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IL DOSSIER SETTIMANALE
Quel 2 agosto

Il nono dossier settimanale dell’estate 2017 di Ferraraitalia esce a ridosso del 37esimo anniversario della Strage di Bologna: la mattina di sabato 2 agosto 1980 la stazione era affollata di persone in partenza o di ritorno dalle vacanze, 23 kg di esplosivo rasero al suolo l’ala Ovest, ancora squarciata e con l’orologio fermo all’ora della detonazione perché nessuno possa dimenticare e chiunque sia di passaggio si fermi a ricordare, mentre l’onda d’urto investì da una parte il binario 1 il treno che vi stava fermo in sosta, dall’altra la piazzola dei taxi. Morirono 85 persone e ne rimasero ferite 200.

Era soltanto ieri, il 2 agosto 1980. Una mattinata torrida, “mai stato così caldo” dicevano radio e televisioni, l’asfalto si liquefaceva mandando fumi verso il cielo, le Due Torri da un momento all’altro potevano abbracciarsi, secondo loro antico desiderio, e poi crollare esauste, stanche di vedere ai loro piedi un popolo senza più idee, chissà forse stremato dal dover essere l’esempio, esempio di onestà civica, intellettuale, politica. C’era una strana aria calma in giro, i diplomatici di professione dicevano che il terrorismo era acqua passata. Io inorridivo, ma mi accusavano di essere un avventurista, come affermava un compagno cretino, o, peggio, un disfattista. In un saggio pubblicato su ‘I problemi della transizione’, il periodico del Pci di discussione filosofica, di cui allora ero direttore responsabile, scrissi che il peggio non era ancora arrivato, suscitando la meraviglia e anche l’ira del partito dei compagni seduti al tavolo dei dibattiti, loro parlavano sempre. Le donne si affannavano ai negozi dei primi saldi con fare frettoloso, un costumino “due pezzi o intero?”, un completino da spiaggia e vai, le testoline bitumate apparivano e scomparivano tra i sacchi di stracci. Io sapevo che il terrorismo non era morto con l’alleanza storica tra comunisti e democristiani, anzi poteva comparire più feroce di prima, le cosche partitiche non avrebbero mai mollato l’osso, il potere voleva scherani fedeli.

E così è stato: i cani fedeli erano lì, nascosti tra le pieghe di tutti i partiti, pronti ad azzannare chiunque volesse tentare di cambiare sistema e filosofia sociale. Questi pensieri si affollavano frementi nella mia testa calda sulla piazza davanti alla stazione e a quell’orologio fermo sulle 10.25. Le ambulanze arrivavano e ripartivano, un autobus, il 37, trasformato in obitorio ambulante. Pensai allora che il mio mestiere era inutile e stupido: che cosa vuoi raccontare? Nessuno ti ascolta, nessuno ti legge. Pensai che forse avevo una sola via d’uscita: lasciar perdere la cronaca, il giornalismo e tornare alla poesia, il mio primo amore. Non servì molto: il 2 agosto dell’anno successivo un giudice massone mi rinviò a giudizio per calunnia nei confronti della magistratura bolognese, poi, dopo una trattativa, ritirò il malfatto, ma compresi che nemmeno la poesia era gradita al potere costituito. I magistrati più coraggiosi continuarono a essere perseguitati da colleghi signorsì, l’inchiesta che avevano avviato e che forse avrebbe potuto portare ai mandanti venne archiviata, nessuno andò mai ad approfondire le ragioni dell’assassinio del giudice Amato a Roma, il quale aveva infilato il coltello dove non avrebbe mai dovuto. Morto, ammazzato. Questa è l’Italia fascista che non è mai morta.

Oggi al Parco 2 Agosto di San Lazzaro di Savena, a partire dalle 18.30, il libro di poesie ‘Antologia per una strage. Bologna 2 agosto 1980’ (Minerva edizioni) di Gian Pietro Testa sarà protagonista insieme all’autore di percorso per ricordare le vittime della strage alla stazione di Bologna.

