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Lo Zar teme le libertà e l’Occidente gioca a Risiko:
il disarmo globale è l’unica realpolitik possibile

 

Non so dire quanto sia mortificante scrivere di una guerra comodamente seduto nel tepore della propria casa. E’ un esercizio quasi spudorato, perchè davanti ai nostri occhi non c’è un plastico con le basi missilistiche di latta, gli aerei e i soldatini con le divise dipinte, ma ci sono esseri umani come me, come te, come tua figlia, che dormono al freddo sotto i tubi arrugginiti di un capannone, mentre le loro case vengono bombardate da altri esseri umani – e questa è la tragedia supplementare, che non sono bestie quelli che fanno il male, perché le bestie non sono e non saranno mai così malvage da ammazzare i loro simili per una Patria, per una Nazione, per un Regno. Costruzioni mentali prettamente umane: noi non difendiamo un territorio pisciandoci attorno, noi distruggiamo l’umanità per trionfare vittoriosi, e soli.

L’unica arma è spegnere la tv (che crea inutile angoscia, oltre a riprodurre virtualmente la logica bellica, arruolando gli opinionisti tra le fila dei proputin o controputin) e leggere chi indaga e ragiona, cercando di spiegare le origini di tanto male.

Particolarmente inquietante è l’opinione di Fabio Mini, non un passante, bensì ex Generale di Corpo d’Armata dell’Esercito Italiano, già Capo di Stato Maggiore del Comando NATO del Sud Europa e pluridecorato comandante della missione internazionale in Kosovo. Pur avendo un curriculum atlantista inattaccabile, Mini attualmente non passa sui media mainstream nostrani, impegnati a costruire una narrazione antirussa che genera mostri culturali, tipo la cancellazione di Dostojevskji.

In una recente intervista (di cui potrete leggere ampio resoconto domani sul nostro giornale) l’ex generale afferma che la NATO non ha sottovalutato la reazione russa, ma viceversa ha fatto di tutto per sollecitarla, armando gli Stati confinanti con l’Ucraina, in particolare la Polonia, e influenzando pesantemente le dinamiche politiche in Ucraina in funzione antirussa.
Secondo lui, mandare armi in Ucraina non farebbe che rendere più sanguinoso e pericoloso il conflitto. Alla domanda su cosa dovrebbe fare l’Europa, la risposta è tranchant: “Negoziare, finirla con il pensiero unico e la propaganda, aiutare l’Ucraina a ritrovare la ragione e la Russia ad uscire dal tunnel della sindrome da accerchiamento non con le chiacchiere ma con atti concreti. E quando la crisi sarà superata, sperando di essere ancora vivi, Italia ed Europa dovranno impegnarsi seriamente a conquistare quella autonomia, dignità e indipendenza strategica che garantisca la sicurezza europea a prescindere dagli interessi altrui.”

Diverso, anche per estrazione accademica, è l’approccio analitico del criminologo Federico Varese, nostro concittadino che ha fatto ‘fortuna’ nel Regno Unito grazie al suo talento di studioso delle mafie, tra cui la mafia russa. Il suo punto di vista non è mai banale: come quando leggi le sfumature dell’animo umano descritte da un abile narratore, nel suo argomentare trovi quell’elemento obliquo capace di aprirti una prospettiva che non cogli nelle fredde, ciniche retrospettive storiche di molti altri esperti.

In questa sua intervista (qui), apparsa di recente su La Voce di New York, Federico ipotizza che l’elemento che ha mosso Vladimir Putin verso la sciagurata e criminale decisione di invadere l’Ucraina non sia da ricercare tanto o solo, come sostengono molti (tra i quali l’appena citato generale Mini), nella minaccia (percepita o reale) dell’accerchiamento ad opera di una NATO sempre più vicina, attraverso i Paesi ad essa progressivamente aderenti, ai confini russi. Questa ricostruzione, preferita dagli studiosi che colpevolizzano le mosse dell’alleanza difensiva occidentale, rendendole concausa della precipitazione degli eventi, si concentra sulle iniziative dei governi, dei potenti, dei vertici. Sono personalmente persuaso che questa ricostruzione contenga elementi di verità, ma essa guarda solo alle decisioni assunte da chi detiene le leve del potere, conferendo preminente importanza alla capacità di manipolare i popoli.
L’interpretazione di Federico Varese esamina le cause da una prospettiva diversa. Putin non era tanto preoccupato dell’adesione alla NATO di paesi limitrofi, quanto del fatto che in alcuni di questi paesi – segnatamente la Georgia e l’Ucraina – si fosse sviluppata una dinamica democratica, costellata di molte fragilità, battute d’arresto e pesanti contraddizioni, ma comunque espressione di istanze provenienti da una parte della popolazione; e che questo processo potesse scatenare un ‘effetto domino’, una saldatura tra questi moti e le istanze provenienti da una parte della popolazione russa.

Quando si parla di “processo democratico” in Ucraina, o in Georgia, non è probabilmente corretto leggerlo in astratto, con le nostre lenti di ‘democratici atlantici’. Se lo facciamo, concludiamo ben presto che in Ucraina non c’è una democrazia, ma c’è una guerra civile che dura da almeno otto anni; che non può essere definito democratico uno stato che vanta tra le file ufficiali del suo esercito il battaglione Azov, infestato da neonazisti. Le contraddizioni sono battute d’arresto (anche tragiche, anche sanguinose) dentro un faticoso percorso di affermazione della volontà popolare attraverso gli strumenti della democrazia rappresentativa, strumenti che non appartengono alla tradizione di un paese come l’Ucraina.

Eppure, se leggessimo certi eventi nostrani unendone i punti per ricavarne una (sinistra) trama, nemmeno l’Italia potrebbe essere considerata una nazione pienamente democratica: lo storico che ricostruisse i nostri anni post bellici fino alla caduta del muro di Berlino troverebbe Gladio, le stragi di Stato, la Loggia P2, le cellule neofasciste utilizzate come braccio stragista di una “strategia della tensione” orchestrata anche dai nostri servizi di intelligence. Quello storico faticherebbe a non ammettere che anche la nostra dinamica democratica sia stata gravemente condizionata dall’ ombrello della NATO. Per un lungo periodo l’Italia è stato un paese a sovranità limitata; l’analisi del contesto internazionale che portò Berlinguer, nel 1973, a partorire l’idea del “compromesso storico” è lì a dimostrarlo. E tuttavia, potremmo da questo tragico filotto di eventi trarre la conclusione assoluta che l’Italia non è uno stato democratico?

Ecco, riflettendo meglio, forse sono proprio le lenti che dovremmo indossare, da democratici mediterranei più che atlantici, che potrebbero aiutarci a leggere la guerra in Ucraina con quella acutezza laterale che ritrovo in Federico Varese. Se l’Italia, invece di Berlinguer e Moro (politici dotati di un altissimo senso della responsabilità) avesse avuto uno Zelensky (personaggio di tutt’altra statura), cosa sarebbe potuto accadere al nostro paese, già martoriato da decine di tragici attentati?

