Tag: teologia

PRESTO DI MATTINA
La gioia avvenire

È con sempre nuovo stupore, misto a sorpresa, che mi incammino per i sentieri della poesia scoprendovi continui incroci con quelli di Isaia e del Messia, il Servo sofferente del Signore. Meraviglia di quella poesia che non basta a se stessa, e che non smette mai di confrontarsi con la storia e le sue vicende.

È il caso, mi sembra, anche dell’itinerario tortuoso di Franco Fortini [Qui]. Dalle sue liriche traspare il dramma e la tragicità, le disillusioni, ma anche un residuo di inestinguibile speranza nell’umano.

Ad un tempo privato della fede, e rianimato, spogliato dell’avvenire, ma sempre di nuovo alla sua ricerca, in una lotta per liberare quella gioia pregustata, un momento, un guizzo della luce, ma ancora da venire.

Una “quieta letizia” che ha vinto i tiranni, come affiora nel testo Per un compagno ucciso: «Eri ogni ora dentro la quieta letizia/ Dell’uomo che ha vinto i tiranni;/ Non temevi gli inganni della nostra malizia/ Non chiedevi più niente al tuo amore… E guideremo l’amore avvenire e il canto/ Dove hai amato per noi l’ultima volta/. Lo spino apre la gemma e l’acqua apre il mattino» (Tutte le poesie, Milano 2015, Ebook, 86).

La volontà e la difficoltà di “essere nella storia” è stato il suo continuo intento, la sua pratica comunitaria, la sua militanza. In quanto anticipazione e utopia della forma poetica, la poesia per Fortini mantiene il suo valore di liberazione, anche contro la tendenza del marxismo ufficiale a considerarla reazionaria, astratta, senza concretezza storica.

Semmai, in quanto forma e funzione della realtà, essa ne dice la profezia, dischiude nell’avvenire un “principio speranza” direbbe il filosofo marxista Ernst Bloch. Nell’allegoria del «cieco nato» che tuttavia «può in sé vedere il lampo, e i «compagni coraggiosi» che si muovono fra «le sostanze reali», Fortini scrive: «Ma a ognuno le sue armi. / A voi il fuoco felice e il vino fraterno / a me la speranza acuta dentro la notte». (155).

Italo Calvino lo ricorda come «poeta della resistenza perché la sua vena di tristezza non è mai abbandono o rinuncia, la sua nostalgia di lunghissimo esilio non è mai impotente desiderio di evasione». (Poesie scelte (1938-1973), Milano 1974, 25).

Gli fa eco Luca Lenzini nell’introduzione a Tutte le poesie: «la poesia di Franco Fortini non ha mai smesso di parlare, anche quando ha discorso di rose e di magnolie, di mulini e di colorifici, volpi o rondini.

Il “tesoro antichissimo” che può apparire nella storia fatta dagli uomini, in mezzo al dolore e alla devastazione, nei travestimenti dalle forme più svariate, vi rinnova la promessa sempre inevasa, ogni volta tradita o defraudata ma mai dimenticata, che porta con sé l’idea di una felicità condivisa, restituita a una nozione fraterna e non privativa, laicissima e dotata – quel che più ci sfida e interroga – della capacità di trasformazione che è propria delle visitazioni, così incisiva in quanto sperimentata nel vissuto, nella storia collettiva ma anche personale.

I versi ne recano il ricordo affinché quella tradizione sommersa, carsica, ogni volta da riscoprire, sia ereditata da altri, e perché essi sappiano altresì che “la scuola della gioia è piena di pianto e sangue” (La gioia avvenire)», (ivi, 9-10).

Tra rabbie e speranze, dentro all’esperienza del tragico nella storia, la sua poetica tiene viva la promessa della notte. Dalla notte viene la gioia come guizzo di luce: «Quindi ancora e sempre l’unico lampo di “gioia”… concesso a chi prende la parola nei versi… Tutto è in bilico, pericolante; non c’è patria o casa sicura per il poeta, che nell’interno (nell’intérieur) sa sostare solo per guardare fuori, e oltre», (ivi, 17).

Questo porsi con lo sguardo come un esule, come il Nazareno, che «cerca le strade bianche di Galilea», non distoglie dall’amarezza del presente, sfiduciato, inaffidabile: «Non è vero che siamo in esilio./ Non è vero che torneremo in patria,/ non è vero che piangeremo di gioia/ dopo l’ultima svolta del cammino./ Non è vero che saremo perdonati».

Ma è sempre la “gioia avvenire” che ritorna, lasciando uno spiraglio nel disincanto, dopo ogni tappa verso l’utopia, mancata o riuscita che sia: «Voglio sapere e so che la unica forza/ è la gioia brevissima/ la certezza sensibile che viene dopo tutto», (ivi, 104; 284; 391).

Ecco allora, di seguito la poesia La gioia avvenire che ho sentito come un “preambola fidei: l’attesa messianica di un futuro possibile alle umane attese, radicata, insradicabile, nell’umano vivere e che sempre accompagna, fa strada insieme all’umano credere.

I preambola fidei in teologia sono quei segni indicatori del rivelarsi di Dio nella storia, assumendo come Sua la condizione umana, sicché la vita stessa viene disseminata e contaminata di attesa pervicace di futuro.

Leggo ancora nell’introduzione di Lenzini: «Un’aria di veglia e di vigilia anima gli scritti di Franco Fortini. Si incontrano spesso termini, immagini, espressioni bibliche, questo perché questi strumenti espressivi “servono ad indicare un oltre visibile soltanto attraverso il cambiamento, che può avvenire in interiore homine, ma di lì farsi plurale, persino istituire una nuova comunità. Qui – non prima, né dopo – il messaggio incrocia la novità più sovversiva e radicale del Cristianesimo», (ivi, 10).

La gioia avvenire
Potrebbe essere un fiume grandissimo
Una cavalcata di scalpiti un tumulto un furore
Una rabbia strappata uno stelo sbranato
Un urlo altissimo.
Ma anche una minuscola erba per i ritorni
Il crollo d’una pigna nella fiamma
Una mano che sfiora al passaggio
O l’indecisione fissando senza vedere.
Qualcosa comunque che non possiamo perdere
Anche se ogni altra cosa è perduta
E che perpetuamente celebreremo
Perché ogni cosa nasce da quella soltanto.
Ma prima di giungervi
Prima la miseria profonda come la lebbra
E le maledizioni imbrogliate e la vera morte.
Tu che credi dimenticare vanitoso
O mascherato di rivoluzione
La scuola della gioia è piena di pianto e sangue
Ma anche di eternità
E dalle bocche sparite dei santi
Come le siepi del marzo brillano le verità
(ivi, 119).

Senza questa scuola, anche la teologia non avrà futuro. Lo ha ricordato di recente il teologo milanese Pier Angelo Sequeri [Qui]: questa oggi appare «senza peso» sia nella comunità cristiana come nella società civile (Cfr. Vita e pensiero, 4/2021, 71).

Essa, dunque, dovrà essere nuovamente immaginata, intrecciando il sogno dei poeti, l’utopia dei resistenti e dei migranti, l’estasi dei mistici, sino a tracciare le orme di una chiesa in cammino sinodale, sognata da papa Francesco.

La teologia dovrà farsi esule tra la gente, tra le parole ‘altre’, in uscita da un certa autoreferenzialità che l’ha resa distante, riprendendo consonanza e comunanza con l’immaginazione, frequentando di nuovo gli ambiti dell’estetica e dell’affettività, le dimore esistenziali della fede nel suo voler comprendere e pensare il Logos dell’umanato Iddio.

Il venire della gioia è così come il venire impetuoso di un fiume senza sponde, fuori dagli argini, come urlo che scoppia e strappa gli steli rinsecchiti della morte; come l’ardore friabile di una brace infuocata, ma anche l’esilità di un filo d’erba, che trattiene tremolante una goccia di rugiada.

