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Il misoneismo e le mistificazioni macroeconomiche

Le vicende del 2020 hanno costretto gli stati ad un’inversione ad U in merito ai deficit e al debito. Oggi è possibile spendere, condonare cartelle esattoriali, dare benefit a imprese e famiglie senza incappare nei soliti strali delle autorità europee e dei paladini del pareggio di bilancio. La pandemia, purtroppo, ci sta dando la possibilità di un osservatorio inedito sulle faccende macroeconomiche e si affermano, o semplicemente vengono rispolverati, due concetti fondamentali:
– le banche centrali devono supportare l’opera dei governi perché gli obiettivi sono comuni, l’indipendenza è relativa e deve essere confinata a specifiche finalità di politica monetaria;
– quando c’è una crisi di domanda bisogna creare moneta e far sì che questa venga spesa nell’economia reale senza preoccuparsi di debito o inflazione, fino a quando le cose non migliorano. In altri termini, il bilancio dello stato si indebita spendendo a favore dei cittadini che quindi ricevono la possibilità di un credito (in contabilità quando qualcuno spende un altro incassa).

Banche centrali e moneta, in sintesi, sono al servizio degli stati e non viceversa, la scarsità e la favola delle risorse limitate è una scusa buona per non spendere solo nelle stagioni dell’abbondanza (cioè nei periodi in cui l’economia cresce senza problemi), quando c’è crisi e lo stato non crea debito i cittadini non incassano e quindi soffrono (non c’è credito senza debito).
Queste conclusioni potrebbero essere elaborate da ognuno di noi semplicemente guardando ai fatti e quindi senza bisogno di aggiungere altro ma, come diceva Keynes, “La più grande difficoltà nasce non tanto dal persuadere la gente ad accettare le nuove idee, ma dal persuaderla ad abbandonare le vecchie”. E le vecchie idee in questo caso sono quelle inculcate al pubblico negli ultimi 40 anni di storia per cui la mente è abituata a immaginare alcuni fenomeni prima ancora che questi vengano spiegati. Alcuni di questi sono appunto l’indipendenza delle banche centrali e la scarsità della moneta.
Chi difende queste congetture non ha più bisogno di spiegarle per farle accettare grazie al fatto che sono già radicate nel nostro inconscio, a prescindere dalle implicazioni o tantomeno dalla fondatezza, perché fanno oramai parte del nostro patrimonio cognitivo.
Un esempio per chiarire, il Mario Draghi presidente della Bce, in una delle tante conferenze stampa, risponde alla domanda di un giornalista sulla possibilità che la Bce possa finire i soldi affermando sorridendo che questo è escluso e, aggiunge sempre sorridendo, che la Bce ha tutte le risorse (finanziarie) necessarie per far fronte a qualsiasi evenienza. Il Mario Draghi presidente del consiglio richiama invece alla prudenza perché le risorse (finanziarie) sono scarse.
È ovvio che le due affermazioni siano in contraddizione, ma quale appare alla nostra mente più credibile? Quale la nostra mente accetta senza difficoltà e da quale, inspiegabilmente, ci sentiamo più rassicurati? Ovviamente dalla seconda, cioè per la nostra mente le risorse sono scarse, è meglio non spendere, non fare troppo debito altrimenti la catastrofe è dietro l’angolo. Paura del nuovo o misoneismo, come veniva definito da Carl Gustav Jung, il rifiuto di quell’emozione che ci suggerisce che qualcosa non è al posto giusto, non è comprensibile immediatamente alla nostra mente (ne ho parlato nel mio libro “L’altra faccia della moneta”).
Ma questo ci limita, ci impedisce di crescere e di sviluppare concetti nuovi. Sta peggiorando il nostro modo di vivere il presente e di immaginare il futuro, tutto a discapito delle nuove generazioni.
Eppure è lapalissiano, il sole riscalda, l’evidenza si mostra nemmeno più tanto tra le righe e, rimanendo nel solco dei due argomenti che mi sono prefissato, banche centrali e moneta (quindi debito), andiamo a estrapolarla tra le informazioni disponibili a tutti, normalmente ignorate nel loro reale significato o mistificate nella loro interpretazione. Rimaniamo su Mario Draghi e poi andiamo all’Ocpi di Carlo Cottarelli.
L’11 ottobre 2019 l’attuale Presidente del Consiglio fu insignito della laurea honoris causa in Economia dell’Università del Sacro Cuore ed ovviamente tenne un discorso che è interamente pubblicato qui https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2019/html/ecb.sp191011~b0a4d1e7c5.it.html e dal quale estraiamo quanto di seguito: “Descrissi una volta l’indipendenza della banca centrale come indipendenza nell’interdipendenza. Intendevo con ciò sottolineare che il contesto istituzionale nel quale operiamo influenza la velocità con la quale raggiungiamo il nostro obiettivo e l’entità degli effetti collaterali delle nostre azioni. È doveroso esprimere con chiarezza quando altre politiche potrebbero rendere il nostro compito più agevole e rapido.
L’indipendenza della banca centrale non è un fine in se stesso. Il suo scopo risiede nel garantire la credibilità della banca centrale nel perseguimento della stabilità dei prezzi e nello scongiurare che la politica monetaria sia succube della politica fiscale; essa assicura così una dominanza monetaria. L’indipendenza della banca centrale non impedisce perciò un dialogo con il governo quando è evidente che esso consentirebbe un più rapido ritorno alla stabilità dei prezzi. Pone soltanto dei limiti ai suoi eventuali effetti. In particolare un coordinamento delle politiche, quando necessario, deve contribuire alla stabilità monetaria e non può ostacolarla.”
Mario Draghi intende dire che deve sempre esistere una collaborazione e un legame chiaro tra uno Stato e la sua Banca Centrale sebbene sia necessaria una linea di demarcazione (indipendenza) tra la politica fiscale e quella monetaria. Entrambi gli strumenti hanno bisogno del proprio spazio di manovra ma l’obiettivo deve essere comune e, in questo caso, l’accento sulla stabilità dei prezzi non è visto come l’odioso principio liberista che impedisce l’allargamento del benessere sacrificato all’arida politica monetaria, ma piuttosto come una necessità legata ad un periodo di stabilità monetaria fuori dai periodi di crisi.
E che Draghi intenda questo diventa ancora più chiaro nella sua intervista al Financial Times https://www.ft.com/content/c6d2de3a-6ec5-11ea-89df-41bea055720b e nelle sue parole riportate dall’Ansa di questi giorni https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2021/03/19/decreto-sostegni-da-32-miliardi-atteso-oggi-il-via-libera-dal-cdm_fe290451-0755-46c1-981a-a93026219acb.html. I suoi interventi rilanciano spesa e debito “non è il momento di chiedere soldi ma di dare soldi”, cioè è necessario creare moneta e fare deficit attraverso:
– la politica fiscale dello stato, che deve prevedere più spesa e meno entrate ignorando i tetti al deficit e le convergenze sul debito pubblico imposti dai trattati (deficit inferiore al 3% e debito degli stati inferiori al 60%);
– la politica monetaria della banca centrale, la Bce deve continuare ad acquistare i titoli di stato attraverso l’attuazione dei piani pandemici.

Nel momento di bisogno gli intenti di Stato e Banca Centrale devono convergere, l’indipendenza deve essere messa da parte e insieme si combatte la crisi e si corregge la curva. L’ulteriore considerazione è che uno stato ha bisogno di una banca centrale e che se nell’eurozona ci deve essere una sola banca centrale, questa deve essere al servizio degli stati.
Se questo fosse percepito come elemento di verità macroeconomica e di gestione dell’economia al servizio dei cittadini (mettendo da parte la “paura del nuovo” e facendo “spazio alle nuove idee eliminando le vecchie”) sarebbe più facile comprendere l’inutilità del Recovery Fund e magari diventerebbe ovvio il suo essere uno strumento essenzialmente politico e non economico.
Da Draghi passiamo all’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (Ocpi) e alle arrampicate sugli specchi. Il documento dal quale partiamo è di questi giorni ed è consultabile qui https://osservatoriocpi.unicatt.it/cpi-archivio-studi-e-analisi-le-banche-centrali-possono-andare-in-perdita-cosa-ne-conseguirebbe?mc_cid=87cb2aa7db&mc_eid=af47140064. Il tema si può riassumere così: può operare in negativo una banca centrale? Ovviamente sì, ma forse all’Ocpi non studiano le conferenze di Draghi e non guardano tra le righe di quanto scrivono gli esperti economici della Bce.

Traduco: Le banche centrali sono protette dal rischio di insolvenza grazie alla loro capacità di creare moneta e quindi possono operare anche con bilancio in negativo.
Si tratta di una piccola nota alla pagina 14 dell’Occasional Paper nr. 169 di aprile 2016 https://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/scpops/ecbop169.en.pdf?f7073b79c2f6f62c79918dc24088dd00 che chiarisce all’uomo della strada, cioè a noi, tutto quanto c’è da chiarire: non può fallire chi crea il denaro e potendolo creare può operare anche con un bilancio in negativo. Questo perché può coprire ogni buco contabile si dovesse presentare, cosa che nessuna società privata, azienda o famiglia potrebbe mai fare. E per questo dire che uno Stato è come una famiglia è ovviamente un’altra congettura che si aggiunge alla lista delle emozioni che dovremmo prima o poi affrontare. Ma perché allora ci sono tanti problemi di spesa ed esiste l’irrazionale paura del debito nell’area euro? Semplicemente perché si sono fatte delle scelte politiche in tal senso, come ci spiegano sempre gli esperti economici della Bce.

Il problema nasce dalla mancanza di relazioni tra l’autorità fiscale (Ministero del Tesoro) e l’autorità monetaria (la Banca Centrale), cioè ad un’errata interpretazione dell’indipendenza delle banche centrali di cui parlava Draghi in uno dei suoi tanti momenti di contraddizione argomentativa. Se le due entità non collaborano, il debito pubblico diventa un problema e quindi agli stati viene reclusa la possibilità di spendere a deficit e alle banche centrali di attuare politiche monetarie in loro soccorso. Chi ci rimette sono ovviamente gli interessi dei cittadini. In altri termini, se la banca centrale rimane collegata alle necessità dello stato allora questi non deve trovare soldi sui mercati per spendere ma semplicemente deve rinnovare i titoli in scadenza che, in ultima analisi, la banca centrale può sempre comprare, senza doversi preoccupare di avere capitale per poterlo fare, perché può operare anche in negativo. Le sofferenze causate dall’austerità non hanno una base economica ma solo normativa.
Ma cosa aggiunge l’Ocpi a tutto questo? Praticamente nulla se non elementi tecnici e contabili che non cambiano di una virgola la realtà di quanto sopra. Segnalo solo questo: “…il Sistema Europeo delle Banche Centrali (Bce + banche centrali nazionali) ha in portafoglio un’enorme quantità di titoli di Stato per via del Quantitative Easing e del Pepp (Pandemic Emergency Purchase Programme) … ad oggi le banche centrali europee hanno conseguito utili elevati. Per esempio, nel 2019, la Banca d’Italia ha registrato un utile di oltre 8,2 miliardi di euro, di cui 7,8 miliardi incassati – direttamente o indirettamente – dallo Stato.”
Cioè quando una banca centrale acquista e detiene titoli, oltre a stabilizzarne il relativo mercato tenendo calma la speculazione (ricordate il whatever it takes?), fa anche guadagnare interessi agli stessi stati che li emettono.
In conclusione, ben venga finalmente l’apertura di un dibattito serio sulla definizione di indipendenza delle banche centrali, sull’importanza dei deficit e sul loro significato, sul ruolo e sulla funzione della moneta in economia, ma aggiungerei la necessità all’auspicio che si possa parlare delle distorsioni presenti nel sistema economico, delle congetture spacciate per verità assolute e della infondatezza degli attuali miti economici.