TERRORISMI. IL DOSSIER SETTIMANALE N. 9/2017 – Leggi il sommario

Terrorismo e Occidente

Il giornale satirico, il supermercato, lo stadio, il teatro, il caffè, l’aeroporto, la stazione della metro, il treno, la festa in piazza, il festival di musica, la chiesa. Sono i luoghi in cui si è abbattuta la furia omicida del terrorismo al grido di “Allah è grande” da oltre un anno a questa parte, ormai in mezzo mondo. Senza contare la quotidiana carneficina che continua a compiersi in Medioriente, di cui anche l’informazione pare sempre più stanca di tenere una puntuale contabilità.
Uno tsunami del terrore. Una globalizzazione che, invece di portare benessere, sta seminando a piene mani morte e paura, e nella quale i piani di analisi si sovrappongono in maniera inestricabile, mentre si rincorrono confuse e disorientate le voci di esperti e commentatori nel tentativo di capire chi sono e perché lo fanno.
E’ oggettivamente difficile comprendere in un unico filo logico l’omosessuale islamico di Orlando, i rampolli universitari dell’alta borghesia autori della mattanza nel ristorante di Dacca, il trentunenne camionista che ha compiuto la strage di Nizza, i tagliagole che hanno sgozzato Jacques Hamel, parroco della chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray in Normandia (in una Francia particolarmente martoriata), la nascita dell’Isis, tuttora avvolta da non pochi dubbi come scrive Massimo Campanini (Il Mulino 2/2016), e il conflitto islamico tra sciiti e sunniti.
C’è tuttavia un piano della riflessione che stenta a farsi largo, mentre farci i conti a viso aperto potrebbe aiutare a capire meglio.
Massimo Cacciari (L’Espresso 28 luglio) scrive di un “disordine globale in cui stiamo vivendo”, di drammi che sono “tante ondate che si vanno abbattendo su ogni nostra antica terra ferma” e della necessità di “decifrare le grandi faglie telluriche che stanno rovinando l’una sull’altra”.
“E da dove iniziare – si chiede – se non da noi stessi?”.
Qui è il punto: il contesto nel quale sta montando questa ondata di morte. Contesto nel quale altrettanto si sovrappongono piani diversi: Islam, immigrazione, scenario geopolitico, intelligence, capacità di risposta e prevenzione, modelli d’integrazione…
Contesto però significa anche la condizione in cui si trova l’Occidente, l’Europa. Capire questo forse non dà le risposte che la politica deve dare subito, ma dà maggiormente l’idea della sfida epocale.
Diversi stanno dicendo che il terreno sul quale si sta portando questo attacco è un Occidente che ha continuato a credere che la propria cultura fosse “un’infrangibile rete – scrive ancora Cacciari – gettata sull’intero pianeta”. Nella cieca presunzione di sovrapporre umano e naturale, l’ultima formula occidentale, la globalizzazione, invece dell’approdo definitivo verso un mondo di ricchezza e benessere, sta creando e dilatando a dismisura differenze e inequità.
Così l’appuntamento con il nuovo volto del terrore è affrontato da una civiltà assediata da moltitudini di diseredati e disperati (la proletarizzazione globale) che, per nulla rassegnati, avvertono, come tutti, che la disuguaglianza è un’ingiustizia.
E all’interno dei singoli contesti nazionali, per la presenza crescente di immigrati (con tassi di natalità differenti dagli indigeni), per politiche sociali ed economiche che stanno erodendo i sistemi di welfare e penalizzando gli strati più deboli della popolazione, si finisce per annullare ogni legame di solidarietà, minando così il patto su cui sono state costruite le democrazie, specie europee, dopo il suicidio di due guerre mondiali.
Altri, poi, fanno notare che se è vero che va riducendosi la disuguaglianza globale perché ogni giorno migliaia di famiglie cinesi o indiane stanno passando dalla povertà a un relativo benessere, il prezzo è pagato dallo scivolamento progressivo verso il basso della classe media, in quanto all’interno degli stati occidentali si assiste parallelamente a una concentrazione della ricchezza in una cerchia sempre più ristretta di ricchi sfondati. Anche quando qualcuno alza il dito per porre un problema di riequilibrio, per esempio delle pensioni, è addirittura il diritto con tanto di toga a dire che non si può fare.