È come lo sfiorare con la mano il volto di un morente, e pure come quella debolezza del credere che sembra indecisione, titubanza incredula. Perché la fede è un affidarsi pur non avendo visto.

Insomma la “gioia avvenire” è qualcosa che non possiamo perdere, come non si perde, nonostante le doglie di un parto, la gioia del nascere, come non si perde, nonostante la morte, la bellezza del sacrificio della vita che libera gli oppressi. Nel dolore essa rinasce, sorge sempre nell’orizzonte avvenire.

Lo ha ricordato anche Gesù: «La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, dice ai discepoli ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (Gv 16, 22-16).

Quando Gesù dice queste parole è vicinissimo alla sua passione; sta entrando nel suo e nostro dolore, nella nostra e nella sua morte. Egli è al termine della sua notte, sta per entrare nel giorno avvenire, dove la morte con i suoi dolori partorirà la vita nuova: perché come una volta è nato a Natale, così una seconda volta Gesù è nato a Pasqua e per nascere ancora in chi gli sarà ospitale.

Dall’oscurità del sepolcro, come un grembo fecondo, verrà alla luce la vita risorta, e con essa risorgerà anche la gioia, che dà a noi una speranza di una fragilità invincibile. Hanno voluto chiudergli la bocca, a lui e a tanti altri martiri di fede e per la libertà, ma «dalle bocche sparite dei santi/ Come le siepi del marzo brillano le verità… Perché ogni cosa nasce da quella soltanto»: “la gioia avvenire”.

Come un «disperato camminatore» che chiede di «riposare il fianco sulla creta…/ dove la pietra/ non specchia il mutare del cielo»/ – così inizia la drammatica lirica Logoi Christou – allo stesso modo Franco Fortini ricerca le parole del Cristo dentro il sepolcro chiuso, nel cavo d’ombra dei tanti sepolcri chiusi della vita.

Cerca un’impronta di gioia lasciata dal suo riso d’uomo. Così i suoi occhi anelano, del Cristo, almeno il suo sorriso “svenato”, “dormente”, “gioia antica” di riso d’uomo, impronta di speranza per sempre. Gli occhi, quelli del poeta, restano resistenti a scrutare là dove essi, ancora velati, non arrivano a vederlo risorto e neppure asceso al cielo. Una «Rosa sepolta» cercano, «Ah letizia del mattino», gli occhi chiusi attendono in ascolto.

… dentro il cavo d’ombra guardate
il tempo di un solo respiro
oh adorando guardate
è il riso di Gesù dormente
nel ragno che sparisce
nel lombrico che si torce
nel serpe che striscia dal sonno.
Lui non risorto non salito al cielo,
l’amore e la memoria anche per noi
del suo sorriso svenato hanno data un’impronta.
E quell’orma è l’antica nostra gioia
e dove il viso è celato delle cose vediamo
come dorme l’amore e la memoria
e la speranza dal riso d’uomo.
(ivi 161-162).

È come un salmo laico la lirica seguente che contempla la gioia nascosta nel paesaggio: «Acque di eletto lume/ dell’isole beate che ai tramonti/ veste l’oro dei monti,/ tiepide arene e avventurati scali, l’occhio di un dio benigno/ dai dolci marmi del cielo vi scalda/ ed io esulto al pensiero/ che nella mia natura/ profondamente avvinto/ qualcosa è pur di voi, della letizia/ che in voi matura: onde bionda sull’Istmo/ splende di vigne e di miele Corinto», (ivi, 839).

Un altro salmo, 64 (65) fa eco al primo. Si narra della gioia delle creature al modo con cui Francesco nel cantico delle creature gioisce, lodando la provvidenza del suo “Altissimo Onnipotente e Bon Signore”: «Gli abitanti degli estremi confini/ stupiscono davanti ai tuoi prodigi:/ di gioia fai gridare la terra,/ le soglie dell’oriente e dell’occidente./ Tu visiti la terra e la disseti:/ la ricolmi delle sue ricchezze./ Il fiume di Dio è gonfio di acque;/ tu fai crescere il frumento per gli uomini./ Così prepari la terra:/ ne irrighi i solchi, ne spiani le zolle,/ la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli./ Coroni l’anno con i tuoi benefici,/ al tuo passaggio stilla l’abbondanza./ Stillano i pascoli del deserto/ e le colline si cingono di esultanza./ prati si coprono di greggi,/ di frumento si ammantano le valli;/ tutto canta e grida di gioia».

La “gioia avvenire” per Gesù è quella del Regno: una gioia per tutti, soprattutto per i poveri, i sofferenti, i perduti dimenticati: «In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda» (Mt 18, 12-14).

SE SPERANDO

Se, sperando con te, dalle sere d’aprile verrà
La gioia delle estati fedeli
E un sole sui volti profondo;
Quando il silenzio sarà
Come una viva parola fecondo,
E un giusto dolore con radici di quercia
Stringerà i giorni; se i giorni
Persi a noi giusti torneranno liberi;
Compagni, se tutto non è finito…
(ivi, 77).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

PRESTO DI MATTINA
La vita “a piedi scalzi” di padre Marcello

La notizia arriva proprio a ridosso del 13 luglio 1984, ricorrenza annuale della morte di padre Marcello dell’Immacolata, che coincide peraltro con l’inizio del triduo in onore della Beata Vergine del monte Carmelo: il 25 settembre prossimo ci sarà la chiusura della fase diocesana del processo di canonizzazione di padre Marcello, carmelitano della chiesa di san Girolamo in cui è sepolto. È amico silente ancora in ascolto delle tante voci narranti i nodi della vita, i groppi alla gola, i pesi del cuore.

Anche ora che il convento e la chiesa sono chiusi per lavori (ma a fine ottobre sarà riaperta), mi fermo all’esterno del muro che confina con la sua tomba per raccogliermi in preghiera. Tocco con la mano le pietre, ora qua ora là, come se toccassi il lembo del suo scapolare o il mantello bianco per dare una «svolta del respiro» (Paul Celan), inspirando un poco del suo spirito ‒ quella sua umanissima spiritualità ‒ col desiderio di restituirlo ed espirarlo poi nella quotidianità del vivere.

La spiritualità è un soffio raggiante e irradiante, un fiato trattenuto dentro, come la luce nel cristallo, prima di uscir fuori di nuovo, senza lasciarsi imprigionare dai margini e dalle forme. È pure come una “svolta” tra la fine di una frase e quella successiva; travalica i bordi di una pagina, passando ad un’altra. È pausa di respiro nell’andare a capo a fine riga; pausa di un silenzio che trasforma e risana, che fa grazia e permette un altro respiro, un respiro dopo un altro, un altro passo ancora.

Nessun tempo e spazio possano fermarne il ritmo, così è la vita secondo lo spirito. Esperienza di apertura al mondo, che ricrea le parole interiori attingendo alla realtà dell’Altro, degli altri, delle cose e degli eventi. Solo allora la spiritualità è generativa e riparatrice, ospitale e perdonante: è proprio come la preghiera e la poesia, sempre risorgente e spirante, come a pasqua essa è più forte della morte.

Prima di riprendere la bici e ripartire da san Girolamo, nascondo simbolicamente tra le pietre dei foglietti di “fiato” come fece a Gerusalemme, al muro del pianto, Giovanni Paolo II. Alito non solo i miei respiri, ma pure quelli dei fratelli e delle sorelle, sospiri che raccolgo ogni giorno strada facendo. E così, in quella compagnia silenziosa con padre Marcello, d’improvviso da dentro a fuori, la sua parola risorta attraversa quel muro che sembrava impenetrabile, massiccio e muto e fessurando la pietra sussurra sorridendo: «Avanti! Andate avanti, dillo a tutti quelli che incontrerai per via. Ricorda poi: ‘l’obbedienza fa miracoli, scioglie i nodi’».

