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Alla fiera della vanità con la fast fashion: 52 stagioni all’anno e uno sfruttamento intensivo della manodopera

È la prima industria al mondo per impiego di manodopera, con una persona su sei che lavora nella filiera produttiva, e la seconda per inquinamento, preceduta solamente da quella petrolifera.
Di che settore stiamo parlando? Dell’industria della moda.
Quando parliamo di moda, pensiamo alle passerelle milanesi, ai fashion blogger e alla geniale creatività degli stilisti, ma oltre tutto ciò c’è l’industria che produce gli abiti che indossiamo tutti i giorni: jeans, magliette, felpe e maglioni. Solo guardando all’economia italiana, l’industria del tessile-moda è un comparto produttivo di enorme importanza: 52,4 miliardi di produzione nel 2015, 402.700 occupati e un saldo della bilancia commerciale di più di 8,5 miliardi, con un surplus secondo soltanto a quello della meccanica.

Tutti abbiamo sentito parlare – in maniera non troppo lusinghiera – del sistema dei fast-food: chi ha mai sentito parlare – nel bene e nel male – della ‘fast-fashion’? Chi si ricorda della tragedia di Rana Plaza, in Bangladesh, dove nel 2013 un edificio si è accartocciato su se stesso inghiottendo più di mille lavoratrici, forse il più grave disastro nella storia dell’industria tessile?
Ebbene, la ‘fast-fashion’ è la rivoluzione che ha portato nei negozi delle grandi catene di abbigliamento 52 stagioni l’anno al posto delle tradizionali autunno/inverno e primavera/estate, con nuovi modelli di capi di abbigliamento praticamente ogni settimana, e che ha prodotto una deflazione progressiva del prezzo di ciò che indossiamo, soprattutto grazie all’esternalizzazione della produzione verso paesi a basso costo di manodopera (basti pensare che fino agli anni Sessanta l’America produceva il 95% dei suoi vestiti, oggi ne produce solo il 3%). Ecco che, come per magia, attualmente compriamo più di 80 miliardi di capi di abbigliamento all’anno: +400% rispetto a 20 anni fa.
Il vero costo di questa rivoluzione al ribasso ce lo rivela il film documentario ‘The true cost’ del giovane regista americano Andrew Morgan (prodotto da Livia Firth, sì, proprio la moglie di quel Colin, da sempre impegnata in questo ambito). ‘The true cost’ racconta il mondo produttivo dietro le grandi catene del fast fashion, rivelando i costi umani, sociali e ambientali che possono celarsi dietro un abito, dalle operaie senza diritti del Bangladesh e della Cambogia, ai coltivatori di cotone del Punjab e del Texas, strozzati dai nuovi padroni delle sementi e costretti a violentare la terra con pesticidi e fertilizzanti. ‘The true cost’ dà anche voce a chi in quegli stessi luoghi a questo sistema si oppone, impedendoci di nasconderci dietro alla scusa che ‘è l’unico sistema possibile’ e aprendoci gli occhi sul consumismo eccessivo e indotto, che ci spinge a comprare a poco prezzo cose di cui non abbiamo davvero bisogno e che quindi butteremo a cuor leggero aumentando inquinamento e povertà, mentre ciò di cui necessitiamo davvero – casa, istruzione, servizio sanitario – quello sì diventa un lusso.

La locandina del documentario

Inutile dire quanto poco ‘The true cost’ abbia circuitato nelle sale, il 12 maggio arriva a Ferrara portato dalla cooperativa di commercio equo e solidale ferrarese AltraQualità nell’ambito della campagna ‘permanente’ Abiti Puliti: il film sarà proiettato alle 20.30 nello spazio teatrale di Ferrara Off, in via Alfonso I d’Este.
“Lo abbiamo visto per la prima volta nel 2015 alla Settimana mondiale del commercio equo e solidale di Milano: era la seconda volta che veniva proiettato i Europa, prima era stato solo al festival di Cannes, e la sua prima italiana”, mi spiega David Cambioli di AltraQualità. “Abbiamo voluto portarlo a Ferrara – continua David – perché ritrae in maniera precisa, persino cruda, come funziona il sistema della moda, su quali presupposti si basa oggigiorno: lo sfruttamento dell’ambiente e degli esseri umani. Come AltraQualità siamo soci della campagna Abiti Puliti, che possiede i diritti per alcune proiezioni italiane e ci ha concesso di farne una qui”. L’intento “non è colpevolizzare le persone, ma renderle consapevoli. Il film mostra come ambiente ed esseri umani in tutto il pianeta siano legati da un filo, in questo caso di cotone. È una questione di scelta: come consumatori non siamo colpevoli, ma responsabili”. “Sappiamo che in Italia è molto difficile comprare moda etica rispetto ad altri paesi europei, ma se chi acquista comincia a lanciare piccoli messaggi, a chiedere semplicemente dove e come sono fatti i vestiti, qualcosa pian piano si smuoverà: magari tanti piccoli produttori che hanno lanciato o vogliono lanciare linee di abiti ‘puliti’ diventeranno più forti. È una questione di mentalità: vogliamo far capire che le produzioni sostenibili non sono ‘sogni da anime belle’, sono un modo diverso di fare impresa e creare lavoro”. Quando gli faccio la classica obiezione sul costo a volte, anzi spesso, ‘di nicchia’ dei prodotti fair trade, intuisco subito che è un argomento al quale David è ormai abituato a rispondere. “Per certi aspetti è vero, ma la realtà è che manca un’economia di scala e soprattutto, il costo così basso, troppo basso, di quella maglietta qualcuno lo paga in ogni caso: la manodopera e i produttori sfruttati e avvelenati, l’ambiente inquinato dalle sostanze chimiche e dai rifiuti che aumentano, il consumatore stesso, che indossa cose prodotte con agenti chimici che spesso si dimostrano dannosi per la salute”.

