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L’estate dell’Ottanta
La vacanza, la bomba, la scelta di mio padre

Brass in pocket (The Pretenders, 1980)

Ricordo bene l’estate dell’Ottanta. La vespa comprata da poco, nel mangiacassette la musica dei Dire Straits, alla radio i Pretenders e nella testa una voglia matta di divertirmi. Ma soprattutto ricordo le lunghe vacanze tra luglio e agosto con mio cugino Gianfranco che finalmente avrebbe condiviso con me noia, divertimento e la costante ricerca d’avventura tra le spiagge di Cattolica e Gabicce. Poi ricordo un’altra cosa…

Agosto è appena iniziato. Sono circa le dieci e un quarto del mattino e alla stazione centrale di Bologna non è successo ancora niente. Niente a parte un mondo di gente che si sposta, parte e ritorna, chiacchiera e aspetta in silenzio.
Mio padre è sceso dall’espresso per Roma e aspetta quello per il mare. È contento, ha anticipato la partenza di un giorno per farci una sorpresa. Il tempo di bere un caffè, comprare le sigarette e il Carlino, e l’altoparlante annuncia l’arrivo sul binario otto dell’espresso per Bari. Ferma a Rimini e Cattolica, è il suo treno. Mio padre s’incammina a passo veloce al binario indicato, sale sulla terza carrozza, entra in uno scomparto di prima classe e s’accomoda vicino al finestrino. È una bella giornata di sole.
Io, mia madre e mio cugino siamo all’Hotel San Marco di Gabicce Mare ormai da una settimana, ignari di tutto.

Circa due ore dopo, di ritorno dalla spiaggia, vedo mio padre nella hall dell’albergo. È tutto sorridente, mi viene incontro col suo immancabile borsello a tracolla e una sigaretta accesa tra le dita. “Ciao Carlo, sono appena arrivato, dov’è la mamma?”
“Ciao papà, la mamma sta tornando dalla spiaggia… Ma non dovevi venire domani?”
“Ho finito le consegne in anticipo, così ho deciso di partire stamattina e farvi una sorpresa!”
“Vieni papà, andiamo incontro alla mamma. Voglio guardare la sua faccia quando ci vede!”

Sono le dodici e tre quarti di venerdì primo agosto. Di lì a poco, io, mio cugino, mio padre e mia madre ci saremmo riuniti a tavola sotto la veranda dell’hotel, per consumare l’ultimo pranzo spensierato di quell’estate.

Stazione di Bologna, sabato due agosto, ore dieci e venticinque del mattino…

Centotrentacinque chilometri. La mattina successiva non ricordo affatto cosa facemmo di preciso. Probabilmente ce ne stavamo tutti in spiaggia a prendere il sole e a divertirci, almeno fino a quando non sentimmo qualcuno che diceva che alla stazione di Bologna c’era stata un’esplosione. “Pare sia scoppiata una caldaia e che sia morta della gente” disse mentre ascoltava il notiziario da una radiolina sotto l’ombrellone a fianco.

Sessantacinque metri. Agostino, quarantaquattro anni, stava facendo manovra col suo taxi nella piazzola della stazione. Sentì un colpo tremendo e la macchina che sbalzò di mezzo metro in avanti. Parabrezza e lunotto posteriore andarono in frantumi e diversi frammenti gli si piantarono tra la guancia e la nuca. Agostino andò a sbattere la faccia contro il volante e si ruppe il naso. Non perse i sensi e barcollò fuori dal veicolo, si sentiva stordito, gli fischiavano le orecchie e gocciolava sangue dal mento. Si guardò attorno ma fumo e polvere coprivano tutto e gli bruciavano gli occhi. Tossiva e sputava sangue, poi riconobbe un collega che giaceva a terra davanti a lui e gli prestò soccorso.

Cinquantotto metri. Manfredo, ventun anni, stava camminando sulla banchina del primo binario con uno zaino caricato sulla schiena e un altro agganciato sul petto. Lo spostamento d’aria lo buttò a terra violentemente procurandogli un forte trauma cranico. Si svegliò al pronto soccorso del Rizzoli con un polso fratturato, una spalla lussata e un fortissimo mal di testa. Un infermiere gli disse che lo zaino gli aveva fatto da scudo impedendo che una grossa scheggia di vetro gli si conficcasse nel petto.

Quarantuno metri. Lorenzo, ventisei anni, doveva partire per Livorno dove si sarebbe imbarcato per la Sardegna. Stava in piedi sotto la pensilina della sala d’aspetto a ripassarsi gli orari d’attracco dei traghetti. Ad Alghero abitava la sua ragazza che aveva incontrato all’università. Era pensieroso, i genitori di lei l’avrebbero conosciuto soltanto al suo arrivo e si chiedeva come l’avrebbero accolto. La forza dell’esplosione lo investì solo in parte perché il muro portante dell’edificio centrale resse facendogli da scudo. Il braccio sinistro gli venne strappato da un pezzo di telaio della porta d’ingresso distrutta e volata via. Il ritorno d’aria lo risucchiò all’interno della sala già crollata seppellendolo sotto decine di chili di calcinacci e pezzi di corpi. Dopo quaranta minuti fu estratto dalle macerie ancora vivo perché il calore delle lamiere roventi gli aveva cauterizzato il moncone fermando l’emorragia. Si svegliò all’ospedale e solo allora venne a sapere d’aver perso il braccio.