Scioglie i nodi sì perché obbedire è contrazione della liberà in ragione della libertà stessa come amore, quella che decide di fare spazio, di aprire uno slargo e fare credito alla parola e all’esistenza dell’altro. Essa germina dall’ob-audire, ovvero dall’ascoltare paziente che si fonda sulla fiducia. L’obbedienza della fede, di cui parla anche il Concilio Vaticano II, è un ascoltare che prende sempre più la forma del credere all’affidabile Parola dell’Altro, e ad essa, quando si crede nel profondo, ci si abbandona tutt’interi e liberamente, con mente e cuore (Dei Verbum, 4).

Vita Carmelitana, vita “scalzata” quella di padre Macello. L’ordine carmelitano deriva dalla riforma scalza introdotta nel 1562 nel monastero femminile di San Giuseppe d’Ávila da santa Teresa di Gesù [Qui], nel quale si voleva nuovamente rivivere la forma apostolica delle comunità cristiana, contemplativa e missionaria. Una riforma poi estesa al ramo maschile dell’ordine carmelitano [Qui] ad opera di san Giovanni della Croce [Qui] nel 1568.

Scalzati per distinguersi dai calzati, che non accettarono la riforma e reagirono in modo turbolento. Scalzati come Mosè al Roveto ardente (Es 3,1-10); simbolo dell’alterità accogliente ed ospitale, inviolabile della dignità e santità altrui, a cui si può accedere solo togliendosi i sandali nella forma della donazione e non del possesso. Restare scalzi di fronte all’altro dice la relazione di intimità, il legame di amicizia l’unione amante nella differenza capace di compiere la diversità dell’altro salvaguardandola. Di più. Il Roveto ardente lascia uscire un flebile fiato, un flatus vocis, che promette di ribaltare le sorti della soffocante situazione di schiavitù in cui si trovava Israele sotto il dominio del dio Faraone. Ancora una “svolta del respiro” per il popolo senza più fiato; un divino respiro che, dirigendosi verso l’altro, si fa umano umanizzando, una condivisione nel patire che muta il destino.

Mosè parlava con Dio faccia a faccia; lui che era balbuziente, bocca a bocca con Dio (Es 4,10; Num 12, 8). Soffi cospiranti, verso una beatitudine promessa per chi decide nel suo cuore il santo viaggio: «Beato chi trova in te la sua forza avendo le tue vie nel suo cuore. Passando per la valle del pianto la cambia in una sorgente» (Sal 83).

Un uscire senza ritorno è la vita nello spirito, verso un dove che non si sa e a cui ci si affida e così si è afferrati e spinti in avanti, disposti a non cedere, continuando ad aver fede nel proprio desiderio, che è un desiderio di vita promessa, perché fedele è colui che ha promesso; un uscire non senza rimpianti, litigi e batticuori; ma avanti, sempre avanti e ancora avanti.

Fu questa anche la spirituale umanità di padre Marcello, un incessante esodo verso l’altro, un fidarsi restando accanto, accompagnando, insieme salendo al monte che è Cristo, per trovare e ricevere la sua dolce amicizia.

Mi raccontava nonna Iris che una volta con la sua nipotina passò per san Girolamo. Era d’inverno e c’era la neve. Al vedere i piedi rossi dal freddo di padre Marcello la piccola lo guardò e gli chiese perché non si mettesse le calze, che starebbe stato più caldo certamente e la risposta fu: «mi metterò le calze quando tu ti metterai un sacchetto sul naso perché vedo che anche il tuo naso è tutto rosso dal freddo». Si misero a ridere tutti e tre.

Ma quale semplicità in parabola per far capire che, al pari del volto scoperto ‒ epifania di umanità, immediatezza di presenza all’altro, invito al dialogo di un volto che parla già prima di aprire bocca, soglia di incontro, principio di riconoscimento nella reciprocità degli sguardi che si mostra in dignitosa nudità e in povertà bella ‒ così i piedi scalzi erano pure epifania della vita interiore, il rendersi visibile di come tutta la persona dentro e fuori stia e viva alla presenza del roveto ardente, in ascolto di una parola che ti fa partire come Mosè per riscattare dalla schiavitù i fratelli, per servire e prenderti cura delle ferite di umanità, nella forma di una intercessione e donazione, di un accompagnamento e condivisione.

Il primo giuramento delle monache e monaci buddisti è: «Giuro di soccorrere il maggior numero possibile di persone ed esseri viventi oppressi dalla sofferenza». E così ripenso a padre Marcello dell’Immacolata che fu anche padre Marcello dei ferraresi. Il genitivo specifica la modalità di presenza; non circoscrive uno spazio, ma il modo di abitarlo. Il genitivo è allora generativo di un ambito, di un particolare modo di esercitare il proprio modo di stare nella vita e di ciò che si vuole fare della propria vita. Penso allora al suo ministero nell’ospedale, in cui si curava la talassemia, di fronte a San Girolamo, all’insegnamento nella scuola poi e al confessionale.

Dell’Immacolata” specifica la condizione di integrità, di innocenza annunciata da Dio nella Genesi, dopo la rovinosa caduta dei primogenitori. Innocenza che non è andata perduta ma preservata in una donna, quale segno posto da un Dio che non ha chiuso con l’umanità, ma intende percorrere un’altra strada per rigiocare la sua alleanza in un modo nuovo: la via di una reale incarnazione in umanità del Figlio amato, l’Innocente Agnello che sconfiggerà alla radice, facendosene carico, l’empietà sanguinaria che abita il mondo.

Dell’Immacolata specifica così un’integrità germinale che permetterà un nuovo inizio, il dono di una nuova innocenza. Ma non è stata singolarmente questa la condizione di padre Marcello, la sua vocazione a servizio di Nostra Signora del monte Carmelo? Egli infatti nel sacramento della riconciliazione, attingendo alla sorgente della grazia perdonante, riapriva sempre la strada dell’innocenza, restituiva l’integrità della vita battesimale, come levatrice accompagnava la rinascita nel Cristo, affinché coloro che lo avevano incontrato potessero riprendere la via e la vita buona del Vangelo.

Vita carmelitana è una «umanità contemplativa». Anche qui il genitivo “del monte Carmelo” specifica il modo d’essere di questa vita, una pienezza promessa a questa via: «il deserto diventerà un Carmelo e il Carmelo diventerà una foresta. Il diritto dimorerà nel deserto e la giustizia abiterà nel Carmelo», (Is 32,15-20). In Isaia (35 1-2) ritorna la stessa immagine per descrivere la gloria della Gerusalemme ritrovata, così bella che diventa quasi un riflesso della gloria di Dio: «Si rallegrino la steppa e la terra arida e fiorisca il deserto di gioia. Come fiore di narciso fiorisca, canti di gioia ed esulti: le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Sharon. Essi vedranno la gloria del Signore, lo splendore del nostro Dio».

«Umanità contemplativa» a immagine della umanità nuova del Figlio, che patì e pianse nell’orto degli ulivi; morì trafitto sul monte, appeso ad una croce e in un giardino il suo spirito e il suo corpo furono liberati dalla morte.

In quello stesso giardino occhi di donne lo contemplarono e amarono gioiosamente risorto; e per l’intreccio e la complicità amorosa di quegli sguardi si generò l’invio missionario, nacque l’annuncio della buona notizia ai fratelli e alle sorelle, quella di un vangelo per l’umanità.

«Ardo di zelo per la causa di Dio» che è l’umanità dice il motto carmelitano. Lo stesso del profeta Elia che dovette imparare, ridiscendendo dal monte sul quale aveva visto Dio solo di spalle, a contemplare il suo volto, faccia a faccia questa volta, praticando l’umanità dei poveri di Jahvé, degli orfani e delle vedove, abitando fra di loro come accadde a Zarepta di Sindone. Così padre Marcello contemplò il volto soffrente dell’uomo della croce nascosto nei volti dei sofferenti che incontrava.

