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RITORNO A SETTEMBRE:
scuola: dallo spazio che “insegna” allo spazio che “consegna”.

Quando c’era Profumo. Chi lo ricorda? Sono nove anni, poco meno di due lustri, eppure sembra un’epoca lontana, ancora appartenere al secolo scorso. Profumo è stato ministro della pubblica istruzione nel governo Monti. Nel 2012 si è intestato un convegno, tenuto a Roma, molto importante, con una sineddoche per tema: “Quando lo spazio insegna”, nuove architetture per la scuola del nuovo millennio.

La scuola open space, senza aule, né corridoi. Dove studenti e insegnanti lavorano in modo collaborativo, sfruttando le possibilità offerte da internet e dalle tecnologie della comunicazione. Una scuola aperta tutto il giorno, disponibile alle contaminazioni con il territorio: scuola vera e propria al mattino, centro sportivo e di aggregazione al pomeriggio, centro di formazione per gli adulti alla sera. Queste, nelle parole del ministro di allora, le conclusioni del convegno, perché la scuola della società della conoscenza richiede spazi modulari e polifunzionali, facilmente configurabili ed in grado di rispondere a contesti educativi sempre in evoluzione.

Il suggerimento uscito dal convegno era quello di alzare lo sguardo sulle esperienza delle  scuole europee che avevano intrapreso un percorso di ripensamento dell’ambiente di apprendimento. Siamo al dunque, e la legge sull’edilizia scolastica è ancora quella dal 1975, con le aule come unità didattica. Ora che si studiano gli spazi il principio è sempre lo stesso.

Quando si deve mettere in sicurezza un luogo o lo si chiude o, se si tiene aperto, occorre considerare attentamente l’uso a cui è destinato quel luogo e quali attività in esso si svolgono.
Non so chi abbia coniato la pessima espressione “classi pollaio”, so però che la promessa di eliminarle contiene un inganno, perché anche quando si riducesse il numero dei polli il pollaio resterebbe sempre un pollaio. La scuola magazzino, la scuola silos di generazioni non funziona più, non da oggi, ma da tempo. Un tempo nutrito di riflessioni pedagogiche e di esperienze, ma sempre un tempo che la scuola ha tenuto distante da sé.
E, dunque, si continua ad ignorare la necessità di aprire il pollaio, di abbattere le mura del magazzino, di demolire i silos. Ci si comporta come se fosse scoppiata l’aftaepizootica e la soluzione consistesse nel distribuire gli animali in più stalle a ruminare come prima.

Con “andare a scuola” noi intendiamo l’impegno ad apprendere e a studiare, che però non vuol dire per forza di cose stare tutti insieme in una aula ogni giorno per duecento giorni all’anno, come non significa che giunge un momento nella vita di ciascuno di noi in cui si smette di “andare a scuola”, nel senso che si cessa di studiare.

Un aspetto su cui è opportuno fare chiarezza è che ‘cultura’ ed ‘educazione’ sono due cose distinte che non vanno mischiate tra loro come spesso invece ci accade di fare.
La questione se la poneva Lev Tolstoj intorno agli anni Sessanta del diciannovesimo secolo. Tolstoj risolve il problema sostituendo al concetto di educazione quello di ‘cultura’, sostenendo che si deve operare una netta distinzione tra le nozioni di cultura, educazione, istruzione e insegnamento.
La cultura è la somma di tutte le esperienze che formano il nostro carattere, mentre l’educazione è il prodotto della volontà di plasmare la personalità e il comportamento delle persone. Ciò che differenzia l’educazione dalla cultura è, dunque, ‘il carattere coercitivo’, l’educazione è cultura obbligatoria; la cultura è libertà.

Sto sostenendo che volendo riaprire le scuole a settembre, prima sarebbe stato necessario decidere cosa farci dentro a quegli edifici: organizzare il pollaio in funzione della  sicurezza o organizzare la sicurezza in funzione del riprendere a fare cultura?

L’edificio scolastico è un luogo di studio dove i processi di apprendimento sono individualizzati, né più ne meno delle cure mediche, dove si promuove l’autonomia, vale a dire il camminare da soli con le proprie gambe nei territori della cultura, avendo grande attenzione alla qualità dei compiti a ciascuno richiesti. La scuola non può che essere il luogo della flessibilità, della scomposizione e della ricomposizione di spazi, gruppi, esperienze e relazioni. Alla scuola non servono piani d’appoggio, ma tavoli da lavoro, le sedute con il piano ribaltabile vanno bene per l’aula magna, per la sala delle conferenze, non certo per spazi laboratorio, intendendo per laboratorio ‘i saperi operosi’, l’operosità del sapere. L’apprendimento come processo culturale, mai statico ma sempre dinamico. Allora la sfida mancata è quella di riaprire a settembre degli ambienti di apprendimento, degli spazi dove si svolge la cultura, anziché i silos e i magazzini che continuano a contenere generazioni dopo generazioni.

Il tempo ci sarebbe stato già prima, ma volendo, anziché usare la demagogia delle ‘classi pollaio’ come specchietto per le allodole, sempre che si avessero delle idee e delle riflessioni in testa, si sarebbe potuto lavorare fin da marzo per predisporre nuove scenografie, nuove regie degli apprendimenti, della cultura e dei saperi.
Invece si è nominato un commissario al grande Moloch, senza considerare che in un luogo in cui si fa cultura l’uso dello spazio oltre ad essere dinamico è dialettico. Varia dai progetti, dai percorsi didattici, dalle proposte di lavoro, dai conflitti, dalle strumentazioni di cui si dispone, insomma da quello che si intende fare che non sempre è identico a se stesso e da quello che avviene che non sempre è anticipabile.
Gruppi che possono essere anche numerosi, con le necessarie misure di sicurezza, se si tratta di un video o di una conferenza, gruppi più piccoli, monadi che necessitano di spazi in cui gli arredi siano fruibili in modo da permettere sia il lavoro singolo che cooperativo e agli insegnanti di muoversi da un’isola all’altra, di avere un rapporto uno a uno quando necessario.  Aule atelier in cui si può essere anche in diversi e mantenere le distanze, aule di musica dove l’apprendimento dello strumento musicale avviene con la presenza di poche unità di alunni per volta. Se si suona il flauto e la chitarra in forma orchestrale lo si può fare in spazi ampi. E poi c’è il territorio con le strutture e le istituzioni culturali che offre, dunque, una distribuzione degli spazi che va ben oltre l’aula. In questa prospettiva ci sta anche l’ibrido con la didattica a distanza che può funzionare da tutoraggio di ciò che è già stato predisposto a lezione negli spazi scolastici o fuori sul territorio.

Infine la variabile tempo entro cui la cultura non può essere sacrificata come avviene a scuola, un tempo che va dilatato in funzione degli apprendimenti e dell’uso degli spazi. Le scuole sono gli edifici del nostro sistema culturale, pertanto non possono essere adibite alle sole necessità della didattica, come per lo più è accaduto finora, ma devono soddisfare anche quelle del territorio. Per cui non ci sarebbe nulla di scandaloso se si facessero turni di fruizione diversi in edifici predisposti con ambienti di apprendimento anziché di insegnamento, lo stesso vale per l’uso delle strutture messe a disposizione dal contesto urbano.

Da marzo il discorso sulla scuola ha conosciuto solo banchi, piani di riapertura sfornati dai comitati tecnico-scientifici e linee guida riviste e corrette. Tutto è stato enfatizzato come se la scuola fosse una vita a parte, diversa, come se le norme da rispettare non fossero quelle di tutti i giorni, distanziamento, mascherine, igienizzazione.
Siamo transitati dallo spazio che “insegna” vagheggiato dal ministro Profumo allo spazio che “consegna”, alle bambine e ai bambini, alle ragazze e  ai ragazzi che, in tempo di Covid, sono consegnati nelle aule e nei banchi, semmai nuovi, ma sempre in fila gli uni dietro agli altri come plotoncini alla conquista della loro educazione.

Al racconto di idee, proposte e soluzioni sono mancati i professionisti della cultura, gli insegnanti, a cui neppure si è pensato di dare voce o che non hanno avuto la  necessaria autorevolezza professionale per farsi ascoltare. Epidemiologi e virologi sono saliti alla ribalta delle interviste e degli studi televisivi,  gli insegnanti hanno lavorato a distanza, verrebbe da dire in ombra, sopravanzati da una catasta di banchi che non ha mancato di riempire i palinsesti televisivi.

LA SCUOLA, COME RIPARTIRE?
Una proposta alla mia città e al Sindaco

Il livello più basso che una comunità può giungere a toccare è quando la formazione delle giovani generazioni non è più una priorità. Succede se la sindrome del tramonto del futuro colpisce i suoi membri e quindi non è più necessario garantire alcuna continuità. Non si tratta di un orizzonte da fantascienza, ma di quello che sta accadendo ora, vicino a noi, forse neppure avendone consapevolezza.
Dai figli cresciuti davanti al televisore siamo giunti ai bambini e ai ragazzi istruiti vis a vis con il monitor di un pc, del tablet e dello smartphone. Qualcuno potrebbe averci provato pure gusto e considerare che la cosa non è poi così male. Non c’è da meravigliarsi, ciò che desta scandalo e preoccupazione è che tutto sia stato accettato come una ineluttabile necessità.

Ora però che l’emergenza è passata e che la fase due permette di prendere le distanze dalla paura, sarebbe buona cosa soffermarsi a riflettere e la prima preoccupazione dovrebbe essere per loro: le bambine e i bambini, i ragazzi e le ragazze della nostra comunità. Uso il termine non a caso, perché è giunto il tempo di fare comunità, di assumerci tutti insieme la responsabilità nei confronti dei nostri concittadini più giovani, di restituirgli il tempo perduto, di recuperare le esperienze e gli apprendimenti mancati.
Senza citare esempi troppo lontani nel tempo, si tratta di esercitare i compiti della politica, nel senso più nobile del termine. Di organizzarsi come comunità in vista di uno scopo: prendersi cura insieme dei nostri ragazzi. Cosa ce ne facciamo della politica e di chi la rappresenta se non è in grado di coltivare idee nuove in condizioni eccezionali? Ora è il momento di verificare chi abbiamo votato, se in consiglio comunale siedono persone dotate di intelligenza capaci di interpretare i bisogni della collettività.

Non vorrei essere presuntuoso, non è affatto detto che il mio pensiero debba essere condiviso da tutti. Ma mi sembrerebbe un atto di responsabilità da parte degli adulti della mia città non arrendersi alla prospettiva che il prossimo anno scolastico dei nostri giovani si riduca ad uno zabaglione di insegnamento in presenza e di insegnamento a distanza, a una scuola che abdica alle sue funzioni oggi fondanti di socializzazione, inclusione, confronto e partecipazione per ridursi ad un unico compito, il più tradizionale ed antico, quello trasmissivo, quello della lezione frontale, che resta tale anche se lanciata da una piattaforma web, o se utilizza i materiali messi a disposizione dalla rete e da Rai scuola. I nostri ragazzi, bambini e adolescenti, hanno bisogno di ben altro, non possiamo trascurare a lungo le necessità della loro crescita, dell’incontro con l’altro, del costruire la propria identità, del riconoscersi nel gruppo dei pari, del coltivare pensieri, ansie e fantasie. Di vivere le occasioni per superare le proprie paure, le proprie frustrazioni e insicurezze, il proprio senso di inferiorità, di conquistare la propria autonomia. Le soluzioni non sono nelle parole dell’adulto, come non sono nello schermo di un device, ognuno se le costruisce, ciascuno se le conquista a modo suo se intorno c’è una vita che si agita, capace di proporre esperienze e incontri, relazioni, scambi, conflitti e mediazioni.