E’ maledettamente complicato – scrive Raffaele Marmo su QN (25 luglio scorso) – spiegare a un operaio specializzato italiano che la perdita di reddito, tutele, status sociale e welfare, avviene nel nome del diritto di altri alle stesse cose.
Così la temperatura sociale cresce, le società si incamminano verso un tutti contro tutti e alla colossale pressione portata dal fiume del proletariato esterno si somma il surriscaldamento della proletarizzazione interna.
Non ci vuole un esperto, a questo punto, per vedere un vero e proprio rischio per le stesse democrazie.
Da un altro punto di vista Silvio Ferrari (Il Regno 10/2016) pone il problema di reimpostare il concetto di libertà religiosa in un’Europa in declino.
Partendo dallo stesso concetto della fine del sogno europeo di supporre i propri principi e modelli come universali, si arriva a dire che non ci può essere neppure una nozione universale di religione.
Il consiglio è rinunciare alla speciale tutela del diritto di libertà religiosa, comprendendolo all’interno delle libertà di parola, associazione, stampa, evitando il problema di definizione giuridica di religione.
Ulteriore segno che l’Europa deve accettare di non avere più il monopolio dell’universalismo e che sarebbe meglio accettare di dialogare e interagire con altre visioni nate da esperienze diverse.
La conclusione cui diversi arrivano è che questa miscela esplosiva è già all’opera e che non solo è bene ripensare politiche economiche, ma anche la visione stessa che l’Occidente ha di sé. Uscire cioè da una concezione tolemaica per approdare compiutamente a una copernicana, innanzitutto culturale.
Altrimenti, fanno notare, se all’attacco attuale si risponde solo resistendo, prima o poi ci si trova in stato di assedio.
E allora i vari Brexit, Le Pen, Salvini, Trump, vanno ascoltati come campanelli d’allarme, per le leadership rimaste finora al comando per lo più assecondando una globalizzazione che amplifica le differenze e ormai guardate in modo crescente con senso di fastidio, senza neppure più differenze tra destra e sinistra, da un elettorato sempre più lontano dalla politica e dalle urne.

A distanza di anni suona profetico l’inizio del film “L’odio” di Mathieu Kassovitz del 1995: “E’ come la storia di quell’uomo che precipita da un palazzo di 50 piani. Mentre cade da un piano all’altro dice: fin qui tutto bene, fin qui tutto bene. Il problema non è la caduta, è l’arrivo”.

IL LIBRO
Destabilizzare per stabilizzare: Gianni Flamini racconta la storia segreta dell’Italia repubblicana

Chissà se un ventenne di oggi sa chi era Salvatore Giuliano e a cosa si riferisca il toponimo Portella della Ginestra. Che risposte riceveremmo se chiedessimo a un giovane trentenne chi sono il principe Junio Valerio Borghese e Licio Gelli, il commissario Luigi Calabresi o il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli? E la strategia della tensione o gli anni di piombo?