«Umanità contemplativa» per dire la vita carmelitana è figura che ho imparato leggendo il discorso tenuto da Rowan Douglas Williams vescovo anglicano, teologo e poeta, al Sinodo dei vescovi della Chiesa cattolica nel 2012 sul tema della Nuova evangelizzazione. «Essere pienamene umani significa essere creati nuovamente a immagine dell’umanità di Cristo; e quell’umanità rappresenta la perfetta “traduzione” umana del rapporto dell’eterno Figlio con l’eterno Padre, un rapporto di donazione di sé nell’amore e nell’adorazione, una reciproca effusione di vita. In tal modo, l’umanità in cui cresciamo nello Spirito, l’umanità che cerchiamo di condividere con il mondo come frutto dell’opera redentrice di Cristo, è un’umanità contemplativa».

Con sorpresa ho poi scoperto, continuando nella lettura dell’intervento del vescovo anglicano Rowan, che tale espressione egli l’aveva imparata da un santa carmelitana, filosofa e mistica e martire di origine ebraica, vittima della Shoah: Edith Stein, Teresa Benedetta della Croce [Qui], (Breslavia, 12 ottobre 1891 – Auschwitz, 9 agosto 1942).

Così egli ne esplicita il pensiero: «Santa Edith Stein ha osservato che iniziamo a comprendere la teologia quando vediamo Dio come “Primo Teologo”, il primo a parlarci della realtà della vita divina, poiché “tutto ciò che si dice su Dio presuppone che Dio abbia parlato”; in modo analogo possiamo dire che iniziamo a comprendere la contemplazione quando vediamo Dio come il primo contemplativo, l’eterno paradigma di quell’attenzione generosa verso l’altro che porta non la morte ma la vita. Tutto il contemplare da parte di Dio presuppone la propria assorta e gioiosa conoscenza di sé di Dio e la contemplazione di sé nella vita trinitaria».

E continua: «Essere contemplativi come lo è Cristo significa essere aperti a tutta la pienezza che il Padre vuole effondere nei nostri cuori. Con le nostre menti rese silenziose e pronte a ricevere, con le fantasie che noi stessi abbiamo generato su Dio e su noi stessi ridotte al silenzio, abbiamo finalmente raggiunto il punto in cui possiamo cominciare a crescere. E il viso che dobbiamo mostrare al nostro mondo è il viso di un’umanità in incessante crescita verso l’amore, un’umanità così incantata e impegnata dalla gloria di ciò a cui tende, che siamo pronti a intraprendere un viaggio senza fine per trovare la via che ci conduce più profondamente nel cuore della vita trinitaria. San Paolo dice (2 Cor 3, 18) come “a viso scoperto, (a piedi scalzi, p. Marcello) riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore”, siamo trasfigurati da una luce sempre più forte. Questo è il volto che cerchiamo di mostrare ai nostri fratelli nell’umanità. Lo cerchiamo non perché siamo alla ricerca di una qualche privata “esperienza religiosa” che ci farà sentire sicuri o santi. Lo cerchiamo perché in questo sguardo dimentico di sé, rivolto verso la luce di Dio in Cristo, noi impariamo a guardarci l’un l’altro e a guardare tutta la creazione di Dio». [Qui]

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

PRESTO DI MATTINA
Dire Dio oggi: per una teologia nel cono di luce della gente

 

«Ammiriamo la poesia proprio perché sa parlare come la vita, ma siamo doppiamente commossi dalla vita che parla, senza saperlo, proprio come la poesia», (Thomas Mann, Lettere di Condannati a morte della Resistenza europea, Torino 1964, XI»). Avevo custodito questo prezioso pensiero in un file nel quale vado raccogliendo frammenti, brevi testi poetici che le persone mi hanno scritto in questi anni, come una possibile prefazione o chiave di lettura a versi e parole scaturite da ferite e, talvolta, da effluvi dolorosi di distacchi come nelle lettere dei condannati a morte raccolte da Thomas Mann. Un impeto che non si può trattenere e perfora la crosta indurita del vivere come incandescente e inarrestabile lava: un lento, rovente e denso fiume della vita che si fa parola, estremo messaggio, sulla soglia, “proprio come la poesia”.

Questo pensiero mi è ora divenuto opportuno per provare a illuminare una domanda grave, che mi impegna da tempo: come fare teologia oggi e da dove partire e situarci per parlare di Dio nel presente? Qual è il luogo profetico della contemporaneità, come trovare parole autentiche capaci di dare ragione della speranza del credere in Dio e a Dio?

Interrogativi cruciali per la vita della Chiesa, che possano trovare una risposta non lontana dal vero nel dittico di Thomas Mann, parafrasando il quale ben si potrebbe infatti dire: “Ammiro la teologia quando sa parlare come la vita, ma sono doppiamente commosso dalla vita delle gente che si incontra, e ci parla di Dio senza saperlo, proprio come fa la teologia”. Non è un paradosso. C’è un “dire Dio” che viene dal vangelo proclamato e meditato, pensato e trasmesso nelle comunità cristiane lungo la storia: una tradizione vivente plurale, orale e scritta, un fiume dai molti affluenti. Ma vi è pure un “Dio detto” e argomentato, che viene da quel vangelo nascosto dentro le persone, dal loro essere una buona notizia per gli altri, dalla dignità del loro vivere e dunque un sentire e pensare teologali che scaturiscono dalla forma e dalle pratiche della vita, dall’esperienza stessa dell’esistere nel suo molteplice e pluriforme manifestarsi. Coinvolto, suo malgrado oltre confine, nel dialogo con la donna pagana che gli gridava dietro per il suo silenzio, Gesù alla fine pieno di stupore non le ha forse detto: «Donna, davvero grande è la tua fede!» (Mt 15,28).

Quel senso del vivere che prende corpo e parola, giorno dopo giorno, dal questionare, lottare, resistere ed arrendersi, dal soffrire e gioire, disperarsi e riprendere coraggio, dal perdersi e ritrovarsi, piangere e ridere. Quel sentire e sapere che vengono dal nostro appartenere alla vita quando ci si sottrare o ci si abbandona ad essa, quando ci si rischia nella penombra o in piena luce, lunari o solari che siano i nostri giorni, disperati o speranzosi, ammutoliti o esondanti di parole. Sono questi i luoghi del rivelarsi dell’uomo a se stesso e di Dio a lui, il loro reciproco dirsi e venire alla luce dischiudendo il mistero della loro relazione.

Qui si dà il loro pensiero dialogico, il loro questionare senza fine, fatto di domande che attendono una risposta antica: «Il Signore chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?” Egli rispose: “Ho udito la tua voce nel giardino e ho avuto paura, perché ero nudo, e mi sono nascosto”» (Gn 3,9). Pure il salmista domanda: «Perché, Signore, ti tieni lontano, nei momenti di pericolo ti nascondi?» (Sal 10). Ma così anche il profeta Abacuc 1,2: «Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: “Violenza!” e non salvi?». E nell’Apocalisse i perseguitati gridano: «Fino a quando, tu che sei santo e veritiero, non farai giustizia?» (Ap 6,10). Nel vangelo di Giovanni si dice: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente», (Gv 10,24).

