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PRESTO DI MATTINA
Identità narrabili

Identità nascoste.

«”La gente, chi dice che io sia?. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti”. Ed egli domandava loro: “Ma voi, chi dite che io sia?” Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo (Messia)”. E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.» (Mc 8,27).

La buona notizia di Gesù, il segreto nascosto nella sua identità, ciò che il suo nome rivela e cela allo stesso tempo, strada facendo nell’intreccio e nel dispiegarsi della vita, viene alla luce poco alla volta nelle narrazioni dei vangeli, nel manifestarsi del suo agire, di un fare continuamente in relazione alle persone che incontrava.

È il principiarsi, l’accadere di una storia narrante e sempre di nuovo narrata, in cammino e facentesi nell’intreccio con altre storie, di cui forma la trama, il disegno delle libertà, in un ri-gioco narrante.

Ogni volta, ogni incontro, un giorno dopo l’altro, è qualcosa della sua identità che affiora per nascondersi subito dopo, perché la ricerca del “chi sia lui” non si fermi, ma continui oltre, persino quando è lui stesso a dire di sé e della sua missione di essere il “Figlio dell’uomo“, ispirandosi alla figura nella visione del profeta Ezechiele. Identità questa ad un tempo solidale con noi in umanità e con Colui che lo ha mandato a fare grazia, a inaugurare il tempo ultimo della grazia che va scoprendo, vivendo tra la gente.

L’altro, lo Spirito del Signore, l’ispiratore delle storie di Dio tra gli uomini, sceso di nuovo su Gesù nella sinagoga di Cafarnao, come al battesimo, gli rivelò la sua identità filiale, di unigenito così ora, nelle scritture aperte, gli racconta le storie che lo hanno preceduto, l’identità nascosta in quella sua storia nuova di umanità, iniziata a Betlemme e disvelata in un nuovo capitolo a Cafarnao: «Lo Spirito mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 11,18).

Il segreto del suo bel nome si saprà solo alla fine nel vangelo narrante di Marco: un nome fatto di diversi nomi susseguenti fino all’ultimo (‘titoli cristologici’ li chiamano i biblisti; come sementi dolcissime nell’unica melagrana cristologica – penso io – del bel nome di ‘Gesù’).

Altrettante identità nascoste scopriranno i suoi discepoli interrogando le scritture alla luce dello Spirito del crocifisso-risorto, dopo la Pasqua, iniziando proprio dalla confessione di Pietro, nel versetto citato sopra.

Egli vorrebbe fermarsi a quello che ha scoperto: il ‘Messia vittorioso’, perché dell’altra identità quella di ‘Figlio dell’uomo’ – che rivela il modo di Gesù di attuare la sua messianicità nella forma del ‘Servo sofferente di Jahvé’ preconizzato nei canti di Isaia – proprio non ne voleva sapere, né lui né gli altri, perché rivelativa di debolezza, dolore, rifiuto, consegna di sé, accettazione di un ingiusto destino. Non era ancora pronto a narrare di Gesù: «il Giusto mio servo giustificherà molti e si addosserà la loro iniquità» (Is, 53, 11).

Il suo buon nome si manifesterà solo alla fine, dopo aver percorso l’itineranza esistenziale, storica e narrativa dei canti del Servo di Jahvé inscritte nelle vicende del suo popolo e degli altri popoli. Il nome, tenuto nascosto come un segreto in quello messianico di Cristo, sarà pronunciato con fede proprio da un pagano, il centurione romano, di fronte alla morte di quel giusto: in quella desolazione egli confesserà anche a noi la sconcertante verità nascosta in quel condannato crocifisso: «Vere hic homo Filius Dei erat» (Mc 15, 39).

Il segreto dell’identità di Gesù si esprime anche per noi facendosi strada attraverso un divenire che è insieme esistenziale e narrativo. Il vangelo ci fa essere parte di ciò che esprime attraverso la sua storia narrante. Ci fa entrare nelle vicende della “buona notizia di Gesù” e così dà forma anche alla nostra identità attraverso la sua identità, che è al tempo stesso ereditata e già scritta nel passato, ma ancora da creare nel tempo a venire.

Scrive Giovanni in una lettera: «Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1Gv 3,2).

Il «lieto fine è nascosto» direbbe Margaret Atwood [Qui], la scrittrice canadese di narrativa sociale e di racconti anche per bambini; così l’identità di ciascuno è nascosta anche a lui stesso: essa si rivela nelle storie che ci verranno raccontate e in quelle che narreremo strada facendo.