E allora lo sforzo in questo momento non è il ritorno nuovamente a casa, ma l’uscire fuori, sostituendo alle mura domestiche il territorio con una alleanza tra famiglie, amministrazione scolastica e amministrazione comunale per utilizzare tutte le risorse di spazi e di persone che si possono reperire e attivare. Dovremmo fare l’abitudine a incontrare per le strade gruppi di alunni che si muovono da un luogo all’altro per far scuola, nelle biblioteche, nei musei, nelle sale cinematografiche, nei teatri, parrocchie, oratori, centri sociali, mense, palestre e piscine, negli spazi all’aperto come negli spazi chiusi, in tutti quei luoghi che possono divenire aule e laboratori o essere reinventati per accogliere ragazzi di tutte le età, che studiano in modo nuovo fuori dall’aula tradizionale, come lontani dallo schermo del computer. Anziché insegnamento a distanza, dovremmo coltivare l’insegnamento in lontananza, lontani dai luoghi tradizionali del far scuola, lontani dai ripieghi dell’emergenza, per sperimentare un modo nuovo di apprendere, che sa usare la molteplicità delle risorse umane e materiali, la versatilità del territorio come una grande aula. Le occasioni dell’incontro, del confronto, della scoperta e delle relazioni si ampliano, si moltiplicano, i bambini e le bambine, i ragazzi le ragazze, anziché essere relegati negli edifici scolastici, invadono di scuola il territorio e la vita degli adulti. La loro crescita non è più un fatto privato dei singoli ma un impegno e una responsabilità dell’intera comunità.

Si può fare? Certamente. La riforma del titolo V della Costituzione ha introdotto il principio di sussidiarietà che consente di intervenire e non essere costretti ad accettare il piatto freddo offerto dalla ministra dell’istruzione. Se non vogliamo che da settembre prossimo i nostri ragazzi riprendano la scuola con la prospettiva di un anno scolastico ripartito tra l’aula scolastica e le pareti domestiche, bisogna muoversi da subito. La soluzione ci sarebbe, basterebbe che in tempi rapidi il sindaco convocasse un tavolo tra amministrazione comunale, dirigenti scolastici e presidenti dei Consigli di Istituto, in grado di dar vita a un gruppo di lavoro per utilizzare oltre agli edifici scolastici tutto ciò che è sfruttabile del territorio: spazi, risorse, associazionismo, volontariato, adulti disponibili e progettasse un anno scolastico diverso, non solo per l’emergenza, ma anche per il futuro.

NON E’ UNA GUERRA MA UN’OPPORTUNITA’
Perchè tutto questo dolore non sia inutile

Mai come in questo momento il linguaggio ha mostrato l’importanza della sua doppia funzione: quella di primo veicolo di informazione tra le diverse realtà nazionali, culturali e linguistiche che compongono la comunità globale e quella di strumento di comunicazione tra le persone coinvolte in questo dramma mondiale.
In tutte e due le sue funzioni la sua efficacia dipende dall’uso preciso o approssimativo che si fa del significato delle singole parole. Ha colpito la mia attenzione il fatto che la situazione in cui ci troviamo in questi giorni sia stata descritta usando la parola ‘guerra’; mi sono chiesta il perché di questa scelta e ho sentito la necessità di intervenire velocemente per frenarne l’uso che mi sembra scorretto e fuori luogo.
Infatti la guerra presuppone un nemico intenzionato a sopraffarci per sostituirsi alla nostra capacità di governo di una società e di un territorio, sottintende una volontà decisionale e una strategia di scelte e di comportamenti coordinati a raggiungere questo scopo.

Il virus non corrisponde a nessuna di queste caratteristiche; prima di tutto non è un essere vivente e perciò non ha volontà propria, né una conseguente strategia di comportamenti coordinati nel tempo. Non può quindi essere considerato un nemico, è un evento tra i tanti che la vita ci propone; certamente è inaspettato ma, come tutti gli eventi della nostra vita, possiamo vederlo come un ostacolo o come un’opportunità.
Se lo leggiamo per quello che è, cioè un virus che ha espresso potenzialità pandemiche, lo possiamo studiare come fenomeno che mette in evidenza i nostri punti deboli, sia come civiltà che come esseri biologici che vivono in relazione e in continuo movimento.
Possiamo considerare l’esperienza della guerra per poter fronteggiare il problema economico che questa pandemia ci sta procurando e ci procurerà; per adottare le misure necessarie a superarlo. Questo è l’unico ambito in cui trovo utile rifarsi all’immagine della guerra, per il resto dovremmo usare questo evento come un’occasione utile a cambiare e rendere la nostra società migliore e capace di sviluppare la nostra umanità.

Le criticità che ha messo in evidenza sono l’aver ridotto a merce la vita umana e le sue opere, il nostro considerare la creazione come un pozzo di San Patrizio dal quale attingere a piene mani, senza preoccuparsi di esaurirne le risorse, quando invece è il nostro patrimonio e lo dobbiamo valorizzare per restituirlo migliorato, come nostra eredità, alle generazioni future.
La società consumistica non ha usato gli strumenti di collegamento (strade, città, trasporti) per qualificare le relazioni umane, ma per accumulare profitto e così ha contribuito a squilibrare la distribuzione della popolazione sul territorio. Questo ha prodotto, oltre al degrado ambientale, anche un impoverimento della qualità della vita e delle relazioni interpersonali.

Dobbiamo tornare a mettere al centro la qualità della vita dell’uomo che ha bisogno di armonia con gli altri esseri umani e con l’ambiente. Quindi riacquistare il valore del territorio che rifletta quell’armonia e che produca una società capace di far convivere le proprie molteplici diversità e bisogni con la cura e il rispetto del paesaggio.

Questa crisi sanitaria ha messo in evidenza che una società democratica deve mettere al centro lo sviluppo sociale, quindi il servizio alla salute, con ospedali e presidi sanitari distribuiti sul territorio e accessibili a tutti. L’aver concentrato questi servizi in poche mega-strutture ha aggravato la situazione. Per mantenere una società che sia democratica e che si sviluppi, bisogna occuparsi della sua salute fisica nonché sostenere e sviluppare la qualità umana che passa attraverso la coscienza di sé’ e quindi la possibilità di avere strumenti culturali e di informazione.

Avendo diminuito di oltre due terzi, gli investimenti per l’organizzazione della sanità pubblica, fa emergere l’errore di finalizzare la scienza al profitto, e di sottomettere la conoscenza alle leggi di mercato: come se la cultura fosse un prodotto industriale. Il risultato è che si impoverisce il territorio, l’ampiezza e la complessità della conoscenza si riduce a poche specializzazioni e se ne tarpano gli imprevedibili sviluppi – espressione di creatività umana – e per giunta ci fa trovare anche impreparati agli imprevisti che la vita ci riserva Infatti, la vita è complessa e non specializzata.  Abbiamo tutti sotto gli occhi che i tagli alla sanità hanno portato ad una grave carenza di strutture, di strumenti tecnologici e soprattutto di personale competente e qualificato. Non solo, introducendo il numero chiuso nell’università e nei corsi di specializzazione, ci troviamo a non disporre di sufficiente personale di assistenza. Di questo è testimone la drammatica scarsità di medici e infermieri che si riscontra oggi e l’impossibilità di rispondere all’appello d’aiuto che la popolazione esprime nonostante gli indicibili sforzi e l’impegno che il personale sanitario sta esprimendo a livello di coscienza individuale.

I tagli ancora più vistosi alla scuola pubblica, all’università e alla ricerca tolgono la possibilità di rispondere alle nuove sollecitazioni dell’evoluzione tecnologica attraverso la ricerca e la scienza. Ancor più grave, risparmiando sull’educazione si rischia di tornare a una società primitiva che risolve le tensioni sociali con la violenza; si crea insoddisfazione e si riduce la capacità creativa dell’essere umano, il solo strumento che ci permette di superare le difficoltà.

Affrontare questa situazione come opportunità significa cogliere l’occasione di ricostruire una società che si fidi del cittadino e che dunque non abbia bisogno di creare tutte quelle procedure burocratiche finalizzate al controllo e che non consideri le persone incapaci di intendere e di volere o disoneste per natura.

Questo atteggiamento ha prodotto una pletora di leggi e divieti che complicano il funzionamento e la creazione di realtà produttive. Hanno reso l’accessibilità ai servizi complicata e antieconomica, che causa corruzione e che consente di aggirare le norme stabilite. Ancora più grave, ha abituato il funzionario pubblico a non assumersi la responsabilità del proprio ruolo, limitandolo soltanto a un esercizio di potere o oppositivo o discrezionale anziché valorizzarlo come elemento necessario a un servizio pubblico.

Insomma, se usiamo la parola “guerra” per caratterizzare questo momento storico, di nuovo perdiamo l’opportunità di cambiare, ripetiamo la solita storia. Dobbiamo smettere di pensare ‘contro’ e iniziare a pensare per creare e utilizzare questo tempo come l’occasione per correggere gli errori fatti e progettare un futuro che qualifichi la vita umana e le sue relazioni, che consideri l’ambiente come un luogo adatto ad esprimere tutta la nostra potenzialità creativa e a soddisfare il nostro gusto di vivere. Allora tutto il dolore di questo tempo non sarà stato inutile e potremo continuare a costruire la nostra storia fino a trasformare la società in comunità e la terra in un Paradiso terrestre.

                                                                         

ALLA FINE, QUALE DEMOCRAZIA RIMARRA’?
Due virus e due emergenze a confronto: Covid-19 e Terrorismo

Le immagini di piazze e strade svuotate dal Covid-19, dove, ogni tanto, si vedono forze dell’ordine che, con diverse modalità, controllano spicchi di territorio fermando passanti e automobilisti, mi rimandano alla primavera del ’78.
Era l’inizio di aprile. Mi trovavo a Roma per alcuni giorni, per la Direzione Nazionale dei giovani delle ACLI. La prima sera, con alcuni amici veneti e romani, siamo usciti per mangiare qualcosa in un’osteria. Le strade del centro erano deserte, un silenzio spettrale. Girato l’angolo di un incrocio di Via Nazionale, ci siamo quasi scontrati con un gruppetto di soldati di pattuglia che camminavano nel mezzo della strada. Eravamo in pieno rapimento dell’on. Aldo Moro e il ‘virus del terrorismo’ si stava espandendo, facendo proseliti e, purtroppo, numerose vittime. Si cercavano covi clandestini, persone ‘infettate’ dal terrorismo, si cercava di liberare l’ostaggio Moro.

Oggi sappiamo una verità molto differente ma non ancora compiuta. Nonostante numerosi processi, commissioni e soprattutto importanti e approfondite indagini giornalistiche, mancano alcuni tasselli fondamentali che possano fare chiarezza su quell’epidemia politica, sugli ‘untori’ (e mandanti), sui diversi aguzzini.

L’emergenza virale che stiamo subendo in questi giorni, per essere vinta ha bisogno di comportamenti responsabili di tutti noi italiani, di lunga o breve appartenenza a questo amato/non amato Paese. Un Paese fatto di comunità dove il triste tributo di vittime è doloroso e sempre inaccettabile. Anche se sembra impossibile, vanno evitate altre ‘unzioni’ di comodo per trarre qualche temporaneo beneficio politico e, soprattutto, c’è bisogno di tempo per far sì che la ricerca scientifica trovi il vaccino che ci porti fuori da questa pandemia.

Diverso è lo scenario per quanto riguarda il 42esimo anniversario della morte dei componenti della scorta e del rapimento e uccisione di Moro, che ricorre in questi giorni. Il fattore tempo, per chi scrive queste brevi note ed è convinto che la parte più indicibile non sia stata svelata, sembra giocare a sfavore. Più ci si allontana dai fatti e meno testimoni restano. Mi si potrà obiettare che ci sono i documenti, le carte, ma ci dovrà essere qualcuno o qualcosa che ti permetta di poterle ‘leggere’ con cura ed intelligenza. La storia degli Anni di Piombo e delle Stragi di Stato è in gran parte una pagina vuota, un buco ancora da riempire di verità.