Una storia infinita: un riconoscersi e un rivelarsi l’uno all’altro senza fine, senza stancarsi di questionare sul senso nascosto, salvifico, indicibile ed inesauribile del vivere. È il dirsi di Dio nelle nostre parole e accorgersi che, dalle nostre, affiorano e prendono forma le sue. Si potrebbe esprimere tutto questo con un versetto amoroso del Cantico dei Cantici: «Io sono del mio amato: le mie parole sono sue e il mio amato è mio: le sue parole sono mie». (Ct 6,3). Questo anche l’input, l’impulso sorgivo della poesia e della teologia; e il Cantico ne è la declinazione paradigmatica di entrambe; l’espressione simbolica di quella cartografia testuale dell’esistenza umana, dell’amore nascente e incontrato, drammaticamente perduto e di nuovo ricercato: «Io venni meno, per la sua scomparsa; l’ho cercato, ma non l’ho trovato, l’ho chiamato, ma non mi ha risposto. Mi alzerò e farò il giro della città per le strade e per le piazze» (Ct 5, 6; 3,1-2); una teologia in via, in giro per le strade e per le piazze.

Per dire il Cristo anche oggi inizierei allora, come fosse un sentiero, con il testo poetico di Giuseppe Ungaretti, un pensare cristologico che manifesta nel Cristo colui che «perennemente» libera e riedifica «umanamente l’uomo», svelandone il mistero dell’«amore non vano»: «Cristo, pensoso palpito,/ Astro incarnato nell’umane tenebre,/ Fratello che t’immoli/… Santo, Santo che soffri, Maestro e fratello e Dio… Fa piaga nel Tuo cuore/ La somma del dolore/ Che va spargendo sulla terra l’uomo;/ Il Tuo cuore è la sede appassionata/ Dell’amore non vano», (Mio Fiume anche tu, Vita d’uomo.Tutte le poesie, p. 229-230).

In una variante al testo Cristo è definito da Ungaretti «pensoso martire». Un’espressione ermetica che diviene luogo teologico, rivelativo e riflesso di «quanto un uomo può patire». Perché anch’essa, la teologia, deve essere guidata da un’opzione preferenziale se non vuole restare, pur urlando, muta. E tale opzione altra non può essere che quella scelta per sé da Cristo durante l’esperienza terrena, donandosi agli oppressi, arruolandosi dalla parte degli scarti, emarginato con gli emarginati.

Lo comprese bene Paulo Freire (1921-1997) pedagogista brasiliano, con la sua Pedagogia degli oppressi destinata a ispirare un’educazione popolare tendente a promuovere il riscatto degli emarginati per renderli capaci di liberarsi dall’oppressione e migliore la loro esistenza nell’ambito della vita sociale, intellettuale ed ecclesiale. Egli diceva: «La testa pensa dove stanno i piedi»; e così dovrebbe fare anche la teologia, una teologia estroversa e inclusiva come la coscienza che la chiesa ha avuto di se stessa al concilio. Chiamata anche la teologia ad operare una delocalizzazione, uno scostamento della sua posizione conoscitiva, dal suo sapere e prassi già acquisite e osare oltre. Esprimere anch’essa un’opzione preferenziale, declinando le forme conoscitive ed espressive per dire Dio oggi, seguendo percorsi esistenziali, ripartendo dal contesto delle persone, frequentando gli ambiti vitali, di genere, comunitari e di popolazioni in situazione di oppressione per essere in grado così di ri-esprimere le ragioni e le pratiche del suo credere e sperare. Non solo ascoltando da loro parole generatrici, ma coinvolgendosi con i protagonisti in questi processi di emancipazione, imparando con loro una “ri-presa della parola” per nuovi linguaggi di senso. Una nuova alfabetizzazione teologica in stile sinodale, intendendo con ciò – come sottolineava Paulo Freire – non tanto far ripetere parole, ma imparare a esprimere la propria parola: un prendere la parola così come si prende nelle proprie mani la propria vita.

Fare teologia dunque a partire dalla vita delle persone e con loro, soprattutto nelle situazioni dolorose e di emarginazione che coinvolgono in primis i drammi di donne e di bambini. L’ultima via crucis affidata da papa Francesco ai bambini non è forse un esempio di questa teologia e liturgia fatte insieme, scaturite dalla vita, quella messa da parte? La teologia avrà qualcosa da dire solo se questo ‘qualcosa’ non si limita alla sfera del sacro come realtà separata dalla vita, ma sarà in grado di riconoscere la presenza di Dio e il suo agire proprio nella vita, coinvolto con essa nel quotidiano delle vicende delle donne e degli uomini di oggi.

È questa teologia, nel cono di luce della gente, che papa Francesco ci invita ad attuare. Non come un vezzo dogmatico, ma quale doveroso sviluppo del mistero della Chiesa come popolo di Dio ridisegnato dal concilio: «Essere chiesa significa essere popolo di Dio, in accordo con il grande progetto d’amore del Padre. Questo implica essere il fermento di Dio in mezzo all’umanità. Vuol dire annunciare e portare la salvezza di Dio in questo nostro mondo, che spesso si perde, che ha bisogno di avere risposte che incoraggino, che diano speranza, che diano nuovo vigore nel cammino. La chiesa dev’essere il luogo della misericordia gratuita, dove tutti possano sentirsi accolti, amati, perdonati e incoraggiati a vivere secondo la vita buona del vangelo» (EG 114).

Nel documento conciliare sulla Chiesa (LG 12) l’esperienza primaria che fa colui che crede, il sentire Dio nella sua vita, detto il sensus fidei, va vissuto comunitariamente nella forma di un consenso, con-sensus fidei, e partecipazione di tutti a ciò che è di tutti, il credere, sperare ed amare dove ciascuno mette a disposizione degli altri i propri carismi/doni. Il senso della fede di ciascuno è chiamato ad andare verso l’altro, a ricongiungersi per intrecciarsi al senso della fede di un popolo. Il popolo di Dio diventa così la forma principale e visibile della comunione e segno prognostico della famiglia umana.

Da “pensoso palpito” – dall’ascolto del cuore, dal suo essere scosso, dal suo vibrare come un tremito per la vita, questo ci fa intuire l’etimologia del “palpitare pensando” – deve anche scaturire la teologia: ed io resto ammirato quando essa sa parlare come la poesia; ma sono doppiamente commosso dalla poesia che parla, anche senza saperlo, proprio come la teologia:

Ora che già sconvolta scorre notte,
E quanto un uomo può patire imparo;
Ora ora, mentre schiavo
Il mondo d’abissale pena soffoca;
Ora che insopportabile il tormento
Si sfrena tra i fratelli in ira a morte;
Ora che osano dire
Le mie blasfeme labbra:
«Cristo, pensoso palpito,
Perché la Tua bontà
S’è tanto allontanata?»…
Fa piaga nel Tuo cuore
La somma del dolore
Che va spargendo sulla terra l’uomo;
Il Tuo cuore è la sede appassionata
Dell’amore non vano.
Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello che t’immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l’uomo,
Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi,
D’un pianto solo mio non piango più,
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri.

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

PRESTO DI MATTINA
Una nuova teologia

 

È possibile anche oggi una nuova teologia? Come quella che animò il Concilio Vaticano II, sulla scia di quel movimento di teologi, detto appunto “Nouvelle Theologie” che tra fine ’800 e inizio ’900 intesero riformare la teologia cattolica, che aveva confinato la parola “esperienza” dal suo vocabolario, dimentica pure del valore della soggettività umana e che, a forza di parlare di Dio usando l’intelletto, aveva scordato (ex-corde) il cuore, dimenticando che il Dio rivelato nella storia è come un fuoco che arde senza consumare? E che in questa storia Dio ha voluto soffrire una passione di amore? «Fuoco. Dio d’Abramo, Dio d’Isacco, Dio di Giacobbe. Non dei filosofi e dei dotti… Dio di Gesù Cristo», era per l’appunto il testo che Blaise Pascal teneva cucito nella tasca interna della sua giacca.

