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ELEZIONI: “Si respira aceto”
e a seguire: “Il lavoro da morire”

Si respira aceto
Doveva succedere
È successo
Ma il fato
Non c’entra
Nemmeno il vento
Sinistra dove sei?
La tua Politica
Vicina al cuore
Della gente
Ti sei perduta
Tra mille correnti
Lontana
Stregata da nuovi
Movimenti

Siamo al tappeto
Senza una zattera
E una bussola
Di valori

Si respira aceto
(Roberto Dall’Olio)

 

Le elezioni sono state domenica scorsa: Dai, è normale, giornali e televisioni devono pur commentare. Infatti commentano, commentano tutti, a proposito e a sproposito. Poi c’è la formazione del nuovo governo: Stai tranquillo, puoi dormire tra due guanciali, Giorgia sta lavorando h24 per mettere insieme la squadra. E non è un lavoro da niente: ho sentito che ci vorranno almeno venti giorni per riempire tutte le caselle. Così siamo già entrati nel totoministri, il gioco a quiz preferito da giornalisti e commentatori. Sulla carta stampata e sul video non c’è spazio per nient’altro  Con l’eccezione dell’ultimo uragano in Florida. Quando passava a Cuba non fregava a nessuno, ma in America un uragano funziona molto meglio: vento a 260 chilometri l’ora e immagini molto fotogeniche.
Ieri però, nel silenzio mediatico, ci sono stati tre (3 in 24 ore) morti sul lavoro, oggi un altro morto. E’ proprio un peccato, ma non c’è proprio posto, magari in un angolino. Non c’è tempo, colpa di ‘sta storia del nuovo governo. Ne parliamo un’altra volta, ci organizziamo, tanto di morti bianche c’è n’è almeno una al giorno, insomma, non è neanche una notizia.
(Francesco Monini)


Il lavoro da morire

Ancora
Arocna
Sì da leggere
Al contrario
Tutta questa strage
È una storia al contrario
Dei diritti
Delle tutele
Rovesciate
Come le vite
In morte
È il lavoro da morire
Ogni giorno distratto
Ogni giorno
Questo fatto
Non lo si può
Più
Più sentire
(Roberto Dall’Olio)

Alla faccia della Storia

Colpevole o innocente?
Colpevole, per me colpevole, assolutamente.
E non mi riferisco alla (commentatissima) ‘scivolata’ di Alessandro Barbero, storico medievalista, noto volto televisivo e novello influencer. D’altronde l’episodio è di dominio pubblico – “virale”, come si usa dire in tempo di pandemia. In una intervista a La Stampa il professor Barbero si interroga su cosa mai impedisca al genere femminile di affermarsi pienamente.  E si risponde subito, suggerendo una curiosa spiegazione: “vale la pena di chiedersi se non ci siano differenze strutturali fra uomo e donna che rendono a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi”.  Le donne cioè, mancherebbero “di quella aggressività, spavalderiasicurezza di sé che aiutano ad affermarsi”.

La sparata di Barbero è passibile di due spiegazioni. Se la si prende sul serio, sicuramente il professor Barbero sarebbe da internare immediatamente. Nessuno oggi, pur fieramente antifemminista, si sognerebbe di sostenere un minus biologico od ontologico del genere femminile rispetto al genere maschile.
Una castroneria lombrosiana del genere? Forse solo un terrapiattista, un creazionista, un mormone di estrema destra… No, andiamo, non può essere; Alessandro Barbero insegna all’Università!

Io propendo per una seconda spiegazione: la stupidaggine di Barbero è colpa del suo innamoramento per i media e i social media. In Televisione e su YouTube [un esempio a caso] Barbero parla come una mitragliatrice. Risponde come un lampo, naturalmente prima di riflettere. Niente appunti, niente pause, zero dubbi. Chiacchiera. Cazzeggia. E alla fine, per stupire il suo pubblico, spara una battuta ad effetto. Solo che a volte non gli viene bene. O invece sì: la gaffe (Mike Bongiorno insegna) fa parte del mestiere.

In ogni caso, un vasto fronte femminile – tranne la grande Natalia Aspesi, cui le 92 primavere non hanno tolto intelligenza, acume e ironia – si è scagliato contro il bieco maschilismo di Barbero, arrivando a chiedere la sua epurazione dalla televisione di Stato.
Diversa invece la posizione dei colleghi televisivi e della maggioranza dei giornalisti e commentatori (Aldo Grasso sulla prima pagina del Corriere) che lo hanno sostanzialmente difeso, ricordando la triste pratica della censura che ha seminato tanti video-morti: Dario Fo, Franca Rame, Enzo Biagi, Michele Santoro, Daniele Luttazzi…

Fin qui, tutto secondo copione. Ma la conta dei commenti non è finita. Ce ne sono altri. Incredibili. E un po’ indecenti.
Sono le prese di posizione, gli attestati di stima e solidarietà, le pacche sulle spalle, in certi casi il tifo da ultrà, del mondo accademico, e segnatamente dei docenti universitari di Storia e di Scienze Umane. La casta, perché di questo si tratta, si è schierata a difesa del povero collega. Intendiamoci: non per difendere la Storia, ma per sostenere un uomo che tutti i giorni la storia la fa a pezzi, Coriandoli.

Perché quella che il sorridente Barbero distribuisce in video non è Storia. E non è nemmeno divulgazione.
La divulgazione (e quanta di più ce ne vorrebbe in Italia) è una cosa seria. Bisogna lavorare sodo per rendere facili cose difficili, senza tradirle. Divulgazione è quella che da quarant’anni continua a fare Piero Angela. O quella delle ultime edizioni di Kiimangiaro e di altri programmi o brevi siparietti che si incontrano su Rai Storia o Rai News 24. Divulgazione è quella di Passato e presente di Paolo Mieli: che sceglie un argomento specifico, si documenta, prepara le domande e invita in studio tre giovani  ricercatori e un docente specialista della materia.

Fare divulgazione non è improvvisare, banalizzare, saltare da palo in frasca, cavarsela con una battuta o un paragone sballato, citare un pressappoco, prendere fischi per fiaschi e venderli come storia.
Perché la Storia è affascinante ma non è una cosa semplice. Ma per renderla semplice – compito e obbiettivo  di un divulgatore – non puoi ridurla all’amorazzo tra Antonio e Cleopatra o alla gastrite di Napoleone.  Questa è la vera colpa del professor Barbero, la sua personale scorciatoia per il successo mediatico: abbandonare la storia, la ricerca, il dubbio e servirci un  un frullato dolciastro senza capo né coda.

Barbero risponde su tutto, è esperto di tutto, dall’invenzione della ruota alla caduta del Muro di Berlino. La storia medievale, la sua materia, è troppo stretta per il suo ego, deve nuotare come un pesce (cieco e sorridente) nel gran mare della storia: re e regine, servi e padroni, guerre e trattati, epidemie e invenzioni… Nuota e sorride, ammicca, blandisce il popolo incolto.
Ecco fatto: così la Storia, “il lungo cammino dell’uomo”, diventa “gossip storico”, degno del settimanale Novella Tremila.

Non ho niente contro Novella Tremila e periodici consimili: fanno il loro mestiere lo fanno anche bene. Fanno gossip e lo dichiarano apertamente. E anche per il professor Alessandro Barbero sono portato alla clemenza. E’ colpevole di scempio della Storia, ma per lui avrei pensato a una dolce pena.
Dimentichi la Storia, evidentemente non è la sua materia. Liberi, sua sponte, i canali Rai. lo aspettano altri mari da attraversare, altri pubblici da divertire. Una sua rubrica di “curiosità storiche” su Oggi o su Gente sarebbe un successo. Magari accanto alla collaudata pagina su Padre Pio.

Cover: foto Wikimedia Commons

LIBERI DENTRO
La libertà corre lungo i canali televisivi dell’Emilia Romagna

 

Irene Fioresi – Funzione Strumentale per la comunicazione – Cpia di Ferrara

Anche Ferrara nel palinsesto di Eduradio – Liberi dentro, il progetto regionale che ha lo scopo di sensibilizzare la cittadinanza sul tema della detenzione e sul reinserimento delle persone detenute nel contesto sociale, obiettivo prioritario per sconfiggere il problema della recidiva, e allo stesso tempo di continuare ad essere presenti nelle carceri della regione Emilia Romagna attraverso le voci e i volti di chi promuove attività riabilitative, istruzione e vari servizi di volontariato. 

Il Cpia di Ferrara sostiene una nuova tappa della programmazione che vedrà l’emissione di una decina di programmi costruiti in collaborazione con il Teatro Nucleo e Astrolabio, il giornale del carcere, assieme ai volontari di diverse Associazioni e Cooperative che regolarmente operano nella Casa Circondariale di Ferrara.

Mercoledi’ 12 maggio sul canale 118 Lepida TV alle ore 13.30 sarà in onda la prima emissione ferrarese, sul tema l’attesa, una delle dimensioni pervasive della vita in carcere.  I video, realizzati in collaborazione con Web Radio Giardino, avranno come filo conduttore “parole – chiave” che attraverso spezzoni del lavoro teatrale svolto nei laboratori in carcere del Teatro Nucleo risuoneranno con accenti diversi dentro e fuori le mura.

Il 21 maggio 2021 il progetto di Eduradio sarà presentato e discusso a livello nazionale, con un convegno online a cui parteciperà anche il Ministro per la Giustizia Marta Cartabia.  Nato dal desiderio di continuare, nonostante l’emergenza sanitaria, il servizio culturale, educativo, di assistenza spirituale nella Casa circondariale Rocco D’Amato di Bologna, il Progetto Liberi dentro – Eduradio, è riuscito ad unire le voci impegnate nel difficile compito dell’esecuzione penale, per arrivare direttamente nelle celle e accorciare le distanze che separano il carcere dalla società.
Per raggiungere le camere detentive, sprovviste di collegamenti internet, le trasmissioni “a distanza” di informazione, cultura e didattica destinate al carcere e alla cittadinanza, hanno viaggiato, inizialmente attraverso gli apparecchi radio, acquistati dalla rete dei promotori e donate al carcere, su Radio Città Fujiko 103.1 FM, a partire dal 13 aprile dello scorso anno, in piena pandemia, per far sentire ai detenuti una presenza e un’attenzione alla loro situazione e per dare continuità alle attività sospese. In seguito la ‘famiglia Eduradio’ si è allargata agli altri volontari e operatori degli istituti di pena di Modena, Parma, Reggio Emilia, Ferrara e Faenza (Forlì), che hanno deciso di aderire all’iniziativa, che ha trovato spazio anche sul canale televisivo 636 e, da aprile 2021 è in onda quotidianamente anche su Lepida TV canale 118 alle ore 13.30.

Qui il link alla programmazione andata in onda: https://liberidentro.home.blog/podcast-liberi-dentro-regione-er/

Il gruppo di Ferrara, sostenuto dal CPIA, intende dare continuità alla propria partecipazione attraverso una trasmissione quindicinale di un contributo video su racconti dal carcere, per il carcere e sul carcere, che coinvolgeranno non soltanto i soggetti delle attività educative e rieducative, ma anche esperti ed interessati alla realtà carceraria.

 

Le rubriche a tema di Eduradio – alle 6.30 su Radio Fujiko 103.1 e alle 17.00 su Teletricolore 636
Su LEPIDA TV CANALE 118 tutti i giorni della settimana dalle 13.30 alle 14.00 (e il weekend dalle 13):

Lunedì 10 AVoC e Centro Internazionale del Libro Parlato, Voci da dentro

Martedì 11 Poggeschi, Ne vale la pena

Mercoledì 12 CPIA Ferrara con Sonni Boi; Segue Lezioni di cucina con Lost in translation

Giovedì 13 Cantieri Meticci

Venerdì 14 Ginnastica da camera; Segue: Spiritualità Islamica e cultura araba

Sabato 15 (6.00 Radio; 10.30 TV636; 13.00 Lepida): Cappellania della Dozza con Il Vangelo ti è
vicino. Segue (6.30 Radio, 11.00 TV636, 13.30 Lepida): Teatro del Pratello con
Scritture teatrali tra carcere e città. Al termine (6.45 Radio, 11.15 TV 636, Lepida
13.45) la rubrica Parliamo di Buddismo.

