introdotto dallo scrittore di fantascienza Karel Capek quasi un secolo fa; il Golem di Praga (un robot per la funzione che svolge anche se non per la tecnologia che lo rende possibile), al quale probabilmente si ispira, è fin dal 1500 metafora inquietante della società della tecnica e dei rischi derivanti dalle azioni irresponsabili degli apprendisti stregoni. L’oscillazione tra ottimismo e pessimismo rispetto agli esiti generabili dalla diffusione delle tecniche e al crescente potere delle tecnologie accompagna la stessa evoluzione storica delle società occidentali per le quali il lavoro è e resta un pilastro fondamentale.

Questa contrapposizione si regge, almeno in parte, sull’ambiguità percepita del termine tecnologia: essa può essere intesa come l’applicazione sistematica del sapere scientifico (costruito con procedure riconosciute come valide) a tecniche e processi che possono rappresentare qualsiasi segmento di ciò che cade sotto il dominio della soggettività, della cultura e della conoscenza. In questa prospettiva dobbiamo dunque parlare di una pluralità di tecnologie, riconoscendo che esse ormai informano ogni campo della vita ben oltre la semplice trasformazione e produzione di oggetti tangibili. Dobbiamo ad esempio riconoscere l’esistenza di raffinate tecnologie centrate sull’arte di influenzare i comportamenti, sul controllo sociale, sull’educazione e la formazione accanto alle più note tecnologie energetiche, biologiche, metallurgiche, etc.

Ogni tecnologia così intesa, cambia il rapporto dell’uomo con il mondo, conferendo maggiore capacità di azione (fisica o simbolica), ma privando al tempo stesso di capacità prima necessarie, che diventano obsolete e vanno perdute. La vecchia capacità di fare viene sostituita dalla nuova capacità di usare un oggetto che incorpora, per così dire, le vecchie capacità; l’estrema conseguenza negativa di questo processo spinto all’estremo è (per i pessimisti) la realizzazione del mito del consumatore perfetto: incapace di tutto se non di scegliere tra un’infinita serie di prodotti e servizi.
D’altro canto il sistema tecnologico nel suo complesso costituisce sempre più un nuovo ambiente di vita che le tecnologie digitali rendono rapidamente intelligente. I robot imparano a muoversi bene negli ambienti non strutturati (quelli della nostra vita quotidiana), mentre gli umani vivono sempre più spesso in ambienti più strutturati, caratterizzati da una sensoristica diffusa che vediamo già applicata nelle case intelligenti (domotica), nelle auto (smart car), nelle città (smart city), nei territori, nelle reti intelligenti (smart grid); il corpo stesso è ambiente per lo studio e l’implementazione di bio e nanotecnologie sempre più raffinate.

Dall’interazione tra tecnologie, persone, culture e società nascono nuove e variegate identità singolari e collettive che si fondano su usi e pratiche che tendono a sfuggire ad ogni forma di controllo: nascono consumi virali, comunità, entusiasmi, mode non meno di reazioni violente, rifiuti, fughe e chiusure. La vera sfida del prossimo futuro non sta dunque nello sviluppo dei processi tecnologici (tecno scienze) che diamo ormai per scontato: risiede piuttosto nel governo dell’interazione di queste con la complessità ambientale, demografica, sociale, economica ed antropologica che riguarda l’intero mondo di cui le tecnologie sono parte e che contribuiscono a modificare profondamente. Il sistema tecnico sempre più integrato che sta diventando la base del nostro modello di vita interagisce con società fatte di persone, di istituzioni, di strutture, di organizzazioni, di poteri, di culture, di ideologie, di economie, di finanza, di conflitti, di movimenti e cambiamenti che contribuisce a generare e ai quali è indissolubilmente connesso. Dove esistono queste relazioni sono in gioco significati, passioni, emozioni, storie ed è in azione anche il potere e, con esso, la certezza della manipolazione. Non stupisce allora che il sogno utopico di alcuni possa essere l’incubo di altri, che la speranza di pochi visionari sia la paura di molti e che l’ambizione modesta e conservatrice della maggioranza risulti intollerabile ai pochi animati da genuino spirito “rivoluzionario”.