Realizzare l’identità significa così esprimere ciò che di irrepetibile è nascosto nella propria umanità, il cui tragitto è paragonabile al dispiegarsi di una narrazione. Senza la narrazione essa rimane indecifrabile: il racconto è il modo di rispondere alla domanda “chi sono”.

Scrive il filosofo e accademico canadese Charles Taylor [Qui], che «noi non possiamo fare a meno di concepire la nostra vita in termini narrativi, come una ricerca… L’immagine che ho di me stesso è quella di un essere che si muove e diviene, fenomeno che, per sua natura, non può essere istantaneo.
Ciò significa non solo che ho bisogno di tempo e di molte traversie per sceverare ciò che, nel mio carattere, nel mio temperamento e nei miei desideri, è relativamente fisso e stabile da ciò che è, invece, variabile e mutevole; ma anche che, come essere che si muove e diviene, io posso conoscere me stesso solo per il tramite dei miei progressi e dei miei regressi, delle mie vittorie e delle mie sconfitte. La mia immagine di me stesso necessariamente ha uno spessore temporale e una struttura narrativa» (Radici dell’io. La costruzione dell’identità moderna, Milano 1993, 73; 71).

L’altro narrante svela noi a noi stessi. Ulisse si commuove pur conoscendo le sue origini per il canto dell’aedo Demodoco che, alla corte dei Feaci, canta la sua storia e le sue imprese e così egli riconosce se stesso, in un modo nuovo e singolare, tanto che a quel racconto egli si commuove profondamente e piange.

Nell’assemblea domenicale, mi piace pensarlo, Gesù stesso, presente e vivo nel suo Spirito e nel suo corpo che sono le scritture, il pane eucaristico e anche noi che siamo membra del suo corpo spirituale, sentendo di nuovo raccontare da noi, raccolti attorno a lui, la sua vita e quella dei suoi discepoli e udendo di nuovo sentirsi chiamare Figlio dell’uomo, Figlio di Dio, Servo e Messia sofferente, Gesù Signore e Maestro non credete che non si commuoverà ancora oggi allo stesso modo in cui provò compassione davanti alle folle stanche e sfinite come pecore senza pastore o presso il sepolcro di Lazzaro?

Nella liturgia e ogni volta che si legge il vangelo è un accrescimento di identità narrativa per i credenti e per la chiesa; una nuova tappa nella coscienza di sé, un’apertura del già, verso il non ancora “di chi saremo”.

Pure la Chiesa assume un’identità in progress, narrativa. Se resta aperta all’appello dell’altro scoprirà sempre più se stessa, la sua vocazione iniziale, e potrà continuare ad interrogarsi come ha fatto Papa Paolo VI al Concilio quando disse: “Chiesa che dici di te stessa, chi sei? Saprà così comprendersi confrontandosi con l’identità del suo Signore ogni volta che lo incontrerà affamato e gli darà da mangiare, malato e in carcere e si recherà a visitarlo, straniero e lo ospiterà”.

Nell’ultima enciclica, Fratelli tutti, Papa Francesco ricorre alla parabola del Samaritano: «un estraneo sulla strada: … Uno si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato una cosa su cui in questo mondo frettoloso lesiniamo tanto: gli ha dato il proprio tempo. È stato capace di mettere tutto da parte davanti a quel ferito, e senza conoscerlo lo ha considerato degno di ricevere il dono del suo tempo. Con chi ti identifichi? Questa domanda è dura, diretta e decisiva. A quale di loro assomigli? … La narrazione è semplice e lineare, ma contiene tutta la dinamica della lotta interiore che avviene nell’elaborazione della nostra identità, in ogni esistenza proiettata sulla via per realizzare la fraternità umana. Una volta incamminati, ci scontriamo, immancabilmente, con l’uomo ferito. Oggi, e sempre di più, ci sono persone ferite. L’inclusione o l’esclusione di chi soffre lungo la strada definisce tutti i progetti economici, politici, sociali e religiosi». Inclusione o esclusione danno forma anche alle nostre identità.