Domenica 16 (Ore 6.00 Radio, 10.30 TV636, 13.00 Lepida): CPIA Bologna con School on air. Segue
(Ore 6.30 su radio Fujiko, 11.00 su TV636, 13.30 Lepida) il Teatro dell’Argine

Cover: Carcere di Ferrara, esterno (foto: Cristiano Lega)

La fine della casa

 

ROMA – Le riflessioni che seguono sono nate a margine del caso della piccola Antonella Sicomoro, la quale ha perduto la vita lo scorso 20 gennaio a dieci anni, in casa sua a Palermo, per le conseguenze di una sfida nella quale era stata coinvolta attraverso la frequentazione dei social.
Eventi come questo danno l’impressione, soprattutto a chi non è più giovanissimo, che si sia instaurato un nuovo ordine del possibile, purtroppo spaventoso. Ma è davvero così?

Che vi siano bambini vittime di giochi tra coetanei non è purtroppo una novità. Anche le case sono da sempre luoghi di oscuri pericoli per i più piccoli. Dove sarebbe, dunque, la discontinuità? Non sarà che, come facevano i nostri anziani apparendoci per questo tanto bizzarri, cominciamo a trovare il presente così solo perché lo osserviamo ormai da una certa lontananza?
La risposta che si vorrebbe qui argomentare è: no, la discontinuità c’è. E ha radici potenti e lontane.
Lontane quanto? Quanto l’inizio della trasformazione delle culture umane da nomadi a sedentarie. La sedentarizzazione, infatti, produce una nuova percezione dello spazio che si ridefinisce nei termini di interno alla sfera antropizzata (infield) e di esterno ad essa (outfield). Ovviamente, nel cuore dell’area interna c’è il villaggio e, nel villaggio, le abitazioni.

Inizia così, oltre diecimila anni fa, la lunga storia – architettonica e simbolica – della casa, attraverso la quale essa diventerà, molti secoli più tardi, espressione della coesione della famiglia come nucleo autonomo.
Questa qualificazione antropologica dello spazio della casa come luogo di intimità ‘inviolabile’ – come tra l’altro sancito dalla Costituzione – conduce al delinearsi della sua essenza come quella di un argine contrapposto alla potenza intrusiva del mondo. Di conseguenza, come quella di una dimensione, essenzialmente appropriata all’esistenza umana, di latenza sociale e, dunque, di agio esistenziale. In conclusione, come rileva Bachelard, dello spazio essenzialmente più poetico del nostro mondo.

Pochi anni dopo l’esplorazione di Bachelard (nel 1957) della casa come spazio poetico, Guy Debord pone in evidenza i tratti di fondo di un potente processo di trasformazione in atto nella nostra società: essa diviene società dello spettacolo. Ciò avviene quando la sfera dello ‘spettacolo esonda dalla sua collocazione tradizionale nel contesto della vita sociale e ne diviene la dimensione fondamentale: quella di un “rapporto sociale tra individui mediato dalle immagini”, sì che “la realtà sorge nello spettacolo”.
Questa inversione del rapporto genetico tra vita reale e spettacolo, naturalmente legata alla diffusione delle tecnologie, colonizza progressivamente gli spazi della nostra esistenza, in senso architettonico, fisico e ontologico, ovvero relativo alla determinazione di ciò che siamo e di ciò che è.
Debord (morto suicida nel 1993) aveva certamente presente l’insediamento fisico degli schermi televisivi – vere e proprie finestre sulla dimensione dello spettacolo – in ogni appartamento, e talvolta in ogni sua stanza. Si tratta, anche qui, di un vero e proprio capovolgimento delle prospettive abitative, nel quale lo sguardo umano viene radicalmente captato nella dimensione dello spettacolo, al punto che esso perde interesse per ciò che avviene nella sfera, ormai arcaica, del circostante.

Gli ultimi anni hanno portato una radicalizzazione del fenomeno, al punto che altre finestre si sono aperte direttamente sui nostri stessi corpi, in modo tale che l’intero intreccio delle relazioni sociali si riflette costantemente negli schermi degli smartphone.
Inoltre già da tempo è data a ciascuno di noi la possibilità di non essere, in questo capovolgimento delle dimensioni, soltanto “spettatori”, bensì di poter divenire in ogni istante detentori di un infinitesimale pixel dello schermo globale. È, appunto, la dimensione dei social e, in particolare, di quello sul quale si è perduta la piccola Antonella: Tik Tok.

Questo, naturalmente, non significa in alcun modo che la quotidianità colonizzi all’inverso la dimensione dello spettacolo, ripristinando in qualche modo un equilibrio. Al contrario: significa che non soltanto la quotidianità viene vissuta e misurata nella prospettiva della sua spettacolarità, ma anche che viene progettata in funzione di essa.
Nella percezione delle attività, dei luoghi, delle persone, insomma, le esigenze del far spettacolo di sé possono prevalere su quelle più proprie.

Quella dello spettacolo, diceva dunque Debord, è una nuova forma di società. Ma questa forma non si arresta affatto sulla soglia della nostra casa. Non rispetta minimamente il vincolo dell’intimità. Abita con noi le nostre stanze. Veste i nostri corpi.
Ecco, dunque, che paradossalmente godiamo ormai di maggiore intimità quando camminiamo per le strade che quando sediamo sul nostro divano. La ragione è presto detta: le strade sono un luogo di comunità, nel quale non possiamo non mantenere un cordone ombelicale con l’orizzonte arcaico della realtà e dei suoi accidenti; nelle nostre case, se aperte ormai solo sugli schermi-finestre, quel cordone ombelicale può finalmente essere radicalmente reciso.

È precisamente ciò che già da tempo si può constatare in alcuni di coloro che – per età, per condizioni fisiche o per altre ragioni – consumano perlopiù o esclusivamente il loro tempo tra le pareti domestiche. È, inoltre, una delle possibili prospettive dalle quali riconsiderare la fenomenologia del lockdown, che va colto anche come l’allestimento di una immensa platea forzata per la spettacolarizzazione della pandemia.

I nostri ‘appartamenti’, dunque, non sono più, in essenza, luoghi nei quali appartarci dalle costrizioni e dalle infestazioni della dimensione sociale, bensì dei contenitori nei quali quella dimensione, nella forma estrema dello spettacolo, si apparta con noi, ci assimila e ci aliena. Le ‘mura’ domestiche, lungi dall’essere ormai un argine alla violazione della nostra intimità, costituiscono la segreta nella quale essa viene definitivamente annichilita, ovvero estromessa dall’essere.

Nel chiuso di queste stanze, nessuna rete relazionale – compresa quella della famiglia –  ha essenzialmente diritto di intromettersi, di accompagnarci, di proteggerci, come evidentemente è accaduto nel tragico caso della piccola di Palermo.
È la fine della ‘casa’. Un mutamento epocale nel quale si compiono diecimila anni di storia.
Nei nuoviappartamenti, in coerenza con l’evoluzione della dimensione dello spettacolo, non soltanto siamo strutturalmente esposti alle sue liturgie, ma anche tenuti a esporci continuamente – grazie al pixel di schermo globale cui veniamo assegnati – allo sguardo osceno della dominazione che ci impone di imbellettarci, di sculettare, di fare simpaticamente il broncio o di stringerci, bambini, una cinta al collo.

Così sembra essersene andata la vita della piccola Antonella Sicomoro. Ma siamo solo all’inizio.

Attualmente Giuseppe Nuccitelli insegna filosofia e scienze umane nella scuola media superiore pubblica. Ha collaborato con Università, con Enti di Ricerca, con la RAI e con altri soggetti. È autore di varie pubblicazioni nell’orizzonte della filosofia e della linguistica educativa. È giornalista pubblicista.

DIARIO IN PUBBLICO
Il Lido: terra di polpacci e vecchi stizzosi

Il lento e inesausto raschiare di scope e ramazze preannuncia l’imminente chiusura della stagione estiva ai Lidi ferraresi. Attentamente i diversamente giovani s’applicano alla rimozione degli aghi di pino, che inesorabilmente riempiono ogni luogo, anfratto, via piazza, tende e giardini, fino a spingersi, trascinati dal vento, sulla passerella che porta al mare lontano.

In città, quasi un risveglio da un lungo torpore s’aprono fronti di dissenso coordinati da Mario Zamorani, a cui hanno dato rilievo scritti  di alto valore quali – solo per citarne quelli a me più vicini – quelli di Fiorenzo Baratelli,  di Federico Varese e di Alessandra Chiappini. Un vento nuovo che promette finalmente un serio ripensamento sul perché della sconfitta politica.

Frattanto con mossa astuta il festival del Buskers s’apre con la partecipazione di Gianna Nannini, a sorpresa, che raduna folla compatta senza alcuna protezione e rispetto per la distanza. Ma si sa così accade tra musica live, discoteche, movide, come insegna la vicenda del locale del primo Naomo, che come ora è stato rilevato non è il vicesindaco di Ferrara, bensì Flavio Briatore proprietario del Billionaire e accanito negazionista della pericolosità del coronavirus.

Sulla spiaggia intanto l’affollamento si fa sempre più critico, con un’inesauribile passaggio di bagnanti e racchettanti. Dal mio punto di osservazione noto che dagli onnipresenti calzoncini a mezza gamba nella specie maschile escono polpacci mostruosi, che confermano l’assoluta prevalenza di un popolo di sportivi che ciabattano, strisciano le infradito, s’avanzano indolenti a raggiungere il tavolo pronto, dove s’avventeranno sulle delizie mangerecce.

Ma quest’ultima ondata a giudizio del vecchio stizzoso (la categoria a cui  appartengo) produce un allentamento, non tanto delle misure anti covid, ma della dignità vestimentaria. Così delle famigliole che s’aggruppano festanti, ignobilmente vestite, chi si salva sono solo i pelosi che li accompagnano. I loro compagni umani traversano, strade, viali, e luoghi di mercato semisvestiti, quasi nudi coperti dal solito zaino lasciando scie di profumo scadente, di olio da sole, di sudore.

Allora il vecchio stizzoso apre la tv per confrontare se il modello esce da quella fonte. E viene sommerso da orde di pseudo-cantanti vestiti in modo assurdo, accompagnati da schiere di chellerine (ah! Finalmente l’uso di una parola esatta), che servono loro la possibilità di un’esibizione ‘moderna’. Non parliamo poi dei gesti e delle pose dei calciatori con tutto il rituale di cui mi occupai qualche puntata fa.

Quindi la giustificazione dei ‘vestimenta laideschi‘ ha la sua origine e giustificazione dal modello televisivo, che impone come riferimento assoluto la volgarità. Non è dunque scontato che rifacendomi ad antichi studi e ad amatissimi poeti mi torni in mente il celebre incipit di Eusebio-Montale che così suona:
“Felicità raggiunta si cammina per te sul fil di lama” che potrebbe tramutarsi in “Volgarità raggiunta si cammina/per te ormai desnudo/e quindi non si vesta chi più t’ama”.

Chissà se il Laido mi rivedrà ancora negli anni futuri. Frattanto trasloco i libri nella casa-madre e, mentre raggiungo finalmente in ascensore, non più arrancando per scale sempre più difficili per raggiungere il luogo di studio, m’immalinconisco pensando cosa è e cosa avrebbe potuto essere il Laido degli Estensi.