Venerdì a presentare ‘The true cost’ a Ferrara, con David ci sarà Deborah Lucchetti, presidente di Fair, cooperativa sociale nata per promuovere economie solidali, attivista e coordinatrice della campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign, coalizione internazionale che da trent’anni promuove i diritti del lavoro nell’industria tessile globale. “Clean Clothes è una rete che si snoda in 17 paesi europei e coinvolge più di 200 soggetti in tutto il mondo, una rete fatta di sindacati, ong, singoli attivisti, in molti casi donne”, mi dice Deborah, “l’obiettivo è la promozione e la tutela di tutti i lavoratori del settore dell’abbigliamento e delle calzature attraverso attività di advocacy e di lobby presso istituzioni nazionali e internazionali”.
Le chiedo quale sia la situazione nel nostro paese: esiste un made in Italy dall’approccio equo e sostenibile? “C’era un tempo nel quale molte delle fasi della produzione e del confezionamento venivano fatte in Italia, oggi la situazione è cambiata e molte produzioni sono state spostate all’estero a terzisti e a fornitori esteri, ma ci sono ancora tanti laboratori e terzisti che producono per grandi marchi. Produrre in Italia però non è sempre sinonimo di qualità sociale e rispetto delle regole, può accadere anche qui e non soltanto all’estero che ci sia convivenza fra sistemi di economia legale che rispettano regole e contratti e sistemi di economia illegale, con manodopera in nero e violazione di diritti dei lavoratori. Il problema è che il sistema comprime i costi al ribasso verso la parte bassa della filiera produttiva, verso terzisti e fornitori, quindi qui si creano situazioni di irregolarità che possono riguardare terzisti stranieri ma anche italiani, oppure ci sono casi di laboratori che chiudono perché i prezzi bassissimi imposti dalle griffes li costringono a violare le norme sul lavoro o a chiudere”.
Anche per lei c’è molto da fare dal punto di vista della crescita della consapevolezza: “l’attrazione che esercita la moda facile è molto forte e sicuramente la crisi che ha colpito il ceto medio in Italia, ma non solo, non favorisce questa crescita, anzi favorisce il consumo di merce a basso costo e qualitativamente scadente, e d’altra parte non siamo salvi nemmeno con il lusso: il lusso produce spesso esattamente negli stessi modi della fast-fashion”. Ma perché si sa ancora così poco di cosa c’è dietro lo sfavillante mondo della moda, o meglio perché se ne parla meno rispetto, per esempio, alla filiera produttiva che finisce sulle nostre tavole? “Nell’agro-alimentare si insiste da molto più tempo sui meccanismi distorti e non più sostenibili, dal punto di vista ambientale ed etico; mentre per quanto riguarda la moda, non la si considera ancora una vera e propria industria, potente, avida, con impatto pesante in termini umani e ambientali: si pensa ancora alle passerelle e alle modelle. È ancora poco visibile il suo impatto socio-economico, soprattutto perché si vende molto bene sul piano pubblicitario: la comunicazione è un fattore chiave. La moda lavora in maniera più silenziosa, ma più efficace sulle nostre identità. È come se ci fosse un cedimento emotivo perché siamo avvinti da questo bombardamento pubblicitario che va a toccare temi come l’affermazione di sé, a come ci si presenta e cosa dice di noi quello che indossiamo”.

