Tag: test

LA RIFLESSIONE
Bikini e dintorni

Da wikipedia: Il bikini moderno è stato inventato dal sarto francese Louis Réard a Parigi nel 1946 (introdotto ufficialmente il 5 luglio). Il nome richiama l’atollo di Bikini nelle Isole Marshall, nel quale negli stessi anni gli Stati Uniti conducevano test nucleari: Reard riteneva che l’introduzione del nuovo tipo di costume avrebbe avuto effetti esplosivi e dirompenti.

In fondo un po’ di cattivo gusto o quanto meno superficialità da parte dell’inventore del bikini a mio parere ci fu tutto. Certo, business is business in ogni cosa, ma ripensando all’attenzione di Trump verso i bambini siriani mi viene da pensare alla mancata attenzione ai bambini dei nativi americani, oppure ai bambini iracheni che hanno sofferto le conseguenze degli embargo durante il periodo di Saddam e, dopo, di quelli libici e passando per tanti altri fino ai bambini delle isole Marshall, Bikini in particolare. Alla fine della riflessione concludo che i bambini non si aiutano con le bombe.
Qualche tempo fa ho intervistato il professor Cesaratto e ricordo il suo commento rispetto all’imperialismo Usa. Il contesto era economico e lui ne vedeva l’aspetto superiore rispetto a quello tedesco. Perché gli Usa importano e quindi migliorano le condizioni commerciali di chi produce e senza di loro non avrebbero dove vendere. Rispetto alla Germania, che usa la sua superiorità tecnologica e manifatturiera solo per esportare, la bilancia della giustizia commerciale pende a favore degli americani. È un ragionamento che non mi convince, forse perché non riesco proprio a concepire la supremazia del business sulla vita delle persone.
Ma business is business ci hanno insegnato gli anglosassoni, quelli che quando risplende la cultura ritornano barbari, e i magazzini devono essere vuotati per essere rinnovati. In modo da far lavorare le industrie che a loro volta assumono e fanno girare l’economia.
Certo il settore della guerra favorisce in maniera esponenziale i vertici piuttosto che le masse, ma questo è un dettaglio e comunque le bombe vanno rinnovate perché in ogni caso sono a scadenza, esattamente come la farina e lo yougurt in frigo, quindi piuttosto che distruggerle in laboratorio almeno se ne testa l’efficacia e ben vengano un po’ di bambini a cui addebitare il merito dei lanci.
Fu business anche per Bikini e molto in grande. I bambini di quel paradiso si trovarono parte di un gioco e di affari più grandi di loro, un affare da bombe atomiche e all’idrogeno. Bikini diventò un poligono militare in barba a quel paradiso terrestre che era.
Il tutto inizia il 10 febbraio 1946, quando il commodoro Ben H. Wyatt, inviato dalla Marina Usa alle isole Marshall, sbarca nell’atollo, e alla fine della funzione religiosa del pomeriggio comunica lo svolgimento dei test nucleari Able e Baker nella laguna. Wyatt si appella al loro senso di responsabilità per mettere fine alle guerre nel mondo e i 167 bikiniani, vissuti sempre al di fuori delle vicende del mondo, improvvisamente venivano a conoscenza che avrebbero dovuto assumersi i mali di tutti sulle loro piccole spalle, con la promessa che avrebbero fatto ritorno non appena terminati i test. Palese bugia, ovviamente!
Furono dunque trasferiti sull’ atollo di Rongerik a 200 km di distanza, isole aride e piccole e senza possibilità di dar loro sostentamento e data l’impossibilità di riportarli a Bikini a causa della radioattività furono dopo un po’ trasportati nell’isola di Kili. La situazione non fu molto diversa anche perché da pescatori dovettero inventarsi agricoltori.
La caparbietà dei bikiniani rimasti a Kili fu premiata un paio di decenni più tardi. In seguito alla chiusura del poligono militare, nel 1968 il presidente Lyndon B. Johnson annunciò che gli Stati Uniti erano impegnati in un piano di bonifica dell’atollo, per permettere agli abitanti di farvi finalmente ritorno. Nel 1974 un centinaio di persone tornò a popolare Bikini, la cui laguna nel frattempo si era arricchita di decine di navi affondate e di un gigantesco cratere. Di diametro superiore ai 2 chilometri e profondità pari a 76 metri, questa cicatrice risaliva al programma “Castle Bravo” del 1954, quando era stata fatta esplodere la prima bomba all’idrogeno della storia. L’isola fu poi di nuovo abbandonata.
La zona era ancora radioattiva e i morti o ammalati per tumore alla tiroide si susseguivano. I bikiniani, quelli che vi avevano fatto ritorno e non erano emigrati altrove ben presto si accorsero che rimanere su quell’isola sarebbe stata la loro fine e dei loro bambini, che erano esattamente piccoli e fragili come i bambini siriani, iracheni, libici e americani.
E li vicino c’era anche un’altra isola, quella di Rongelap che non fu evacuata prima dei test, esposta al fall-out e quindi anch’essi pagarono un grave tributo in termini di cancro alla tiroide. Provarono a ritornarvi nel 1957 e fecero anch’essi da cavie agli scienziati che studiavano gli effetti dell’esposizione alle radiazioni.
Chiesero poi di essere trasferiti, ma la loro richiesta di aiuto fu captata solo da Greenpeace che arrivò con la nave “Rainbow Warrior” nel 1985 e con l’operazione “Exodus” trasportò la popolazione locale colpita dalle radiazioni di quei test nucleari, condotti dagli Stati Uniti tra il 1948 e il 1956 per salvare il mondo, nell’isola di Mejato a 180 Km di distanza.
Questa è solo un po’ di storia, nient’altro. Una cura per la malattia della memoria breve di cui siamo affetti e che dovrebbe portare al rifiuto sistematico delle bombe giustificate in nome dei bambini. Provengano esse da Trump, Obama o Clinton o Putin o Erdogan assomigliano sempre stranamente a quelle di Hitler e hanno gli stessi effetti sui bambini siriani, iracheni, bikiniani e persino sui bambini del Mali bombardato dai francesi nel 2013.