Per questo, l’irresistibile sviluppo dell’automazione e della robotica, che di questa rivoluzione sono forse gli aspetti più immediatamente visibili, l’ascesa delle tecnologie genetiche e delle nanotecnologie, la diffusione delle tecnologie dell’educazione e del controllo del comportamento (etc.), lasciano ipotizzare per futuro prossimo più scenari possibili, drammaticamente opposti: inferno o paradiso, trascendenza o involuzione. Malgrado ci sia chi pensa ancora di gestire o dominare il tecno-ambiente con i vecchi strumenti della società industriale, con categorie stantie, con il populismo che si fonda sulla paura, con il fanatismo tecnocratico o religioso, ognuno dovrà presto decidere se accettare la sfida, subirla o rifiutarla.

Un impegno socialmente difficile in tempi nei quali la politica, che dovrebbe esprimere i fini, è diventata un mezzo e l’economia, che dovrebbe essere il mezzo, è diventata il fine; dove l’economia reale è stata messa in completa balia della finanza e la politica anziché lavorare per l’uomo e le generazioni future, produce leggi per aumentare il potere e tutelare gli interessi della finanza globale piuttosto che quelli dei cittadini e delle imprese. Si tratta forse del più chiaro esempio del dominio di una tecnocrazia sulla società o, meglio, sul mondo. La stessa finanza attuale ha preso questa forma (anche) per effetto di discipline dure quali la fisica e la matematica (studio degli algoritmi di calcolo) applicate alle tecnologie digitali che consentono di elaborare enormi quantità di informazioni in frazioni di secondo, connettendo miliardi di grandi e piccoli decisori.

Come sarà la vita nel tecno-ambiente che si sta sviluppando e che si alimenta dell’informazione che forniamo più o meno consciamente (ogni clic un’informazione preziosa)? Cosa potrà fare l’intelligenza artificiale applicata ai giganteschi database che raccolgono ogni tipo di informazione digitale? Come interfacceranno i corpi con questo nuovo ambiente, che protesi tecnologiche useremo tra qualche anno? In questo ambiente diventeremo forse più stupidi ed impotenti o troveremo risorse per evolvere? Come risponderanno persone diverse alle sfide del prossimo futuro?
L’imperativo categorico per affrontare questi dilemmi è quello di non subire passivamente come consumatori ignavi; criticare, opporsi, fuggire, rappresentano soggettivamente opzioni possibili quanto accettare, costruire, sostenere. Sono tutte possibilità che potenzialmente aprono lo spazio all’esplorazione creativa del possibile. Questa compresenza di atteggiamenti e comportamenti differenti e conflittuali, purché in grado di alimentare un sano dibattito, rappresenta una speranza affinché il sistema evolva in termini qualitativi evitando pericolose derive totalitarie. Di certo per vivere umanamente nel nuovo tecno-ambiente servono nuovi saperi e nuove virtù, nuovi comportamenti, nuove responsabilità e nuove consapevolezze.

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L’ANALISI
Tecnologia e lavoro: il fantasma del luddismo

Un fantasma si aggira nelle nostre società opulente flagellate dalla crisi; aveva accompagnato lo sviluppo industriale e si ripresenta oggi in forme nuove, spesso non immediatamente accessibili al senso comune: è il timore che la tecnologia, le macchine, possano distruggere il lavoro e l’occupazione, lasciando fasce di popolazione sempre più ampie in balia della miseria. Fino a qualche anno fa si guardava con sufficienza e qualche facile sarcasmo alle rivolte dei luddisti nell’Inghilterra del XIX secolo, ritenute col senno di poi, ovvero dopo che furono migliorate le condizioni economiche e sociali, infondate e basate su paure irrazionali.