LA STUPIDITA’ NON E’ NECESSARIA
la Scuola della Conoscenza rimane l’unico argine

La frase “La stupidità non è necessaria”  la troviamo scritta in un testo di Gregory Bateson dal titolo Mente e Natura  la trovo straordinaria! Riassume in modo emblematico lo spirito del tempo che ci troviamo a vivere oggi.
Quel verbo impersonale usato in modo così sarcastico!
Quale uomo dotato di un minimo di ragionevolezza infatti potrebbe ritenere sensato utilizzare la stupidità nelle manifestazioni del suo essere! Tutti di regola desiderano distinguersi per l’acume del ragionamento, per la brillantezza delle  idee esposte…non certo per l’ottusità del pensiero.

Paradossalmente, invece, basta leggere i commenti fatti da moltissimi utenti sui social, per esempio in materia di immigrazione, o sui provvedimenti per  contrastare il contagio da covid-19, e risulta lampante che non solo in tali interventi si rinuncia volentieri ad ogni riferimento al buon senso comune, ma si condividono ragionamenti del tutto contrari alla dignità umana semplicemente copiando/incollando documenti aberranti.

Come è potuto capitare che ad ogni livello, cominciando dai leaders politici fino al cosiddetto uomo della strada, sia stato abbandonato l’uso di ogni filtro democratico, ogni principio etico, e circolino sui media impunemente messaggi razzisti, argomentazioni in forme neppure troppo mascherate di  natura fascista  o di comportamenti intolleranti verso ogni tipo di diversità?

Provo a ricostruire un ragionamento che possa giustificare tale cambiamento.

Abbiamo assistito dalla fine degli anni Ottanta fino ad oggi non solo ad una crisi della Politica ma ad una sua radicale delegittimazione; non solo alla perdita di centralità della Cultura ma alla perdita di credibilità della sua agenzia di trasmissione principale che è la Scuola.
Tutto ciò ha portato ad una lenta e pericolosa erosione delle strutture democratiche attraverso cui fino ad oggi si è sviluppata la formazione dell’opinione pubblica, consegnandola alle interazioni tipiche del mercato, alle agenzie di marketing e ai sondaggi di opinione.Insomma non solo abbiamo assistito al passaggio di status da cittadini a consumatori, ma a quello da cittadini consapevoli a consumatori ignoranti e fieri di esserlo.

Questo mi sembra essere oggi il dato più preoccupante, il poter in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo ascoltare e  dire tutto e il contrario di tutto, l’essere felici di aver azzerato  ogni debito col passato sia a livello politico che a livello culturale, per cui in assenza di punti di vista riconosciuti come autorevoli  ne diventa valido uno qualsiasi.
Non interessano più di tanto credenziali, titoli, o requisiti specifici della fonte dell’informazione.
Vengono fatte le affermazioni che più contrastano con quelle dell’avversario non in nome di una faticosa e comune ricerca di una Verità, di cui da tempo si è perduto il tracciato epistemologico, ma al solo scopo di negare la verità dell’avversario.
Ed ecco che il negazionismo conosciuto a livello dello studio del fenomeno storico si sta allargando a quello dei fenomeni scientifici in genere.

Quello che più quindi disorienta è la mancanza di certezze, di attendibilità, di affidabilità.  La confusione regna sovrana e nel rumore generale è una gara a chi grida più forte.
Il 1989 rappresentò l’anno di una nuova era televisiva caratterizzata da violenti scontri verbali. Fu nel programma di Arnaldo Bagnasco, Mixer cultura, che si celebrò infatti l’inaugurazione della stagione delle risse in TV nella contesa tra i critici d’arte Vittorio Sgarbi e Achille Bonito Oliva.
Seguirono poi altri palcoscenici televisivi che offrirono la possibilità di continuare ad altri attori la spettacolarizzazione dell’ingiuria e della lite a livello mediatico ampiamente ripagata dai picchi di ascolto altissimi.

A livello politico poi  il grande primo cambiamento dello scenario tradizionale, della cosiddetta Prima Repubblica, avviene con la discesa in campo di Silvio Berlusconi.
Con il primo governo Berlusconi, nel 1994, abbiamo una narrazione della politica mai vista prima.
Un imprenditore al governo e un contratto con gli italiani sostituiscono le ragioni dell’economia e dell’interesse a quelle del Bene Comune della politica., contrapposte  alla ragione dei  governi dei professori dei vari Dini, Prodi e, col senno di poi, Monti.

In modo speculare alla Scuola delle tre ‘I’ (inglese, impresa, informatica) venne affidato il compito di condurre al lento declino la Scuola delle conoscenze sostituita da quella delle competenze, richiesta da una Europa portavoce di un mercato a cui necessitava sempre più una forza lavoro caratterizzata da mobilità e flessibilità professionali.

Assistiamo da qui in avanti alla ridicolizzazione di quell’avversario politico la cui profondità di ragionamento intellettuale viene messa alla berlina, da telegenici personaggi politici senza passato che ben padroneggiano la velocità dei tempi televisivi, arena che ben presto costituisce la principale sede del confronto politico.

Tutto il resto è una conseguenza di tali premesse: la crisi della forma partito e la sostituzione con movimenti di opinione o di gruppi validi per una sola stagione, la volgarizzazione del confronto democratico, la sostituzione dell’interesse economico alla tutela dei diritti, la schizofrenia delle leggi di riforma della scuola, la precarizzazione progressiva della condizione giovanile.

In conclusione mi pare  però che non possa esistere alternativa a tale deriva se non nel tentativo, a volte quasi eroico,del proteggere la salute della Democrazia, delle sue istituzioni fondamentali, e, specularmente, nel riportare al centro di ogni interesse la Scuola della conoscenza che da sempre è il più grande ostacolo che si frappone alla barbarie della manipolazione dell’uomo da parte di chicchessia .

Clap clap clap

Cammino in queste folgoranti giornate di sole tra una serie di zombies che, indifferenti alle presenze altrui ma chiusi nel loro universo tecnico, avanzano portando alla bocca il cellulare quasi volessero mangiarlo, o meglio, eseguire una specie di comunione laica celebrando una messa satanica che esclude tutti e preserva solo l’altro con cui si comunica. E nella pigrizia del dopo pranzo, in attesa del riposo riparatore, ascolto una trasmissione televisiva che invita a condividere tra persone note i loro momenti importanti di vita vissuta. Un’entusiasta platea e un certo numero di giudici a ogni, o quasi, parola dell’intervistato,. scatenano fragorosi applausi. Addirittura, la spigliata presentatrice non lascia un minuto il gesto dell’applauso, anzi, ne diventa schiava e protagonista: è l’applauso.
Così il dizionario Google lo definisce: “L’applauso è fin dall’antichità un modo per esternare la propria approvazione e il proprio consenso a una o più persone. Tale manifestazione consiste nel battere i palmi delle mani ripetutamente producendo un suono secco e forte che solitamente, unito agli applausi di altre persone, risulta simile a uno scroscio.”
Ma l’applauso, o più comunemente il battimani, diventa col tempo e nel tempo una forma di controllo del potere organizzato come rigido sistema di adesione. Le più perniciose tra queste manifestazioni ancora risuonano alle orecchie nei telegiornali delle adunate oceaniche organizzate per il dittatore di turno: Hitler, Mussolini, Stalin, e via enumerando negli infausti raduni del secolo breve, sostituiti poi dallo ‘scroscio’ di applausi che salutarono i concerti rock o qualsiasi altra forma di gradimento di massa. I più evidenti sono quelli che accolgono le ‘sparate’ dei veri e insostituibili eroi del nostro tempo: i calciatori. Il rituale che fa esplodere il boato è anche fisicamente una mimica sessuale quando il calciatore, dopo il goal o un’azione ben congegnata, scivola per terra con un urlo stampato in viso, le braccia che sembrano artigli e il ventre in avanti quasi ad offrire alla folla adorante il sogno della virilità perfetta. Altra metafora sessuale che induce all’applauso fino alla standing ovation sta nel confuso abbraccio di carni sudate che emanano odore/puzza di virilità e inconsapevolmente attraggono la folla per l’indistinguibile coacervo di corpi e odori scatenando l’applauso.

Un libro importante di Norberto Bobbio, “La democrazia dell’applauso”,  segna i momenti in cui la stessa elezione politica si compie per applauso, da Craxi a Berlusconi ad esempio, siglando in tal modo la compartecipazione al potere attraverso l’uso dell’applauso e del suo derivato più conosciuto, la standing ovation, che afferma ancor più la sua forza se eseguita in piedi, tradotto nella nostra lingua col termine ‘ovazione’. Questa formula, molto usata nel mondo anglosassone e americano, sarebbe di grande forza suggestiva se riguardasse alti e nobili momenti dell’agire umano fosse eseguita, come lo è stata, dopo il discorso di Liliana Segre al Parlamento Europeo [qui] per commemorare il giorno della memoria o alla fine di un grande concerto o di altra straordinaria esecuzione artistica. In questo caso ciò che rende convincente l’ovazione è quel momento di perfetto silenzio che la precede. Ecco allora che l’applauso raggiunge il suo scopo. Eppure il declino di questa forma di consenso comincia quando l’applauso si rivolge alle persone morte, nel qual caso, chi lo fa umilia la morte e la persona a cui è diretta. Sei tu a sostituirti al morto riconoscendone i meriti che diventano i tuoi meriti. E i più scandalosi di questi applausi sono quelli rivolti o ai morti mafiosi, o quelli che si fanno ai santi, protetti e non protettori dalla stessa mafia o imilaria.

Un caro amico mi rimprovera per la mia assolutezza di pensiero, sostenendo che comunque l’applauso dovrebbe ripagare la compartecipazione di un pensiero e di un’azione e che, inoltre, nella società di massa non si sfugge alla totalizzazione del battimani. Forse è vero, ma mi si perdoni un atteggiamento selettivo a cui sono stato abituato per tutta una vita.
Andrea Minuz sul Foglio del 28 Dicembre 2017 scrive: “Il pubblico della televisione non esiste. Ci sono i pubblici, rigorosamente al plurale, e i pubblici si riconoscono dagli applausi. Gli applausi da stadio della finale di X Factor  Amici, gli applausi inferociti di Uomini e donne, gli applausi democratici di Che tempo che fa, quelli registrati di Striscia la notizia e il lungo, solenne applauso per l’Andrea Chénier in diretta su Rai Uno dalla Scala.”.

Ecco allora che ci si pone davanti al potere malvagio dell’applauso che ti accomuna alle più spaventose formule del potere televisivo. Quello che fu un tempo un bravo conduttore televisivo, ora conduce un programma dove si elogiano forme e aspetti di vecchi simboli del sesso che, dice lui, fecero sognare intere generazioni e che l’uso dell’applauso social, likes o altro, hanno riportato agli antichi splendori. E, per ricostruirne il potere, utilizza un tremendo e ambiguo personaggio che le critica, le assolve, le spiega, vestito da suora! Cattivo gusto, povertà di pensiero, comunanza/mancanza d’idee. Quelle che restano segnano spesso la stolidità umana e ci convincono della pericolosità insita dell’applauso. Basti ricordare come di fronte a bestiali atteggiamenti di violenza, anche al limite della crudeltà, scatti l’applauso come espressione di pensiero, o meglio, della sua totale assenza. Certo, sarebbe un bene che il battimani premiasse ciò che comunque è la genuinità del genere umano: i battimani ritmati dei bimbi, il premio ad azioni eroiche e artistiche, sociali ed etiche. Ovvero il premio all’impegno, sia pure sportivo, quando non cade nel consenso acritico e disumano, ad esempio l’applauso indotto alle battute allo stadio su Anna Frank o sul colore della pelle di alcuni giocatori, fino a giungere alla conferma dei più odiosi vizi umani.