Fonti: wikipedia, greenpeace, national geographic

Cittadini onesti si nasce? No, si cresce

Siamo onesti perché la società in cui siamo nati e cresciuti è onesta? Oppure la società diventa onesta perché i cittadini che la compongono sono onesti? Potrebbe sembrare una di quelle domande del tipo: è nato prima l’uovo o la gallina? E invece non è così.
È da poco uscito uno studio condotto da Simon Gächter e Jonathan Schulz, all’università di Nottingham nel Regno Unito, e appena pubblicato sulla rivista scientifica “Nature”, che dà una risposta certa alla domanda: che collegamento c’è tra la moralità dei singoli e il livello medio di rispetto delle regole della società in cui si vive?
La questione è complessa, dibattuta e studiata da decenni da sociologi, psicologi e persino da economisti. È già stato dimostrato, per esempio, il nesso causale per cui, in un ambiente in cui le regole vengono facilmente violate senza rischiare sanzioni, gli individui sono più portati a comportarsi in modo disonesto, senza sentire minacciata l’immagine di se stessi come persone oneste. Per esempio: una persona non abbandonerebbe mai la spazzatura in una zona pulita della città, ma è più portata a farlo se si trova in un’area già degradata.
Assodato quindi il comportamento conformistico della maggioranza degli individui, cosa succede quando si cerca di eliminare i condizionamenti sociali e ambientali, testando l’onestà dei singoli in laboratorio? È proprio quanto hanno cercato di fare Gächter e Schulz, utilizzando un semplice dado a sei facce. I partecipanti ai test dovevano gettare un dado e comunicare il risultato; a seconda del punteggio uscito, o meglio comunicato, ricevevano una ricompensa in denaro: se affermavano fosse uscito 1 venivano pagati con 1 unità di denaro, se comunicavano 3 gli venivano consegnate 3 unità, e così via. Le persone erano consapevoli di non essere viste dai ricercatori e che perciò avevano la possibilità di comunicare un punteggio diverso da quello realizzato. Con un calcolo statistico si è misurata la percentuale di punteggi gonfiati.
Il campione totale era composto da 2.568 persone con un’età media di 21,7 anni e provenienti da 23 paesi e città diversi, da Roma a Vienna a Praga, ma anche Shanghai, Nairobi, Bogotà.
Per ciascun paese di provenienza i ricercatori avevano precedentemente elaborato un indice di diffusione di violazione delle norme, che misurasse la prevalenza di violazione delle regole (denominato Prv), sulla base dei dati 2003 su corruzione ed evasione fiscale. In base all’indice avevano stilato una classifica di onestà di 159 paesi nel mondo. Piccola curiosità riguardo l’Italia: i dati disaggregati hanno mostrano livelli medi di Prv, di controllo della corruzione e di dimensioni dell’economia sommersa, ma c’è poco da consolarsi perché siamo fra i peggiori tra dell’Unione Europea.
Confrontando l’indice di Prv e i risultati dei test, Gächter e Schulz hanno concluso che maggiore era la diffusione dell’illegalità, minore era l’onestà dei partecipanti. In altre parole, “la corruzione corrompe”.
Inoltre, data la loro giovane età, i partecipanti avevano una bassa probabilità di essere stati coinvolti direttamente nei comportamenti disonesti con cui è stato costruito l’indice. I risultati sono quindi coerenti anche con la teoria secondo cui seguire regole e norme è un comportamento culturalmente trasmesso da una generazione all’altra e che norme e istituzioni seguono un’evoluzione parallela. Onestà e disonestà si tramanderebbero insomma di padre in figlio e le società di persone oneste avrebbero la tendenza a dotarsi di istituzioni efficienti, in cui vi sono norme e controlli efficaci contro la corruzione.