Aste marginali e aste competitive
Sofismi da esperti o riflessione seria?

Del Next Generation Eu abbiamo già scritto e quindi, sorvolando la questione politica, ci soffermiamo questa volta unicamente su quella che viene percepita dalle persone come la parte più importante, cioè i miliardi che vengono promessi a vario titolo all’Italia: 209 miliardi di euro da non lasciarsi scappare.
Durante il 2020 sono successe tante cose che hanno determinato l’esigenza di avere fondi a disposizione da distribuire alle famiglie e alle attività che venivano tenute chiuse per la crisi pandemica. Situazione eccezionale e non prevedibile che ha richiesto soluzioni altrettanto non programmate come l’intervento della Commissione Europea e dei miliardi (prestiti e aiuti) destinati alla nostra martoriata economia.
Mentre la pandemia avanzava, il Tesoro procedeva alle classiche aste di Titoli di Stato facendo registrare richieste record da parte degli investitori che puntualmente eccedevano l’offerta. Addirittura il 3 giugno 2020 venivano offerti 14 miliardi di Btp a 10 anni mentre l’importo richiesto era, esattamente, di 107miliardi e 910 milioni.
Il 2020 si è avviato poi a conclusione con un surplus di domanda non evasa di circa 103 miliardi di euro.
Nel 2021 segnalo invece solo l’asta del 16 febbraio in cui l’importo assegnato è stato di 10 miliardi a fronte di una domanda di 68.459,820, cioè un surplus di oltre 58 miliardi.
Dall’inizio pandemia, cioè da gennaio 2020 ad oggi, il mercato ci ha richiesto Titoli a 10 anni per oltre 160 miliardi eccedenti l’offerta, cifra non lontana da quella che ci toccherà gestire nel futuro prossimo, offerta dalla Commissione europea, e per cui il Quirinale ha ritenuto opportuno sostituire il premier Giuseppe Conte con il più esperto Mario Draghi.
Ci sarebbe comunque da segnalare che non esistono solo i Btp a 10 anni ma che ad esempio nel 2020 sono stati offerti al mercato complessivamente più di 500 miliardi di Titoli tra cui almeno 180 miliardi in Bot, questi ultimi tutti a tassi sostanzialmente negativi. E su questo è necessario aprire un altro fronte non secondario, il tasso di interesse.
Come si sa, quello offerto dalla Commissione europea sarà molto basso o nullo, ci saranno condizionalità politiche certo, ma a quelle siamo talmente abituati che non ci facciamo più caso, complice l’idea dell’incapacità italica nella gestione di fondi, confini e mari che… “ben venga” qualche controllo dall’estero. E quindi, di quali interessi ci siamo sobbarcati nelle aste di cui abbiamo parlato in precedenza?
L’asta di giugno 2020 si è chiusa con un rendimento lordo di 1,707% mentre quella di febbraio 2021 con un tasso dello 0,604%. Nettamente sfavorevole rispetto a quello dei futuri bond della Commissione europea che potrà contare sulla tripla A della Germania. Ma come mai a fronte di una richiesta eccedente la domanda di ben 93 miliardi si concede un tasso del 1,7%? Sembra proprio che la legge della domanda e dell’offerta si sia distratta e che la stessa cosa, anche se in forma ridotta, abbia fatto nell’asta di febbraio 2021.
A questo punto introduciamo un’informazione importante che potrebbe far luce sulla questione. Esistono infatti due tipologie di aste utilizzate dal Tesoro, l’asta competitiva e quella marginale:

L’asta competitiva viene utilizzata normalmente per il collocamento dei Bot, le domande vengano soddisfatte al tasso proposto da ciascun operatore secondo rendimenti crescenti. Le richieste allocate sono soddisfatte al tasso proposto da ciascun operatore e quindi ne risultano più tassi di allocazione, quindi la Banca d’Italia calcola successivamente un rendimento medio ponderato e il suo corrispondente prezzo per permettere una ordinata e successiva rivendita di questi titoli alla clientela retail (cioè a quelli che vanno in banca a prenotare l’acquisto di un Bot).
L’asta marginale viene utilizzata per i titoli a medio-lungo termine (Ctz, Btp, Cct/Ccteu e Btp€i) e quindi anche per le aste di cui ho raccontato le vicende. E’ previsto in questo caso che le richieste allocate siano aggiudicate tutte allo stesso prezzo, ovvero il prezzo marginale che è il prezzo meno elevato tra quelli offerti dagli aggiudicatari e vale per tutti gli operatori assegnatari.

Facciamo un esempio pratico per vedere la differenza tra i due tipi di aste, specificando che quando si parla di “operatore” si intende una banca accreditata presso il Mef, cioè di uno specialista in Titoli di Stato, in pratica una piccola cerchia di affidabili banchieri. Dunque, se un operatore vuole comprare un Bot ed offre 100,5 egli pagherà 100,5 a condizione che sia risultato vincitore, cioè aggiudicatario. Se un operatore vuole invece comprare un BTP ed offre 100,8, ma l’offerta più bassa (quella del compratore marginale) è pari a 100,3 allora l’operatore e tutti gli altri aggiudicatari pagheranno 100,3. Tradotto in percentuale di interesse, se all’asta del giugno 2020 oppure del febbraio 2021 l’operatore si è aggiudicato l’interesse del 1,7% oppure dello 0,60%, non vuol dire che questo sia stato il prezzo migliore possibile che il Tesoro (e quindi le nostre tasche) avrebbero potuto ottenere. Magari qualcuno aveva offerto di comprarli ad un interesse del 1% ma si è ritrovato a guadagnare un interesse del 1,7%.
E’ chiaro che qualcuno potrebbe obiettare che questo metodo fa sì che le aste non vadano deserte, che se si offrisse troppo poco allora non avremmo tanti investitori disposti a comprare i nostri Titoli. E’ pur vero che fatico a crederci, che non ricordo aste andate deserte, che quando succede qualcosa del genere esistono dei rimedi. Ad esempio in Germania, dove si offrono tassi costantemente negativi, qualche volta capita e allora lì interviene la Bundesbank, congela i titoli non richiesti dal mercato e li propone all’asta successiva, sempre a tassi negativi. Ma si sa, la Germania è la Germania e noi siamo solo l’Italia.

Di seguito i documenti relativi ai risultati delle aste in argomento e i programmi trimestrali in cui si specifica (leggere le ultime due righe) che verrà utilizzata l’asta marginale

Documenti e fonti:

Risultato asta del 03 giugno 2020

Programma trimestrale di emissione – II trimestre 2020

Risultato asta del 16 febbraio 2021

Programma trimestrale di emissione – I trimestre 2021

La pandemia non si combatte coi soldi ma con la buona politica

Le prime istituzioni scese in campo per combattere la pandemia da Covid 19 sono state le Banche Centrali. Lo hanno fatto supportando le crescenti spese e le mancate entrate degli Stati con iniezioni di liquidità nel sistema, attraverso l’acquisto di titoli di stato e la concessione di prestiti a tassi agevolati, a volte addirittura a tasso negativo (cioè regalando soldi).
Rispetto al passato i bilanci delle Banche Centrali si sono gonfiati a dismisura, certo il fenomeno era iniziato già dopo la crisi del 2007-2008 ma i dati confermano che nell’ultimo anno si è notevolmente accentuato. La Bce è passato dai circa 2.000 miliardi di euro del 2008 ai 4.671 miliardi del 2019 (come si può vedere dal grafico di seguito), per arrivare agli oltre 7.000 miliardi di euro a dicembre 2020

Di questi 7.000 miliardi risultanti dal rendiconto del 25 dicembre 2020 risultavano alla voce “Titoli detenuti a fini di politica monetaria” ben 3.704 miliardi, segno che la Bce detiene gran parte del debito sovrano dell’eurozona.
Bankitalia, dal canto suo, aveva chiuso il 2019 con un bilancio di poco più di 960 miliardi, come si vede dall’infografica seguente

Al 31 ottobre 2020 era già a 1.279 miliardi con in pancia ben 523 miliardi di “titoli detenuti per finalità di politica monetaria”, quindi quasi la metà del suo bilancio è costituita dai nostri titoli di stato.
Dall’altra parte dell’Oceano la Federal Reserve non è stata da meno passando dai circa 4.059 miliardi di dollari del bilancio 2019 agli oltre 7.000 miliardi di Agosto 2020

Anche qui, come si vede chiaramente in verde, quasi 4.500 miliardi sono di Treasury Bonds, ovvero titoli del tesoro americano.
Gonfiare i bilanci delle banche centrali è qualcosa che abbiamo scoperto essere possibile dal 2008 anche se la Bce ha cominciato a farlo, con colpevole ritardo, solo dal 2012. Questi bilanci si ampliano comprano titoli di stato e questo permette agli Stati di spendere senza che si alzino troppo gli interessi, il 2020 ci ha dimostrato che si può non solo esagerare ma che quasi la totalità dei deficit messi in atto o programmati dai vari governi possono essere quasi interamente coperti da un’attenta politica monetaria delle banche centrali.
Nel 2021 ci resta da imparare che questo però non basta, che c’è bisogno in contemporanea anche della politica fiscale e programmatica degli Stati. C’è bisogno, insomma, che questi soldi vengano spesi con programmi stabili dedicati alla crescita, alla ricerca sanitaria e scientifica, all’istruzione e ai giovani senza togliere agli anziani, perché non c’è assolutamente bisogno di creare lotte generazionali o di togliere a qualcuno per dare ad altri.
Il 2020 e l’economia monetaria da Covid 19 dovrebbe averci insegnato che i soldi non sempre sono un problema e che il punto non è più come trovarli ma come spenderli in maniera coerente per uno sviluppo sostenibile, solidale e magari anche green. Soprattutto, senza dar vita a conflitti sociali e possibilmente senza lasciarsi dietro troppi cadaveri.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

Cancellare o congelare il debito pubblico detenuto dalla Bce si può

Per contrastare l’avanzata del Covid 19 il governo ha impegnato da inizio anno circa 200 miliardi di euro, tutti ovviamente in deficit. A fine luglio il debito pubblico italiano era arrivato, in termini assoluti, a 2.466 miliardi di euro, con l’aumento delle spese pandemiche di quest’anno, e il conseguente arresto nella crescita del Pil, si prevede un rapporto deficit/pil oltre il 160% che rispetto al 135% con cui avevamo chiuso il 2019 sono 25 punti percentuali in più.

A questo punto, mentre la preoccupazione cresce, si cominciano a palesare proposte impensabili fino a soli sei mesi fa. Il presidente del Parlamento europeo Sassoli ha chiesto che si discuta della possibilità di cancellare la parte del debito comprata dalla Bce, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Fraccaro plaude e rilancia mentre alcuni economisti chiedono più prudentemente che i titoli di stato vengano semplicemente congelati, cioè la Bce (che già li detiene) li dovrebbe ricomprare alla naturale scadenza senza una ulteriore data di fine, un debito perpetuo che solleverebbe gli stati dai suoi obblighi di riacquisto.