All’applauso si associa anche il nascondimento: sia per celare l’identità di Elena Ferrante o del cantante invitato a San Remo o di chi non vuole apparire per confermarsi il più grande. In questi casi l’identità è cancellata del tutto: si veda quel programma Tv dove sotto il travestimento di animali si nasconde un cantante famoso che, una volta scoperto, viene eliminato. E l’applauso viene riservato al presunto acume con cui si procede allo svelamento.

Eppure, anche conoscendone la pericolosità, sarebbe altrettanto disumano negare l’applauso a chi ha esaltato o procede ancora ad esaltare l’ingegno umano. In questo caso sarei un infame se negassi l’applauso a Martha Argerich, a Riccardo Muti, a Liliana Segre, tanto per citare qualcuno a cui riservo il mio battimani incondizionato e la mia ovazione mentale.

FACCI CASO
I parvenu della tv

“…E andiamo a Parigi dal nostro inviato: Bruno, ci senti? Ti passo la linea!”. “Sì, grazie Raffaella, è proprio come stavi dicendo: qui nella capitale francese…”.
Ora questa è la normalità. Conduttori, inviati, ospiti dialogano fra loro, in forma diretta, in modo colloquiale e informale. Si danno del tu. Si chiamano per nome. Conversano (“Guarda, nelle strade qui intorno a me non c’è nessuno in questo momento…), quasi fossero in famiglia. E il telespettatore ha come l’impressione di essere dentro al fatto, direttamente coinvolto, partecipe.
Un tempo non era così, in tv c’era una rigida etichetta: nome e cognome, rapporto formale, riferimento sempre rispettoso allo spettatore. Che cos’è cambiato? Il tono certamente, più diretto, informale, amichevole. Ma anche il punto di riferimento: non è più chi sta al di là dello schermo, ora i giornalisti sono i veri protagonisti, partecipi anch’essi delle storie che raccontano, attori di una messa in scena alla quale noi (spettatori) siamo eccezionalmente ammessi. Al confronto, le vecchie maniere – più ingessate, formali – marcavano certamente la distanza, ma anche il rispetto dei ruoli.
Ora questo spettacolino dell’informazione che caratterizza un po’ tutti i telegiornali e i numerosi contenitori di notizie, ci rende falsamente partecipi: non ci è più riconosciuta l’identità di utenti del servizio (che in un certo senso significa anche essere gli azionisti di maggioranza, perché il canone o l’abbonamento in fin dei conti li paghiamo noi); ma in realtà non assurgiamo neppure a uno status di pari grado, non diventiamo commensali come la situazione ci illude d’essere, perché, a ben vedere, parlano fra loro, sono loro i protagonisti, noi siamo semplicemente spettatori passivi, come davanti a una vetrina o nella sala prove di un teatro, e assistiamo a quel che succede. Siamo stati ammessi, beneficiari e beneficiati dalla loro magnanimità. Loro sanno, discutono, discettano, scherzano, ammiccano, si danno di gomito: noi possiamo star lì a guardarli, ignorati eppur felici di essere ammessi alla recita, orgogliosi di questo privilegio che ci è stato concesso. Parvenu. Facci caso…

Libri e tv

di Maria Luigia Giusto

Capita di aprire un libro. Per iniziare la lettura, per sentirne l’odore, per curiosare a caso tra le pagine, e scoprire all’improvviso una parola, una frase che colpisce, un’assonanza evocativa che porta indietro nei ricordi. Lo scrittore, quello bravo, che scrive per passione e per ideale, mostra il mondo come dovrebbe essere, nelle storie a lieto fine, come va, in quelle realistiche, e dona un’emozione mai provata, un pensiero su cui si torna più volte dopo averlo letto, un momento di riflessione per ricominciare il percorso.

“E se la letteratura fosse una televisione in cui guardiamo per attivare i neuroni specchio e concederci a buon mercato i brividi dell’azione? E se, peggio ancora, la letteratura fosse una televisione che ci mostra tutte le occasioni perdute?”
Muriel Barbery

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

L’influenza ipnotica delle serie tv

di Francesca Ambrosecchia

Siamo indubbiamente nell’era delle serie televisive. Film, libri, videogiochi: tutto si trasforma prima o poi in una serie tv. Stagione dopo stagione, puntata dopo puntata ne siamo sempre più coinvolti, sempre più dipendenti. Ci affezioniamo ai personaggi e alle loro vicende e rimaniamo col fiato sospeso quando è necessario attendere una settimana per la puntata successiva o un intero anno per la nuova stagione.
Nell’attesa perché non rivedere le stagioni passate da veri appassionati? Si fanno congetture e ipotesi sui prossimi avvenimenti, si cercano anticipazioni ma allo stesso tempo ci si tiene alla larga dagli spoiler, acerrimi nemici di questo universo.
È tutto questo che porta le serie tv a differenziarsi dai film. I nostri film preferiti ci fanno compagnia per un’ora e mezza-due, possiamo rivederli quando ne abbiamo voglia: niente di paragonabile alla fedeltà che si dimostra per anni nei confronti di una serie tv. È inutile, anche l’attesa fa parte di questa dipendenza.

“Alcuni programmi televisivi sono come gomma da masticare per gli occhi”
John Mason Brown

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Dal teatro al cinema: un viaggio fra due mondi.

 

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“Dal teatro al cinema: un viaggio fra due mondi” (Scuola di teatro e audiovisivi). Una scuola di racconti teatrali e digitali. Non si tratta di un corso ma di una vera e propria scuola della durata di due anni e con diversi insegnanti, specifici per le diverse materie trattate. La filosofia che ispira il nostro lavoro è quella di tracciare un percorso che fonda nella forza del teatro, capace di raccontare storie nello spazio, quella di raccontarle anche su di uno schermo, che questo sia quello del computer, del video o del cinema. Recitare è “essere veri in una situazione finta”, una definizione bella e semplice, che descrive il processo profondo che sta alla base del lavoro creativo, in teatro e su uno schermo, ovunque vi sia una storia raccontata attraverso gli attori ed i personaggi cui essi danno vita. La regia teatrale è raccontare una storia nello spazio, componendo tutti i linguaggi, da quelli del testo, delle luci e dei suoni, dell’organizzazione visiva e dinamica della scena, fino a quelli degli attori.

Tutto questo costituisce il fondamento della possibilità di raccontare storie sugli schermi Finalità Attraverso l’antica e nobile radice teatrale intendiamo quindi dare una nuova dignità a tante forme di racconto contemporaneo di grande facilità tecnica ma spesso realizzate senza alcuna qualità artistica e con pessimi risultati comunicativi, come il video, il cortometraggio o la web serie, nonché contribuire alla qualità del lavoro cinematografico.

La struttura
I due anni e gli insegnamenti.Primo anno, insegnamenti: “Recitazione I: storie, personaggi, situazioni. La finzione, la presenza fisica e il personaggio”. “Regia I: i mondi possibili del racconto scenico” “Recitazione per lo schermo, davanti all’obiettivo. Acting e micromimica facciale”. “Realizzazione di un cortometraggio” Secondo anno, insegnamenti: “Recitazione II: La finzione, la presenza fisica e il personaggio, a confronto con vari tipi di testualità” “Regia II: storie, personaggi e situazioni da vari testi e sceneggiature: le diverse modalità del racconto spettacolare” “Sceneggiatura” “Realizzazione di un video originale degli allievi” .

“Caratteristica che riteniamo unica della scuola, sarà quella di presentare, come esercitazione di fine anno, una performance teatrale dalla quale trarremo spunto per creare un video su quello stesso soggetto, ma questa volta sceneggiato e montato secondo il linguaggio dell’audiovisivo, e quindi come racconto filmico per lo schermo.” La scuola è rivolta in particolare al mondo dei giovani e degli studenti universitari che abbiano avuto esperienze o abbiano un forte interesse per le arti dello spettacolo, la comunicazione, la recitazione e la fiction, attraverso i media “in presenza”, come quello teatrale, o il mezzo tecnologico, vissuto con una nuova qualità del messaggio e una diversa incisività del racconto sul piano emotivo, comunicativo, significativo. Opportunità create dalla scuola I prodotti, risultato del percorso fatto insieme, potranno partecipare a festival e rassegne, italiane e straniere, e girare su piattaforme web dedicate. Avremo l’opportunità di sottoporre il nostro lavoro al “Giffoni Film festival”, con cui collaboriamo, nonché network televisivi con i quali cooperiamo da tempo. Al termine del secondo anno sarà consegnato un diploma riconosciuto da Fonè e i suoi collaboratori e patrocinatori, come il “Giffoni Film Festival”, l’ARCI provinciale di Ferrara, il Comune di Ferrara

Organizzazione
Direttore artistico: Massimo Malucelli
Prima lezione gratuita: martedì 8 novembre 2016 ore 20,30 – 23 Periodo: novembre – maggio Frequenza: martedì e venerdì ore 20,30 – 23 Sede: associazione “Fonè”, via Arianuova, 128 Costi: 7 mesi per 20h al mese, tot 140h = Euro 665 totali, divisi in rate da 95€ mensili + 60 euro di iscrizione associativa annuale (comprensivi di materiali di consumo e saggio finale). Per gli studenti universitari c’è un forte sconto: 7 mesi per 20h al mese, tot 140h = Euro 455 totali, divisi in rate da 65€ mensili + 60 euro di iscrizione associativa annuale (comprensivi di materiali di consumo e saggio finale).

Pagamento
Alla prima lezione del mese al nostro incaricato.
Per motivi amministrativi questa regola dovrà essere rispettata con rigore.
Il pagamento sarà effettuato mese per mese 
A dicembre però si richiede anche il versamento della quota corrispondente al mese di maggio, a titolo di cauzione ed impegno da parte dello studente. Le lezioni saranno quindi pagate fino ad aprile compreso, in quanto maggio sarà già stato pagato.
Si capirà che l’organizzazione del corso è onerosa e soggetta a spese fisse, inoltre pensiamo che aderire a quest’esperienza debba essere un impegno che va rispettato seriamente, tanto da parte di chi la organizza come da parte di chi la frequenta, per cui, comunque, il pagamento dell’intera quota annuale rateizzata secondo cadenza mensile, è obbligatorio. Numero chiuso: minimo 8 massimo 20 persone.

Contatti
Vedi sito: www.foneteatro.com  Per info: foneteatro@gmail.com     Tel: 347 5997889 Si prega di prenotare la lezione di prova tramite mail

DIARIO IN PUBBLICO
Le qualità che ci fanno piacere

All’ora dei pasti una serie di ‘odorosi’ messaggi ci vengono propinati da una dissennata pubblicità che tende a togliere qualsiasi traccia di odori/puzze dal nostro corpo. Così seriosamente ci dicono che un tale prodotto ‘specializzato nell’assorbenza’ ci impedirà di sentirci a disagio in determinate situazioni; d’altronde con enfasi ci assicurano – con relativa immagine – che avremo ascelle da baciare senza restare turbati dall’emissione feromonica, mentre si fruga con pennellucci ad usum micosi lo stato dei piedi.
Il corpo può solo emettere odori virili. Si mescolano i sudori dei calciatori che urlando salivano abbondantemente o strusciano le loro immani puzze l’un contro l’altra, mentre il linguaggio dei segni li fa correre incontro alla gloria tra un levarsi e mettersi bagnatissime (di sudore) magliette ambitissime dal pubblico festante.
Sapremo allora che usando una pasta speciale potremo fissare le nostre traballanti dentiere e che, se vorremo profumare il nostro corpo, si usi quel profumo francese impeccabilmente pronunciato con modalità inglese.
L’uso della tecnica ci sommerge, ci rende schiavi perché non possiamo più permetterci di espanderla come sottolinea un sottile filosofo assai discusso come Umberto Galimberti. In che modo potremo almeno capire quale sia il nostro destino tecnologico? Sempre Galimberti sottolinea che nel mondo antico la divinità è follia e che la difesa dell’uomo antico, che non crede in un al di là, è dotarsi di ragione e con la ragione evitare di conoscere il destino, vivere cercando di mettere un freno a quel divino che uccide l’uomo e lo rende natura e cosa. Ecco perché il traditore del segreto degli dei, Prometeo, viene punito per avere rivelato all’uomo il senso di un destino e aver loro donato la ragione.