L’APPUNTAMENTO
A Ferrara torna l’Altroconsumo, un festival per affrontare il mercato con consapevolezza

La prima volta si sperimenta, la seconda si corregge il tiro, la terza si va a bersaglio. E’ quel che conta di fare il festival di Altroconsumo che, forte del significativo consenso tributato dai 25mila presenti all’edizione 2014, mira a consolidare il proprio successo. “Stiamo organizzando tantissime iniziative”, annuncia Rosanna Massarenti, storica direttrice della rivista che promuove prassi di consumo consapevole, sostenibile e intelligente secondo il modello del cosiddetto consumerismo. L’associazione Altroconsumo, attiva fin dal 1973 sull’onda delle istanze partecipative di quella vivace fase politica – è un’autorità in materia. E soprattutto ha affermato la propria credibile indipendenza. “Lobby e poteri forti non ci provano nemmeno più a condizionarci, sanno che non ci sono possibilità”.

rosanna-massarenti
Rosanna Massarenti direttrice di Altroconsumo

A Ferrara, nel week end compreso fra il 23 e il 25 maggio, si terrà la terza edizione del festival del consumo critico. “La nostra forza sta anche nella rete: facciamo parte di un network internazionale con il quale condividiamo protocolli di lavoro e test sui prodotti”. Già, i test e ora i gruppi di acquisto sono due degli elementi di traino: “Con i gruppi d’acquisto contrastiamo il potere delle multinazionali opponendo loro la massa di aggregazione dei consumatori: tanti e uniti hanno la capacità di negoziare tariffe e condizioni sulle quali i singoli non possono ovviamente incidere”. I test, pezzo forte della rivista, si sono rivelati attrattivi oltre ogni previsione anche nelle due precedenti edizioni ferraresi del festival. “Le persone vengono, verificano, domandano. Abbiamo notato che persino dimostrazione estremamente pratiche, come l’uso di strumenti e prodotti, muovono l’interesse del nostro pubblico. Per questo intensificheremo i laboratori, come pure arricchiremo le consulenze su strumenti e servizi”. Arricchiremo le degustazioni di vino, caffè e altri alimenti, proposte stavolta a ciclo continuo. E si pensa a una nuova versione della mostra dell’inganno e delle illusioni, che tanta curiosità e tanto successo ha destato lo scorso anno”.

Al contempo saranno sviluppati anche dibattiti a livelli di eccellenza. Al riguardo, fra le novità del 2015, l’intensificazione dei rapporti con l’Università: “A Giurisprudenza e a Economia si parlerà di banche, di diritti dei consumatori, di soldi e finanziamenti”, conferma Rosanna Massarenti, ribadendo il ‘must’ dell’associazione: “Il cittadino deve sapere”. L’informazione, dunque, come base imprescindibile per una scelta consapevole. Un focus sarà sui diritti in rete, “una giungla nella quale tutti entrano, senza conoscere rischi e trappole”.
E un’altra chicca sarà l’approfondimento sulla ‘sharing economy’, che ormai va ben oltre l’utilizzo promiscuo delle auto. “A Milano è un successo, il boom è iniziato da un paio d’anni: prendi la vettura individuando la più vicina al luogo in cui ti trovi grazie ad un’apposita app, la lasci in qualunque parcheggio (anche riservato ai residenti) nelle zona di arrivo, non paghi la sosta, né la benzina, né il costo di iscrizione al servizio; è richiesta solo una quota fissa a chilometro percorso, con una spesa inferiore di circa otto volte a quella di un taxi…”.
Ma in tanti settori ormai ci si sta indirizzando verso il modello “sharing”, cioè di condivisione d’uso anziché di possesso. “Noi stessi, sul sito, suggeriamo ai lettori che ci seguiranno a Ferrara lo scambio di casa per ottenere ospitalità, e indichiamo le disponibilità qui in loco”.
E infine, ma non certo per importanza, al festival di Altroconsumo si parlerà anche di edilizia sostenibile. E dei patti segreti Usa-Europa, i cosiddetti accordi Tisa (o T-tip) “dei quali pochi scrivono”, stipulati a vantaggio delle multinazionali [leggi al riguardo l’articolo di Ferraraitalia]. Prevedono, fra l’altro, intese per la deregolamentazione del mercato dei dati che mettono a rischio la privacy di ciascuno di noi.