Chi si oppone alla cancellazione solleva i soliti dubbi che in parte però confermano che la possibilità di inedite soluzioni esista davvero. Dire, ad esempio, che i trattati non lo prevedono significa sostanzialmente ammettere che un cambiamento nelle previsioni legislative dei trattati permetterebbe formulazioni diverse, quindi si riporta il tutto ad un decisione politica, come è giusto che sia. Altra questione che gli scettici sollevano sarebbe la diminuzione del patrimonio della Bce che seguirebbe l’eventuale cancellazione del debito accumulato, cioè un’operazione contabile di cancellazione diminuirebbe quello che per una banca centrale (contabilmente) è un attivo e quindi la stessa si ritroverebbe con meno capitale. Anche qui la replica è semplice: le banche centrali non sono comuni banche commerciali per cui possono operare anche in passivo e senza problemi e a dirlo sono i documenti delle stesse. Basta guardare ad esempio qualche nota in qualche Report della Bce. Suggerisco “Occasional paper” nr. 169 di Aprile 2016 pag. 14 nota 7, ma la documentazione è vasta.

Le operazioni di politica monetaria servono per immettere o drenare moneta dal sistema. Quando si comprano titoli di stato si immette moneta perché magari in giro ce n’è poca e gli scambi conseguentemente stanno diminuendo, quando si vendono titoli si toglie invece moneta perché magari in giro ce n’è troppa e si sta creando inflazione.

Chi è critico sulla possibilità di detenere titoli in perpetuo, quindi di congelare il debito emesso dagli Stati, obietta che ciò potrebbe minare la credibilità della Bce in quanto questa non avrebbe più la possibilità di controllare la stabilità dei prezzi con eventuali operazioni di vendita titoli. A questo si può rispondere semplicemente che la politica monetaria è solo uno degli strumenti a disposizione degli stati, almeno di quelli che funzionano. Questi hanno infatti a disposizione la politica fiscale, possono quindi programmare lavori pubblici, assunzioni o altro e hanno la possibilità di aumentare oppure diminuire le tasse. Tutte operazioni che servono per riequilibrare sistemi economici compromessi.

Che da sola la politica monetaria non possa risolvere tutti i problemi lo abbiamo visto sulla nostra pelle dal 2008 in poi. Infatti nonostante l’acquisto di montagne di titoli di stato con conseguente emissione di liquidità non c’è stata la sperata impennata dell’inflazione proprio perché alla politica monetaria non è seguita una saggia politica fiscale da parte di quegli Stati che potevano permetterselo, ad esempio la Germania, che invece di spendere hanno continuato ad accumulare.

L’ossessione dei bilanci in ordine ha portato all’imposizione di politiche di austerità che hanno aumentato i danni e predisposto la catastrofe sanitaria a cui stiamo assistendo in questo 2020. Tagli alla sanità, ai trasporti e all’istruzione fanno da impedimento a qualsiasi politica governativa di intervento a sostegno della crisi pandemica e costringono alla chiusura di attività commerciali, scuole e alla vergogna di non avere abbastanza posti negli ospedali per i malati.

Il reale problema non è il debito pubblico ma le decisioni politiche che si intendono prendere e chi queste decisioni intendano tutelare. Trattati e convenzioni non sono scritti sulla sabbia ma nemmeno nella pietra come i Comandamenti di Mosè. Possono essere cambiati, riscritti e ripensati se cambiano le necessità dell’essere umano perché le decisioni politiche, in ultima analisi, servono per tutelare interessi reali e non astratte alchimie finanziarie.

E’ importante non lasciarsi confondere e cercare di capire cosa si sta dicendo quando si parla debito, titoli di stato, banche centrali e liquidità.

Fin dagli albori, quando nel ‘600 si istituì la Banca d’Inghilterra, l’idea era che questa dovesse facilitare il sovrano nella ricerca di credito rendendo sicuro il suo debito, ottenendo in cambio che le banconote da lei emesse avessero la fiducia del re e quindi venissero accettate per legge. Un patto che è alla base dell’operatività di tutte le banche centrali odierne. L’idea del liberalismo che invece si opponeva a questa innovazione era quella rappresentata da Locke il quale rifiutava l’assolutismo in tutte le sue forme e quindi vedeva che un potere passava dal sovrano ai banchieri mentre lui voleva che non ci fossero diritti di proprietà regali perché a quel punto tutto ciò che arrivava al popolo sarebbe stata una concessione e così sarebbe stato anche per la moneta.

Quindi la moneta doveva essere un bene, merce essa stessa e non espressione di potere politico, da questa necessità nacquero gli standard monetari legati all’argento prima e all’oro poi.

In questo modo il re perdeva il diritto esclusivo di avere nella moneta uno strumento di indirizzo esclusivo e di conseguenza lo attenuavano i banchieri.

A un certo punto, complici le due guerre mondiali del ‘900 e le costituzioni socialiste che ne seguirono, gli standard aurei si sciolsero al sole e la moneta ritornò ad essere lo strumento del sovrano attraverso le banche centrali. La grande differenza in questo sistema è che il sovrano… era il popolo. Quindi la moneta serve finalmente gli interessi del popolo, quando lo stato spende i cittadini incassano. Il popolo non solo cominciava ad esistere ma stava vincendo.

Poi i banchieri sono tornati sotto forma di mercati e di finanza, di nuovo interesse pubblico è sinonimo di aristocrazia del denaro. Da una parte il popolo, dall’altra chi decide cosa è giusto, in mezzo un solco occupato da chi difende i fogli di bilancio, i trattati, gli accordi tra nobili come se tutto questo fosse più importante di noi. Lo standard aureo non esiste più ma la moneta torna ad essere scarsa artificialmente attraverso la creazione di un “gold standard without gold”. Il patto tra sovrano e finanza riprende quota, esiste e sta vincendo.

Sfatiamo il mito:
Il debito pubblico giapponese non è diverso da quello italiano

Ciò che fa la differenza non è tanto la nazionalità del debito (l’essere giapponese piuttosto che l’essere italiano) ma la volontà di gestirlo bene e il mantenimento degli strumenti per farlo.

Ma andiamo per ordine. I dati ci dicono che nel 2019 il debito pubblico giapponese ha superato il 240% e che per l’Italia si prevede il superamento del 166% entro la fine del 2020.

Nonostante una differenza a nostro favore di circa 100 punti percentuali, per il Giappone non sembra essere un problema, la sua credibilità non vede crisi all’orizzonte. L’Italia invece da giornali e tv è data sull’orlo del baratro. A questo punto la domanda è: cosa sfugge ai commentatori ‘seri’?

Chi ha letto l’articolo apparso sul Wall Street Journal il 4 settembre scorso ha già capito che questo articolo seguirà esattamente il filo di quel ragionamento per dimostrare, ovviamente, l’esistenza di un diverso punto di vista. Per dimostrare, sostanzialmente, che nulla, nel mondo dell’economia, è così oggettivo come si vuol far credere. L’economia vive di decisioni politiche come il consenso vive di televisione e di repubblica.it. Il debito pubblico può essere un debito oppure una risorsa, dipende da quali interessi si vogliono difendere.

E’ giustamente vero che il debito pubblico italiano non è sostenibile, o è meno sostenibile di quello giapponese, ma solo alle condizioni attuali. Ed è di queste condizioni che si dovrebbe discutere, di chi e perché le ha create. Se queste siano immutabili oppure frutto di decisioni politiche e, quindi, se queste decisioni abbiano tutelato i cittadini oppure li abbiano esposti a rischi e sacrifici inutili.

Chi scrive ritiene che l’Italia, potendo utilizzare gli stessi strumenti di politica economica e monetaria del Giappone, potrebbe arrivare a gestire anche gli stessi livelli di debito e che già oggi si potrebbe parlare di falso problema semplicemente applicando gli stessi criteri di chiarezza contabile utilizzata per il Giappone.

Con il Wsj siamo comunque d’accordo su un punto: non è solo questione di sovranità monetaria. Si può avere infatti la capacità di stampare la propria moneta ma ci possono essere condizioni internazionali sfavorevoli (si pensi a Weimar), incapacità di gestione della cosa pubblica (si pensi allo Zimbawe) o i due fattori che si manifestano insieme (si pensi all’Argentina oppure al Venezuela). Tolti questi ci sarebbero poi, a volerli vedere, tutti gli esempi in cui comunque la sovranità monetaria funziona e qui andiamo dagli Stati Uniti fino alla Svezia, dalla Corea del Sud, al Giappone, al Canada fino all’Australia e alla Norvegia. Dalla Gran Bretagna fino al Sud Africa ed oltre.

La diversità del debito giapponese sembra risiedere, come fa notare anche Cottarelli, nel fatto che il settore pubblico ne detenga una grande fetta, talmente grande che se la eliminassimo il debito scenderebbe al 153%, meno di quello italiano. Chiarezza contabile dunque. Il debito pubblico giapponese è più al sicuro perché una parte è comprata dallo stesso settore che lo emette, il 37% lo ha acquistato la Boj, poi ci sono i fondi pensione, le pensioni pubbliche e le assicurazioni. Insomma un debito solo formale, una “partita di giro”, un modo per finanziarsi con la propria moneta senza creare problemi. Ovviamente gli interessi che si pagano sul debito detenuto dalla banca centrale ritornano allo Stato generando anche un circolo virtuoso dovuto al signoraggio. Il mondo, e Cottarelli, lo sa e addirittura apprezza.

Se applicassimo lo stesso ragionamento per l’Italia potremmo constatare che attualmente la Banca d’Italia detiene una quota del debito pubblico pari a circa 400 miliardi mentre circa 700 miliardi sono detenuti da istituzioni finanziarie nazionali. Il che ci metterebbe già sullo stesso piano contabile del Giappone, se solo il mondo e Cottarelli se ne accorgessero. Allora la domanda giusta potrebbe essere: “perché non se ne accorgono?”

Poi ci sarebbe la quota detenuta dalla Bce e quindi (cumulativamente), come per il Giappone, ci sono interessi che ritornano allo Stato italiano, il che potrebbe far pensare che questi interessi con i futuri titoli del Recovery Fund andranno persi. Non dico che ciò sia fondamentale, solo che a volte le nostre autorità ci dicono ciò che vogliono dirci omettendo ciò che non vogliono dirci o non vogliono che notiamo, sembra una banale considerazione ma è meglio considerarlo se poi si vuole comprendere davvero le grandi questioni nazionali.

(fonte: statistiche della Banca d’Italia – 15 gennaio 2020)

C’è poi il punto relativo al debito comprato dalle famiglie e quindi del reddito da interesse che rimane all’interno del circuito contrapposto a quello comprato dall’estero, che ovviamente impoverisce finanziariamente il paese che emette il debito (gli interessi vanno all’estero e il capitale è più a rischio perché meno controllabile). Ebbene qui il Giappone fa meglio di noi, infatti solo il 6% del suo debito va all’estero mentre l’1% va alle famiglie, dimostrando quindi di volerlo pienamente gestire sia dal punto di vista di attacchi valutari che inflazionistici. E’ lo Stato, in Giappone, che tiene sotto controllo la politica fiscale e monetaria. Anche qui il mondo osserva e apprezza.

L’Italia ha avuto l’evoluzione come dal grafico seguente, è passata dall’avere un debito estero del 4% nel 1988 al 32% nel 2018 per arrivare a superare i 700 miliardi alle soglie del 2020 (fonte: Statistiche della Banca d’Italia).