L’Italia aveva il più grande partito comunista d’Europa, ed è innegabile che attraverso questo veicolo le istanze delle classi subalterne stessero raggiungendo il livello più alto della rappresentanza. Da cosa era spaventato il potere atlantico? Dal fatto che il Patto di Varsavia potesse estendersi all’Italia o dal fatto che la classe subalterna potesse salire al potere attraverso il suo principale strumento di partecipazione democratica?
Nel 1976 Enrico Berlinguer azzerò ogni possibilità di equivoco, affermando che si sentiva più tranquillo sotto l’ombrello della Nato, ma aggiunse subito: “Di là, all’Est, forse, vorrebbero che noi costruissimo il socialismo come piace a loro. Ma di qua, all’Ovest, alcuni non vorrebbero neppure lasciarci cominciare a farlo, anche nella libertà.”.

Anche lo storico Marcello Flores, in un articolo apparso sulla rivista Il Mulino (qui) afferma che il pericolo che avverte Putin non va letto con le lenti della Guerra Fredda: “Il «pericolo», tuttavia esiste, ma è un pericolo politico che Putin non può tollerare: quello di avere ai propri confini Stati che stanno – con fatica, lentezza e contraddizioni – camminando verso la democrazia e la libertà. Un pericolo di contagio democratico, questo è il motivo della faccia feroce che Putin da anni sta facendo sui suoi confini orientali, dietro la scusa della «minaccia» della Nato e dell’allargamento dell’Unione europea.”

Secondo Flores, Putin teme più di ogni altra cosa la democrazia, il libero dibattito, lo sviluppo di una opposizione interna, la libera informazione.
Lo dimostrano i fatti che elenca in successione: “Il rafforzamento della repressione in Cecenia, la guerra contro la Georgia per l’Ossezia del Sud nel 2008, la costruzione di una dittatura sempre più forte all’interno, segnata dalle uccisioni di Anna Politkovskaja nel 2006, di Boris Nemtsov nel 2015, dal tentativo di omicidio e dall’incarcerazione di Aleksej Naval’nyj nel 2020-21, dalla messa fuori legge di Memorial, non ha spinto a vedere nella strategia di Putin un mutamento profondo rispetto sia agli anni della Guerra fredda che al decennio dopo di essa..

Particolarmente inquietante sotto questo aspetto appare la “dichiarazione congiunta” Russia-Cina del febbraio scorso, in cui (scrive sempre Flores) si teorizza l’ “inizio di una «nuova era» in cui non è più determinante la “democrazia dell’occidente” ma ogni nazione possa scegliersi le «forme e metodi di attuazione alla democrazia che meglio si adattano al loro stato»”.
Se gli Stati Uniti possono essere accusati di avere esportato la “democrazia liberale” a suon di bombe o colpi di stato, Russia e Cina teorizzano ora una “democrazia non democratica”, su misura della nazione imperiale di turno (a tal proposito dovrebbe destare molta preoccupazione il destino di Taiwan).

L’originalità dell’analisi di Fabio Mini (oltre che dal fatto di provenire da un ex generale di primo piano nello scacchiere NATO) risiede nel sollevare il velo d’ipocrisia filoatlantica che imperversa sui principali media: se Putin è un criminale (e non da oggi), chi ha bombardato Belgrado per settanta giorni per ‘difendere’ il Kosovo autoproclamatosi indipendente (cioè la NATO) lo è stato altrettanto.
Mi limito ad un esempio geograficamente vicino per non allargare il campo alle innumerevoli guerre di “difesa” o “instaurazione forzosa” della democrazia combattute nel mondo dall’Alleanza Atlantica. Aggiungo che, mentre Ucraina e Russia condividono un vasto confine, la distanza tra Washington e Pristina è di circa settemila chilometri …

La peculiarità delle argomentazioni di Varese e Flores sta nella sottolineatura di quanto le spinte libertarie che provengono dal basso siano percepite come il massimo dei pericoli per una tirannide o un regime totalitario; che quindi l’aggregazione libera e democratica delle persone conta eccome, quando invece una narrazione cinica sembra attribuire valore, per le sorti del mondo, solo ai comportamenti delle elites economiche e militari. Che quindi il popolo non è solamente una massa indistinta di persone che possono essere manipolate, ma può essere ancora il motore dei cambiamenti.

Varese e Flores gettano una luce sul terrore del tiranno per le istanze di libertà.
Mini illumina con un faro di pragmatismo la situazione russo-ucraina, suggerendo una dose di sano realismo per evitare l’allargarsi del conflitto.

Un tempo si chiamava realpolitik. Non è azzardato affermare che l’avvento degli armamenti nucleari ha costituito una cesura tra la guerra novecentesca e la guerra del futuro. La guerra del futuro non solo non ha vincitori né vinti, soprattutto tra i popoli. Ma potrebbe non avere più il genere umano, per come lo conosciamo, a ricostruirne storicamente genesi e svolgimento, nelle generazioni a venire.

Mentre i ministri dell’Europa (nano politico-diplomatico) si fanno deliberare un aumento delle spese militari, non è paradossale affermare che il concetto di realpolitik adesso è traslato verso un’idea che cinquant’anni fa veniva tacciata di utopia e tuttora viene considerata da molti stupido idealismo: l’idea di un pianeta disarmato, che ha bandito l’ipotesi stessa della guerra. Che ha maturato il tabù della guerra. E’ questo il più elevato livello di realpolitik al quale l’umanità dovrebbe ormai guardare: se non per convinzione, per necessità.

Il gioco del licantropo

Climbatize (The Prodigy, 1997)

Non so dire il perché, ma mi ritrovo a correre in mezzo a una fitta boscaglia.
Accade proprio adesso. Vedo una luce crepuscolare creare ombre nere laddove la vegetazione appare impenetrabile, per il resto il cielo è tagliato fuori dalle fronde degli alberi che s’intrecciano come una spessa ragnatela che incombe sulla mia testa.
Sono alberi giganteschi, antichi, e occupano tutto lo spazio circostante.
Tutt’intorno c’è un bosco. È costituito in prevalenza di abeti e larici dalle chiome cadenti e intricate, con grosse porzioni di radici che affiorano dal terreno creando appigli e ostacoli su cui è facile inciampare. Il sottobosco poi è disseminato di felci e soprattutto di rovi forniti di lunghe spine acuminate che sconsigliano qualsiasi movimento distratto.