Molti si ricorderanno che, a suo tempo, una vulgata molto gettonata affermava che i corpi e gli ambiti infetti/infedeli erano stati debellati, sconfitti. Migliaia e migliaia di pagine dissero che il terrorismo, ‘il virus’, era stato sconfitto grazie alla politica della fermezza. Tutto si era risolto per il meglio, si diceva. La cura era stata efficace e la democrazia ne era uscita rafforzata. Una democrazia fatta di rinunce quotidiane anche dure, importanti, fatte per il bene del Paese.
Il giornalista e studioso Giovanni Fasanella, che ha scavato molto fra quelle carte, nei giorni scorsi sui social ha detto che il Caso Moro non fu solo una ’influenza’ e, se portò lo Stato a sconfiggere il “Partito armato’, a disarticolarlo: “vacillò, però, di fronte a un partito più potente, quello della ‘morte politica’ di Aldo Moro, il suo uomo più lucido […] e da allora il Paese è scivolato inesorabilmente verso il baratro”. Un virus che non ci ha aiutati ad uscire dall’emergenza.

Anche in queste settimane, di fronte al Covid-19, le rinunce sono tante. Vengono chiusi molti luoghi della produzione, della socialità, dell’istruzione, dello stare e fare assieme. La democrazia sembra tenere, anche se molte libertà e molti diritti sono messi in sordina. Rimangono però sul tappeto molte domande aperte. Le persone che oggi perdono il lavoro avranno davvero il sostegno delle comunità in cui vivono, delle forze politiche e sociali, del Governo, per ritrovare una nuova stabilità economica? E, alla fine dell’emergenza, quale democrazia rimarrà? Questa situazione avrà fatto ritrovare a tutti noi il senso di essere parte di una comunità, oppure non ci avrà insegnato niente?

Immagine della cover: di Beppe Briguglio, Patrizia Pulga, Medardo Pedrini, Marco Vaccari http://www.stragi.it/index.php?pagina=associazione&par=archivio, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4490241

 

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Umanità in liquefazione

È condizione d’ogni esistenza iniziare e finire, migrare tra questi confini da un prima a un dopo, da uno spazio all’altro, da un’assenza a una presenza, da un vuoto a un meno vuoto. Difendiamo i nostri confini non è l’appello ad un presidio geografico, quanto piuttosto a conservare i propri ambienti psicologici, a partire dalle tradizioni, i territori culturali delle nostre nascite e delle nostre morti, nulla di fisico, ma i recinti dei nostri luoghi interiori, con i materiali immateriali accumulati nel tempo.
Non c’è spazio per fare “luogo”, non ci sono spazi da condividere né quelli pubblici né quelli privati, né i luoghi di incontro né i luoghi della preghiera. Ci sono solo i corpi che ci appartengono a baluardo dei nostri recinti interiori.
Neghiamo lo spazio fisico per difendere i nostri spazi psicologici. Temiamo che i luoghi del nostro spirito possano cedere all’urto di chi fugge dai “non luoghi”, da territori inospitali, incapaci di accogliere le esistenze, di contenere i propri recinti interiori. Aiutarli a casa loro è problematico, perché casa loro, per ogni esistenza degna di questo nome, è un luogo che non c’è.
Il confine non è il luogo della separazione, dello iato, è al contrario il punto dell’incontro, lo spazio per guardarsi in volto, per mettere insieme i propri fini: il cum-finis dei latini.
Il confine è l’intersezione dell’entrare e dell’uscire, dell’andare e del venire, la regione delle contaminazioni, la contrada del parlarsi e del conoscersi, la zona della accoglienza, il termine d’ogni distanza. Il confine è valico da a per, è varco, è l’approdo della libertà di spostarsi.
Proprio per questo chi teme il riconoscimento dell’altro pone i divieti, alza i muri e le barriere di filo spinato.
Chiudere i porti è impedire di giungere ai nostri confini, al luogo in cui le esistenze si incontrano e possono guardarsi negli occhi. Perché come scriveva Benjamin: “nello sguardo è implicita l’attesa di essere ricambiato”. È questo che occorre evitare, è necessario impedire che la massa indistinta dei migranti si faccia umanità.
La società liquida si liquefà per la fatica di stare insieme, dell’essere comunità, la comunione umana ci è divenuta grave da reggere, ogni giorno mette a repentaglio le nostre individualità, i nostri soggettivismi, i diritti dell’io, le sue ragioni, i suoi pensieri, le sue radici radicate, le identità minacciate da identità disperate che cercano se stesse, in fuga dai non luoghi perché luoghi di annullamento.
E allora si mettono in campo primogeniture, diritti di prelazione, gerarchie storiche e geografiche con cui ogni tribù difende il suo territorio dall’occupazione dell’altro.
Ai confini si comunica, si mette in comune, la parola si fa sociale, servizio e valore, divulga pensieri e sentimenti.
Se i confini si cancellano, si tolgono di mezzo per innalzare barriere invalicabili, muri, le paratie dell’isolamento, anche il parlare viene meno, il trasporto della parola cede all’antiverbo: l’infrazione, lo scontro, l’angheria, l’offesa e la minaccia. La verità si muta in menzogna e la menzogna si vende per verità.
L’uomo perde la socialità, il suo essere animale sociale, snatura se stesso, la sua storia, la sua esistenza. Mentre ritiene di salvaguardare i propri recinti interiori precipita verso la loro decomposizione, procede a demolire la sua storia e le ragioni delle sue geografie territoriali e culturali. Ai confini non si possono sostituire le sanzioni, le chiusure, negare agli altri il viaggio significa negarlo a se stessi.
La nostra liquefazione è in corso, non solo l’ambiente snatura, ma anche la nostra umanità. La mutazione procede per cancellazioni di ciò che ci ha resi umani. Umani non siamo nati, umani siamo divenuti, la nostra umanità ce la siamo costruita e ci è costata milioni di anni della nostra storia. Basta poco a dissiparla, lo sappiamo da tempo. Le individualità che rivendicano la primazia senza sociale, senza una comunità che le contenga e che consenta loro di essere, sono monadi svuotate della “substantia” umana.
Il mondo è la nostra rappresentazione, il mondo è la nostra volontà, per dirla con Schopenhauer, il mondo esiste per noi.
Inseguire l’illusione di difendere i propri territori materiali e immateriali, rinserrandosi in essi, comporta la negazione del mondo, scegliere di dissociarsi dalla propria umanità, avviarsi verso una metamorfosi kafkiana, tutti ridotti a bacherozzi a cui la pancia comanda, vittime di se stessi e del proprio fallimento.
Dalla società liquida alla società liquefatta, il solo verbo legittimo è digitale, gli unici confini che è lecito varcare sono quelli consentiti da Google, le sole migrazioni ammesse, quelle delle navigazioni in rete.
Privo di volontà, il genere umano si va liquefacendo nel virtuale, ormai incapace di vivere e affrontare un reale sempre più complesso, ha ceduto alle tre doppia vu la rappresentazione del mondo.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Le parole chiave

Ho dormito a fianco del Velino con il Terminillo per sfondo. Ho percorso la città sotterranea che si snoda lungo il viadotto costruito nel III secolo a. C. dai Romani per consentire alla via Salaria, l’antica via del sale, di superare il fiume Velino e di raggiungere la città. Ho visitato il teatro Tito Flavio Vespasiano, unico per la sua acustica, e la Biblioteca Paroniana con la sua preziosa collezione di atlanti antichi come l’Atlas sive Cosmographicae Meditationes di Gerardo Mercatore, l’olandese Gerhard Kremer, e l’Italia di Antonio Magini, pubblicato a Bologna nel 1620.
Sono stato invitato a Rieti dall’associazione Nuovi Percorsi per parlare di Città della Conoscenza. Quando ci si interroga sul futuro, la prima cosa che una città oggi ha necessità di apprendere è quella di sapersi porre le domande giuste per evitare di sbagliare la strada nella ricerca delle risposte.
E le domande giuste le ho trovate nelle parole chiave con cui gli amici di Rieti hanno preparato il nostro incontro. Quattro: territorio, società, cultura, identità. Ma non perché siano nuove, semplicemente perché sono “le parole chiave”.
Cosa significa territorio, cos’è territorio? Una parola, preceduta dal suo articolo determinativo “il”, “il territorio”, di cui abbiamo abusato nel secolo scorso e che la globalizzazione anziché dilatare ha ristretto, fino a farlo scomparire. Il territorio si è ammalato. Il territorio è stato soppiantato dall’ambiente. Non dagli ambienti, ma dall’ambiente e ce n’è solo uno in tutto il mondo: l’ambiente. La sua difesa, la sua tutela, pena la sopravvivenza della specie umana.
E mentre il territorio si faceva “iper” per perdersi nell’ambiente, la storia, le migrazioni si appropriavano dei luoghi della nostra stanzialità. Così dal territorio siamo regrediti al luogo, da chiudere tra paratie per impedire che l’onda del fiume in piena di una umanità in movimento ci travolga. Col mutare della geografia degli spazi è mutata anche la geografia dei pensieri.
Le pietre che limitano gli spazi, che consentono di riconoscere le aree comuni sono state divelte. Società è parola destrutturata. L’abitare insieme tutti differenti per età, culture, occupazioni, redditi, stili di vita, l’interagire di ogni individuo continuamente con un numero di altri individui per le ragioni più disparate, tutto è stato ridotto ad un unico comune denominatore: il popolo. Socio, compagno, amico, alleato, relazione, organizzazione, interagire per obiettivi comuni inaspettatamente non appartengono più al lessico della polis, come se improvvisamente avessero bruciato i loro significati.
Non viviamo più entro i limiti dei nostri confini, vale a dire entro lo spazio dei fini condivisi, ma abbiamo innalzato le frontiere. La comunità che innalza le frontiere non è più “socievole”, “abile socialmente”, ma al contrario si fa “tribù”. Troppo difficile da reggere la società aperta e i suoi nemici, meglio la società chiusa con pochi amici.
La cultura, il coltivare insieme il sapere non si fa più. Non c’è un sapere comune, del sapere si è giunti a diffidare. La cultura è il passato. Dinamicità e processualità della cultura sono i nemici del sistema di senso dominante che ha soppiantato ricerca, cultura scientifica e competenze. La cultura è l’élite che si contrappone al popolo, che ha il sapere della pancia che va celebrato a folklore e salsicce. La cultura sono le radici ancestrali di un popolo da contrapporre alle culture dei popoli che lo vogliono invadere e ridurre alla fame.
La cosa peggiore che può accadere è perdere la propria identità, annullata dall’etichetta posticcia e indefinita di popolo. Cancellare l’identità di una persona è negarne l’esistenza, privarla del diritto di essere persona, con la sua storia, le sue emozioni, le sue memorie.
La riconoscibilità, cancellare la riconoscibilità che non sia l’identificarsi con il popolo o con il “cittadino” di lontano ripescaggio.
I nuovi soggetti al governo del paese hanno cassato significato e futuro di parole che sono la chiave della convivenza, della crescita, dello sviluppo, della democrazia: territorio, società, cultura, identità.
Parole rispetto alle quali abbiamo invece l’urgente bisogno di apprendere a dare risposte nuove, a indagarne la complessità e le sfide a partire da dove stiamo insieme, da dove condividiamo le vite: le nostre città. Fare delle nostre città i sistemi complessi che apprendono, l’opera della “rinascita” come è stato nella storia e nella cultura del nostro paese. In un sistema sociale maturo gli attributi che consentono agli individui di essere cittadini attori interagenti sono l’apprendimento, l’invenzione e l’adattamento. Non ciò che conosciamo ma ciò che ancora non sappiamo.
Si tratta di uno spostamento nel nostro modo di pensare che comporta la partenza verso terre non ancora esplorate, pertanto non possiamo permetterci di perdere la bussola dei quattro punti cardinali: territorio, società, cultura e identità.