Oggi, il dubbio che le nuove tecnologie digitali, pur garantendo sviluppi tutti da esplorare ed ancora oscuri ai non iniziati, possano anche distruggere occupazione in modo irreversibile, sta prendendo nuovamente piede; questa preoccupazione professata da autorevoli esperti, che la danno come prospettiva assolutamente probabile, per non dire quasi certa, si contrappone a quella galassia tecno-visionaria ed utopica che preconizza per l’effetto delle tecnologie le più fantastiche evoluzioni della razza umana. Effettivamente, negli ultimi due secoli, lo sviluppo tecnologico ha contribuito ad alimentare le condizioni che hanno migliorato la qualità della vita di molte nazioni e la tecnologia ha grandemente contribuito a spostare milioni di persone dal settore agricolo a quello industriale, poi da questo a quello dei servizi. Ora, le nuove tecnologie digitali, in rapida diffusione, hanno alcune caratteristiche distintive rispetto alle tecnologie che hanno animato le precedenti rivoluzioni industriali che, in estrema e forzata sintesi, hanno sostituito il lavoro manuale con quello meccanico: da un lato, esse si reggono su una gigantesca struttura fisica tangibile, dall’altro, possono essere utilizzate per razionalizzare e gestire in modo intelligente qualsiasi tipo di processo in ogni settore: dalle catene di fornitura globale ai processi di apprendimento, dalla medicina alla ricerca aerospaziale, dallo sport al turismo, dall’autodiagnosi alla riparazione delle sue stesse componenti. Infine, sono sempre più spesso in grado di simulare e riprodurre operazioni che, fino a poco tempo fa, si pensava fossero attributi del cervello e patrimonio esclusivo della cognizione umana. Superata questa soglia, messo sotto esame il comportamento del cervello, avviata una ricerca massiva sull’intelligenza artificiale, agganciato stabilmente il comportamento umano alle applicazioni tecnologiche, si aprono scenari che, ad un tempo, esaltano e preoccupano. La domanda diventa dunque quanto mai attuale: la tecnologia digitale crea o distrugge lavoro? Oppure, semplicemente, trasloca l’occupazione spiazzando quote crescenti di lavoratori che rischiano così di essere espulsi dai processi di consumo e di creazione di valore?

Lasciamo un attimo in sospeso questa domanda per analizzare brevemente il nostro rapporto con queste tecnologie ed alcune conseguenze che ne derivano. Noi tutti infatti siamo abituati a cogliere solo un lato del problema: quello che ci vede come fruitori, come utilizzatori di dispositivi e consumatori di informazioni che ci vengono presentate ora gratuitamente ora a pagamento, a volte richieste a volte subite nostro malgrado. In questo preciso momento ognuno di noi è connesso ad un dispositivo digitale collegato in rete (altrimenti caro lettore non potresti leggere questo articolo). Per il semplice fatto di essere connessi stiamo fornendo informazioni al sistema: lo facciamo quando telefoniamo da qualsiasi dispositivo, quando usiamo il navigatore dell’auto, quando facciamo zapping in tv o quando ci sintonizziamo su una stazione radio. Lo facciamo quando usiamo il bancomat o la carta di credito e quando scarichiamo ed usiamo una qualsiasi app. Forniamo informazioni quando entriamo ed usciamo dall’autostrada usando il telepass, quando facciamo acquisti online o quando usiamo una tessera fedeltà o quando usiamo i social network. Certo, in alcuni casi paghiamo e, in cambio, riceviamo servizi che a volte ci semplificano la vita; in altri casi, non paghiamo nulla ignorando però che la nostra partecipazione gratuita è l’elemento chiave per generare enormi profitti. Non solo ne siamo consapevoli, ma forniamo informazioni ogni volta che passiamo sotto l’occhio di una telecamera di videosorveglianza ed ogni volta che usiamo la nostra tessera sanitaria; quando attraversiamo il tornello della metropolitana o prendiamo posto su un treno o un aereo. Finora tutte queste informazioni erano archiviate su supporti poco interattivi, sostanzialmente isolate tra di loro: la tecnologia digitale consente ora, con sempre maggiore facilità, di collegarli e renderli facilmente accessibili. Ma non solo. L’internet delle cose sta collegando sempre più strutture ed oggetti in gigantesche reti che producono quantità immense di dati digitali, rendendo possibile una realtà aumentata che arricchisce l’esperienza dei sensi incorporando informazione aggiuntiva in forma digitale. Su piccola scala lo vediamo nei Google glass, nelle applicazioni domotiche e, crescendo di livello, nelle applicazioni industriali di workflow management, nelle tecnologie di traffico intelligente, nelle nascenti smart city, negli ecosistemi militari, nella rete di calcolatori che gestiscono la finanza globale.