E in un omelia sulla formazione dei presbiteri del 2008, quando era ancora in Argentina, Francesco disse: «La nostra identità… non è fatta per mantenere un integrismo sdegnoso e conservativo, ma tutto il contrario: la Chiesa custodisce l’integrità del dono per essere in grado di darlo e comunicarlo intero a tutti gli uomini nel corso di tutte le generazioni. Non è identità autoreferenziale, ma identità d’amore che ci spinge verso la periferia, consapevolezza di ciò che siamo per grazia, identità che riferisce tutto a Cristo. Identità inviata, identità in missione», (Nei tuoi occhi è la mia parola, Milano 2016, 608).

L’identità del samaritano resta nascosta finché non è chiamata fuori dall’incontro con l’umanità dell’altro: è il suo agire che la rivela a lui stesso e a noi; essa ci dice chi egli sia e la qualità dell’umano in lui fatto di compassione e responsabilità, essa si manifesta attraverso il dispiegarsi del racconto fino alla locanda con la promessa di ritornare.

L’identità e la storia restano così aperte verso un’ulteriorità narrativa ed esistenziale che possono prolungarsi e continuare anche attraverso e dentro le nostre storie di oggi. Chiuse invece le identità degli altri due, il levita e il sacerdote, esse rimangono congelate, fossilizzate nel ruolo fatto valere e posto al di sopra della coscienza stessa di umanità; è il personaggio e non la persona a dettare l’agenda delle priorità e dei valori facendo così regredire l’identità, privata dei legami, nel nulla dell’irrelazione e determinando l’immediata uscita di scena dei personaggi.

Se il ruolo, la funzione anche ecclesiale, prevalgono e prendono il sopravvento sul cammino della persona che è essenzialmente relazionale, in cerca della sua identità nell’incontro dialogico con gli altri, allora questa si chiude su se stessa, viene fissata a quel dato momento e quasi sempre rinsecchisce irrigidita.

Così l’identità germinale sarà come una gemma bruciata dal gelo o l’incipit di una storia, di un libro chiuso prima che si arrivi alla fine. L’identità vocazionale di ciascuno è itinerante ed insieme claudicante. Non si giunge alla fine senza l’altro, come una storia senza racconto. È dunque esistenzialmente identità narrativa, in cerca del suo narratore e del suo nome, della sua posizione tra tanti personaggi e altri nomi che gli rivelano il suo: chi egli sia.

L’immagine usata da Paul Ricoeur [Qui] per dire una tale identità è quella della promessa fatta, che rimane anche quando mutano le situazioni e gli avvenimenti; si resta fedele a quanto promesso anche nei cambiamenti. «Mantenere una promessa, infatti, significa in qualche modo sfidare i mutamenti del tempo e opporre un diniego al cambiamento. Promettendo, la persona in qualche modo si “distende” nel tempo e mantenendo la promessa crea una continuità con se stessa nonostante i possibili mutamenti nel tempo. In questo senso, a differenza del carattere, si tratta di una permanenza mantenuta attivamente: Quand’anche il mio desiderio cambiasse, quand’anche io dovessi cambiare opinione o inclinazione, “manterrò”», (Sé come un altro, Milano 1993, 213).

Come in una narrazione noi interagiamo in una trama e sfondo stabili, oltre ogni cambiamento di scenario, di accadimenti positivi o negativi, gioiosi o dolorosi, vittorie e sconfitte. Bivi della vita segnati da ciò che ci rende unici e irripetibili, come quando diciamo “io ti prometto”, “ti perdono”, “ti amo”.

Nonostante situazioni ed eventi, e malgrado io stesso sia sottoposto a mutazioni e cambiamenti nel tempo, resto e mi mantengo identico pur nel diversificarsi delle relazioni e degli eventi. Tale identità risulta così insostituibile, ma non nel senso che io non possa essere sostituito, bensì per il fatto che nessun altro può vivere per me, promettere al posto mio, né può nascere, amare, morire per me.

Si scopre la propria identità proprio come si nasce, si promette, si ama sempre in relazione a qualcun altro che narra il nascere il promettere, l’amare: “Chi mi vede, mi racconta”.

«Lo statuto relazionale dell’identità postula infatti sempre l’altro come necessario: sia questo altro impersonato da una pluralità di spettatori che colgono gli atti che lo manifestano, sia esso impersonato da colui che narra la storia di vita risultata dagli atti medesimi. Al contrario dello spettatore, il narratore tuttavia non è presente agli accadimenti e ha perciò su di essi, come lo storico, uno “sguardo retrospettivo”. Egli conosce meglio degli altri ciò che è accaduto proprio perché non partecipa direttamente al contesto delle azioni da cui è risultata la storia…. Se ognuno è chi nacque, sin dall’inizio e con una promessa di unità che la storia eredita da quell’inizio, nessun racconto di una storia di vita può infatti tralasciare quest’inizio da cui la storia medesima è cominciata. Il racconto del suo inizio, il racconto della sua nascita, non può tuttavia che venire all’esistente nella forma della narrazione altrui», (Adriana Cavarero [Qui], Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, Milano 1997, 38; 55).