Ferrara economicamente arretrata? E’ una fake news

Mancano ormai pochi mesi alla scadenza delle elezioni amministrative nel Comune di Ferrara e ancora la discussione stenta a procedere. O meglio: si sente discutere più o meno pubblicamente di possibili liste e candidati, ma rimane ancora molto sottotraccia il merito delle idee o delle proposte da mettere in campo.
Proprio per questo vorrei invece provare a proporre qualche riflessione sulla condizione socio-economica del territorio ferrarese, sulla base di un approccio un po’ diverso da quelli utilizzati in passato.
Si è soliti infatti, ormai da molto tempo, descrivere quello di Ferrara come un territorio economicamente e socialmente depresso, almeno nel confronto con le altre province dell’Emilia-Romagna. Senza dubbio in questa affermazione sta un nocciolo di verità. Tuttavia a me sembra che si sia poco riflettuto, sinora, su ciò che distingue il capoluogo dal resto della provincia. Da questo punto di vista qualcosa di profondo è cambiato rispetto agli anni ’70 e ’80 del secolo scorso.
Oggi, al contrario di quanto alcuni dicono e molti pensano, Ferrara (intesa come capoluogo) non è una città economicamente arretrata, neppure relativamente all’avanzato contesto regionale. Basta guardare i dati ultimi disponibili sui redditi dichiarati, riferiti al 2016: il reddito imponibile per contribuente del Comune di Ferrara (21.933 euro) è più alto di quello medio regionale (21.269), non parliamo di quello medio nazionale, fermo a circa 19.500 euro; è più alto anche rispetto a quello di altri capoluoghi di provincia della regione; ma soprattutto va evidenziato che la differenza tra il reddito imponibile per contribuente del capoluogo e quello del resto dei comuni della provincia (17.626 euro) è la più alta di tutta la regione.
Se guardiamo poi al tasso di occupazione, il 71,6 registrato nel 2017 è largamente superiore non solo a quello medio provinciale (67,6%), ma anche a quello regionale (68,6%) e, ovviamente, a quello nazionale (58%); al contrario risulta praticamente allineato con il tasso provinciale di Bologna, che è il più alto d’Italia dopo quello di Bolzano. Anche da questo punto di vista, quindi, non si può proprio dire che il Comune di Ferrara stia in fondo alla classifica. Inoltre, guardando le serie storiche si nota una certa tendenza al miglioramento, in particolare a partire dal 2013, momento più acuto della crisi, quando cresce il divario tra il tasso del capoluogo e quello del resto della provincia e il primo si allinea progressivamente a quello regionale fino a superarlo.

Fonti: elaborazione su dati Istat e Ufficio Statistica del Comune di Ferrara

E’ chiaro che questo non significa che non ci siano problemi e criticità, peraltro in gran parte simili a quelli del resto dell’economia nazionale e regionale: squilibrio nella distribuzione dei redditi; ampia presenza tra gli occupati di lavoro precario e a part-time; difficoltà ad assorbire uno stock di disoccupati quasi raddoppiato rispetto a quello di 10 anni fa, a causa soprattutto di un forte incremento della forza-lavoro determinato dall’aumento del tasso di attività. E altri se ne potrebbero aggiungere, a cominciare dagli squilibri demografici.
Tuttavia, considerare gli elementi da cui siamo partiti ci consente di porre e di porci delle nuove domande, che riguardano la traiettoria evolutiva della città.
Come si spiegano infatti quei dati?
Un tema chiave è certamente quello della crescente mobilità lavorativa.
Sia i redditi sia il tasso di occupazione fanno riferimento infatti ai residenti, ma non è affatto scontato che l’attività lavorativa sia prestata e i conseguenti redditi siano percepiti nel territorio di residenza.
E infatti nel 2017 dei quasi 60.000 occupati residenti nel Comune di Ferrara, quasi un quarto lavorava fuori dal Comune stesso e la tendenza è alla crescita di questa percentuale, visto che dieci anni prima, nel 2007, essa era ferma al 21,9%1.
E’ molto probabile quindi che la più facile e più veloce mobilità delle cose e delle persone (per non parlare degli asset immateriali) abbia fatto sì che oggi la condizione socio-economica del capoluogo sia molto meno che in passato connessa con quella del territorio della sua provincia e lo sia viceversa molto di più con quella di altre realtà regionali, in particolare con il forte polo d’attrazione rappresentato dal capoluogo regionale, Bologna.
Uno studio presentato l’anno scorso dalla Camera di Commercio di Ferrara e ripreso dall’annuario del CDS indicava in oltre il 30% la percentuale di lavoratori dipendenti di aziende private residenti nel Comune di Ferrara e occupati in altre province, dei quali circa la metà nella provincia di Bologna.
Questo conferma il ruolo centrale che le infrastrutture per la mobilità sempre più rivestono nel determinare le linee di sviluppo dei sistemi territoriali.
Ferrara città gode dunque della fortuna di trovarsi a distanza relativamente breve da un importante polo produttivo e di servizi come quello di Bologna e questo spiega in buona parte i dati positivi da cui siamo partiti.
Naturalmente vedere le cose da questo punto di vista obbliga a riconsiderare questioni centrali nel governo della città ed anche della Regione, per inserire le scelte da fare in futuro dentro una esplicita strategia e un quadro di coerenze conseguenti.
Perché è ovvio che accanto alle opportunità, stanno anche i rischi.
Delle opportunità si è detto: più occupati e più ricchezza.
I rischi possono essere diversi. Uno evidente riguarda una parte del territorio provinciale, che – anche per effetto dello storico deficit infrastrutturale che lo caratterizza – rischia di andare alla deriva: spopolamento, estremo invecchiamento della popolazione residua, riduzione delle imprese attive sono tutte componenti di una spirale recessiva che nell’ultimo decennio ha registrato una decisa accelerazione in alcune aree della provincia di Ferrara ad est del capoluogo.
Un altro rischio, forse meno evidente perché certamente ad uno stadio meno avanzato, riguarda proprio lo stesso capoluogo. Il processo descritto potrebbe infatti indurre nel tempo un indebolimento del suo profilo identitario, trasformarlo in una sorta di periferia metropolitana, quasi indistinguibile da altre periferie. E’ un rischio da non sottovalutare, anche se ad oggi non sembra immanente.
Ma gli anticorpi di Ferrara sono da questo punto di vista sono robusti.
Stanno prima di tutto nel suo patrimonio storico, artistico, culturale, nella sua qualità urbana, nella ricchezza di proposte e di iniziative che ne hanno fatto anche negli ultimi anni in modo crescente meta importante del turismo nazionale ed estero; stanno nella presenza di una piccola ma qualificata università che recentemente ha visto ulteriormente crescere le immatricolazioni; stanno infine nell’insediamento decennale di attività produttive ad altissimo valore aggiunto.
Sono esattamente i fattori identitari che andrebbero preservati e valorizzati nel momento in cui si delinea nei fatti l’esistenza di una vasta area subregionale integrata dal punto di vista sociale ed economico, un processo già ad uno stadio avanzato e a cui comunque sarebbe disastroso opporsi in nome di un riflesso difensivo e di un neo-campanilismo corporativo.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Le virtù del buon senso

Sembra di essere ritornati ai tempi andati quando a risolvere le questioni bastava un po’ di buon senso. A rivalutare il “buon senso” ci ha pensato il Miur con un progetto in collaborazione con la casa editrice Laterza, la Rai e l’Istat. Non si può che salutare positivamente l’intenzione di educare i nostri studenti, anche se di soli nove istituti superiori su tutto il territorio nazionale e in via sperimentale, all’uso del buon senso, uno di quegli attrezzi che sembrano dimenticati, la cui frequentazione non nuocerebbe neppure agli adulti.
Perché il buon senso? La ministra Fedeli dichiara che così si educano le nuove generazioni, fornendo loro strumenti e conoscenze, a interpretare e a comprendere i fenomeni e le questioni che interessano la società in cui viviamo. Un modo per attrezzare i giovani e fornire loro gli anticorpi contro le fake news della rete, ponendoli nella condizione di sviluppare capacità logiche e dialettiche confrontandosi su posizioni diverse, fino a realizzare, al termine del percorso, un prodotto che potrà essere un saggio breve, un reportage, un dibattito, un video o uno spettacolo teatrale. Al progetto parteciperanno numerosi partner qualificati: testate e reti televisive, giornali, web media, teatri, associazioni, scuole professionali, istituti di ricerca e fondazioni culturali.
Il progetto suggerisce alcuni interrogativi. Innanzitutto perché intestarlo al “buon senso”. Pareva che fino ad ora la scuola fosse impegnata a fornire competenze, anche se su quest’ultime regna ancora un po’ di confusione, rispetto alle nozioni e alle conoscenze, che quelle sono chiare, sono scritte nei libri di testo e nei programmi, ma il buon senso è davvero una novità, forse perché uno lo dà per scontato, come l’attenzione, il ragionamento e quegli altri ingredienti del fare e dello stare a scuola.
“Buonsenso” il dizionario nota che è la capacità naturale dell’individuo di valutare e distinguere il logico dall’illogico, l’opportuno dall’inopportuno, e di comportarsi in modo giusto, saggio ed equilibrato, in funzione di risultati pratici da conseguire.
Così naturale poi non deve esserlo se è necessario sperimentare l’educazione al buon senso nelle nostre scuole per carenza tra i nostri giovani di un sano, pragmatico buon senso, che evidentemente non può mancare ai tanti soggetti che sono stati chiamati all’appello da questo progetto.
Il buon senso, dunque, se anche innato, va imparato, ne va appreso l’uso, chiama in causa la capacità di pensare e la capacità di giudizio. Torna alla mente l’Etica nicomachea di Arsistotele, la terza virtù chiamata appunto “buon senso” (gnòme), che consiste nel giudicare rettamente.
Aristotele direbbe che il progetto del Miur punta a formare individui “benevoli” (eugnomones), vale a dire che giudicano rettamente e sono dotati di buon senso, cioè sono in grado di formulare un giudizio retto ed equo, virtù alla quale, secondo Aristotele, diamo il nome di comprensione.
Buon senso quindi uguale a comprensione, procurandosi gli strumenti per comprendere la realtà che sono sempre gli stessi: conoscenza, ricerca, confronto dei dati.
Ma quello di formare al giudizio retto ed equo non dovrebbe essere compito di tutta l’istruzione dalla scuola dell’infanzia alle superiori? Cosa si fa a scuola che non sia questo? Perché solo gli studenti di nove istituti dovrebbero essere formati al buon senso e gli altri no? Si sono accorti al Miur della contraddizione?
La scuola di tutti e per tutti quale deve essere? Quella del progetto “Buon senso” o l’altra?
Indubbiamente quella del “Buon senso”. E allora l’altra, quella ben più ampia che non è coinvolta, è una scuola che non è, è una scuola che lavora per obiettivi che non servono ai giovani per comprendere il mondo in cui vivono, per difendersi dalle bufale, per comprendere la complessità del tempo e della società che abitano?
Un’idea buona rischia di denunciare una scuola cattiva. O piuttosto la verità è che siamo in ritardo, che si è compresa la strada del cambiamento che dovrebbe essere intrapresa da tutto il nostro sistema formativo, ma che si è ancora impotenti a dare corpo, idee, e organizzazione a questo cambiamento. Si tentano timidi episodi qua e là senza riuscire ad andare a sistema, perché la nostra scuola è anche un corpo molle che resiste al cambiamento.
Se il cuore del sistema formativo di una nazione è quello di formare i propri giovani al “buon senso”, nell’interpretazione aristotelica, uscire dal sistema formativo forniti degli strumenti che consentono di interpretare la realtà in maniera retta ed equa, allora è con questo sguardo che dobbiamo ripercorrere tutta l’organizzazione del nostro sistema scolastico, dalla formazione dei suoi docenti fino agli esiti dei suoi studenti.
Per di più il progetto “Buon senso” del Miur ci suggerisce che questo è un obiettivo che la nostra scuola non ce la fa a perseguirlo da sola. La pluralità di soggetti che si è dichiarata disposta ad aiutarla induce inevitabilmente un’altra riflessione, e cioè che il nostro sistema formativo, di fronte alle nuove sfide, di fronte ai nuovi obiettivi non è più autosufficiente, non è più in grado di fare da sé.
È giunto il tempo che non si può più fare scuola solo nelle aule, non si può più fare scuola solo con gli insegnanti, ma ormai sono chiamati all’appello il territorio e i suoi soggetti. L’idea che fare scuola è cosa larga chiama in gioco chi ogni giorno sperimenta e lavora, chi ha esperienza in ciò che si discute e si ricerca sui banchi di scuola. Questo dialogo, questo travasare i contributi di chi è esperto, di chi può fornire risorse e conoscenze ai percorsi di apprendimento degli studenti deve divenire il modo normale di apprendere in un sistema formativo dinamico, che dalla scuola esce per muoversi sul territorio e che dal territorio ritorna alla scuola per ritracciare le mappe della conoscenza.