Da un lato, dunque si sta costruendo un nuovo ambiente di vita, digitale e digitalizzato, intelligente, caratterizzato da una sensoristica estremamente diffusa che raccoglie informazioni in modo sempre più automatico, depositandola in database sempre più capienti, numerosi ed interconnessi; dall’altro le macchine d’uso comune diventano sempre più intelligenti ed interagiscono sempre meglio con questo ambiente anche a prescindere dalle nostre decisioni. Infine noi stessi offriamo continuamente informazioni a questo ambiente attraverso i nostri comportamenti quotidiani e non solo per il fatto di essere connessi consapevolmente alla rete internet che conosciamo. Le tecnologie digitali consentono di valorizzare tutto questo moltiplicando esponenzialmente la produzione di informazione, rendendo informazioni inutilizzabili immediatamente disponibili, annullando i costi della raccolta di informazione e, in ultima istanza, conferendo valore d’uso enorme a qualcosa che prima, pur potenzialmente presente, non poteva essere utilizzato facilmente. Ovviamente questo è possibile se esistono le infrastrutture per farlo e se i cittadini continuano a funzionare come comoda fonte di informazione. Si tratta, a ben vedere, di una situazione senza precedenti che, per certi versi, ribalta la consolidata logica di un mercato dove ogni cosa ha un prezzo riconoscibile; dietro l’uso gratuito di molta tecnologia di comunicazione vediamo infatti la realtà, piuttosto inquietante per alcuni versi, di un sistema dove noi stessi (o meglio tutte le nostre scelte e comportamenti) siamo la merce che viene venduta. Big data è il nome attraverso cui si riconosce il nuovo campo disciplinare destinato a governare questa immensa mole di informazioni digitali attraverso la potenza computazionale dei calcolatori (computer).

Tutto questo pone ovviamente davanti a sfide gigantesche non ultima quella del lavoro che qui ci interessa. E’ assai probabile infatti che l’applicazione massiccia delle tecnologie digitali porterà all’abbattimento di moltissimi posti di lavoro anche nel settore dei servizi (inteso in senso allargato), seguendo il medesimo trend di quanto successo nell’agricoltura prima e nell’industria poi. Porterà anche ad aprire nuovi settori occupazionali tutti da esplorare e ad alto contenuto di innovazione e creatività, che con ogni probabilità potranno premiare solo le persone più competenti e preparate. Forse, spingerà anche molte persone a guardare con rinnovato interesse ad attività più semplici e naturali, magari facendo impresa innovativa in campo culturale o nel settore agroalimentare che rappresentano pur sempre delle autentica eccellenze italiane. Che ne sarà tuttavia della centralità del lavoro come strumento principe per la costruzione dell’identità e giusto mezzo per guadagnare da vivere? E come conciliare questa situazione con i valori fondativi della nostra Carta Costituzionale? Il documento fondativo del patto sociale su cui si regge la nostra democrazia all’articolo 1 dichiara infatti che:

“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione”.

