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Celati forever (14):
Non c’è più paradiso

 

La settimana prima di Natale era venuta una grade nevicata nella notte, imbiancando la cittadina di economia avanzata, come la chiamavano sui giornali. Al mattino il traffico nella circonvallazione era bloccato, gli alberi erano così carichi di neve che i loro rami non si vedevano più, e dovunque si udiva il rumore degli spazzaneve che facevano il loro dovere
[…]
Nella cittadina di economia avanzata, un vecchio mendicante chiamato Tugnin dormiva per strada su pezzi di cartone, appoggiato alla grata di un palazzo sulla circonvallazione ovest, la parte più benestante della città. Dallo scantinato saliva il tepore delle caldaie adibite al riscaldamento del palazzo, e il vecchio mendicante aveva preso l’abitudine di dormire su quel marciapiede, facendosi un letto con cartoni da imballaggio. Si metteva dei cartoni anche sopra il corpo, formando una piccola tenda che lo proteggeva abbastanza bene dalla pioggia e dal vento, e deve averlo protetto anche nella notte della grande nevicata. Alla mattina però gli spazzaneve avevano sospinto la neve a cumuli sui marciapiedi, e ricoperto il mendicante sotto i suoi cartoni, con una montagnola di neve diventata subito ghiaccio per il gran freddo che faceva. E Tugnin era rimasto li sotto per due giorni.
[…]
Sono stati gli studenti d’un liceo vicino a ritrovar dopo due giorni un piede del vecchio mendicante. Poi frugando nella neve ritrovavano anche un braccio, e così hanno avvertito la polizia stradale che venisse a prenderlo fuori dal mucchio, credendo che fosse un cadavere. Estratto dalla neve non era un cadavere, però in stato di incoscienza e mezzo morto di freddo, per cui veniva ricoverato da un’ambulanza nell’ospedale maggiore della cittadina.
[…]
Sono venuti a sapere che un vecchio mendicante, ricoverato moribondo una settimana prima, nel pomeriggio s’era svegliato delirando e dicendo che aveva parlato con Dio. Ma i discorsi che faceva erano così sorprendenti, che anche i medici di guardia erano venuti ad ascoltarlo, restando lì senza più voglia di tornare a casa.
[…]
A quanto pare Tugnin diceva che erano venuti degli angeli a sollevarlo in aria tenendolo per le ascelle, e portandolo così in alto che lui aveva potuto vedere la terra molto meglio che da un satellite. […] Questo non si capiva come fosse successo perché il suo racconto era tutto un pasticcio di parole confuse. Ma a forza di guardare dall’alto, pare che Tugnin avesse capito una cosa. Aveva capito che quaggiù tutto cade e crolla, tutto sta sempre crollando a pezzi, tutto viene giù come la pioggia, senza che ce ne accorgiamo e anche le cose solide come un sasso o un muro stanno sempre disfacendosi in polvere, senza che ce ne accorgiamo.
[…]
Poi c’era l’altra parte della visione, in cui Tugnin si incontra con Dio. Secondo il discorso di Tugnin, Dio era uno di poche parole. E in sostanza avrebbe detto che lui se ne frega… perché non può mica correre dietro agli uomini per convincerli che loro si credono furbi e invece sono solo dei poveri coglioni. Facciano pure quello che gli pare, avrebbe detto Dio, con le loro banche e le loro macchine e i giornali e la televisione, lui non voleva saperne più niente, perché gli uomini sono diventati troppo seccanti, e ormai non se ne poteva più di loro.
[…]
Mentre il funzionario della televisione urlava al telefono con la ragazza dai capelli ricci, l’ospedale era attraversato da una ventata di eccitazione che si spandeva in tutti i reparti. Medici e infermieri e degenti parlavano animatamente del fatto che il mendicante Tugnin era uscito dal suo delirio. Aveva smesso di biascicare confusamente delle stranezze a occhi chiusi, ed era sceso dal letto. Poi, appena sceso dal letto, aveva incominciato una predica religiosa su Dio e sul mondo, mescolata però a forti bestemmie.[…] Ma siccome in quel momento passava nel corridoio una dottoressa cardiologa dell’ospedale, il povero Tugnin aveva colto l’occasione per spiegare a lei più precisamente la conversazione avuta con Dio e il motivo delle bestemmie.
Dio gli aveva confessato che non gli importava più niente degli uomini, perché in genere erano diventati così coglioni, stupidi, mafiosi, ignoranti, senza fede e poco di buono, gente che non capisce niente ma si dà l’aria di sapere tutto, che lui, Dio, si era proprio stufato di aver a che fare con bestie così false e presuntuose. Dunque la bestemmia era legittima e anzi era giusto bestemmiare per sfogarsi per il nervoso, visto come stava andando il mondo, caduto in mano alla feccia dell’umanità.
[…]
Qui Tugnin s’è fermato traballando un po’ sulle gambe, ma sorretto dalla dottoressa con aria comprensiva e benevola, e guardandola fissamente negli occhi le ha spiegato la cosa più importante di tutte.
Ha detto che Dio aveva abolito tutti i premi e le ricompense per i buoni, perché era stanco di quella gente che vuol fare bella figura e fare carriera anche nell’aldilà. Dunque aveva abolito il paradiso, e adesso uno doveva pensare con la sua testa senza aspettarsi più niente, e senza fare tante finte di bontà. Al posto del paradiso, diceva, come consolazione c’è la bestemmia, che però indubbiamente non è la stessa cosa. Ma almeno la bestemmia non mostra falsità del cuore di tutti quei disonesti mafiosi senza fede, che fingono di voler fare del bene e fanno solo i loro interessi, come gli amministratori della cittadina di economia avanzata, o quei mascalzoni mandati in parlamento a governare l’infame nazione italiana.