Questa nuova teologia nacque dalla constatazione dell’estraneità di un linguaggio teologico, irrigidito in categorie che non avevano alcun afflato spirituale, che non nutrivano più la fede nella vita di ogni giorno. La fede restava prigioniera in un’analisi razionale, confinata in un atto intellettuale, sino a permearsi dello stesso razionalismo che intendeva combattere. Tutto ciò causò un lento processo di cristallizzazione dell’esperienza cristiana in asserzioni dottrinali, che favorì il diffondersi di una teologia manualistica, chiusa alla ricerca e al dialogo con il mondo.

E oggi?

Questa domanda è affiorata in me leggendo alcuni testi del teologo domenicano Jean-Pierre Jossua, recentemente scomparso. Era legato alla scuola della “Nouvelle Teologie”, discepolo filiale di Yves Congar, per molti anni docente nell’ateneo parigino dei Gesuiti del Centre Sèvres. In particolare egli dedicò la sua vita a sviluppare una “teologia letteraria”, convinto com’era dell’importanza della letteratura per capire il cristianesimo, anche da parte di chi non crede. Nel 1985 pubblicò una Histoire religieuse de l’expérience littéraire in quattro volumi; due saggi in italiano: La passione dell’Infinito nella letteratura e La letteratura e l’inquietudine dell’assoluto. Come a dire che l’inquietudine della scrittura umana e letteraria genera risonanze nell’assoluto indicibile e nell’intraducibile sua parola e l’oltre eccedente ed infinito della sua manifestazione prende forma nell’incompiutezza delle parole umane.

Per padre Jossua la teologia è invitata a riprendere così una “sacra conversazione” con i poeti, con gli artisti; un conversare che si traduce in un convenire e dire insieme. Sono donne e uomini di confine che scavano pozzi profondi nell’umano, e anche quando non trovano una sorgente, quel vuoto, quel profondo buio che li lascia a mani vuote, desolati e ciechi, resta nondimeno presentimento di un ‘altrove’, di un oltre, del suo passaggio, residuo, di presenza, ombra della luce, orma sulla spiaggia che ogni volta l’onda cancella.

Il re Davide, poeta del salterio così canta nel salmo 139 (138): «Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo, intendi da lontano i miei pensieri. La mia parola non è ancora sulla lingua ed ecco, Signore, già la conosci tutta. Se dico: “Almeno le tenebre mi avvolgano e la luce intorno a me sia notte”, nemmeno le tenebre per te sono tenebre e la notte è luminosa come il giorno; per te le tenebre sono come luce». Con la loro arte di colore e di parole, scrittori e artisti occultano per rivelare e manifestano per celare di nuovo, nascondono nell’immanenza delle cose, anche quella più povera di segni, la più ermetica e arida di parole, uno scarto di trascendenza, anche solo il dolore per la sua assenza. Invocazione e rassegnazione, attesa e incontro si rincorrono in un doloroso grido: “l’altro era qui e ora non c’è più; l’altro mi manca”. Ma non è pure questa l’esperienza dei mistici e la loro cifra letteraria?

Così anche quel ‘suscitatore delle cose’ che è stato Francis Ponge con il suo testo Partito preso per le cose, egli, nella muta pietra, nei ciottoli, in un ostrica o in una porta chiusa, nella superfice del pane – «come se si avesse a disposizione, sotto mano, le Alpi, il Tauro o la Cordigliera delle Ande» – ha fatto riemergere da ogni cosa ciò che di essa abbiamo dimenticato: “nella varietà delle cose, l’allegria della materia”, quella che se si resta alla superfice, sfiorando la corporeità solo con il tatto, senza l’affezione del cuore, non si riesce a cogliere, cosicché le parole stesse delle cose si ritraggono, nascondendo l’anima e ritornano così insignificanti, incomunicabili e impenetrabili nel profondo di loro stesse.

Ponge mi ha fatto ricordare un piccolo libro di Karl Rahner che titola Cose di ogni giorno, come pure un testo del suo amico di Pierre Charles: «La terra è la sola via che può condurre al cielo. E la terra non è un’idea, un ragionamento, un’astrazione o un concetto. Non è neppure una legge. Essa è una cosa, una cosa enorme, una massa di cose, le une sulle altre frammiste e brulicanti; essa è un universo. Se è vero che le cose devono condurci a Dio, vuol dire che esse possiedono tutto ciò che occorre per assolvere degnamente questo compito […] Pregare sempre non è astrarsi continuamente da tutto ciò che ci circonda. […] Per metterci sulla traccia di Dio, noi non dobbiamo lasciare la terra».

Non va perduto in letteratura né il piccolo segno dell’apice o dello iota posto accanto alle lettere – come segni minimi di risonanze evangeliche – ma neppure un respiro, che anela a ciò che è oltre. Fuoco è l’immaginazione che accende e fa ardere la scrittura: parole e segni l’alimentano; dalla fiamma figure sempre differenti e nuove affiorano, il tempo di un attimo per fissarle. Ed è dal suo continuo fiammeggiare che iniziano le storie. Così anche l’immaginazione si incammina oltre la fiamma che ha suscitato, sino a che, da fiamma a fiamma, si espande accanto o un po’ più in là. E sempre oltre vanno i passi di colui che guarda; finché anche il testo s’illumina d’immenso, come oltre la siepe dell’ermo colle, così caro, a scandagliare quell’oceano senza sponde: l’infinito nel finito.

Ha scritto Jean-Pierre Jossua «I poeti illustrano più di chiunque altro quel movimento di trascendenza che attraversa gran parte della letteratura moderna, così poco religiosa nel suo insieme. Ciò che li caratterizza e che hanno in comune è un grande interesse per i loro scambi vicendevoli, soprattutto attraverso le loro opere: una tendenza a comunicare con i loro fratelli in poesia, vivi o morti, come se si cercassero degli “intercessori”, per riprendere un termine che Baudelaire applica a Poe. Tutti citano, studiano, traducono, tentano di far conoscere i loro contemporanei o i loro predecessori. Esattamente come accade anche nelle altre arti, ma con più costanza e in un certo senso con più inquietudine. Perché? E perché bisogna che siano di nuovo termini religiosi, oltre a “intercessore”, a venire in mente per definire queste relazioni: una “sacra conversatio”, o ancora un “corpo mistico” dei poeti, una “comunione” tra loro, come si parla della “comunione dei santi”? Ogni letteratura nasce da uno scarto. E il linguaggio poetico si allontana singolarmente da quello della nostra vita corrente, nella misura di quell’ “assenza” della “vera vita” cui tende la poesia». Egli ricordava anche lo stretto rapporto esistente tra lo scrivere e il vivere, perché la scrittura accresce l’intensità del vivere, risvegliando l’attenzione. Per questo la letteratura può diventare il luogo dell’incontro con Dio, quasi un sacramento che rimanda all’oltre che essa nasconde. (La letteratura e l’inquietudine dell’assoluto, Reggio Emilia 2005, 74 e 22).

Così la teologia, per nascere di nuovo, deve ritornare ad essere in sinergia con tutto ciò che è umano e prima di tutto con il linguaggio. Cruciale diventa così per padre Jossua il problema del linguaggio: non solo come strumento espressivo, di comunicazione, ma inteso quale luogo in cui prendere coscienza di sé e del mondo. Nessuna teologia a impianto speculativo sarà mai capace di esprimere la forza creatrice propria della letteratura; senza la forza evocativa delle immagini, delle metafore e del linguaggio poetico, non è dicibile la prossimità e al tempo stesso la distanza dell’assoluto.