Questo inciso testuale mi rammenta una poesia armoniosa di Vivian Lamarque [Qui]:
«Se sul treno ti siedi
al contrario, con la testa
girata di là,
vedi meno la vita che viene,
vedi meglio la vita che va
».

Da un rimando all’altro, alla fine, un breve racconto che ci rimetta di nuovo per strada, alla ricerca di identità ancora nascoste e riapra una storia che sembrava finita e una pace che si era smarrita:

«Rabbi Zusia, viaggiava molto spesso in incognito, come un mendicante; una volta capitò in una locanda e uno sconosciuto dall’aspetto ricco lo prese per uno straccione e lo trattò, molto male con disprezzo. Più tardi però nella sinagoga venne a conoscenza della sua identità e si mise a urlare i suoi rimorsi e a correre dietro Zusia dicendo: “Perdonatemi, Rabbi, altrimenti non ritroverò mai più il sonno né la pace”. Allora Rabbi Zusia gli sorrise scuotendo la testa: “Perché chiedi a Zusia di perdonarti? Non gli hai fatto niente! Non è Zusia che hai offeso ma un povero mendicante; va’ e chiedi dunque ai mendicanti, ovunque tu vada, di perdonarti”».

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PRESTO DI MATTINA
Matteo, lo scriba discepolo

 

«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo… Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un capofamiglia che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13, 44; 51-52).

Con questa nota in forma di parabola Matteo chiude il terzo discorso di Gesù, quello in parabole appunto. Nel discorso della montagna Gesù compie la rivelazione di Dio e della sua Parola, annunciando il Regno, il suo esserci, la sua prossimità agli uomini e alle donne delle beatitudini. Nel secondo discorso, detto missionario, l’annuncio del Regno dei cieli è condiviso con i discepoli che decideranno di accoglierlo, i quali vengono inviati a due a due. Nel terzo discorso, detto parabolico, Gesù descrive il modo in cui l’azione di Dio si presenta tra la gente: il Regno dei cieli è descritto nel suo principiare in piccolezza, una fragilità fiduciosa, una crescita apparentemente lenta e infruttuosa, ma al tempo stesso inarrestabile e irreversibile, che dà frutti di ospitalità e ristoro, come narra la parabola del granello di senape.

È Matteo, in primis, lo scriba divenuto discepolo del Regno dei cieli ‒ poi anche noi, se lo vorremo. ‘Scriba’ in Egitto e in Mesopotamia indicava un funzionario pubblico che aveva il compito di redigere, copiare documenti, far di conto. In Israele gli era affidata la trascrizione dei rotoli della legge, dei libri storici, sapienziali e profetici; e dopo l’esilio l’interpretazione del libro, tanto che al tempo di Gesù gli scribi erano i maestri della Torah.

Per questo Matteo ben dimostra di conoscere le “cose antiche” e quelle “nuove”, che nel giudaismo erano rispettivamente la Legge mosaica e l’insegnamento dei rabbini. Ma per Matteo – lo scriba divenuto discepolo di Gesù, che trae fuori dal buon tesoro del suo cuore l’antico e il nuovo – queste espressioni assumono anche un nuovo significato, trattandosi di tenere insieme il primo e antico patto tra Dio e il suo popolo con il suo compiersi nella vita, nelle opere e nelle parole di Gesù. L’epifania del Regno che si avvicinava: con il Figlio il Regno dei cieli giunge e si manifesta in pienezza.

Di più. Matteo, discepolo/scrittore di buone notizie, narra come la novità del Regno sia già nascosta nell’antico. Il suo cuore segreto, l’intimità del comandamento, si manifestano attraverso una storia di alleanza nuova, che trasforma l’antica, rivelando un’eccedenza di fedeltà, di smisuratezza d’amore – il comandamento nuovo appunto – di prossimità, di familiarità inaudita, di intima amicizia tra Dio e gli uomini, germinata nella storia del Popolo di elezione e poi sparpagliata tra tutti i popoli.