Gianni Celati – Tratto da: “Non c’è più paradiso”, sta in Cinema Naturale, Milano, Feltrinelli, 2001

Cover: Campo sotto la neve in Brianza, foto di Ambra Simeone

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Celati forever (13):
cosa insegna Bob Dylan a noi scrittori fuori standard

Brighton, 22 aprile 1993

Caro Daniele,
oggi ho riascoltato le prime canzoni di Bob Dylan, ed erano così convincenti, così belle e piene di pensiero, così immaginative e al tempo stesso contenute, compatte, chiuse in sé – che mi sembrano quasi un miracolo. E allora ho pensato come, per noi che cerchiamo di scrivere, e di scrivere con una voce che non sia quel modo standard di fare i toni secondo le regole, ma invece di scrivere con un tono che sia nativo e non forzato – ho pensato che straordinaria lezione di voce e di toni siano le parole di Bob Dylan.

E poi anche le storie nascoste, gli sfondi accennati, i personaggi: non è sempre una immaginativa di campagna, cioè campagnola e poi questo aprire ai grandi spazi, con le figure del giorno campagnole (la strada, il gallo, il vento, il fiume, la casa isolata), che fanno immaginare lo spazio e il tempo meglio delle figure di città. O almeno, è come il luogo dove tutto nello spazio e nel tempo ha un gusto di cosa singolare, unica, non in serie – e questo gusto è il gusto fondamentale campagnolo di quelle canzoni: il gusto della solitudine assoluta.

Mi sembra che noi possiamo imparare da Bob Dylan anche a tenere questo strano equilibrio tra la cosa immaginativa e quasi pazza, comunque strampalata nel modo in cui presenta le cose a ruota libera, e poi invece la compattezza del testo e del racconto dove tutto si raccoglie attorno a poche note chiave. Sì, io penso alla narrativa solo così (è forse il mio limite): come una cosa che si canta, e il racconto come un modo di cantare dei luoghi o delle figure che ti stanno a cuore.

Caro Daniele, ti volevo comunicare questi pensieri su Bob Dylan. Spero che tu riprendi il lavoro, e che riesci col tempo a portare a termine in modo soddisfacente il tuo libro. [4] Quando torni dobbiamo farci delle letture e darci degli incoraggiamenti a vicenda.

Per ora un abbraccio
Gianni

P.S. Quando avrai deciso se resti in Irlanda l’anno prossimo o no, fammi sapere. Io torno in Italia il 10 o 19 maggio. Volevo dirti che se lì, quando tu non ci sei più, volessero un tuo sostituto temporaneo – beh, ci sono io (devo trovare del lavoro, qui o in America, perché le cose finanziariamente vanno malissimo). Ne riparleremo.

Gianni Celati – Dieci Lettere a Daniele Benati (1993-1998). Tratto da: Griseldaonline, .

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Celati forever (11):
I lettori di libri sono sempre più falsi

 

Uno studente di letteratura venuto a Milano per seguire i corsi di letteratura all’università, ha cercato a lungo di comprendere cosa vogliano dire i libri, e cosa vogliano dire i professori che parlano di libri e di letteratura.
Appena sbarcato all’università aveva subito cominciato a sentirsi a disagio, perché tutti i discorsi che ascoltava durante le lezioni erano per lui incomprensibili. Inoltre si vergognava di provenire da un istituto tecnico professionale, i cui studenti sono considerati inferiori a quelli che provengono dal liceo, e così spesso il nostro studente arrossiva.
[…]
Un giorno ha conosciuto quattro studenti napoletani e si è accorto che questi, grazie alla loro lunga esperienza di studenti falliti e fuori corso, erano giunti a farsi qualche idea su cosa succede nelle aule universitarie. Il nostro studente non era ancora riuscito a trovare un libro che gli spiegasse di cosa parlano i libri e i professori, e dunque s’è rivolto ai quattro napoletani, i quali ben volentieri hanno accettato di spiegargli le idee che si erano fatti in materia.
Gli hanno detto che nelle aule universitarie ogni insegnante non fa che vantarsi d’aver capito benissimo i libri che ha letto, e che gli studenti debbono solo imparare a far la stessa cosa.
[…]
Gli hanno spiegato che da un libro bastava ricavare poche frasi di rilievo, in modo da opporre un’idea ad un’altra idea, e così mostrare di aver capito tutto. Anzi, secondo loro le frasi di rilievo non bisognava neanche ricavarle dal libro, bensì dall’introduzione che spiega di cosa parla il librio, e questo era il metodo migliore. ha trovato il coraggio 