Trentadue metri. Giuliana, ventitré anni, stava entrando nella cabina telefonica addossata alla parete esterna della sala d’aspetto. Voleva chiamare il suo ragazzo che l’aspettava nella casa presa in affitto a Riccione. L’avrebbe raggiunto nel primo pomeriggio e insieme avrebbero continuato la vacanza fino a ferragosto. L’esplosione proiettò la parete contro il treno in sosta sul primo binario, portando con sé la cabina e Giuliana. I frammenti della cabina attraversarono come proiettili il suo corpo asportandole parte del viso e crivellandole il torace, mentre la pedana d’acciaio alla base della cabina le amputò di netto entrambe le gambe. Quello che restava del suo cadavere fu ritrovato tra le rotaie sotto il treno investito dalle macerie.

Ventiquattro metri. Antonia, trentotto anni, era appena entrata nella sala d’aspetto e stava controllando quanti spicci aveva nella borsetta, voleva comprarsi qualcosa da leggere per il viaggio. Contò tre monete da cento lire e quattro da cinquanta, ce n’era abbastanza anche per fare colazione. Un cappuccino, due paste e un settimanale di moda. La deflagrazione provocò una fiammata che l’investì in pieno bruciandole in una frazione di secondo i capelli e i vestiti, l’onda d’urto scaraventò il suo corpo rovente contro la parete opposta frantumandole bacino, costole, cranio e spappolandole fegato e polmoni. La sua vita era cessata ancor prima di toccare terra.

Dodici metri. Giovanni, diciotto anni, era fresco di patente. Aveva appena saputo che suo padre gli aveva comprato la macchina dei suoi sogni. Era un Dyane usato color kaki, il suo regalo per il diploma. Stava tornando dalla vacanza appena trascorsa a Senigallia coi suoi amici e non vedeva l’ora d’arrivare a casa e guidare la sua prima macchina. Una lastra di vetro gli squarciò il ventre mentre alcune lattine di bibite lanciate a velocità supersonica gli sfondarono torace e cranio. Nello stesso istante la gamba destra gli venne amputata dal coperchio d’alluminio di un cestino dei rifiuti. Era ancora vivo quando cadde a terra dopo un volo di dieci metri. Giovanni giaceva immobile con gli occhi fissi al cielo, fumo e polvere gli impedivano di vedere ma forse il suo cervello era già spento. Respirò per altri otto minuti prima di morire per collasso cardiaco dovuto a dissanguamento.

Un metro e mezzo. Angela, tre anni, s’era appena chinata a guardare un insetto che giaceva morto sul pavimento in marmo della sala d’aspetto. Era la prima volta che vedeva un animale così strano e non resistette alla tentazione di prenderlo e farlo vedere alla mamma. Mentre allungò la manina per raccoglierlo, venne decapitata da un pezzo di lamiera del tavolino portabagagli che stava dietro sua madre. Una piccola parte del suo corpicino fu risparmiata dalla disintegrazione perché si trovava più in basso rispetto alla traiettoria delle schegge. Intanto pezzi di ferro, vetro, plastica, carne e ossa provenienti da tavolini, panche, bagagli e persone volavano dappertutto uccidendo altre persone e distruggendo ciò che stava intorno in un effetto domino che durò appena qualche decimo di secondo.

Mezzo metro. Maria, ventiquattro anni, s’era appena alzata dalla panca attaccata al tavolino portabagagli sul quale aveva notato una grossa valigia di stoffa. Non capiva chi l’avesse lasciata lì. Poi tutta l’attenzione si spostò sulla sua bambina che s’era chinata a raccogliere qualche schifezza dal pavimento. In un millesimo di secondo, lo spostamento d’aria produsse sul suo corpo una pressione di trenta chili per centimetro quadrato e un calore di duemila gradi, sufficienti a disintegrarla completamente. Il corpo di Maria scomparve in un attimo e risultò essere l’unico, tra i resti delle ottantacinque vittime, di cui non venne mai ritrovato nemmeno un frammento.

Ci misero una manciata di ore per capire che non era stata una caldaia difettosa a scoppiare.
Alcuni testimoni parlarono di una valigia abbandonata su un tavolino della sala d’aspetto distrutta. Altri dissero d’aver visto dei giovani lasciare la valigia e allontanarsi circa mezzora prima dell’esplosione.
Così accadde che dei ragazzi appena ventenni si sostituirono a Dio e rubarono il destino di ottantacinque persone. Ottantacinque universi di pensieri, emozioni, desideri, speranze e sentimenti distrutti. Ci vollero venticinque chili di tritolo e in una frazione di secondo quelle ottantacinque vite vennero cancellate e altre centinaia vennero stravolte per sempre.

E anche noi cambiammo. Io, mio padre, mia madre e mio cugino, protetti e timorosi nel nostro albergo di Gabicce, ringraziavamo la sorte. Lo facevamo di notte, in silenzio, fissando il buio, per tutte le notti che restarono di quella vacanza. Certo, sotto il sole i nostri umori erano altri, distratti com’erano dalla tenace spensieratezza della vita che nonostante tutto ammantava le nostre giornate. Tuttavia ci sentivamo anche noi, in qualche modo intimamente, dei superstiti, dei miracolati, degli scampati all’attentato.
Ripenso spesso a mio padre nei giorni che seguirono. Alla sua faccia quando apprese che, nell’attimo in cui la bomba scoppiò, lui avrebbe potuto trovarsi in quella sala d’aspetto, a due passi da Maria e la sua bimba di tre anni.
Sono convinto che fu il suo amore per noi a salvarlo, a fargli decidere di partire un giorno prima per la voglia di passare più tempo con la sua famiglia.
E forse fu proprio quel giorno in più a consentirgli di trascorrere con noi i restanti quindici anni della sua vita.

Brass in pocket (The Pretenders, 1980)

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