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Google, Facebook e Amazon pagheranno le tasse: poche, ma meglio di niente.

Google, Facebook, Amazon, Microsoft finalmente pagheranno le tasse. Almeno, un po’ di tasse, perchè attualmente il loro contributo alla fiscalità dei paesi nei quali vendono i loro beni è praticamente pari a zero. Tra i vari articoli usciti in questi giorni sulle nuove regole di tassazione minima per i colossi del web, citiamo questo di Open:

https://www.open.online/2021/06/05/g7-tassa-minima-globale-colossi-web/

I due colossi del web (Google e Facebook) si sono detti a favore dell’accordo del G7, riunitosi a Londra, sulla tassazione globale delle multinazionali, che tocca direttamente i loro interessi. La misura che è stata introdotta prevede una tassazione minima del 15%, da pagare in quei paesi dove le multinazionali vendono i loro beni e servizi, e non, come possono fare adesso in maniera legale, spostando i proventi su filiali aventi sede legale (spesso, una semplice casella postale) in paesi “paradiso” in cui pagare poi aliquote minime. Il presidente degli affari globali di Facebook afferma: «vogliamo che la riforma della tassazione internazionale abbia successo, e riconosciamo che potrebbe significare un carico fiscale maggiore per Facebook, e in diversi Paesi». Un portavoce di Google, secondo Sky News, dichiara: “il gruppo è fortemente a favore dell’iniziativa e spera in un accordo finale «bilanciato e durevole»”. Tutti filantropi? No di certo: anzi, le azioni di filantropia e beneficenza privata di questi giganti sono tanto più possibili quanto più ingenti sono i fondi sottratti alla tassazione pubblica. Il fatto che si dichiarino prontamente favorevoli ad una misura che li obbligherebbe ad eludere meno e a pagare di più potrebbe quindi far sorgere il sospetto che si tratti di uno specchietto per le allodole.

Eppure non credo che sia questa la ragione delle loro dichiarazioni di favore. Si tratta, probabilmente, di una mossa di immagine dietro la quale si può facilmente immaginare una accorta azione di lobbying nei confronti delle istituzioni politiche che al G7 hanno raggiunto questo accordo. Infatti una tassazione del 15 per cento è largamente inferiore alle aliquote applicate sia alle imprese “tradizionali”, sia ai redditi da lavoro. Un imprenditore italiano non avvezzo ai magheggi della fiscalità creativa (che, attenzione, non è affatto una pratica semplice: necessita di una accurata e specialistica conoscenza dei meccanismi dell’elusione) può confrontare la tassazione complessiva che grava sulla sua azienda rispetto a quella che graverà su questi giganti: rimane sempre un delta a suo sfavore, che può andare dal 20 al 30%.Un lavoratore dipendente può agevolmente controllare la tassazione che grava sulla sua busta paga: il 15% non lo paga nessuno. Si va dal 23 al 40% circa. E’ per questo che il noto economista progressista francese Thomas Piketty si è affrettato a definire questa riforma “scandalosa”, affermando “anche a me piacerebbe pagare il 15% sui miei guadagni” e facendo i conti su quanti sono i miliardi di maggiori entrate fiscali cui i paesi europei rinunciano(120 miliardi di euro) per non aver deliberato una tassazione minima al 25%, anzichè concentrarsi su quelli che guadagneranno (50 miliardi) rispetto alla situazione attuale (stime dell’Osservatorio europeo sulla tassazione). E’ per questo che Gabriela Bucher, direttore esecutivo di Oxfam International, dichiara che il G7 “aveva la possibilità di mettersi al fianco dei contribuenti, invece ha scelto di stare al fianco dei paradisi fiscali”. In effetti, per rendere la proposta digeribile per quei Paesi industrializzati, anche membri della UE, che prosperano grazie ai trattamenti di favore riservati alle multinazionali (Cipro, Irlanda, Paesi Bassi, Lussemburgo), l’asticella è stata abbassata dall’ipotesi iniziale del 21% all’attuale 15%.

Certe affermazioni sulla inadeguatezza delle nuove misure, tuttavia, puzzano molto di naftalina, quella abitudine accademica a discettare con tono professorale del “meglio”, senza considerare che in molti casi il “meglio” è nemico del “bene”. Per fare un solo esempio: il ministro delle Finanze cipriota Constantinos Petrides ha preannunciato l’intenzione di porre il veto su questa proposta di riforma al Consiglio Ue, dove le decisioni in materia fiscale vanno prese all’unanimità. Certo, si potrebbe dire che sarebbe opportuno cambiare la norma e stabilire che certe decisioni vanno approvate a maggioranza. In attesa che questo avvenga, bisogna fare i conti con le regole vigenti, che non consentono di fare rivoluzioni proletarie, e farsi una semplice domanda da uomo della strada (che spesso ha torto, ma a volte esercita un elementare buon senso): ma attualmente le cose vanno bene? Attualmente i nostri Stati quanto ricevono da questi colossi per finanziare le loro scuole e i loro ospedali, che sono le nostre scuole e i nostri ospedali? Zero. E allora per quale ragione, in nome di una ortodossia del pensiero redistributivo, dovremmo considerare un male questa riforma? Perchè si poteva far meglio? E con quale consenso, ammesso che questa misura riesca a passare il vaglio del Consiglio europeo?