Novità dischiusasi con la venuta del profeta di Nazareth, volta a dare compimento alle promesse antiche. Lo si testimonia tramite i titoli cristologici, quali ‘Messia’, ‘Figlio di Davide’, ‘Figlio dell’Uomo’, ‘Figlio di Dio’, così familiari alla fede di Israele.

Essi, per Matteo, nascondono un’eccedenza di senso, al modo che del seme che giunge a maturazione nel frutto: l’identità singolare di Gesù e la sua missione, in continuità con il cammino e le promesse dell’antico Israele, il seme; ma anche in “discontinuità di compimento”, come una frattura instauratrice di novità, il chicco pieno nella spiga.

Passaggio che per lo scriba divenuto discepolo del regno richiede una radicale conversione: come un essere generati e un nascere di nuovo, un passare all’altra riva, alle cose nuove, senza perdere quelle antiche: «Vedendo la folla attorno a sé, Gesù ordinò di passare all’altra riva. Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: “Maestro, ti seguirò dovunque tu vada”. Gli rispose Gesù: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”». (Mt 8,18-20). Oltre, verso l’altro, protesi al Regno, verso un dove, una novità ancora nascosta che il futuro racchiude.

Lo stesso accade per lo scrivere, credo.
Colui che scrive trae fuori dal suo tesoro cose nuove e cose antiche. In Matteo il verbo usato ek-bállo (ek dice movimento di moto da luogo con l’aggiunta del tema verbale bállo «scagliare») e significa ‘gettare via/sospingere fuori’.

Per Matteo scrivere è espellere, scagliare fuori la multiforme ricchezza della buona notizia fatta di eventi e parole antiche che rivivono in parole nuove, quelle di Gesù: “Non sono venuto per abolire ma per dare compimento”. Una correlazione che Matteo esprime sin da subito tramite la genealogia, preludio di vicende intrecciate a quelle del popolo ebraico, fino al loro compiersi nella vicenda ed itineranza del profeta di Nazareth, che in parabole dà forma al volto nascosto e alla qualità della giustizia e degli affetti del Padre suo e Padre nostro.

Rammentando poi la parabola del seminatore, viene da pensare che scrivere per Matteo si anche ‘cavar fuori da sé’, dal proprio cuore, la fede ed esperienza apostolica per gettarle nel campo come un seme – il buon seme delle parole antiche – affinché crescendo, generino nelle spighe parole nuove. La storia antica vive in una storia e in storie nuove. Lo scriba, divenuto discepolo, riscrive nel presente della sua comunità ciò che era stato seminato e scritto in precedenza, portando nuovi frutti in Gesù.

È una rigenerazione incessante. Anche ciò che lui scrive della storia di Gesù dovrà infatti essere riscritto di nuovo, nella vita di ogni discepolo, perché ognuno è chiamato – ecco la vocazione del discepolo – a riscrivere con la propria vita il vangelo che porta dentro, concepito nel segreto della propria coscienza, e lasciare che venga alla luce.

Citando nel suo vangelo il salmo 78,2, Matteo sembra così voler far uscire anche noi allo scoperto; far nascere lo scriba/discepolo nascosto in noi, che riscrive e fa della sua vita come un corpo che dà forma e voce alle Scritture: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».

«Ed ecco un uomo che aveva una mano paralizzata… Domandarono a Gesù: “È lecito guarire in giorno di sabato?” Rispose loro: “Chi di voi, se possiede una pecora e questa, in giorno di sabato, cade in un fosso, non l’afferra e la tira fuori? Ora, un uomo vale ben più di una pecora!” E disse all’uomo: “Tendi la tua mano”. Egli la tese e quella ritornò sana come l’altra. Allora i farisei uscirono e tennero consiglio contro di lui per farlo morire», (Mt 12, 10-12). Il verbo usato da Matteo nel racconto della guarigione nella sinagoga è quello tipico della risurrezione, “egheiro”, ‘tirare fuori, destare, fare alzare, risuscitare, svegliarsi, lo svegliarsi dai morti’: in Mt 28,6 è scritto: “Non è qui, è Risorto” (egherthe).

