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“L’Emilia e il Cile: io, marchiato da due terremoti”

di Antonio Martella

Da CHIMBOTE – Così imprevedibile e implacabile, la natura; così  impotente e impaurito, l’essere umano. Talvolta la frenesia della vita quotidiana impedisce di fermare lo scorrere del nostro pensare e capire i piccoli grandi avvenimenti che ogni giorno sua maestà Natura pone davanti al nostro filtro oculare.
Il terremoto che ha colpito il Cile il primo aprile scorso è solo una delle tante circostanze che ogni giorno invadono l’irrazionale umano.
L’entità del terremoto, con una magnitudo di 8.3, fortunatamente non ha causato così tanti danni quanti se ne potrebbero attendere da un scossa di questo livello.
Sei morti, diverse abitazioni distrutte, qualche frana che ha bloccato la normale viabilità, migliaia di persone rimaste senza corrente elettrica e tanta tanta paura, quello sgomento che chi ha passato il terremoto in Emilia conosce bene, quella pietrificazione e impotenza che sono archetipiche nell’uomo.
E’ un legame arcaico che ci unisce a madre natura; e il sentimento che ci governa ci dovrebbe, a volte, far riflettere su cosa affrontiamo, produciamo e creiamo nel nostro quotidiano.
L’uomo è l’ineffabile impotenza, la natura e la sorprendente  devastazione. In che misura oggigiorno l’uomo può resistere e opporsi nei confronti della sorprendente e imprevedibile natura? E’ il mio interrogativo, dopo gli eventi sismici emiliani e cileni che mi hanno coinvolto in prima persona.
Sono state delle lunghe e travagliati notti quelle vissute  tanto dalle popolazioni emiliane come dai loro compagni di sventura della costa del pacifico settentrionale. 1 aprile 2014  e 20 maggio 2012 sono due date che indelebilmente rimarranno incise nella mia memoria.
Sono quegli interminabili istanti che fanno partire la mia riflessione per cercare di afferrare cosa l’uomo sia arrivato effettivamente a comprendere, nonostante tutti gli studi e le grandi scoperte in ambito scientifico, della scienza sismologica: quel poco o quel nulla.
Sicuramente l’evoluzione della scienza ci ha concesso una qualità di vita straordinariamente migliore rispetto ai nostri antenati, la vita media  dell’uomo nel mondo è intorno ai 70 anni, la malnutrizione e le epidemie sembrano quasi essere un retaggio del passato, o è questo che cercano di propinarci respingendo in un angolo remoto le sofferenze di una consistente parte della popolazione del pianeta, e con una buona dose di fortuna noi ‘occidentali’ riusciamo a vivere gli ultimi anni della nostra vita godendo i frutti del nostro stremante lavoro.
Ma nel momento in cui si presentano eventi simili , tutta l’evoluzione si ferma, la grande scienza si trasforma in un piccolo bambino impaurito e tutti gli sforzi di una vita sembrano scomparire in poche frazioni di secondo.
Siamo risucchiati dalla spirale della vita che non lascia tempo alla razionalizzazione di circostanze come terremoti, tsunami, le eruzioni vulcaniche, insomma le famose calamità naturali, ma nel momento in cui accadono, proprio in quell’attimo riecheggiano in noi quei sentimenti ancestrali, come dei segnali di una straordinaria forza, risvegliando quella collettiva emotività primoridiale .
Bene, la sismologia avrà pure fatto dei passi da gigante negli ultimi anni, ma non penso che riuscirà mai a prevedere per tempo l’inopinabile e sorprendente natura. Componente emotiva e memoria hanno il ruolo di attaccante e portiere per chi ha già avuto l’onore di confrontarsi con sua altezza il Sisma.
L’irrazionalità della natura governata dalle più razionali delle leggi, la matematica, una strana dualità intrinseca nella natura, come altrettanto nell’uomo: ecco l’azzardo e il paradosso che non trovano composizione.
Ed è qui che mi interrogo su come l’uomo, nell’illusione di governare questi eventi e nell’inaccettabile consapevolezza di non poterci riuscire si comporta: come se tutto fosse scontato, nell’epoca dell’incertezza.
La scelleratezza e l’irresponsabilità di chi osa tanto non sempre porta buoni frutti, le trivellazioni che provocano subsidenza ne sono l’esempio palese. Basti ricordare che in Cile, uno dei Paesi più colpiti dal punto di vista sismico, il terremoto di Valdivia del 22 maggio 1960, conosciuto anche come Grande terremoto cileno, il più potente dei terremoti mai registrati nella storia mondiale della sismologia, con una magnitudo momento di 9,5, fu innescato proprio da una sorta di subsidenza, in quel caso naturale: in termini scientifici si parla di subduzione della placca terrestre. Il suo epicentro fu localizzato nei pressi di Canete, circa 900 chilometri a sud di Santiago, ma la città più colpita fu Valdivia. Dopo la scossa principale, una serie di fenomeni tellurici continuò a sconvolgere il sud del paese sino al 6 luglio.
Il sisma fu avvertito in differenti parti del pianeta e produsse uno tsunami, con onde alte fino a 25 metri, che colpì diversi stati fino alla sponda opposta dell’oceano Pacifico: Hawaii (devastando Hilo), Giappone, Filippine, Nuova Zelanda, Australia e Alaska. Lo stesso fenomeno fu inoltre causa dell’eruzione del Vulcano Puyehue. Le cifre esatte sulle perdite umane e materiali sono sconosciute, ma le stime più credibili parlano di tremila morti, più di due milioni di sfollati, e danni tra 400 e 800 milioni di dollari Usa (tra i 2,9 e i 5,8 miliardi del 2011), dati comunque piuttosto contenuti in confronto all’entità del terremoto, anche a causa della bassa densità della popolazione e degli edifici costruiti principalmente in legno.
Sono questo genere di calamità che ci fanno intendere la fragilità dell’uomo di fronte a tanta forza distruttiva, la raggiante forza della natura e l’impotenza dell’essere umano, uno dei temi più discussi nella storia del pensiero; che ci attraversa e ci scuote ad ogni nuova catastrofe.

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