Ho più stima di chi si sporca le mani con le difficoltà di una politica che provi a spostare certi equilibri (e questa è comunque alta politica, perchè combattere lo strapotere di multinazionali che sono diventate più potenti di uno Stato non è una passeggiata), rispetto a chi si limita a criticare la timidezza di certe novità dall’alto del suo Aventino di purezza dottrinale. Naturalmente spero di non essere smentito da una versione finale ulteriormente annacquata di questa riforma.

 

 

 

 

SCHEI
BCE, rimetti a noi i nostri debiti

Ci voleva un flagello biblico (l’epidemia planetaria da Covid-19) per trasformare la fredda scienza economica in una smisurata preghiera. “Rimetti a noi i nostri debiti”, nella parabola del Re buono e del servo spietato, è la decisione cui perviene il padrone compassionevole, che invece di farsi saldare il debito di diecimila talenti, che il servo non può pagare se non vendendo tutta la sua famiglia, gli condona interamente il debito. Peccato che, una volta libero, il servo non rimetta il debito (più modesto) che vanta nei confronti di un compagno, ma anzi gli richieda di pagarlo.

Non illudiamoci: se anche la Banca Centrale Europea condonasse il debito che vanta nei confronti dell’Italia, l’Italia si comporterebbe esattamente come il servo graziato: continuerebbe a chiederci di pagare i nostri debiti. Non possiamo quindi aspirare alla cancellazione del nostro debito da cittadini (o da sudditi, come molti ritengono di essere) verso lo Stato. Tuttavia, sul proscenio economico si è appena affacciata una proposta che sarebbe apparsa folle solo qualche settimana fa: quella che punta a convincere la BCE a rinunciare a parte del suo credito nei confronti dei Paesi dell’area euro. Attualmente, un quarto dei debiti pubblici dei paesi dell’area euro è detenuto dalla Banca centrale europea. Un centinaio di economisti (tra i quali il noto economista progressista Thomas Piketty) hanno lanciato, dalle colonne della stampa internazionale, un appello affinchè la BCE “cancelli” o renda inesigibile questa quota di debito (in parte contratto per far fronte all’emergenza Covid) in cambio dell’impegno dei paesi “condonati” ad utilizzare questa riserva per finanziare investimenti che favoriscano una trasformazione dell’economia in senso ecologico e sostenibile. L’idea venne lanciata a novembre, suscitando reazioni scandalizzate o canzonatorie, dal Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli, che disse: “nella riforma del patto di stabilità dovremo concentrarci sull’evoluzione a medio termine di deficit e spesa pubblica in condizioni di crisi e non solo ossessivamente sul debito”. Il deficit è il delta negativo tra quanto uno Stato spende in un anno rispetto a quanto incassa nel medesimo anno, delta sottoposto al rigido sbarramento del tre per cento, sempre più difficile – e forse anacronistico – da rispettare in un periodo in cui gli Stati devono spendere in deficit per non far affogare definitivamente i propri cittadini.

Citiamo dalla lettera aperta: “I cittadini scoprono, con sconcerto per alcuni di loro, che quasi il 25% del debito pubblico europeo è oggi detenuto dalla loro banca centrale. Dobbiamo a noi stessi il 25% del nostro debito. Se rimborsiamo questa somma, dovremo trovarla altrove prendendola nuovamente in prestito per far girare il debito invece di investirla, oppure aumentando l’imposta oppure abbassando la spesa. Eppure ci sarebbe un’altra soluzione. In quanto economisti, responsabili e cittadini impegnati nei diversi paesi, è nostro dovere sollecitare l’opinione pubblica sul fatto che la Bce potrebbe offrire agli Stati europei i mezzi per la loro ricostruzione in chiave ecologicamente sostenibile, ma anche riparare la frattura sociale, economica e culturale dopo la terribile crisi sanitaria che stiamo attraversando.”

La lettera prosegue affermando la consapevolezza che si tratterebbe di una decisione eccezionale, concernendo la cancellazione di un debito pari a 2.500 miliardi di euro. Eppure decisioni simili non sono prive di precedenti: nel 1953 “la Germania beneficiò della cancellazione di due terzi del suo debito pubblico, che le permise di ritrovare il cammino della prosperità ancorando il suo futuro nello spazio europeo. L’Europa non attraversa forse una crisi di dimensioni eccezionali che giustificherebbe misure altrettanto eccezionali?”. Del resto, proseguono i firmatari della lettera, “una banca centrale può funzionare con fondi propri negativi senza difficoltà. Può addirittura emettere moneta per compensare queste perdite: ciò è previsto dal protocollo n°4 accluso al trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Inoltre, giuridicamente e contrariamente a quanto affermano alcuni responsabili delle istituzioni, in particolare in seno alla Bce, l’annullamento non è esplicitamente proibito dai trattati europei. Tutte le istituzioni finanziarie a livello mondiale possono deliberare una rinuncia ai loro crediti…”. Si fa poi riferimento al Quantitative Easing (l’acquisto illimitato del debito pubblico dai paesi dell’area euro), messo in atto da Mario Draghi proprio da Presidente della BCE, per mostrare come una recente prassi di politica monetaria ritenuta borderline rispetto alle regole del trattato istitutivo della BCE sia stata attuata senza provocare alcuno scossone nel forziere dei forzieri, ma anzi abbia prodotto l’ effetto di neutralizzare la speculazione contro le economie europee più indebitate, con un effetto stabilizzatore per il quale Draghi sarà ricordato nei manuali di storia economica come “il salvatore dell’euro”. Peraltro, nonostante ormai i tassi per indebitarsi siano quasi negativi, gli Stati dal 2015 non fanno che tentare di ridurre il livello di indebitamento. Del resto, se la tua famiglia non incassa abbastanza soldi per ripagare i debiti esistenti, saresti un cretino se decidessi di prendere altri soldi in prestito semplicemente perchè sono a tasso zero. Piuttosto, cerchi di tirare la cinghia e cominciare a rientrare dai debiti che hai.

Gli economisti fanno poi un’affermazione decisiva: “…in questo ambito solo la volontà politica conta: la Storia ha dimostrato a più riprese che le difficoltà giuridiche spariscono a fronte degli accordi politici”. Questa frase non suona solo come una sconfessione dell’atteggiamento tuttora notarile di Christine Lagarde, neopresidente della BCE, che dichiara banalmente che questa proposta è irrealizzabile perchè “lo vietano le regole”. Grazie al piffero: le regole si possono cambiare, se c’è la volontà comune di farlo. In realtà, il contenuto rivoluzionario della frase risiede nel fatto che degli economisti di chiara fama riaffermano il primato della politica sull’economia, sovvertendo il mantra secondo il quale sono le leggi economiche, elevate al rango di principi della fisica, a determinare la direzione del mondo. Sono proprio alcuni tra i depositari della “scienza”  più idolatrata del mondo moderno a sovvertire le basi del ragionamento: è una politica alta e lungimirante che influenza l’economia e il destino della storia umana.

 

ECONOMIA E SFRUTTAMENTO, IL VIZIO CHE NON PASSA
Oggi più di ieri: sono oltre 40 milioni gli schiavi nel mondo, soprattutto donne

Non ci sono mai stati così tanti schiavi nel mondo. Un documentato articolo del Guardian lo scorso anno – si trova facilmente su Internazionale – snocciola cifre che dovrebbero far riflettere. Sono oltre 40 milioni – secondo le stime migliori – le persone ridotte, oggi, in schiavitù.

Tra il Cinquecento e l’Ottocento la tratta degli schiavi è giunta forse a 13 milioni. Meno di un terzo della consistenza attuale. Un quarto è di bambine e bambini. Nel complesso risulta un primato delle donne: ogni 10, 7 sono schiave e 3 schiavi. Una persona è ritenuta in schiavitù se costretta a lavorare contro volontà, se appartiene a uno sfruttatore o “datore di lavoro”, se ha limitata libertà di movimento, se trattata come merce, comprata e venduta come bene mobile. Ne ho già, sia pur brevemente, scritto in passato su Azione Nonviolenta [Vedi qui].  Ripropongo il tema perché la schiavitù resta un grande affare: 150 miliardi di dollari all’anno di profitti, più di un terzo nei paesi sviluppati, compresa l’Unione europea. Anzi un affare migliore di un tempo. Due, tre secoli fa 1/5 moriva durante il trasporto e un altro 1/5 nell’anno successivo, secondo Thomas Piketty. I moderni schiavisti guadagnerebbero trenta volte più dei loro predecessori, secondo Siddhart Kara. Per l’esperto – in italiano credo vi sia solo un suo libro, Sex Trafficking, ormai datato – uno schiavo ha un costo medio di 450 dollari, ma produce circa 8mila dollari di profitti annui, 36mila nell’industria del sesso! La schiavitù, illegale in tutti i paesi del mondo, resta, comprensibilmente, largamente diffusa.