Ma che c’entra Prometeo con la tecnologia e con gli odori e con – e qui sta il punto – i risultati elettorali?
Credo sia stata impresa largamente condivisa quella che ci ha visti seguire ogni possibile trasmissione televisiva in attesa che la tecnica tra exit poll e altre diavolerie ci dicesse o meglio ci predicesse, novello oracolo di Delfi, il risultato finale. E tra un pensoso commento o una battibeccante intervista ci siamo immersi nel flusso dei messaggi pubblicitari descritti. Così la pensosità di Renzi, che perdeva minuto dopo minuto la sicurezza del leader per passare dall’ego triumphalis al noi coinvolgente i risultati non brillanti, alla svagata Raggi, che sembrava Cenerentola al ballo dopo che il principe le ha infilato la scarpina, al sempre più mesto ‘attaccapanni’ Fassino incredulo del responso, alla sicumera di de Magistris, finalmente abbiamo capito che i risultati delle amministrative beffardamente o sfiduciatamente non condiviso da almeno il 40% degli aventi diritto erano soprattutto il prodotto di una tecnica che sempre di più allontana il cittadino votante dal risultato finale.
Su tutto il resto aleggia il cattivo odore, le puzze, i rimedi di chi non sa se sia la follia degli dei o la ragione prometeica ad avere il meglio sul nostro destino di cittadini.

Così con ancora negli occhi l’immagine di un famoso attore americano che esalta le virtù dei nuovi apparecchi che scaricano migliaia di selfie al secondo, tra sarabande di giga byte ci accorgiamo del destino fragile e pericolante di un sistema fondatore della democrazia che si chiama politica.
‘Basta minga’, come si diceva un tempo, esplorare il futuro tecnologicamente impostato sui ‘ballottaggi’ – altro terribile termine che ci fa credere di essere padroni delle scelte democraticamente impostate – rivolgerci all’ilare commento di ‘mitraglia’ Mentana, che come il dio dà la parola ai suoi proni sottoposti e agli invitati – sempre quelli – o ai più cauti conduttori di Rai Tre (perfino la Bianca Berlinguer!!!) in attesa di giudizi che non siano risolti con la technè.
Quel che resta del giorno è una confusa poltiglia che emana più puzze che odori mentre ci prepariamo e ci appassioniamo al prossimo round elettorale sapendo che il vincitore ci amministrerà in nome e in funzione di un appena più nutrito 50% che si è recato a votare.
E ancora ‘basta minga’ che mi dica, con soave e finta ingenuità, Debora Serracchiani che bisogna pensare in positivo. Basta lamentarsi!
Ma chi si lamenta? Lasciateci almeno stupire. Come per esempio che a Bologna, perfino a Bologna, il modello Pd è andato in crisi.
O tempora o mores gigionava Cicerone qualche secolo fa.
A proposito, in nessuna delle amministrazioni al voto si è parlato di cultura. A mio avviso altrettanto importante degli asili.
Ma questo è un altro capitolo assai più misterioso.
E col viso infuriato dell’ex sindaco di Venezia, il filosofo Cacciari (quello vero non quello immortale di Crozza), vaghiamo sperduti tra puzze e odori indistruttibilmente legati a questa fase della nostra vita local/global.

La tv carogna, il compagno cybernauta e il manoscritto ritrovato

La mia tv puzza. È un fenomeno impercettibile, lento, ma ormai gli effluvi della putrefazione stanno cominciando a farsi sentire, tanto che i miei cani se ne stanno a leccare il monitor praticamente tutto il santo giorno. Non gli par vero di avere una carogna tutta per loro, nel bel mezzo del salotto, da odorare e assaporare a turno. Hanno imparato a non litigarsela, tanto non la possono mangiare. Resterà lì finché l’odore non sarà più sopportabile, almeno per me. Poi la butterò, con buona pace di Kikko e Groucho… e di mia moglie!
Mia moglie appunto, lei non se n’è ancora accorta.
Una sera, spaparanzato nel divano, le chiedo: – Non senti nulla?
Lei mi guarda e mi fa: – Cosa devo sentire?
Io indico la tv, – Puzza! – rispondo. Lei non mi asseconda, non capisce.
– È la cuccia, è ora di lavarla! – conclude. Poi mi strappa il telecomando e alza il volume. È il segnale che devo tacere e smetterla di dire cavolate.
Così mi alzo e me ne vado nel mio studio, li lascio in pace: mia moglie, i miei cani e la carogna al plasma puzzolente da cinquanta pollici.
Nello studio mi aspetta lui, il mio adorabile compagno d’avventure. Lo accendo, basta un clic del mouse e mi accoglie nel suo mondo.
Sì perché dovete sapere che è grazie a lui se sono diventato il protagonista delle mie serate. Clicco ed entro nel palcoscenico, scrivo le mie frasi d’effetto e la gente mi dice “Bravo, mi piace… condivido…”
Non tutti per la verità, ma in fondo nemmeno lo pretendo, mi basta un po’ d’attenzione. E poi mi guardo attorno, osservo, m’informo, ascolto e dico la mia. Ormai parlo più con lui che con mia moglie. Lei del resto, quando mi parla, non mi guarda nemmeno in faccia, fissa la carogna che, nonostante tutto, continua a funzionare perfettamente e a ubriacarla con le sue storie sempre uguali.
Lui no, lui è attento, mi chiede partecipazione, mi lusinga, mi fa sentire importante. Mi porta fra i suoi amici, siamo in tanti e ogni sera parliamo di questo e quello.
È una situazione strana però, lui e la carogna non si parlano, non si sopportano, fanno di tutto per mettere zizzania: l’una dice una cosa e l’altro la smentisce subito dopo. Forse è proprio per questo che mia moglie e io non ci capiamo più: lei si fa infinocchiare dalle fregnacce che sente, io invece no. Io m’informo, chiedo, dico la mia e vado a cercare la verità. Non mi accontento del parere del signor opinionista a contratto “so tutto io” e tantomeno dei servizi del servizievole giornalista di turno.
L’altro giorno, per esempio, c’è stato un complotto di Rai e servizi segreti: tutti d’accordo per fare andare in tilt i modem e le linee telefoniche del quartiere per mettere fuori gioco il mio amico cybernauta. Tant’è che ho dovuto passare tutta la sera a fissare la carogna!
– Come mai tra noi stasera? – fa mia moglie senza distogliere gli occhi dalla carogna.
– C’è qualche film interessante? – ribatto, la soddisfazione di risponderle non gliela do.
– Film? No no, stasera c’è “Quarto grado”… e non azzardarti a cambiare come tuo solito! – dice. Trattasi di serio avvertimento, perché mi accorgo che per un attimo ha posato lo sguardo su di me.
Così, senza dire una parola, mi sistemo nell’angolo più scomodo del divano, di fianco c’è mia moglie sdraiata col plaid sulle gambe e Kikko a scaldarle i piedi, mentre Groucho già dorme nella sua cuccia. Tanto è solo questione di poco mi dico: infatti, dopo mezzora appena, lei e i due quattrozampe stanno ronfando all’unisono che è quasi un piacere sentirli.
È da parecchio tempo ormai che mi sono accorto dell’effetto soporifero che puntualmente la carogna esercita sulla mia famiglia, a esclusione del sottoscritto ovviamente. Saranno i gas della decomposizione o forse le chiacchiere ipnotiche in dolby surround, ancora non ho ben capito quale ne sia la causa. In fondo non m’importa nemmeno, anzi meglio così: di solito ho altro da fare.
– A noi due carogna! Vediamo cosa mi racconti stasera – le bisbiglio. Sfilo il telecomando dalla mano inerte di mia moglie e inizio a cercare.
Premo uno: c’è Bruno Vespa che ammira il suo ultimo plastico sfregandosi le mani compiaciuto, somiglia sempre di più al suo vecchio mentore Andreotti. Premo due: Roberto Giacobbo mi aggiorna sulle ultime ipotesi riguardanti la misteriosa fine del tesoro dei templari. Premo tre: una faccia da mezzo tossico con l’erre moscia parla e ride del nulla col suo ospite, un ex sessantottino pseudointellettuale. Premo quattro: quella stragnocca bionda della Viero chiede lumi sul dna dell’indagato al prezzemolino esperto di medicina forense. Premo cinque: un robot con la mascella e i muscoli di Arnold Schwarzenegger si rialza dopo essere stato appena investito da un tir nella quarantacinquesima replica di Terminator. Premo sei: uno sconosciuto dalla faccia di bronzo e vestito come un MIB rincorre Maurizio Gasparri davanti a Montecitorio, mentre quest’ultimo gli risponde dandogli dell’handicappato. Premo sette: un Crozza-Renzi tutto sorridente parla con un Crozza-Bersani tutto abbacchiato, mentre un Crozza-Berlusconi tutto allupato ammicca e fa battute a un Crozza-Razzi tutto rincretinito che non capisce.
Ok, soliti canali e solita roba, proseguiamo…
Premo dieci: un omone vestito da cuoco in odore d’infarto urla a un ometto magro e intimidito in divisa da cameriere di sbrigarsi a servire ai tavoli. Premo sedici: due coatte italoamericane truccatissime stanno immerse in un idromassaggio a raccontarsi le performance erotiche dei loro boyfriends. Premo ventitré: una voce fuoricampo commenta le immagini relative a un probabile cataclisma planetario, ricordandoci simpaticamente per l’ennesima volta quanto sia casuale la nostra sopravvivenza nell’Universo.
Direi che può bastare. Lascio la carogna e torno nello studio, non si sa mai che il mio compagno di giochi abbia ripreso a funzionare. Provo a collegarmi e… alleluia, sono di nuovo in rete! Ne approfitto e vado a trovare alcuni miei amici: parlano del disegno di legge del senatore Cirenga per l’istituzione di un fondo di centotrentaquattro miliardi di euro per gli ex deputati in difficoltà, in pratica una somma pari a cinque leggi di stabilità. Un tale di Bergamo scrive di due rom che, offesi dalle ingiurie di un pensionato che avevano appena rapinato, lo querelano per razzismo. Pare poi che Putin abbia dichiarato che l’Italia è governata da un branco di incapaci che in Europa non contano nulla… Piove sul bagnato.

Questa sera non ho voglia di scrivere niente, non ho voglia di discutere, di commentare, di smentire. Sarà la stanchezza, sarà che ho visto e sentito troppe cose, troppo grosse e tutte quante nella stessa serata.
Spengo tutto: la carogna in salotto, il mio amico burlone nello studio. Osservo mia moglie e i miei cani che dormono, li lascio tranquilli e me ne vado a dormire anch’io.
Sto per sdraiarmi a letto quando mi accorgo di un libro appoggiato sul bordo del comodino: “Manoscritto trovato a Saragozza”. È il mio libro preferito di sempre, non ricordavo di averlo lasciato lì.
Lo apro, il segnalibro è a pagina centoventitré, c’è scritto “decima giornata”.
Che faccio? Proseguo da lì o ricomincio daccapo?
In fondo non è importante da dove ripartire, l’avrò letto e riletto una ventina di volte ormai. La cosa importante è che mi è venuta voglia di leggerlo di nuovo, per un’altra prima volta.