Le famiglie passano dal detenere il 57% nel 1988 al 6% del 2018. Quindi sale l’esposizione con l’estero e diminuisce con le famiglie. Una scelta pessima, alimentata dal fatto che in molti casi c’è stata una chiara volontà nello spingere queste ultime all’acquisto di obbligazioni e azioni bancarie allontanandole dai sicuri risparmi assicurati dai Titoli italiani, con le conseguenze che abbiamo visto tutti. Lo Stato, continuamente e secondo gli osservatori nazionali, sull’orlo del baratro ha continuato a tenere fede ai suoi impegni, mentre le banche fallivano lasciando disastri e disperazione. Oggi, costretti a combattere contro il Covid 19, torniamo ai “Bot people” per necessità.

Scelte sbagliate che nell’immaginario comune sono stranamente patrimonio dell’Italia tutta e non solo di quella parte politica che le ha fatte ed imposte, a volte senza neppure passare per il Parlamento. Tanto vero questo che quando, ad esempio, un Draghi qualsiasi fa una considerazione da studente di Liceo viene osannato invece che essere messo di fronte alle sue responsabilità politiche trentennali.

Draghi ‘avverte’ infatti che esiste un debito buono e un debito cattivo. Cioè non vanno bene le mancette ma ci vogliono investimenti, magari in ricerca e infrastrutture, geniale.

Noi però lo sospettavamo e qualcuno addirittura lo sapeva. Si era a conoscenza dell’esistenza di debito buono e debito cattivo, non per particolare bravura ma semplicemente perché bastava ascoltare altri economisti come ad esempio Richard Werner, per rimanere all’oggi, ma potremmo arrivare persino ad aver letto Silvio Gesell per scoprire che i riferimenti alla logica in economia partono da lontano. Ma di più alla portata, in fondo, c’erano anche Keynes e la Costituzione italiana a parlarci della bontà dell’intervento e del controllo statale, in particolare nei momenti di crisi, e degli investimenti e poi del lavoro e della ricerca. La spesa di oggi, diceva Milton Friedman (niente di meno!), farà raccogliere gli interessi alle generazioni future.

Invece la politica italiana ci ha voluto dare altro, l’indipendenza dei mercati, della finanza e delle banche centrali nonché uno stato spettatore più che attore, tranne poi chiamarlo a gran voce quando si è voluto convertire debiti privati in pubblici (per non far fallire banche e istituzioni finanziarie), trasferire gli errori dei singoli alle comunità (per non fargli perdere i bonus milionari) e ridare stabilità al sistema (cioè perché continuasse a trasferire ricchezza dal basso verso l’alto). Il tutto, ovviamente, dando fondo a i nostri risparmi.

La conclusione è che non serve confrontare ciò che non si può confrontare. Il Giappone ha un sistema totalmente diverso dal nostro, ha la possibilità di controllare l’emissione monetaria e la successiva immissione di denaro nel sistema, ha il controllo delle banche commerciali attraverso la sua Banca Centrale che ovviamente è controllata a sua volta dallo Stato, ha la possibilità di decidere autonomamente delle sue politiche economiche. Può quindi riformare ciò che ritiene di dover riformare e indirizzare fondi dove ritiene di doverli indirizzare, può stimolare oppure frenare, può dare soldi alle sue aziende per lo sviluppo e la ricerca, può finanziare le sue università e i suoi ospedali.

Ha, inoltre, dei politici che hanno probabilmente onore, senso dello Stato e del dovere verso i cittadini. Facile governare con tutti questi strumenti a disposizione.

Da questo elenco, cosa ha a disposizione e cosa può fare autonomamente l’Italia? Forse è di questo che si dovrebbe discutere per scoprire che non è semplicemente vero che loro sono bravi solo perché sono giapponesi ma sono bravi perché hanno scelto di essere e rimanere giapponesi pur accettando la complessità del mondo, mentre noi siamo cattivi perché non riusciamo ad essere italiani e inseguiamo il mondo senza capirlo. Nel tempo abbiamo preferito essere un tantino inglesi, francesi, americani e adesso persino tedeschi per avere una direzione. Abbiamo ceduto tutti gli strumenti di natura politica e decisionale per l’incapacità di essere semplicemente noi stessi, convincendoci che la mancanza di capacità dei nostri politici fosse quella di un intero popolo.

La politica non funziona, ma tutti vogliono i titoli italiani

Tutti vogliono i Bot e i Btp italiani. Successo nelle aste di ferragosto nonostante la politica continui a non funzionare.

Questa settimana ha visto interessanti spunti di riflessione dal punto di vista dell’emissione di Titoli di Stato. Il dodici agosto il Tesoro ha offerto sette miliardi in Bot annuali venduti in asta ad interesse negativo del -0,192% in calo rispetto al -0,124% offerto nell’ultima emissione del dieci luglio. Il rapporto di copertura è stato del 1,74 in quanto la domanda è stata di 12,2 miliardi, quindi ben superiore rispetto all’offerta.

Giovedì 13 agosto il Tesoro ha invece offerto dei Btp con scadenza a tre, sette e trent’anni, per un importo complessivo di 6,75 miliardi. Il rapporto di copertura è stato anche qui interessante e precisamente del 1,63, 1,43 e 1,39, di nuovo insomma la domanda di Titoli è stata superiore all’offerta.

Ancora una volta è dimostrato il fatto che l’Italia non ha problemi nel trovare finanziatori desiderosi di comprare il suo debito, anzi. Ma sullo sfondo di queste emissioni c’è ancora il Recovery Found e lo Sure e, di certo, non è sparito il Mes con il quale prima o poi ci indebiteremo, visto anche il nuovo posizionamento di Mario Monti all’Oms.

Certo qualcosina in più la paghiamo sugli interessi dei Btp rispetto a spagnoli o inglesi ma questo è dovuto al fatto che l’Italia ha un investment grade bbb-, quindi al fatto che le agenzie di rating, già riconosciute incapaci di dare giudizi seri dal 2008 in merito alla qualità dei debiti, continuano ad avere più credibilità di quanta ne meritino.

Agenzie di rating ma anche Banca Centrale Europea e coordinamento con le politiche fiscali dei Paesi intralciano il corretto andamento degli eventi economici e, di riflesso, condizionano negativamente le aspettative dei cittadini.

Le Banche Centrali “espandono” i loro bilanci e la Bce supera i seimila miliardi seguendo la Fed che ha superato i settemila. Tale espansione è dovuta soprattutto alle politiche di acquisto di Titoli sovrani con lo scopo di immettere liquidità nei sistemi economici in modo da aumentare la capacità di spesa dei cittadini (famiglie e imprese). Acquisti che regolano anche lo spread che si mantiene basso quando c’è in giro la certezza che lo farà davvero o in caso servisse farlo (memo: il “whatever it takes” di Draghi).

Purtroppo le news parlano ancora di recessione, segno che qualcosa non sta funzionando probabilmente perché la moneta da sola non basta. C’è necessità di piani, strategie e unità d’intenti soprattutto nell’eurozona dove le politiche monetarie non trovano il necessario supporto nelle politiche fiscali degli Stati, ognuno segue le sue idee e gli obiettivi non si incontrano. La Bce “produce” soldi mentre gli Stati non li controllano e non decidono correttamente come impiegarli, probabilmente perché non esiste un coordinamento chiaro tra le diverse politiche nazionali che tendono a tutelare interessi particolari piuttosto che quelli della comunità dei cittadini europei.

Insomma, il debito oscilla tra serio e falso problema perché i finanziatori ci sono sempre stati, e continuano ad esserci, dato che l’Italia rimane un buon posto dove investire (un Paese non è fatto di soli politici che ‘discutono’ e giornali che denigrano ma anche di persone che producono, inventano, crescono). Del resto gli investitori sanno che gli interessi dipendono dalle farlocche agenzie di rating americane e non realmente da possibilità di default, quindi mentre comprano sorridono sapendo che non le sostituiremo con serie agenzie europee.

Dietro (o davanti) rimane fondamentale il comportamento (nonché gli Statuti) delle banche centrali che andrebbero rese più dipendenti dalle necessità delle comunità e meno da quelle dei mercati. Per finire, la comunità degli stati europei dovrebbe lavorare seriamente per… la comunità e quindi adeguare le esigenze di spesa (politica fiscale) agli interessi comuni piuttosto che preoccuparsi degli spread e di imporre metodi di indebitamento graditi alle élite finanziarie.

DIARIO IN PUBBLICO
Professore? Titoli e scienza, un conflitto tutto italiano

Da una vita ho anteposto il titolo accademico al meno usato ‘signore’ che nella vita dovrebbe essere – assieme naturalmente a ‘signora’ – il più elegante modo per rivolgersi agli altri, includendo semmai – ma qui è questione di gusti – l’appellativo forse imbarazzante di ‘signorina’ che porta con sé ricordi dolorosi del secolo breve.
Non riesco perciò a capacitarmi della ridicola e sminuente polemica che ha coinvolto i professori Marattin Luigi e Borghi Aquilini Claudio che si sbattono in faccia l’uso legittimo e non del titolo. Che storia! Da sempre nella mia lunga esperienza ricordo l’insistenza con cui nel mio quieto cursus honorum i miei maestri con leggerezza m’interpellavano con il titolo dottore che come si sa nei malinconici festeggiamenti goliardici residui atavici di una goliardia goffa viene evocata per relegarlo in imbarazzanti buchi anatomici. Quindi il dottore che anche a menti poco propense risuona familiare solo per chi si prende cura del nostro corpo fino alle vette di professore che spetta agli dèi della medicina responsabili di reparti e cliniche, viene cancellato nella sottile diatriba per sottolineare la gravissima offesa di appropriarsi indebitamente del titolo aureo. Riportano i giornali che il duellante professor Marattin abbia così rimproverato il dottor (professor?) Borghi Aquilini. Cito dal Resto del carlino del 17.12.2019: «Lui – che per anni ha abusato del termine ‘professore’, essendo stato solo per pochi mesi docente a contratto e poi ovviamente rispedito al mittente – in accademia ci può entrare solo per portare i caffè, con tutto il rispetto ovviamente per chi fa il catering (molti dei quali conoscono l’economia meglio di lui)». A cui l’offeso risponde via twitter: «Informo di avere insegnato per otto anni – scrisse il leghista sul social – di non aver mai abusato di nulla e di non essere stato rispedito da nessuno».
Piccolo esempio di una vuotaggine di pensiero che colpisce anche i nostri più intraprendenti politici.
Si infittiscono poi i ricordi di molti famosi personaggi a cui l’accademia ha negato il titolo bramato e che lo indossano quasi per diritto di chiara fama, ma risulta un lieve peccato se si pensa come molto spesso quel riconoscimento sia frutto di intrighi accademici così comuni nel nostro insopportabile paese.

In un insperato e quasi incredibile incontro che ho avuto con un rappresentante dell’arma dei Carabinieri – che come molti sanno non sono famosi per coltivare l’attività della scienza umanistica ma altri e più fondamentali diritti e doveri – ho ritrovato quella eticità del sapere che molto spesso sfugge ai nostri illustri rappresentanti politici.
Mi reco dunque alla stazione dei Carabinieri per denunciare la perdita del foglio complementare della macchina. Vengo ricevuto da un elegantissimo e altissimo militare che mi ispira subito fiducia essendo io, come ho ribadito tante volte, attento alla fisiognomica. Mi chiede dunque la professione e rivelo dunque la mia. Vedo illuminarsi il suo viso e immediatamente mi chiede se poteva conversare con me, essendo lui un seguace della musa Clio e delle arti apollinee. E mi racconta della sua giovinezza fatta di duro lavoro e della impossibilità di iscriversi a qualche facoltà dopo il diploma di geometra. Del suo impiego nell’Arma. Delle sue due figlie, una amante della letteratura che coltiva con passione. Di avere perseguito il suo dovere ma anche le sue passioni letterarie.
E mi sono commosso. Se dunque il titolo rappresenta una condizione non si potrebbe allora chiamare ‘professore’ chi mi ha impartito una così nobile lezione?
Non facciamoci dunque del male ricordando che ‘A ciascuno il suo’ non è solo il titolo di un libro fondamentale nella cultura novecentesca, ma la speranza di una fondante dirittura di pensiero, al di là dei titoli.
Auguri dunque, signore e signori, sperando in un anno meno triste di quello che sta per concludersi.

La bufala: “In borsa bruciano i risparmi degli italiani”

Ogni volta che in borsa c’è una flessione i giornali gridano al disastro. La borsa brucia soldi e i risparmi degli italiani, questo il film che è andato in onda anche sabato 3 agosto e a cui i politici, soprattutto delle opposizioni, si sono aggrappati per addossare le colpe del presunto crollo alla maggioranza di turno. Del resto è uno schema che si ripete, si presume infatti che anche l’attuale maggioranza avrebbe utilizzato la notizia nello stesso modo a parti invertite. Nessun politico riesce a fare a meno di una buona fake news quando si tratta di aumentare il proprio consenso o screditare l’avversario.
In realtà, come sempre, si tratta proprio dell’ennesima bufala perché le borse sono per loro natura altalenanti. La flessione iniziata la prima settimana di agosto e proseguita parzialmente nella seconda, è stata causata solo in parte dalle faccende di casa nostra, basti pensare al susseguirsi dei tweet di Trump sul tormentone dei dazi alla Cina. Ma poi ci sono ogni giorno notizie che hanno il loro peso, dagli indici di crescita della produzione industriale in ogni paese del mondo a quella della pioggerellina che anticipa l’autunno in Giappone.
Di fatto la flessione della borsa di Milano è stata superiore al 3% ma non è stata l’unica. Ha interessato altri indici come il Dow Jones – 1,02, Msci World -3,05, Stoxx -3,35, S&P500 -0,83 e un po’ tutte le borse del mondo.
Siamo in crisi dunque a causa della borsa e si abbasseranno le nostre difese immunitarie? I dati dicono altro. La borsa di Milano ha aperto l’anno a 18.408 punti per salire (in maniera … altalenante) fino ai 21.250 punti proprio a ridosso di quel fatico venerdì 2 agosto. Un guadagno da inizio anno di oltre 2.840 punti, ovvero più del 15% senza che gli italiani ne fossero messi al corrente, si presume. Del resto i giornali non spiegavano come mai i loro risparmi erano diminuiti del 3% in un solo giorno senza essere però cresciuti del 15% nei sei mesi precedenti. Come mai, insomma, non abbiamo traccia del nostro 12% di guadagno uscito indenne dalla flessione delle borse di inizio agosto?
Torniamo alla realtà. C’è stata una flessione fisiologica che riguarda le borse e non i nostri risparmi che, tra l’altro, è già parzialmente in fase di recupero visto che la chiusura del 18 agosto era a 20.347 punti. Si torna dunque sopra quota 20.000 punti, il che fa ben sperare in una nuova onda al rialzo.
Dietro ogni titolo in borsa ovviamente c’è gente che lavora, aziende che producono e anche tanti speculatori che comprano azioni solo perché si attendono dei guadagni, cioè di fare soldi investendo altri soldi. E questo qualche volta li rende ricchi, come ha fatto con Warren Buffett o Soros, il più delle volte li impoverisce, ma sempre ed entrambi alterano l’economia reale.
Economia che come sappiamo è interconnessa, la produzione di un’area geografica si interfaccia con il consumo mondiale, i capitali circolano liberi e tutto questo rende i prezzi volatili, soggetti all’umore ballerino. In particolare è volatile il prezzo delle azioni che è stimolato in molti casi proprio dalla speculazione, dai tanti operatori che comprano o vendono per i più svariati motivi. Ci sono aziende che comprano migliaia di azioni proprie per non farne crollare il prezzo (buy back), oppure le rivendono per farlo crollare, a seconda dei loro interessi del momento. Poi ci sono aziende quotate in borsa che producono beni reali ma realizzano guadagni maggiori proprio dalla borsa e per questo vi dedicano maggiore attenzione. Più che a creare fabbriche per impiegare metalmeccanici.
Le borse mondiali, da inizio anno e al pari della borsa di Milano, hanno realizzato ampi margini di crescita, ad esempio in Europa Stoxx +10,98%), negli Stati Uniti S&P500 +16,84%; Dow Jones +12,80%. Ogni tanto lo si legge, ma a che serve del resto pontificare? I guadagni non sono per tutti, il risparmio degli italiani non aumenta quando la borsa cresce e allora lo si lascia correre. Meglio amplificare le flessioni, gli inciampi, per ricordare a tutti che il nostro destino è legato alla finanza e al denaro e che, se le cose dovessero andare male per qualcuno, noi tutti saremo chiamati a rimetterle a posto con i nostri risparmi.
Ma poiché in borsa si fa tanta speculazione e si crea denaro dal denaro, quindi dal nulla, se le cose andassero male ciò che noi dovremmo eventualmente ripagare, più che le perdite, sarebbe il mancato guadagno di pochi.
È solo il caso di ricordare, poi, che in borsa si “scommette” al rialzo (buy) ma anche al ribasso (sell), per cui, se gli indici di borsa vanno giù, perde solo chi ha puntato al rialzo mentre gli altri incassano. Di conseguenza in borsa c’è sempre chi vince e chi perde, i soldi si spostano e non si bruciano.

I continui autogol nella partita degli interessi sul debito

La partita ItaliavsBruxelles si è conclusa con un risultato non inedito, uno -0,4% che ribadisce un trend inaugurato in precedenza da Berlusconi e Renzi. Diversi premier dall’attacco scompaginato e nessun vero Ronaldo per sfondare la difesa della Commissione europea che invece è forte, ha in mano le leve del potere e non è disposta a cedere quando si tratta di scendere in campo contro l’Italia.
Quindi perché non prendere finalmente e definitivamente le sue indicazioni come leggi costituenti? Eviterebbe oltretutto di vedere i nostri Presidenti del Consiglio andare allo sbaraglio come dei novelli Don Chisciotte che poi tornano a casa con la coda tra le gambe.
Le manovre italiane, a differenza di quelle francesi, vanno realisticamente elaborate a ‘saldi invariati’, cioè devono essere sviluppate senza creare debito, all’interno di un sostanziale pareggio di bilancio. Lo Stato italiano è stato ridotto a comportarsi come il droghiere all’angolo, l’aberrazione Stato = famiglia in eurozona (e solo qui!) è realtà.
Allora accettiamo di essere in gabbia, che non siamo capaci di uscirne qualunque sia la guida politica, e proviamo pacatamente a partire dalla contabilità, quindi dall’ultimo Def, per capire cosa si potrebbe migliorare.

Come si vede dai riquadri in rosso, paghiamo e mettiamo in bilancio una cifra spropositata in interessi sul debito pubblico che, tra le tante cose, ci privano della possibilità di attuare politiche economiche autonome. I riquadri blu ci mostrano che la spesa diminuisce ogni anno rispetto a quanto entra da tasse e balzelli vari che sono invece rappresentati nei riquadri verdi.
Dall’avanzo primario (blu) si evince che lo Stato è un ‘buon padre di famiglia’ perché spende meno di quello che incassa ma, nonostante questo, continua a indebitarsi a causa degli interessi sugli interessi (rosso). Inoltre questi interessi non tendono a calare ma anzi si alzano a ogni minimo starnuto dell’economia mondiale, come abbiamo imparato dagli avvenimenti degli ultimi dieci anni, nonostante il papà chieda sempre più soldi alla sua famiglia (riquadri in verde).

La spesa per interessi è diventata la terza spesa dello Stato, subito dopo pensioni e sanità, e questo papà, per migliorare la situazione, accetta di andare a lavorare fino a 70 anni con una pensione più bassa ed evita di spendere in medicine. Propone poi alla moglie e ai figli la sua ricetta ‘miracolosa’ dicendo che in futuro staranno tutti molto meglio lavorando di più ed evitando di disturbare il pronto soccorso.
Ma come mai non pensa di agire sul debito che, invece, è l’unica spesa improduttiva per lui e la sua famiglia in quanto si sta indebitando da quarant’anni non per comprare l’auto, le scarpe, le palline per l’albero di Natale ma solo per pagare interessi sugli interessi?
Chiaramente il ragionamento è valido solo in contesto eurozona perché basterebbe avere una Banca Pubblica oppure che la Bce avesse voglia di continuare a comprare titoli di stato e allora il resto dell’articolo non avrebbe senso. Qui si cerca solo di evidenziare l’inerzia (o l’inezia) politica degli ultimi decenni e quindi si accetta che la situazione attuale sia scritta sulle tavole di Mosè, come del resto la Commissione europea sembra volerci far credere.

Dunque, fatta la necessaria premessa, riprendendo il discorso e rimanendo sulla contabilità, quale padre di famiglia va in banca per chiedere un mutuo e accetta la prima proposta che gli viene offerta? Penso nessuno, invece è più o meno quello che fa lo Stato italiano quando vende i sui titoli di Stato. Abbiamo infatti un sistema che prevede che tali debiti vengano in primis acquisiti dagli ‘specialisti dei titoli’ (mercato primario) e solo in seconda istanza da tutto il resto del mondo, cittadini compresi (mercato secondario). Dopo aver ristretto la possibilità di partecipazione alle aste e quindi aumentato la possibilità che aumentino gli interessi da pagare per mancanza di concorrenza, si stabilisce che il metodo da utilizzare per le vendite sia quello dell’asta marginale invece di quella competitiva.
Attualmente i ‘nostri’ specialisti sono i seguenti:

Banca Imi S.p.A
Barclays Bank Plc
Bnp Paribas
Citigroup Global Markets Ltd
Crédit Agricole Corp. Inv. Bank
Deutsche Bank A.G.
Goldman Sachs Int. Bank
Hsbc France
Ing Bank
Jp Morgan Securities Plc
Merrill Lynch Int
Monte dei Paschi di Siena Capital Services Banca per le Imprese S.p.A
Morgan Stanley & Co Int. Plc
NatWest Markets Plc
Nomura Int
Société Générale Inv. Banking
UniCredit S.p.A

Queste banche, per ricavare il massimo possibile, non hanno che da mettersi d’accordo sulle offerte da presentare, infatti l’asta marginale che dovranno affrontare funziona pressappoco così: se c’è una emissione per 200 miliardi di euro di btp e vengono richiesti lotti al tasso del 3%, del 4% e del 5%, alla fine tutti i lotti vengono assegnati per il tasso offerto sull’ultimo lotto, ovvero tutto il debito produrrà interessi futuri per il 5%.
In Germania vengono invece preferite le aste competitive, il che garantisce già di poter controllare meglio gli interessi. E se non vengono venduti tutti i titoli? In Italia si rifà l’asta, e si può immaginare con quali risultati sugli interessi, mentre in Germania interviene la Bundesbank che congela l’invenduto classificandolo come “conto future vendite”, non potendolo comprare sul mercato primario per le regole dell’eurozona, per poi collocarli con comodo sul mercato secondario.
Nelle ultime aste i nostri vicini hanno invitato le seguenti banche/Istituti:

Bnp Paribas S.A.
Commerzbank Aktiengesellschaft
Nomura International plc
Hsbc France S.A.
UniCredit Bank Ag
Deutsche Bank Aktiengesellschaft
Citigroup Global Markets Limited
Goldman Sachs International Bank
Barclays Bank Plc
J.P. Morgan Securities plc
Dz Bank Ag Deutsche Zentral-Genossenschaftsbank
Morgan Stanley & Co. International plc
The Royal Bank of Scotland plc
Société Générale S.A.
Merrill Lynch International
Danske Bank A/S
Crédit Agricole Corporate and Investment Bank
Landesbank Baden-Württemberg
Bankhaus Lampe Kg
Rabobank International
Banca Imi S.p.A.
Ing Bank N.V.
Abn Amro Bank N.V.
Landesbank Hessen-Thüringen Girozentrale
DekaBank Deutsche Girozentrale
Girozentrale Natixis
Ubs Limited
Norddeutsche Landesbank Girozentrale
Bayerische Landesbank
Jefferies International Limited
Banco Santander S.A.
Mizuho International plc
Nordea Bank Ab
Banco Bilbao Vizcaya Argentaria S.A.
Scotia Bank Europe plc
Oddo Bhf Aktiengesellschaft

Se sembrano di più e perché lo sono. 36 banche, più del doppio di quelle invitate dal Ministero del Tesoro italiano. A queste si aggiungono tutte le banche dei Lander e gli istituti centrali tedeschi.
Il nostro Stato sbaglia nello scegliere il tipo di asta, preferendo il sistema che fa salire gli interessi e accumulare conseguentemente più debito, e sbaglia invitando alle aste solo pochi competitors, falsando il mercato… a suo netto svantaggio.
Insomma, come dire, non abbiamo attaccanti che riescano a segnare nella porta avversaria ma neanche buoni difensori, visto che continuiamo a farci autogol.

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

Galeotto fu il titolo: l’analfabeta funzionale e la ‘damnatio lecturae’

Il 1 agosto 2017, alle ore 14, una testata giornalistica, per la precisione VareseNews, pubblica un articolo. Fin qui nulla di particolare, nemmeno nei contenuti, i quali riguardavano una decisione della nuova giunta comunale di Tradate di eliminare l’usanza di cantare l’Inno di Mameli agli inizi delle sedute. Anche l’atto compiuto dalla coalizione in carica, a maggioranza leghista, non ha nulla di eccezionale: la Lega, almeno quella presalviniana, è sempre stata un’accanita rivale del tricolore (basti pensare a quante ne ha dette Bossi sulla bandiera italiana). Ma un normale articolo che descrive un fatto coerente con una certa corrente di pensiero, messo alla mercé di “legioni di imbecilli” [cit. Umberto Eco] può creare un fenomeno che ha un nome e cognome: analfabetismo funzionale. Osservare questo avvenimento oggi non è così difficile: la connettività e la libertà e facilità di dare opinione creata dai social ha dato la possibilità a tutti di dire la propria.
Dovrebbe essere diversamente? Eco (sempre Umberto) diceva per esteso “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”. Ma è importante poterlo osservare questo analfabetismo e un interessante articolo di Dailybest che analizza ciò che è successo.

Dopo la pubblicazione sui social, l’invasione di commenti è stata alta e, solo dopo pochi minuti, ecco uscire i primi ‘legionari’. Si parte con i comunisti: le accuse vanno dal “lo sostituiranno con l inter nazionale” (esattamente scritto così) al “canteranno bella ciao…un saluto, anzi,un addio all italia….”. Assolutamente evidente la questione: i leghisti sarebbero diventati comunisti. Oppure queste persone hanno soltanto letto il titolo? Ma un antropologo ci spingerebbe ad approfondire: ed ecco arrivare i musulmani con il loro “inno”, poi ci sono le accuse alla Boldrini (arrivate dopo la scrittura dell’articolo del Daily), sospetti della sostituzione con l’inno del Ghana e chi più ne ha più ne metta. Qualcosa di assolutamente fuori da ogni logica per chi avesse quantomeno aperto l’articolo, che ben spiega il fatto accaduto. Ma qui avviene l’incredibile. Qualcuno la briga di leggerlo se l’è presa e subito prova a riportare alla realtà dei fatti gli accusatori, facendo notare che chi ha preso questa decisione sicuramente non è di sinistra, amico di Renzi o della Boldrini e sicuramente non sostituirebbe l’Inno italiano con uno musulmano (che per chiarezza non esiste) o con quello del Ghana. Arrivati a questo punto qualsiasi tipo di scelta di un essere che abbia quanto meno a cuore la propria faccia imporrebbe di fare ammenda e chiedere scusa oppure, molto più saggiamente, eliminare il commento e dedicarsi a un po’ di silenzio, magari leggendo l’articolo.
L’analfabeta funzionale invece no: messo davanti al proprio errore, insiste, anzi arriva anche ad accusare il censore. E volano così le incriminazioni di collusione tra Lega Nord e comunisti, con i soliti “sono tutti uguali”. C’è chi colto in fallo va oltre, persino dopo gli avvisi del giornale stesso, che invita a leggere l’articolo prima di commentare (nel 2017 siamo ridotti a questo), e accusa il giornale stesso o il giornalismo in generale: la colpa sarebbe di fare dei titoli fuorvianti oppure sensazionalistici. Ma a questo punto la domanda sorge spontanea: con titoli del genere almeno lo si aprirebbe l’articolo?

Tutto questo fa riflettere: la comunicazione dove sta andando? Serve ancora cercare di fare del buon giornalismo e perdere ore per scrivere un buon articolo, o basta fare un titolo? Le risposte sarebbero semplici, ma non scontate.La questione c’è ed è seria.
Che l’informazione abbia un problema è chiaro, la figuraccia ‘Trump’ è una ferita ancora aperta, ma non può essere una giustificazione a un comportamento di massa come quello dell’analfabetismo funzionale, che crea conseguenze e ricadute nel reale come creazioni di bufale, false notizie, pseudoscienza, allarmismi (è di pochi giorni fa quello di una prossima ‘èra glaciale’) o addirittura, quando si esagera, il voler scavalcare le voci ufficiali. Su quest’ultimo punto è emblematico chi, dopo un terremoto accusa l’Ingv di abbassare la magnitudo di un sisma perché così lo Stato non pagherebbe i danni. E la conseguenza è grave perché il suddetto istituto è spesso costretto a rettificare il perché la magnitudo si può modificare. Ma l’analfabetismo ha fatto altri danni: meteorologi accusati di non aver previsto abbondanti nevicate quando semplicemente non si sanno interpretare i dati legati ai millimetri indicati sulle previsioni, scienziati che nasconderebbero la realtà dietro le ‘scie chimiche’, per non parlare delle improbabili ‘scoperte nascoste’ nel campo della cura dei tumori.

Insomma un mondo, quello dell’analfabeta funzionale, che è cresciuto a dismisura con la libertà data dai social. Libertà che non può e non deve essere tolta, ma che assolutamente va ‘educata’: chi usufruisce di simili strumenti deve essere educato a leggere ciò che si scrive, cercare di capirlo, capire se è un sito affidabile o meno e, soprattutto, non fermarsi al solo titolo di un articolo. Questo è un problema che si dovrebbe affrontare sin dalla scuola, che deve fare i conti con una realtà cambiata e sempre più interattiva, una realtà dove i robot parlano tra loro in lingue incomprensibili, come incomprensibili resteranno i testi dietro a titoli non aperti.

I giochi della finanza e i rischi per l’economia reale

Le borse funzionano facendo affidamento sulla leva continua, cioè sull’idea che il valore dei titoli alla fine cresca sempre, e questo nonostante gli insegnamenti della storia, crolli del 1929 e del 2007 compresi.
L’oramai mito secondo cui le aziende si quotano in borsa per racimolare fondi al fine di aumentare la loro liquidità da utilizzare in investimenti è ampiamente smentito dai fatti. Nei fatti sono invece le borse che racimolano soldi dalle aziende, togliendoli a investimenti in economia reale, frenando la ripresa e alimentando le bolle.
Dal 2007 al 2015, per nove anni, le imprese quotate a Milano hanno infatti raccolto a Piazza Affari meno di 80 miliardi di euro mediante aumenti di capitale e Ipo, ma hanno restituito circa 190 miliardi attraverso dividendi, buyback e Opa (fonte: Il sole24ore).
In pratica significa che molti soldi, la differenza, sono finiti dalle aziende ai mercati finanziari italiani e ovviamente stranieri in quanto a Piazza Affari gli investitori sono internazionali. Quindi, in un periodo di vacche magre in termini di moneta circolante, altre risorse spostate dall’economia reale ai giochi della finanza, che purtroppo giochi innocenti non sono.

Negli Stati Uniti il fenomeno è ovviamente amplificato, in particolare in tema di buy back, infatti secondo le stime di William Lazonick della Harvard Business Review, le aziende quotate a Wall Street tra il 2003 e il 2012 hanno usato il 54% degli utili per ricomprare le proprie azioni in Borsa e il 37% per pagare dividendi (fonte: Ilsole24ore).
Ma perché è così importante in questo contesto il tema del buy back? Che tradotto vuol dire che le aziende ricomprano i loro titoli sul mercato? Perché ricorda molto quanto successo nel 1929, quando la corsa al rialzo dei titoli portò al disastro che conosciamo. A quel tempo, infatti, si usciva dal fenomeno delle lottizzazioni della Florida che aveva visto speculatori di ogni sorta comprare per anni terreni mai neppure visti in cartolina soltanto per poterli rivendere a prezzo maggiorato.
Anche questo giochino durò fino a quando la logica si stufò e il crollo nelle quotazioni riportò alla realtà dei terreni acquitrinosi e ai quattro soldi del valore iniziale. Poi ci fu il crollo di Wall Street e del sogno per cui un titolo poteva solo aumentare di valore. Ci si risvegliò anche lì all’improvviso per imprecisate motivazioni e con conseguente Grande Depressione che, del resto, poco aveva a che fare con quel crollo.
Lasciando da parte la storia, che come dicono quelli seri “insegna ma non ha scolari”, l’agonia fu portata avanti proprio con il trucchetto del ricomprarsi le proprie azioni per tenere alto il loro valore. In borsa vale la fiducia nella crescita ed evitare dubbi generati da un crollo delle vendite è uno dei motivi che può far crollare il sistema. Il buy back è uno dei metodi per non farlo accadere, o meglio per ritardarlo. E’ anche sintomo però che qualcosa comincia ad incepparsi, almeno nel mondo della finanza.
Nel nostro, dovrebbe essere invece l’esempio delle assurdità sulle quali si fonda la nostra idea di economia. Un’azienda non va in borsa per cercare capitali per le sue attività reali, ma per speculare sui suoi stessi titoli e far arrivare maggior dividendi agli azionisti e guadagni agli amministratori.
Il punto è che non siamo tutti azionisti né tantomeno amministratori e magari vorremmo vivere di economia reale (pomodori), invece ci tocca non solo assistere inermi ma poi, quando il gioco finisce, ci tocca anche rimettere insieme i cocci. Pure nel 1929 non erano tutti azionisti, anzi. Si calcolavano all’incirca 600.000 possessori di azioni e molti, ma molti di meno, erano puri speculatori, eppure tutti si dovettero sobbarcare, in un modo o nell’altro, le conseguenze delle azioni di quei pochi.
Tutto uguale oggi. Chi gioca guadagna in tempi di boom e festeggia le sue vincite, quando poi c’è la crisi la maggioranza deve accettare le politiche di austerità che portano altri guadagni sempre agli stessi giocatori determinando conseguenze tipo che 85 persone nel mondo hanno quanto 3,5 miliardi di persone, oppure che una decina di multinazionali fanno il pil di 180 nazioni.