Ma perché mi trovo in questo posto? Mi soffermo su questa domanda e cerco di riflettere.
Sono stremato, ho il fiatone… Ma sto correndo da quanto? E per andare dove?
Ho male alla milza, un male cane come se me l’avessero spappolata. Credo di non aver mai corso così tanto in tutta la mia vita. Anche le gambe mi tremano e mi bruciano per lo sforzo della salita. Così mi rendo conto che sto raggiungendo la cima di un’altura.
Cerco di fare dei lunghi respiri per riportare il battito del cuore ad un ritmo più regolare, ma l’idea di fermarmi a prender fiato non mi sfiora minimamente.
Continuo a correre, nonostante tutto.
È difficile riordinare le idee. L’impulso irresistibile rimane quello di correre. Poi comincio a pensare che la questione vera non sia tanto dove sto andando, ma piuttosto da dove vengo.
Così raggiungo la consapevolezza che sto fuggendo, che questa sorprendente volontà di continuare a correre – quasi estranea a me stesso – che mi sta dilaniando ogni muscolo e rischia di farmi scoppiare cuore e polmoni, altro non sia che un’efficace miscela d’istinto di sopravvivenza e terrore puro.
Non so da cosa sto fuggendo, forse la mia mente ha messo una barriera tra me e l’oggetto del mio terrore. Forse questa barriera mi sta proteggendo dalla pazzia.
Eppure la domanda permane, anzi si fa più insistente. È una lotta interiore: una parte di me corre, scalcia, muove il mio corpo come i fili di una marionetta, l’altra parte vorrebbe capire, voltarsi indietro, fermarsi per vedere, per sapere.
Poi eccomi in cima. La foresta è alle mie spalle. Davanti a me un’ampia distesa di nuda roccia e sopra di essa soltanto il cielo notturno e il riverbero di una luna piena insolitamente grande e luminosa. Fine della corsa, adesso si può solo scendere e tornare indietro.

M’accorgo solo ora di aver esaurito tutte le forze, così mi sdraio per terra e aspetto. La luna mi sta fissando, la sua luce fredda m’investe inchiodandomi alla verità.
Guardo le mie mani lorde di sangue, così come i brandelli di vestiti rimasti addosso.
Il sapore della carne è ancora nella bocca, dolce, irresistibile, eccitante.
Le viscere m’implorano di nuovo: per tornare in forze devo mangiare, anche se ciò significa dover fuggire ancora, ogni volta…

Perché è risaputo. L’eterno gioco della caccia, quando il cacciatore diventa preda e la preda diventa cacciatore.
Dopo il meritato riposo, tornare giù, nel villaggio a valle, osare nell’oscurità, guadagnarsi il pasto e divorarlo in fretta… prima di ricominciare a fuggire e nascondersi nel bosco.

Ultimi bagliori degli Anni Dieci

Siamo all’ultimo passo degli anni ’10. Anni degni di storia ma non di memoria… Perlomeno, rispetto al secolo scorso, ci siamo risparmiati la tragedia della guerra. Ma in guerra, forse, siamo ugualmente: una guerra strisciante, diffusa, non dichiarata come sostiene Papa Francesco; una guerra intestina, fomentata dalla reviviscenza del terrorismo, la cui matrice – a differenza di ciò che avvenne in Europa mezzo secolo fa – non è interna ma esogena; eppure, anch’essa in un certo senso frutto di un dogmatismo ideologico. Stavolta non sono le falangi estremiste (e talora deviate) delle nuove generazioni che si battono per il ribaltamento dello Stato, ma i fanatici seguaci di un culto, quello islamico, che seminano morte e terrore per le strade delle nostre città… E forse anche loro in parte manipolati. Per contrappunto, truppe statunitensi, sovietiche e milizie di altri Paesi del nord del mondo combattono e seminano morte in Africa e in Oriente.
D’altronde, di odio questi anni 10 si sono alimentati. Sono stati gli anni della grande crisi, scoppiata – ma inizialmente non compresa come tale – già nel 2008; e poi divampata come una folgore, che tutto ha incenerito e rivoluzionato… Anni in cui l’insicurezza, che sovrasta le nostre esistenze, ha riesumato quei ferini istinti di sopravvivenza che credevamo vinti dalla civilizzazione: così, è rinato l’odio dell’uomo verso il proprio simile, sol che abbia a contrasto il colore della pelle, o il modo di pensare, o le abitudini di vita… Sono stati, questi, gli anni del rifiuto, dell’intolleranza e del razzismo, del respingimento, del “ciascuno a casa sua”… E’ sempre la diversità a spaventare (anziché incuriosire).

La comunità si è disgregata, gli ammortizzatori sociali che lo Stato del welfare aveva garantito, sulla spinta delle lotte sociali di mezzo secolo fa, sono svaporati. E oggi in tanti gridano, come pappagalli, le parole d’ordine dei regimi che ci addomesticano: fra questi, il “basta tasse” mostra la sciagurata inconsapevolezza del fatto che sono proprio le tasse che garantiscono i servizi ed è la proporzionalità dell’imposta rapportata al reddito a garantire che la leva del prelievo operi con equità: chi più ha più paga, come è giusto che sia! Altro che aliquote semplificate e flat tax (che generano esattamente il risultato opposto). Le tasse vanno pagate allo Stato secondo questo meccanismo di perequazione da Passator Cortese, in maniera che i ricchi garantiscano un po’ di benessere anche ai meno abbienti… Banale ricordarlo, ma necessario ripeterlo: perché le persone sembrano oggi ignare di ciò.
Anche questo è frutto dell’impazzimento attuale. Assistiamo, inermi, alla disgregazione del soggetto collettivo, al respingimento dal noi all’io, all’affermarsi di un individualismo sovrano che ha disintegrato la capacità di organizzazione e di resistenza della maggior parte delle persone, atomizzate e – nel frattempo – declassate da cittadini a consumatori, quindi a ingranaggi funzionali al sistema produttivo capitalistico basato – appunto – sul consumo. E addio all’idea di individui da rispettare in quanto tali, ciascuno legittimato a svolgere una propria significativa funzione all’interno del contesto sociale, politico e comunitario.
Ci siamo risparmiati l’onta della guerra, sì, ma il disfacimento è avvenuto ugualmente: del legame sociale, della consapevolezza del sé, dei diritti e dei non meno importanti doveri. Siamo ormai ridotti a esseri disgregati e perciò più facilmente controllabili e malleabili…

Il quadro è fosco e drammatico. Grandi luci all’orizzonte non si vedono, come non si vede più neppure il baluginare di un’utopia, di una significativa stella polare verso la quale abbia senso orientare il cammino e per la quale valga la pena affrontare qualche sacrificio.
Non è facile immaginare come si potrà uscire da questa situazione. Speriamo non servano trent’anni, come fu nel secolo scorso, per rinsavire e ricominciare a vivere…

 

Sarà un buon anno se ciascuno di noi si impegnerà per renderlo tale, per tutti e non solo per sé. Auguri a chi, con abnegazione, si cimenterà in questa impresa.

Il buco dell’oceano

Da ragazzo ho imparato a surfare proprio qui, su questa spiaggia, tra queste onde. Aspettando l’onda giusta per ore, e spesso c’erano giorni in cui non arrivava mai. Interi pomeriggi a sfidare le maree tra cadute e botte nell’acqua o, peggio, sugli scogli. La sera tornavo a casa ammaccato dappertutto e dovevo mentire a mia madre che credeva fossi stato tutto il giorno in biblioteca a studiare. Le nascondevo come potevo i lividi e le abrasioni su gambe e braccia che puntualmente scopriva la mattina seguente quando veniva a svegliarmi.
Prima della laurea avevo abitato coi miei nella loro casa qui sulla costa, a pochi passi dalla città. A quel tempo uscivo spesso in barca con mio padre, e anni prima fu proprio lui a insegnarmi a veleggiare, navigando in questo tratto della baia fino all’arcipelago di isolotti che la separano dal mare aperto.
Fin da bambino il mare ha sempre fatto parte della mia vita.
Ma solo ora posso trovare un modo ragionevole di descrivere ciò che ho visto. Solo dopo aver capito tante cose, e averle accettate cambiando per sempre il senso di quello che credevo di aver visto e vissuto fino a quel momento, posso raccontare ciò che i miei occhi hanno incontrato a dispetto della mia mente.