Mettendo in pratica questi consigli, lo studente di letteratura è effettivamente riuscito a superare alcuni esami con buoni voti. A questo punto però gli è sorto un dubbio, sul quale ha rimuginato alcuni mesi, con la testa confusa. Il dubbio era questo: mentre per lui era molto chiaro che i professori non parlano per vantare quello che c’è scritto nei libri, bensì soltanto per vantare se stessi di averlo capito, per lo stesso motivo non gli era affatto chiaro cosa ci fosse scritto nei libri, e dunque di cosa parlasse egli stesso quando a un esame si vantava di averli capiti.
Bloccato da questo dubbio vagava per le strade pensandoci su, e senza più pensare agli esami che avrebbe dovuto sostenere. Finché un giorno ha trovato il coraggio di esporre ai quattro ragazzi napoletani il suo problema, con queste parole: «Insomma, se i professori non fanno che parlare di quello che hanno capito, di cosa parlano i libri?»
I quattro gli hanno allegramente risposto di non saperne nulla, e la stessa cosa gli hanno risposto gli altri studenti a cui ha sottoposto il problema, nonché due due assistenti universitari piuttosto allibiti davanti a una simile domanda. La domanda però gli sembrava plausibile, allora il nostro studente ha ricominciato a vergognarsi e arrossire, non solo perché non capiva, ma perché gli altri deridevano i suoi sforzi per capire.
La sua situazione di studente diventava sempre più insostenibile. Con tali dubbi in testa e vedendo che per gli altri tutto ciò non aveva senso ., s’è quindi risolto ad abbandonare l’università ed a troncare ogni rapporto con le compagnie di studenti assieme a cui viveva, per i quali i libri erano soltanto qualcosa che bisognava fingere di aver capito, fingendo di aver capito cosa avevano capito i professori, onde sostenere gli esami.
Ha deciso di cercare un posto dove potersi dare alla lettura di moltissimi libri per conto suo (senza ascoltare le vanterie dei professori), in modo da riuscire a capire finalmente ad appurare di cosa parlassero e cosa volessero dire i libri.
[…]

Gianni Celati, “I lettori di libri sono sempre più falsi”, sta in Quattro novelle sulle apparenze, Milano, Feltrinelli, 2000, poi Quodlibet, 2017

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Celati forever (10):
L’incanto greve di cui parlano i Gamuna

 

I GAMUNA

I Gamuna dicono che l’incanto greve “ti attira verso il ta“: parola che per loro indica il “questo” (ta) dove l’individuo è piantato. Il ta è insieme l’incanto del vivere e l’uomo piantato nella terra, con la polvere che lo avvolge, con i suoi sogni e la deriva dei sogni, con il suo modo d’essere nella grande allucinazione del mondo. Inoltre loro vedono questo incanto del vivere come un tremolio delle cose che si stanno sfaldando nell’afa delle stagioni calde, o tra i barbagli della polvere che invade l’aria marzolina. Oppure lo vedono nelle cose che sono destinate a sfaldarsi, disfarsi e crollare per l’attrazione di tutto verso il basso. Così si crea attorno alla città una bolla di aria tremolante in cui tutto, dicono, diventa “stupido come un cencio” (pertuma bin), tutto greve e insignificante. Ed è questa atmosfera che dà la voglia di crollare a terra, per ritrovarsi nel proprio “questo” (ta), nel “questo qui ora” (ta muna ti), come quando si va nel sonno.
[…]
L’incanto greve di cui parlano i Gamuna non è altro che la forza di gravità, da loro descritta come l’incanto del vivere, perpetuo e irresistibile. Di questo gli adulti non amano parlare, ma s’intendono attraverso certe immagini. Ad esempio: qualcuno posa lo sguardo su una ragnatela e la vede tremolare per un colpo di brezza; oppure alza gli occhi a guardare le nuvole e le vede sfilacciarsi nel vento; oppure si fissa su una crepa nel muro e vede che si è allargata rispetto a ieri; oppure contempla una goccia che pende da una grondaia ed è sul punto di cadere. In questi casi, un adulto prova il sentimento del disfarsi, del cedere di tutte le cose lentamente o all’improvviso. Allora lui comincia a pensare al suo amico Donghi, al cugino Wanghi, a suo zio Fonghi, e sente che la rete di abitudini che li ha uniti è destinata a sfaldarsi per via della forza irresistibile che trascina tutto verso il basso. Ecco l’incanto del vivere, come un sogno sospeso sopra l’abisso di centomila ripetizioni, frusciante tra suoni lievi e improvvisi sfasci
[….]
C’è un altro aspetto di quell’incanto, che solo i profeti gamunici sanno dire in modo melodioso. Bonetti rende appena l’idea. Col sentimento dell’incanto greve, l’avvenire non è più là davanti che ti aspetta, dicono, ma ti avvolge all’intorno in tutte le cose. L’avvenire si vede dovunque come un’onda che viene e ti trascina, ma spazza anche via l’altalena di speranze e timori, perché avvolgendoti ti guida e ti culla con la “dolcezza del tremolio” (ouina ki truntrun). Quella è la dolcezza delle epoche mute, la dolcezza dell’inizio dei tempi, quando c’era solo l’alta cupola del cielo e nessuno sapeva di essere capitato in un’allucinazione.

Gianni Celati, Fata morgana, Milano, Feltrinelli, 2005

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Celati forever (9):
“Chiama le cose perché restino con te fino all’ultimo.”