IL TEST
Deck Tape e amplificatori, quando il suono scorreva su nastro

2. SEGUE – Il nome Sanyo significa “tre oceani” ed è riferito all’ambizione del fondatore di vendere i propri prodotti, a livello mondiale, attraverso l’oceano Atlantico, Pacifico e Indiano. Le prime produzioni riguardarono fari per biciclette, radio di plastica (1952) e lavatrici a pulsanti, una novità per il Giappone del 1954. La società nipponica ha collaborato con Sony per la creazione dei formati video Betamax e Video8, poi le strade si sono divise per questioni legate alle nuove tecnologie: Sanyo ha supportato il formato Hd Dvd per i film ad alta definizione, mentre Sony ha puntato sul Blu-Ray, divenuto in seguito lo standard di riferimento per i nuovi dischi a lettura ottica. Sanyo ricevette, per tre anni consecutivi, il premio J.D. Power and Associated per la maggiore soddisfazione dei clienti degli 8 più famosi produttori di telefoni cellulari, nell’ultimo decennio questo premio è stato assegnato ad Apple per l’iPhone.
Il 7 novembre 2008 il consiglio di amministrazione annunciò che la società sarebbe stata incorporata da Panasonic, creando così il più grande polo mondiale nel settore Hi-Tech.
Il 1º marzo 2011 Sanyo ha cessato di esistere.

goodbye-sanyo
Deck Tape Sanyo RD-5500

Abbiamo testato alcuni componenti Hi-Fi Sanyo riscontrando spesso un “valore aggiunto” rispetto ai prodotti concorrenti, per esempio nei Deck Tape è quasi sempre presente la regolazione del suono in uscita, negli amplificatori si può selezionare il reverse tra il canale destro e sinistro, per non parlare della presenza del circuito di equalizzazione (JA 7110, JA 300). Tra i registratori di audiocassette ci ha incuriosito l’RD-5500, costruito con una sofisticata ingegnerizzazione meccanica ed elettronica, in grado di alloggiare al suo interno la cassetta e di gestirla tramite spie e sensori.

goodbye-sanyo
Particolare della componentistica di un Tape Deck Sanyo
goodbye-sanyo
Il particolare vano cassetta della piastra RD-5500

Ricerca, design e genialità sono alla base di questo progetto, il cui risultato ha prodotto un apparecchio stilisticamente originale e dal suono “imbarazzatamente” brillante. Lo stesso deck fu commercializzato con il brand “Otto” mentre, con il marchio Grundig, fu prodotto il “gemello” RD-5600, del tutto simile al precedente ma privo dell’originale sistema di alloggiamento del nastro.

 

goodbye-sanyo
L’RD-5500 accoglie al suo interno la cassetta, appositi led esterni hanno il compito di segnalare eventuali anomalie

I nostri test sono proseguiti con l’amplificatore DCA 611 e il tuner FMT 611UL, riportati “in vita” da Innokentiy Fateev, un noto pittore russo con la passione dell’Hi-Fi: “Non sono un tecnico ma mi piace studiare l’elettronica. Mi ha stupito la semplicità con cui è stato disegnato il circuito. Certo, già da qualche tempo i giapponesi avevano cominciato a semplificare i circuiti per tagliare i costi della mano d’opera, quindi l’introduzione dei moduli STK all’interno dell’ampli finale sostituivano i componenti discreti. Sui blog si trovano varie opinioni riguardo a come la qualità del suono sia migliorata o meno con queste modifiche, il fatto che l’ampli in questione sia arrivato fino ad oggi con i suoi STK originali funzionanti mi fa pensare che siano stati costruiti molto bene. Un’altra cosa che mi ha stupito è che, nonostante le condizioni nelle quali l’ho trovato (era messo male, l’ho comprato forse per pietà), dopo la pulizia dalla ruggine e dalla sporcizia, tutti le luci funzionavano! Su un blog americano ho letto un paio di storie di gente che ha trovato lo stesso apparecchio abbandonato per strada, in condizioni pietose e, con un po’ di lavoro, è riuscita a rimetterlo “in moto”; come dicono gli amici su audio karma: “… costruito come un carro armato”. Ho fatto alcune prove paragonando il suono con il mio Marantz 2270 (restaurato di recente con i condensatori nuovi) e con il Pioneer SX 780 e direi che il suono assomiglia più al Pioneer, che tende verso un suono frizzante, meno colorato del “caldo” Marantz, suono dinamico e pronto.”