Perché Sanremo è Sanremo

L’immane scontro che ha bloccato il cento per cento dell’Itaglia e il cinquanta per cento dell’Italia si è concluso con uno straordinario consenso da parte delle masse adoranti per i due colossi in gara. La partita Napoli-Juventus e il Festival di Sanremo hanno fatto il pieno dell’audience.
Chi scrive ha una specie di allergia permanente per la nobile arte del calcio e una moderata curiosità per le canzonette e quindi è un testimone se non affidabile perlomeno non coinvolto in faziosità da curva Sud.
Affannosamente alla ricerca di qualsiasi film che potesse essere un’alternativa alla serata milionaria di utenti televisivi, visto la miseranda offerta che tutte le tv offrivano, dopo un melenso film di Verdone in vena di Family day, approdo sul palco del mitico Ariston addobbato come mai mente umana avrebbe potuto pensare: luci psichedeliche, fumi, scale e scaloni, “brillò” – come avrebbe detto la nonna – e naturalmente, per scandire la novità, l’assoluta mancanza di fiori e di verde.
Come essere su un altro pianeta.
In attesa che i noiosissimi cantanti finissero le loro nenie (all’inizio del Novecento un termine raffinato li avrebbe definiti melologhi), minuziosamente osservo le mises. Il bronzeo Conti indossa smoking inventati per un’improbabilissima concezione di cos’è distinzione e classe, del resto rigorosamente banditi dal borghesissimo e conservatore pubblico. Il monumentale valletto, colosso vivente, il Garko tutto dente e niente in testa, sghignazza alle proprie battute che lui stesso tenta di spiegare al pubblico. Un’allampanatissima e carina dama di cuori arriva sculettando ed esibendo pezzi di corpo studiosamente esibiti. Manca solo l’ostensione della ‘natura’ – quella di Courbet naturalmente – ma purtroppo, come si sa, è proibita perfino da facebook! Si chiama Madalina Ghenea. Infine una trasformista formidabile, Virginia Raffaele, che gioca con le icone del nostro tempo: sarte, ballerine, attrici e naturalmente con se stessa. Non male. Specie se racconta la sua infanzia al Luna Park romano gestito da suo nonno dove ha passato l’infanzia. Se vero o verisimile un pezzo degno di Fellini, se falso un’ottima presa per i fondelli.
Secondo le più astute modellizzazioni del sentimento, ecco allora profilarsi il rigorosissimo impianto mediatico. Il dentone sventato, ma bell’esempio di maschio italiano, senza alcun compromesso d’identità sessuale pur con il grande sventolìo di nastrini colorati in difesa della legge Cirinnà. Anche se dubito che tutti siano trascinati e coinvolti dall’adesione ai principi della famiglia allargata. La rumena che vive in provincia e che sogna il palcoscenico, ma soprattutto il festival, che la farà principessa disneyana con tanto di vestiti atti all’uopo che nulla nascondono. Delle origini circensi della Raffaele già s’è detto e del bronzeo Conti se ne discuterà per mesi (o forse giorni).
Insomma l’Itaglia che s’appassiona e commenta può, secondo l’antico costume espresso dal motto ‘panem et circenses’, raccogliere benignamente i gravissimi insulti che felpetta nera Salvini rivolge alla magistratura, bollata sprezzantemente come “una schifezza”. Il viso si trasforma nell’insulto, la bocca si torce per esprimere tutto il disgusto verso chi osa, la magistratura appunto, sfiorare gli innocenti della Lega. L’ombra della salivazione rende ancor più velenoso l’insulto.
Siamo fatti così noi itagliani sempre pronti a confondersi e fondersi con il vincitore di turno.
Amici americani assicurano che mai Donald Trump vincerà le elezioni. Esattamente con le stesse parole che sentii decenni fa in Usa prima del giorno della vittoria (da declamare secondo l’incipit verdiano del Macbeth) che proclamò un mediocre attore Ronald Reagan a imperatore del mondo.
Certo non c’è gara tra Salvini, Grillo e perfino Renzi e il colosso Trump. Ma facciamo attenzione….
Sicuramente tra noi radical-chic lo sbeffeggìo imperversa come severamente ricorda il consulente ferrarese di Renzi, Marattin, mentre all’interno del Pd se le danno di santa ragione i probabili successori al posto ottimamente ricoperto dal sindaco Tiziano Tagliani. “Vengo anch’io! No tu no… cantava un grande saltimbanco della satira”.
Ma per rendere più credibile il clima sanremese si vedano i tal kshow dove loro, i politici, cercano di offrire l’apparenza di sé. Voci impostate, tono querulo di cui è maestra la Santanché. Tono affermativo rassicurante della Serracchiani. Occhio rotante e sempre stupito di Alfano. Voce beffarda e molto chic di Massimo Cacciari; con tutto il coro di commentatori onnipresenti sempre quelli e che ripetono tutti lo stesso concetto.”E’ tutto sbagliato”.
Se la vita è teatro, il teatro in questo caso è quello dell’Ariston, benedetto anche dal Primo Ministro in visita all’estero che ringrazia la Rai d’aver confezionato sì bello e applaudito show.
Mai che nessuno a questo punto pronunci come nelle favole le ingenue parole :”Il re è nudo”?

Canone

Ormai dovrebbe essere abbastanza chiaro per tutti: da luglio di quest’anno il Canone Rai si pagherà direttamente dalla bolletta della luce. Si abbassa il prezzo e viene garantita la diminuzione del numero di evasori della tassa… ma siamo sicuri? I tanti dubbi che persistono a pochi mesi da questo importante cambiamento sembrano presagire una generale impreparazione nel rispettare le scadenze di questa nuova tipologia di pagamento. Ai dubbi lasciamo rispondere ai Ministri con le parole del loro brano “La televisione”, ghost track dell’album “Fuori” del 2010.

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

A letto dopo il Carosello

Il 3 febbraio 1957 andò in onda per la prima volta Carosello, il famoso mini varietà trasmesso dalla Rai fino al 1° gennaio 1977. Questo rigido ma formidabile format televisivo – che prevedeva l’alternanza di sketch con protagonisti personaggi celebri con spot pubblicitari – ogni sera, dalle 20:50 alle 21, entrava nelle case di milioni di italiani tanto e divento prestò uno dei più grandi classici della televisione italiana. Tra i tanti contenuti di successo di Carosello spicca sicuramente l’indimenticabile sigla, tutta da fischiettare…

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

Appaio dunque sono, la tv resta cattiva maestra

Da piccolo, come tutti, credevo che i contenuti dei palinsesti televisivi fossero i film, i cartoni animati e gli altri programmi. Poi negli anni si è fatta largo l’idea che i contenuti principali dei palinsesti fossero le pubblicità, di cui i programmi erano mera cornice. Alle soglie dei quarant’anni, devo ricredermi ancora una volta. Ormai sono quasi convinto che con i mass-media in ballo ci sia, ancor prima del palinsesto televisivo, la visibilità. Intendo dire che il possesso del network televisivo dona a chi lo controlla il potere di scegliere a chi dare visibilità nel Paese. La tv sceglie chi sarà celebre al di là del bene e del male, al di là di qualsiasi merito. E’ semplice: basta farti apparire, accendere i riflettori.

Se la tv è potere autoritario e assoluto (occorre citare Popper o Pasolini per dire quanto sia cattiva maestra?), il suo potere immenso – il quarto, quinto o sesto che dir si voglia – non è quindi solo quello di selezionare le notizie o il modo di raccontarle, bensì di decidere chi ‘esiste’ e chi no agli occhi della massa dei cittadini, di propagandare stili di vita come fossero dei messaggi occulti, che lentamente – nell’arco di pochi anni – si fanno strada nella società. La tv, a dispetto della rete, è ancora il mezzo capace di plasmare la società del futuro.
Per quanto riguarda i giorni nostri e l’editto del deputato della commissione di Vigilanza della Rai Anzaldi contro il conduttore di Ballarò ed ex vice direttore di Repubblica, Massimo Giannini, è chiaro che la politica non deve entrare nelle scelte editoriali dell’azienda. Detto questo, però, aggiungo che le reti pubbliche dovrebbero dotarsi di un meccanismo di turnazione, una sorta di regolamento per cui chi è già stato ospitato non può esserlo di nuovo almeno per un determinato periodo. Lo stesso Giannini, nella fattispecie, accetta senza colpo ferire la lottizzazione delle poltrone del suo show. In Rai il potere che noi cediamo all’azienda viene di continuo utilizzato in maniera indebita. Decine di presenzialisti usano spazi televisivi pubblici (un potere immenso, un passaggio televisivo vale migliaia di euro) per promuovere sempre i soliti personaggi. Una volta divenuti famosi, porre un argine non è più possibile. Ce li ritroviamo a teatro, al cinema, in libreria, e pure sotto l’albero di Natale (ebbene sì, lo confesso, una volta una zia mi regalò un libro di Emilio Fede!)

Pochi politici e alcuni giornalisti occupano quotidianamente le tv di Stato. In Italia vivono 70 milioni di persone, ma in tv, dove conta, ne vediamo sempre e solo alcune decine. Allora forse gli italiani sono ostaggio di una classe politica che usa le tv per perpetuare il potere attraverso la reiterazione della propria immagine con la complicità degli addetti ai lavori.

Sono pronto al baratto:  offro libro di Emilio Fede in cambio dell’ultimo Bruno Vespa. Oppure rilancio: toglietemi “Porta a porta” dalla Rai e mi schiero a favore delle trivellazioni, mi schiero pure per il nucleare (“nuculare , si dice nuculare” – cit. Homer Simpson).

@sandroabruzzese

Tv educativa

Groucho_Marx
Groucho Marx

Secondo me la televisione è molto educativa. Ogni volta che qualcuno l’accende vado nella stanza accanto a leggere un libro. (Groucho Marx)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

LA NOVITA’
E alla fine arriva Netflix, la piattaforma che promette di rivoluzionare la nostra tv

L’attesa è terminata. Dopo l’annuncio dei mesi scorsi, Netflix – la piattaforma statunitense che distribuisce film e serie tv nata nel 1997 come servizio nei canali del noleggio di Dvd e approdata nel 2008 allo ‘streaming on demand’ – è ufficialmente attiva anche in Italia. Con quasi settanta milioni di utenti sparsi nei cinquanta Paesi in cui è attiva, Netflix si inserisce in un mercato come quello italiano, stagnante da decenni e incapace di trovare formule innovative e soprattutto di arricchire qualitativamente un’offerta zoppicante e troppo legata ai format tradizionali. Certo, non si tratta del primo caso di televisione fruibile attraverso internet presente nel nostro Paese: Infinity (di proprietà Mediaset) e Sky Online (servizio della piattaforma di Murdoch) negli ultimi mesi hanno provato, seppur tentennando, ad abituare gli italiani a questo tipo di offerta; un tentativo inficiato dalla diffusa arretratezza tecnologica, in termini di conoscenze, oltre che di un sistema infrastrutturale di rete tra i peggiori d’Europa. Premesse queste che inducono a prevedere un percorso non semplice anche per Netflix.

netflixEppure questa piattaforma, leader indiscussa nel suo campo e proprio per questo in possesso di un brand noto a livello mondiale, anche dove ancora non è attiva, genera molte aspettative e il suo futuro potrebbe essere migliore rispetto ai concorrenti. In Italia l’avvento di Netflix potrebbero giovare inoltre sia l’offerta televisiva nazionale sia l’eterna questione della lotta alla pirateria. Proprio la lotta alla pirateria, da sempre tra i principi fondativi di Netflix, non è un obiettivo da sottovalutare: grazie anche al relativamente basso contributo economico richiesto per l’attivazione di un profilo (7,99€ per il profilo base, 9,99€ per quello standard e 11,99€ per il premium), la speranza è quella di richiamare l’ampio pubblico (in larga parte giovane) oggi esperto nella ricerca di contenuti pirati sulla rete e trasportarlo in una realtà nuova, moderna, legale ed in grado di offrire contenuti ricercati di ottima qualità, sia per quanto riguarda la produzione sia per quanto riguarda la fruizione. Per farlo Netflix si avvale di un catalogo ricco di contenuti, impreziosito da alcune serie tv prodotte dalla stessa azienda di Marc Randolph (come per esempio House of Cards e Orange is the new black, tra le più seguite di sempre) che appare quindi in grado, in un domani non troppo lontano, di competere con i grandi colossi televisivi e forse anche cinematografici. Se aggiungiamo la possibilità di visualizzare con estrema immediatezza i contenuti in alta definizione, farci consigliare migliaia di titoli in base ai nostri interessi, avere accesso agli audio originali e a sottotitoli multilingue oltre che poter utilizzare la piattaforma su qualsiasi nostro dispositivo (anche console e televisori), la proposta di Netflix risulta assolutamente allettante.