“Dovete sapere che ci sono due storie: quella ufficiale, piena di menzogne, che insegnano a scuola, la storia ad usum delphini; e poi c’è la storia segreta, quella che contiene le vere cause degli avvenimenti, una storia ignominiosa”, questa frase da “Le illusioni perdute” di Honoré de Balzac ci introduce a “La Repubblica in ostaggio. Diario italiano di politica criminale (1943-1993)” (Castelvecchi, 2016) e ci fa subito capire che bisogna prepararsi a rimestare nell’ambiguità, non ci saranno bianco e nero, ma tanto grigio e tanto rosso: il grigio dei non detto, dei misteri e dei segreti di Stato e il rosso delle stragi che si susseguono nella nostra storia repubblicana.
È strano pensare a quanto la storia segreta italiana sia ripercorribile attraverso una geografia, che è sotto i nostri occhi, ma che bisogna appunto saper leggere per ritrovare vicende e personaggi e trasformarla in una geografia della memoria: da Portella della Ginestra a Piazza Fontana a Piazza della Loggia fino a via Caetani, alla stazione di Bologna e a via dei Georgofili. A farci da guida lungo questo percorso a ritroso nel tempo e nei luoghi della storia della nostra Repubblica attraverso la lente dell’eversione è il giornalista Gianni Flamini, classe 1934, “uno dei più profondi conoscitori della stagione dello stragismo italiano” e non solo, come lo ha definito Gian Pietro Testa in apertura della presentazione del volume mercoledì alla libreria Ibs-Il Libraccio. Insieme a lui lo stesso Flamini e Leonardo Grassi, presidente di sezione della Corte d’Assise d’appello del tribunale di Bologna che in passato si è occupato, fra gli altri, dei casi giudiziari relativi alle stragi dell’Italicus e della stazione di Bologna.
Per Testa – a sua volta giornalista non nuovo a queste vicende, negli anni Settanta inviato speciale del Giorno e poi all’Unità – “La Repubblica in ostaggio” è “la nostra storia, quello che abbiamo fatto e non abbiamo fatto dal 1943 in avanti”.
Il Diario è una descrizione cronologicamente ordinata degli episodi di criminalità politica – attentati, stragi, progetti eversivi – ma anche episodi politici non criminali registrati in quanto ricadenti nelle attività volte a condizionare la democrazia: una ricostruzione degli anni della Repubblica richiamandone i momenti di aggressione, di mortificazione del diritto e della sicurezza pubblica, di fraudolenta collusione con ambienti e comportamenti politici. Fonti di Flamini: gli atti giudiziari, i materiali accumulati da alcune Commissioni parlamentari d’inchiesta e le cronache dei giornali.
Secondo il giudice Grassi in queste poco meno che 100 pagine c’è il “distillato di un lavoro che copre forse la vita intera”, si affronta un tema costante mente eluso e che spesso non trova spazio anche negli ambienti accademici: “di fronte all’evidenza di un colpo di Stato come in Cile o in Grecia, non si può sfuggire, il negazionismo diventa difficile. Qui da noi non c’è stato un vero e proprio colpo di Stato, a causa della nostra posizione geografica, ma una guerra a bassa intensità, come viene definita nei manuali dei servizi statunitensi”.

Dallo sbarco degli alleati in una Sicilia dominata da fermenti separatisti all’utilizzo della mafia in chiave anticomunista, dalla loggia massonica P2 con il suo “Piano di Rinascita Democratica” al terrorismo nero e rosso, all’attentato di via dei Georgofili. Sono tutti fili che intrecciandosi, secondo Flamini, vanno a comporre un unico disegno organico: “destabilizzare ai fini di stabilizzare”. Proprio qui secondo il giornalista sta l’errore principale: “il terrorismo è la prosecuzione della politica con altri mezzi, è uno strumento della strategia politica. Perciò se non si neutralizza il disegno politico non si può sconfiggere il terrorismo”. Quello che è mancato e che ancora manca a suo parere è un’analisi d’insieme: “il terrorismo non è mai stato affrontato in modo organico, come per esempio è stato fatto da Falcone con la mafia” e dunque non si è mai trovata la ‘cupola’ della strategia eversiva in Italia.
Nemmeno “La Repubblica in ostaggio”, per ammissione dello stesso Flamini, ha la pretesa di colmare questa lacuna, quello che fa è descrivere e collegare fra loro 70 anni di episodi eversivi nel nostro paese: “70 anni sono tre generazioni – ha sottolineato l’autore – e il ricordo di questi eventi è esposto al rischio di ossidarsi e diventare un unico nebuloso conglomerato” difficilmente decifrabile soprattutto dai più giovani.

Alla fine dell’incontro di mercoledì a preoccupare non è solo il fatto che Flamini e il giudice Grassi temono rispettivamente che la “storia della politica criminale di questo paese non è ancora finita” e che “ora i metodi sono più raffinati e meno cruenti, ma lo scopo è sempre mantenere il potere nelle mani di una ristretta oligarchia”, oppure alcune inquietanti somiglianze fra il Piano di rinascita democratica di Gelli e alcuni must della politica italiana dell’ultimo periodo, come “la contrazione dei diritti sindacali, l’innalzamento dell’età pensionabile, la separazione delle carriere dei magistrati”. Preoccupante è anche e, forse soprattutto, la mancanza di ventenni e trentenni fra il pubblico: la storia non è una serie di date che si impara a memoria sui banchi di scuola, la storia è l’insieme delle storie, un susseguirsi di persone, un intreccio di cause ed effetti che bisogna leggere e interpretare se si vuole capire il presente in cui si vive e agire per cambiarlo.