Scrivere può divenire un’esperienza di risveglio, di guarigione, di metamorfosi e di transito verso una nuova consapevolezza di sé e degli altri. In quest’icona evangelica abbiamo uno dei tanti volti in cui si riflette e si irradia la Pasqua/ passaggio/ trasfigurazione. Piccole risurrezioni nel quotidiano: dalla malattia alla guarigione, dall’incredulità alla fede, dal disprezzo al riscatto, dalla cecità alla visione, dal peccato alla grazia, dalla morte alla vita.

Scrivere è aprire un varco al senso del vivere, del proprio vivere nel mondo; un passaggio che trasforma le cose antiche in nuove: «le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove», (2Cor 5,17). Dalla mano inaridita si passa alla mano guarita dello scriba, che così può trarre fuori da sé la buona notizia, di cui è stato testimone: “coloro che avevano deciso di rinchiudere Gesù nel passato con la morte hanno alla fine fallito”, «Il Dio della pace, ha ricondotto dai morti il Pastore grande delle pecore» (Eb 13, 20). Colui che non ha abbandonato nemmeno quella pecora caduta nel fosso in giorno di sabato, ha scritto una pagina nuova, come una porta che nessuno può chiudere. Nella disumanità una breccia si è aperta, per far passare l’umanità di Dio nella scrittura umana.

Scrivere è come lasciarsi riaprire e tendere la propria mano rattrappita dalla mano dell’Altro e degli altri con l’ascolto e la lettura delle loro scritture narranti. Ciò presuppone il desiderio di leggere prima i loro vangeli nascosti e scritti nelle loro esistenze, e poi solo in un secondo momento tendere anche la propria mano per trarre fuori, scrivendo, significati antichi e sensi nuovi. Come il narrare anche lo scrivere è generativo. Come la vita così la scrittura non è mai un generarsi da sé, ma è soltanto la possibilità di una risposta, di un rigioco di quello che è la realtà degli altri, degli eventi che hanno inscritto in te: le loro storie, le loro vite: così sempre nuovi fogli bianchi attendono scritture.

Michel de Certeau [Qui] in La scrittura della storia ricorda che la scrittura è come una cerniera. Per un verso si scrive, per fare giustizia al passato che è perduto, ma al tempo stesso per aprire uno spazio ai vivi nel presente. Una frattura instauratrice: scrivendo ci si congeda dalle cose antiche, da ciò che è sottratto definitivamente, segnando così una discontinuità, una rottura con il passato irraggiungibile.

Ma al tempo stesso la scrittura apre all’alterità del presente, ovvero introduce il passato nel presente così da renderlo accessibile alla comprensione. Il passato segna la perdita della parola: essa non può più dirsi, di essa non ne rimane traccia, ma resta qualcosa: ciò che non può più dirsi, tuttavia può essere scritto. “Prendi e leggi” direbbe Agostino. Qualcuno parla quando leggo: è qualcuno che mi parla ‘dal’ e ‘nel’ testo. Come vi è una scrittura, un segno udibile in ogni parola, così pure una parola si rende visibile nella scrittura (Jaques Derrida).

Lettrice nell’infanzia di novelle e racconti Teresa d’Avila [Qui] scrive: «[Mia madre] amava leggere libri di cavalleria e ne facilitava la lettura anche a me … Tuttavia mio padre non lo vedeva di buon occhio e noi, per leggerli, cercavamo di non essere visti da lui». Scrivere per Teresa divenne poi un entrare in empatia con i suoi lettori.

Per questo nel libro de La Vida la sua scrittura fluisce ininterrotta, come da una sorgente, per poi distendersi come un fiume. Non usa la punteggiatura, se non in casi rarissimi. Si limita a una sbarretta / all’inizio di un paragrafo. Il resto è una fonte incessante, un “flusso di coscienza” continuo ‒ direbbero gli esperti di letteratura ‒ che sgorga da sé per giungere all’altro, irrigandolo nelle sue aridità spirituali. Scrittura “dal rilievo espressivo, scolpita con vigore”, la descrive una grafologa; scrittura “cesellata” e “sciolta”, “sinuosa e austera, chiara e nitida, tortuosa e allargata in lettere e parole”, da cui traspare una personalità vigorosa nella volontà e nel pensiero.

Scrive Il castello interiore e il libro della sua vita, non solo per far conoscere qualcosa, ma per rendere partecipi della sua esperienza spirituale. Un invito ad entrare, a dimorare, ad abitare le dimore di questi luoghi abitati da Dio; e questo luogo nella coscienza è l’umanità del Cristo, la sua amicizia.

Un giorno, riordinando in biblioteca a Santa Francesca alcuni testi fuori posto, mi è capitato tra le mani un vecchio Annuario del parroco del 1970. Testi e documenti di vita sacerdotale e di arte pastorale, fondato da don Giuseppe De Luca nel 1955, presbitero, editore e saggista (1898-1962).

Annuario continuato poi da don Giuseppe Badini negli anni del post concilio. Sfogliandolo mi sono fermato incuriosito a leggere un brano dal titolo Il posto di Cristo è veramente tra i poeti. Sono rimasto sorpreso.

Di più: «Ma guarda, mi sono detto, come subito dopo il concilio l’invito ai parroci era quello di leggere e di trovare nella letteratura l’immaginazione, la creatività per traghettare la novità del concilio, per tracciare e rendere fluenti le vie di una nuova pastorale per un rinnovato annuncio evangelico e vitalità liturgica. Ecco le cose nuove e le cose antiche da trarre fuori ancora!». La citazione era tratta da una lettera di Oscar Wilde [Qui] un testo, il De profundis scritto dal carcere in cui era rinchiuso. Egli aveva descritto anche le disumanità riservate ai carcerati: «E questo so ancora che ogni carcere costruito dagli uomini è costruito con mattoni di vergogna, è sbarrato, che Cristo non veda come gli uomini straziano i fratelli» (La ballata del carcere di Reading).

Come spinto dalla memoria che si era illuminata, all’improvviso mi sono portato allo scaffale della cristologia: cercavo un libro; ne ricordavo pure la classificazione Dewey: 232 CAS VOL: Ferdinando Castelli, Volti di Cristo nella letteratura moderna, Cinisello Balsamo 1995. Ho letto così nel terzo volume il capitolo dedicato a Wilde e l’annessa antologia: «Il posto di Cristo è veramente fra i poeti. La sua intera concezione dell’umanità balza nettamente dall’immaginazione e può essere compresa soltanto da essa. C’è sempre alcunché di quasi incredibile per me nell’idea di un giovane contadino di Galilea che immagina di poter portare sulle spalle il peso di tutto il mondo: tutto ciò che era già stato fatto e sofferto, e tutto ciò che doveva ancor esser fatto e sofferto: la sofferenza di coloro il cui nome è legione e la cui dimora è fra le tombe: delle nazionalità oppresse, dei bimbi che lavorano nelle fabbriche, dei ladri, la gente nel carcere, i proscritti, coloro che sono muti sotto l’oppressione e il cui silenzio è udito solo da Dio; e non soltanto egli immagina questo, ma lo effettua, così che in questo momento tutti quelli che vengono a contatto con la sua personalità, anche se non si sono mai inchinati al suo altare né inginocchiati davanti al suo sacerdote, trovano in qualche modo che la bruttura del loro peccato è tolta, e la bellezza del loro dolore è ad essi rivelata».

E più avanti ho continuato a leggere: «Per l’artista l’espressione è l’unico aspetto sotto il quale egli può concepire la vita. Per lui ciò che è muto è morto. Ma per Cristo non fu così. Con un’ampiezza e un prodigio d’immaginazione che quasi ci colma di riverente stupore, egli prese l’intero mondo che non ha favella, il mondo senza voce del dolore, per suo regno, e fece di sé lo strumento di espressione di quel mondo […]. E sentendo, con la natura artistica di colui per il quale la sofferenza e il dolore erano aspetti per mezzo dei quali poteva effettuare la concezione del bello, sentendo che un’idea non ha valore finché non è materializzata e resa immagine, egli fece di sé l’immagine dell’Uomo del Dolore, e come tale ha affascinato e dominato l’arte come a nessun iddio greco è mai riuscito di fare».

Perché scrivere ed immaginare? Si domanda nel suo libro, uscito da pochi mesi, Massimo Colombati: “per amare le parole e le cose e animati da un sentimento di amore per chi le ha scritte”, è la risposta: «L’arte è visione. È immaginazione. Ma avere fantasia non significa immaginarsi qualcosa; significa dare importanza alle cose. Scrivendo diamo importanza massima alle cose (attribuendo massima importanza alle parole). E cosa facciamo quando diamo tutta la nostra concentrazione, attenzione, passione alle cose? Le amiamo.» (Scrivere per dire sì al mondo, Milano 2021).

Così lo scriba/discepolo dal suo tesoro continua ancora a cavar fuori “cose nuove e cose antiche”.

 

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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