 

VERSO LA FOCE

«L’aperto giorno riluce per l’uomo di immagini»
Hölderin, Aussicht, circa 1842

Arrivato alla massicciata della punta è quasi sera. Qui c’è un villaggio di roulottes non lontano da un capannone di una segheria, e a tratti si sente il rumore d’una sega elettrica che continua a lavorare. Il mare è là davanti, e la strada prosegue a destra lungo la massicciata che costeggia la grande sacca di Scardovari.
Un battellino a due alberi gira al largo e va verso le bocche del Po di Goro, sul battellino c’è un uomo con un cappelluccio di paglia e un ragazzo col cane.
Vicino a due Mercedes bianche parcheggiate sulla massicciata, uomini con camicie militari e calzoni da paracadutista. Hanno con sé binocoli, macchine fotografiche, un treppiede col lungo cannocchiale da bird watching; sono tedeschi, forse etologi, e guardano il mare.
Ore 20,30. Continuano a guardare il mare come se dovesse succedere qualcosa da un momento all’altro, si direbbero che aspettino la fine del mondo gli etologi tedeschi, qui al limite estremo della pianura. Ci hanno mescolato le anime e ormai abbiamo tutti gli stessi pensieri. Noi aspettiamo ma niente ci aspetta, né un’astronave né un destino.
Se adesso cominciasse a piovere ti bagneresti, se questa notte farà freddo la tua gola ne soffrirà, se torni indietro a piedi nel buio dovrai farti coraggio, se continui a vagare sarai sempre più sfatto. Ogni fenomeno è in sé sereno. Chiama le cose perché restino con te fino all’ultimo.

Gianni Celati, Verso la foce, Feltrinelli, 1989

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Celati forever (4) :
I metodi polizieschi. Censiti da Gulliver. Tradotti da Celati

 

[I metodi polizieschi]

Un altro professore mi mostrò un altro foglio di istruzioni, per scoprire complotti e cospirazioni contro il governo. Costui suggeriva ai grandi uomini di Stato di sorvegliare il vitto delle persone sospette; nonché l’ora dei loro pasti; su quale fianco dormano; con quale mano si nettino il posteriore; indi d’ispezionare attentamente i loro escrementi, ricavando dal colore, dall’odore, dal gusto, dalla consistenza, dalla buona o imperfetta digestione, un giudizio sui loro piani e i loro pensieri. Poiché gli uomini non sono mai tanto seri, pensosi e intenti, come quando stanno sulla seggetta; ciò ch’egli aveva appurato attraverso frequenti esperimenti. Infatti, quando s’era dato in quella postura a riflettere sul migliore modo d’assassinare il Re, sia pure a titolo di prova, le sue feci avevano preso un colorito verdastro; che era però alquanto diverso da quando aveva semplicemente pensato di sollevare un’insurrezione o d’incendiare la metropoli.

L’intiero discorso era scritto con grande acume, e conteneva molte osservazioni tanto curiose quanto utili per i politici.

Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver,(1°ed.1726)Traduzione di Gianni Celati, Feltrinelli, Milano 1997. Poi, Edizioni Se, Milano 2012, p.178.
Il titolo “I metodi polizieschi” non compare nel testo di Swift. È tratto dal commento di Celati: nota 1, p. 300]

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Cover: Gulliver, da un’illustrazione di Arthur Rackham (pixabay)

Celati forever (3):
Pochi giorni dopo il funerale di Italo

 

Pochi giorni dopo il funerale di Italo Calvino ho buttato giù gli appunti che seguono, soltanto per ricordarmi la situazione e i sentimenti del momento. Ero appena tornato dalla Francia, e la sera stessa la moglie di Calvino (Chichita) mi ha telefonato per dirmi che Italo stava morendo. Sono partito in macchina nella notte verso Siena assieme alla moglie di Carlo Ginzburg (Luisa), mentre Carlo stava arrivando col treno da Roma. […]

Quando siamo tornati all’ospedale, tutta l’atmosfera luttuosa mi piaceva ancora. Era venuta una delegazione del Partito Comunista, c’erano molte corone, molta gente popolare. Mi piaceva che venissero in tanti, tutti confusi, i preti, i comunisti, le suore, i pallidi intellettuali di provincia che spiavano il morto timidamente. Mi piaceva che ci fosse un andamento non prestabilito, ma funebre, e che tutti uscissero di tanto in tanto a chiacchierare mestamente davanti al duomo. Poi mi è piaciuto quando è arrivato il Presidente della Repubblica, e tutti i malati l’hanno applaudito. Io ero sui gradini del duomo con Carlo; è arrivato un altro personaggio del Partito Comunista con l’aria simpatica; scendeva un po’ di pioggia ma il cielo era tutto sereno.  […]

La mattina dopo, ore otto, tutto era cambiato in peggio. A ogni minuto che passava la situazione diventava più insopportabile. Tutti i giornali riportavano la notizia della morte di Italo in prima pagina, ma non c’era un solo articolo che valesse la pena di esser letto. Calvino diventava il simbolo d’un privilegio, il simbolo della letteratura come privilegio mondano, un miraggio che veniva rimesso in circolazione per la prima volta dai tempi di D’Annunzio. Lui che per tanti anni aveva deriso la mania di «farsi scrittori», che s’era torturato per non cedere alla facilità del «nome di richiamo», adesso era diventato uno specchio per le allodole. C’è un ritorno alle mitologie dannunziane in forma industriale, la letteratura entra ufficialmente tra i prodotti pubblicitari di consumo […]

Tutta la cosiddetta alta cultura aveva finalmente trovato un morto che la sollevasse dalla sua bassezza, e io personalmente sentivo la mia miseria non diversa da quella di Italo. Di Italo però mi vengono in mente le smorfie da ragazzino con cui spesso mostrava di non essere per niente a suo agio nella vita, e anche di poter fare lo sciocco quando ne aveva voglia. Cose queste che sui giornali non si scrivono, né interessano ai professori universitari.