Con tali domande lasciamo anche questo scenario possibile, per prendere in esame un’altra vecchia idea, forse poco conosciuta, che sembra conservare una forte carica utopica: quella del reddito di cittadinanza, nozione che a volte e frettolosamente vene considerata equivalente a reddito di base o reddito minimo universale. In verità, esiste più di una differenza tra reddito di cittadinanza e reddito minimo anche se entrambe condividono la prospettiva comune di non abbandonare nessuno al proprio destino: il primo, infatti, richiama il valore etico dell’accesso universale ai frutti delle risorse comuni; il secondo, invece, è selettivo e rimanda al valore del contrasto alla povertà essendo direttamente connesso alla disponibilità di lavoro e di reddito. Come noto, si tratta di un’erogazione monetaria garantita ad intervalli di tempo regolari e per tutta la vita di una persona. Viene riconosciuta a tutti coloro che hanno cittadinanza e residenza, per consentire una vita minima dignitosa; l’erogazione è cumulabile con altri redditi derivanti da lavoro, da impresa e da rendita ed è indipendente dal tipo di attività lavorativa, dalla nazionalità, dall’orientamento sessuale, dal credo religioso e dalla posizione sociale.

In un mondo caratterizzato da un surplus di produzione che impone una sfrenata corsa al consumo, in un contesto che pone forti interrogativi circa la proprietà e l’uso degli enormi archivi di informazioni digitali, dove l’informazione è importante, largamente disponibile poiché largamente prodotta dai comportamenti dei cittadini digitalizzati e fortemente manipolabile, dove aumentano di pari passo la concentrazione della ricchezza e la povertà, dove la piena occupazione è ormai un miraggio, l’idea di un reddito di cittadinanza universale sembra essere pertinente al di là di ogni doverosa considerazione di tipo morale. In assenza di alternative sostenibili, non si può escludere neppure che tale soluzione diventi, in prospettiva, socialmente necessaria se solo pensiamo al potenziale esplosivo connesso ad una forte disoccupazione a fronte della crescente forbice tra ricchi e poveri, effetto non secondario dall’ultima ed attuale fase del capitalismo sostenuto dalle nuove tecnologie.

In aggiunta alle motivazioni di ordine etico e sociale, possiamo dunque pensare che i cittadini ricevano un trasferimento monetario (anche) per il semplice fatto di fornire comunque informazioni indispensabili al sistema anziché pagare per ottenerne i servizi? In uno scenario caratterizzato, se non dalla fine del lavoro, quantomeno da una sua fortissima crisi, può essere il reddito di cittadinanza la soluzione capace di semplificare e rilanciare il sistema di welfare, garantire la copertura dei bisogni essenziali, salvaguardare gli spazi di intrapresa e produrre quel minimo di giustizia sociale che il vecchio modello non sembra più in grado di garantire?

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LA RIFLESSIONE
Le tecnologie digitali e il reddito di cittadinanza

La crisi ha riportato in auge uno spettro che ha accompagnato lo sviluppo industriale: il timore che la tecnologia, le macchine, possano distruggere il lavoro e l’occupazione, lasciando fasce di popolazione in balia della miseria. Fino a qualche anno fa si guardava con sufficienza alle rivolte dei luddisti nell’Inghilterra del XIX secolo, ritenute, a ragione, infondate e basate su paure irrazionali. Oggi, il dubbio che le nuove tecnologie digitali, pur garantendo sviluppi ancora oscuri ai non esperti, possano anche distruggere occupazione in modo irreversibile sta prendendo nuovamente piede ed appare, anche ad autorevoli esperti, una prospettiva assolutamente probabile, per non dire quasi certa. Effettivamente, negli ultimi due secoli, la tecnologia ha grandemente contribuito a spostare milioni di persone dal settore agricolo a quello industriale e poi, da questo, a quello dei servizi. Ora, le nuove tecnologie digitali, in rapida diffusione, hanno alcune caratteristiche distintive rispetto alle tecnologie che hanno animato la rivoluzione industriale: da un lato, esse si reggono su una gigantesca infrastruttura fisica tangibile, dall’altro, sono sempre più spesso in grado di simulare e riprodurre operazioni che, fino a poco tempo fa, si pensava fossero attributi del cervello e patrimonio esclusivo della cognizione umana. Superata questa soglia, messo sotto esame il comportamento del cervello, agganciato stabilmente il comportamento umano alle applicazioni tecnologiche, si aprono scenari che, ad un tempo, esaltano e preoccupano. La domanda diventa dunque quanto mai attuale: la tecnologia digitale crea o distrugge lavoro? Oppure semplicemente lo trasloca spiazzando quote crescenti di popolazione che rischiano così di essere espulse dai processi di consumo e di creazione di valore?

