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INTERNAZIONALE
Incognita terrorismo, la delicata soluzione fra controlli e libertà individuali

Con l’aumento degli attentati terroristici sparsi in tutto il globo negli ultimi anni, aumenta esponenzialmente la richiesta da parte dei cittadini ai loro governi circa l’adozione di maggiori sistemi di sicurezza  che, allo stesso tempo, non devono intaccare la nostra sfera privata. In un mondo sempre più digitalizzato nel quale i nostri dati vengono prodotti e distribuiti in rete in quantità enormi, pare impossibile che questi non compaiano nelle indagini della lotta al terrorismo.
In merito a queste problematiche, quattro sono i punti di vista emersi durante l’evento “Libertà individuale e sicurezza in Europa” del Festival di Internazionale, coordinati da Gianpaolo Accardo e incarnati dal francese Eric Jozsef di Liberàtion, dal tedesco Michael Braun del Die Tageszeitung, dalla statunitense Rachel Donadio del New York Times e da Thierry Vissol, anch’egli francese ma in rappresentanza della Commissione europea.

Se negli Usa quando si parla di terrorismo non può che venire in mente l’11 settembre, oggi in Europa i ricordi si rifanno principalmente al 7 gennaio di quest’anno, ovvero alla strage di Charlie Hebdo. È partito da questo fatto Eric Jozsef, analizzando cosa è cambiato in Francia dopo questo attacco e affermando che “dal punto di vista formale, senz’altro vi è stato un cambiamento sull’operatività della sorveglianza. Questo tema non riguarda più solo la sfera pubblica ma anche quella privata: la tendenza di entrambi è quella di utilizzare i mezzi tecnologici a nostra disposizione per trattare questi dati, poiché questi oggi circolano sempre più velocemente e spesso vengono intercettati”.
“Dopo gli attentati – ha continuato il giornalista di Liberàtion – il governo approvò un testo basato su due riflessioni: il primo è la possibilità per le istituzioni di approfondire e allungare le inchieste sui sospettati, perché a priori ci deve essere un controllo e si deve sempre rendere conto di quanto è stato scoperto; il secondo punto si basa sulla ricerca delle persone che potrebbero essere sospettate, procedimento che ha visto la Francia mettere a disposizione una scatola nera direttamente nei servizi di comunicazione degli utenti per studiare gli algoritmi scoprendo così le parole più utilizzate e potenzialmente sospettabili durante le conversazioni”.
Un sistema, quello appena descritto, elogiato dal governo francese il quale sostiene di “aver trovato il giusto equilibrio” e che “non si verificheranno abusi di controllo”, ma al contrario “fortemente criticato dalla popolazione”.

Uno scatto durante l'evento
Uno scatto durante l’evento

Fisicamente presente sia a New York nel 2001 sia a Parigi nel 2015, Rachel Donadio ha specificato che “durante quei terribili giorni la paura che si leggeva nei volti delle persone era soprattutto dovuta ad una sensazione di mancata protezione. In una prima fase gli Usa e l’Europa hanno cercato di rispondere a questa paura ma, una volta che i cittadini si sono nuovamente tranquillizzati, è subentrata una seconda fase definibile come ‘big brother’, ovvero la non volontà che i servizi di comunicazione governino troppo i nostri dati”.
È chiaro quindi il paradosso venutosi a creare. Per rispondere a questa problematica, la Donadio ha ricordato come il governo USA abbia “sia limitato i controlli dell’N6 sia introdotto la possibilità di chiedere una corte segreta per valutare se sfruttare o meno le informazioni delle compagnie di comunicazione”.
A livello politico, la giornalista del New York Time ha infine ricordato come “a volte all’Europa conviene che gli Usa utilizzino questi mezzi di investigazione, così come agli Usa fa comodo che in molti paesi europei avvengano parecchie intercettazioni. Tuttavia – ha continuato – in Europa il rischio di attentati è altissimo e la disponibilità da parte dei vari paesi europei a lasciarsi ‘intercettare’ è molto più bassa rispetto ai cittadini statunitensi. Il rischio che l’Europa deve affrontare è trovare la maggior collaborazione possibile nella raccolta di informazioni”.

Per quanto riguarda la Germania, Michael Braun ha specificato che la visione tedesca su queste tematiche è molto particolare soprattutto per il suo passato, tra nazismo e DDR. “Una buona fetta dell’opinione pubblica tedesca è contraria al dei dati da parte dello stato proprio per questi motivi, molti sono stati infatti i movimenti post ’68 sensibilissimi a queste tematiche”.
Ma non è solamente un problema dello Stato. Il giornalista del Die Tageszeitung ha puntualizzato che “basta recarsi su street view di Google per notare come molti palazzi siano ‘pixelati’ e non riconoscibili, a conferma del fatto che a differenza di molti altri paesi i tedeschi non vogliano nemmeno far vedere sulla rete le proprie abitazioni”.

Ultima analisi quella del membro della Commissione europea Thierry Vissol, incentrata sul fatto che “collegare le misure di sicurezza solamente al terrorismo è un errore, basti pensare che la recente strage nella scuola dell’Oregon ha fatto più morti di quella di Charlie Hebdo”. Per Vissol sono i media i principali artefici di questo errore, rei di “giocare esclusivamente sulla minaccia terroristica. I sistemi classici di sicurezza come a videosorveglianza – ha continuato – non sono nate per il terrorismo”.
Spazio anche a qualche critica verso noi stessi, poiché per il membro della Commissione europea “siamo proprio noi a contribuire attivamente nel dare ogni tipo di informazione sulle nostre vite ai grandi media. Quando oggi parliamo di big data dobbiamo essere consapevoli che nuovi software permettono di sapere esattamente dove siamo e cosa facciamo senza ascoltare le conversazioni telefoniche ma basandosi solamente su algoritmi”.
In conclusione, sulle decisioni politiche della Commissione europea è stato ricordato come questa istituzione “faccia delle proposte ma difficilmente riesce a prendere della decisioni applicabili a ogni paese in maniera omogenea. Dal ’95 si sono succedute moltissime direttive, dalle limitazioni a Google a Frontex, dai controlli sulle operazioni finanziarie dei terroristi alla rete delle polizie europee”.

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