Tag: teoria gender

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Alla deriva del sapere

Il sapere non sta attraversando un buon momento. Gli apprendisti stregoni si moltiplicano. Quasi che il sapere anziché renderci liberi ci trasformi in vittime della sua tirannia.
Che il momento non sia favorevole al sapere, ci aveva già avvertito Tom Nichols con il suo ‘La conoscenza e i suoi nemici’, riecheggiando ‘La società aperta e i suoi nemici’ di Karl Popper. Perché ciò a cui si guarda con sospetto e con resistenza sono sempre i passi che si fanno verso il cambiamento, verso il futuro che ti porta via quello che avevi prima.
È lo stesso meccanismo del sapere che ti priva dell’ignoranza e, a volte, ti accorgi che sarebbe stato molto più comodo non sapere. Non possiamo più tornare alla presunta ingenuità e bellezza della società chiusa, il nostro sogno del cielo non può essere realizzato sulla terra. Platone ci ha fregato.
Diffidare del sapere ha fatto sempre bene alla narrazione umana che non avrebbe potuto progredire senza interrogarsi del proprio sapere, ma a sapere bisogna contrapporre sapere e non congetture.
È la società chiusa che nega che il sapere accumulato dalla tradizione possa essere falsificato. O si possa anche solo pensare di metterlo in questione, sono le sette, le chiese e le confraternite, che non ammettono altro al di fuori di sé. Come il populismo e il sovranismo, propri delle società chiuse, nemiche delle società aperte.
Ma se possiamo dubitare e mettere in discussione la scienza, lo dobbiamo alla ragione cartesiana e illuminista, alla fiducia nella razionalità dell’uomo che ha portato la società occidentale a diventare per prima una società aperta, una società che ha reso libere le facoltà critiche della persona.
Sono le nostre capacità di usare la ragione che ci hanno consentito di progredire mettendo in discussione i nostri saperi. Ma la ragione dell’uomo ha bisogno di fatti, non di opinioni, della ricerca e della scoperta, per riprendere altre strade ancora verso la ricerca e la scoperta di altri saperi, non di sentenze e tanto meno di pregiudizi.
Quando veniamo al mondo compiamo l’ingresso nella cultura del nostro tempo per partecipare alla sua narrazione e diventarne a nostra volta gli autori. È a scuola che apprendiamo a leggerne e a scriverne le pagine. Per questo nessuno può appropriarsi della scuola, perché quella narrazione appartiene a tutta l’umanità che l’ha composta e che continua a comporla dai vari luoghi del pianeta.
Quando si teme il sapere, i primi sintomi vengono dalle scuole. È la narrazione collettiva a correre i maggiori pericoli.
I sacerdoti della società chiusa si muovono con le loro liturgie e i loro anatemi. La nuova eresia che non deve entrare tra la narrazione dei saperi delle nostre scuole è oggi la teoria gender.
Il ministro gialloverde, titolare del Miur, ha decretato con circolare a tutte le istituzioni scolastiche che di “gender” nelle scuole non si deve parlare senza il consenso delle famiglie, come non è possibile realizzare altri progetti, al di fuori delle discipline canoniche, se non c’è il benestare delle famiglie. Il diritto al sapere, dunque, appaltato e sequestrato dalle famiglie.
La scuola non più il luogo della narrazione collettiva, il luogo dell’ingresso nella cultura, il luogo della negoziazione dei significati, ma luogo di sudditanza e di manipolazione, asservito a un culto reazionario della famiglia, conservatore e ignorante. La scuola come luogo della democrazia e dei saperi contingentati.

Il luogo dell’ipocrisia imposta come diritto dei genitori di tenere in ostaggio le menti dei figli, nel luogo dove i saperi devono essere aperti, nel luogo in cui ricevere le risposte alle domande, che non possono certo celare i loro interrogativi solo perché i genitori non vogliono.
La paura del sapere striscia in modo allarmante e soffia alle porte e alle finestre delle nostre scuole. Una riforma non detta si fa strada e da tempo attendeva il suo apprendista stregone. Alcune parole già iniziano a sguizzare nell’aria per familiarizzare con le orecchie delle persone. E allora ecco la “regionalizzazione”, l’apprendimento per “argomenti” anziché per “discipline”. Tutto un repertorio con l’intento non dichiarato di ridurre le scuole a misura della propria società chiusa, del no ai saperi che non siano quelli delle proprie tradizioni, delle proprie certezze e differenze.
Non più la scuola pluriculturale per una società aperta. Ma una scuola sovranista, monoculturale, per una società chiusa.
Non più la scuola della grande narrazione comune a tutta l’umanità, per questo comunità di destino, per questo comunità dell’incontro con l’altro. Il luogo in cui la narrazione dei saperi consente a generazioni di bambine e di bambini, di ragazze e di ragazzi di ricercare la risposta a Chi sono io? Chi sei tu?
Una scuola che ora, in nome delle regionalizzazione, in realtà aspirerebbe a difendersi dai corpi estranei, che siano saperi nuovi e vecchi, docenti o discenti di altri terre geografiche e culturali.
La deriva dei saperi comporta la deriva della cultura e delle conquiste democratiche, motivo per cui i saperi e i loro luoghi sono i primi ad essere presi di mira dal populismo e dal sovranismo delle società chiuse. Restare vigili è il nostro dovere.

progetti affettività scuola

INCHIESTA
Le identità contese. Cosa è meglio per la tutela dei diritti di tutti

3. SEGUE Il terzo e, almeno per ora, ultimo incontro in questo percorso di approfondimento su teoria del gender e bullismo omofobico nelle scuole è con Elena Buccoliero, sociologa e counsellor, referente dell’Ufficio Diritti dei Minori del Comune di Ferrara, dal 2008 è giudice onorario al Tribunale per i Minorenni di Bologna; da anni si occupa di bullismo in adolescenza con attività di formazione, ricerca, intervento e divulgazione a livello nazionale, ed è autrice di diversi testi sul tema, come “Il bullismo omofobico. Manuale teorico-pratico per insegnanti e operatori” (Franco Angeli, 2010, insieme a Marco Maggi, Luca Pietrantoni e Gabriele Prati).

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Elena Buccoliero. Fonte: Regione Emilia Romagna

Non solo, Elena è anche attivista del Movimento Nonviolento e proprio da qui parte la nostra conversazione su identità sessuale e di genere, sui progetti di educazione all’affettività e alla sessualità, sull’omofobia a scuola. “Una cosa che si impara studiando la gestione dei conflitti è che la gestione dei conflitti sui valori è semplicemente impossibile, a meno che non ci sia qualcuno che rinuncia ai propri, cosa in realtà non auspicabile tutto sommato. Per questo io credo che l’unica cosa che si può fare in situazioni come queste è trovare una modalità per gestire la realtà: il punto non è che cosa sia più vero, ma come possiamo starci dentro tutti e questo è un passaggio che vedo avvenire raramente, soprattutto quando si parla di questi argomenti”. “Un’altra cosa che andrebbe detta – continua Elena – è che ci sono dei dati di realtà e tendenze molto chiare: l’omofobia esiste, il bullismo esiste, il bullismo omofobico esiste, anche verso maschi che non sono gay, ma che hanno un modo di interpretare la propria mascolinità differente dalle regole che il contesto decide. Questo è un problema di diritti delle persone, cioè di possibilità di stare dentro un contesto collettivo in maniera diversa. In più è un tema particolarmente sensibile perché tocca una sfera che nel periodo della preadolescenza e dell’adolescenza è fondamentale: quella della costruzione della propria identità”.

Una delle ambiguità principali riguardo questi temi riguarda le nozioni di sesso e genere: alcuni affermano che il genere sarebbe inesistente perché esiste solo il dato biologico del dimorfismo sessuale.
Lo psichiatra Paolo Rigliano nel suo “Amori senza scandalo” si sofferma su quanto ci sia di naturale e quanto di culturale nell’identità di genere, arrivando a una conclusione che sembra quasi banale: dalla rassegna dei vari studi emergerebbe che una risposta non ce l’abbiamo. L’omosessualità esiste anche fra gli animali e questo ci potrebbe far pensare che effettivamente ci sia un aspetto genetico, poi sappiamo anche che ci possono essere esperienze e comportamenti che contribuiscono a marcare determinate identità. Quindi dire che l’omosessualità è un fenomeno naturale e basta può darsi che non sia corretto, in ogni caso viviamo in una società che è fatta di cultura, nel senso di rappresentazioni sociali, di valori, perciò pesa enormemente nella vita delle persone come si interpretano, valutano, vivono, giudicano, manifestano, determinati comportamenti e caratteristiche. Una persona potrà incontrare un ambiente ‘ostile’ oppure ‘accogliente’ e questo farà la differenza nella sua vita. Tornando a Rigliano, nel libro afferma che si è gay perché succede di essere gay, quasi non ci fosse una soluzione alla domanda. Il dato di fatto è che le persone omosessuali esistono e credo che a partire da questo chi deve prendere decisioni si debba chiedere quali siano quelle a tutela dei diritti di tutti.

E per quanto riguarda i ragazzi?
Per quanto riguarda i ragazzi noi sappiamo che nelle scuole esiste un atteggiamento di omofobia, in alcune più in altre meno, e questa è una cornice assolutamente culturale perché non c’è nulla di naturale nel fatto che per offendere un compagno gli si dia del ‘finocchio’, però è l’offesa più comune. Parlando con i ragazzi poi confessano che in realtà non è che pensino male dei gay quando usano quell’espressione come un’offesa: è che fa ridere e si è sempre fatto così.
Queste cose esistono in tutte le scuole, ecco perché è un argomento da affrontare perché le persone possano stare bene in una scuola che sia inclusiva. Non è ideologico, ma rispecchia la realtà, il fatto che a scuola si faccia educazione sessuale e affettiva facendogli sapere che esistono gli eterosessuali, gli omosessuali, i transessuali: è dare legittimità, spazio di esistere, cittadinanza, a modi diversi di essere. Questo non significa che qualcuno venga spinto o indotto a essere omosessuale. Secondo me è logico che la scuola, laica e universale, trasmetta ai ragazzi una visione globale di quello che ci può essere nel mondo, non solo su questo, ma su molti altri argomenti. E nello stesso tempo significa far sapere a chi è gay o si sta domandando quale sia il significato di alcune sue emozioni che non è una cosa sbagliata, indecente, di cui vergognarsi, ma è un modo possibile di essere.
Questo non dovrebbe essere solo un tema che riguarda Arcigay e Arcilesbica, ma dovrebbe diventare un tema che riguarda tutti: io non so se ha senso dire che esiste un’ideologia gender, certo esistono le persone omosessuali, esiste una domanda che riguarda i diritti delle persone, qualunque orientamento sessuale abbiano, ed esiste una società che non è pronta ad accogliere tutti, su cui perciò bisogna lavorare. E questo è un discorso che vale naturalmente per tutti i tipi di diversità.

Secondo gli estensori dei documenti contro la sua introduzione nelle scuole italiane, “la “teoria del gender” vuole, come imposizione dell’alto, che tutti noi, compresi i bambini, non diciamo più “io sono maschio” o “io sono femmina”, ma “io sono come mi sento””. È davvero così?
Io non conosco progetti che pongano la questione in questi termini, ciò non significa che non ce ne possano essere. Non mi piace pensare a progetti che dicano questo, preferisco interventi che insegnino che dire “sono maschio” o “sono femmina” può significare molte cose, cioè che essere maschio o femmina non significa per forza essere in un unico modo. Preferisco pensare che si possa insegnare che ci sono tanti modi di essere maschio e di essere femmina e che sapere questo possa far sentire maggiormente sicuri e a proprio agio nel mondo.

Una delle critiche a mio avviso più gravi è che i progetti di educazione sessuale e affettiva su orientamento sessuale e identità di genere non rispettino il ruolo della famiglia nell’educazione, sostenendo che l’ideologia dell’indifferenza sessuale venga introdotta con l’inganno affermando di combattere il bullismo omofobico.
Io non conosco scuole, soprattutto a livelli più bassi di età, dove si facciano progetti sull’affettività e sulla sessualità senza comunicarlo alla famiglia. Inoltre ciò che non è episodico sta nel Pof, Piano dell’offerta formativa, che è sottoposto a delle procedure che prevedono l’approvazione da parte delle famiglie. Perciò non è vero che si fanno Pof dove le famiglie non possono mettere bocca, piuttosto si potrebbe dire che ci sono famiglie che non vanno ai colloqui con gli insegnanti dei figli nemmeno a fine anno, oppure che ci sono elezioni dei rappresentanti dei genitori in cui si sa già chi verrà eletto, cioè l’unico ad essersi presentato. Gli strumenti per la partecipazione della famiglia nelle scuole ci sono, la questione e se vengano usati.

La mozione contro l’introduzione di “programmi di indottrinamento” sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere approvata dal Consiglio Regionale della Basilicata pone fra le premesse il fatto che “è compito della famiglia – “società naturale fondata sul matrimonio” fra un uomo e una donna – trasmettere la vita, i valori culturali, etici, sociali, spirituali e religiosi”.
Lasciando da parte il fatto che si fa un’aggiunta di non poco conto all’articolo 29 della Costituzione, che parla di tutela della famiglia, ma non specifica in alcun modo che sia formata da un uomo e una donna, la famiglia oggi è ancora solo questo? Questa difesa della famiglia ‘tradizionale’, se così la vogliamo chiamare, non può nascondere un’insicurezza riguardo al fatto che sempre più l’essere genitore non riguarda solo il dato del legame biologico, ma l’aspetto relazionale: in altre parole una definizione di genitore che è ‘buono’ per il suo comportamento, per quello che fa, non per quello che è? Mi viene in mente per esempio Malcom X quando affermava che tutti possono fare figli, ma non tutti sono in grado di essere genitori.

Io non so perché se c’è qualcuno di diverso dalla maggioranza, questo debba mettere insicurezza nella maggioranza stessa. Quando si fanno discorsi ideologici non si tiene in conto che poi andrebbero declinati nella vita delle persone: stare accanto al proprio compagno o alla propria compagna in ospedale è una concessione o un diritto? È un diritto, anche se per alcuni non c’è ancora nessuna legge che lo riconosce. Si vivono le stesse preoccupazioni la stessa ansia, non importa se il compagno o la compagna sono di sesso uguale o diverso.
A parte frange di estrema omofobia, secondo me la generalità delle persone è molto aperta sul tema omosessualità, molte però si fermano sulla soglia dell’adozione da parte delle coppie gay, mentre l’adozione delle coppie eterosessuali non causa la stessa inquietudine.

Quindi tu pensi che ci sia una componente di sincera preoccupazione per la psiche dei bambini?
Secondo me sì, può essere che davvero ci siano persone sinceramente preoccupate per la psiche del bambino e si chiedano quali modelli di maschile e femminile abbia se cresce in una famiglia omogenitoriale.

E a tuo avviso questo timore è fondato?
Non lo sappiamo ancora. Ci sono studi che dicono di sì, altri che dicono di no, mentre altri ancora sostengono che eventuali problemi sorgano non tanto dal fatto di avere genitori omosessuali, ma dallo stare in un contesto che stigmatizza questa cosa.

I bambini, infatti, non entrano in relazione solo con i propri genitori: ci sono i nonni, gli zii, tutto un contesto di adulti con i quali entrano in contatto e nei quali possono trovare il maschile e il femminile di cui hanno bisogno.
Certamente sì, c’è un grande contorno che spesso non viene tenuto sufficientemente in considerazione. Però è anche vero che gli anni determinanti per la costruzione della personalità sono quelli da 0 a 3 e in questo periodo il riferimento diretto sono i genitori.
Poi però si potrebbe anche dire che, per esempio, nei periodi di guerra frotte di bambini sono cresciuti solo con donne: madri, nonne, zie, sorelle. Questo non ha modificato il loro orientamento sessuale. Trovo curiosa l’idea che se un bambino o una bambina stanno a contatto con persone omosessuali o hanno genitori omosessuali hanno maggiori possibilità di essere a loro volta gay. Siccome le persone omosessuali sono tutte nate da genitori etero, viene da farsi qualche domanda.

4. FINE

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INCHIESTA
Le identità contese. Affettività o sessualità: cosa ci preoccupa davvero

3. SEGUE. “L’Aip ritiene opportuno intervenire per rasserenare il dibattito nazionale sui temi della diffusione degli studi di genere e orientamento sessuale nelle scuole italiane e per chiarire l’inconsistenza scientifica del concetto di ‘ideologia del gender’. Esistono, al contrario, studi scientifici di genere, meglio noti come Gender Studies che, insieme ai Gay and Lesbian Studies, hanno contribuito in modo significativo alla conoscenza di tematiche di grande rilievo per molti campi disciplinari (dalla medicina alla psicologia, all’economia, alla giurisprudenza, alle scienze sociali) e alla riduzione, a livello individuale e sociale, dei pregiudizi e delle discriminazioni basati sul genere e l’orientamento sessuale”. Con questo documento ufficiale “Sulla rilevanza scientifica degli studi di genere e orientamento sessuale e sulla loro diffusione nei contesti scolastici italiani” nel marzo scorso l’Associazione Italiana degli Psicologi ha preso posizione di fronte alle iniziative e alle mobilitazioni su scala locale e nazionale che tendono a etichettare gli interventi di educazione alle differenze di genere e di orientamento sessuale nelle scuole italiane, come pretesti per la divulgazione di una cosiddetta “teoria del gender”. Il documento continua affermando che i risultati empirici di questi studi “mostrano che il sessismo, l’omofobia, il pregiudizio e gli stereotipi di genere sono appresi sin dai primi anni di vita e sono trasmessi attraverso la socializzazione, le pratiche educative”; per questo inserire programmi di educazione sessuale e progetti riguardanti il genere e l’orientamento sessuale “non significa promuovere un’inesistente “ideologia del gender”, ma fare chiarezza sulle dimensioni costitutive della sessualità e dell’affettività, favorendo una cultura delle differenze e del rispetto della persona umana in tutte le sue dimensioni e mettendo in atto strategie preventive adeguate ed efficaci capaci di contrastare fenomeni come il bullismo omofobico, la discriminazione di genere, il cyberbullismo”.
Il nostro secondo incontro è con il dottor Nicola Corazzari, psicologo e psicoterapeuta che lavora negli ambiti della psicologia dello sviluppo, dell’educazione e scolastica e della psicologia della violenza, collaborando con Promeco e con il Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti.

Partiamo dai concetti di identità sessuale biologica e identità di genere. Esiste una teoria o, ancora peggio, un’ideologia del gender che considera la persona umana “un’entità astratta, modellabile nel tempo in base al desiderio e alla libera scelta dell’orientamento sessuale”, come scritto nella mozione approvata dal Consiglio Regionale della Basilicata?
Credo che nella nostra cultura nascere maschio e nascere femmina comporti inizialmente un dato di fatto biologico: maschio e femmina sono diversi, come è diverso avere occhi azzurri o marroni, capelli biondi o castani, essere alti o bassi. Noi nasciamo che differiamo dagli altri. Su questa differenza c’è un carico culturale. Il fatto che si nasca maschio o femmina ha delle attribuzioni socio-culturali diverse, perciò sul sesso biologico c’è un elemento educativo, sociale e di cura e attenzione specifico. Lo vediamo per esempio quando una donna rimane incinta per la seconda volta: dopo aver avuto un maschio si può pensare “speriamo che sia femmina così è più tranquilla”, viceversa dopo aver avuto una femmina il padre può pensare “speriamo che sia maschio così porterà avanti il mio nome”. Essere maschi ed essere femmine non comporta solo una differenza oggettiva, ma su questa c’è una potentissima lettura socio-culturale che nel suo aspetto ‘sbagliato’ attribuisce alla mascolinità e alla femminilità caratteristiche statiche. Se femmina, ci si aspetta che giochi con le bambole e a una certa età si sposi con uomo e abbia dei figli, smettendo di lavorare per occuparsene: quindi in quanto ‘donna’ avrà delle caratteristiche specifiche che hanno a che fare con la cura, con ‘l’occuparsi di’. Se non è così, perché per esempio sceglie di non fare figli o le piacciono le donne, continuamente dovrà rinegoziare la propria identità rispetto all’identità sociale.
Il nostro mondo respira quest’aria secondo la quale essere maschio significa avere certe caratteristiche, essere femmina significa averne altre. Le donne hanno riflettuto su questo grazie al femminismo, mentre non c’è stato un maschilismo nel senso di riflessione del maschio sul sé sociale; perciò soprattutto nell’adolescenza, quando i ragazzi cominciano a scoprire e vivere cose di sé che non rientrano in quei binari di genere che hanno respirato, possono incontrare una società contro cui sbattono e in realtà hanno già loro internamente una società che li respinge.

E riguardo la teoria del gender?
La teoria gender non esiste, cioè non c’è nessuna ragione scientifica per cui essere maschi o essere femmine comporti per forza un movimento in una direzione. E, se vogliamo parlare dal punto di vista educativo, non ci sono teorie che ci dicano che se si educa un bambino alla parità di genere, non sottolineando l’appartenenza di genere, questo bambino crescerà peggio o meglio degli altri. Se di fronte a un gruppo di giocattoli un maschio prende una bambola, non c’è nessuna evidenza che se noi la sostituiamo con un carrarmato crescerà ‘maschio’, come non c’è nessuna dimostrazione che avendo scelto la bambola poi scopra di essere gay piuttosto che eterosessuale.
Secondo me c’è una fissazione sulla sessualità: è come se fossero tutti preoccupati del garantirsi che il rapporto sessuale avvenga in modo diciamo ‘tradizionale’. Ma il tema della sessualità arriva molto dopo in termini connessi al piacere e alla procreazione. Il bambino ha piacere di giocare sperimentando tanti ruoli diversi, perché da qui passa la costruzione dell’identità. C’è tutta una visione fobica dietro per cui è meglio che il maschio cresca giocando con i carrarmati, come se questo proteggesse dal fatto che un giorno quel bambino potesse scoprirsi omosessuale.

A questo proposito, si può dire che ci sia un punto del percorso evolutivo in cui avviene questa ‘scoperta’, o forse sarebbe meglio dire ‘presa di coscienza’? Lo chiedo perché le critiche ai progetti di educazione sessuale e riguardanti il genere e l’orientamento sessuale riguardano anche l’età degli studenti cui sono rivolti.
È una cosa che non capisco: perché bisogna andare a capire quando una persona comincia a pensare che è omosessuale o eterosessuale? Mi chiedo perché interessa? Interessa perché la sessualità preoccupa. Forse sarebbe più interessante capire quando il bambino scopre il piacere delle cose e tra i vari piaceri relazionali ci può essere anche il sentirsi attratto da una situazione piuttosto che da un’altra: io non credo che le persone siano per forza solo eterosessuali e che si possa definire una persona, uomo o donna, solo in base al suo orientamento sessuale. Andare a cercare un momento in cui ci si scopre omosessuali o eterosessuali penso sia un’esigenza un po’ fobica.

Prospettare la libertà di scegliere la propria identità e di cambiarla a seconda dei propri sentimenti significa abbandonare le persone “all’angoscia dell’indefinitezza”?
È esattamente il contrario: un bambino che cresce in un contesto che non ascolta e non legge le sue specificità, cresce come un bambino conforme e quindi irriconosciuto a sé stesso e al mondo in cui vive.

È possibile che le famiglie non vengano informate sui contenuti dei progetti di educazione sessuale e riguardanti il genere e l’orientamento sessuale?
No, tutte le famiglie che portano i propri figli in qualsiasi scuola di ogni ordine e grado vengono informate attraverso il Piano dell’offerta formativa di tutte le attività che vengono svolte.
La questione interessante, secondo me, è capire quali progetti vengano scelti, perché ci sono progetti più connotati politicamente, per me sempre pericolosi, e progetti più connotati dal punto di vista educativo: rispondenti a una società che cambia, con valori non ideologici, ma di riconoscimento e rispetto della diversità.

A suo parere come si costruisce una scuola inclusiva, in cui non ci sia più posto per il bullismo omofobico?
Abbiamo ancora molto da fare, ma nello stesso tempo le cose sono molto semplici: se c’è la volontà di aprirsi alle libertà si fa. L’educazione è tutto perché ci si contagia positivamente. Pensi al fatto che ancora pochi anni fa nessuno faceva la raccolta differenziata dei rifiuti e nessuno sapeva come fare, si è lavorato con i bambini nelle scuole e ora le cose sono molto cambiate, c’è un altro tipo di sensibilità.

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INCHIESTA
Le identità contese: bullismo omofobico e la battaglia sulla teoria gender

La principessa Elizabeth sta per sposare il suo principe, ma un giorno un drago lo rapisce e così l’intraprendente e combattiva Elizabeth parte per liberare il suo innamorato, in realtà un ragazzino superficiale e inetto. È la trama di “La principessa e il drago”, una favola che rovescia i tradizionali ruoli di genere. Leggere una storia come questa a dei bambini significa annullare le differenze fra maschio e femmina, confondendoli su cosa significhi essere l’uno o l’altra? O significa tentare di presentare loro più di un modo di essere maschio e di essere femmina? Non più di un mese fa, a una coppia di genitori di Massa Carrara la storia di Elizabeth è apparsa talmente pericolosa da spingerli a togliere la loro bimba dalla scuola pubblica che frequentava. Ancor più grave l’altra motivazione addotta: il fatto di non essere stati avvertiti che la scuola della figlia partecipasse a “Liber* tutt*”, progetto patrocinato dalla Regione Toscana con fondi per le pari opportunità. Altri libri considerati pericolosi sono “Alberto e la bambola”, la storia di un bimbo che stanco di giocare con le macchinine chiede un pupazzo, e “Salverò la principessa”, dove una bimba gioca con l’amica che finge di essere una principessa in pericolo e indossa un’armatura per salvarla. Forse la domanda da porsi sarebbe: cosa significa per ciascuno di noi essere maschio o femmina? E dire maschio e femmina oppure uomo e donna significa la stessa cosa?
Secondo la Società Italiana di Sessuologia i concetti da distinguere sono: sesso biologico, orientamento sessuale e identità di genere. L’orientamento sessuale è l’attrazione emozionale, romantica e/o sessuale, di una persona verso individui dello stesso sesso (omosessualità), di sesso opposto (eterosessualità) o entrambi (bisessualità); il sesso biologico è il sesso genetico determinato dai cromosomi sessuali, mentre l’identità di genere e il ruolo di genere riconducono rispettivamente al genere a cui ci si sente di appartenere e le norme sociali sul comportamento di uomini e donne relative a una determinata cultura ed epoca.

Si moltiplicano nel frattempo i casi di consigli regionali e comunali che approvano documenti contro l’insegnamento nelle scuole della cosiddetta ‘teoria gender’, che annullerebbe le presunte differenze biologiche per ricondurre le diversità esclusivamente all’influenza di condizionamenti culturali, in assenza dei quali fra uomini e donne non sussisterebbero diversità sostanziali. La teoria gender verrebbe introdotta nelle scuole italiane proprio con progetti di educazione all’affettività e alla sessualità o contro la discriminazione, come “Liber* tutt*”, non rispettando così il primato educativo delle famiglie.
Il primato va alla Basilicata, che a fine luglio ha approvato in Consiglio Regionale, con una maggioranza trasversale, una mozione redatta anche grazie alla consulenza esterna del movimento Provita. L’ultima in ordine di tempo è la Liguria, dove il 27 ottobre sono state approvate non una, ma ben due mozioni per mettere “al riparo i bambini e le loro famiglie dal rischio che in tutte le scuole, di ogni ordine e grado, potessero essere introdotte lezioni sulle teorie gender, alle spalle e senza il coinvolgimento delle associazioni delle famiglie”, come spiega il primo firmatario di uno dei due documenti Matteo Rosso, capogruppo di Fratelli d’Italia.
Per quanto riguarda la nostra città, appena il 2 novembre scorso il consigliere comunale Pd Alessandro Talmelli ha chiesto al sindaco Tagliani e all’assessora Felletti chiarimenti “sui progetti educativi all’affettività e sessualità nelle scuole d’infanzia comunali e nelle scuole primarie e secondarie del Comune di Ferrara”. Nell’interrogazione si legge che “non mancano scuole nelle quali si organizzano progetti nei cui diversi indirizzi di pensiero non viene attribuita una sufficiente importanza al dato biologico, ma addirittura viene molto spesso lasciato da parte a vantaggio di scelte del sesso fatte sulla base della propria storia e dei condizionamenti famigliari e sociali”, “un modo di procedere – secondo il consigliere – che rischia di creare confusione e disorientamento nei bambini e ragazzi, in un’età già difficile di per sé, in cui si forma l’identità della persona”. Inoltre Talmelli evidenzia che “non di rado avviene che l’insieme di queste attività sono decise e realizzate senza informare adeguatamente le famiglie e senza coinvolgerle su questioni tanto delicate”.

A scatenare questo dibattito anche in questo caso è la tanto discussa riforma della “Buona Scuola”, che al comma 16 recita: “Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità, promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori…”. Parallelamente c’è anche la petizione “Stop omofobia a scuola. Nessuno uguale tutti uguali” dell’Agedo (Associazione di genitori, parenti e amici di persone Lgtb), che ha preso il via a marzo. Partendo dalla dichiarazione dell’Unesco secondo cui “Le scuole devono essere luoghi sicuri, devono combattere gli atteggiamenti discriminatori, creare comunità accoglienti, costruire una società inclusiva e permettere l’educazione per tutti”, e considerando la scuola pubblica il luogo privilegiato in cui riconoscere il diritto di tutti a essere sostenuti nel cammino verso “il pieno sviluppo della persona umana”, attraverso la rimozione degli “ostacoli di ordine economico e sociale”, che limitano di fatto “la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”, il documento afferma che c’è ancora molta strada da fare se per molti ragazzi e molte ragazze gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, la scuola può rappresentare il luogo in cui essere esposti all’insulto, alla derisione, all’isolamento, al bullismo: sarebbero oltre 100.000 le vittime di bullismo omofobico in un anno scolastico in Italia.

Per quanto riguarda la nostra regione una delle ultime indagini sul bullismo, e in particolare sul bullismo omofobico, risale al 2007-2008 e già questo forse è un segnale di quanto siano rare le indagini italiane mirate sull’argomento e di quanto il dibattito su queste tematiche si svolga probabilmente più su posizioni pre-giudiziali che su analisi fattuali e sulla quotidianità vissuta a scuola dai ragazzi. La ricerca si basava su un questionario somministrato in diverse città medio-piccole di Emilia Romagna, Lombardia e Liguria, contattando quasi 3.600 studenti dei diversi livelli di istruzione. Secondo i dati raccolti, il bullismo omofobico vero e proprio veniva osservato dagli allievi della scuola secondaria di primo o secondo grado sostanzialmente con la stessa frequenza: un po’ più del 40% non ne aveva notizia, circa un quinto lo rilevava raramente, altrettanto solo qualche volta, e il 13-17% affermava che fatti del genere avvenivano spesso o continuamente. È stato poi chiesto ai ragazzi di tutti gli ordini di scuole se subissero prepotenze da parte dei compagni e con quale frequenza e modalità. Secondo questa rilevazione le vittime di bullismo erano il 42,1% nella scuola primaria, si dimezzano nella secondaria di primo grado (20,4%) e tornano pressoché a dimezzarsi in quella di secondo grado (11,4%).
Volendo poi restringere ancora di più il campo di osservazione e rimanendo alla cronaca ferrarese, è del 9 settembre l’episodio a sfondo omofobo nel centrale corso Porta Reno ai danni del 27enne Filippo Bergamini e di altri due suoi amici: un’aggressione verbale e fisica della quale si sono resi responsabili tre ragazzi minorenni.

Teoria del gender, bullismo omofobico, progetti scolastici su affettività, orientamento sessuale e identità di genere, e cultura omofoba in senso più ampio: abbiamo cercato di approfondire queste tematiche con alcune persone che se ne occupano per lavoro e per lavoro si confrontano tutti i giorni con i ragazzi.

1. CONTINUA [leggi la seconda puntata]

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

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Redazione

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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