Tratto da; Gianni Celati, “Morte di Italo”, Doppiozero, 9 settembre 2015. [Qui il testo integrale]

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Cover: Italo Calvino (su licenza Creative Commons)

Celati forever (2):
Solo di tenebre posso dar lezione, la chiarezza la lascio a chi è più matto.

 

Le avventure di Guizzardi

C’era un tempo in cui ammiravo la signorina Frizzi instancabilmente come chi abbia riconosciuto i meriti di una persona e non intende poi pentirsene mai. E lei naturalmente essendo insegnante di lingue estere non mi voleva smentire di questo fatto. Per ore dunque curava il ripasso delle mie cognizioni grammaticali entrambi comodamente seduti in un giardino forse non più adesso esistente della mia città. Io potevo anche dirle enormi strafalcionerie senza che lei si prendesse di impazienza o gridasse per la grande comprensione del suo spirito.  

Né passava giorno o due che non giungessi io al luogo dove sapevo trovarla ossia giardino pubblico ma non troppo frequentato recandole tra le mani un mazzo di fiori. Vuoi primule con reseda vuoi rose con altri contorni significanti cioè rispettivamente gioventù con dolcezza e beltà con altri pregi. E lei replicava a me spesso con offerte d’edera significante amicizia quando non con mammole significanti ma per scherzo s’intende pudore di modestia.   

E poi più avanti mi trascinavo a radi passi verso luoghi che non saprei mai dire.   

Io devo cercare la signorina Frizzi.  

Gianni Celati, Le avventure di Guizzardi. Storia d’un senza famiglia, Einaudi, Torino 1972 (poi Feltrinelli, Milano 1994, pp. 9, 44, 116)

Sonetti del Badalucco  

3
Di cosa è marcia questa patria trista? Scritto ad Angri, in casa di Enrico De Vivo, dopo una discussione sul marcio dell’Italia odierna

È marcia per mancanza di vergogna.  
Qui è sempre in cattedra l’imbroglio fino,  
qui vince sempre il cavalier furbino,  
e il perdente si gratta la sua rogna.  

Qui una faccia di bronzo apre il cammino  
guidando il branco al suon d’una menzogna: 
scroscia l’applauso in piazza ed è una gogna  
che azzittisce il modesto cittadino.  

Ah, se ancora di notte lui si sogna  
la fratellanza umana, il poverino,  
dovrà aprire gli occhi sulla sua scalogna:  
muto tra furbi, tra usurai tapino.  

Che patria è questa, che vita in quintessenza?  
Mi sembra il Terzo Reich dell’insolenza.  

6
Prima lezione di tenebre

Solo di tenebre posso dar lezione,
la chiarezza la lascio a chi è più matto;  
non l’ebbi da mio padre in dotazione,  
che assai poco mi lasciò di fatto.  

Il padre affetto da un male al polmone,  
cosa lasciò in eredità a Vecchiatto?  
La pioggia che lo bagna e decompone,  
il freddo che lo gela e rende sfatto,  

le ceneri d’una vaga ambizione  
di trovare chissà dove un riscatto 
dalla mortale umana condizione,  
mentre è nella greve gora attratto.  

Ma gli lasciò poi anche la tendenza  
a viver come tutti d’incoscienza.

Gianni Celati, Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna, Feltrinelli, Milano 2010, pp. 15, 23

Cover: Gianni Celati  (su licenza Creative Commons)

Celati forever (1):
l’esordio “comico” di uno scrittore fuori i confini e sopra ogni genere.

Le comiche

I

C’era un ignoto nella notte dal giardino il quale senza tregua mi rivolgeva verbigerazione molesta e irritante dice: – schioppate il professore. E: – schioppatelo Otero Otero Aloysio Aloysio. Come a colpire con voce da spavento e pretese strane mettermi in grave stato d’agitazione non si capisce il motivo. Intende si vede prima svegliare di soprassalto aggiungendo ansia alla sorpresa per il fracasso di certi bidoni da lui rovesciati nell’oscurità. E tornata la quiete mandava dopo a me un sogno pessimo dove apparentemente scendevo da una finestra come ladro. Al cornicione attaccato però molto anche temevo non cadere di sotto nel vuoto sul selciato dunque sfracellarmi. Poi affacciate sono apparse donne che volevano da me baci dicendo sembra: – ucci ucci Corindò. Per il che sono caduto sfracellandomi. In un altro momento udivo i tre maestri elementari bussare alla porta non volendo io dorma con la scusa: – è l’alba. Pur essendo notte fonda. Quindi si deve credere agiscano per gioco o demenza in quanto a digiuno su ordine della direttrice Lavinia Ricci che li vuole raddrizzare. Scongiuravano: – che ti caschi un dente. Cosí non possa mangiare neppure io. Oltre sfrenate accuse alla signorina Virginia e direttrice Lavinia Ricci che sarebbe: – la bestiona. E io dovrei sposarla nel loro programma di revisione come spiegano. Mattino. Sulla spiaggia.  

II

 Fantini di notte parla molto sempre per tenersi in esercizio. Si vantava custode della morale affermando: – io sono custode della morale. E: – difendo gli interessi dell’Italia. Giorno 23. Biagini. Con una candela in mano il professore villeggiante Biagini venuto assieme ad altri a mezzanotte. Lo sentivo bisbigliare prendendo la voce dell’ignoto: – ti ho detto che verso quest’ora non si dorme. Voleva ridurmi all’obbedienza perché dice essere diventato ministro. Poi invece è l’ignoto con voce del Biagini bisbigliava: – mi è arrivata la nomina. Intende la nomina del ministro. Giorno 23. In
camera. Descrizione della venuta notturna del Biagini. Quando erano venuti di notte con una candela in mano nella mia stanza in apparizione l’ignoto assieme agli altri ho udito la voce del Biagini dire: – mi è arrivata la nomina. Aggiunge una lunga risata isterica di quelle che l’hanno reso celebre da quando vuole essere ministro. Dopo non ho udito più nulla siccome qualcuno consigliava: – riprendiamo più tardi. Intende la mia persecuzione per sottomettermi all’alleanza di governo. Mi sono alzato nel buio guardavo nel corridoio. Si scorge una lucina come candela che brilli
nelle tenebre col suo alone intorno alla fiamma. Lontana però molto lontana sembrava essere in un bosco di querce come. Ivi a capo del corridoio stavano chinati il Biagini e i suoi aiutanti giardinieri. Guardando giù da una botola le teste penzoloni nel buco in ginocchio per terra. Il Cavazzuti bisbigliava: – guardala quella. Il Fioravanti anche: – questa sì che ha una bella pancia. Il Campagnoli invece diceva: – io non vedo niente. Poiché nel corridoio tra l’altro giungevano vari: – tling tling tling. In forma di campanelli che suonino piano mossi dal vento con leggerezza. Dico tra me: – ma chi c’è qui? Senza ottenere risposta alcuna. Tuttavia la lucina ondeggiava proprio come per colpi di vento che sbattessero su di lei facendo temere che non si spenga invece a momenti stava proprio per spegnersi e allora i tling tling acceleravano il battito e la candela così sentendo subito si riaccendeva. Tant’è il Biagini si infuriava verso gli aiutanti con queste parole: – badate alla candela sant’iddio. Siccome lui si ritiene ministro: – che io guardo. Intanto faceva col dito dritto innanzi al naso: ssst. Il Fioravanti ripeteva ai suoi colleghi: ssst. Poi tutti guardavano nel buco. 

Gianni Celati, Comiche, Einaudi, Torino 1971 [poi Quodlibet, Macerata 2012, p. 7]   

Cover: Gianni Celati negli anni bolognesi: foto Corriere Web (su licenza Creative Commons)

DIARIO IN PUBBLICO
La forza malata delle parole

E ci siamo.
Le azioni che per essere descritte debbono essere espresse attraverso le parole dimostrano la loro fragilità e la loro pericolosità proprio perché le parole che le individuano sono ‘malate’.
Alla rinfusa, tra argomenti nazionali e locali: i discorsi di Berlusconi analizzati in un superbo articolo da Francesco Merlo, ‘Berlusconi e la maschera del martire’, i reportages della sconfitta della Spal a Roma, le mostre d’arte e il loro significato, la catastrofe dell’invecchiamento della popolazione, le dichiarazioni dei politici affidate ai media, i commenti degli ‘umarels’, che dalla loro privilegiata angolazione di osservatori attenti e consapevoli dagli angoli strategici delle loro postazioni commentano, ingrandiscono, rimpiccioliscono a seconda del punto di vista l’esatta proporzione del fatto.
Comunque la parola che li rende consapevolmente attuabili è soggetta a un trattamento assai discutibile.

Parto da un dato personale. Chi non subisce l’attrazione di essere gradevolmente accetto al pubblico che lo ascolta? E nel caso particolare chi, avendo svolto per tutta una vita l’insegnamento, non subisce fatalmente il pericolosissimo desiderio di porsi allo stesso livello del pubblico, specie quando esso è formato dai giovani?
Così, rivolgendomi agli studenti dell’Accademia di Venezia nel simposio su Cicognara organizzato per celebrare l’opera e l’esperienza didattico-culturale del grande intellettuale ferrarese, trascinato dalla foga e dall’insana voglia di giovanilismo ho usato il termine “paraculo del potere”. Apriti cielo! Piovono le reprimende dei colleghi, e forse a ragione, poiché la mediazione della parola dovrebbe essere corretta, seppure a mia discolpa c’era la necessità di farsi intendere da giovani il cui linguaggio non corrisponde a quello che di solito usiamo scrivendo. L’uso della parola è adeguata al tempo, ma con discrezione e scelta per cui la necessità del termine inglese per descrivere oggetti e situazioni è pericolosa quando non è necessaria. E’ una materia che molto spesso nasconde una falsa preoccupazione. Se analizzo, per essere equanime, i discorsi di Grillo, Berlusconi, Salvini e Renzi oltre alle scelte politiche che le giustificano e che posso condividere o meno, ciò che mi rende intollerante è l’esposizione scritta o detta che dimostra la totale discrepanza tra fatto e detto.

Un errore colossale che mi delizia è avere preso proprio un granchio commentando un titolone che campeggiava sulle pagine dei giornali locali. Ho scritto su fb commentando la sconfitta della Spal a Roma: “Non voglio affondare il dito nella piaga anche per la mia denunciata incompetenza in materia, ma credo che anche a livello linguistico i toni dovrebbero essere più sommessi e aprendo il giornale oggi mi sembra un pochino esagerato leggere: “La Spal cade nell’Abisso” con la A maiuscola! Nemmeno Dante percorrendo il vero abisso infernale ha mai messo l’A maiuscola per definirlo”. Tutto fiero aspetto le reazioni quando con una valanga di irrisioni mi si fa capire che Abisso è il nome dell’arbitro. Ma può uno fare l’arbitro portando quel nome? Esempio lampante il necessario cambiamento di nome di una notissima casa d’arte i cui proprietari si chiamavano Falsetti immediatamente corretto in Farsetti. Così l’arbitro Assassino potrebbe cambiare nome in Misericordioso. E al giornalista, che perfidamente godeva dell’errore e che mi chiedeva di fare ammenda, così ho risposto: “Ma Certo!!! Vedi come sono fantastici i disguidi del possibile? Chi l’avrebbe mai pensato che un nome terrificante come Abisso possa divenire metafora dell’Abisso??? VOLENTIERISSIMO FACCIO AMMENDA!!!! Però allora diventa banale la metafora: o l’uno o l’altro”.
La cosa risulterebbe performante.
Scrive un lettore indirizzando la lettera a Corrado Augias: “Non ce la faccio a sentir pronunciare la parola performante ( dall’inglese performance), invece che veloce, potente, di grandi prestazioni”. Allora i giocatori della Spal, poveretti, non sono stati abbastanza performanti e per questo sono caduti dentro l’Abisso?
Questo termine era stato usato fino alla saturazione da un grande critico letterario quando frequentava l’Istituto di Studi Rinascimentali di Ferrara. E questa parola ha portato male perché non solo si è sospesa la pubblicazione dei testi pubblicati dall’Istituto, ma la ‘performance’ ha attecchito anche in altre città dove svolgo il mio lavoro.
Così il comune di Bassano senza interpellarci, noi dell’Istituto canoviano, ha deciso che basta pubblicare testi attorno e su Canova e il Neoclassicismo che hanno invaso le biblioteche pubbliche di tutto il mondo: un inutile dispendio di denaro visto che ormai chi legge più i testi? E senza avvertirci, zac! Con il secco taglio delle forbici montaliane, ha reciso il rapporto con i testi, con i libri, con la memoria. Ma ora usa il “crossover” e chi volesse saperne di più legga lo splendido libro di Tomaso Montanari e Vincenzo Trione, ‘Contro le mostre’ (Einaudi 2017), specie il capitolo V, ‘Crossover senza senso’

La lettura dei testi, la necessità di leggere, la sua fine splendidamente illustrata in un saggio apparso sul Repubblica di Adriano Olivero che intervista Philip Roth. Per il grandissimo scrittore, che constata il lento spegnersi della scrittura artistica a confronto di altri mezzi di rappresentazione del mondo, si arriverà al punto che leggere romanzi di fronte al fascino dello schermo si ridurrà a questa condizione: “La setta dei lettori di narrativa non sarà più numerosa di quella di chi oggi legge poesia latina per svago”.

Tornando all’articolo di Merlo, la parola, l’immagine e il fatto si mescolano in una splendida sintesi. La nuova immagine che B. vuole dare di sé, scrive Merlo illustrando la sua tesi con una terrificante foto del personaggio, non è quella di un giovane che parla a un’Italia speranzosa e giovanile come fece un tempo, ma si rifugia nell’Italia dei vecchi, illustrando la sua nuova facies di vecchio: “ormai Berlusconi esibisce con compiacimento non solo la maschera di una vecchiaia esagerata, dalla quale non si vergogna più: pelle increspata e rughe arrampicate su quella collina che gli stampa in faccia il cerone, e che gli blocca il viso in un sorriso raggelato”. Qui le parole corrispondono al fatto. E le conclusioni sono altrettanto reali quando le parole non si ammalano (per esempio quelle di Trump affidate a twitter) per cui si può concludere ancora una volta citando il grande giornalista Merlo che osserva come nelle tv di B. si parli da mane a sera di vecchi e di prodotti per i vecchi (e qui le parole del giornalista si saldano con lo spettacolo di Crozza del 1 dicembre) perché ora dalla liberalità al libertinaggio B. “si avventa sui brodini e sogna di avere le stroncature che tutti noi gli dedicammo… La stroncatura bisogna meritarla. Berlusconi vuole addirittura esibirla”.

Lucio Dalla: la Trilogia della rinascita

La settima luna era quella del luna park, lo scimmione si aggirava dalla giostra al bar…”. Inizia così “La settima luna”; il primo brano dell’album “Lucio Dalla” del 1979, quello di “Anna e Marco”, “Milano” e soprattutto “L’anno che verrà”.
“Trilogia” è il cofanetto con i tre dischi che stravolsero la vita di Lucio Dalla: “Com’è profondo il mare” (1977), “Lucio Dalla” e “Dalla” del 1980. Le tre opere, prodotte dalla Rca Italiana diretta da Ennio Melis, segnarono in modo indelebile la discografia italiana. Il grande successo fu diretta conseguenza della maturazione dell’artista bolognese e della scelta di fargli scrivere i testi delle sue canzoni, al termine dell’importantissima collaborazione con il poeta Roberto Roversi.