Lasciamo un attimo in sospeso questa domanda per analizzare brevemente il nostro rapporto con queste tecnologie ed alcune conseguenze che ne derivano. In questo preciso momento ognuno di noi è connesso ad un dispositivo digitale collegato in rete (altrimenti caro lettore non potresti leggere questo articolo). Per il semplice fatto di essere connessi stiamo fornendo informazioni al sistema: lo facciamo quando telefoniamo da qualsiasi dispositivo, quando usiamo il navigatore dell’auto, quando facciamo zapping in tv o quando ci sintonizziamo su una stazione radio. Lo facciamo quando usiamo il bancomat o la carta di credito e quando scarichiamo ed usiamo una qualsiasi app. Forniamo informazioni quando entriamo ed usciamo dall’autostrada usando il telepass, quando facciamo acquisti online o quando usiamo una tessera fedeltà o quando usiamo i social network. Certo, in alcuni casi paghiamo e, in cambio, riceviamo servizi che a volte ci semplificano la vita; in altri casi, non paghiamo nulla ignorando però che la nostra partecipazione gratuita è l’elemento chiave per generare enormi profitti. Non sono ne siamo consapevoli, ma forniamo informazioni ogni volta che passiamo sotto l’occhio di una telecamera di videosorveglianza ed ogni volta che usiamo la nostra tessera sanitaria; quando attraversiamo il tornello della metropolitana o prendiamo posto su un treno o un aereo. Finora tutte queste informazioni erano archiviate su supporti poco interattivi, sostanzialmente isolate tra di loro: la tecnologia digitale consente ora, con sempre maggiore facilità, di collegarli e renderli facilmente accessibili. Ma non solo. L’internet delle cose sta collegando sempre più strutture ed oggetti in gigantesche reti che producono quantità immense di dati digitali. Su piccola scala lo vediamo nelle applicazioni domotiche e, crescendo di livello, nelle applicazioni industriali di workflow management, nelle tecnologie di traffico intelligente, nelle nascenti smart city, negli ecosistemi militari, nella rete di calcolatori che gestiscono la finanza globale.
Da un lato, dunque si sta costruendo un nuovo ambiente, digitale, intelligente, caratterizzato da una sensoristica estremamente diffusa che raccoglie informazioni in modo sempre più automatico, depositandola in database sempre più capienti, numerosi ed interconnessi. Dall’altro, noi stessi offriamo continuamente informazioni a questo ambiente attraverso i nostri comportamenti quotidiani e non solo per il fatto di essere connessi consapevolmente alla rete internet che conosciamo. Le tecnologie digitali consentono di valorizzare tutto questo moltiplicando esponenzialmente la produzione di informazione, trasformando informazioni inutilizzabili in disponibili immediatamente, annullando i costi della raccolta di informazione e, in ultima istanza, conferendo valore d’uso enorme a qualcosa che prima, pur potenzialmente presente, non poteva essere utilizzato facilmente. Ovviamente questo è possibile se esistono le infrastrutture per farlo e se i cittadini continuano a funzionare come comoda fonte di informazione. Si tratta, a ben vedere, di una situazione senza precedenti che, per certi versi, ribalta la consolidata logica di un mercato dove ogni cosa ha un prezzo riconoscibile; dietro l’uso gratuito di molta tecnologia di comunicazione vediamo infatti la realtà, piuttosto inquietante per alcuni versi, di un sistema dove noi stessi (o meglio tutte le nostre scelte e comportamenti) siamo la merce che viene venduta. Big Data è il nome attraverso cui si riconosce il nuovo campo disciplinare destinato a governare questa immensa mole di informazioni digitali.
Tutto questo pone ovviamente davanti a sfide gigantesche non ultima quella del lavoro che qui ci interessa. E’ assai probabile infatti che l’applicazione massiccia delle tecnologie digitali porterà all’abbattimento di moltissimi posti di lavoro anche nel settore dei servizi (inteso in senso allargato), seguendo il medesimo trend di quanto successo nell’agricoltura prima e nell’industria poi. Porterà anche ad aprire nuovi settori occupazionali tutti da esplorare e ad alto contenuto di innovazione e creatività. Forse, spingerà anche molte persone a guardare con rinnovato interesse ad attività più semplici e naturali. Che ne sarà tuttavia della centralità del lavoro come strumento principe per la costruzione dell’identità e giusto mezzo per guadagnare da vivere?

Con tale domanda lasciamo anche questo scenario possibile, per prendere in esame un’altra vecchia idea poco conosciuta che sembra conservare una forte carica utopica: quella del reddito di cittadinanza (o reddito minimo universale o reddito base). Come noto, si tratta di un’erogazione monetaria garantita ad intervalli di tempo regolari e per tutta la vita di una persona. Viene riconosciuta a tutti coloro che hanno cittadinanza e residenza, per consentire una vita minima dignitosa; l’erogazione è cumulabile con altri redditi derivanti da lavoro, da impresa e da rendita ed è indipendente dal tipo di attività lavorativa, dalla nazionalità, dall’orientamento sessuale, dal credo religioso e dalla posizione sociale. In un mondo caratterizzato da un surplus di produzione che impone una sfrenata corsa al consumo, in un contesto che pone forti interrogativi circa la proprietà e l’uso degli enormi archivi di informazioni digitali, dove l’informazione è importante, largamente disponibile e manipolabile, l’idea di un reddito di cittadinanza sembra sia pertinente, al di là di ogni doverosa considerazione di tipo morale, che necessaria (pensiamo alla crescente forbice tra ricchi e poveri, effetto non secondario dall’avvento delle nuove tecnologie).
Possiamo dunque pensare che i cittadini ricevano un trasferimento monetario per il semplice fatto di fornire comunque informazioni indispensabili al sistema anziché pagare per ottenerne i servizi? In uno scenario caratterizzato, se non dalla fine del lavoro, quantomeno da una sua fortissima crisi, può essere il reddito di cittadinanza la soluzione capace di semplificare e rilanciare il sistema di welfare, garantire la copertura dei bisogni essenziali, salvaguardare gli spazi di intrapresa e produrre quel minimo di giustizia sociale che il vecchio modello non sembra più in grado di garantire?

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Digito ergo cogito

Immigrati digitali, nativi digitali, generazione app. Ormai le generazioni non si scandiscono più biologicamente ma secondo mutazioni tecnologiche. Viviamo l’epoca dell’app-coscienza, dell’app-visione del mondo, basterebbe un giusto assortimento di app per avere una vita davvero appagante.
Negli ultimi cinque anni, il gruppo di ricerca Project zero di Harvard, diretto da Howard Gardner, ha portato avanti numerosi studi sul tema della gioventù oggi, per comprendere in che misura e in quali modi i giovani del nostro tempo differiscono dai loro predecessori. Feltrinelli ne ha pubblicato i risultati: Howard Gardner e Katie Davis, Generazione APP. La testa dei giovani e il nuovo mondo digitale.
Osservazioni, dialoghi, interviste sistematiche a ragazzi, dalle scuole medie all’università, per comprendere non già la generazione dei nativi digitali, ma quella addirittura successiva: la generazione app. Giovani che vedono ormai il mondo come un insieme di app e le loro stesse vite come una serie ordinata di app e, in molti casi, come un’unica app che funziona dalla culla alla tomba.
«Perché nel futuro dovremmo aver bisogno della scuola? In fondo le risposte a tutte le domande sono contenute in questo smartphone, o presto lo saranno», è la domanda provocatoria di uno studente.
L’emergere delle tecnologie digitali in generale, e delle app in particolare, ha creato una generazione unica: plasmata dalla tecnologia; con una coscienza fondamentalmente diversa dalle precedenti e, molto probabilmente, destinata a fare strada a una serie di generazioni ancora più brevi e a loro volta definite dalla tecnologia.
Tre aspetti della vita dei giovani sono maggiormente influenzati dalla tecnologia digitale: il loro senso di identità, la loro capacità di avere relazioni intime e la loro facoltà di immaginazione.
La ricerca identifica una generazione di giovani sempre più pragmatici e concentrati sulla carriera, oltre che più concreti e meno ideologici. Le loro identità sono prematuramente determinate, sono programmate come se fossero una app. Sono molto più concentrati sulla “gestione della vita quotidiana” che sul tentativo di sviluppare progetti a lungo termine. Le app sono scorciatoie, rendono le interazioni molto più veloci, più semplici e meno rischiose.
L’atteggiamento pragmatico caratteristico degli studenti di oggi si colloca nel contesto di una più generale tendenza della società a una concezione individualistica, opposta all’orientamento comunitario e istituzionale dei decenni passati.
Non deve trarre in inganno l’aumento del volontariato e dell’imprenditoria sociale tra i giovani, la motivazione di tale tendenza nasce più dal desiderio di riempire il proprio curriculum che dal fare qualcosa per la società.
La crescente attenzione in ambito educativo, rivolta ai test standardizzati e ai punteggi calcolabili pare essere la principale causa dell’aumento di passività nei giovani e della loro avversione al rischio. Negli Stati uniti, iniziative federali come No child left behind e Race to the top hanno subordinato i finanziamenti governativi ai punteggi degli studenti, imponendo così a ogni scuola di organizzare l’intero programma scolastico in vista dello sforzo di migliorare i risultati degli studenti in tali test.
L’industria dei test non è indifferente a questa “atmosfera app” fatta di classifiche, calcoli e curriculum preconfezionati. Questo tipo di ambiente educativo incentiva l’avversione al rischio, mettendo in cima alle priorità la scelta dell’opzione corretta in un test a risposta multipla; inoltre rischia di accentuare l’ansia al punto che un fallimento al test non solo diminuisce le possibilità di accedere all’università, ma può portare a far licenziare un insegnante o a far chiudere una scuola.
I media digitali stanno trasformando e continueranno a trasformare l’educazione. L’educazione non è più un concetto limitato all’età scolastica, ma riguarda l’intera vita. L’educazione comincia appena un bambino è in grado di giocare con telefoni, tablet e telecomandi, e continua per tutto il tempo in cui una persona è attiva nel mondo.
Viviamo in un tempo in cui le persone possono studiare o tentare di acquisire nuove capacità, quando vogliono, alla velocità che desiderano, da sole o con altri, con o senza un attestato o altre forme di certificazione. L’idea di un percorso scolastico e formativo unico e valido per tutti è ormai considerata un anacronismo, se non un crimine.
La mentalità app sempre più nutre il “digito ergo cogito”, la convinzione assai pericolosa di una educazione fai da te che non necessita di aule, laboratori, relazioni con le persone, con docenti ed esperti.
Ocse e Banca mondiale hanno contribuito a lanciare nel mondo l’idea che il corpus di conoscenze da apprendere sia quello indicato dall’acronimo STEM: scienza, tecnologia, ingegneria e matematica, una sorta di quartetto app. Che esista un unico modo corretto di insegnarlo e un altrettanto unico sistema per misurarne i risultati: i test a scelta multipla, somministrati da una macchina e valutati da una macchina, emessi dall’Educational testing service.
L’incubo che si possa classificare ogni studente, ogni insegnante, addirittura ogni paese sulla base dei risultati ottenuti con questi metodi che si presumono corretti ed esaurienti, sta diventando ogni giorno sempre più una realtà.
Al momento ci consoliamo all’idea che nessuno dei grandi da Dante a Eliot, da Newton ad Einstein, da Raffaello a Picasso si sarebbe distinto stando a queste valutazioni. Ma siamo altrettanto convinti che l’educazione sia troppo importante, e troppo complessa per essere data in appalto alle app dell’Educational testing service o del GERM, Global educational reform moviment dell’Ocse e della Banca mondiale.

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