goodbye-sanyo
Sanyo DCA 611
goodbye-sanyo
Sintonizzatore Sanyo FMT 611UL

E continua, “La canzone “Owner of a lonely heart” degli Yes, suonata con un DCA 611, è veramente un perfect match… Questa, comunque, è una questione di gusti, piccole sfumature. Rimane un amplificatore ampiamente sottovalutato, sconosciuto, che sicuramente meriterebbe un posto d’onore a fianco dei suoi competitori giapponesi”.

 

Continua… Il prossimo articolo prenderà in esame il design giapponese degli anni ’70 e ’80, la cui evoluzione si ispirò al movimento postmoderno italiano di Memphis e Studio Alchimia.

Per leggere la prima parte dell’inchiesta clicca qui.

Si ringraziano: Massimo Ambrosini [vedi], Lucio Cadeddu, Direttore della rivista “Tnt-Audio” [vedi]
Innokentiy Fateev [vedi].

Scuole vincenti

Allenarsi a giocare la partita della propria vita o quella che gli altri ti impongono?
Sempre più studiare, andare a scuola è diventata una sfida, non più con se stessi ma contro gli altri.
Non bisogna riuscire solo nelle interrogazioni e nei compiti in classe, si è caricati anche della responsabilità di tenere alti i risultati ai test nazionali e internazionali del proprio istituto, della regione e del Paese che si abitano.
Finisce che per la comunità non sei più tu a contare, ma il tuo profitto, le tue performance, perché se non sei all’altezza fai arretrare tutti, arrechi un danno all’immagine del tua nazione nella competizione scolastica divenuta ormai globale.
Così il “Centro risorse per la buona scuola” – sì, proprio come da noi ora, per dire della scarsa fantasia – di Detroit ha creato il network “Champion schools”, Scuole vincenti.
Questa rete è una comunità di apprendimento professionale che collega tra loro le Scuole vincenti, fornendo ai dirigenti elementi di confronto, scambi, sfide comuni per nuovi sviluppi e nuovi successi tra pari.
Le scuole vincenti usufruiscono di veri e propri allenatori, addestrati dall’Università del Michigan. Questi ‘coach’, come si dice oggi, sono selezionati e assunti dalle scuole stesse per sostenere ed accrescere il rendimento scolastico degli studenti.
Insomma le distanze tra la scuola e un campo di calcio, tra il successo scolastico e la palla in rete si assottigliano sempre più. Del resto quante volte la metafora della partita è stata usata a proposito dello studio. Ma qui, ciò che preoccupa, è che le Champion schools ci suggeriscono come i test Oces Pisa e la World Bank siano riusciti a ridurre l’istruzione e la vita scolastica ad una forsennata corsa per occupare i posti migliori nelle classifiche scolastiche internazionali.
È questa ormai la ‘ratio studiorum’ della nostra epoca.
Per questo occorrono buoni allenatori che aiutino a massimizzare le proprie capacità naturali per vincere la partita, per essere meglio degli altri, per essere i campioni. Non si va a scuola per imparare a vincere se stessi, ma per vincere il campionato mondiale del capitale umano.
E così vale per le scuole del Michigan. Ogni scuola è responsabile del piano di miglioramento e dei risultati ottenuti, mentre l’allenatore, che come nel gioco sta ai bordi del campo, fornisce alla scuola assistenza tempestiva, consulenza competente e sostegno efficace lungo tutto il percorso.
Il Centro risorse per la buona scuola di Detroit forma il personale delle scuole affinché queste possano conseguire la certificazione di Champion schools, prepara a divenire allenatori professionali che possano aiutare le scuole a migliorare notevolmente i propri risultati.
Quando le scuole incontrano difficoltà, questi allenatori intervengono per facilitare la soluzione dei problemi, aiutano a pensare, a studiare la situazione per individuare strategie più efficaci di miglioramento.
Un allenamento riuscito deve produrre una mentalità, un insieme di abilità, di conoscenze generali per rendere la scuola competitiva.
C’è qualcosa di stonato nel piano del Centro di risorse per la buona scuola di Detroit, perché alla finalità prima di promuovere il successo scolastico di ogni alunno, si è sostituita quella di far ottenere alla scuola buoni risultati.
Così l’obiettivo di intervenire innanzitutto sulle competenze socio-emotive dei ragazzi, finisce per piegare i bisogni d’ogni singolo alunno alle necessità imposte dagli obiettivi e dai traguardi che la scuola si propone di raggiungere. Allora si ha l’impressione che l’educazione non sia più formazione, ma manipolazione per essere vincenti, una sorta di ‘doping’ psicologico in una scuola che vince perché drogata.
La preoccupazione è che anche il nostro Paese possa cedere a questa deriva della competizione mondiale.
La recente circolare del Miur sulla valutazione delle scuole non sgombra certo il campo da questa ombra. L’uso del corpo ispettivo per verificare gli esiti conseguiti dalle singole istituzioni scolastiche nei test nazionali e internazionali, e per la conseguente messa appunto dei piani di miglioramento, potrebbe preludere, di fronte all’urgenza di scalare le classifiche nazionali e mondiali, all’imboccare la scorciatoia dell’ispettore-coach, dell’ispettore-allenatore, anziché all’affermarsi di professionisti riflessivi all’interno della scuola e di una sana prassi di ricerca-azione, da noi mai praticata.
Allora dovremmo tornare a ragionare sulle altisonanti affermazioni delle nostre premesse educative, sulla centralità della persona, sulle finalità della scuola che devono essere definite a partire dall’alunno che apprende, sullo studente al centro dell’azione educativa come riportato da tutte le Indicazioni nazionali. Già la ‘Buona scuola’ del governo Renzi di studenti non ne parla, gli studenti al momento restano gli innominati utilizzatori finali, i convitati di pietra. Non vorrei che su questo il Paese finisse colpevolmente per distrarsi.