ciliegio in montagna

PAGINE DI GIORNALISMO
Pensieri sul corpo morto di una terrorista

Dal basso vedevo quell’albero gonfio di foglie e di frutti, “sopra, vede? Cinquanta metri sopra l’albero, ecco quella cascina è Cascina Spiotta, è là che c’è stata la sparatoria”, mi disse un contadino. Risalii il campo un po’ faticosamente, erano due giorni che giravo come un matto per il Piemonte, da Casale Monferrato, ora ad Acqui Terme, posti stupendi che giustamente i romani frequentavano nelle loro vacanze. Erano, quelli, i dolci luoghi delle villeggiature, del benessere, erano le spa di allora: ruscelli zampillanti, acque sulfuree, acque tiepide, gran vino, tortelli (già allora?), gente burbera che parla poco, a volte scontrosa. La sparatoria si era svolta lassù, “dicono che ci sono dei morti”, aveva concluso la sua informazione il contadino, rimettendo poi in moto con due pedalate il ciclomotore e per scomparire dietro la curva cinquanta metri più avanti. Potevo fare la stessa strada, troppo lunga, preferii risalire la collina sotto un sole montagnardo di mezza mattina, sole pesante sulle spalle. Il borsello, come usava allora, era un orpello greve, antipatico, per fortuna ero allenato alla montagna: la mia piccola casa sopra San Pellegrino in Val Brembana era un rifugio sicuro, tranquillo, si udivano soltanto i gridi gioiosi di mio figlio, che giocava con l’amico Tullio, rampollo di montanari. Andava a scuola ma, soprattutto, lavorava sui campi ripidi dov’era nato, tagliava l’erba, la portava alla stalla dove io, la sera, andavo col pentolino a prendere il latte appena munto. Era un bimbetto Tullio, ma già sconciato dal lavoro; quando vedeva una nuvola in cielo si fermava e cominciava a pregare: “goccina santa, goccina santa, vieni goccina santa” ché, se pioveva, era la benedizione di Dio e della Madonna e Tullio smetteva di lavorare. Quella era montagna dura, i campi venivano tosati per dare cibo da ruminare alle bestie, ma anche per impedire che d’inverno persone e case venissero investite e travolte dalle slavine. Venivano giù a velocità incredibile, le slavine, sporche di terra, di rami, di tutto quello che trovavano sulla loro rapida discesa.

La montagna una volta era un luogo di tragedia greca; di fianco a casa mia c’era stato un grande ciliegio al quale i genitori del vecchio Giuseppe, parente di Tullio, attaccavano la corda doppia per portare su e giù dall’alto della collina il fieno, gli strumenti e perfino anche il fratellino di Giuseppe nella sua culla, un bimbo appena nato che la madre si portava al lavoro e, di tanto in tanto, gli dava la tetta. Ma quel giorno maledetto improvvisamente nella rudimentale teleferica si ruppe la corda e il cassonetto della funivia, a velocità vertiginosa, piombò a valle fracassandosi contro il ciliegio. Il fratellino di Giuseppe morì sul colpo: il padre prese la mannaia, tagliò il ciliegio, ne fece assi, con cui costruì una piccola cassapanca per Giuseppe che andava soldato: Giuseppe mi regalò quella bara, dipinta di rosso sangue, e ora il bauletto è a Roma in casa di mio figlio. Strani viaggi fanno le cose.

Salivo, dunque, la collina sempre in direzione dell’albero ricco che vedevo ormai poco più in alto. Intorno non c’era anima viva. Modi di dire, non c’era anima viva, ma quel giorno di caldo precoce e soffocante, era realtà. Quando fui sotto l’ombra protettrice delle fronde coperte di marasche, mi accorsi che ai miei piedi giaceva nell’erba un fagottone, che non era un fagottone, era una giovane donna. Guardai meglio: morta. Una delle tre vittime di quella assurda, feroce battaglia tra carabinieri e fuorilegge (5 giugno 1975). Avevano sequestrato l’industriale Vallarino Gancia e l’avevano portato lassù a Cascina Spiotta. Lo sapevano tutti, ma quegli improvvisati e sciocchi banditi no, non avevano capito che in quei meravigliosi luoghi, dove il lavoro è il lavoro, è fatica, è rinuncia, ma anche possesso e proprietà, tutti sanno tutto di tutti e le voci giravano: “le Br hanno portato a Cascina Spiotta il Gancia e lo tengono prigioniero”. Le voci erano salite fino alle orecchie degli inquirenti: “Si – mi disse il giorno dopo la sparatoria il procuratore capo di Acqui – sapevamo ed è per questo che ho chiesto al generale Dalla Chiesa di mandare su a circondare la casa un piccolo esercito. Ha invece inviato tre uomini…le pare possibile?” chiese a me. Forse lo scontro a fuoco doveva esserci, azzardai. Il suo silenzio fu una risposta eloquente.

