Tag: teologia della liberazione

PRESTO DI MATTINA
Aparecida: lo stile di papa Francesco

 

Salvata dalle acque, dal fondo fangoso di un fiume nella valle del Paraiba, a metà strada tra la città di Sao Paulo e la città di Sao Sebastiao (Rio de Janeiro), riemerse una statuetta in terracotta della Vergine Maria. Era il 17 ottobre del 1717. Ritrovata da tre pescatori, Domingos Garcia, Joao Alves e Filipe Pedroso, misurava appena 39 centimetri ed era annerita dal fango del fiume: le fu dato il nome di Aparecida.

Una storia, quella del ritrovamento, a dir poco evangelica. Quei pescatori erano usciti per la pesca, ma dopo aver gettato le reti per un’intera notte, non avevano preso nulla. Invocarono così Maria e, anziché pesce, la rete riportò alla superfice il corpo di una statuetta della Vergine della Concezione. Con grande meraviglia gettarono nuovamente la rete, ma ancora, impigliata tra le maglie, apparve una piccola testa raffigurante il volto della Vergine. Pieni di gioia si fecero coraggio e gettarono le reti una terza volta. Così accadde, come sul lago di Galilea ai pescatori divenuti poi discepoli missionari. La pesca fu abbondante: una grazia della Madre di Dio, che è madre del popolo brasiliano, pensarono quei pescatori.

Che cosa fece sì che questa devozione per l’Aparecida, nata dalla fede di semplici popolani, pescatori di un villaggio sperduto, diventasse continentale, in uno dei più grandi santuari mariani del mondo? Nel 1850, nonostante già da vent’anni fosse stata abolita la schiavitù in Brasile e una nuova legge avesse vietato definitivamente il commercio internazionale, questo continuò in ambito interprovinciale, convogliando gli schiavi dagli zuccherifici del nord-est oramai in declino e dalle miniere d’oro esaurite verso le piantagioni di caffe nelle fiorenti aziende nella regione del Paraibà. Il tutto senza che per gli schiavi, afflitti da un durissimo e opprimente regime lavorativo, cambiasse nulla.

Si narra che proprio in quel periodo uno schiavo, che era fuggito, venne catturato e nuovamente incatenato per essere riportato alla fazenda del suo padrone. Quando lo schiavo fuggito e incatenato chiese di pregare un momento davanti alla cappella e alla statua della Vergine Aparecida, tra la meraviglia dei presenti, gli caddero le catene dai polsi.

Fu attraverso queste narrazioni diffuse rapidamente tra la gente che la Vergine Maria, Nossa Senhora da Conceição Aparecida, cominciò a essere associata alla denuncia della miserevole sorte degli schiavi e alla compassione verso di loro, che rappresentavano più della metà della popolazione.

E si narra pure di un’altra statuetta di Maria, trovata da un meticcio ai margini della foresta amazzonica, che gli fu tolta e portata nella cappella del palazzo del governatore; ma là non volle restare e misteriosamente ritornò nella piccola capanna che gli aveva costruito quell’indios di nome Placido. Agli occhi dei poveri, degli umiliati, degli sfruttati, allo sguardo del popolo, la Madre di Dio preferiva rimanere nel luogo dei piccoli e non in quello dei potenti, sceglieva la popolazione indigena e meticcia decimata e sfruttata del bacino amazzonico o nella società schiavista di allora. Si metteva dalla parte degli schiavi incatenati, invitando i cristiani ad impegnarsi per il loro riscatto e a lottare per la dignità di ogni persona fondata sulla libertà dei figli e delle figlie di Dio.

Tutti questi racconti di liberazione, passati di bocca in bocca, nutrirono la pietà popolare e suscitarono un esondante, perdurante affetto e fiducia per Nostra Signora Aparecida. Avvertita, anche lei, dalla parte del popolo; compromisa, come il figlio, con il destino degli ultimi; unita a quella opzione preferenziale per i poveri, che caratterizzò la missione di Gesù e che i Padri conciliari al Concilio vaticano II, affidarono anche alla chiesa: «Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa e chiamata a prendere la stessa via. Gesù Cristo “che era di condizione divina spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo” (Fil 2,6-7) e per noi “da ricco che era si fece povero” (2 Cor 8,9): così anche la Chiesa, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione. [Essa] riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo», (LG 8).