Se ciò che indossiamo davvero comunica qualcosa di ciò che siamo o che vogliamo essere, se come si afferma nel film gli abiti sono la pelle che possiamo sceglierci, forse è ora di riflettere sull’immagine che vogliamo dare, è ora di rallentare e pensare a una slow-fashion accanto allo slow-food. Se come ‘consumatori’ siamo parte del problema, possiamo diventare parte della soluzione, scegliendo di non essere più solo consumatori, ma clienti consapevoli in grado di fare scelte responsabili.

Per maggiori info sulla serata del 12 maggio [clicca qui]
Per maggiori info sulla campagna Abiti Puliti [clicca qui]

Guarda il trailer ufficiale di ‘The true cost’

Al ‘Wftw’ c’è anche la moda: “Etica ma non per forza etnica, rispettiamo persone e ambiente”

Con Fair and ethical fashion show”, dal 22 al 24 maggioMilano diventerà capitale mondiale della moda etica. Inserita nell’ambito della World fair trade week (23 al 31 maggio) [vedi], la manifestazione di respiro internazionale metterà insieme diversi attori che a vario titolo e che con diverse declinazioni lavorano nella moda con criteri e ideali etici. Quindi non solo cooperative di commercio equo e associazioni, ma anche aziende di abbigliamento e accessori che pongono una certa attenzione alle modalità di produzione. L’evento è promosso dal Wfto World fair trade organization (Organizzazione mondiale del commercio equo), da Agices equo garantito (Assemblea generale del commercio equo e solidale), in collaborazione con il Comune di Milano, e organizzato col supporto della cooperativa AltraQualità di Ferrara.

Maria Cristina Bergamini di AltraQualità, stilista di abbigliamento etico e creatrice delle collezioni “Trame di storie” ci guida alla scoperta della manifestazione.

E’ un’occasione unica per voi di AltraQualità che avete scommesso molto su questo versante del commercio equo…

art_2858_1_fair_and_ethicalQuesto di Milano per noi sarà un evento fondamentale per farci conoscere oltre il circuito delle botteghe del commercio equo, che sono il nostro canale preferenziale. Milano sarà per noi la seconda vetrina importante a livello internazionale, la prima fu nel 2009 quando partecipammo alla prima ed unica edizione dell’ “Ethical fashion show” organizzata durante la Settima della moda di Milano, sulla scia degli eventi che si tengono regolarmente a Parigi, Londra e Berlino. In queste capitali ogni anno si ritrovano numerosi stilisti, organizzazioni e aziende che lavorano nel settore della moda etica a livello internazionale; in Italia invece questi appuntamenti non avevano ancora preso piede e il caso del 2009 era rimasto isolato. Ma quest’anno si è prospettata l’occasione giusta per riproporre l’evento anche da noi, in occasione della World fair trade week [vedi]. I luoghi saranno gli stessi dell’alta moda (zona Tortona per intenderci) ma l’evento sarà dedicato interamente a chi nella moda si ispira a principi etici di produzione: quindi ci saranno le cooperative che fanno commercio equo come noi, ma anche le aziende che utilizzano cotone biologico, materiali naturali, riciclati e artigianali, o che pongono un’attenzione particolare al rispetto delle modalità di produzione e alla giusta retribuzione dei lavoratori.

Cosa troveremo all’Ethical fashion show?

Fair and ethical fashion show a Milano, ex Ansaldo
Fair and ethical fashion show a Milano, ex Ansaldo
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Ethical fashion show, evento annuale a Berlino

Produttori da diversi Paesi che presenteranno capi d’abbigliamento e accessori. Altra Qualità presenterà la collezione estiva che è appena uscita e che si può già trovare nelle botteghe e sul nostro sito e-commerce “Trame di storie. Ethical fashion store” [vedi], poi porteremo in visione il campionario della collezione autunno-inverno in cotone biologico, presentata la settimana scorsa. La cosa interessante è che le collezioni di vestiti e accessori saranno presentati insieme ai produttori stessi: Assisi Garments, dall’India, per gli abiti in cotone biologico, i colombiani di Sapia per la bigiotteria e le borse in camera d’aria e in pelle, e gli indiani di Conserve per le borse ecologiche prodotte con materiali di recupero. Oltre alle cooperative di commercio equo e ai produttori, come dicevo il quadro sarà molto più ampio e variegato. Tra i partecipanti avremo Cangiari (in dialetto calabrese ‘cambiare’), è il primo marchio di moda eco-etica di fascia alta in Italia; Laura Strambi di Yoj, una maison italiana totalmente etica, Laboratorio Lavgon, una realtà al femminile di moda etica, sartoria creativa e artigianale che si discosta dalle logiche del grande mercato della moda e Zharif Design, un progetto di moda etica che unisce tradizione e modernità, dall’Afghanistan. Sono poi in programma incontri e conferenze importanti, la proiezione di un documentario in prima europea sui problemi della modaThe true cost” (di Andrew Morgan, con Stella McCartney, Livia Firth, Vandana Shiva) un momento per riflettere partendo anche dal Fashion revolution day, l’evento del 24 aprile scorso organizzato a livello mondiale in occasione dell’anniversario della strage di Rana Plaza [vedi].