Intervista al professor Cesaratto: “La disoccupazione si combatte meglio con una moneta e uno stato sovrano”

Di seguito l’intervista al prof. Sergio Cesaratto dell’Università degli Studi di Siena e autore del libro “Sei lezioni di economia – Conoscenze necessarie per capire la crisi (e come uscirne)”, Imprimatur, 2016.
L’austerità è causata dal debito pubblico o dai deficit esteri? E questi interagiscono con l’occupazione? Le politiche monetarie e la moneta, le politiche keynesiane e il neoliberismo, il capitalismo, il socialismo e i politici che leggono poco, il ruolo della Germania nel mondo oltre che in Europa e gli Stati Uniti, il professor Cesaratto ha accettato una lunga chiacchierata su questi temi.
In fondo all’articolo l’intervista è scaricabile in pdf.

Professore, a chi si rivolge il suo libro?
A tutti. Naturalmente a chi voglia fare un minimo di fatica. Non solo agli economisti di professione ma anche ai cittadini che in questi anni si sono resi conto che bisognava capire meglio quello che stava accadendo. Il libro si rivolge naturalmente anche agli studenti che scoprono un mondo nuovo, si rendono conto che esiste anche una analisi economica alternativa, poi ci sono i giornalisti, quindi un po’ a tutti direi. Chi si riesce a penetrare di meno sono i politici, un po’ forse perché non leggono, anche se debbo dire che D’Attorre, Fassina, Ferrero o altri magari lo fanno ma lì, nel mondo della politica, è più difficile, non sono abituati a leggere probabilmente.

Lei mi ha nominato tutti politici dell’area di sinistra.
Guardi io non ho tanta fiducia nei politici della sinistra ma ancor meno nei politici della destra per tantissimi motivi, insomma. Non ho fiducia nella maggior parte della sinistra. Totalmente disastrosa, insegue dei principi astratti, si sta allontanando sempre di più dalla gente normale. È elitaria, cosmopolita, fondamentalmente neoliberista.
In Italia non abbiamo nemmeno però la Le Pen che viene da una tradizione francese che vede al centro lo stato, l’intervento pubblico. In Italia abbiamo Salvini che insieme ai suoi economisti di riferimento sono molto liberisti e penso che lui, come anche la Meloni, sia interessato a rimettersi con Berlusconi e ritornare al Governo. Non ho nessuna fiducia politica né nelle loro idee ne in quello che presumibilmente farebbero se fossero eletti al Governo.
Ho pochissima fiducia anche nella cosiddetta sinistra però, come dire, quello è il mio mondo. In ogni caso sono disposto a parlare con tutti.

Torniamo al libro per parlare del sovrappiù, quella parte di produzione che eccede il consumo o i bisogni immediati. Ricardo lo enuncia come contrasto tra capitalisti terrieri e industriali, poi viene ripreso da Marx per diventare motivo del contendere tra lavoratori e capitalisti, perché secondo Marx questi ultimi se ne appropriano togliendolo ai lavoratori che lo hanno creato. Si arriva a Keynes dopo la crisi del ’29 e si passa alla domanda aggregata come concetto macroeconomico di termometro del benessere collettivo, della distribuzione del reddito. Perché se c’è una buona domanda aggregata, cioè se la gente spende, acquista, vuol dire che ne ha la possibilità, che il sovrappiù è stato distribuito a tutti e viene utilizzato spendendo, comprando più beni. Se la spesa si contrae e con essa la domanda aggregata, allora è un sintomo che qualcosa non va nell’economia e nella distribuzione del reddito.
Assolutamente sì.

Monti però in un’intervista alla CNN dichiarò che il suo governo stava distruggendo la domanda aggregata, quindi di fatto cosa voleva fare, aumentare le disuguaglianze?
Beh sicuramente è strutturale all’economia di mercato che, da un lato, chi ha il controllo dell’economia, semplificando i capitalisti, è interessato a che il sistema sia diseguale, quindi salari bassi e profitti alti. Naturalmente, non è che siano sciocchi e in certe fasi sono anche disponibili a ricorrere a Keynes e anche Monti conosce Keynes, ovviamente, e sa anche come stanno le cose.
Sono ricorsi a Keynes per due o tre decenni dopo la 2^ Guerra Mondiale. In quel periodo c’era la sfida sovietica e quindi il capitalismo doveva funzionare, ed essere anche eticamente presentabile, si estese la giustizia sociale, si stimolò la domanda. Quando la sfida sovietica è venuta meno il capitalismo è tornato alla faccia cattiva.
Gli Stati Uniti, ma anche la Cina, hanno adottato politiche Keynesiane per uscire dalla crisi, certo non dal punto di vista della distribuzione del reddito ma comunque hanno fatto spesa pubblica, infrastrutture e quant’altro.
Purtroppo in Europa abbiamo la Germania che è legata tenacemente ad un modello che non sostiene la propria domanda interna ma si basa sull’espansione della domanda negli altri paesi, a maggior ragione se questi sostenendo la propria la domanda interna creano lavoro e occupazione lasciando crescere i salari. In tal modo la Germania guadagna competitività. La Germania è il vero scandalo europeo, il vero impedimento ad una vera unificazione. Senza, forse, l’Europa si sarebbe unificata magari a guida Francese. I francesi certo non sono dei santi, e lo testimonia il loro operato in Libia, però forse con francesi e inglesi ci si ragiona un po’ di più mentre con i tedeschi ragionare è impossibile.

Un’Europa a guida tedesca non sembra un buon affare. Nel capitolo IV del suo libro Lei dice che Mitterand dovette abbandonare l’idea di fare una politica estera accomodante e cooperativa perché i tedeschi non rinunciavano a un mercantilismo spinto. Come ci si difende dagli esportatori di professione, e senza unione monetaria pensa sarebbe più facile?
Certo. La flessibilità del cambio è una forma di difesa. Mettersi con i tedeschi è pericoloso, Federico Caffè (un grande abruzzese!) diceva “mai con i tedeschi”. Anche la Banca d’Italia prima del disastro della guida Ciampi, e con Visco ancora peggio, era contro l’euro. La Germania era un problema anche prima dell’euro, negli anni ’50 perseguiva lo stesso modello appoggiandosi ai cambi fissi concordati nel 1944 a Bretton Woods. Lasciava fare il keynesismo agli altri e lei si lasciava guidare dalle esportazioni.
Subito dopo la guerra di Corea si creò un boom di domanda. Sfruttando le sue capacità tecnologiche, perché anche se l’industria all’epoca era distrutta aveva i suoi ingegneri, il surplus commerciale tedesco raggiunse subito un volume che negli anni ’50 un autore definì grottesco. Quindi la storia è vecchia, la Germania è il problema dell’economia mondiale e non è un paese cooperativo. E non è nemmeno un paese imperiale nel senso buono, quelle di cui ha bisogno il mondo, come gli Stati uniti nel secondo dopoguerra e come lo era l’Impero Romano. Un impero deve dare garanzia di pace e sicurezza e fare da “demand of last resort”, avere quindi un mercato interno che sostenga l’economia mondiale.
Gli Stati Uniti lo hanno fatto e lo fanno, hanno la moneta di riserva per eccellenza e quindi tutti accettano di essere pagati in dollari. Tutti acquisiscono dollari ma vendono nel mercato americano, l’impero deve fare così, la Germania è una pessima potenza imperiale. E’ un impero nel senso più deteriore, non dà una leadership ma opprime.

Quindi il problema della Germania è che vuole solo vendere e non comprare. Lascia fare il keynesismo agli altri perché non è interessato alla propria domanda interna, vuole vendere i suoi prodotti all’estero e se gli altri paesi si sviluppano possono comprargliene di più e questo gli sta bene, ma non si preoccupa nemmeno di deprimerli come fa nel mercato dell’eurozona. Quindi approfitta del presente ma non crea le condizioni per il futuro dimostrando oltretutto di non avere visione e un Paese senza visione non può esercitare una leadership credibile.
Gli Stati uniti possono comprare i prodotti esteri potendo pagare con i dollari, e questo va benissimo. Certo bisogna dire che il capitalismo è una forma economica del tutto irrazionale. La forma economica razionale sarebbe il socialismo che a sua volta ha dimostrato una serie di problemi, è fallito per altre ragioni. È vero che il capitalismo, nella sua irrazionalità, qualcosa ti dà in cambio, è basato sull’egoismo e l’egoismo qualcosa ti porta, fa leva su una parte dell’indole umana non particolarmente encomiabile, cioè l’egoismo individuale. Il socialismo paradossalmente fallisce perché l’egoismo purtroppo viene fuori anche lì, magari c’è la piena occupazione, ma la gente, sicura del “posto”, non vuole lavorare. Un grande problema il socialismo, se dovessi scrivere un altro libro, un altro capitolo lo dedicherei ai problemi del socialismo.
Il problema è che oggi non c’è un’alternativa al capitalismo di conseguenza capire le difficoltà del socialismo è molto importante. Non si capisce perché le vicende umane, il nostro stesso benessere, devono essere guidate da un meccanismo esterno alla nostra volontà e alla nostra ragione, che fanno leva sull’egoismo. Qualcosa di meglio, in fondo, si potrebbe trovare.

Euro sì euro no, mi sembra ci sia indecisione nello stesso mondo accademico. Anche chi come lei non è un fautore della moneta unica non mi sembra proponga una risposta chiara.
Ammetto di sfuggire un po’ a questo problema. L’euro potrebbe cadere se Draghi interrompesse il sostegno ai titoli pubblici attraverso il Quantitative Easing, gli interessi sui titoli italiano risalirebbero a livelli insostenibili e allora dovremmo decidere se uscire o accettare la troika, una deriva Greca quindi, se non peggio. Li sarà la gente a decidere se accettare la troika e finire in una maniera terribile o a quel punto l’alternativa sarebbe affrontare le difficoltà di una rottura con l’euro.
Non lo so se l’euro è destinato a rompersi o meno, comunque vedevo stamattina un articolo su un giornale importante (17 febbraio n.d.r.) che raccontava che le famiglie greche sono oramai al collasso, affidano i figli a istituti di carità.

Qualche economista pensa che una svalutazione dovuta ad un’uscita dalla moneta unica e conseguente ritorno ad una moneta nazionale potrebbe far crollare i salari. Lei cosa ne pensa?
Direi che questi stanno crollando anche adesso e crollano fondamentalmente per due ragioni: la prima è che i salari reali sono diminuiti e in secondo luogo perché c’è disoccupazione. Io non guardo al salario ma guardo al reddito complessivo di una famiglia, se prima lavoravano padre, madre e il figlio maggiorenne, adesso lavora solo la madre (magari ad orario ridotto), quindi il reddito delle famiglie nel suo insieme è crollato. Allora come diceva giustamente Bagnai sul Financial Times, e credo che riprenda il mio pensiero, può darsi pure che la svalutazione, almeno all’inizio, incida negativamente sui salari reali, però se favorisce l’occupazione i redditi delle famiglie aumentano, cioè aumenta il complesso dei salari reali delle famiglie (cioè la capacità di acquisto n.d.r.). Quando riprende l’occupazione, l’ammontare dei redditi che va alle famiglie aumenta.
Se l’economia riprende ad espandersi finalmente riprende, la produttività che adesso langue per mancanza di domanda che a sua volta fa marciare le imprese a ritmi ridotti. Riprende la produttività e poi riprenderanno anche i salari reali.