E ora questa ragazza con la quale cominciai a dialogare, poverina, mi addolorava vederla lì perduta per sempre alla vita in un silenzio che soltanto di tanto in tanto il vento riusciva a rompere facendo frusciare le foglie e l’erba alta del prato e portando alle mie orecchie voci sconosciute provenienti dalla cascina; poi così com’erano arrivati i rumori cessavano e rimaneva quell’assurdo silenzio dell’estate. Guardavo di tanto in tanto quella ragazza così immobile, soltanto una ciocca di capelli, neri mi pare, si alzava sul capo, mossa da un refolo di vento, pareva voler sottrarsi alla morte. Non farai più l’amore, pensai a voce alta, come se lei potesse sentirmi e quelle parole mi pesarono sul cuore: com’è possibile, chiesi sempre a voce alta morire ammazzati così giovani? Poi, quasi per provocare quel povero essere domandai: si fa così la rivoluzione? Ammazzare e farsi ammazzare una mattina calda e assolata di giugno? La terrorista non si mosse. Ma la sua presenza, sia pure immota, mi spingeva a imbastire un dialogo assurdo: immaginavo la sua inutile fuga dalla cascina, a balzi giù per la collina, gli altri suoi compagni già sparsi sul prato, salvi per il momento, li sentiva sparare mentre scappavano e poi, improvvisamente più nulla, la terra l’attirò per sempre fino a che le radici del ciliegio non fermarono il suo ruzzolare e lei rimase lì a braccia aperte come a chiamare il cielo su di sé. No, le dissi ancora, questa non è rivoluzione. Ai tuoi nemici, quelli che tu avevi indicato come tuoi nemici, a loro tu servivi morta. Strappai dall’albero un mazzetto di ciliegie: ho sete, mi scusai con la morta. Intanto guardavo questo pacifico panorama, la pena che mi aveva riempito il cervello non accennava a diminuire e stavo lì imbambolato quando mi raggiunse un collega trafelato: “l’hanno identificata, è Mara Cagol, la moglie di Curcio”. Mara, le ripetei ora che conoscevo il nome, non si fa così la rivoluzione, tu sei morta per che cosa?

Per quel senso di giustizia sociale che il potere calpesta, al giorno d’oggi – vorrei dirle adesso – il terrorismo giunge da lontano, colpisce dove gli pare, taglia le teste innocenti, indifese e indifendibili. Mara, pensai, sei morta quando ancora la ribellione alle ingiustizie, alle torture dei poteri forti, alle prevaricazioni delle multinazionali aveva contorni romantici, ora viviamo dentro un film dell’orrore. Pensavi di fare la rivoluzione mentre un tuo compagno ti tradiva? A Milano, il giorno dopo, sui muri della città comparve una scritta: “Mara è viva e lotta insieme a noi”. Mara era morta.

“IsIslam?”, gli audio integrali e le foto della conferenza di Ferraraitalia in biblioteca Ariostea

Pubblichiamo qua gli audio integrali dell’incontro “IsIslam? Fanatismi, fondamentalismi, integralismi: terroristi e nuovi crociati”, organizzato da Ferraraitalia il 23 marzo alla biblioteca Ariostea. L’incontro, condotto dalla giornalista Monica Forti, è stato animato dallo storico Andrea Rossi, da Zineb Naini, giornalista di Mier Magazine e ricercatrice dell’Università di Bologna  e da Hassan Samid, presidente dell’associazione Giovani musulmani di Ferrara.