Alcuni capi della collezione autunno-inverno “Trame di storie”. Clicca le immagini per ingrandirle.

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Insieme ad Altromercato, siete le uniche cooperative di commercio equo etico a realizzare una linea di moda etica. Come mai questa scelta?

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Maria Cristina Bergamini con i modelli della nuova collezione

E’ vero, noi puntiamo molto sulla moda etica, è un filone al quale abbiamo scelto di dedicarci fin dall’avvio della cooperativa nel 2002, perché crediamo che un approccio etico verso la moda sia molto importante in termini di giustizia economica, di rispetto delle persone e dell’ambiente. Quello della moda e dell’abbigliamento in genere è uno dei settori al mondo che ha più occupati, se consideriamo tutta la filiera, e che ha un maggior impatto sulla vita delle persone e sull’ambiente. L’idea di vestirsi in modo etico è in crescita, anche in Italia; vestirsi in un modo che rispecchi l’attenzione ad un consumo diverso sta entrando nella mentalità della gente. Purtroppo ancora non ci conoscono in molti, è difficile per noi arrivare ad una clientela più vasta; proprio per questo nell’aprile del 2013 abbiamo creato “Trame di Storie. – Your Ethical Fashion Store” un sito di vendita on-line dei nostri capi d’abbigliamento e accessori, in modo da aprire un nuovo canale di vendita e raggiungere una più ampia clientela [vedi]. Il “Fair and ethical fashion show”, sarà invece un’occasione unica per farci conoscere dagli operatori del mondo della moda e stringere relazioni e contatti con altri operatori di questo settore.

Com’è fare la stilista di moda etica e in cosa consiste il tuo lavoro?

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Una dei capi in cotone biologico realizzato con il produttore indiano Assisi Garnments

Io sono geologa ma ho da sempre avuto la passione per il disegno e per la moda. Grazie ad AltraQualità (io sono una socia fondatrice della cooperativa) ho avuto modo e mi è stata data l’occasione di trasformare una passione in un lavoro. La mia sfida è stata fin dal principio quella di realizzare capi che potessero piacere ed essere indossati anche qui in Europa, perché fino a qualche anno fa abbigliamento etico significava il berretto e il maglione peruviano, il sari indiano, ossia capi tipici dei Paesi in via di sviluppo che venivano importati attraverso i canali del commercio equo. Noi invece facciamo un discorso di moda etica, realizzando modelli di design che rispecchino gusti e tendenze occidentali, disegnati da me ma realizzati dai produttori dei Paesi con cui collaboriamo, con i loro tessuti, i loro materiali e le loro straordinarie capacità.

Stilista al lavoro, alcuni momenti del processo di creazione. Clicca le immagini per ingrandirle.

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Il disegno
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I dettagli
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La scelta delle stoffe
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La scelta dei colori
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Selezione dei campioni
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I contatti con i produttori

Come avviene il coordinamento tra te che disegni i modelli e loro che confezionano i vestiti?
Il lavoro funziona così: io richiedo ai produttori un campionario di tessuti, stampe e ricami; seleziono il materiale e scelgo le stoffe; poi disegno i modelli e definisco i colori originali per la nuova collezione; dopodiché, insieme alla nostra sarta e modellista Cristina Bizzi facciamo i prototipi e sviluppiamo le taglie con tutti i cartamodelli, tenendo presente le modalità e le caratteristiche produttive dei nostri partner; infine inviamo il tutto ai produttori. Qui comincia il loro lavoro, quello di replicare le nostre creazioni usando le loro tecniche abituali. Poi passiamo alle fase delle verifiche e della selezione che è la parte più delicata. Una volta arrivato il campionario, organizziamo la presentazione della collezione alle botteghe del commercio equo, presso il nostro show room di Ferrara, prendiamo gli ordini e partiamo con la produzione. Anche durante quest’ultima fase, seguiamo a distanza i produttori passo per passo, in modo che non avvengano fraintendimenti su colore, taglie e dettagli. L’ultimo step è l’arrivo della merce in magazzino, lo smistamento degli ordini alle botteghe e la vendita on-line. Oltre a tutto questo, visitiamo annualmente i produttori in modo da verificare il lavoro fatto e pianificare quello a venire, oltre a verificare le condizioni etiche di produzione, cosa per noi prioritaria.