Quindi non è una svalutazione che provoca una diminuzione dei salari ma la volontà (o la necessità) di volersi sviluppare attraverso le esportazioni, cioè compressione salariale per essere competitivi.
Se vuoi acquistare competitività verso l’esterno devi contemplare anche una diminuzione salariale, può darsi, almeno nel breve periodo, però se riprende l’occupazione riprendono i redditi delle famiglie. Magari il padre lavora, la madre guadagna un po’ di meno di prima, ma lavora a tempo pieno e il figlio magari part time ma lavora, insomma riprende tutto. E non è che questo è un modello “export led”, vuol dire solo che riprendere la competitività esterna ti consente di espandere poi la domanda interna utilizzando la politica fiscale senza incorrere appunto nel vincolo estero. Stai esportando di più quindi puoi anche permetterti di importare di più e abbassare le tasse.

Volendo sintetizzare il suo ragionamento direi così: all’inizio comprimo i salari per essere più competitivo e poter esportare di più. Accumulo soldi per poter spendere e comprare all’estero e quando la bilancia dei pagamenti sarà in equilibrio potrò utilizzare la leva fiscale, cioè potrò abbassare le tasse, per lasciare più soldi ai cittadini da spendere e aumentare così la domanda interna.
No, più che alla diminuzione dell’imposizione fiscale penso a una espansione della spesa pubblica (che ha anche la forma di salario indiretto ovvero di servizi sociali). Circa i salari reali, questi devono assolutamente crescere nel lungo periodo per sostenere la domanda.

Lei parla anche del Quantitative Easing, operazione della BCE attraverso la quale vengono comprati i titoli di stato dei paesi dell’eurozona e quindi anche i BTP italiani. Questa operazione dovrebbe servire a diminuire i debiti degli stati attraverso quello che in contabilità si chiama consolidamento. A marzo sono stati acquistati un totale ormai di 233 miliardi di titoli, verranno quindi consolidati e cioè stracciati e scalati dai 2.228 miliardi di debito pubblico contabilizzato?
Sì, in via di principio è così. Anche se non venissero comprati più titoli di debito pubblico non è che la Banca d’Italia si mette a rivendere quelli comprati. E questo è un consolidamento. C’è anche da dire poi che è vero che si pagano degli interessi su questi titoli ma una parte ritornano indietro al Tesoro.

Sì ma il debito pubblico reale dovrebbe essere più basso di quello indicato, al di là degli interessi pagati o incassati per opera del cosiddetto signoraggio. Una volta ricomprato il debito, i titoli che lo attestavano dovrebbero essere eliminati.
Certo, se la banca centrale appartiene allo Stato, emette liquidità, si ricompra i titoli e quindi li può stracciare. Se ha ricomprato 233 miliardi di titoli questi non fanno più parte del debito pubblico. In realtà la BCE potrebbe ricomprarsi tutto il debito, certo è chiaro che si crea liquidità e non è che questo è senza problemi.

Come dire, si può fare ma va fatto con criterio. Altrimenti la liquidità creata creerebbe inflazione?
Chi possedeva i titoli non è che spenderebbe la liquidità ricevuta, perché chi aveva i titoli li acquistati per investire dei risparmi, impiegando dunque dei quattrini che non aveva intenzione di spendere. Nel momento che li riavesse indietro, evidentemente continuerà a non volerli spendere. Quindi l’idea che si inonda il mercato di liquidità, che la gente spende e si crea inflazione non è fondata. Le persone che non avevano intenzione di spendere dei fondi prima, non li spenderanno dopo.
Certo questo potrebbe portare squilibri a vario titolo. Ci sono rischi sia con il QE americano che con quello europeo perché questa liquidità spesso finisce nei mercati dei paesi emergenti, fondi pensione, fondi comuni, mercati in cui i rendimenti sono più alti. Questo potrebbe portare ad una svalutazione di dollaro ed euro e ad una rivalutazione delle valute di quei paesi che si ritroverebbero monete forti che danneggiano la loro competitività. In più questa abbondanza di liquidità in questi mercati può creare bolle speculative, un esempio classico sono le bolle edilizie. Quindi paradossalmente il nostro Q.E. può essere un problema per i paesi emergenti mentre per noi rappresenta parte della soluzione.

Funzionerebbe meglio per il sistema e a livello macroeconomico se la liquidità immessa col QE fosse utilizzata per acquistare titoli deteriorati o di aziende a rischio fallimento?
Di quali aziende, con quali criteri selettivi… in effetti il QE è stato esteso alle grandi corporation, però qui entriamo un po’ nel libero arbitrio. Di fatto è già stato esteso. Comunque la Banca Centrale potrebbe benissimo intervenire per sistemare le banche a rischio fallimento, comprare i titoli tossici insomma.

Direi che non mi sembra poco. Adottare una soluzione del genere, che quindi mi sembra di capire sia possibile, risolverebbe i problemi di tanti risparmiatori e darebbe più fiducia al sistema bancario. Il QE dimostra, comunque, che è possibile stampare moneta senza necessariamente creare inflazione e rispettando determinati criteri. Che è possibile monetizzare il debito degli stati e che quindi in questo modo il debito pubblico potrebbe essere sotto controllo.
Da un punto di vista keynesiano lo Stato prima spende e poi raccoglie le tasse o i risparmi dei cittadini (se le imposte fossero sufficienti). Però prima lo Stato spende, crea moneta, e da un punto di vista keynesiano deve essere così. Poi quando riscuote le imposte, ritira questa moneta, quindi non è che questa moneta aumenta ogni anno di più proprio perché con l’imposizione fiscale la ritira. Questo è assolutamente vero in generale però qual è il punto, e questo anche per rispondere alle idee della MMT, qual è il limite della spesa pubblica finanziata dalla Banca Centrale attraverso la stampa della moneta? Il vincolo estero!
Vale a dire che, a meno di essere gli Stati Uniti, va benissimo spendere anche facendosi finanziare dalla banca centrale per sostenere la domanda e l’occupazione, ma se cresce troppo la domanda interna questo conduce ad importazioni troppo forti dall’estero e questo comporta indebitamento. La MMT ritiene che si possano pagare le importazioni in lire e questa è un’assoluta falsità, che illude qualche migliaio di persone che seguono la MMT.
Certo possiamo fatturare in lire ma dobbiamo garantire che la lira sia convertibile in moneta di riserva, dollari o monete forti, quindi questo è il limite a cui bisogna stare molto attenti, che non vuol dire che per crescere non ci si possa indebitare con l’estero, però deve farlo entro limiti molto forti.
Quindi è vera una parte dell’affermazione, lo Stato può benissimo spendere finanziandosi presso la banca centrale ma attenzione, un limite c’è insomma.

Si però immagino che questo limite sia più forte nel momento in cui si parli di uno stato debole, con poca capacità produttiva.
Beh storicamente l’Italia, ma anche la Francia hanno incontrato dei limiti.

Non mi sembra che abbiamo avuto storicamente grandi problemi con la bilancia dei pagamenti, direi che siamo sempre stati in grado di affrontare anche le situazioni più drammatiche come le due crisi petrolifere degli anni ‘70.
Possono permettersi di finanziarsi in questo modo Stati Uniti, i paesi di origine anglosassone, forse meno la Gran Bretagna, più il Canada, la Nuova Zelanda, l’Australia perché sono paesi affidabili, hanno un sacco di risorse naturali. La loro moneta è abbastanza accettata anche se sono in disavanzo estero e questo non è sostenibile per tutto il resto dei paesi del mondo. Punto. La MMT può raccontare quello che gli pare e piace, io ho messo sul blog una sorta di settima lezione del libro su questo argomento perché Wray, Mosler e altri scrivono spesso tutto e il contrario di tutto, e con chi usa questo metodo poi è difficile anche discutere.
Io mi sento a disagio con alcuni degli “economisti” che impazzano sul web, spesso improvvisatori e autodidatti. Ci vogliono studi solidi e maestri.

Lascio aperto il discorso esportazioni e capacità dell’Italia di tenere in equilibrio la bilancia dei pagamenti, magari merita un approfondimento. Chi è il più improvvisatore?
Non facciamo nomi

Va bene. Mi chiedo e le chiedo: se è possibile monetizzare il debito, se una banca centrale può comprare titoli degli stati e quindi il suo debito, allora perché non lo fa? Immagino perché tenendo alta la paura del debito pubblico nelle persone, si rendono lecite tutte le politiche di austerity, alta tassazione, calo dei servizi e via dicendo.
L’austerità ha come strumento l’abbattimento del debito pubblico, ma il vero obiettivo dell’austerità è il debito estero. In questo modo i paesi riducono le loro importazioni, quindi una parte del loro disavanzo commerciale, e segnatamente le partite correnti, e cominciano a restituire o comunque non aumentano ulteriormente il loro debito estero. È questo che si vuole tenere sotto controllo.
In un certo senso è anche ragionevole, ma dipende dal contesto. È da ricordare che il debito italiano è piccolo, il debito estero della spagna è molto più grande. Il nostro debito netto è il 25% del PIL, la Spagna il 90%. La Spagna ha un debito privato elevato e un debito estero elevato. In linea di principio è messa peggio dell’Italia. Però siccome la Spagna ha fatto riforme del lavoro più feroci di quelle italiane la Commissione Europea è più accomodante. E questo le permette di fare politiche in disavanzo senza incorrere in procedure per levato deficit, come invece succede a noi.

Professore, ha senso la frase “non ci sono soldi”?
Come dicevamo sopra, se avessimo una banca centrale i soldi ci sarebbero per definizione, con i limiti del vincolo dell’indebitamento estero. Non possiamo pensare di espandere la domanda interna e cominciare a importare dall’estero e indebitarci. I soldi li creiamo noi ma se cominciamo ad importare troppo poi non possiamo pagare utilizzando questi stessi soldi, abbiamo bisogno che ci prestino altre valute, che ci prestino dollari, valute di riserva. Possiamo anche fatturare in lire, certo, ma la gente si confonde, il seguace della MMT dice: noi possiamo fatturare in lire. Certo! Basta però che assicuri la convertibilità della lira. Che chi è pagato in lire possa rivolgersi a quello che una volta si chiamava ufficio italiano dei cambi, una branca della banca d’Italia, che possa cambiare i tuoi soldi in dollari. Ci può essere un po’ di flessibilità ma un po’ di dollari li devi avere.

La MMT considera troppo poco l’importanza delle banche commerciali nella creazione del denaro/credito?
Questo non saprei, ma protendo più per il no. Anzi siamo d’accordo con il fatto che la creazione di credito da parte delle banche vada tenuta sotto controllo se no si creano queste bolle che descrive Minsky che è il loro economista di riferimento e spiega le bolle edilizie o finanziarie che poi si trasformano in crisi conseguenti. Siamo d’accordo che queste attività, la creazione della moneta bancaria, il credito, vadano tenute sotto controllo.

La disoccupazione si combatte meglio con una moneta e uno stato sovrano?
Naturalmente.

Pdf dell’intervista:
intervista-cesaratto

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