Il mare non esiste più!
Al suo posto una voragine dall’ampiezza infinita, buia, terrificante…
Un immane buco nero, grande come il cielo, ma un cielo rovesciato. Un baratro nel quale si riversano e confluiscono e ancora risalgono immense volute di fluidi neri e purpurei, come cascate di sangue viscoso e denso.
Dove prima il mare lambiva la spiaggia ora c’è l’orlo dell’abisso!
L’orizzonte è scomparso poiché cielo e baratro sono un tutt’uno in un frenetico vorticare di nubi bluastre e arabeschi di gas incandescenti. Tutto l’immenso spazio visibile è un insieme caotico di masse informi in costante movimento e trasformazione, come enormi embrioni infernali in piena metamorfosi.
E sopra la mia testa, la coltre temporalesca che oscura il cielo non è nient’altro che una propaggine dell’abisso che ho davanti agli occhi.
Questa è la fine del mondo, il suo limite estremo, il punto in cui il mondo in cui ho sempre vissuto s’interrompe, lasciando spazio a qualcos’altro che non comprendo.

È quanto di più meravigliosamente terribile un occhio umano possa vedere. Ma a volte l’occhio accetta cose che la mente non può far altro che rifiutare.
Tremo, il cuore mi scoppia nel petto, resto immobile, coi piedi inchiodati a terra a osservare questo spettacolo infernale…
Sublime, tremendo, maestoso, selvaggio…
Forse è proprio l’Inferno, o magari addirittura il Paradiso, del resto chi li ha mai visti? Di certo non può essere il mondo che ho conosciuto fino a un momento prima.
Non sono più capace di pensare. Frastornato da emozioni sconosciute, le più violente che ho mai provato. Ne sono sopraffatto e mi sento perduto nella più assoluta solitudine.
Non lo so con certezza ma non provo una paura fisica, non temo la morte. Forse perché quello che vedo va oltre il concetto stesso di pericolo e di morte.
Ciò che mi sta consumando è questo inesorabile senso di solitudine e di perdita di speranza, ecco.
Ciò che vedo va al di là di ogni mio tentativo di pensiero logico, ogni certezza è stata annullata. È forte la tentazione di abbandonarsi allo stordimento dei sensi e al destino, qualunque esso sia.

Il fatto è che il destino ti spiazza sempre, lasciandoti spesso con l’amaro in bocca.
Sento adesso un rumore lontano, un suono insistente, penetrante. Proviene dalla mia sinistra, sempre più invadente, insopportabile…
Apro gli occhi, sono le sette in punto. Spengo la suoneria. Anche oggi non sono riuscito a sapere come va a finire… Dannato mondo!

Lifted (Eurythmics, 1999)

La progressione geometrica del terrore

di Lorenzo Bissi

12 dicembre 1969.
Banca Nazionale dell’Agricoltura, Piazza Fontana, Milano. È un giorno come un altro, almeno fino alle 16:37. Sette chili di tritolo uccidono 17 persone e ne feriscono 87.
16:55, Banca Nazionale del Lavoro, via Veneto, Roma, un’altra esplosione. Poi sempre Roma, tra le 17:20 e le 17:30 una davanti all’Altare della Patria e l’altra alle porte del Museo centrale del Risorgimento, in piazza Venezia.
Altri 17 feriti.
Nei mesi successivi il caso Pinelli e il caso Calabresi e le indagini fuori pista: per l’Italia si apre un periodo di terrore e di stragi. Ancora oggi sono argomenti delicati, e la verità è ancora lontana.
Oggi il terrorismo trova altri moventi, e prova a giustificarsi non più in nome della politica, ma in nome di un dio. Tutto ciò genera sempre la stessa cosa: terrore, odio, e desiderio di vendetta.

“Come un circolo vizioso, la minaccia terroristica si trasforma in ispirazione per un nuovo terrorismo, disseminando sulla propria strada quantità sempre maggiori di terrore e masse sempre più vaste di gente terrorizzata.”
Zygmunt Bauman

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

I nuovi mostri

Halloween, la notte delle streghe, parliamo di mostri e di paurosi pensieri. Domanda: qualcuno si ricorda quali erano i mostri classici del passato?
Io, che sono ormai stagionato, ricordo con un certo rimpianto gente come Dracula, Frankenstein, l’uomo lupo, la mummia, la creatura della palude… Bei tempi!
Tempi in cui il mostro faceva il mostro; tempi in cui chi era cattivo lo era per davvero e nessuno l’avrebbe dubitato, del resto lo prevedeva pure il contratto: “Io uomo lupo dichiaro di essere un mostro in piena regola, zanne e artigli compresi. Dichiaro che, se ne avrò l’opportunità, inseguirò, sevizierò e divorerò le mie vittime senza pietà e rimorso, ululando, ringhiando e facendomi subito riconoscere per quello che sono: un mostro! Dichiaro inoltre che non ingannerò nessuno facendomi credere buono, che non racconterò frottole su ciò che faccio. Che non mi farò eleggere da chicchessia per poi cambiare partito come si fa con le mutande. Ma soprattutto che non cercherò mai di cambiare la Costituzione a mio esclusivo vantaggio. Lo giuro.
Adesso, lo devo dire, non si sa più a che mostro votarsi!
Sì perché i mostri di oggi sono tutti uguali, si fanno eleggere, dicono e promettono tutti le stesse cose per fare il contrario dopo, fanno i buoni poi ti fregano… e il bello è che non fanno nemmeno paura!
Che diamine! Un mostro deve far paura sennò che mostro è?
Questi fanno solo rabbia…

La seduzione del mostro

Il mito, il terrore e il fascino del mostro dal volto di donna, una donna bellissima e terribile. Quante volte ho sognato una donna come lei, splendida creatura carnivora, pronta a divorarmi, a bere il mio sangue senza un rimorso, senza cuore. La voglia di buttarsi tra le sue braccia, di perdersi nei suoi occhi, profondi e neri come la notte. Il destino è quello di rincorrersi, fuggire dai propri traumi per inseguirne altri. Solo, nell’incombenza della morte, nella guerra tra desiderio e patimento, sento la vita pulsare e gridarmi il proprio piacere-terrore, prima di gettarmi nell’abisso. Un amplesso, intenso e sottile confine tra la vita e la morte, resta il mio ultimo premio.
Il brano andrebbe ascoltato rigorosamente al buio, preferibilmente di notte e in completo isolamento. Magari dopo aver letto Carmilla di Le Fanu… potrebbe essere un’idea! È che terrore, desiderio e romanticismo macabro sono gli ingredienti perfetti per la storia dell’orrore perfetta. In fondo Rael è come Jonathan Harker, ospite inconsapevole delle premurose concubine di Vlad Tepes.
Esiste qualcosa di ancor più potente dell’istinto di conservazione? Forse è il desiderio irrefrenabile di abbandonarsi al proprio fato. Quando questo ha le sembianze di una femmina bellissima e affamata… Lo sanno bene i maschi delle mantidi e delle vedove nere, che fanno una vita da comparse con un destino tragico e deciso ancor prima di nascere, il cui unico momento di gloria farà coincidere il proprio piacere con la propria distruzione.