Parte 1

Parte 2

Parte 3

Parte 4

Parte 5

Parte 6

 

ALTRI CONTRIBUTI SUL TEMA PUBBLICATI DA FERRARAITALIA [leggi] 

 

La galleria fotografica dell’incontro (fotoservizio di Aldo Gessi)

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Andrea Rossi

L’APPUNTAMENTO
Lo spettro di un nuovo medioevo. Lunedì 23 c’è “IsIslam?” con Ferraraitalia, per capire i nuovi fondamentalismi

Esiste un Islam moderato? Cos’è cambiato nel rapporto con le comunità islamiche all’indomani dei sanguinosi attentati in Europa? Quali sono le possibili strategie per combattere il terrorismo dell’Isis, la più aggressiva e ricca organizzazione fondamentalista? Quali strumenti ha la politica per stroncare l’ascesa di un integralismo, che infiamma il Medioriente e ha messo radici nel cuore del nostro continente. Quale ruolo gioca l’informazione italiana nel comunicare quanto sta accadendo? Questi alcuni dei quesiti che saranno affrontati nel corso dell’appuntamento promosso da Ferraraitalia, intitolato “IsIslam? Fanatismi, fondamentalismi, integralismi: terroristi e nuovi crociati”, in programma alle 17 di lunedì 23 marzo nella sala Agnelli della Biblioteca Ariostea. L’incontro, condotto dalla giornalista Monica Forti, vede tra gli ospiti Zineb Naini, giornalista di Mier Magazine e ricercatrice dell’Università di Bologna specializzanda in antiterrorismo, lo storico Andrea Rossi e Hassan Samid, presidente dell’associazione Giovani musulmani di Ferrara.

L’avvento e l’espansione del califfato, supportata anche dalla crescente adesione di foreign fighters – giovani europei spesso arruolati attraverso la chiamata dei social network -, è una delle realtà tra le più inquietanti del mondo contemporaneo su cui si sono concentrate le intelligence dei Paesi occidentali. Secondo un rapporto dell’intelligence americana i foreign fighters confluiti in Isis provengono da 50 Paesi diversi e sono più di 7 mila, abbracciano la guerra santa o rimangono in Europa per seminare il terrore. Sono al servizio dell’Islam oscurantista del califfo Al Bagdadi, fondato sul rifiuto della democrazia e della laicità.

Siamo di fronte all’avanzata di un nuovo medioevo? L’intensificarsi della campagna mediatica contro l’Italia ha avuto il suo effetto dirompente con la comparsa in video della bandiera nera sulla cupola di San Pietro, il simbolo della cristianità. La minaccia ha immediatamente aperto un capitolo attraversato da timori e dall’intensificarsi di un neorazzismo che sta dilagando nel Paese. Il dialogo con gli stranieri e le giovani generazioni di religione musulmana nate in Italia, si è fatto maggiormente difficoltoso e dominato dalla reciproca diffidenza. Nel contempo si sa poco o nulla di questa nuova e fluida ondata di terrorismo, che ad ogni nefandezza commessa può contare su migliaia e migliaia di tweet di simpatizzanti, usa i bambini come kamikaze e fa proseliti tra giovani uomini e donne acculturati oltre che nei ceti meno abbienti come quelli residenti nelle periferie parigine.

Cosa si nasconde dietro l’esasperazione del tema religioso? Che rapporto c’è tra recenti “rivoluzioni” arabe e Jihad? I canali di finanziamento del califfato, il cui controllo si estende su circa 56mila chilometri di terra fra Iraq e Siria, sfuggono ai meccanismi dell’economia internazionale, le risorse accumulate, incassi da 2milioni di euro al giorno – come ha segnalato nel 2012 Matthew Levitt, direttore dell’Intelligence e antiterrorismo di Washington – non possono essere colpite da embargo. Pertanto la sfida consiste nello stroncare il contrabbando di petrolio, le estorsioni, bloccare i rapimenti di occidentali, le donazioni e il contrabbando di reperti archeologici. Sarà possibile? Le nazioni dell’Europa condivideranno realmente la lotta al terrorismo islamico? E quale parte avranno Iran e Arabia Saudita, che oggi, a differenza di quanto è accaduto fino a poco tempo fa, sono inclini a mettere un freno all’avanzata di Al Bagdadi i cui uomini si sono macchiati dei più atroci delitti. Secondo l’osservatorio siriano dei diritti umani dal 28 giugno al 14 dicembre del 2014, Isis ha giustiziato 1878 persone di cui 1175 civili, senza contare le persone scomparse. Numeri sommari quanto raccappriccianti, che l’Onu è intenzionato a catalogare come crimini di guerra contro l’umanità.

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