Ci potrà essere allora una nuova teologia solo riscoprendo la fides come affectus cordis. Affidabile è colui che condivide il tuo destino, che si fa prossimo, così vicino da sentirne il soffio leggero del respiro mentre ti cammina accanto. Nella Genesi questa “affezione del cuore”, che è affidabile perché si consegna a te, non trova forse corrispondenza simbolica nel soffio con cui Dio dà vita al corpo terroso e inanimato di Adamo? Lo stesso soffio narrato nella visione di Ezechiele che fa rivivere una distessa sterminata di ossa inaridite? Quante parole della nostra teologia, delle nostre catechesi e omelie sono come queste ossa. «Il Signore mi disse: “Figlio d’uomo, queste ossa potrebbero rivivere?” E io risposi: “Signore, Dio, tu lo sai”. Egli mi disse: «Profetizza su queste ossa, e dì loro: “Ossa secche, ascoltate la parola del Signore!” Così dice il Signore, Dio, a queste ossa: “Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e voi rivivrete; metterò su di voi dei muscoli, farò nascere su di voi della carne, vi coprirò di pelle, metterò in voi lo spirito, e rivivrete; e conoscerete che io sono il Signore”», (Ez 37, 3-6). Con l’immaginazione generata dall’ “affectus cordis”, Dio ritorna ad essere pervasivo, desiderabile nelle fibre di ogni cosa. Agostino ricorda che Dio si dovrebbe sentire come si sente il profumo di un fiore. Ci sarà nuova teologia nel momento in cui si saprà superare il pregiudizio che il concetto sia necessariamente più preciso dell’immagine. Diceva Newman ne La grammatica dell’assenso, «Di solito il cuore non è raggiunto attraverso la ragione ma attraverso l’immaginazione mediante dirette impressioni la testimonianza dei fatti le vocazione storica le narrazioni», (56-57).

Karl Rahner fu insieme a Joseph Ratzinger e ad altri teologi il gruppo di esperti che accompagnarono i vescovi tedeschi all’assise conciliare. Con i suoi saggi teologici riuscì a ricondurre ad una interpretazione unitaria gli stili teologici del Novecento, inclusa la neoscolastica, ed aprì prospettive nuove di riflessione alla teologia e alla pastorale. Egli esortava a riscoprire come fanno i poeti e i mistici quelle parole originarie, che sono tali perché aperte a un altrove: «Forse la teologia viva di domani sarà meno “scientifica” e la letteratura religiosa sarà molto teologica perché di nuovo, con onestà e radicalmente, torneranno a porre le questioni ultime in gioco nell’esistenza. Non dovremmo domandarci una buona volta dove sono mai i bei tempi nei quali i grandi teologi erano anche poeti e componevano inni? Quando potevano scrivere come un Ignazio di Antiochia o poetare come Metodio d’Olimpo o aprire il loro animo in inni come Adamo di San Vittore, Bonaventura e Tommaso D’Aquino? Dove sono finiti quei tempi? E la teologia è forse divenuta più sublime, perché oggi i teologi scrivono in prosa?», (Società umana e Chiesa di domani. Nuovi saggi, 1 Milano 1986, 482).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La confraternita del rosario

Pare che non ci sia nessuna remora ad esibire rosari al collo e medagliette di Maria ausiliatrice da parte dei giornalisti della Tv nazionale. È del tutto normale, sta nella libertà che ognuno ha d’acconciarsi, specie se fervente cattolico. Ciò significa che per il futuro vedremo giornalisti esibire in diretta televisiva cordigli e scapolari dei terz’ordini francescani e carmelitani, le icone delle loro appartenenze sociali, politiche e religiose, come forme di identità e coerenza, attraverso la testimonianza coraggiosa della propria fede e delle proprie convinzioni. Il sovranismo politico si accompagna al sovranismo delle proprie appartenenze. Attendiamo i Pastafariani con il colino in testa. Evidentemente non siamo un paese laico, siamo molto di più, un paese pluralista e multiculturale, dove ognuno è libero di esibire le insegne della propria tribù.
La fede come garanzia dell’autenticità delle proprie radici. I crocifissi con i Cristi sempre più agonizzanti e sanguinolenti da esporre come sulle barricate in tutti i luoghi pubblici dalle scuole agli ospedali, dalle dogane agli aeroporti. Non è l’avvento dell’oscurantismo, al contrario è l’apertura alla pluralità delle tradizioni, delle culture e delle sensibilità.
Presto in tv vedremo giornaliste in chador leggere le notizie, oltre ai quotidiani ragguagli sul verbo e sui viaggi del pontefice, avremo informazioni anche sul grande rabbinato di Israele e sull’Imam capo della comunità islamica, sulle chiese Avventiste, Metodiste e Ortodosse.
Sono i segni e le loro significazioni che storicamente fanno la cultura dell’uomo e i segni, come la parola, sono i mediatori della comunicazione, che se passa per la televisione pubblica non è più privata, non riguarda più soltanto le identità personali, il proprio vissuto, riguarda la storia di tutti.
La corona del rosario si accompagna alla preghiera a carattere litanico, alle Confraternite del Santo Rosario istituite dall’ordine dei frati predicatori per via che la Madonna apparve al loro fondatore, raccontano, san Domenico, facendogli dono del rosario. La vicenda è narrata dal ciclo di tutte le Madonne del rosario che si trovano raffigurate un po’ in tutte le chiese.
Siamo alla gratuita esibizione di un atto di culto, di una pratica devozionale, all’ostentazione della preghiera e del proprio bigottismo, che non c’entrano nulla con il lavoro e la deontologia professionale di un giornalista del servizio pubblico.
Se il crocifisso viene rivendicato come simbolo delle pretese radici cristiane, la corona del rosario proprio con le radici non c’entra nulla, per di più consacrata come pratica devota da Pio V all’indomani del Concilio di Trento, con un afrore di controriforma.
Viene il sospetto che tra il capo della Lega, che da un lato impugna vangeli, bacia rosari e invoca madonne e dall’altro la televisione pubblica che espone rosari al collo di giornaliste folgorate sulla via di Damasco, si sia volutamente scelto di sponsorizzare l’integralismo cattolico, le sagrestie devotamente votate a recuperare il terreno perduto, una sorta di risarcimento alla tradizione apostolica e romana.
A noi non piace la prepotenza dei vangeli che invece di porgere l’altra guancia impongono robustamente la loro buona novella. La questione degli dei, anche se ostentata da crocifissi e corone del rosario, resta primitiva, mitologica, offensiva per ogni mente razionale e soprattutto umiliante per le intelligenze che non accettano di essere abbindolate dai pifferai magici delle teologie.
Una caduta di stile, uno scivolone nel becero che anche i chierici più proni alla Conferenza episcopale italiana dovrebbero avere il buon gusto di evitare.
Il rispetto della dignità delle persone passa innanzitutto nel tenere per sé superstizioni e scaramanzie, evitare di ostentare croci come gobbi e cornetti rossi, in un carnevale di paccottiglie religiose come una sorta di sfida, di urto in faccia a chi osa non credere o non condivide la tua stessa fede.
Di fronte allo zelo religioso uno spirito laico prova disagio per la mortificazione della libertà personale che rappresenta, per l’angustia di pensiero che l’accompagna, tuttavia è volterrianamente disposto a dare la propria vita purché a ciascuno sia garantito il diritto di esprimersi.
La televisione pubblica è un’altra cosa. La condizione di utenti che pagano una tassa per avere un servizio pubblico non ammette né deroghe né scivoloni, perché in questo caso il carattere di “pubblico” del servizio pagato con i soldi dei cittadini viene meno e quei soldi si traducono nei proventi di un furto perpetrato a danno di chi è costretto a pagare una tassa per consentire propagande di parte, oltre il disegno di subliminali messaggi di superstizione e di ignoranza.
Evidentemente la commissione di vigilanza della Rai per la laicità del servizio pubblico ha una sensibilità come la pelle degli elefanti, e nessuno dei suoi componenti, a partire dai pentastellati novelli vessilliferi del cambiamento, è in grado di accorgersi di quanto strida e sappia di villania quella corona, ridotta a monile, al collo di una dipendente dell’azienda, tanto anche questi sono imbevuti di superstizioni e di cattolicesimo d’accatto, a partire dal loro capo politico devoto di san Gennaro e del culto del suo sangue.