Quanto tempo comporta tutto questo lavoro di ideazione, sviluppo, spedizioni, verifiche, produzione e distribuzione?
Nove mesi, ogni collezione è un ‘parto’.

Quante botteghe partecipano alla presentazione delle collezioni che organizzate qui a Ferrara?
Partecipano tra le 15 e le 18 botteghe, ma poi noi inviamo tutto il materiale anche alle botteghe che non hanno potuto partecipare e alla fine abbiamo sempre prenotazioni da 25-35 punti vendita, in prevalenza nel nord Italia, con epicentro tra Bologna, Milano, Torino, Brescia e Genova.

Quanti capi realizzate a collezione e con quanti produttori dei Paesi in via di sviluppo lavorate?
In questo senso siamo progrediti moltissimo: la prima collezione estiva del 2003 contava solo sei capi sviluppati in due colori, mentre già da qualche anno arriviamo fino a cinquanta capi realizzati in cinque colori. All’inizio avevamo solo due produttori, poi siamo arrivati a 4 o 5 da India, Bangladesh, Nepal e Vietnam. Da sette anni realizziamo sia la collezione estiva che quella invernale. Produciamo solo collezioni per la donna, abbiamo fatto qualche tentativo con capi maschili ma non è il target adatto alle botteghe.

Con che tipo di tessuti vengono confezionati i vestiti?

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Campagna internazionale del ‘Fashion revolution day’, 24 aprile 2105, ‘Chi ha fatto i miei vestiti?’

Le collezioni invernali sono realizzate con cotone biologico dai nostri partner indiani di Assisi Garments; gli abiti estivi non sono biologici ma sempre realizzati con materiali di ottima qualità, naturali e tipici della zona in cui vengono prodotti, come per esempio l’endy cotton del Bangladesh, un tessuto meraviglioso composto da un 50% seta e un 50% cotone. I colori sono tutti Azo free garantiti, ossia non tossici. Non utilizziamo materiali sintetici.
Io cerco di scegliere sempre stoffe naturali e di qualità, fatte con telaio a mano piuttosto che realizzate con telaio elettrico, in modo da creare abiti veramente unici e il più possibile artigianali. Per lo stesso motivo richiedo colori particolari che i produttori producono in esclusiva per AltraQualità e inserisco dettagli ricamati a mano o stampe fatte con tecniche come il ‘block printing’ o la serigrafia manuale rielaborate secondo il nostro gusto.

Qual è il vostro target?
Quando realizzo le linee penso ai clienti delle botteghe di commercio equo e quindi ad un target ampissimo che varia molto in base ai gusti e all’età, da zona a zona, e anche dal tipo di capo che si preferisce indossare, un pantalone largo piuttosto che un fuseaux, un vestito aderente piuttosto che ampio. Cerco di creare abiti che possano essere indossati da più persone (i nostri clienti tipo stanno nella fascia d’età che va dai 30 ai 55 anni). A questo scopo faccio molta ricerca e studio le tendenze della moda ma poi elaboro e lavoro senza condizionamenti. In generale creo linee semplici e lavoro molto sul dettaglio che è quello che fa la differenza a che rende unico e originale il pezzo.

Come sono i prezzi dei vestiti che producete?

Fair trade fashion show di Rio de Janeiro, 2013
Fair trade fashion show di Rio de Janeiro, 2013

Noi facciamo ovviamente prezzi equi che soddisfino le esigenze sia dei produttori che dei clienti finali, cercando quindi di dare la giusta retribuzione ad ogni attore della filiera, dal produttore all’artigiano al distributore. In generale, i capi della collezione invernale sono più contenuti perché realizzati in cotone; quelli della collezione estiva invece sono un po’ più costosi perché più sartoriali, realizzati con tessuti più pregiati come la seta e con inserti ricamati e a stampa. Ma nonostante questo il rapporto qualità prezzo è sempre ottimo. Rispetto a questo aspetto, dobbiamo iniziare a ragionare più in termini di valore che di prezzo: intendiamo per valore ciò che un capo, o in generale un prodotto, rappresenta sia in termini di creatività che in termini di lavoro e di conoscenze di chi lo produce e ancora in termini di impatto positivo sulle comunità e sull’ambiente. Ragionare solo in termini di prezzo più o meno conveniente è fuorviante. Già da molto si è compreso che un prezzo eccessivamente basso scarica altrove costi “occulti” a livello sociale e ambientale, nei paesi di produzione come da noi.

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