Quando Benedetto XVI decise di convocare la V Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano nel maggio 2007, presso l’imponente e sempre affollato santuario di Aparecida, se ne accrebbe la fama, non solo nella chiesa latinoamericana, ma anche di quella universale. «Discepoli e missionari di Gesù Cristo perché i nostri popoli abbiano vita in Lui» fu il tema di quell’assemblea sinodale.

Seppur contrassegnato dalle tensioni scaturite dalla contrapposizione delle prospettive che si confrontarono per ridefinire tanto la figura del discepolo missionario e di ogni battezzato come soggetto di evangelizzazione, quanto per riaffermare la centralità di Cristo e la sua opzione preferenziale per i poveri, fugando così il timore di alcuni di oscurare la centralità di Cristo tramite tale accentuazione. Così se ne riaffermò il loro essere testimonianza e presenza del Cristo stesso: «I volti sofferenti dei poveri» sono «il volto» sofferente «del Signore… L’opzione preferenziale per i poveri ci spinge, come discepoli e missionari di Gesù, a cercare vie nuove e creative per dare risposte alla realtà mutevole della povertà», (AP 393; 409).

Pur nelle diverse interpretazioni che caratterizzarono e seguirono quell’evento, i vescovi riuniti in assemblea si sentirono “sorpresi dallo Spirito” – come a Pentecoste – e coinvolti in una esperienza mistico-spirituale. Tutti furono concordi nell’affermare di aver vissuto un’intensa esperienza di chiesa, nella forma di una sinodalità aperta alla gente convenuta ad Aparecida. In quel continuo pellegrinaggio che andava e veniva si sentirono accompagnati in quell’esercizio di fraternità, immersi in un cammino di fede e di pietà con tutto il popolo, che con la sua presenza e preghiera si era stretto attorno a loro per chiedere discernimento nella ricerca di vie nuove di missione non solo continentale, ma mondiale.

Un’esperienza completamente diversa da quella che caratterizzò la IV Conferenza tenuta a santo Domingo nel 1992, quando l’incontro dell’episcopato latinoamericano si svolse in un ambiente appartato e isolato dal popolo, nonché ‘vigilato’ dall’alto. Ad Aparecida le cose andarono diversamente ed i vescovi riconobbero con umiltà, riaffermandolo nel documento finale, che quel popolo dei pellegrini li aveva toccati ed evangelizzati: «Ci siamo sentiti accompagnati dalla preghiera del nostro popolo credente, pastori e fedeli della chiesa di Dio in Aparecida e dalla moltitudine di pellegrini da tutto il Brasile, nonché dagli altri paesi dell’America, arrivati al santuario; essi ci hanno edificato ed evangelizzato (AP, 3).

Non solo. Ad Aparecida i vescovi latino-americani riaffermarono l’importanza delle comunità di base quali cellule germinali, insieme alle piccole comunità, nella strutturazione ecclesiale e quali punti focali per la crescita della fede e per evangelizzazione. Essi vollero riprendere così l’eredità e il metodo di Medellín (1968), la conferenza da cui iniziò la recezione del Concilio vaticano II in America Latina, motivando così la loro scelta: «questo documento fa uso del metodo “vedere, giudicare ed agire”. Questo metodo ha collaborato a che noi vivessimo più intensamente la nostra vocazione e missione nella Chiesa: ha arricchito il nostro lavoro teologico e pastorale, e, in generale, ci ha motivati ad assumere le nostre responsabilità di fronte alle situazioni concrete del nostro continente» (AP 19)

Anche per questo, nel 1974, Paolo VI con l’enciclica Evangelii Nuntiandi, accolse proposte e orientamenti pastorali della chiesa latino-amaricana riunita a Medellin, trasformandoli in contributi e orientamenti per la Chiesa intera. In modo particolare furono recepite le insistenze sulla liberazione e sul legame tra evangelizzazione e promozione umana, tra sviluppo e liberazione.

Ricordando il vibrante appello dei vescovi del Terzo mondo, eco delle voci dei loro popoli in lotta per superare tutto ciò che li condanna a restare ai margini della vita, Paolo VI fece proprie le loro parole: «La Chiesa ha il dovere di annunziare la liberazione di milioni di esseri umani, essendo molti di essi figli suoi; il dovere di aiutare questa liberazione a nascere, di testimoniare per essa, di fare sì che sia totale. Tutto ciò non è estraneo all’evangelizzazione. Tra evangelizzazione e promozione umana – sviluppo, liberazione – ci sono infatti dei legami profondi… È impossibile accettare che nell’evangelizzazione si possa o si debba trascurare l’importanza dei problemi che riguardano la giustizia, la liberazione, lo sviluppo e la pace nel mondo. Sarebbe dimenticare la lezione che ci viene dal Vangelo», (EN 30-31).