The Lamia (Genesis, 1974)

Terrorismo e Occidente

Il giornale satirico, il supermercato, lo stadio, il teatro, il caffè, l’aeroporto, la stazione della metro, il treno, la festa in piazza, il festival di musica, la chiesa. Sono i luoghi in cui si è abbattuta la furia omicida del terrorismo al grido di “Allah è grande” da oltre un anno a questa parte, ormai in mezzo mondo. Senza contare la quotidiana carneficina che continua a compiersi in Medioriente, di cui anche l’informazione pare sempre più stanca di tenere una puntuale contabilità.
Uno tsunami del terrore. Una globalizzazione che, invece di portare benessere, sta seminando a piene mani morte e paura, e nella quale i piani di analisi si sovrappongono in maniera inestricabile, mentre si rincorrono confuse e disorientate le voci di esperti e commentatori nel tentativo di capire chi sono e perché lo fanno.
E’ oggettivamente difficile comprendere in un unico filo logico l’omosessuale islamico di Orlando, i rampolli universitari dell’alta borghesia autori della mattanza nel ristorante di Dacca, il trentunenne camionista che ha compiuto la strage di Nizza, i tagliagole che hanno sgozzato Jacques Hamel, parroco della chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray in Normandia (in una Francia particolarmente martoriata), la nascita dell’Isis, tuttora avvolta da non pochi dubbi come scrive Massimo Campanini (Il Mulino 2/2016), e il conflitto islamico tra sciiti e sunniti.
C’è tuttavia un piano della riflessione che stenta a farsi largo, mentre farci i conti a viso aperto potrebbe aiutare a capire meglio.
Massimo Cacciari (L’Espresso 28 luglio) scrive di un “disordine globale in cui stiamo vivendo”, di drammi che sono “tante ondate che si vanno abbattendo su ogni nostra antica terra ferma” e della necessità di “decifrare le grandi faglie telluriche che stanno rovinando l’una sull’altra”.
“E da dove iniziare – si chiede – se non da noi stessi?”.
Qui è il punto: il contesto nel quale sta montando questa ondata di morte. Contesto nel quale altrettanto si sovrappongono piani diversi: Islam, immigrazione, scenario geopolitico, intelligence, capacità di risposta e prevenzione, modelli d’integrazione…
Contesto però significa anche la condizione in cui si trova l’Occidente, l’Europa. Capire questo forse non dà le risposte che la politica deve dare subito, ma dà maggiormente l’idea della sfida epocale.
Diversi stanno dicendo che il terreno sul quale si sta portando questo attacco è un Occidente che ha continuato a credere che la propria cultura fosse “un’infrangibile rete – scrive ancora Cacciari – gettata sull’intero pianeta”. Nella cieca presunzione di sovrapporre umano e naturale, l’ultima formula occidentale, la globalizzazione, invece dell’approdo definitivo verso un mondo di ricchezza e benessere, sta creando e dilatando a dismisura differenze e inequità.
Così l’appuntamento con il nuovo volto del terrore è affrontato da una civiltà assediata da moltitudini di diseredati e disperati (la proletarizzazione globale) che, per nulla rassegnati, avvertono, come tutti, che la disuguaglianza è un’ingiustizia.
E all’interno dei singoli contesti nazionali, per la presenza crescente di immigrati (con tassi di natalità differenti dagli indigeni), per politiche sociali ed economiche che stanno erodendo i sistemi di welfare e penalizzando gli strati più deboli della popolazione, si finisce per annullare ogni legame di solidarietà, minando così il patto su cui sono state costruite le democrazie, specie europee, dopo il suicidio di due guerre mondiali.
Altri, poi, fanno notare che se è vero che va riducendosi la disuguaglianza globale perché ogni giorno migliaia di famiglie cinesi o indiane stanno passando dalla povertà a un relativo benessere, il prezzo è pagato dallo scivolamento progressivo verso il basso della classe media, in quanto all’interno degli stati occidentali si assiste parallelamente a una concentrazione della ricchezza in una cerchia sempre più ristretta di ricchi sfondati. Anche quando qualcuno alza il dito per porre un problema di riequilibrio, per esempio delle pensioni, è addirittura il diritto con tanto di toga a dire che non si può fare.

E’ maledettamente complicato – scrive Raffaele Marmo su QN (25 luglio scorso) – spiegare a un operaio specializzato italiano che la perdita di reddito, tutele, status sociale e welfare, avviene nel nome del diritto di altri alle stesse cose.
Così la temperatura sociale cresce, le società si incamminano verso un tutti contro tutti e alla colossale pressione portata dal fiume del proletariato esterno si somma il surriscaldamento della proletarizzazione interna.
Non ci vuole un esperto, a questo punto, per vedere un vero e proprio rischio per le stesse democrazie.
Da un altro punto di vista Silvio Ferrari (Il Regno 10/2016) pone il problema di reimpostare il concetto di libertà religiosa in un’Europa in declino.
Partendo dallo stesso concetto della fine del sogno europeo di supporre i propri principi e modelli come universali, si arriva a dire che non ci può essere neppure una nozione universale di religione.
Il consiglio è rinunciare alla speciale tutela del diritto di libertà religiosa, comprendendolo all’interno delle libertà di parola, associazione, stampa, evitando il problema di definizione giuridica di religione.
Ulteriore segno che l’Europa deve accettare di non avere più il monopolio dell’universalismo e che sarebbe meglio accettare di dialogare e interagire con altre visioni nate da esperienze diverse.
La conclusione cui diversi arrivano è che questa miscela esplosiva è già all’opera e che non solo è bene ripensare politiche economiche, ma anche la visione stessa che l’Occidente ha di sé. Uscire cioè da una concezione tolemaica per approdare compiutamente a una copernicana, innanzitutto culturale.
Altrimenti, fanno notare, se all’attacco attuale si risponde solo resistendo, prima o poi ci si trova in stato di assedio.
E allora i vari Brexit, Le Pen, Salvini, Trump, vanno ascoltati come campanelli d’allarme, per le leadership rimaste finora al comando per lo più assecondando una globalizzazione che amplifica le differenze e ormai guardate in modo crescente con senso di fastidio, senza neppure più differenze tra destra e sinistra, da un elettorato sempre più lontano dalla politica e dalle urne.

A distanza di anni suona profetico l’inizio del film “L’odio” di Mathieu Kassovitz del 1995: “E’ come la storia di quell’uomo che precipita da un palazzo di 50 piani. Mentre cade da un piano all’altro dice: fin qui tutto bene, fin qui tutto bene. Il problema non è la caduta, è l’arrivo”.

L’OPINIONE
Le mani sul petrolio e la profezia di Gheddafi

E ora? Confusione, paura, morte, terrore… Qualcuno di noi, europei coalizzati con gli Stati Uniti, si è mai chiesto che potrebbe essere stato un errore “pianificare” l’uccisione di Saddam e Gheddafi? Sono state dimenticate e sottovalutate le parole di Gheddafi: “Senza di me vi invaderanno, milioni di immigrati illegali, i terroristi salterebbero dalle spiagge di Tripoli verso Lampedusa e la Sicilia. Sarebbe un incubo per l’Italia e l’Europa, svegliatevi! Questi non credono al dialogo, ma pensano solo a combattere e a uccidere, uccidere, uccidere”.
A quattro anni di distanza, dalla sua morte, queste parole suonano come una sibillina profezia.

Stesso errore con Saddam Hussein, dittatore dell’Iraq, giustiziato nel 2006 e che ora, i suoi ex ufficiali, una cinquantina, sarebbero a capo del califfato. Con l’insana idea di eliminare questi due “capi” ci siamo puniti con le nostre stesse mani… La strage di Nassirya non ci aveva insegnato proprio nulla? Il messaggio che hanno voluto inviarci non è stato ben recepito?

Sappiamo benissimo che gli interessi in ballo, più che religiosi, sono di natura economica. Si tratta di controllo territoriale e strategico delle risorse petrolifere.

A questo punto sarebbe logico distruggere il sofisticato business sotterraneo dell’Isis, fermare ogni attività terroristica, ogni rifornimento di denaro e di armi a questi criminali. Andare a bombardare la capitale della Siria, come hanno appena fatto i francesi, si rischiano solamente uccisioni di civili innocenti e poco più di niente.

Si dice che siano una quarantina gli Stati che li finanziano: l’Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Turchia e tantissimi altri: una pazzia! Si devono bombardare i pozzi petroliferi, non le città! Ma questo non lo si vuole… Abbiamo “combattuto” a prezzi umani altissimi per il petrolio e non vogliamo e non possiamo mollarlo…

In questo delicato periodo la Ue invece di perdere tempo nel “boicottare” i prodotti israeliani, con la bugia dei territori occupati, casomai “contesi”, l’avesse impiegato a combattere il terrorismo, avrebbe fatto cosa buona e giusta. Però a qualcosa è servito l’atroce attentato a Parigi, a far comprendere come vive Israele ogni giorno nel difendersi dai continui attentati e accoltellamenti. Ha detto giusto Vittorio Sgarbi:”C’è un Paese che oggi siamo noi. Si chiama Israele che deve difendersi con la forza dell’intolleranza che Israele sia lì. Allora quello che è capitato a Israele oggi tocca a noi. Tutta l’Europa è Israele, dobbiamo abituarci a vivere come loro. Sono stato a Tel Aviv, se vai al cinema ti controlla no quattro ore”.

Netanyahu, il primo ministro israeliano aveva avvisato la Francia, mesi fa, tramite i servizi segreti israeliani, che qualcosa di brutto si stava muovendo e non gli hanno creduto…

Ci sembra di aver compreso che l’Europa occidentale intende vivere nelle medesime condizioni in cui vive Israele, bene, però bisogna tener presente che in Israele quando i terroristi palestinesi compiono attentati contro la popolazione israeliana dopo poche ore o al massimo dopo qualche giorno li trovano, non se li fanno scappare…

scultura Onu

LA LETTURA
A tavola con i terroristi

Dopo aver lavorato con la BBC per oltre 17 anni in Medio Oriente e in Asia, il giornalista inglese Phil Rees, laureato a Oxford nel 1982, presenta uno stupefacente viaggio-incontro con gli uomini più ricercati del mondo. Un libro del 2006, ma ancora estremamente attuale e interessante e che, per certi versi, ha suscitato anche qualche critica e protesta. Condividendo couscous con gli islamisti algerini o noci di cocco e manzo con i guerriglieri colombiani delle FARC (compagnia e cibo eterogenei…), questo singolare giornalista attraversa, con la ragione e la storia, il concetto sconfinato, dibattuto, controverso, e talora confuso ed eccessivamente onnicomprensivo, di “terrorista”.

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La copertina di “A cena con i terroristi”

Tutto il libro è pervaso da una riflessione attenta sulla ricerca di significato di tale parola, sul suo valore, una vera e propria “odissea personale cominciata un quarto di secolo fa” da Rees in Irlanda, il giorno in cui l’Ira organizzò un agguato spettacolare dove rimasero uccisi 18 soldati inglesi. Iniziò allora, da parte del giornalista, la ricerca del significato reale della parola “terrorista”, un metodo di lotta ahimè antico, una forma di ribellione adottata da popoli oppressi, che non vedono altra via e possibilità di lotta e resistenza ai centri di potere forte, che non permettono loro di vivere con sufficiente dignità, certezza, giustizia e uguaglianza.
La parola resta difficile da definire, soprattutto laddove caricata di forte potere emotivo ed emozionale e quando si pensi (o si dica) che “il terrorista di qualcuno è il combattente della libertà di qualcun altro”. Niente di più veritiero. La storia è piena di esempi di questa duplice interpretazione. Da Cesare e Bruto a Gengis Khan, l’assassinio di innocenti e il rovesciamento dei potenti diventano la narrazione del nostro passato. Se l’espressione fosse esistita nel 1776, George Washington sarebbe stato considerato un “terrorista” dalla corte di Giorgio III e un “combattente per la libertà”, nonché un patriota, dagli americani; Nelson Mandela, che sosteneva il rovesciamento violento del regime dell’apartheid in Sudafrica, era un “terrorista” per Margaret Thatcher e un “combattente per la libertà” per Tony Blair, dice Rees. Punti di vista.
Scrive l’autore che “c’è chi è convinto che fare un viaggio per incontrare alcuni uomini accusati di terrorismo, per stringere loro le mani, sedersi e mangiare insieme a loro, sia come chiedere un passaggio al diavolo e divenire uno sempre pronto a giustificare il peggior genere di violenza conosciuta dall’umanità (…). Io la penso diversamente; l’opinione pubblica dovrebbe essere informata sulle cause della violenza e decidere da sola chi ha ragione e chi sbaglia. Solamente esaminando le origini della violenza si può cominciare a ragionare sulle sue cause”. Punto di vista complesso e difficile, ma comprensibile. Mentre gli Stati Uniti – dopo l’11 settembre, ma non solo – i loro alleati e il mondo in generale si confrontano ovunque con il nemico chiamato terrore, una riflessione merita spazio adeguato: chi è veramente un terrorista? Possiamo veramente definirlo con precisione?

Immaginiamo, allora, l’autore che attraversa i corridoi e gli uffici della sede londinese della BBC, fra l’elegante personale inglese, donne in sari sfavillanti e uomini imponenti in variopinti abiti tradizionali africani, un giorno X si accende un dibattito post 11 settembre sul significato di “terrorismo”. Per i propri redattori la BBC “bandisce” l’uso del termine, impegnandoli a evitarlo. Ho recentemente controllato se sia ancora così: lo è. Non perché si rifiuti il concetto, ma perché il termine, se in molti casi può essere corretto, in altri “assume anche un ruolo extra-giornalistico nel delegittimare una parte e affermare l’altra”.
Si vedano le linee guida redazionali della BBC (www.bbc.co.uk/editorialguidelines/page/guidance-reporting-terrorism-full):
Our policy is about achieving consistency and accuracy in our journalism. We recognise the existence and the reality of terrorism – at this point in the twenty first century we could hardly do otherwise. Moreover, we don’t change the word “terrorist” when quoting other people, but we try to avoid the word ourselves; not because we are morally neutral towards terrorism, nor because we have any sympathy for the perpetrators of the inhuman atrocities which all too often we have to report, but because terrorism is a difficult and emotive subject with significant political overtones”.
Anche Reuters evita l’utilizzo di “parole emotive” e non usa “termini come terrorista e combattente per la libertà, a meno che non siano una citazione diretta attribuibile a una terza parte”. Non ho trovato linee analoghe per la stampa italiana (che mi parere usare-abusare del termine), spero che qualcuno riesca a smentirmi…
Non si cerca di “caratterizzare” (e catalogare) i soggetti delle notizie quanto piuttosto di riferire su loro azioni, loro identità, loro retroterra, in modo che i lettori possano formarsi una loro opinione basata sui fatti. Un autentico impegno all’oggettività e all’imparzialità. I media americani, invece, soprattutto dopo l’attentato delle Torri Gemelle, apparivano traumatizzati e impiegavano continuamente il termine terrorista, CNN in primis.

L’Oxford English Dictionary definisce il terrorista come “un membro di un’organizzazione clandestina che punta a costringere un governo costituito attraverso ad atti di violenza contro i suoi stessi sudditi”. Arafat, nel 1974, diceva che “chiunque si batta per la libertà e la liberazione della propria terra dagli invasori, dagli occupanti e dai colonialisti non può essere chiamato terrorista”. Ancora una volta, allora, chi è un terrorista? Ancora nubi e dubbi sulla definizione, che vengono anche da un incontro di Rees con l’imam Ramee Muhammed, ex marine statunitense. Davanti a un kebab di pollo e agnello, rigorosamente halal, Rees dice a Ramee che sta preparando un libro sul significato di “terrorismo”, volendo comprendere l’accezione del termine presso persone diverse per estrazione sociale e culturale. L’ex marine esprime subito la propria opinione: ogni terrorista è “la vittima di un’aggressione ebraica o americana che osa rispondere”, “oggi la parola terrorismo indica un musulmano che sta combattendo per il suo onore e la sua dignità. Se vuole chiamarli terroristi, faccia pure. Per me, sono combattenti per la libertà”. L’affermazione è forte e per un lettore occidentale sicuramente sconcertante. Tuttavia porta a interrogarsi, seriamente e in maniera più obiettiva possibile, su visioni tanto diverse e diametralmente opposte del “mondo del terrore”. Riflessione durissima. E allora rieccoci nel 1994 ad Algeri, pronti a uscire dall’hotel Saint George, oggi El-Djazair, intenti a scendere le scale delle sue verande e dello splendido giardino secolare; eccoci in direzione di un caffè di Chlef, cittadina a 150 km a ovest della capitale, dove è stato organizzato l’incontro con membri dell’Esercito Islamico di Salvezza. E poi ci ritroviamo in Colombia, a Gerusalemme, nella città basca di Durango, in Iran.

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Phil Rees

Concludiamo, con questo originale e coraggioso giornalista, e con il professor Rubinstein del Center for Conflict Analysis and Resolution della Mason University, che “una definizione di terrorismo è impossibile” (o almeno quasi); “il terrorismo è solo la violenza che non vi piace”. E fermiamoci un attimo di più a pensare, lasciandoci ispirare, insieme ad Honoré de Balzac, quando scriveva che “ci sono due tipi di Storia, quella ufficiale, che è piena di bugie, e quella segreta, che nasconde le cause reali degli eventi ed è una storia vergognosa”. Il libro di Rees va in questa direzione. Non è sempre facile ma è una lettura (molto) critica della storia contemporanea, una riflessione accurata e attenta sui perché della storia, a volte segreta, di tante popolazioni oppresse e afone alle quali, come avrebbe detto Ryszard Kapuściński, un buon giornalista deve voler dare voce. Evitando ogni pericolosa stigmatizzazione, giustificazione e giudizio. Ragioni da capire, almeno. Aldilà degli appellativi e delle religioni, il dibattito (difficilissimo e spinosissimo) è aperto.

Phil Rees, A cena con i terroristi, Nuovi Mondi Media, 2006, 430 p.

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Vivere e morire a Kabul, la discriminazione vista con gli occhi degli afgani

Ispirato ad una storia vera, “Osama” è il primo film prodotto in Afghanistan dopo la caduta del regime talebano del 2002, interamente girato a Kabul, con attori non professionisti e pochissimi mezzi. Un film duro, spietato, tragico, crudo e rigorosamente preciso nel documentare uno dei momenti storici più difficili e violenti del paese. Il regista Siddiq Barmak si ispira alla storia vera di una bambina che era stata barbaramente giustiziata dal regime talebano per essersi travestita da maschio e aver frequentato le scuole da cui le donne erano estromesse. Se la notizia fece più scalpore sulle nostre televisioni e giornali che in quel Paese abituato a storie di ordinaria violenza e di terrore, il cineasta afgano ne era rimasto profondamente turbato e aveva deciso di rielaborare la vicenda per farne un film, coraggioso e tremendo. Era il 2003, le manifestazioni in piazza delle donne venivano disperse con violenti getti d’acqua, repressioni feroci che soffocavano il grido di “dateci lavoro, non vogliamo fare politica, abbiamo fame”. Cartelli, mare di veli azzurri, centinaia di donne che marciavano lungo strade fangose e sterrate. Povertà, dolore e rassegnazione obbligavano a dover rinnegare la propria identità. Si arrivava a maledire il giorno della propria nascita, se si aveva la terribile (e temibile) sventura di venire al mondo in un mondo di uomini, dominato solo da uomini, in un mondo fatto di devastazione, ferite, dolore e grigiore. Donne cui era vietato uscire se un uomo non le accompagnava. Figuriamoci lavorare (non che oggi la situazione sia profondamente cambiata).

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La locandina

Maria (Marina Golbahari), la protagonista senza sorriso e senza amore, ha dodici anni e vive, con la madre (Zubaida Sahar) e la nonna, nella più totale miseria ed emarginazione, dopo essere sopravvissute alle dure repressioni di piazza del regime talebano. Il padre e lo zio, uniche presenze maschili in grado di assicurare la sussistenza, sono morti in guerra e così è costretta a fingersi un maschio per poter lavorare e mantenere la famiglia. Maria diventa Osama. Spaurita e sofferente, viene condotta insieme a molti suoi coetanei, nella scuola talebana, la Madrasa, per imparare il Corano e la guerra. Oltre alla sua fragile voce, sarà proprio la palese manifestazione della sua natura biologica a offrire a tutti l’inoppugnabile prova della sua vera identità e a condurla al patibolo. Continuerà a sbagliare, non riuscirà a nascondere la sua femminilità e ad adattarsi a regole, gesti, modi e pensieri da maschio. Nonostante i tentativi di aiuto di un ragazzino, amico più grande.

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Maria, la protagonista costretta a celare la sua identità

Rispetto alla bambina che ha ispirato Barmak, a Maria verrà risparmiata la vita, ma non la libertà. Una terribile condanna, infatti, la priverà brutalmente della sua infanzia e la escluderà per sempre dal mondo. Il vecchio Mullah la “salverà” barbaramente, chiudendola in casa per farne la più giovane delle mogli. Una trappola che sarà per sempre, un orrore; epilogo terrificante, che non necessita di parole. I volti dei protagonisti sono segnati dalle rughe profonde della paura, dalle lacrime della disperazione, dalla polvere di un Paese perso, dal grigio della mancanza di libertà, dal nero di una voce che non può parlare, dalla miseria creata da un regime e da una guerra che non perdonano. Intensa la recitazione degli attori che hanno ancora vivi i ricordi delle devastazioni umane e materiali patite; tra tutti, indimenticabile la protagonista, i cui occhi vitrei, persi e malinconici bastano da soli a raccontare la sofferenza delle donne oppresse, quella di un intero popolo. Una sofferenza che attraversa lo schermo, occhi senza gioco, gioventù e spensieratezza, simili a quelli di un cerbiatto ferito, che quasi rimproverano lo spettatore per restarsene lì immobile a non fare nulla. Quello sguardo scuote stanchezza, noia e indifferenza, paure, problemi, ambizioni e incertezze di ogni giorno che diventano nulla, se confrontate a quel grido di dolore. Ci si sveglia, si rimane scossi, si pensa, si riflette, non si è più come quando si è entrati in sala. Per non dimenticare, per non essere più tanto distratti, per poter riparare a quegli errori, magari, un giorno, non ripetendone di uguali.

Osama“, di Siddiq Barmak, con Marina Golbahari, Arif Herati, Zubaida Sahar, Gol Rahman Ghorbandi, Mohamad Haref Harati, Mohamad Nader Khadjeh, Khwaja Nader, Hamida Refah, Afghanistan/ Giappone/Irlanda, 2003, 82 mn

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SETTIMO GIORNO
C’è buio in città, la poesia è morta

IL GRATTACIELO – Era un mattino di molti anni fa, Roberto Soffritti pensava di dover edificare la nuova Ferrara, una Ferrara orgogliosa con le sue mura restaurate, nuova viabilità, comode strade d’accesso al centro cittadino e poi con la cultura, proseguendo la politica delle grandi mostre inaugurata da Franco Farina e, infine, con l’apporto di un personaggio qual era il maestro Abbado; e poi, ancora, un nuovo ospedale e via sognando. Sappiamo com’è finita: palazzo degli specchi, una speculazione come l’ospedale di Cona, dove il cittadino non riesce ad arrivare se è vecchio, ammalato (come dev’essere chi va all’ospedale) e ha bisogno di un intervento urgente. Sarebbe bastato mantenere un buon pronto soccorso, ma la grandeur da cui i ferraresi a volte vengono presi ha chiuso la porta al buonsenso. Non erano sprechi sufficienti, la licenza per innalzare l’inutile cittadella dei dieci cinema è la dimostrazione di politiche diciamo dissennate e la nuova Ferrara rimase al palo. Nemmeno il grande porto che doveva prendere il posto della Darsena ebbe la possibilità di essere varato. Ma torniamo a quel mattino primaverile: ero nell’ufficiio del sindaco con il famoso architetto Bruno Zevi e, da una delle finestre della sala, guardavamo lo stupendo scenario su cui eravamo affacciati: architetto – gli chiesi – ricorda quel suo articolo pubblicato sull’ Espresso, con il quale denunciava l’irresponsabile scempio di una delle più belle piazze d’Italia, sconciato dal palazzo di Piacentini appena inaugurato? Ricordo, rispose Zevi, ma di scempi ormai… E che dice del grattacielo? Ma, sentenziò, ora che l’hanno ridipinto, insomma… e tacque rassegnato, come a dire c’è di peggio, anche se allora la scritta pubblicitaria al neon di un apertivo che ricopriva quasi tutta l’altezza di una delle due torri, aveva sostituito e avvilito il placido calar del sole su Porta Po, come avevano voluto Pellegrino Prisciani e Biagio Rossetti. Con il grattacielo, la sera su Ferrara ora arriva più presto. Insomma, c’è più buio.

LA POESIA E’ MORTA – Hanno un bel da dire e abbiamo un bel coraggio a bandire premi letterari e a festeggiare vincitori di nulla: la poesia è morta, i mille e mille poeti sono stati sepolti sotto una valanga di insulsaggini, l’unica voce che si ode è quella del kalashnikov e le urla disperate delle vittime e dei loro familiari: il grido che giunge da Parigi è lacerante, è colpita la nostra società, la nostra amata cultura, ma nessuno si dispera per i migranti che annegano ai nostri piedi o per i duemila morti ammazzati dagli integralisti in Nigeria, quelli non contano, sono neri, con la loro pelle si possono far scarpe griffate, no, nessuno più canta il dolore, dicono che non è poesia, lo diceva anche un amico, molto noto, durante la discussione finale di un premio per giovanisimi poeti, “no questa lirica no, sentenziò, non ha un messaggio”. Non ho mai capito perchè la poesia dovrebbe lanciare messaggi: cantami o diva l’ira funesta del Pelide Achille che infiniti addusse lutti agli Achei, è l’unico messaggio possibile per uscire dall’orrore, essere consapevoli di che cosa siamo, di che cosa abbiamo fatto nel nostro sovente lurido passato e, forse, per liberarci dal furioso, disumano liberismo spesso assassino da cui il nostro animo poetico è stato sconciato. Non c’entra con il terrore di Parigi? C’entra, eccome se c’entra. Basta pensare un poco, abbiamo cancellato ogni valore, abbiamo deciso che il più forte vince sempre, non sappiamo inventare altro che storie popolate da mostri umani coperti d’oro e abbiamo esportato questo trionfante pensiero nazifascista in tutto il mondo: ci aspettiamo forse che dal raccapriccio nasca la solidarietà?

IL FUNERALE – Quando ancora giravo il mondo a raccattar notizie, mi venne in mente di andare a intervistare un poeta scrittore, tra i maggiori della prima metà del Novecento, Marino Moretti: tranquili, è già stato dimenticato. Moretti, ormai un vegliardo senza speranze, abitava a Cesenatico, sulla strada che dal porto-canale conduce al cimitero. Dal giardinetto, dove Marino mi aspettava, si vedevano le vele gialle e rosse delle barche, tenute lì a galleggiare in quell’impareggiabile museo marinaro. Parlavamo del più e del meno, io gli chiedevo notizie di quel mondo che aveva cantato e che mi aveva incantato, parlavamo delle donne romagnole pie e coraggiose, quelle che pregavano “buzarè, buzarè l’anma de pchè” quando sentivano i loro uomini sanguigni e brilli passare davanti a casa bestemmiando, parlavamo di letteratura, poi ci fermammo improvvisamente: fuori, per strada stava passando un funerale accompagnato dalla banda: “vede – mi disse Moretti – la gente è completamente pazza, suona e canta quando uno muore, un funerale…” e tacque. Ora di funerali ne fanno due, così il morto diventa più importante agli occhi della società e si canta, si applaude, un carnevale: chissà che cosa direbbe oggi Moretti?

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