La Chiesa nella contemporaneità fra dottrina e misericordia

Domenica 4 marzo la teologa Serena Noceti, ospite delle monache clarisse del monastero del Corpus Domini in città, ha parlato a preti e laici. ‘Quali desideri per quale Chiesa’ è stato il titolo della sua relazione e ad ascoltarla c’era anche l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Gian Carlo Perego.

Una teologa, donna, che parla anche a un vescovo, il quale ascolta e prende appunti senza scomporsi nemmeno su aperture come il diaconato al femminile, il sacerdozio alle donne e agli sposati.
Un’aria nuova è sembrata soffiare, in un monastero di monache, durante una riflessione teologica serena, rigorosa e lontana da irrigidimenti apologetici.
Desideri per una Chiesa che la teologa fiorentina ha elencato in una riflessione linearmente e solidamente ancorata alle traiettorie aperte dal Concilio Vaticano II, le quali trovano esplicita confluenza nel magistero e nello stile ecclesiale di papa Francesco.

Il giorno successivo, alla libreria Ibs-Libraccio, lo storico e teologo ferrarese Massimo Faggioli – che dal 2008 studia e insegna negli Stati Uniti – ha presentato il suo ultimo libro: ‘Cattolicesimo nazionalismo cosmopolitismo. Chiesa, società e politica dal Vaticano II a papa Francesco’.

Da un lato, la relazione di Serena Noceti ha sviluppato un itinerario ecclesiologico e pastorale coerentemente innervato sulla teologia del Vaticano II, per una Chiesa cattolica che si riabbevera alle sorgenti bibliche depurandosi da secolari incrostazioni di teologia scolastica e che riscopre la propria natura comunitaria e carismatica a partire dall’economia sacramentale. Una Chiesa che, proprio in questo tornante, volta pagina rispetto alla linea teologica che usualmente va dal concilio di Trento fino al XX secolo inoltrato. Teologia che ne ha plasmato la struttura e l’organizzazione fondamentalmente gerarchica e societaria, nella sua attenzione principalmente alla struttura e costantinianamente protesa a un difficile e problematico rapporto storico fra trono e altare, con lo sguardo essenzialmente rivolto alla riedificazione della societas perfecta mitizzata nella cristianità medievale, nella quale anche il potere secolare (questa almeno la pretesa) era legittimato da quello sacrale.
Dall’altro lato, il libro di Faggioli: sintesi di un ventennio di scavo storico e teologico che s’innesta, problematizzandola, sulla linearità della prospettiva conciliare.
Leggendo il contesto statunitense come paradigma odierno della Chiesa e del cattolicesimo occidentali, emerge che in realtà non c’è un’unica e condivisa narrativa del concilio Vaticano II, né del postconcilio.
In particolare, occorre fare storicamente i conti con un cattolicesimo che da decenni sta operando una regressione in senso identitario, oppositivo, neointransigente, che va da un’interpretazione in senso esclusivo (opposto a inclusivo) dei documenti del Vaticano II, fino a un loro esplicito rifiuto.
Il “problema americano di papa Francesco”, come lo chiama Faggioli, quello di un’identità religiosa che trova un terreno di sutura nel modello sociologico statunitense di “religione civile” (teorizzata da Robert Bellah), indicando appunto in una cultura un elemento privilegiato di identificazione, sono solo alcuni esempi. Qui sono puntuali i riferimenti ai due testi maggiormente citati del Vaticano II: ‘Gaudium et Spes’ e ‘Dignitatis Humanae’.

Se è vero che il mondo è diverso da quello degli anni Sessanta dei padri conciliari, è altrettanto vero che il Vaticano II è da intendersi come evento oltre che come corpus testuale. Dunque è anche come dinamica innescata che gli studiosi dicono di cogliere il concilio, laddove rivisita il rapporto non più fra la Chiesa ‘e’ ma la Chiesa ‘nella’ contemporaneità: come rapporto inclusivo, cioè, con la cultura intesa al plurale (le culture), senza più una relazione privilegiata (identificativa) con una di esse.
E così accade con il decreto sulla libertà religiosa, declinata sempre più come riconoscimento dei diritti di una religione che si identifica con un recinto culturale, a scapito delle altre.

Non c’è dubbio che fra i motivi epocali di questa accelerazione c’è lo spartiacque dell’11 settembre 2001, con tutta la portata drammatica di una religione che presenta anche il volto di cocaina dei popoli.
Un contesto globale, poi, di crisi di legittimazione dei sistemi democratici e di una politica ridotta a biopolitica (sessualità, aborto, i valori non negoziabili), distolta dall’attenzione sulla letale erosione di welfare e sistemi di protezione sociale. L’impotenza, cioè, della politica assediata da una globalizzazione ben descritta dal ‘paradigma tecnocratico’ di cui parla papa Bergoglio nella sua ‘Evangelii Gaudium’, che anziché tradursi nella nuova frontiera del benessere produce colossali inequità e la continuità di una “guerra mondiale combattuta a pezzi”.

E’ a partire da una visione storica decisamente più pessimista che nel postconcilio si fa strada una rilettura del Vaticano II, che trova spazio durante i pontificati di Giovanni Paolo II (l’accentuazione più muscolare e movimentista della Chiesa, come nel suo famoso discorso a Loreto nel 1984) e di Benedetto XVI (a una visione teologica e storica meno ottimista, la Chiesa sente di rispondere ribilanciando il rapporto fede-storia sul lato di una rigidità dottrinale, rigorosa, ortodossa, unitaria e perciò più riconoscibile).
Da qui l’esigenza di rileggere il Vaticano II all’insegna della continuità con la lunga tradizione del magistero, mettendo il silenziatore a ogni ermeneutica della discontinuità, del ‘balzo innanzi’, della novità, proprio perché rinunciare a una precisa e chiara visibilità e purezza identitaria, rischia di essere un atteggiamento ingenuamente disarmato e imprudente, rispetto a un mondo che avanza a larghe falcate con il passo della secolarizzazione.

Proprio l’eccesso di ottimismo è stato spesso imputato al Vaticano II, responsabile con la sua ansia di dialogo dell’indebolimento dottrinale della Chiesa e del rischio di irrilevanza della sua missione evangelizzatrice. In fondo è questo che fino a poco tempo fa intendeva Luigi Negri come vescovo di Ferrara, parlando del pericolo del dossettismo.
Di fatto, lungo questa traiettoria si sono innestate e stratificate – anche oltre le volontà dei due pontefici precedenti – tali ermeneutiche conciliari, postconciliari e anche anticonciliari. Narrazioni in senso conservatore ed ecclesialmente esclusive (meglio pochi ma buoni), riesumando un concetto di tradizione – anche al prezzo di evidenti forzature sul piano storico – nel segno di una imperturbabile continuità e sublimando l’autocoscienza di un cattolicesimo di minoranza nella società secolare da rilanciare in una nuova evangelizzazione, non senza forti accenti fondamentalisti (come scrivono Antonio Spadaro e Marcello Figueroa sul quaderno 4010/2017 de ‘La Civiltà Cattolica’) e da “culture war”.

Una sorta di agenda della Chiesa cattolica in un tempo di crisi delle democrazie (non più legittimate dall’alto e ora anche dal basso, con urne e cabine elettorali che si svuotano), cui si sommano i timori di una crisi della religione dai banchi sempre più vuoti.
Questo è il senso epocale di una sfida, innanzitutto dentro la Chiesa cattolica, di fronte alla quale occorrerà capire se il pontificato di Bergoglio, con la sua rivoluzione inclusiva della tenerezza e della misericordia, è destinato a essere una parentesi oppure l’impronta di un senso di marcia.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi