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LA VISITA VIRTUALE
Nella casa-teatro moscovita del grande Stanislavskij

da MOSCA – Tutto è nato da una piacevolissima chiacchierata con l’attore e regista ferrarese Massimo Malucelli, durante un’ intervista a proposito del Festival del teatro e della sua Scuola di teatro Fone’. In quella circostanza ci parlò con grande ammirazione del metodo Stanislavskij e di quanto fosse stato importante per la sua formazione [leggi]. Affascinati da tutto questo, abbiamo deciso di visitare la sua casa a Mosca. Curiosi camminatori, come sempre.

Stanislavskij fu infatti attore, regista, scrittore e teorico teatrale, noto per essere l’ideatore dell’omonimo celebre metodo, che si basa sull’approfondimento psicologico del personaggio e sulla ricerca di affinità tra il mondo interiore del personaggio stesso e quello dell’attore, sull’esternazione delle emozioni attraverso la loro interpretazione e intima rielaborazione.
Konstantin Sergeevic Stanislavskij nasce a Mosca il 5 gennaio 1863 e qui muore il 7 agosto 1938, secondogenito di dieci figli di una famiglia di ricchi e illuminati imprenditori, gli Alekseev (nome cambiato in Stanislavskij nel 1884). Nel suo alquanto aristocratico ambiente d’origine, il teatro non era considerato un’attività di cui andare fieri. La nonna materna, Maria Varley, era stata un’attrice, arrivata in Russia durante una tournée con una compagnia francese. Tuttavia, la passione per il teatro segnò tutta la sua vita, fin dall’infanzia, caratterizzata da serate al circo, teatro di marionette, opera italiana, balletto classico.

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Entrata della casa di Stanislavsky

Eccoci arrivati, allora, in Leontevskij pereulok numero 6, nell’elegante zona di Tverskaja, pronti a salire al primo piano di una casa del XVIII secolo, dove Stanislavskij ha vissuto dal 1920 fino alla morte. La signora Ines-Irina mi accompagna nella visita. Ines, battezzata Irina perché all’epoca non si potevano portare nomi stranieri, ha fatto la guida a Mosca per oltre 40 anni e ora arrotonda la magra pensione lavorando qui due o tre giorni alla settimana. Sa tutto, non solo di questo luogo incantevole, ma anche della storia di Stanislavskij e del suo Teatro delle Arti, che mi invita a visitare. Ci vede poco. Ha una giovane figlia poliglotta che lavora in Canada, capisco il suo russo a fatica ma la seguo, con lei attraverso le stanze quasi accompagnata da una leggera, amorevole, attenta, gentile e colta fatina.
Le ampie finestre bianche all’entrata che danno su un bel giardino alberato accolgono, nel loro mezzo, come un tenero abbraccio, una statua dell’artista. La penombra invita a pensare, a rilassarsi, a lasciarsi andare, si sentono le note delicate di una musica che non c’è. Le parole che si leggono in un pannello all’ingresso, ricordano l’importanza di conoscere se stessi e la propria anima e come il successo sia solo caducità.

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Sala blu

Partiamo dalla prima stanza, la sala blu, dove iniziava il giorno lavorativo. Sul tavolo di marmo all’entrata, tra le due colonne, vi è un registro che gli attori dello studio firmavano all’arrivo. Qui essi attendevano l’inizio della prove teatrali e tornavano durante le pause. La sera, quando si tenevano concerti nella contigua sala Onegin, la sala blu serviva da foyer del teatro per gli spettatori in pausa durante gli intervalli. Tra coloro che frequentavano queste stanze vi erano attori del Teatro delle Arti di Mosca come Ivan Moskin, Iecnid Leonidov, Mikhail Tarkhanov, Angelina Stepanova e loris Livanov o drammaturghi come Vsevolod Ivanov, Valentin Katayev e Mikhail Bulgakov. Si arrivava, il direttore di scena premeva il bottone dietro la porta dorata, e pochi minuti dopo, la governante di casa Stanislavsky, Natalya Gavrilovna, faceva capolino dalla porta d’entrata, con la sua testa argentata, per poi sparire e dare indicazioni secche e precise dalla stanza-studio del maestro.

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Sala Onegin

Affascinati e avvolti da quest’atmosfera magica, passiamo quindi nella sala Onegin. Una bianca porta imponente dalle maniglie dorate ci introduce in una stanza con immense colonne, utilizzata come sala da ballo dai precedenti proprietari. Dopo l’arrivo di Stanislavskij, la stanza fu usata come luogo di prove di spettacoli teatrali: qui, nel maggio 1922, Pyotr Chaikovsky presentò la prima di Eugene Onegin, poi andato in scena, il 15 giugno 1922, al teatro Bol’šoj (in questo tempio dell’arte e della danza, l’artista aveva creato, dal 1918 al 1922, uno Studio operistico, con lo scopo di insegnare ai cantanti come muoversi in scena). A qui era approdato dopo tanti altri eventi importanti, come l’inaugurazione, nel 1877, del teatrino di Ljubimovka, nella casa di campagna che aveva dato vita al “Circolo Alekseev” (nel quale, in vari ruoli, era impegnata tutta la famiglia), la creazione della Società di arte e di letteratura, nel 1888, con Aleksandr Fedotov, la svolta del 1897, quando, in un memorabile incontro con Vladimir Nemirovic-Dancenko, noto critico teatrale e affermato drammaturgo, aveva preso corpo il progetto del Teatro d’Arte di Mosca. E tanto altro. Solo alcune note, infatti, perché questa è una storia ricca e articolata, da conoscere e approfondire, con tempo, attenzione, dedizione, cura e precisione.
Ma torniamo alla sala Onegin. Qui ci possiamo immaginare tutti quegli attori eleganti, le loro prove e vedere la maestosa sedia in pelle dove il maestro si sedeva a osservarli e guidarli. Opere teatrali e concerti qui non appartengono solo al passato, ma anche al presente: infatti d’inverno, nei giorni di festa, quando fuori nevica e fa freddo, l’antico candeliere s’illumina, il palco prende vita, le note del pianoforte aleggiano nell’aria, la sala blu funge da foyer, l’ambiente si riscalda.

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Sala rossa

Siamo pronti, allora, per la sala rossa. Decorata dall’artista di San Pietroburgo Vasily Dmitrievich Polenov, nel 1885, in essa si trovano un pomposo stile gotico e enormi finestre: qui si facevano lezioni, ripetizioni e prove oltre che cambi costumi degli attori che recitavano nella sala Onegin. Gli arredi sono importanti e la sala ospita una grande sedia di legno a forma di trono ordinata da Stanislavskij, oltre che testi musicali e libretti di opere teatrali, gelosamente e attentamente custoditi negli scaffali. Viene voglia di sfogliare tutti quei libri, di avventurarsi fra le lettere di una calligrafia curata e piccola.

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Lo studio

La camera da letto dell’artista accoglieva i suoi lavori, i suoi studi e il suo riposo. Inizialmente studio, venne trasformata in camera da letto quando Stanislavskij si ammalò, nel 1928. Durante gli ultimi anni di vita non poteva recitare ma continuò comunque a lavorare come direttore di teatro e insegnante. La maggior parte del suo tempo però la dedicò alla stesura del suo libro sullo sviluppo creativo dell’attore, che diventò la base dei principi noti, più tardi, come metodo Stanislavskij. Vi lavorava di giorno nel suo studio, a teatro, durante i viaggi in treno, una camminata. Nella sua camera ci sono manoscritti, taccuini, libriccini, carte dove annotava tutto, meticolosamente. Fra gli oggetti originali esposti si possono ammirare una copia della maschera di Beethoven fatta quando il musicista era ancora vivo (e utilizzata da Stanislavsky durante la produzione di Michael Kramer di Gerhard Hauptmann nel 1901), un suo busto-ritratto opera di N.A. Andreyev, un vaso blu Wedgwood, regalo di Isadora Duncan, un ritratto di A.A. Stakhovich, l’attore del Teatro delle Arti, fatto dall’amico intimo Valentin Serov, un antico fonografo Edison, bauli per contenere i colorati costumi da teatro. Una stanza dei miracoli.

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Sala da pranzo

Ma proseguiamo. Alle pareti della sala da pranzo sono appesi i ritratti di famiglia, dipinti da un pittore sconosciuto di fine XVIII – inizi XIX secolo. Spiccano il bisnonno, Semyon Alekseyevitch Alekseyev, fondatore di una fabbrica d filati, la bisnonna Vera Mikhailovna Alekseyeva. Le fotografie sopra il sofà sono del nonno Vladimir Semyonovich Alekseyev e dell’attrice francese Marie Varleif, la nonna materna. Vi sono poi il padre Sergei Vladimirovich Alekseyev e la madre Elizaveta Vasilyevna Alekseyeva. Libri e giornali sono esposti, a testimonianza della buona educazione dei genitori, che conoscevano, oltre al russo, il tedesco e il francese ed erano interessati alla storia della letteratura, alla geografia, alla musica e al teatro. A chiudere l’interessante visita, la camera della moglie Maria Petrovna Perevostchikova, attrice nota come Maria Lilina. Qui si possono ammirare il suo tavolo da toilette, i sui oggetti delicati oltre che fotografie del matrimonio, a Lyubimovka (vicino Mosca) il 5 luglio 1889, e dei figli Kira e Igor. Vicino alla finestra vi è una foto della madre, Olga. Pizzi, lenzuola bianche ricamate, tutto porta indietro, ad altri romantici tempi.
Passeggiare per case come questa, fa venir voglia di tornare a teatro, di perdersi nelle scene, di leggere libri su questo famoso sistema. Un vero invito a teatro. Che cogliamo e rilanciamo. Buon viaggio.

Galleria fotografica, clicca sulle immagini per ingrandirle.

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Studio, macchina da scrivere
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Studio, bauli da teatro
Studio, fonografo Edison
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Stanza di Lilina
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Sala Onegin, il lampadario
Soffitto della Sala rossa
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Studio, lampadario

Fotografie di Simonetta Sandri

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L’INTERVISTA
L’AnarChic Vitaldix riporta in volo gli ‘angeli tremendi’

Vitaldo Conte/Vitaldix. Scrittore e teorico d’arte. Docente di Storia dell’arte all’Accademia di belle arti di Roma, dove vive. Come artista ha partecipato ad alcune centinaia di eventi e performance, esposizioni personali e collettive, in Italia e all’estero. Come teorico-performer ‘ri-nasce’ nel 2009 con il nome di Vitaldix.

Vitaldo, nei tuoi lavori costante l’interfaccia dell’arte contemporanea e – per dirla con lo stesso Renato Barilli o Marshall McLuhan o Carmelo Strano,dell’ estetica tecnologica? Un approfondimento?
L’arte contemporanea non può rifiutare oggi il rapporto con l’estetica, o meglio con la sinestesia tecnologica, sia in chiave di congiunzione di linguaggio e sia in chiave di riflessione critica. La tecnologia come linguaggio d’arte tende sempre più a incamerare, come nel mio lavoro teorico-artistico, le spinte visionarie e immaginali dell’essere (la spinta verso gli estremi confini del conoscibile), anche se a detrimento talvolta della sensorialità naturale che per non soccombere deve trovare in questa una propria ‘extreme extension’. Tutto ciò può divenire una meta-narrazione delle pulsioni translate nel gioco-rito della creazione.

Conte, più nello specifico, uno zoom in merito sui tuoi ultimi lavori pubblicistici?

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Opera di Vitaldo Conte

I miei attuali interessi teorici sono prevalentemente sul corpo come pagina e libro d’arte, fino alle sue estreme espressioni nel segno-ferita e nella Beauty art, presenti pure nelle sue maschere virtuali. In queste poetiche tradizione e avanguardia si congiungono nella vocazione di una scrittura che vuole evadere dai confini della pagina e tela. Un altro aspetto che sto approfondendo riguarda il Dada nelle sue molteplici anime.

Vitaldo in Vitaldix, anche costanti azioni performative, un florilegio?
Diverse sono state infatti le mie azioni performative negli ultimi tempi in rassegne varie. In queste la mia parola teorica è diventata azione-musica rituale e pulsionale di fuoriuscita espressiva, attraverso il mio avatar Vitaldix in compagnia delle T Rose. Come nel caso del mio ultimo evento: nella manifestazione sulle “Letture dell’Angelo” a Rocca Massima (Latina), ideata da Ugo Magnanti, in cui corpo e tecnologia si uniscono in un filo di una fune aerea, la più lunga del mondo, per esprimere un volo di poesia e arte. Ho dedicato il mio volo, che si svolgeva nel giorno del solstizio d’estate di quest’anno, agli “angeli tremendi” di Rilke e al Centauro auspicato da Marinetti.

Conte, riassumendo, quello che tu chiami Trans art e/o Futurdada o/e Transfuturismo, significa in un certo senso, dare un cuore e desiderio alla tecnoscienza? L’arte “elettronica” ha questo importante ruolo oggi, nonostante crisi contemporanea e economicismo dominante?
Le mie definizioni che hai citato auspicano infatti una tecnoscienza con in dotazione cuore e desiderio, che possono avere la maschera simbolica di una rosa rossa: come ho scritto in AnarChic, nel colloquio-intervista con Marco Fioramanti su NightItalia 9 (giugno 2015). Queste peculiarità sono fondamentali per esprimere una immagin/azione senza confini, che può essere un deterrente alle attuali crisi e imposizioni del cinismo economico-finanziario. La sfida alle stelle futurista può oggi essere vissuta come una reale possibilità di espressione, cercando la propria rotta nel caso come nelle vocazioni dadaiste.

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Vitaldo Conte

Fra le pubblicazioni: “Nuovi Segnali” (Antologia con audiocassetta sulle poetiche verbo-visuali e sonore italiane anni ‘70-’80, 1984); “Dispersione” (2000); “Anomalie e Malie come Arte” (2006); “SottoMissione d’Amore” (2007); “Pulsional Gender Art” (2011); “Avanguardia 21”, AA. VV.; “Marinetti 70. Sintesi della critica futurista” (a cura di A. Saccoccio e R. Guerra, Armando, 2014). Fra gli ebook: “Fuoripagina TransArt” (2014); “La Carmelina. Fra le mostre pubbliche curate: “Dispersione” (Foggia, 2000); “Malie plastiche” (Foggia, Lecce, 2002); “Anteprima XIV Quadriennale” (Palazzo Reale, Napoli, 2003-04); “Julius Evola” (Reggio Calabria, 2005-06); “Mistiche bianche” (Reggio Calabria, 2006); “DonnaArte” (Trepuzzi, 2007); “Eros Parola d’Arte” (Lecce, 2010). Poeta (lineare, verbo-visuale, video, sonoro-spettacolare) con pubblicazioni, cartelle, dvd, ecc.

Per saperne di più visita il sito di Vitaldo Conte cliccando qui.
Per vedere il video “Letture dell’Angelo” a Rocca Massima (Latina) clicca qui.

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