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
“Libriamo” la Gad

Perché non accogliere la proposta di alcuni cittadini e abitanti del quartiere di costituire un polo bibliotecario in zona Gad? Rispondere con le armi della cultura anziché arrenderci alle armi dell’esercito?
Non un luogo di soli libri, ma un luogo di circolazione della conoscenza, un luogo di incontri, di iniziative, di animazione del quartiere attraverso il sapere insieme. Non un luogo chiuso ma aperto, capace di mobilitare il sapere per le strade, per le piazze. Un hub di un quartiere vivo anziché spaventato.
Non abbiamo bisogno di archivi e di luoghi morti, ma di luoghi che siano l’anima di iniziative capaci di rispondere ai bisogni formativi e culturali delle persone, nella prospettiva della formazione permanente.
Non un luogo autoreferenziale come lo sono le scuole, l’università, musei, cinema, teatri e biblioteche. Ognuno per sé senza neppure conoscere cosa fa il vicino, senza alcun coordinamento.
Ecco, l’hub bibliotecario della Gad come obiettivo potrebbe avere quello di dare impulso alla collaborazione fra istituzioni diverse, oltre che indirizzare il cittadino verso altre esperienze culturali sul territorio. Insomma lavorare per una cultura calda, per un’idea di città come impresa educativa.
Ho già avuto modo di scrivere in questa rubrica dell’esperienza del Consorzio delle biblioteche dei Comuni della Provincia nord-ovest di Milano (vedi qui).
Perché non cogliamo questa occasione per farla nostra, semmai reinventandola?
La realtà della città è un’enorme arnia di occasioni formative, la biblioteca potrebbe essere il luogo per mettere in rete tutte le celle di questa arnia, far conoscere cosa offre il quartiere e cosa offre la città.
L’idea di valorizzare il circuito della conoscenza mettendo in rete gli eventi relativi alla diffusione del sapere e della cultura. La banca dati digitale degli avvenimenti in città: i luoghi della cultura, i percorsi tra i beni artistico-architettonici, le proposte paesaggistico-ambientali, gli itinerari naturalistici da visitare. Spettacoli, concerti, conferenze, gite da non perdere. E in fine lo sport e i luoghi dove mangiare e bere da provare. Un hub che interagisca e operi in collaborazione, con scuole, centri sociali, istituzioni, imprese e associazioni del territorio, seguendo il filo rosso dell’istruzione diffusa e permanente, con l’obbiettivo di fare incontrare tar loro tutte le forme di apprendimento da quelle formali, a quelle non formali e informali. Un luogo dove le differenti culture che ormai abitano il territorio possano raccontarsi e ascoltarsi vicendevolmente.
Un hub con servizi di prestito interbibliotecario e di consultazione, emeroteca, wifi gratuito, punti di bookcrossing, iniziative culturali per bambini e adulti.
Uno spazio pubblico per studenti e cittadini, in rete con il circuito delle biblioteche universitarie, con l’archivio di stato e comunale, una sala convegni, una sala per mostre ed esposizioni. Una piazza coperta dove incontrarsi, con un bar-ristoro dove fermarsi a leggere o dove ritrovarsi con altri per giocare, recuperando il piacere di stare insieme intorno ai giochi da tavolo.
Una biblioteca come luogo di ritrovo del quartiere, con spazi flessibili, ma anche come centro di apprendimento in grado di offrire risorse e opportunità all’intera gamma dei gruppi demografici del quartiere dall’infanzia agli anziani, dai corsi di informatica ai corsi di lingua italiana per gli stranieri, corsi di lingue, benessere e salute, musica, tecnologia, lavoro e management, scrittura e comunicazione.
Una biblioteca di quartiere come luogo della città condivisa, dove si mettono in comune spazi, beni e saperi per la produzione e lo scambio di servizi a vantaggio di tutti.
La biblioteca come luogo di pratica democratica dove nessuno è straniero, un Community Hub capace di captare i bisogni del territorio attraverso la rete di collaborazione con istituzioni, associazioni, centri sociali, gruppi di quartiere per fornire risposte adeguate in termini di elaborazione di servizi, organizzazione di attività culturali e di animazione territoriale.
L’obiettivo da raggiungere è quello di rivitalizzare il quartiere in termini di inclusione sociale e di empowerment di comunità.
Per fare questo i servizi di biblioteca devono ampliarsi, da un lato con proposte a differenti target di destinatari (giovani, famiglie, anziani) per accrescere il livello di interazione sociale, dall’altro attivando percorsi di partecipazione.
In città sempre più in preda alla paura del “diverso” la biblioteca è un luogo sicuro, dove poter constatare che di fronte al sapere siamo tutti uguali.
Un hub bibliotecario, piazza coperta del territorio, esige una riflessione approfondita da parte di amministratori, architetti e bibliotecari affinché le caratteristiche di questo luogo siano piacevoli e culturalmente stimolanti.
Una biblioteca pubblica ben progettata e ben gestita è un luogo che aumenta il capitale sociale del suo territorio.

ECOLOGICAMENTE
L’assetto idrogeologico nel tempo

Spunti di riflessione tratti dal libro che ricorda e festeggia 150 anni del Corriere della Sera, Editore Rizzoli.
Prima pagina: “una visione del passato aiuta a vivere l’oggi”.

Lunedì 8 ottobre 1888
“Badiamo ai monti. I disastri fluviali che hanno desolato recentemente la zona superiore della valle del Po ci ripongono innanzi il solito problema che ad ogni inondazione si comincia a discutere e dopo ogni in d’azione si oblia. Quali sono i mezzi con i quali impedire il ripetersi di queste sciagure? C’è lo stiamo chiedendo ancora, senza risposta. Di queste noncuranze però, e di queste ingiustizie i monti si vendicano qualche volta, e allora fanno sentire terribilmente alle pianure il loro quos ego. La nostra legge sulle opere pubbliche è, rispetto a questi bisogni idraulici, di una deplorevole insufficienza”.

Mercoledì 24 giugno 1903
“Indifferenza funesta: le piogge fastidiose del mese di giugno non hanno allarmato l’opinione pubblica perché i fiumi non hanno straripato e delle città intere non sono state distrutte, come l’anno scorso in Sicilia, per la violenza dei nubifragi; ma quei pochi dei quali in Italia si preoccupano dell’urgenza dei rimboschimenti non hanno potuto non pensare che ogni pericolo di maltempo aggiunge qualcosa ai danni antichi e rende più difficile è costosa l’opera di salvezza”.

Venerdì 16 novembre 1951
“La piena del Po ha assunto proporzioni veramente catastrofiche. Commossa solidarietà del Parlamento agli abitanti delle zone alluvionate”.

Venerdì 11 ottobre 1963
“L’onda della morte. Una catastrofe inimmaginabile. Cadaveri dappertutto, ma molti non avranno mai sepoltura. Il disastro e’ avvenuto in pochi minuti: una valanga liquida è scesa fulminea dalla diga per la frana di un intero costone del Monte Toc”.

Domenica 6 novembre 1966
“l’Arno decresce, l’Adige e il Tagliamento rompono. Desolazione e carestia a Firenze e Venezia, Trento, il Friuli e mezza Toscana allagati. L’Italia impreparata a difendersi dalle alluvioni, ma la previsione di questi fatti, con descrizione di cause note da molto tempo e con proposte di rimedi, la troviamo in relazioni scritte già anni or sono da esperti universitari e da ingegneri del genio civile. Il Parlamento nel 1962 approvò la Legge dei Fiumi lasciando le cose al punto in cui sono”.

Martedì 29 aprile 1986
“Valanghe e alluvioni nel Nord Italia. Continua l’andata di maltempo con piogge in pianura e nevicate in montagna. Numerosi i paesi isolati dalla slavina nelle valli. Ancora straripati i laghi Maggiore e d’Orta. In piena Ticino, Sesia e Dora”.

Per non dimenticare l’alluvione del Sarno 1998, Genova 2014, Livorno 2017 e tante altre vicende drammatiche.
La storia più recente ce la ricordiamo e vorremmo non si ripetesse.

Le incredibili gesta di Igor… tra giornalisti fantasiosi e investigatori confusi

C’era una volta Igor il Terribile (o era Ivan?)… Comunque c’era una volta, perché adesso non c’è più.
Ebbene sì cari miei, pare che i nostri baldi eroi delle forze dell’ordine abbiano gettato la spugna. Giorni fa un portavoce delle autorità inquirenti ha dichiarato la cessazione delle ricerche ammettendo che il pericoloso latitante, che tutti conosciamo come “Igor il russo”, alias Norbert Feher (che a dire il vero proprio russo non è), non si troverebbe più nel nostro territorio, per tre mesi setacciato in lungo e in largo dai reparti speciali dell’esercito, dai carabinieri, da unità cinofile e quant’altro per un totale di oltre mille uomini, con incredibile dispendio di mezzi e soldi pubblici ovviamente. E tutto questo per non ottenere nulla, solo una gran figura di… (lascio a voi la scelta della parolina).

Tutto ha inizio la sera di sabato primo aprile: anche la data sembra uno scherzo del destino. Uno sconosciuto col volto coperto da un passamontagna e armato di un fucile da caccia fa irruzione in un bar tabaccheria di una località nei pressi di Budrio, minacciando alcuni clienti e intimando al titolare di consegnargli i soldi della cassa. Le telecamere di sicurezza del locale riprendono tutto in un video che sarà poi diffuso da stampa e tv. L’aggressore, avvolto da impermeabile e mimetica, sembra muoversi in modo impacciato mentre punta il fucile contro il tabaccaio Davide Fabbri. Tant’è che Fabbri, per niente intimorito, reagisce riuscendo a strappargli di mano l’arma per poi brandirla come un bastone contro lo stesso rapinatore. Segue una breve colluttazione in cui lo sconosciuto estrae una pistola e spara al povero barista uccidendolo, per poi darsi alla fuga. La settimana dopo, vicino a Portomaggiore, Valerio Verri, una guardia ecologica del posto, sarà la seconda vittima del killer. Marco Ravaglia, collega di Verri e ferito a sua volta, se la caverà con una prognosi riservata di tre settimane e parecchie operazioni, che serviranno comunque a salvargli la vita.
Le testimonianze delle vittime e le prove del dna confermano, già dopo pochi giorni dai delitti, che il fuggitivo omicida è senza dubbio proprio Norbert Feher (il nostro Igor), che da quel momento in poi farà perdere definitivamente le proprie tracce.
Potrebbe trattarsi di un fatto di cronaca criminale come ce ne sono tanti, purtroppo, puntualmente ogni giorno, con vittime e morti ammazzati. Ciò che lo ha reso diverso non è stato il fatto in sé, ma tutta la costruzione mediatica che ne è seguita e che, ahinoi, trova tra i maggiori responsabili proprio i media giornalistici. Innanzitutto perché Igor? Da qui nasce l’assioma del ‘russo’, e tutto ciò che ne consegue: il suo passato di “reduce dell’Armata Rossa” (per cui, avendo oggi una quarantina d’anni, deve aver militato da bambino), oppure di “veterano della guerra dei Balcani”, per poi finire in descrizioni “leggendarie” di gesta da Rambo dell’Est, super addestrato, implacabile, freddo, maestro nell’arte del travestimento, certamente un elemento pericoloso (e su questo siamo d’accordo).

Tutti questi ingredienti sono senz’altro serviti allo scopo, cioè attirare un pubblico sempre più curioso e inquieto, che per tre mesi ha fagocitato notizie su notizie sulle incredibili capacità di adattamento del misterioso Igor, alle prese con la natura ostile delle nostre campagne. E sì perché è noto che le nostre campagne sono piene di insidie, con animali feroci come i gatti mannari che, a quanto pare, Igor affrontava a mani nude uccidendoli e mangiandoli crudi per sopravvivere alla fame. Oppure come le nostre grandi volpi-orso che il fuggiasco dell’Est scacciava dalle proprie spaziose tane per ricavarci rifugi per la notte. Mentre la tremebonda popolazione, ossessionata dalle frequenti incursioni dell’affamato criminale nelle loro proprietà, lasciava fuori dalla porta ceste colme di viveri, sperando così di ammansirlo. A tal proposito mi viene in mente la fantasiosa narrazione di quei villaggi, proprio dell’Est, nei quali di notte venivano esposte fuori dagli usci trecce d’aglio come deterrente per vampiri… spicchi d’aglio contro salami all’aglio, sempre lì siamo.
A nulla sono valsi i cani molecolari, i droni telecomandati e i satelliti (?), e nemmeno le puntuali incursioni dei nostri corpi speciali tra i tanti casolari abbandonati disseminati nel territorio, nella speranza di sorprenderlo nel sonno, adagiato vampirescamente in un angolo buio, al riparo dalla luce diurna.
Abito nella periferia sud-est di Ferrara, ma per qualche tempo ho creduto di vivere ai margini della foresta amazzonica, col timore che qualche notte Igor potesse spuntare dal boschetto di pioppi di là della strada per sbranare la mia gatta Margot, che non è mannara e si fa ingenuamente avvicinare dagli sconosciuti, poi sono rinsavito…

In realtà, il leggendario Igor delle cronache nostrane è soltanto un balordo malavitoso di nazionalità serba e con un nome, Norberto, diciamolo, alquanto da sfigato (non si offendano gli omonimi). Uno sfigato criminale che non aveva nulla da perdere: già in galera per rapina e sospetto omicidio e una fedina penale lunga un chilometro, tra furti, violenze e aggressioni, tornato poi in libertà nel 2015 grazie al buon cuore dei nostri magistrati, assai sensibili alle disgrazie giudiziarie di simili personaggi e sempre prodighi nell’elargire nuove opportunità di redenzione. Ebbene, questo perfetto esempio di straniero felicemente inserito nella nostra società non ci ha messo molto a riprendere il suo vizietto di far soldi estorcendoli preferibilmente con le cattive al malcapitato di turno.
Ma siccome spesso la realtà supera la fantasia, al di là delle bizzarre e intriganti narrazioni russofobe dei giornali, si scopre pure che Norbert (sempre Igor naturalmente) è un frequentatore stanziale delle nostre campagne e che per oltre dieci anni ha importunato, aggredito e derubato decine di persone aiutandosi con armi di fortuna come accette e coltelli, e soprattutto minacciando le sue vittime con arco e frecce. Igor o Robin Hood?
In questo chiacchierato caso di cronaca molti giornalisti, esagerando e spesso inventando di sana pianta, hanno fatto comunque il loro mestiere, anche se in modo discutibile e pure eticamente scorretto.

La vera perplessità, ma è pur sempre una mia opinione, nasce andando a vedere le scelte strategiche delle forze dell’ordine, che per mesi si sono intestardite impegnandosi nella ricerca di un balordo in un territorio circoscritto di campagna piatta e spoglia, fatta di campi coltivati e canali, priva di foreste, grotte e nascondigli inaccessibili (tane di volpe a parte), ma ricca altresì di paesi e borghi densamente abitati, quindi facilmente sorvegliata e sorvegliabile.
Per quanto se ne sa, la domanda è: perché non si è allargata la ricerca oltre questo territorio, indugiando oltremodo e fuori da ogni logica a insistere a presidiare un fazzoletto di terra in cui sarebbe difficile nascondersi anche per una mosca?
Forse la questione è sfuggita di mano, confondendo realtà e fantasia, credendo seriamente che un uomo potesse essere in grado di resistere per settimane e mesi senza un riparo sicuro, sopravvivendo alla fame e al freddo e restando sempre invisibile a chiunque. Capace di restare immerso nell’acqua dei canali o sepolto nella terra per ore, immune alle malattie e al deperimento fisico. Magari aiutato da alcuni fiancheggiatori del posto, peraltro mai identificati.
La sensazione (mia) è che, più che cercare il latitante in sé, si cercasse ostinatamente una giustificazione per continuare a crederlo ancora e sempre lì.
Una quantità di uomini e mezzi senza precedenti per un’operazione rivelatasi un fiasco clamoroso. Situazione quasi paradossale degna di un film di John Landis, come la sequenza dell’inseguimento dei fratelli Blues da parte di polizia e esercito per le strade dell’Illinois, con la differenza che almeno nel film le centinaia di macchine impiegate (e distrutte), e persino i carri armati, alla fine riescono nell’intento di catturare i malcapitati Elwood e Jake.
Il lato comico della faccenda ci sta tutto, e se non fosse per rispetto alle povere vittime ci sarebbe persino da ridere. E tutte le volte che ho letto l’ennesima perla giornalistica sulla vicenda mi è venuto da sorridere e un’idea per una nuova vignetta. Però il sorriso si spegne quando penso che in questo caso non si tratta dei Blues Brothers, fuorilegge maldestri e innocui, ma di un vero assassino, probabilmente maldestro anch’egli, ma sufficientemente in gamba da farla in barba ai mille uomini sulle sue tracce, addestrati ed equipaggiati di tutto punto.
Scommetterei pure che in questo momento Igor-Norbert, molto probabilmente ormai da diverso tempo al sicuro e lontano dall’Italia, si stia facendo una grassa risata alla faccia nostra. Ma questo, decisamente, non mi mette di buon umore.

La saga di Igor nelle vignette di Carlo Tassi 

demetrio-pedace

“I manager hanno snaturato le banche che inseguono il budget invece di essere arbitri del gioco”

(Pubblicato il 19 marzo 2015)

“Finanza etica? La si può fare in due modi. Operando con Onlus e associazioni che non hanno scopo di lucro, come fa ad esempio Banca Etica, oppure pronunciando ogni tanto qualche bel no”. Ad affermarlo è Demetrio Pedace, direttore della filiale ferrarese di Cassa padana. E perché non si pronunciano quei no?, domandiamo. “Perché per farlo bisogna essere obiettivi nei giudizi, e invece ad un certo punto nelle banche  sono arrivati i manager e con loro i ‘budget’, e da allora tutto si è snaturato. Da lì in avanti tutti quanti, dal direttore agli impiegati, hanno smesso di ragionare con la loro testa ed hanno piegato tutti i loro comportamenti al raggiungimento del budget ad ogni costo. L’unica logica ammessa è diventata quella commerciale, e nelle valutazioni e nelle conseguenti scelte questo ha pesato eccome. L’obiettivo commerciale raggiunto (calato spesso dall’alto) è diventato l’unico metro per valutare un dipendente e le sue prospettive di carriera. Da una parte la lusinga della gratifica economica se si realizza l’obiettivo, dall’altra la penalizzazione nel caso opposto. Ed è chiaro allora da che parte ci si butterà. Peccato che così facendo, di etico resta ben poco. Si perde l’obiettività di giudizio, la possibilità di valutare i progetti senza condizionamenti, di soppesarli per quel che sono allo scopo di capire quando reggono e quando invece non stanno in piedi; e in quei casi rifiutare il finanziamento. Ora, invece, se mi viene posto l’obiettivo di stipulare cento mutui e sono a novantasette, è chiaro che per fare i tre che mi mancano e intascare ‘il premio’ farò di tutto, fino a ripescare quelli inizialmente scartati perché considerati a rischio”. Per non parlare di come gestirò i risparmi delle persone (e la loro fiducia), mentre sono pressato dai report sui risultati “dell’ultima campagna commerciale in corso…”

Ma se è così perché nessuno pone il problema?
Premesso che stiamo chiacchiarando e quindi inevitabilmente generalizzando, mentre invece ogni caso e ogni banca andrebbero analizzati singolarmente perché ognuno fa storia a sé (una delle cose che mi fa arrabbiare di più è la frase: “tanto le banche sono tutte uguali”…), io ho un mio empirico e molto personale modo per valutare l’approccio di una banca al mercato: guardo da quanto tempo il suo direttore generale è in carica. Mi spiego meglio: se io sono un manager che si è dato “obiettivi sfidanti” e al raggiungimento di tali obiettivi ho strappato nel mio contratto importanti benefit economici, farò di tutto – lo ripeto: di tutto…- per raggiungere l’obiettivo. Spremerò il limone fino all’ultima goccia, e chissenefrega delle conseguenze. Se ne occuperà quello che arriverà dopo di me, perché io nel frattempo sarò altrove, con i miei bonus in tasca, pronto per altri ambiziosi traguardi… Se invece il mio obiettivo è di far durare la banca nel tempo, tenerla al riparo dalle intemperie dei mercati, tutelando al contempo i soci della banca e la clientela affinché entrambi trovino in banca risposte serie e coerenti, ignorando scorciatoie per accelerare (meglio: drogare) i risultati economici di breve periodo preferendo un’ottica di medio lungo periodo, allora non sarò costretto a promettere  nulla di “mirabilante” per farmi pagare e potrò concentrarmi su una sana  e prudente gestione. Piccolo problema: sarò un manager che guadagnerà decisamente meno.

Anche lei fa questo mestiere, come si comporta?
Cerco di essere coerente con la mie convinzioni, per questo mi è già capitato di cambiare più volte istituto. Ho lavorato in passato, purtroppo, sotto pressioni commerciali al limite del sopportabile e me ne sono andato, non perché scappassi dai crolli imminenti, ma al contrario perché non condividevo il modo di agire dei vertici. Qui in Cassa padana ho trovato finalmente un ambiente di lavoro che rispetta la funzione autentica della banca così come io la intendo.

In cosa sta la diversità?
Siamo una banca legata ai territori in cui opera e che con i suoi territori condivide il destino. Usiamo spesso un immagine: se il territorio in cui opera la banca fosse un acquario, noi non saremmo fuori a guardare ma dentro a nuotare, nella stessa acqua con le famiglie e le piccole e medie aziende. Per questo motivo facciamo di tutto perché il territorio sia sostenibile, perché se manca l’acqua nell’acquario, o se non è sana, muoiono tutti i pesci che stanno dentro, noi inclusi.
E’ un modo di intendere l’etica nella finanza, perché poi alla fine – stringi stringi – l’etica è nei comportamenti ripetuti giorno dopo giorno, ed è un concetto che in banca va a braccetto con quello della sostenibilità. Anche noi facciamo i conti e abbiamo un bilancio (non siamo un ente no-profit) ma tutte le scelte vanno nel senso della sostenibilità nel tempo delle relazioni e nel cercare di sviluppare il territorio in cui operiamo. Questo però mi porta a fare un’ulteriore riflessione in tema di etica.

Cioè?
Il tema della finanza etica non va rivolto solo alle banche. La finanza la fanno insieme la banca, l’azienda, le associazioni di categoria, i professionisti (commercialisti e consulenti vari). Tutti questi attori insieme, con i loro comportamenti, fanno (o non fanno) un sistema etico.
Spesso noi banche finiamo accusati sulla stampa perché non aiutiamo le aziende. Ma cosa significa esattamente? che non diamo loro tutti i soldi che ci chiedono ogni volta che ce li chiedono? Vorrei dire: e meno male… Oppure che non c’è dialogo tra banca e azienda? Altro covo di luoghi comuni. Cosa vuol dire dialogo? Chi fa impresa ha in mente i suoi obiettivi e cerca tendenzialmente una banca che gli dia i soldi che gli servono e un consulente che gli dica cosa fare per realizzarli. Ma sia nella fase di definizione degli obiettivi, sia quando occorre affrontare i problemi delle aziende io come banca ben raramente vengo interpellato, salvo che a scelte già prese o a frittata già fatta. Scommetto che lo stesso capita anche con i professionisti, per esempio con i commercialisti. Loro dovrebbero ascoltare i clienti, consigliarli, indirizzarli, orientarli nelle scelte gestionali. Ma se si comportano così risultano dei rompiscatole che fanno perdere tempo, che si mettono di traverso. E siccome di tempo ne dovrebbero perdere davvero tanto per seguire seriamente ogni impresa, col rischio magari di essere liquidati perché si impicciano troppo e anziché trovare le soluzioni muovono obiezioni, ecco allora che spesso finisce che rinunciano al ruolo che competerebbe loro e attaccano il carro dove vuole il padrone, limitandosi a valutare gli aspetti fiscali e contributivi. Non vale ovviamente per tutti, ma la maggior parte ormai si regola così. Insomma: l’imprenditore che dice di non ricevere aiuto, intende dire che non trova abbastanza persone in giro che gli danno sempre ragione? E’ davvero disponibile a sentirsi dire dal suo professionista di fiducia o dalla sua banca di sempre: “la tua idea è sbagliata, siediti qua che ti spiego perché”?

Guardandoci intorno, lei che è uomo di banca come spiega le difficoltà della Carife?
Come uomo di banca non voglio dire nulla semplicemente perché non lavoro per loro e direi quindi delle cavolate. Come cittadino ferrarese però io faccio sinceramente il tifo affinché la banca della città riesca ad uscire dalle sue difficoltà e ritorni ad essere un motore dell’economia ferrarese. Perché se è vero che nel quotidiano io sono e sarò un loro “competitor”, è altrettanto vero che come cittadino ho goduto di quanto sul territorio la Carife ha sempre fatto per la città. L’unica cosa che dico è che la mia sensazione è che nessuno contesti loro le vicende cittadine – penso al crac Coopcostruttori e ad altre crisi di altri grossi gruppi ferraresi – perchè erano imprese del territorio ed era nella logica delle cose sostenerne lo sviluppo. Ovviamente con il senno di poi sono bravi tutti, e quindi si sono sprecate le analisi da cui risulta che si potevano fare scelte diverse, ma di fatto la loro operatività andava a beneficio del territorio, creava ricchezza e difendeva posti di lavoro. Quello che alla gente non va giù sono invece le scelte aziendali fatte “lontano da casa”, le operazioni andate male fatte su altri territori. Ma ripeto: parlo da cittadino, senza nessuna conoscenza dei numeri e delle reali situazioni della banca. Penso solo che alla fine si ritorna sempre al concetto di territorio: la gente pensa che le banche (non solo le banche di credito cooperativo come quella in cui lavoro io che ce l’hanno scritto perfino nello statuto, ma anche le altre, e in primis le Casse di risparmio e le Banche popolari) devono essenzialmente propiziare lo sviluppo delle comunità di cui sono espressione, delle aree di appartenenza. Tornando a Carife, per anni ha alimentato la sua Fondazione che a sua volta riportava la ricchezza prodotta sul territorio, sostenendo la cultura, le associazioni, lo sport e alimentando così un sistema virtuoso. Con la crisi della banca il meccanismo è andato in corto circuito e oggi la città è oggettivamente più povera. Per questo, da cittadino, faccio il “tifo” per loro.

Ma il modello di banca che tutti rimpiangono, quello in cui il direttore si sedeva davanti a te, ti ascoltava e ti guardava negli occhi e sulla base dell’esperienza e della validità del progetto esposto decideva se sostenere l’impegno, è ancora proponibile o destinato ad alimentare la nostalgia del tempo che fu?
Ma guardi che è quello che faccio dalla mattina alla sera! E di sicuro non sono l’unico. E aggiungo anche che è un sistema che paga. Il sistema delle pressioni commerciali e dei budget alla lunga lascia sul campo “morti e feriti”: direttori “bolliti” che vanno riciclati in altri ruoli ma di fatto diventano un peso aziendale, clienti e aziende che chiudono i conti, cause giudiziarie… Il sistema “sano” è quello in cui mentre sto seduto ascolto davvero, non sto lì a pensare mentre l’altro parla: “e adesso a questo qua cosa gli vendo?”

Quindi qual è il suo auspicio?
Ha presente il Monopoli? Se uno vuole vincere a Monopoli, cerca di comprare Parco della Vittoria” e di metterci le case e gli alberghi sopra, oppure compra le “stazioni”. Chi invece a monopoli tiene “la banca” non vince e non perde; è un pezzo delle regole del gioco, non un giocatore come gli altri. Si diverte se il gioco fila liscio e tutti giocano con profitto. Ecco, spero che le banche tornino a fare le banche tenendo presente che, come dicevo prima, siamo tutti pesci nello stesso acquario: le risorse devono essere tutelate e durare nel tempo per tutti. Perché se l’acqua diminuisce o non è limpida nuotiamo peggio tutti, o magari finisce che non nuota più nessuno.

Salvare un faro per ridare luce al turismo? La speranza c’è e viene da Goro

Guardiano solitario del mare, luce dopo un lungo viaggio e anticamente sinonimo di salvezza per i marinai, il faro di Goro è sempre stato un emblema per i cittadini. Fu costruito esattamente dov’era l’ottocentesca Lanterna Vecchia, distrutta dopo la Seconda guerra mondiale, sull’Isola dell’Amore, e per anni è stato possibile visitarlo dall’interno. I suoi ventiquattro metri d’altezza erano affascinanti per i bambini, ma anche per gli appassionati di birdwatching o per chi volesse semplicemente ammirare lo splendido paesaggio.

Ciò che appare davanti agli occhi dei visitatori oggi, invece, è lo stato di semi abbandono, tale che il sindaco ha dovuto richiedere che venissero murate le porte e le finestre dell’edificio, per evitare possibili atti vandalici. Molti fari d’Italia, come quello di Goro, potrebbero diventare nuovi punti di riferimento per i turisti stranieri.

Questa mattina, lunedì 12 settembre, a Palazzo Constabili, l’Agenzia del Demanio, in collaborazione con Difesa e Servizi S.p.a., ha presentato il nuovo bando “Valore Paese-Fari 2016”, gara promossa per il recupero e la valorizzazione dei fari sul territorio italiano. Tra i venti fari partecipanti rientra quello di Goro, visitabile nella giornata del 21 settembre.

Si sta evidenziando sempre di più la ricerca di un turismo diverso, non solo incentrato nelle grandi città ma alla ricerca della vera essenza dei luoghi. Il cicloturismo, con gli stanziamenti per le ciclovie, così come la valorizzazione dei cammini e dei circuiti lenti, con percorsi che si distaccano dai classici itinerari sta canalizzando le nuove tendenze dei viaggiatori, che preferiscono scoprire il territorio nella sua interezza.

Il bando, che sarà disponibile a giorni, sarà aperto a tutti i partecipanti, che potranno recarsi a visionare i fari negli Open Lighthouse Days, giornate dedicate alla scoperta del luogo e alla comprensione di ciò che andrebbe realizzato.

Il direttore dell’Agenzia del Demanio, Roberto Reggi, ha affermato che verrà valutato l’investimento economico, che varrà il 40% del progetto, ma conterà soprattutto l’impatto sociale e il valore del progetto.

“Per noi il faro di Goro – dichiara il direttore – è molto interessante perché è in una zona splendida dal punto di vista paesaggistico e pensiamo possa attrarre moltissimi soggetti, imprenditori ma anche associazioni. Per questo ci aspettiamo una serie di proposte qualitativamente valide”.

Raggiungere il faro di Goro non è facilissimo, il Comune ha messo a disposizione un traghetto nel periodo estivo con un punto di attracco in Veneto e sono stati avviati i progetti di recupero della pista ciclabile.

“Sarebbe bello – afferma il sindaco di Goro Diego Viviani – venisse gestita anche la spiaggia antistante al faro, in modo che qualcuno si occupasse della pulizia, perché lì giungono tutti i residui trascinati dal Po. Ci sono molti aspetti da considerare, è una tipologia d’investimento diversa da quella fatta fino ad oggi, ma noi speriamo arrivino delle proposte stimolanti”.

È necessario investire sul territorio per essere competitivi e per attrarre i turisti, essenziali per l’economia del territorio, ma valorizzare panorami come quello dell’Isola dell’Amore e recuperarne i suoi tratti caratteristici è essenziale anche per i cittadini, che richiedono la riqualificazione di un simbolo distintivo, di cui tutti possano godere.

conferenza stampa

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Luce nel buio

Questa immagine restituisce alla città una dimensione sospesa, onirica, rimandando, tuttavia, a momenti reconditi di una realtà viva. In questo semplice luogo si manifesta una mappa della vita con il piccolo chiosco giallo che lascia intravedere l’incontro fra alcune persone. Vi sono poche luci e due biciclette, adagiate nel silenzio sotto agli alberi, rimangono in attesa di riprendere la mèta di casa. L’insieme dei significati materiali esprime i tratti di un’umanità diffusa, disvelando l’esistenza di un contatto umano, lo scambio di una relazione, il bisogno di ritrovarsi. In lontananza, fra le cortine della nebbia, i fari accesi delle macchine per illuminare la strada in uno spazio più dilatato.

La città si allargherà fino a che non occuperà zone considerevoli ed assorbirà molte delle caratteristiche
di quello che ora definiamo paese […]. La campagna stessa avrà caratteristiche cittadine. La vecchia antitesi
[…] finirà, le frontiere spariranno interamente.”

(di H. G. Wells, “Anticipations“, 1905)

Foto di Stefania Ricci Frabattista

In foto: chiosco a Ferrara

logo-korakoinèKoraKoinè è un’Associazione di promozione sociale e culturale nata a Ferrara nel 2014. Tra le finalità, quella di promuovere iniziative volte alla sensibilizzazione e diffusione della cultura del territorio, in accordo con l’art.9 della Costituzione italiana, che tra i principi fondamentali riconosce la tutela del patrimonio culturale e del paesaggio della nazione.

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Periferie, i luoghi e le comunità

Le geometrie sinuose di questi edifici si snodano fino all’orizzonte, da dove arriva la luce radente del sole. I due lunghi edifici di cemento quasi si toccano, lasciando solo un piccolo spazio fra loro. Ma quanto spazio rimane fra chi abita quegli edifici, quali relazioni si riescono a creare? Le periferie, soprattutto le più recenti, anche quelle costituite da edifici che hanno una loro particolarità architettonica, soffrono spesso il male dello sradicamento, della mancanza di quelle relazioni che costituiscono una comunità, quella stessa comunità che, tra le altre cose, si prende cura del luogo in cui abita, sottraendolo all’incuria e rendendolo più piacevole da vivere.

Città s’addimanda una radunanza d’uomini per vivere insieme felicemente. E grandezza di città si chiama non lo spazio del sito o il giro delle mura ma la fortuna degli abitanti e la potenza loro.”

(Giovanni Botero, “Delle cause della grandezza e magnificenza delle città”, 1588)

Foto di Stefania Ricci Frabattista

In foto: palazzi di Viale K. Da qualche anno la comunità di Viale K. ha trovato il modo di reagire alla generale mancanza di relazioni; a giugno scorso la terza edizione di “Un tavolo lungo un parco”, la grande cena dei residenti che dal 2013 si tiene lungo il Parco dell’Amicizia, luogo dei riversamenti in seguito alla scossa del 29 maggio e di quei primi pranzi e ritrovi “forzati” che hanno poi dato l’ispirazione e che oggi sono diventati una vera e propria tradizione [leggi].

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KoraKoinè è un’Associazione di promozione sociale e culturale nata a Ferrara nel 2014. Tra le finalità, quella di promuovere iniziative volte alla sensibilizzazione e diffusione della cultura del territorio, in accordo con l’art.9 della Costituzione italiana, che tra i principi fondamentali riconosce la tutela del patrimonio culturale e del paesaggio della nazione.

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Pineta a Volano

Sembra un bosco segreto, un sentiero misterioso dove anche i dettagli più minuziosi e invisibili ai nostri occhi distratti, trovano significato e spazio, a sostenere l’intera rete della vita. Risalta una grande macchia di colore verde, non monocromatica, ma variegata e plurale. Su questo sfondo emozionante, la pineta vuole rassicurarci e, al contempo, richiamarci a una maggiore comprensione. Perciò le siamo riconoscenti.

“[…] l’economia della natura è il primo e fondamentale fattore di sussistenza su cui si fonda qualsiasi modello di sviluppo. La natura produce beni e servizi quali l’acqua che viene riciclata e distribuita attraverso il ciclo idrico, i microrganismi che rendono fertile il suolo, l’impollinazione che consente alle piante di riprodursi. L’ingegno e le capacità produttive degli esseri umani appaiono insignificanti in confronto all’economia della natura.

(da “Il bene comune della terra” di Vandana Shiva)

Foto di Foto di Stefania Ricci Frabattista

In foto: Pineta del Lido di Volano, Lido di Volano: località più a nord del litorale di Comacchio, prende il nome da un ramo dell’antico corso del fiume Po. La pineta demaniale è un’oasi naturale dove è assai gradevole inoltrarsi, è molto apprezzata da chi si rivolge ad un turismo ambientale. L’area consiste in arenili di recente formazione, rimboscati a metà degli anni ’30 per preservare le dune dall’erosione marina.

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Casa in golena

Quante cose saprà questa casa che fiera resiste nella golena solitaria. Non ha età. I mattoni sono scoloriti, sul retro, oltre il tetto si intravede l’acqua silenziosa del fiume, la porta e le finestre chiuse nel loro legno corroso dal vento e dalla pioggia, un foglio di plastica lasciato a se stesso.
A tenerla in vita solo i fiori in ordine nei vasi posati a terra e ben curati, per farci immaginare che lì, quasi a proteggere un tesoro, è racchiuso un ricordo, un ritaglio di memoria, una storia che non è possibile abbandonare.

La mia casa, le pareti la cui legna fresca,
tagliata da poco ancora profuma: sgangherata
casa di frontiera, che scricchiolava
a ogni passo, e fischiava con il vento bellicoso
della stagione australe, diventando elemento
della bufera, uccello sconosciuto
sotto le cui piume gelate crebbe il mio canto.
[…]
(“La casa” di Pablo Neruda)

Foto di Mario Bettiato

In foto: casa in golena a Ravalle (Ferrara), lungo il fiume Po.

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Il frutteto: segno distintivo della nostra identità

La frutticoltura si sviluppa nel nostro territorio ad inizio del Novecento, conquistando in pochi decenni un ruolo chiave per il mondo agricolo ed economico ferrarese. Oggi lo vediamo, lo riconosciamo un frutteto? Questi alberi stanno lì, nei loro filari lunghi e paralleli, a raccontarci che sono un segno distintivo della nostra identità in questo globalismo che rischia di impoverire le ragioni della nostra appartenenza.

Non è vero
“che un bel fiore è poesia
e che il frutto è solo prosa”.
Il frutteto e il giardino
raffigurano la “prosa-poesia”
di chi può “cantare insieme
rose e pesche di spalliera”.

(da “Il giardino dei frutti” di Marino Moretti)

Foto di Mario Bettiato

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Prospettive ingannevoli

La luna prova ad ammorbidire questa veduta del grattacielo e dei palazzi vicini, ma altro non fa che sottolinearne l’incuria e l’abbandono. I grattacieli sembrano passarsela bene tutto sommato, appaiono curati e manutenuti, ma tutti sappiamo che la vita dentro e attorno è tutta un’altra storia. La fragilità in questo caso è umana e contagia i luoghi in cui si esprime, con i muri scrostati, le insegne vecchie e spente di negozi e officine ormai chiusi.

“[…] le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra.” (Italo Calvino, “Le città invisibili”)

Foto di Stefania Ricci Frabattista

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Fascino antico

Guardatela bene quest’officina. Non sembra anche a voi che abbia un ché di nobile, di elegante, forse anche un po’ troppo ricercato per essere un’officina? Le piccole decorazioni sul tetto, la cura con cui è costruito l’arco dell’entrata, il classico bel colore delle pietre, non vi fanno pensare che questo edificio sia nato per completare qualcuna delle tante ville e case padronali che punteggiano la nostra campagna? Forse l’edificio principale non esiste più ed è rimasta solo questa piccola pertinenza che però conserva ancora parte del suo fascino antico, anche se un po’ corrosa dal tempo, un po’ sghimbescia e trasandata, col cartello “Vendesi” appiccicato storto ad una delle finestre ad arco e con il piccolo giardino incolto.

Ora scrivevo solo città contente, ora solo città tristi […] uno stato d’animo, una riflessione, una lettura, una suggestione visiva, mi veniva di trasformarli in un’immagine di città.” (“Sono nato in America. Interviste 1951-1985″ di Italo Calvino)

Foto di Corinna Mezzetti​

In foto: Officina in località Casaglia (Ferrara). Il Polesine di Casaglia fu in assoluto la prima zona del ferrarese bonificata dal duca Borso d’Este e anche la prima a venir edificata.

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La riscoperta del paesaggio ferrarese ai tempi di Borso d’Este

[A maggio] si segano i prati. Si parte il fieno. Si considera se vi saranno strami assai per gli animali. Si aiutano gli arbori fruttiferi, che hanno troppo frutti, torna via in qua e in là in più luochi acciocché quelli che restaranno crescano più grossi, si nettano le are, si conduce le legne alla Città […]. E il buono agricoltore letama e ara quei terreni già arati altre quattro uolte e lì semina di fasoli.” (“Giardino di agricoltura” di Marco Bussato da Rauenna, 1592).

In programma per oggi a Palazzo Schifanoia alle ore 18.15, la conferenza dal titolo “Vero e immaginato. Il paesaggio rurale a Schifanoia“: un salto nel passato per riscoprire il paesaggio ferrarese ai tempi di Borso d’Este, paesaggio in gran parte sepolto da cinquecento anni di storia. L’iniziativa, promossa dall’associazione KoraKoinè* in collaborazione con i Musei di arte antica, affronta il tema con un originale approccio storico e iconografico: oltre ad una selezione di brani tra cui quello citato in apertura, la conferenza sarà dedicata alla lettura del meraviglioso ciclo pittorico di Schifanoia, indiscusso capolavoro dell’arte rinascimentale, straordinario documento per la rappresentazione del paesaggio nel XV secolo.

Vero e immaginato. Il paesaggio rurale a Schifanoia
Salone dei Mesi, Palazzo Schifanoia – Ferrara
giovedì 12 maggio 2016 ore 18.15

Conferenza di Franco Cazzola, storico dell’economia, presidente Deputazione ferrarese di storia patria
Introduce: Giovanni Sassu, storico dell’arte, Musei di arte antica
Brani letti da: Annalisa Piva

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Il territorio e le sue “fragilità”

Questa è la prima di una serie di fotografie del nostro territorio che l’Associazione KoraKoinè* [leggi] ha scelto per condividere luoghi e paesaggi che ci circondano, che fanno parte della nostra vita quotidiana ma che, proprio per questo, troppo spesso non ci soffermiamo a guardare. Il filo conduttore nello scegliere gli scatti è stato quello della ‘fragilità’: sguardi e punti di vista che parlano della città, del paesaggio agricolo e di quello naturale, dell’acqua e delle opere costruite per governarla. In definitiva fotografie di un territorio che non ha bisogno soltanto di ‘politiche di governo’ ma anche della nostra sensibilità, della nostra attenzione, della nostra cura, perché in troppe situazioni è stato già pesantemente compromesso.

Il paesaggio va riconosciuto come contesto di vita delle popolazioni, come espressione della diversità di un comune patrimonio di storia, di cultura, di ambiente e dunque come riferimento identitario fondamentale” (Convenzione europea del paesaggio)

Foto di Stefania Ricci Frabattista

Desideriamo ringraziare FerraraItalia che ci ha offerto questa opportunità; Stefania Ricci Frabattista, Mario Bettiato e Corinna Mezzetti che ci hanno gentilmente concesso di pubblicare le loro fotografie.

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*KoraKoinè è un’Associazione di promozione sociale e culturale nata a Ferrara nel 2014. Tra le finalità, quella di promuovere iniziative volte alla sensibilizzazione e diffusione della cultura del territorio, in accordo con l’art.9 della Costituzione italiana, che tra i principi fondamentali riconosce la tutela del patrimonio culturale e del paesaggio della nazione.

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In difesa dell’art. 9

Comincia con la scelta forte di questa locandina la collaborazione dell’Associazione KoraKoinè con Ferraraitalia. La locandina si riferisce alla manifestazione pubblica organizzata per oggi a Roma in difesa dell’articolo 9, per chiedere al governo Renzi di ritirare le leggi che mettono in pericolo il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione.

La bellezza non salverà proprio nulla, se noi non salveremo la bellezza“.
(Salvatore Settis)

Per ulteriori informazioni sulla manifestazione clicca qui.logo-korakoinè

*KoraKoinè è un’Associazione di promozione sociale e culturale nata a Ferrara nel 2014. Tra le finalità, quella di promuovere iniziative volte alla sensibilizzazione e diffusione della cultura del territorio, in accordo con l’art.9 della Costituzione italiana, che tra i principi fondamentali riconosce la tutela del patrimonio culturale e del paesaggio della nazione.

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alluvione-parma

ECOLOGICAMENTE
Frane e alluvioni, da pericolo a certezza

Lo dice l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale): la maggior parte dei Comuni sono a rischio per frane e alluvioni.
Più di 7 milioni di persone risiedono in aree a rischio frane e alluvioni e addirittura oltre 1 milione vive in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata (P3 e P4), mentre quasi 6 milioni vivono in zone alluvionabili classificate a pericolosità idraulica media P2 con un tempo di ritorno fra 100 e 200 anni. L’Italia, infatti, ha un’area di oltre 22mila kmq, pari al oltre il 7% del territorio nazionale, interessata da fenomeni franosi. In Emilia Romagna è quasi il 15%. A questa si aggiungono le aree a pericolosità idraulica (alluvioni) con altri 12mila Kmq a pericolosità elevata e 24mila a pericolosità media (di cui la metà in Emilia Romagna).
A presentare questi dati è il Rapporto Ispra “Dissesto Idrogeologico in Italia”, che fornisce una conoscenza completa e aggiornata sulla pericolosità da frana, idraulica e di erosione costiera dell’intero territorio nazionale. L’Emilia-Romagna, insieme a Campania, Toscana, Liguria è tra le regioni con i valori più alti di popolazione a elevato rischio frana, anzi i numeri più rilevanti di popolazione a rischio alluvione, nello scenario di pericolosità idraulica media P2, si riscontrano proprio in Emilia-Romagna (insieme a Toscana, Veneto, Lombardia e Liguria).
A livello comunale, è a rischio l’88,3% delle realtà italiane. In Italia, quasi 80.000 unità locali di imprese (circa l’1,7%) si trovano in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata per un totale di oltre 200.000 addetti a rischio. I beni culturali, architettonici, monumentali e archeologici, potenzialmente soggetti a fenomeni franosi sono 34.651 (18,1% del patrimonio totale), dei quali oltre 10.000 rientrano in aree a pericolosità elevata e molto elevata. Nello scenario di pericolosità media delle alluvioni ricadono circa 29.000 monumenti. Tra le regioni con il numero più alto di beni a rischio nello scenario medio, è ovviamente presente l’Emilia-Romagna (insieme a Veneto, Liguria e Toscana). Tra i comuni, spiccano le città d’arte di Venezia, Ferrara, Firenze, Ravenna e Pisa.

Per chi vuole saperne di più consiglio di visitare la nuova piattaforma web di #italiasicura, basata sulle linee guida del Governo per i siti web della pubblica amministrazione. Vi si trovano anche i dati su frane, alluvioni, emergenze, cantieri, progetti, interventi per la riqualificazione dell’edilizia scolastica.

Per approfondire
www.isprambiente.gov.it/it/events/frane-e-alluvioni-in-italia-le-mappe-dellispra-e-la-nuova-piattaforma-web-di-italiasicura
www.geoviewer.isprambiente.it
mappa.italiasicura.gov.it

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L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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