Ecco perché se Netflix dovesse riuscire ad avere un buon successo, oltre che contrastare la pirateria (come a fatica stanno provando in campo musicale realtà quali l’affermata Spotify), potrebbe diventare un potenziale agguerrito rivale delle industrie televisive italiane e obbligarle a un netto e radicale ripensamento dei contenuti. Ovviamente il processo di inserimento di Netflix nella tradizionale concorrenza italiana monopolizzata da Mediaset e Rai non avrà tempi rapidi e nemmeno vita facile, ma dalla sua parte vi è una diffusa insoddisfazione che si prolunga da tempo verso un duopolio che tutto riesce a fare meno che saper stare a passo con i tempi.
Una ventata di novità che potrebbe avvicinare tante nuovi utenti a questa tipologia di servizi multimediali; Netflix sia per la sua fama sia per la sua semplicità di utilizzo (iscriversi e consultare il catalogo è veramente facile e veloce) ha tutte le carte in regola per fare breccia fra il vasto pubblico proponendo un’anticipazione della tv del futuro. Una televisione che non potrà più prescindere da internet e dalla rete. Non resta che provare. Il primo mese è gratuito per tutti.

Beppe Gandini, stregato dal palco: “Io, dalla sala Estense a Julia Roberts con il cuore alla Spal”

RADICI – “Pur non essendo un bambino particolarmente intellettuale, a otto anni andai a vedere al Teatro Comunale di Ferrara uno spettacolo di Tadeusz Kantor che si intitolava “Crepino gli artisti!”. Cosa avrò capito… non lo so; so solo che ebbi un impatto emotivo tale che per la prima volta capii che esisteva un bel luogo che si chiamava teatro, in cui succedevano tutte quelle cose che mi avevano incantato.” Così Giuseppe Gandini attore ferrarese oggi affermato ricorda la sua prima volta dinanzi a un palcoscenico. Il polacco Kantor, uno dei più grandi drammaturghi del Novecento, era un originale, un personaggio unico che unico è rimasto, senza eredi. Ma con un piccolo ammiratore ferrarese.
La magia di quel momento a occhi spalancati si rinnova a sedici. Questa volta in scena c’è Vittorio Gassman che recita un monologo, una raccolta di vari scritti di Luigi Pirandello. “Uscito dallo spettacolo mi dissi che volevo fare l’attore, e non ho più cambiato idea”.

Dopo avere praticato “in maniera fallimentare pressoché ogni tipo di sport”, approda al teatro per divertimento e per gioco, fino a capire che non sono campi da gioco e spogliatoi a interessarlo, ma l’impatto emotivo. ‘Chacun son metier’. Ci sono i camerini di un teatro, altrettanto nascosti e pieni di attesa, di inizio; non un punteggio finale ma un solo battito di mani, l’attesa non di un fischio d’inizio ma di due tende pesanti e rosse che si aprono e si chiudono per fare spazio ai gradini di una storia, e di un originale come Kantor a raccontarla. Per capire finalmente il posto a cui appartenesse e la porta a cui bussare davvero, accompagnato dall’incontro con Marco Felloni, regista e intellettuale ferrarese. “Quello è stato l’incontro della vita. Lui era alla ricerca di gente che recitasse, io in cerca di recitazione. Mi ha dato la possibilità di recitare in tanti spettacoli, di sperimentare, regalandomi la consapevolezza del lavoro dell’attore che poi ti porta a tentare di intraprendere il mestiere a livello professionale. Ha avuto un ruolo educativo fondamentale che ha permesso a me di procedere oltre i binari, e in generale per chiunque desiderasse avvicinarsi al teatro, formando persone con cognizione di causa. Un maestro sotto ogni punto di vista, per me e per tanti altri ventenni che avevano voglia di fare teatro e non sapevano come.”

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Gandini in una scena del film ‘Mangia, prega, ama’

DON CHISCIOTTE – “I ruoli che mi vengono affidati grazie al provino solitamente sono derivati di un prototipo originale, quale l’amico del protagonista; spesso simpatico, buffo, rassicurante.” Un archetipo video di casa, di focolare caldo e rassicurante. Dopo il diploma alla scuola d’arte Teatro Etoile, si affaccia al cinema come regista: il suo cortometraggio “Il mito della realtà” vince il Nastro d’argento nel 1995. Poi arriva l’esordio come attore con “Viola bacia tutti” (1998) di Giovanni Veronesi e, nello stesso anno, “La cena” di Ettore Scola, che gli vale un nuovo Nastro d’argento come miglior attore non protagonista, a “Mangia prega ama” (2010) di Ryan Murphy vicino alla diva Julia Roberts, e ruoli analoghi anche in televisione, “Positano”, “L’ispettore Coliandro”, “Gino Bartali”.

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Gandini in una scena dal film ‘Febbre da fieno’

Con alcune eccezioni che rivelano le altre facce del dado. Come il ruolo di Benna di “Fortezza Bastiani” (2000) di Michele Mellara e Alessandro Rossi, il ruolo a cui più di ogni altro è legato intimamente. Un appartamento spagnolo alla bolognese, una fortezza ermetica di Dino Buzzati con quattro eterni universitari tra cui lui, Benna, studente di giurisprudenza mantenuto dal padre che tenta di togliersi la pelle di recidivo dell’istruzione perenne e diventare finalmente “grande”. E un altro che ne è agli antipodi: Stefano, protagonista di “Febbre da fieno” (2011) di Laura Lucchetti alla sua opera prima, miglior film al Metropolitan Film Festival di New York: il proprietario di oggetti vintage, il raffinato Stefano dall’animo sognatore, perso nel suo mondo di modernariato, quella seconda opportunità che si dà alle cose e che oggi è così nostalgica per le persone, che forse non hanno mai davvero una Grande Occasione, costantemente tirando a campare. Stefano annaspa tra rifiuto della burocrazia e paura di crescere – “due elementi che ho imparato a gestire in quanto fanno parte delle vita di tutti i giorni, pur non amando il primo e accettando serenamente il secondo, che mi ha regalato quattro anni fa la mia personale grande bellezza.” Un mestiere in cui è sottile il confine tra leggerezza e malinconia, come quello tra un gioco che finisce dove comincia il mestiere stesso; come quello di un’occasione mancata.

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Locandina dello spettacolo ‘Il cuore a Ovest’

RITRATTI – A Giuseppe piace mettere in gioco, e in scena, le proprie passioni, che vanno oltre il cinema, la televisione e il teatro. “Abbiamo cominciato nel 2002 – racconta – con il tema della politica, nello spettacolo “La tombola” ambientato nello stand della tombola di una Festa dell’unità, poi è stato il turno della Spal (“Il cuore a Ovest”) nel 2009, a cui ha fatto seguito “L’Italia siamo noi” sulla storia del nostro Paese nel 2011 in occasione del 150esimo anniversario dell’unità d’Italia, e infine “Eyes Wine Shot” sul tema del vino, attualmente in tournée tra enoteche e teatri italiani. Quel confine tra delicatezza e malinconia che calza come un guanto al suo ultimo spettacolo-concerto, “Guccio!”, andato in scena in prima nazionale il 24 gennaio al Teatro De Micheli di Copparo, il quinto di questa serie di spettacoli dedicati alle passioni.

“Hai mai visto un concerto di Guccini?” mi chiede Giuseppe Gandini. “Io ne ho visti 40. L’idea di mettere in piedi uno spettacolo che avesse come perno una storia incentrata su un suo concerto è nata insieme a Roberto Manuzzi, storico musicista della band del cantautore emiliano, che era nel pubblico durante lo spettacolo dedicato al vino. Concordammo sul fatto che la direzione musicale da seguire a fronte di un progetto incentrato su un concerto di Francesco Guccini non era quella di una tribute band, né quello di uno spettacolo di prosa. Volevamo unire questi due generi senza realmente fare nessuno dei due. Ne è scaturito uno spettacolo-concerto, che racconta tutto quello che non succede tra un ragazzo e una ragazza in un brevissimo lasso di tempo negli anni Novanta, durante l’università. Lo scorrere dalla loro conoscenza tra loro è intercalato da canzoni in accordo non didascalico, ma evocativo rispetto all’atmosfera, in modo tale da scandire le varie fasi della storia.”

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Giuseppe Gandini e Valeria Bruscoli in ‘Guccio!’ al Teatro Micheli di Copparo (Ferrara)

LUI E LEI – “Guccio!” è una non-storia, tra Lui e Lei. Studiano Lettere a Bologna nel 1996, e possono essere identificabili con migliaia di altri Lui e Lei in tutta Italia. Negli anni Settanta, Ottanta, Novanta. Duemila. Lui (interpretato da Giuseppe Gandini) e Lei (Valentina Bruscoli) non hanno niente in comune, tanto che al primo appuntamento è già chiaro come andranno le cose tra di loro. Quei due insieme non andranno mai da nessuna parte, entrambi chiusi dentro al carattere e all’atteggiamento che li rende, rispettivamente, Lui e Lei. Perché al primo appuntamento Lui le confessa orgoglioso – seduti al tavolo di un piccolo locale davanti a birra e patatine – che la porterà a un concerto. Non “un” concerto, si intende: “il” Concerto. Quello scarto tra articolo determinativo e indeterminativo racchiude il suo intero mondo: dentro o fuori, bianco o nero, giusto o sbagliato. Ben poche sfumature e la certezza che Lei apprezzerà quel regalo imprevisto.

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Anche Lei ha un mondo che si tiene ben stretto, in una incrollabile fede di ‘mediocritas’ pop musicale: quando Lui le chiede chi sia il suo cantautore preferito, la sillaba “Ba” basta per annichilirlo (…”e di Battiato nemmeno l’ombra”, tuona sconsolato). Lei accetta reprimendo conati di vomito e impegnandosi a procurarsi un degno travestimento ai suoi pregiudizi pop – abito lungo a fiori e coroncina in testa, residuo bellico degli anni figli dei fiori alla stregua del cantante al cui concerto è stata trascinata. E quello che non accade tra loro due, quella non-storia che riempie il palcoscenico, quei vuoti di azioni che a volte si interrompono a metà, rallentati, non visti; quei non detti ma solo pensati ad alta voce che a volte divertono, altre feriscono, altre ancora commuovono. Quelle storie che non nascono, quei gesti mancati che restano per sempre schiacciati nelle pieghe del tempo, ricordi universitari a cui non si può pensare se non con malinconia e forse rabbia per qualcosa di perso ormai per sempre.