Questo dice l’attualità. Diamo un’occhiata alla storia. Faticosa ne è stata, in tempi diversi e modalità differenti, l’abolizione negli Stati. Sempre Thomas Piketty, in Capitale e ideologia, dedica un capitolo a un’attenta ricognizione. Indennizzati non sono gli schiavi, che hanno sofferto, ma i proprietari. Sono ben risarciti per la perdita di beni legittimamente posseduti. Solo a Lincoln, poteva venire in mente di promettere agli schiavi una volta emancipati – la Guerra Civile era ancora in corso – “un mulo e 40 acri di terra”, equivalenti a circa 16 ettari. Morto Lincoln del mulo gli schiavi hanno avuto solo i calci e terra niente, se non quella in cui sono stati sepolti i linciati dal Ku Klux Klan.

Prima è abolito il commercio degli schiavi: 1807 in Gran Bretagna e nel 1815, al Congresso di Vienna, si aggiungono Olanda, Francia, Spagna e Portogallo. I trafficanti debbono dedicarsi a trasporti meno redditizi e senza alcun indennizzo. Ai padroni va meglio. In Gran Bretagna l’abolizione del 1833, avviata concretamente cinque anni dopo e integrata da successive disposizioni fino al 1843, è accompagnata dall’integrale indennizzo dei proprietari. In 4mila ricevono 20 milioni di sterline, 5% delle entrate del regno (dieci volte la spesa all’epoca per l’istruzione). La stessa quota di entrate darebbe oggi 120 miliardi di euro: 30 milioni in media per proprietario, Il tutto è finanziato con entrate gravanti sui contribuenti medi e poveri, data la scarsa progressività delle imposte. In compenso gli schiavi liberati nelle colonie hanno contratti di lavoro semiforzato. Si è detto di chiedere indietro le somme ai discendenti dei risarciti. Naturalmente non se ne è fatto nulla.

In Francia vi è una doppia abolizione: nel 1794 e nel 1848. La prima, propiziata dalla ribellione degli schiavi delle piantagioni di Saint-Domingue, condotti da Toussaint L’Ouverture – Tuttisanti L’Apertura, bel nome augurale, quasi capitiniano – non ha praticamente applicazione se non in quella colonia, ridenominata Haiti. Se ne discutono le condizioni: Condorcet propone abolizione senza indennizzi. Muore un mese dopo l’approvazione della legge. Napoleone vuole riprendere Saint-Domingue e ristabilisce in ogni possedimento la schiavitù. Il cognato, generale Charles Leclerc, comanda la spedizione all’inizio del 1802. Toussaint è catturato e tradotto in Francia, dove muore l’anno successivo.
Resistenza e febbre gialla – anche Leclerc ne muore – sconfiggono la spedizione. Nel 1804 Haiti proclama l’indipendenza. Il re di Francia Carlo X, nel 1825, riconosce Haiti, contro un risarcimento che eviti la guerra e indennizzi i padroni per la perdita degli schiavi. Il debito è stato pagato fino al 1950! Senza interessi sono 30 miliardi di euro. Haiti li chiede ancora inutilmente indietro alla Francia, che pure ha solennemente dichiarato la schiavitù crimine contro l’umanità. La Repubblica francese, nel 1848, abolisce la schiavitù, in tutte le sue colonie, con un indennizzo inferiore a quello ipotizzato dal monarca e rifiutato dai proprietari. Il finanziamento sarà un po’ debito pubblico e un po’ lavoro forzato degli ex schiavi, se vogliono evitare carcere e deportazione come vagabondi. Al re Luigi Filippo Alexis de Tocqueville aveva proposto un’equa formula di risarcimento per i proprietari: metà dallo stato – debito pubblico – e metà dagli ex schiavi, con lavoro di 10 anni sottopagato.

La storia ci dice che tutte le prediche contro la schiavitù, in nome della religione, dell’etica, dei diritti – indispensabili a contestarne il fondamento – l’hanno solo scalfita, finché i padroni non hanno temuto, o visto in atto, la ribellione degli schiavi. Questa ha avuto successo quando ha trovato sostenitori decisivi, tra gli sfruttatori, diretti e indiretti.
Anche ora occorrono la consapevolezza e l’azione congiunta di chi si trova in una condizione di schiavitù e dei lavoratori ‘liberi’ per una comune emancipazione. Sono sottoposti, in grado diverso, alla stessa violenza di un sistema padronale, senza limiti alla proprietà privata, ai profitti, alla rendita. La loro liberazione è compito comune. Ci sembrava di averlo imparato e sentito perfino cantare.

Questo articolo è apparso con altro titolo anche sull’edizione in rete della storica rivista del Movimento Nonviolento [www.azionenonviolenta.it]

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