Test-imonianze intelligenti

Un paio di mesi fa gli alunni della Barrowford Primary School, una scuola elementare inglese nella contea di Lancashire, hanno ricevuto una lettera, firmata dal dirigente scolastico: Rachel Tomlinson, e dal responsabile del sesto anno: Amy Birkett.
Lo scopo non era solo quello di comunicare l’esito di alcuni test, ma soprattutto quello di ricordare ai bambini e alle loro famiglie che ci sono molti modi per essere intelligenti.
Credo sia un bel modo per far capire alla comunità cosa è davvero una “buona scuola”.
Il fatto che una lettera simile fosse già circolata negli Stati Uniti l’anno precedente non toglie niente all’importanza della comunicazione fra scuola e famiglia, sottolineata e sottoscritta in tal modo dai responsabili scolastici di questa scuola inglese.
Questa è la traduzione della lettera:

Caro Charlie,
ti allego i risultati del tuo Test Ks2 di fine anno.
Siamo molto orgogliosi dell’enorme impegno che hai dimostrato e durante questa settimana faticosa hai fatto del tuo meglio.
Tuttavia siamo anche preoccupati di come questi test non sempre valutino quello che vi rende speciali ed unici.
Le persone che creano questi test e che li correggono non vi conoscono, non come vi conoscono i vostri insegnanti, non come spero di conoscervi io, e certamente non come vi conoscono le vostre famiglie.
Loro non sanno che molti di voi parlano due lingue.
Loro non sanno che suonate uno strumento musicale o che danzate o che dipingete.
Loro non sanno che i vostri amici contano su di voi o che la vostra risata fa brillare i giorni più anonimi.
Loro non sanno che scrivete poesie o canzoni, che praticate sport, che sognate sul futuro o che a volte vi prendete cura del vostro fratellino o sorellina dopo la scuola.
Loro non sanno che avete viaggiato in un luogo meraviglioso o che conoscete il modo di raccontare storie fantastiche o che vi piace trascorrere il tempo con persone speciali, in famiglia o tra gli amici.
Loro non sanno che siete affidabili, gentili e premurosi e che ogni giorno fate davvero del vostro meglio…
I punteggi vi diranno qualcosa ma non vi diranno tutto.
Quindi, gioite dei vostri risultati e siatene orgogliosi, ma ricordate che ci sono molti modi di essere intelligenti.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi