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I giardini delle malinconie

«Mi ricordo il punto esatto dove passava un carretto dal quale potevamo comprare per 10 lire dei gelati quadrati e due biscotti, ma quando si era vicini alla fine del mese mia madre non mi dava i soldi. La vita era dura anche per i miei, la situazione economica non era florida. Mi stupivo che i fiori sui suoi vestiti non fossero ancora appassiti perché li aveva portati così tante volte che era un miracolo che non fossero sciupati» (Mogol).
I giardini di marzo sono una delle più celebri canzoni scritte da Mogol e cantate da Lucio Battisti. Pubblicata il 24 Aprile del 1972 e scritta in chiave autobiografica, è una metafora della povertà e della timidezza. Il riferimento è all’infanzia di Mogol, alle sue difficoltà economiche e relazionali, alla sua mancanza di fiducia e di coraggio, al suo essere distaccato e sognatore.

“All’uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri
io restavo a guardarli cercando il coraggio per imitarli,
poi sconfitto tornavo a giocar con la mente i suoi tarli
e alla sera al telefono tu mi chiedevi “perché non parli?”

C’è chi pensa che nelle scuole, oltre alle poesie, nel programma di letteratura andrebbe inserita anche la canzone d’autore. È difficile pensarla diversamente quando si ascoltano brani come I giardini di marzo poiché altro non sono che poesie arricchite dalla musica, magari con un testo semplice, ma che arrivano dritte al cuore, senza bisogno di grandi spiegazioni.

“Che anno è, che giorno è?
Questo è il tempo di vivere con te
le mie mani come vedi non tremano più
e ho nell’anima,
in fondo all’anima cieli immensi
e immenso amore
e poi ancora, ancora amore, amor per te.
Fiumi azzurri e colline e praterie
dove corrono dolcissime le mie malinconie
l’universo trova spazio dentro me…
Ma il coraggio di vivere, quello ancora non c’è.”

I giardini di marzo (Mogol-Battisti, 1972):

INSOLITE NOTE
“Il profumo di un’era”, tra desideri, paure e ricordi, il nuovo album di Amelie

Amelie al pianoforte (ph. Nicola Gargani)

Ci sono voluti due anni di lavoro per realizzare ‘Il profumo di un’era’, l’album più recente di Amelie, il tempo necessario per compiere un viaggio tra sentimenti, desideri, ricordi, paure e visioni virtuali.
La sintesi di questa introspezione trova, nelle parole e nelle sonorità del disco, un equilibrio tra solarità e lati oscuri, favole e realtà, come nell’introduzione di ‘Mondobit’, dove si accenna ‘Billie Jean’ di Michael Jackson, uno dei punti di riferimento musicali della cantante milanese, come lo è Piero Ciampi, di cui fu splendida interprete di ‘Confiteor’.
‘Il profumo di un’era’ è un concept album in cui tutti i brani ruotano attorno al tema del tempo, un percorso necessario per ritrovarsi dopo essersi perduti, lasciando che suoni, pensieri e parole si contaminano a vicenda, in un susseguirsi di sonorità pop, rock e new age, artefici di un innovativo pop italiano.
Amelie parte dai ricordi e dagli insegnamenti del passato di ‘Il profumo di un’era’, ‘Con il naso all’insù’, ‘Milano’, per ritornare al presente con ‘Il nuovo mostro’, ‘L’alieno delle 3′ e ‘Un’altra vita’. I momenti personali prendono il sopravvento in ‘Messaggi’, ‘Zero’, ‘Dicembre’ e ‘Polaroid’, sino a diventare visioni istintive con ‘Mondobit’ e ‘Ti ho ucciso con un click’.
Il talento di Amelie non si limita alla voce, infatti, dieci delle tredici canzoni sono state composte da lei al pianoforte e di ‘Che cosa c’è’ ha realizzato anche gli arrangiamenti. Si tratta di uno dei brani più significativi in cui canta con Rebi Rivale, autrice del testo: “E piangere si può, si perde, si vince, si vedrà, il tempo con il tempo ti dirà, e ciò che senti adesso cambierà…”. Con una semplice domanda si tende una mano verso una persona in difficoltà, trasmettendole comprensione e speranza.
‘Profumo di un’era’ é una ballata legata al ricordo della madre e dell’infanzia, in cui si rivela l’animo romantico dell’interprete. La voce “leggera” di Amelie ben si adatta al testo firmato da lei stessa e da Fabio Papalini. Nel video ufficiale, girato da Michele Piazza, la protagonista, adulta e bambina, si muove in un luogo senza tempo, circondata da oggetti che richiamano il passato e i ricordi.

In ‘Milano’ la cantautrice rivisita i luoghi più significativi della città in cui è nata. Pianoforte, archi, chitarre acustiche ed elettriche creano un senso di attesa, rivelando una città che la tecnologia ha ringiovanito al contrario delle persone. ‘Milano’ è uno dei brani più intensi dell’album, così come ‘Dicembre’, dove nevica e c’è il sole e il mistero ha i chiaroscuri di un quadro di Magritte. Il sound “anni sessanta” riporta al bianco e nero, emblema di contrasto e del tempo passato.
‘Zero’ è un numero e un punto di partenza. Il brano, interpretato da Amelie e Stefano Ardenghi, descrive l’incomunicabilità tra due persone che non riescono più a rapportarsi, suggerendo di ritornare al punto zero per ricominciare.
‘Polaroid’ è il pezzo che chiude il disco, un fermo immagine rivelatore di verità, preambolo di “ere” ancora da vivere nel bene o nella difficoltà: “Chi non teme mai la verità, che sia imbarazzante o scomoda, fa pensare un poco alla falena, che è in amore con la sua candela, e si brucia e non ha paura…”. Il brano chiude il disco a tempo di rock, così com’era iniziato con ‘Il nuovo mostro’.
L’album di Amelie è un lavoro completo, un viaggio nel suo mondo fatto di ricordi, di esplorazione e spiritualità. “Il profumo di un’era” non è un simulacro delle emozioni, quello che traspare è reale e sincero, così come lo sono le diverse influenze musicali che ne determinano lo spessore e ne confermano la valenza. Il giusto merito va dato anche a Giovanni Rosina (arrangiatore di quasi tutti i brani), Fabio Papalini, Rebi Rivale e i bravi musicisti, tutti all’altezza della situazione.

Video ufficiale di “Messaggi”:

DIALOGHI
La geografia per capire il mondo: il successo del manuale di Francesca Carpanelli

Il termine geografia mi evoca tre cose. Le province del Molise che alle elementari non riuscivo mai a ricordare. L’etimologia imparata a memoria alle scuole medie, γῆ, Terra e γραφία, scrittura.
La scoperta, scioccante, al liceo, della proiezione cartografica della Terra di Arno Peters, in cui vengono rispettate le proporzioni tra le superfici dei continenti, e dove l’Europa è molto, molto più piccola rispetto a quella a noi più familiare, resa nota dalla proiezione di Mercatore.
Questo per dire che io, ma temo non solo, sconto una profonda ignoranza in materia, e il retaggio di una sottostima della sua importanza: la geografia non è solo l’elenco dei nomi (anche se ho sempre invidiato “quelli che la capitale del Benin è…”), ma la cultura del territorio, una cosa che adesso è anche finalmente in voga.

Lo dice bene la Treccani: “Un ghiacciaio, una foresta, una città saranno studiati dal geofisico, dal botanico, dall’urbanista, ma nessuno di costoro perverrà alla lettura globale del territorio di cui quegli oggetti sono parti integranti; donde la necessità di una disciplina diversa, non naturale né umana, bensì ‘territoriale’, quale appunto va considerata la geografia”.
Bene, se è complesso già solo capire cos’è, immaginiamoci insegnarla, la geografia. Mentre li studiavo, mi sono sempre interrogata su chi scrivesse i libri di scuola, quale mente prodigiosa avesse non solo la padronanza della materia, ma anche la capacità di propormela. Poi una di queste menti mi è apparsa, sotto le spoglie più inaspettate.

Francesca Carpanelli, oltre ad essere una delle firme di Ferraraitalia, è anche una delle persone più eclettiche che abbia conosciuto. Ferrarese, laureata in Storia moderna a Bologna con una tesi in didattica della storia, dopo la laurea si è trasferita negli Stati Uniti, a Seattle, per lavorare come tecnico del suono. Da lì è finita a Firenze, dove è stata fonico e produttore artistico per la mitica etichetta Cpi (Consorzio produttori indipendenti). Dopo qualche anno, la svolta, entrando a far parte del mondo dell’editoria come redattrice free lance. Ha collaborato molti anni con la Zanichelli come redattrice, soprattutto di libri di geografia. Circa dieci anni fa è stata coinvolta nel progetto di un corso di geografia per le superiori, sempre per Zanichelli, dal professor Gianni Sofri.

manuale-geografia-carpanelli

Da queste esperienze sono nate la passione per la geografia e le competenze che hanno portato poi alla nascita di un manuale che porta la sua firma: “La geografia in 30 lezioni”, edito da Zanichelli, uscito il marzo scorso, in adozione da questo anno scolastico negli istituti tecnici e professionali di tutta Italia.

Francesca, da dove si comincia per scrivere un libro di geografia?
Naturalmente stiamo parlando di manuali scolastici, quindi rivolti a studenti e insegnanti. Si comincia da un’idea, che deve essere abbastanza originale e competitiva, dal momento che la concorrenza in questo campo è grande. Il mio libro è rivolto al biennio degli istituti tecnici e professionali, dove si fa una sola ora di geografia, o in prima o in seconda. Per questo motivo ho pensato di dividere il manuale in 30 lezioni, che corrispondono alle ore da svolgere in classe durante l’anno.
manuale-geografia-carpanelli Le lezioni sono abbastanza brevi, di quattro o due pagine: comprendono una parte generale di contenuto, e dei box tematici in cui si approfondiscono alcuni argomenti. Per esempio, il capitolo sulla condizione femminile, oltre alla parte introduttiva, che affronta i temi generali del ruolo della donna nella società attuale, le disuguaglianze di reddito, istruzione, accesso alle attività economiche e alla vita politica, analizza poi più nel dettaglio il problema della violenza contro le donne e il caso specifico della condizione femminile nel regime degli ayatollah in Iran.

Ci sono dei punti fermi da trattare? Quanta parte è lasciata al tuo apporto personale, alla tua sensibilità?
Diciamo che i libri di geografia, dal punto di vista della partizione, si assomigliano un po’ tutti. I macro temi sono gli stessi, spesso anche le fonti a cui noi autori attingiamo, come quelle istituzionali delle grandi organizzazioni internazionali, come l’Onu o la Banca Mondiale. Posto questo, sta alla sensibilità di ognuno personalizzare il manuale con approfondimenti originali ma anche con immagini che a volte più del testo possono catturare l’interesse di studenti o insegnanti e rendere più accattivante il libro.

La geografia non è solo la conoscenza dei luoghi, ma comprende una moltitudine di temi come quelli che riguardano la politica e la società: come si integrano questi temi in un libro?
Gli argomenti di cui la geografia si occupa sono quelli del mondo in cui viviamo, sono i problemi dell’attualità, l’economia, la politica, l’ambiente, i diritti umani. La geografia oggi ha smesso di essere quella disciplina eccessivamente nozionistica che si insegnava fino a qualche decennio fa, che da molti è ancora ricordata come un elenco arido e noioso di dati e di numeri. manuale-geografia-carpanelli
Oggi la geografia è lo studio delle interrelazioni tra i vari aspetti della realtà, ha un approccio problematico, ci aiuta ad analizzare in modo critico le dinamiche delle nostre società. Purtroppo oggi in Italia questa materia è molto penalizzata, e ha subito un drastico ridimensionamento a livello di ore scolastiche, specie a partire dalla riforma Gelmini. Di recente è stata reintrodotta un’ora di geografia nei bienni degli istituti professionali – ai quali il mio libro appunto è rivolto –, ma lo stato della disciplina resta piuttosto sconfortante.

In che senso?
Come ho già detto, la geografia ha una parte del tutto marginale non solo nella scuola, ma nella cultura italiana. Viviamo in un mondo globalizzato, strettamente integrato, dove ciò che accade dall’altra parte del mondo può avere forti ripercussioni sul nostro quotidiano. Per esempio prendiamo il clima. manuale-geografia-carpanelliIl clima, a livello globale, sta cambiando, e questo avviene anche a causa di eventi che coinvolgono piccole parti del pianeta, per noi molto remote, come la foresta dell’Amazzonia o il Borneo. Ci sono anche eventi che ci toccano molto più da vicino, come i massicci movimenti migratori che stanno mutando la struttura della nostra società, la sua composizione etnica, in alcuni casi anche l’architettura delle nostre città, con la costruzione di moschee e minareti. Come spiegare la complessità di questi eventi se non con uno studio critico, analitico, di dati e fenomeni che solo la geografia è in grado di dare? Purtroppo i nostri governanti hanno deciso che questo tipo di sapere è inutile e sacrificabile. Non riconoscendo il valore della geografia come elemento fondamentale per la formazione di cittadini consapevoli, rischiamo di avere future classi dirigenti impreparate ad affrontare la complessità del mondo in cui viviamo.

Com’è andato il volume in libreria?
Molto bene, la vendita è stata significativa si sono raggiunte le 10mila copie, grazie evidentemente alla positiva considerazione dell’impianto didattico da parte degli insegnanti che lo hanno adottato. E’ in virtù di questa buona accoglienza che l’editore ha già deciso di affidarmi la cura autoriale di un nuovo testo.

Quindi ti sei già rimessa al lavoro?
Sì, anche questo nuovo progetto, che però è ancora in fieri, riguarda la geografia. Lo sto ancora sviluppando, e diciamo che si delineerà meglio nel giro di qualche settimana. Adesso è ancora presto per parlarne.

Ah, giusto per colmare l’eventuale lacuna: le province del Molise sono Campobasso e Isernia, la capitale del Benin, Porto-Novo…

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