Il box contiene i tre cd e il dvd di “Banana Republic”, il film del concerto portato in giro per l’Italia insieme a Francesco De Gregori e Ron nel 1979, oltre a un booklet di 150 pagine, con foto inedite, interviste e rarità. La prefazione è opera di Walter Veltroni, mentre il primo capitolo è scritto da Alessandro Colombini, il produttore dei dischi che cambiarono la vita a Dalla.
Sfogliando le pagine del libro si possono leggere i racconti di Gaetano Curreri, Ricky Portera, Michele Mondella, John Vignola, Renzo Arbore, Giovanni Pezzoli, per immergersi nel mondo di Lucio grazie a ricordi e curiosità, come quella di Ron: “… lo trovavo sempre accartocciato in un angolo, su un tappeto o un cuscino, rintanato a farsi venire delle idee”.

Com’è profondo il mare
Ennio Melis chiamò Alessandro Colombini invitandolo a Roma per ascoltare un nuovo brano di Lucio Dalla, si trattava del provino di “Com’è profondo il mare”. Il giorno dopo il produttore incontrò Ron, Dalla e Cremonini per conoscerli meglio e visionare quanto realizzato sino a quel momento. Nel suo ricordo Colombini afferma: “Erano canzoni eccezionali, la scrittura di Dalla, i suoi testi, davano incredibili emozioni”.

Lucio Dalla 1979
In occasione della realizzazione del secondo disco della nuova vita artistica di Lucio, si aggiunse Giampiero Reverberi che aveva già lavorato con Lucio Battisti, Gino Paoli, Ornella Vanoni, Luigi Tenco e altri grandi della scena musicale. Reverberi scrisse e diresse gli archi di “Anna e Marco”, “Tango”, “Notte”, e “L’anno che verrà”. Il disco fu un successo clamoroso, tutti cantavano “L’anno che verrà” e “Cosa sarà”, il duetto con Francesco De Gregori preambolo di “Banana Republic”. L’album fu registrato negli Stone Castle Studios di Carimate, sotto le cure dell’apprezzatissimo tecnico del suono Ezio De Rosa, che ne realizzò il mix insieme a Colombini.

Dalla 1980
“Dalla” è l’album di “Balla balla ballerino” e soprattutto di “Futura”, anche questo fu un successo clamoroso, 8 singoli racchiusi in un disco, come forse soltanto Lucio Battisti era in grado di fare.
Racconta Colombini: “Nei dischi di allora erano le radio a scegliere i pezzi da trasmettere, anche se noi tentavamo di dare un indirizzo alle loro scelte. Cercammo disperatamente di non promuovere radiofonicamente “Balla balla ballerino”, una canzone che assomiglia a un jingle: appena l’ascolti la impari subito e così va a finire che le radio trasmettono solo quella e trascurano tutti gli altri pezzi. Non ci fu niente da fare, tutte le radio trasmisero “Balla balla ballerino”, poi, da sole si accorsero di “Futura”, “Cara”, e le altre”. Alla realizzazione dei tre lavori o ellepi, come si diceva all’epoca, partecipò Renzo Cremonini come produttore esecutivo e organizzazione.

Banana Republic – il film
Il film propone interpretazioni uniche di brani come “Disperato erotico stomp” di Dalla e “Bufalo Bill” di De Gregori, oltre all’arrangiamento a quattro mani di “Ma come fanno i marinai”. Come ha ricordato il fotografo Roberto Villa, presente al concerto inaugurale di Savona del 4 giugno 1979: “Così tra un assolo al clarinetto di Dalla ed un duo con De Gregori, per tre ore di grande musica popolare, un cocktail di Jazz e rock, di melodia italiana e ironia bolognese, era partito quel Tour”.
Nel booklet non manca un ricordo di Renzo Arbore, legato a quell’epico concerto: “Per la trasmissione Tv “L’altra domenica” registrammo i suoi concerti, compreso “Banana Republic”, uno spettacolo che mi affascinò moltissimo anche per lo straordinario gusto che accompagnava le esibizioni di Dalla, un gran parlatore e un grande inventore di gag e di spunti insoliti. Usava l’attacco di una canzone napoletana “Addio mia bella Napoli”, mentre con De Gregori si dibattevano con il rispettivo repertorio”.

Il cofanetto ha una veste pratica ed elegante, i dischi sono racchiusi tra la seconda di copertina e la quarta, in modo tale che estraendoli non si corra il rischio di rovinarli, come accade sempre più spesso nei packaging di ultima realizzazione.
Il libro raccoglie testimonianze preziose, utili per contestualizzare il lavoro di Lucio Dalla e il periodo storico in cui la Rca Italiana lo produsse. Leggere il booklet, mentre si ascoltano le canzoni, porta un po’ indietro nel tempo. Chi non conosce le opere del cantautore bolognese ha l’occasione di poterle apprezzare ed apprenderne la genesi grazie alle testimonianze rilasciate in prima persona dai protagonisti di allora. Il film di “Banana Republic” è un’importante operazione di recupero, la cui valenza è ben riassunta in una dichiarazione di Francesco De Gregori di qualche tempo fa: “…quel tour è ricordato come uno snodo fondamentale della musica italiana. Perché esiste il duetto che diverte te stesso e quello che diverte gli altri. È questo è il più raro”.

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