Perché ho ricordato Aparecida? Perché in essa si innesta e ha preso forma il ministero pastorale di papa Francesco. Aparecida è un passaggio obbligato per comprendere il suo stile pastorale e la sua riflessione teologica. È il punto di arrivo del suo episcopato brasiliano, ma anche un nuovo punto di partenza, snodo fondamentale, passante di valico attraverso cui il vissuto profetico ecclesiale e missionario di una chiesa particolare diviene patrimonio offerto a tutte le chiese per rilanciare il concilio e far ripartire i processi di riforma rimasti ancora inespressi e incompiuti nell’unica chiesa di Cristo.

Ad Aparecida, il 15 maggio 2007, i vescovi scelsero Bergoglio – allora vescovo di Buenos Aires – come presidente della commissione responsabile della redazione del documento finale. Molti si sentirono motivati per il suo linguaggio suggestivo, pieno di speranza, deciso e rispettoso ad un tempo nel ‘compartir’ come un pane la gioia del vangelo. Il suo invito ed impegno ad Aparecida fu quello di “evitare una Chiesa autoreferenziale” e lavorare “per una Chiesa che arrivi a tutte le periferie umane”. Era l’inizio di un processo di riforma proposto a chiese regionali situate ai confini del mondo, per divenire grazia e proposta che sarebbe rimbalzata nella chiesa universale da quel giorno in cui Jorge Bergoglio, “venuto dalla fine del mondo”, divenne papa Francesco: era il 13 marzo 2013.

Significativo risulta allora un passaggio dell’omelia che Bergoglio tenne, alla celebrazione conclusiva ad Aparecida il 16 maggio 2007, come un seme che conteneva già in germe gli sviluppi futuri: «Lo Spirito proietta la Chiesa verso le periferie, non solo le periferie geografiche del mondo conosciuto della cultura, ma le periferie esistenziali. Lo Spirito ci guida, ci conduce sulla strada verso ogni periferia umana: quella della non conoscenza di Dio, dell’ingiustizia, del dolore, della solitudine, della mancanza di senso».

In un’intervista di pochi mesi dopo ricordava: «Il Papa, Benedetto XVI, ci ha dato indicazioni generali sui problemi dell’America Latina, e ha poi lasciato aperto il dialogo: fate voi! È stato grandissimo, questo, da parte del Papa… Il documento di Aparecida non finisce in se stesso, non chiude, non è l’ultimo passo, perché l’apertura finale è sulla sua missione. Per restare fedeli bisogna uscire. Questo è in fondo Aparecida, che è il cuore della missione».

Non si può non riconoscere da queste parole come Aparecida sia stata come un canovaccio e continui ad essere una bussola e l’ispirazione profonda del suo pontificato, la ‘camera’ fotografica, in cui si sono sviluppati poi i testi del vescovo di Roma, chiamato a presiedere alla comunione di tutte le chiese.

Il tema dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, «l’alegria de evangelizar», è stata sempre l’orizzonte del suo stile pastorale e della sua predicazione. Non a caso la parola gioia ricorre 61 volte nel documento di Aparecida e 85 in Evangelii Gaudium/ La alegría del Evangelio [Qui]. «La nostra gioia, dunque, ha le sue radici nell’amore del Padre, nella partecipazione al mistero pasquale di Gesù Cristo, il quale, per lo Spirito Santo, ci fa passare dalla morte alla vita, dalla tristezza alla gioia, dall’assurdo al profondo senso dell’esistenza, dallo sconforto alla speranza che non inganna. Conoscere Gesù Cristo, con la fede, è la nostra gioia; seguirlo è una grazia e trasmettere questo tesoro agli altri è un mandato che il Signore ci ha consegnato» (AP, 17-18).

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“SE SBAGLIO MI CORRIGERETE”
100 anni fa nasceva Karol Wojtyla, il Papa dei record

Il 18 maggio è stato ricordato il centenario della nascita di Karol Wojtyla (1920, Wadowice). Diventato papa nel 1978 dopo il brevissimo pontificato di Albino Luciani (33 giorni), gli storici dicono sia impossibile fare un bilancio definitivo di un pontificato durato 27 anni – il quarto per lunghezza nella storia della Chiesa (1978-2005) – e tanto complesso.
Per svariati motivi Giovanni Paolo II è stato il primo: il primo papa straniero dopo secoli, il primo per i viaggi compiuti (104), il primo a entrare in una chiesa luterana (a Roma nel 1983), a parlare a un’assemblea islamica (1985 a Casablanca), a entrare in una sinagoga (Roma, 1986). Dopo la sua morte (2005) è stato proclamato santo (2014) in tempi non usuali nella Chiesa per le canonizzazioni.

Il nome scelto e quel primo discorso da pontefice accesero subito entusiasmo e speranze. Fu papa Luciani a volersi chiamare Giovanni Paolo, ma non ebbe il tempo di dare corpo a un programma che avrebbe voluto svolgersi nel solco di Giovanni XXIII, che convocò il concilio Vaticano II, e Paolo VI, che lo condusse a termine nonostante le acque agitate di quella storica assemblea.
Subito destarono interesse quelle parole d’esordio: “Aprite le porte a Cristo, non abbiate paura” e “Se sbaglio mi corrigerete”. Un papa che dal balcone di San Pietro chiede di essere corretto? Nella sua prima enciclica Redemptor Hominis (1979) scrisse: “l’uomo è la via della Chiesa, con tutte le attese per una frase che non dice: la Chiesa è la via dell’uomo. E’ stato chiamato ‘l’atleta di Dio’ e ‘globetrotter’, per il vigore fisico con cui seppe dare nuovo appeal al papato che, unitamente all’innata vocazione di ‘bucare lo schermo’, trovò una speciale sintonia innanzitutto con il mondo giovanile, tanto da creare il fenomeno planetario dei papaboys.

Se si volesse tentare una lettura provvisoria del lungo pontificato di Karol Wojtyla, diversi osservatori sostengono che si è sviluppato lungo le due linee della Chiesa ad extra e ad intra. Se riscuote tuttora larghi consensi la prima, la seconda continua a ricevere critiche. Lo storico Alberto Melloni ha elencato Le cinque perle di Giovanni Paolo II (Mondadori 2011). Nel sinodo dei vescovi del 1985 definì il concilio Vaticano II la grazia più grande che la Chiesa abbia avuto nel XX secolo”, a dispetto delle voci insistenti che ne volevano un ridimensionamento.
L’anno seguente incontrò il rabbino ElioToaff nella sinagoga di Roma, dicendo che l’Antica alleanza è eterna e arrivando a chiamare gli ebrei “fratelli maggiori”. In quello stesso 1986 si tenne ad Assisi lo storico incontro di preghiera con i rappresentanti di tutte le religioni.

Fu l’espressione del suo impegno per la pace, ribadito nel 2003 con un appassionato appello contro la guerra in Iraq. Non meno dirompente fu, durante il Giubileo del 2000, la richiesta di perdono per le violenze e ingiustizie commesse nei secoli nel nome della fede. Cinque capitoli di quello che lo stesso Melloni ha definito “magistero dei gesti”, fino alla sofferenza degli ultimi giorni, mostrata come una testimonianza estrema offerta ai fedeli, che già il giorno dei funerali in una Piazza San Pietro stracolma lo volevano “santo subito”. Sofferenza come quella patita a seguito dell‘attentato di Ali Agca, il 13 maggio 1981, la cui mano non è stato mai chiarito del tutto da chi fosse stata armata, anche se diverse piste portano al cuore dell’impero sovietico, il cui crollo Karol Wojtyla era convinto che sarebbe avvenuto per l’inconsistenza delle false radici antropologiche che lo reggevano.

Ma se lo sguardo ad extra è connotato da queste energiche aperture, la serie di decisioni e provvedimenti presi all’interno della Chiesa (ad intra) continuano a rappresentare un contrasto stridente.
Gravida di conseguenze è stata la svista sulla Teologia della liberazione. Un aperto contrasto iniziato già dal gennaio 1979, quando a Puebla (Messico), durante la terza Conferenza generale dell’episcopato latino-americano, l’attacca frontalmente e, il marzo dello stesso anno, è ricevuto in udienza Oscar Arnulfo Romero, che realizza la profonda “incomprensione” di Roma per il suo ministero nella difficile situazione di El Salvador. Il 24 marzo dell’anno seguente l’arcivescovo Romero, mentre celebrava messa, cadde vittima di un attentato degli squadroni della morte.
Con tutta probabilità la biografia di Wojtyla – cresciuto negli orrori dei totalitarismi – ha giocato in maniera decisiva nella sua lettura della Teologia della liberazione. Si volle vedere i pericoli della contaminazione marxista (“un compromesso ideologico inaccettabile” disse in occasione della sua visita in Nicaragua nel marzo 1983), senza considerare che non non si può parlare “della”Teologia della liberazione al singolare, ma delle Teologie della liberazione. Un errore di valutazione che fu all’origine di una lunga sequenza di decisioni nei confronti dei teologi, come Leonardo Boff e Gustavo Gutierrez e criterio per le nomine dei vescovi latino-americani all’insegna della normalizzazione, come il card. Obando y Bravo, arcivescovo di Managua.

La scure disciplinare, con la partecipazione della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) guidata dal fedelissimo card. Joseph Ratzinger, non risparmiò la ricerca teologica in senso più ampio. Il tedesco Bernhard Haering, fra i più autorevoli teologi moralisti del post-concilio, e l’olandese Edward Schillebeekx, fra i grandi nomi della teologia del XX secolo, processato a Roma dalla CDF e mai pienamente riabilitato, sono fra i casi i più eclatanti, accaduti nel 1979 – neppure un anno dopo l’elezione di Giovanni Paolo II – e che inaugurarono una lunga serie di provvedimenti. Lo stesso don Luigi Sartori, fra i più importanti teologi italiani, fu privato (1989) della cattedra di Ecumenismo alla Pontifici Università Lateranense, per decisione della Congregazione dell’educazione cattolica.
Nell’aprile 1987 il comboniano Alex Zanotelli fu costretto a dimettersi dalla direzione del mensile Nigrizia e nel marzo 1989 cosa analoga successe a padre Eugenio Melandri per il mensile dei saveriani Missione Oggi. In entrambi i casi il tema sollevato fu la denuncia della gestione fatta dal governo italiano dei fondi destinati alla cooperazione e in ambedue le situazioni ci fu la mano del prefetto della Congregazione vaticana per l’Evangelizzazione dei Popoli, card. Josef Tomko.

Intanto cresce il malcontento del mondo teologico, che il 6 gennaio di quello stesso 1989 sfocia nella clamorosa Dichiarazione di Colonia, firmata da 163 teologi e teologhe di area tedesca. Contestarono il modo “scandaloso con cui Roma ignorava le richieste delle Chiese locali nella nomina dei vescovi.
Esemplare è ciò che successe all’Azione cattolica italiana (Aci), l’associazione che con Paolo VI fu protagonista, dalla Presidenza di Vittorio Bachelet, nella traduzione pastorale della conciliare scelta religiosa, che intendeva emancipare il laicato cattolico dalle secche del collateralismo politico.
L’inizio della svolta andò in scena tra il 9 e il 13 aprile 1985, quando a Loreto si svolse il II Convegno della Chiesa italiana dal titolo “Riconciliazione italiana e comunità degli uomini”. Con l’adesione del cinquantenne vescovo emiliano Camillo Ruini, l’intervento di papa Wojtyla smentì la linea di Anastasio Ballestrero, presidente della Conferenza episcopale italiana, e del cardinale di Milano Carlo Maria Martini, convinti di una linea ecclesiale a forte impronta conciliare. Il 26 giugno 1986 Ruini fu nominato da Giovanni Paolo II segretario della Cei e iniziò la sua ascesa di uomo forte dei vescovi italiani, fino al 2007. Nel mirino di Vaticano e Cei finì il presidente nazionale dell’Azione Cattolica, Alberto Monticone, contrastato all’interno dell’associazione da Dino Boffo, promosso a dirigere nel 1994 Avvenire, il quotidiano dei vescovi.

Si dice che durante il suo episcopato ferrarese (1982-1995), Luigi Maverna ricevesse periodicamente in palazzo vescovile Boffo e altri esponenti nazionali dell’Azione cattolica. Maverna fu assistente nazionale dell’Aci dal 1972 fino al 1976, quando Paolo VI lo nominò segretario generale della Cei. In quegli stessi anni si svolse in Italia la caldissima vicenda del referendum sul divorzio e il futuro arcivescovo di Ferrara si trovò a gestire la partita delicatissima della posizione dell’associazione che, in omaggio alla ‘scelta religiosa’, decise di esprimersi per la libertà di coscienza, anziché dare esplicite indicazioni di voto. Una decisione che non andò giù a molti vescovi italiani, e alla stessa Santa Sede e forse il conto salato di quello strappo nei confronti delle gerarchie fu presentato nella svolta che andò in scena al convegno di Loreto.
La normalizzazione dell’Aci proseguì con l’inaspettata nomina (1987) ad assistente nazionale di mons. Antonio Bianchin (sconosciuto assistente diocesano di Pisa del Movimento studenti) al posto di un incredulo Fiorino Tagliaferri (poi vescovo a Viterbo). L’annuncio venne dato dallo stesso Camillo Ruini durante un convegno nazionale alla Domus Mariae (Roma), di fronte alle dirigenze dell’Azione cattolica, spiazzate perché fu la prima volta che non fu rispettata la prassi consolidata, fino a Paolo VI, di consultare i vertici dell’Aci prima delle nuove nomine. A Loreto si celebrò, di fatto, il passaggio di consegne nel laicato italiano tra Azione cattolica e Comunione e Liberazione, il movimento fondato da Luigi Giussani che con Giovanni Paolo II trovò una naturale sintonia, per un cattolicesimo più muscolare e identitario, perciò ritenuto  maggiormente capace di incidere nella vita nazionale.

Sul piano dottrinale, il combinato disposto Wojtyla-Ratzinger-Curia romana, si è contraddistinto per una sistematica chiusura sui temi della morale sessuale, dell’omosessualità, della collegialità, della comunione ai divorziati, del sacerdozio e sul ruolo della donna nella Chiesa, con richiami costanti all’obbedienza. Nel 1992, con la lettera Communionis notio (1992), il card. Ratzinger dette un’interpretazione restrittiva del Vaticano II e della collegialità episcopale e l’anno seguente lo stesso Giovanni Paolo II, ampliando l’ambito dell’infallibilità papale definito nel 1870 dal concilio Vaticano I, affermò: “Rientrano nell’area delle verità che il magistero può proporre in modo definitivo quei principi di ragione che, anche se non sono contenuti nelle verità di fede, sono ad esse intimamente connessi”.
Risale al 23 agosto 1982, nonostante l’opposizione di molti vescovi spagnoli, l’istituzione della Prelatura personale di Santa Croce e Opus Dei.
Il 25 marzo 1995 nell’enciclica Evangelium vitae Wojtyla definì tirannici” i parlamenti che approvano leggi che consentono, in determinati casi, l’interruzione volontaria della gravidanza e nel 2000, con una Notificazione, Ratzinger prese di mira il teologo austriaco Reinhard Messner, obbligandolo all’abiura per avere sostenuto che in caso di conflitto è sempre la tradizione che deve essere corretta a partire dalla Scrittura, e non la Scrittura che deve essere interpretata alla luce di una tradizione successiva (o di una decisione magisteriale).

Si possono così comprendere le parole di Bartolomeo Sorge che su Aggiornamenti sociali (ottobre 2018) scrive: “Con l’elezione di papa Wojtyla si ebbe un lungo periodo di ‘normalizzazione‘, durante il quale la riforma della Chiesa ad intra, voluta dal concilio, di fatto fu tenuta in quarantena. Il problema è che su questo punto emerge, a distanza, tutta la debolezza di un’intera strategia. Se ad intra si assiste al sistematico congelamento del cammino riformatore intrapreso dal concilio, ne risente anche l’approccio ad extra, perché all’impostazione della mediazione culturale, del dialogo e della scelta religiosa di papa Montini, si è preferito puntare sulla presenza militante – muscolare (Wojtyla) o dogmaticamente sicura (Ratzinger) – della Chiesa come forza sociale, schierata a difesa dei principi immutabili, assoluti e, alla fine, non negoziabili, oppure su un astratto progetto culturale cristianamente ispirato (Ruini), nel vano tentativo di recuperare sul piano culturale l’egemonia che la Chiesa ha perduto su quello politico.

Con l’elezione di papa Francesco (2013) si è tornati a puntare sulla necessità di innescare processi, piuttosto che occupare spazi. Il problema è che il lungo periodo 1978-2013 (cioè i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI) è stato un potente modello formativo (dai seminari al laicato cattolico, compresi vescovi, Curia e collegio cardinalizio), che ha ottenuto venerazione, ammirazione e adulazione, anche se non l’auspicata primavera spirituale.
Il tempo breve, tutto sommato, del pontificato di Bergoglio è destinato a lasciare aperta la partita tutta interna alla Chiesa di come gestire la complessità degli opposti: dialogo e identità, innovazione e tradizione, verità e carità, lievito e conquista, scelta religiosa e presenza. Una combinazione degli opposti, che oggi nella Chiesa appare sempre più difficile da governare nel segno dell’unità e il modello del doppio binario wojtyliano non sembra più proponibile.

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