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Francesco Guccini in concerto

L’ULTIMA THULE – Tra Lei e Lui non c’è nessun Altro, ma solo Francesco Guccini. E sarà quello, il Lui a cambiarle davvero la vita. Il suo autentico Lui. Perché dal momento in cui sente il concerto di Guccini – dal momento in cui vive i brani di Guccini, interpretati da sassofono e fisarmonica di Manuzzi, dalla chitarra delicata e vibrante di Antonello D’Urso e dalla magnifica voce del cantautore bolognese Germano Bonaveri, per Lei cambia tutto. Perché ascoltare “La locomotiva” e “Cyrano”, “Il vecchio e il bambino” e “In morte di F.S.”, “L’avvelenata”; sono questi gli strumenti attraverso i quali Lei di fatto evolve, grazie ai quali letteralmente “le succede qualcosa”. “Lei – spiega Gandini – è stupefatta da quello che vede, dalla difficoltà di catalogare Guccini nei soliti, rassicuranti schemi”. Perché è per Lui che “si spensero le luci e cominciò la poesia”, ma è per Lei che “prendono vita persone fisiche solo raccontate, persone reali perché solo immaginate”.

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Il musicista Roberto Manuzzi suona durante lo spettacolo-concerto

Passa il tempo, e Lui non è di molto cambiato. Il pasionario che inneggiava ai concerti di Guccini e non accorgendosi che Lei voleva baciarlo, troppo preso dall’acclamare l’ultima canzone in programma sul palco, è diventato l’incazzoso impiegato di una libreria di Bologna, che si rifiuta di vendere l’ultimo libro di Fabio Volo a un cliente (Filippo Sandon), esattamente come si rifiutava di assecondare i gusti di Lei quando i suoi idoli erano Battisti e Baglioni. Lei radical-chic giornalista rampante, lanciatissima nel mondo delle recensioni musicali, convinta di avere tutto in pugno; lui sinistr/orso incapace, ancora una volta, di considerare i giudizi degli altri. Anche se questa volta non c’è scambio, non c’è la chiave di volta della storia, la sensazione palpabile che resta al termine dello spettacolo – di cui sono richiesti ben due bis – è questa, immobile e irripetibile, splendida nella sua unicità.

E correndo, mi incontrò lungo le scale.
Quasi nulla mi sembrò cambiato in lei.
La tristezza poi ci avvolse come miele.
Per il tempo scivolato su noi due.

Francesco Guccini, “Incontro”

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Schizzo-logo dello spettacolo “Guccio!”

Gli organizzatori sono a lavoro per portare lo spettacolo nei teatri italiani nella stagione invernale 2015/2016. Ogni eventuale data, non appena ufficiale, sarà prontamente comunicata nel sito a cui rimandiamo [vedi“>vedi], da cui è stata tratta la foto in evidenza e la foto di Roberto Manuzzi.
E se vuoi portare lo spettacolo “Guccio!” nella tua città, scrivi a guccioateatro@gmail.com per contattare direttamente gli organizzatori e ricevere ogni informazione a riguardo.

SETTIMO GIORNO
Viva il Po, il Colesterolo buono e il saluto a Max-media

IL COLESTEROLO BUONO – A volte mi capita di pensare anche guardando la televisione e questo non è bene, non pensare è la condizione ideale per accogliere le miriadi di immagini e di notizie che appaiono sul piccolo schermo, ma io sono un pessimo teledipendente e così, sfidando le orribili pene che vengono comminate a chi tenta di stravolgere le regole ferree della televisione-madre, penso. E stavo pensando due giorni fa quando improvvisamente in uno dei tanti sbrodolamenti politici mi appare, chi mi appare?, la Santanchè. Nooo, la Santanchè?, si la Santanchè, con la sua bocca larga da cui escono parole incontrollate ma, evidentemente, molto gradite ai capi, suoi e nostri, e dalla bocca larga sono uscite dichiarazioni degne non so di che cosa, ma, visto come l’ascoltavano i presenti alla trasmissione, dovevano essere degne di grande considerazione. Sintetizzando, ha detto che praticamente tutto quello che accade di male nel nostro Paese è causato dalle ideologie. Naturalmente dalle ideologie degli altri, dei suoi nemici. E allora no alla giustizia sociale, no a considerare tutti gli uomini uguali, no a trovare inammissibile che tutto l’oro del mondo sia nelle mani di uno sparuto gruppetto di ricchi assatanati. Queste sono le ideologie da eliminare, ma sono da corroborare quelle secondo le quali i ricchi devono essere ricchi, i poveri poveri, giusto che diventi ricco e potente chi è più forte, i deboli al massimo possono chiedere l’elemosina, queste sono le ideologie da santificare, sono, come direbbe un medico, il colesterolo buono della società. E vai, Santanchè!
VIVA IL PO – Viva il Po che non ha fatto come I suoi piccoli colleghi parmensi, genovasi, toscani, i quali presi da incontenibile boria e mania di grandezza sono usciti dagli argini, inondando case, fabbriche, distruggendo culture agricole. No, il Po si è comportato da grande fiume, è rimasto a braccia conserte nei suoi baluardi, smontando le ansiose attese dei colleghi tele-giornalisti, i quali erano lì, microfono in mano, a contare i centimetri che mancavano all’esondazione. Che scoop poter urlare in diretta che il grande fiume sta uscendo dagli argini, mancava soltanto che gli inviati litigassero apertamente tra loro e urlassero “il mio rischio è più grande del tuo!”, “la mia è vera esondazione” (inondazione è parola ormai arcaica) e, poi, con voce strozzata, riciclata dai telecronisti sportivo, “è gol, è gol, stupendo gol del Po!”. Niente, il fiume li ha fregati tutti, ha fatto passare, buono buono, le ondate di piena, incurante delle grida giornalistiche “ma ce n’è un’altra in arrivo, il rischio cresce!”.
MAX-MEDIA – E’ morto un mio vecchio compagno (mi si lasci usare ancora una volta questa parola prima che mi si secchi la gola). E’ morto in silenzio, era vissuto in silenzio, facendo traboccare soltanto la sua grande bontà. Il compagno Lino, Lino Malagutti, era stato un grande socialista, quand’era nella Cgil era stato mandato anche in Sicilia per tentare di aiutare le lotte degli operai, erano i tempi in cui i nobili e i signori di varia specie sovvenzionavano il banditismo (vedi Portella delle Ginestre) contro i lavoratori, con la benedizione di una Dc a cui Dio aveva già tolto il saluto. Con Lino, quando la sinistra italiana aveva cominciato a dar segni di scompenso intellettuale, avevamo gettato le fondamenta ferraresi di Rifondazione comunista. La follia ci colse una sera di freddo autunno in un locale del borgo San Luca, eravamo in quattro, Cavazza, Lino, io e un altro che non vorrei citare, eravamo colmi di vane speranze: una notte vera, mi dicevo. Ancora una volta sbagliavo. Ma con Lino continuammo nelle nostre sventurate lotte, poi, lentamente, ognuno ha preso la propria strada, forse non era la migliore. Ridevo con Lino quando diceva “tu che fai parte dei max-media…” e io “mass-media” e lui “no, Max era un nostro bravissimo compagno e quelli lì io li chiamo Max-media”. Grande Lino, hai finito di fare politica, ma, davvero, devi convincerti che non c’è più bisogno di bravi compagni. Ti saluto col pugno chiuso.

GERMOGLI
Lungimiranza.
l’aforisma di oggi

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…
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Ennio Flaiano

Chi ha saputo guardare lontano e vederci bene.

“Fra trent’anni l’Italia sarà non come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione”. (Ennio Flaiano)

L’OPINIONE
Considerazioni inattuali sulla politica e i suoi derivati

Da qualche tempo i quotidiani sono particolarmente polposi e le riviste che li accompagnano sembrano volumi in quarto. Quando mai tanta abbondanza? Fosse un’offensiva Marchionne-Renzi? Fossero mitragliate di twitter ed esternazioni? Fossero le dolenti note ispirate alla celebre “Melancolia” di Dürer che escono dal labbro stretto di Bersani? Macché! Sono pagine, decine e centinaia, che presentano la moda italiana per lei, per lui e per entrambi. Magnifiche confezioni presentate da stupefatte modelle/i che ti guardano con disgusto, irritazione e noia stringendo le preziose stoffe attorno alle loro gambucce, spallucce, testine, mentre avanzano con quel ritmo ondulante e artefatto che fa la gioia degli stilisti e dei fotografi. Perfetta metafora della politica italiana e dei loro protagonisti. Magnifici lavori che si adattano all’artificio di chi non sarà mai così annoiato, tetro, indifferente, scostante e falso come deve essere il comportamento dei modelli/e.

Una saturazione così evidente degli affari della politica con lo scontro gigantesco sull’articolo 18, sul job act, sulla lotta senza quartiere tra magistratura e politica tanto che ne risentono i talk show fino a ieri padroni incontrastati della serata televisiva: cadono Floris, Giannini, Santoro e le Gabbie, i Virus, le Piazze pulite. La ‘ggente’ non ne può più di esternazioni, di insulti, di veleni sussurrati a fior di labbra. Salta perfino fuori il vecchio ma sempre valido appellativo di ‘amico’ per definire il più odiato o disprezzato tra i contendenti (molto amato in area Pd). Perfino le contorsioni di De Magistris non suscitano sconcerto se non l’ironia del grande Francesco Merlo che firma uno dei suoi pezzi più strepitosi su La Repubblica: La Nemesi beffarda di Giggino ‘a manetta paladino della legalità che resiste alla legge. Le considerazioni del grande giornalista, che analizza i soprannomi di cui si riveste il sindaco di Napoli (oltre ‘a manetta, ‘o skipper, ‘o scassatore, ‘a promessa) culminano nell’ultima, a me cara perché cita un mio grande maestro Luigi Russo: Giggino Banderas è l’ultimo dei soprannomi. E’ la mamma che gli cucì la toga in 48 ore il giorno della tesi di laurea. La mamma che gli ha insegnato a tenere il Vangelo sempre sul comodino. Ma forse la mamma, che è l’erede del grande italianista Luigi Russo, mai aveva pensato a un destino di ‘ammuina populista’, di giudice ‘sciuè sciuè’. Un pezzo formidabile che pone ancora una volta in luce il carattere degli italiani a cui va la responsabilità della collezione nuova della moda e del comportamento dei politici.

Non so se dell’ammuina fa parte il comportamento del sindaco di Comacchio che sfida i rigori del grande statista a cui fa capo il suo partito. Non so se l’ammuina centri con la lotta per la conquista della presidenza della Regione Emilia-Romagna tra accuse e chiarimenti, tra rifiuti e resistenze: Bonaccini, Richetti, Balzani con il prolungamento della passerella dei modelli che sfilano fin sotto lo Scalone. Modonesi, Calvano, Zappaterra, Zaghini mentre il Sindaco s’industria, si defila e fa la voce grossa davanti alle sofferenze e ai trionfi con Marattin che parte per Roma spremendo una lacrimuccia. Non mi se ne voglia di queste parole scritte per ‘alleviare’ il cuore oppresso. Anch’io, nonostante avessi giurato mai, ieri ho votato alle primarie. Anch’io sento l’angoscia del presente. Anch’io trovo rifugio in quel benessere che solo la frequentazione della cultura alta può provocare. E ne fanno fede le sale stipate dei ferraresi e no che ieri sono accorsi all’Ariostea a sentir parlare di Matteotti e alla Pinacoteca dei Diamanti di Dosso Dossi. Poi si esce, e poco lontano già comincia la sagra europea delle bancherelle. Per favore, per favore amico Dario, fai che la cultura, i musei, non diventino sagre ma riescano a sconfiggere i modelli, con le loro facce annoiate e rivelino solo la bellezza delle stoffe dell’’ingenium’ italiano, della preziosità di un pensiero che non ha bisogno se non di riconoscere la verità e l’etica, là dove dovrebbe essere imperativo che si trovi e si frequenti: nella politica.

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