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L’economia capovolta

Nell’era dei tassi zero gli investitori pagano per investire in titoli di stato.
Fino a poco tempo fa si parlava di una normalizzazione della politica monetaria. Sembrava si stesse ritornando a tassi di interesse positivi e archiviando definitivamente il programma di quantitative easing, cioè di quello stimolo monetario da 2.600 miliardi di euro emessi dalla Bce a favore delle banche con la speranza che queste aumentassero i prestiti a famiglie e aziende il che avrebbe aumentato la liquidità in circolazione e riportato un po’ di inflazione.
Di seguito possiamo apprezzare l’imponenza del programma e la produzione di moneta effettuata dalla Bce

La maggior parte è stata utilizzata per l’acquisto di titoli di stato nel mercato secondario, tra il 9 marzo 2015 e il 19 dicembre 2018 infatti, l’Eurosistema ha effettuato acquisti netti di titoli del settore pubblico (Pspp in blu). Il resto è stato utilizzato per acquisti di obbligazioni societarie nel settore aziendale (Cspp in giallo tra l’8 giugno 2016 e il 19 dicembre 2018), per acquisti di titoli garantiti da attività (Abspp in verde tra il 21 novembre 2014 e il 19 dicembre 2018 e per acquisti di obbligazioni garantite (Cbpp3 in rosso tra il 20 ottobre 2014 e il 19 dicembre 2018).
Tutto sembrava sul punto di essere archiviato, almeno fino a qualche giorno fa. Poi Mario Draghi ha dichiarato a Sintra in Portogallo, dove si trovava per il simposio delle banche centrali: “Il programma di acquisto di asset (appunto il quantitative easing, ndr) ha ancora uno spazio considerevole … Ulteriori tagli dei tassi e misure per mitigare qualsiasi effetto collaterale continuano a far parte degli strumenti a nostra disposizione. In assenza di un miglioramento, al punto che sia minacciato il ritorno di un’inflazione sostenibile ai livelli desiderati, sarà necessario un ulteriore stimolo”.
Quindi si apre la strada ad un’eventuale nuovo programma di acquisto di Titoli di Stato sul mercato secondario, ovvero quelli detenuti dalle banche, oltre che mantenere la linea dei tassi zero. La Fed, dal canto suo, paventa un taglio dei tassi dello 0,25% dall’attuale 2,5%, facendo di fatto cadere l’annuncio di novembre scorso relativo ai due aumenti programmati per il 2019.
Operazioni che indicano il cattivo stato dell’economia, o almeno quello che le banche centrali si aspettano sarà il trend, per cui corrono ai ripari e si preparano al peggio. Nel frattempo si è registrata una fuga dal mercato azionario e, come riporta Ilsole24ore nelle sue analisi, da inizio anno i fondi obbligazionari hanno raccolto 199 miliardi di dollari netti di sottoscrizioni a fronte di riscatti per 151,9 miliardi di dollari dei fondi azionari. Non si è mai vista prima d’ora una rotazione di portafoglio tanto marcata stando a un’elaborazione di Bank of America Merrill Lynch.
In pratica una conferma da parte degli investitori che quando percepiscono segnali negativi tendono a dirigersi su asset ritenuti più sicuri, anche a costo di non guadagnare, che è sempre meglio che rischiare di perdere. Ed infatti molte obbligazioni e titoli di stato non pagano interesse. Il bund tedesco, ad esempio, è sceso a – 0,33% e in generale ci sono quasi 13mila miliardi di dollari di titoli che, a scadenza, ripagano l’investitore con una cifra inferiore al capitale iniziale, cioè vale a dire che gli investitori pagano per prestare i loro soldi. Un quinto degli oltre 53.500 miliardi della capitalizzazione mondiale dei bond non paga interessi.
Bisogna tener presente che in genere vengono indicati i tassi nominali, cioè non depurati dell’inflazione. I tassi reali sono infatti sottozero da anni. In Europa, ad esempio, solo Italia e Grecia oggi pagano tassi reali positivi insieme a un buon numero di Paesi emergenti
E questo succede quando il sentiment è negativo. Guerra dei dazi, incertezze geopolitiche e atteggiamento prudente da parte delle banche centrali creano una certa avversità al rischio e all’investimento in generale. Quando ci si aspetta che le cose peggiorino si assume un atteggiamento attendista e ci si rivolge al mondo obbligazionario. Meglio avere in tasca un titolo di stato piuttosto che detenere altre forme di investimento, seppur potrebbero sembrare più redditizie. Un po’ come confermare che gli investitori, quelli seri, sanno perfettamente che uno Stato ripaga sempre il suo debito. Tanto convinti che sono pronti a rimetterci dei soldi pur di avere i loro titoli in portafoglio.
Più che economia, in fondo, è psicologia.

Banche: qualche chiarimento sul rapporto tra spread e tassi di interesse sui mutui

L’aumento dello spread sui titoli di stato che si è registrato negli ultimi nove mesi, in particolare fino a febbraio del 2019, ha avuto un impatto sulle famiglie in quanto chiedere un mutuo è diventato più costoso. A confermarlo è l’annuale rapporto Bankitalia sulla stabilità finanziaria che riporta: “ll rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato si sta trasmettendo gradualmente al costo dei nuovi finanziamenti. Rispetto allo scorso settembre i margini applicati dalle banche sui mutui a tasso fisso sono cresciuti di quasi 50 punti base, mentre quelli sui mutui a tasso variabile si sono mantenuti stabili” e visivamente lo si apprezza con il grafico di seguito (linea rossa a destra che tende a rialzarsi nell’ultimo tratto)

Almeno fino a febbraio, come si diceva all’inizio, perché secondo gli ultimi dati Abi il tasso medio sulle nuove erogazioni per l’acquisto di abitazioni a marzo è sceso all’1,87%, allineandosi più o meno ai livelli di marzo 2018.

Secondo quanto riportato dal rapporto, l’aumento interessa solo i nuovi mutui e, tra questi, solo quelli a tasso fisso perché, come evidenziato da Ilsole24ore ma anche da Altroconsumo in più occasioni, non c’è correlazione tra Euribor, il tasso interbancario a cui sono agganciati molti mutui a tasso variabile, e l’andamento dello spread.

Fonte grafico: Ilsole24ore

Il punto, dunque, su cui ragionare è: perché aumentano i tassi dei mutui nuovi e a tasso fisso?
I tassi d’interesse sui mutui crescono perché le banche, come sottolinea Bankitalia, incontrano maggiori difficoltà nel loro indebitamento obbligazionario e quindi: “il maggior costo dei nuovi mutui riflette verosimilmente l’esigenza degli intermediari di compensare l’incremento del costo della raccolta obbligazionari”. Cioè i maggiori costi che le banche affrontano per indebitarsi, grazie anche alle tensioni sui titoli di Stato, le costringono ad offrire a loro volta denaro in prestito (credito) ad un costo maggiore.
Tale aumento sui fissi, tra l’altro, potrebbe portare le famiglie a preferire i tassi variabili per conseguire un risparmio immediato, invertendo la scelta storica del “certo per l’incerto”. Normalmente infatti la famiglia tipo preferisce pagare qualcosina in più all’inizio per mantenere la certezza di una rata costante nel tempo e proporzionata alla propria dichiarazione dei redditi. Eventuali tensioni sui mercati dei tassi potrebbe alla lunga essere pericolosa per l’aggregato famiglie e questo pone in allarme sia Bankitalia che il Corriere della Sera e Ilsole24ore, da sempre notoriamente schierati a difesa degli interessi dei cittadini.
L’incertezza sui tassi d’interesse è legata all’incertezza dell’economia del libero mercato che impedisce ai titoli di stato di essere asset sicuri e di cui lo spread è un termometro. Rimandare le colpe di tutto questo al governo in carica, in qualsiasi momento storico e di qualsiasi colore sia, è un voler parlare degli effetti senza arrivare alle cause.
Questo piace soprattutto a chi non ha necessità di avere un mutuo per comprarsi una casa e preferisce che a decidere se debba fallire o meno Carige sia Black Rock piuttosto che una banca centrale o uno Stato, istituzioni che interverrebbero nell’interesse dei risparmiatori e della comunità.
Il costo dello spread si sta trasferendo dunque sul segmento dei mutui a tasso fisso, aumento limitato ma percepibile, il che potrebbe portare ad un aumento di rischio finanziario futuro in capo alle famiglie ma questo solo perché sia gli stati che le banche centrali non stanno facendo il loro lavoro di tenere sotto controllo l’economia lasciando che il mercato finanziario stabilisca il tasso di interesse dei titoli di stato e togliendo le garanzie statali alle banche commerciali. E mentre politici ed esperti del settore continuano ad occuparsi del colore delle tende, l’edifico continua a sprofondare nelle sabbie mobili.

Titoli di Stato: non sono loro il pericolo per le banche

Nei tempi moderni, con comici meno geniali di Charlie Chaplin, uno dei problemi della banche è la loro ‘esposizione’ in titoli di Stato. Le banche italiane hanno in pancia circa 400 miliardi di titoli italiani per una percentuale di oltre il 10,7% del totale degli attivi. Rispetto ad altri Paesi europei una specie di primato, la Spagna, ad esempio, arriva solo a circa 200 miliardi per un 7,6% del totale degli attivi.


Esposizione in titoli domestici delle banche europee. Dati in miliardi di euro, scala sinistra e in percentuale, scala destra (Fonte: grafico elaborato da Ilsole24ore su dati Bce)

Ovviamente parliamo soprattutto di titoli a lunga scadenza perché è su questi titoli che si concentra l’altalena dello spread e soprattutto la speculazione, che per poter guadagnare dalle variazioni di prezzo ha bisogno di operare su lunghi periodi di tempo.
Quando lo spread sale il prezzo dei titoli cala e di conseguenza ha effetti negativi sul capitale di vigilanza delle banche, ovvero sul cosiddetto Cet1 Ratio, quel parametro che serve a misurare la solidità di un istituto. Per effetto dello spread in rialzo nel 2018, ad esempio, Intesa Sanpaolo ha ridotto la sua capitalizzazione di 45 punti mentre Unicredit di 39 punti; Ubi Banca di 52; Banca Mps di 67; Banco Bpm di 70 punti (fonte: Ilsole24ore).
Ovvia conseguenza di tale situazione è una perdita del valore degli istituti bancari anche sulle borse dove, appunto, i titoli bancari stanno registrando perdite continue contribuendo alla perdita generale di capitalizzazione delle stesse.
Eventi che si vuole far passare come eccezionali, distribuendo genesi e colpe e mistificando la semplice normalità di un sistema lasciato a se stesso. Tutto si dice e si scrive, tranne ammettere che quanto accade è la logica conseguenza della scelta di affidarsi alle dinamiche del mercato piuttosto che all’indirizzo statale e ai bisogni reali della maggioranza delle persone, che ha generato, tra le tante conseguenze, anche quella dell’instabilità bancaria e dell’insicurezza dei risparmiatori.
In un sistema del genere i titoli di Stato, utilizzati per finanziare lo Stato attraverso lo strumento delle Banche Centrali nate per garantire e rendere sicuro il debito del “sovrano”, diventano spazzatura e fonte di preoccupazione. Il tutto, per quelli attenti, a volte si confonde con la mistificazione politica.

I giornali e le pagine finanziarie si fermano ai dati tecnici, raccontano di come o cosa fare per ridurre l’esposizione dei titoli di stato al fine di evitare che le banche diventino troppo fragili e siano troppo esposte ai mercati, ma non arrivano alla scelta di base. I mercati sono amici del sistema e anzi tutti, dalla banca centrale europea a Bankitalia, dai rappresentanti europei a quelli nostrani, fanno a gara per tutelarli e lasciarli quanto più indipendenti si possa immaginare. Perché tutti, in particolare prima delle elezioni, ci tengono a dichiararsi liberali o liberisti, non senza la necessaria confusione semantica, perché nell’immaginario collettivo oltre il liberale e il liberista c’è il fascista o il comunista passando per il populista e il sovranista. Insomma quello che ci dicono realmente è: tranquilli noi vogliamo che tutto rimanga esattamente com’è adesso, anche le vostre lamentele.
Di conseguenza nessuno affronta seriamente il fatto che il problema nasce dalla scelta che il prezzo dei titoli di stato debba farlo il mercato, nessuno lo mette in discussione e nessuno dà i necessari spazi di discussione, o di democrazia, per rielaborare la scelta e quindi, di grazia, perché poi lamentarsi?

E come sostituire i 400 miliardi di titoli di stato in pancia alle banche? Potremmo fare come suggerisce il movimento internazionale Positive Money, molto attivo in Gran Bretagna, e quindi assicurare una specie di ‘pareggio di bilancio’ tra attivi e passivi, cioè prestare solo quello che si ha in cassaforte. In parole povere le banche dovrebbero avere tanti risparmi per quanti prestiti hanno intenzione di fare, ma a me piace utilizzare la carta di credito e quindi non sono di quest’opinione, anche se qualche tempo fa l’idea non mi era sembrata malvagia.
Nella nostra economia moderna le banche hanno il compito di far girare l’economia fornendo credito ma hanno anche il dovere di essere solide, di non fallire, di rassicurare i risparmi dei cittadini e di assicurare la moneta in circolazione sotto forma di credito. Per farlo non hanno molte opzioni, sempre se vogliamo rimanere in un’economia moderna e quindi attuale.
Le banche devono essere garantite e controllate dallo Stato attraverso una banca centrale dipendente dalle istituzioni pubbliche e non dai mercati. Le banche devono essere garantite a monte perché è ovvio che non hanno il denaro che prestano e che mettono in circolazione, creano denaro quando prestano e quindi quello che gira, e che permette all’economia di sostenere se stessa attraverso gli scambi, non può essere garantito solo dalla banca di turno o dall’allineamento di Giove con Marte, ma deve essere garantito da un solido sistema Parlamento-Stato-banca centrale. Altrimenti crolla, e per ricordarlo ai ferraresi c’è Carife.
Nel momento in cui il sistema riprende il suo corso normale i Btp ritornano a essere un asset sicuro perché uno Stato non può fallire su questo, potendo in ogni momento soddisfare le richieste di rinnovo dei titoli. Ma questo è vero solo se uno Stato è proprietario della sua moneta e della sua politica economica e di bilancio, ovvero se è sovrano come ad esempio lo stato italiano citato nella Costituzione, che però non esiste più da tempo. Oggi il titolo di stato non è più un titolo sicuro semplicemente perché è affidato al libero gioco dei mercati finanziari, a differenza di quanto succede ad esempio in Giappone dove i titoli di stato sono venduti alle famiglie e agli istituti giapponesi e quindi rappresentano solo un modo tra quelli possibili di far girare la moneta e quindi l’economia.
Certo, si dirà, però il Giappone cresce meno dell’Europa, il che è quanto dire! Sarà pure vero se calcoliamo la crescita attraverso il pil e le ‘fredde’ statistiche, ma se consideriamo la cosa, per esempio, dal punto di vista della disoccupazione scopriamo che quella giapponese ruota intorno al 3%, mentre noi fatichiamo a scendere sotto il 10%. Oppure potremmo calcolare la cosa in termini di efficienza e capacità di spesa, e qui scopriamo che loro ricoprono baratri e rifanno strade in un paio di notti mentre noi impieghiamo anni, quando ci viene permesso, per coprire un paio di buche nella piazza principale del paese. Loro ricostruiscono dopo gli Tsunami e i disastri nucleari mentre noi fatichiamo a rifare l’orlo al Castello estense perché prima dobbiamo rimettere a posto il foglio di bilancio statale, cioè il nulla.

Quindi le banche non sono in pericolo perché hanno in pancia asset poco sicuri come i titoli di Stato, ma l’economia è in pericolo perché qualcuno ha scelto che bisogna rendere dipendenti dal mercato i titoli di Stato, che le banche non debbano essere garantite dagli stati e che questi non possano controllare l’emissione dei titoli, l’interesse e la circolazione della moneta nonché l’emissione e la circolazione del credito bancario.
Le banche sono come il clima senza però una Greta Thunberg. Già tutte fallite e vittime di un sistema che non ha voglia di cambiare e di rigenerarsi perché costringerebbe troppi ricchi e potenti a fare un passo indietro.

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ECONOMIA
Banche centrali e libero mercato.
Ora siamo di fronte al baratro

Fino al 1981 la Banca d’Italia era prestatrice di ultima istanza, cioè comprava tutti di titoli di Stato emessi dal Ministero del Tesoro che eventualmente fossero andati invenduti alle aste periodiche. Questo voleva dire principalmente due cose: la prima, era possibile tenere sotto controllo l’interesse al quale si voleva vendere i titoli; la seconda, conseguente alla prima, nel caso il mercato avesse preteso interessi troppo alti lo Stato italiano si sarebbe potuto rifiutare di pagarli avendo a sua disposizione un Ente pubblico che li avrebbe comunque comprati.
Un’altra considerazione da fare, anzi altre due: a quel tempo, quindi, si monetizzava il debito; in fondo se era possibile monetizzare i titoli allora sarebbe stato possibile anche evitare di inscenare la farsa dell’asta pubblica per la vendita di tali titoli.
Detto in maniera più chiara: se il Ministero del Tesoro poteva ordinare alla Banca d’Italia di comprare tutti i titoli invenduti, allora avrebbe potuto anche non emetterli chiedendole direttamente di stampare il corrispettivo in lire. Ma in ogni caso farlo, all’interno di un sistema controllabile, significava pur sempre dare un qualche guadagno al risparmio privato, un altro modo di rispettare la nostra Costituzione, quindi perché non farlo?

Dopo il 1981 si è deciso che bisognava affidarsi ai mercati, quindi che lo Stato non doveva più stampare moneta, ma poteva solo chiederla in prestito e di conseguenza si è decisa l’indipendenza della Banca d’Italia dallo Stato e la sua contemporanea sottomissione alle leggi del mercato. A distanza di ‘qualche’ anno e guardando i dati di crescita, di occupazione e di benessere ci sarebbe da fare qualche considerazione in merito a questa scelta.

Cosa succede oggi? Più o meno procediamo nella stessa direzione: verso il baratro. Lo Stato ha ceduto ulteriormente la propria sovranità monetaria alla Bce, ma mentre fino all’avvento dell’euro avrebbe potuto in ogni momento ritornare sulle sue decisioni e quindi ritornare a monetizzare il suo debito, oggi questa possibilità diventa sempre più remota. Diventa sempre più difficile riprendere il controllo della gestione statale anche perché tutte le leggi in programma per il futuro prossimo sono tese a ribadire questo concetto e sempre più a determinare la supremazia dei mercati in tema di finanziamento degli Stati. In pratica si rende possibile il loro fallimento qualora operassero scelte non gradite alle maestà regnanti il ciclo finanziario. Quindi: perenne ricattabilità.

Tuttavia, che soluzioni diverse siano possibili è sotto gli occhi di tutti, e questo è persino stupefacente. Basta seguire le orme dei nostri Btp decennali e le altalene dello spread. Per farlo partiamo da alcuni dati.

La Bce ha un capitale di quasi 11 miliardi versato dai paesi aderenti all’euro, più altri 120 milioni versati dai paesi che invece non vi fanno parte (per esempio Uk o Danimarca). In base all’ammontare versato si stabilisce la percentuale di partecipazione al capitale della stessa e quindi l’Italia avendo versato 1.332.644.970,33 milioni di euro ha una partecipazione del 12,3108%, in termini assoluti in questa graduatoria siamo terzi dopo Germania e Francia.

Dopo il marasma Berlusconi nel 2011, in cui il nostro spread nei confronti degli ottimi bund tedeschi era arrivato a più di 500 e si slanciava verso i 600, il governatore della Bce Mario Draghi annunciò che avrebbe avviato una grande operazione a sostegno del debito degli Stati attraverso l’acquisto di titoli sul mercato secondario. Operazione questa non nuova: si chiama ‘quantitative easing‘ (alleggerimento quantitativo) e serve per immettere soldi nel circuito monetario attraverso le banche commerciali. La banca centrale, che ha il potere di emettere moneta, ricompra cioè dalle banche commerciali i titoli di Stato che queste detengono e gli dà moneta fresca. Queste ultime, bontà loro, dovrebbero utilizzare questi soldi per immetterli nell’economia reale attraverso il credito alle imprese e i mutui alle famiglie.
Quanti titoli italiani possono essere comprati con questo sistema? Appunto una somma che equivale al 12,3108% del totale, meno la quota utilizzata per comprare obbligazioni, così come previsto dal programma della Bce, delle migliori aziende in circolazione. Insomma una cifra di cui abbiamo già ampiamente detto su queste pagine in altri articoli, ma il punto qui è un altro.

Attualmente il nostro spread oscilla tra i 170 e i 180, la Francia sopra 60, il Portogallo sopra i 350 e la Grecia sopra i 600. Più alto è lo spread più interessi si pagano e poiché uno stato per finanziarsi deve chiedere soldi sul libero mercato, più è alto lo spread e meno questi è propenso a prestargli soldi perché se lo spread è alto vuol dire che fai fatica a rimborsare il prestito per cui il mercato si fida di meno e se deve rischiare di più vuole essere per questo remunerato altrettanto di più. Può sembrare complicato, ma è semplicemente una ruota che gira su se stessa oppure il classico cane che si morde la coda.

Per abbassare lo spread, come abbiamo ampiamente verificato, c’è bisogno dell’intervento di una Banca Centrale e non tanto di un governo nuovo: quello che è successo a noi a partire dal 2011 insomma. Risolse la situazione il “whatever it takes…” di Draghi più che il governo Monti, che semplicemente aveva il compito di fare le riforme strutturali, ovvero di assicurare ai mercati che lo Stato sarebbe intervenuto sempre meno a sostegno di imprese e famiglie italiane. Compito che, tra l’altro, assolse in maniera ineccepibile!

Quindi il senso di tutto ciò è che una Banca Centrale può fare la differenza, è l’unica che può cavalcare i mercati, abbassare gli spread (e quindi gli interessi che si pagano sul debito emesso) e permettere a uno Stato di difendersi dall’ingordigia della finanza privata. Basterebbe per esempio che ci fosse un sistema mutualistico e di cooperazione tra i paesi dell’eurozona con cui superare il principio del Capital Key, secondo il quale la Bce compra i titoli di debito solo in proporzione al capitale versato a similitudine di quanto può avvenire e sembrare giusto in una sana competizione tra aziende private.
Quando, invece, si parla di Stati e non di aziende e interessi privati si dovrebbero tutelare gli interessi dell’intera cittadinanza, comprese donne e bambini, anziani e incapaci, lavoratori e pensionati. Quindi in questo momento la Bce dovrebbe aiutare, per esempio, Portogallo, Grecia e Italia. In altri momenti, altri paesi eventualmente in difficoltà.
Ma questo non potrà mai succedere in questo tipo di Europa da film dell’orrore. Perché i principi sono diversi, ognuno deve fare da e per sé, come nella giungla dove si sa dall’inizio chi vince: il più forte. Oggi il più forte è la Germania e quindi bypassa le regole che impone agli altri e fa il suo comodo; domani, quando il quadro normativo sarà completato e tutto il debito degli Stati sarà consegnato ai vari Soros del mondo, i più forti saranno i mercati finanziari e gli Stati saranno definitivamente distrutti e asserviti al ‘libero’ mercato.

Una Banca centrale che ha il potere di creare i soldi e che, come dice lo stesso Draghi, “ha ampie risorse per affrontare qualsiasi momento di difficoltà”, dovrebbe operare a favore degli Stati (cioè donne, bambini, vecchi, malati, pensionati e diversamente abili, poveri con redditi troppo bassi per essere dignitosi) e non a favore del mercato, il cui essere ‘libero’ non ci fa star meglio.
Certo queste decisioni le dovrebbero prendere i politici che dovrebbero adoperarsi per riprendere il controllo dell’economia e porsi come primo obiettivo quello di dare un’anima a questa Europa che al momento ne è totalmente priva.

Debito e moneta, le leve per sbloccare la crisi

Uno dei fenomeni più rilevanti degli ultimi decenni e che ha determinato la situazione attuale di crisi perdurante, sia in termini prettamente economici che anche di valori, è la privatizzazione dell’emissione monetaria con la quale si è sostituita la moneta con il debito. Cioè lo Stato ha rinunciato sempre di più al suo potere di emettere moneta e bilanciare così il rapporto tra i beni in circolazione e lo strumento per farli girare. Oggi siamo un po’ alle strette per cui potrebbe essere logico cominciare a fare un discorso inverso, cioè sostituire il debito con la moneta.
All’atto pratico quanto sta facendo la Bce di Draghi va in questa direzione, infatti sta comprando Btp, cioè debito degli Stati, dietro moneta che però non è direttamente destinata ad attività economiche reali e per questo non ce ne stiamo accorgendo più di tanto.
Questa operazione portata avanti per un certo numero di anni potrebbe persino portare alla sparizione dei debiti pubblici con conseguente fine dello stress a cui siamo sottoposti per rispettare uno dei parametri di Maastricht, Psc e Fiscal Compact ovvero che il debito pubblico di uno Stato deve essere compresso fino a raggiungere il 60% del rapporto con il Pil.
Considerando che la Bce, in realtà Bankitalia, sta ricomprando circa 8 miliardi di euro di debito pubblico sotto forma di Btp al mese che vuol dire poco meno di 100 miliardi all’anno e considerando ancora che i Btp da ricomprare sono circa 1.700 miliardi, possiamo facilmente calcolare che se questa operazione durasse 17 anni sparirebbe il nostro debito pubblico, quella parte diciamo così “pericolosa” per i motivi spiegati in uno dei miei ultimi articoli (la speculazione sui Btp).
In tutto questo per avere chiara la situazione bisogna considerare che una Banca Centrale non può finire i soldi, come ha detto lo stesso Draghi, ed è un’istituzione che può operare in negativo, senza obblighi, perché i soldi che crea non deve ridarli a nessuno.
Il punto è che se togli qualcosa senza immettere niente si è al punto di partenza. Convergere al 60% del debito pubblico o eliminarlo non crea di per sé più moneta e non aumenta la sua quantità in circolazione rimettendo in moto gli scambi, quindi ci sarebbe bisogno di spesa reale dello Stato, un abbattimento dell’altro parametro, quello del 3%.
E come riferimento ci dovrebbe essere la crescita e non il rapporto deficit-pil, crescita al 3% o al 6% al quale fare riferimento e quindi spendere fino a quando si raggiunga quel livello. Per ulteriore chiarezza, quando lo Stato commissiona un’opera pubblica immette moneta nel circuito perché paga quel lavoro, se abbassa l’Iva aumenta gli scambi con conseguente necessità di aumentare la produzione dei beni in circolazione e soprattutto lascia più moneta in circolo e quindi non frena lo sviluppo e l’economia in generale.
Togliendo debito si tolgono dalla circolazione anche un po’ di interessi sui quali contano i vari fondi e anche le famiglie che detengono titoli di Stato e in generale chi lavora su questo. Il tutto però sarebbe benefico per l’economia reale in generale grazie alla conseguente crescita e ad una migliore distribuzione del benessere non più legato al debito e agli interessi di pochi. Perché questo sia possibile, ovviamente, necessità di controllo e l’unico che possa farlo è uno Stato nel pieno delle sue funzioni, sovrano e che utilizzi democraticamente i suoi poteri nell’interesse generale.
In questo contesto probabilmente l’informazione sulle dinamiche macroeconomiche sarebbe di importanza basilare. I giornali dovrebbero amplificare al massimo tali informazioni, una su tutte: l’intervista a Mario Draghi in cui sorridendo ammette che la Bce non può finire i soldi (leggi). Ma anche quella in cui Ben Bernanke (Governatore Federal Reserve) ammette che per salvare l’Aig non si sono usati i soldi dei contribuenti ma si è semplicemente cliccato su un tasto (leggi), e poi Sir Marvin King (Governatore Banca Inghilterra) che informa che la maggior parte della moneta in circolazione è creata dalle banche commerciali, quindi moneta privata per scopi privati.
Tali informazioni dovrebbero trovare più spazio sui media in modo da creare consapevolezza rispetto a frasi del tipo: non ci sono soldi! e aiutare poi anche a comprendere che il problema è come è stato disegnato il sistema monetario attuale che dopo aver abbandonato come collaterale l’oro nel 1971, cioè dietro una moneta non c’è più oro ma aria fritta, ha cominciato ad usare come collaterale il debito.
Ogni moneta in circolazione rappresenta il debito di qualcuno e prima o poi deve ritornare alla base, per comprenderlo bisogna sempre guardare il sistema in grande, non al proprio portafoglio. Ragionare per un momento macro, in modo da spiegarsi il perché ci sono le crisi e perché la vita in fondo è tanto problematica. Capire il sistema nel suo insieme aiuta a migliorarlo mentre affrontare i problemi in maniera separata e parziale aiuta la confusione e a far sì che le crisi persistano.

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Economia e comunicazione: due narrazioni a confronto

In sintesi il sistema bancario (pubblico) tedesco
note a penna di Giovanni Zibordi – cobraf.com

Un’intervista di Sky TG24, ripresa ovviamente e rilanciata dai social, e che vede da una parte l’economista Nino Galloni, attualmente presidente del nuovo Movimento Alternativa per l’Italia, e dall’altra l’ex assessore al bilancio di Ferrara, Luigi Marattin, e attuale consigliere economico della Presidenza del Consiglio, dà l’occasione per alcune considerazioni sia di tipo economico che di comunicazione.

A Nino Galloni, a cui viene data per primo la parola, viene chiesto cosa potrebbe succedere in caso di un eventuale vittoria al prossimo referendum del no. La risposta di Galloni è di ampio respiro e da persona che in fondo ha vissuto da protagonista tutta la storia dagli anni Ottanta in poi cerca di dare un colpo d’occhio generale. Parla delle pressioni internazionali, delle grandi banche che si sono apertamente dimostrate a favore di un ridimensionamento dell’attuale Costituzione in senso più liberista e più controllabile dai mercati e dagli interessi dei mercati. Un processo che parte da lontano e che si potrebbe concludere oggi con la richiesta agli italiani di ratificare il processo in atto.
E quindi, cosa succederà in caso non ci riescano? I mercati faranno sentire il loro dissenso fomentando la speculazione. C’è un però, la Bce si è impegnata a comprare titoli di Stato sul mercato secondario almeno fino al 2017. Se la Bce compra i titoli di Stato la speculazione vede diminuita o azzerata la possibilità di speculare e a questo proposito basti ricordare le vicende passate dello spread e del “whatever it takes” di Mario Draghi.
In effetti, i titoli di Stato possono essere venduti ai mercati oppure li può comprare una Banca Centrale. Nel primo caso i tassi di interesse salgono a seconda di quanto i mercati vogliono speculare, nel secondo caso sono sotto controllo perché, essendoci un attore istituzionale a comprare “in ultima istanza”, gli interessi vengono tenuti bassi.
Sul mercato primario, dice sempre Galloni, le banche che adesso comprano i titoli di Stato, che partecipano alle aste, continueranno a farlo perché, in particolare in tempi in cui c’è molta incertezza, sono quelli che danno maggiori garanzie di essere rimborsati. Uno Stato, checché se ne dica, non è un’azienda.
E il Mps? Anche qui dipende, continua. Chi specula sicuramente non è preoccupato. I risparmiatori normali sarebbero interessati a soluzioni meno rischiose per cui sarebbe auspicabile una discesa del prezzo del titolo fino al punto che la Banca possa essere comprata dallo Stato, nazionalizzata. Lo Stato in questo momento ha bisogno di una banca pubblica per fare le stesse e identiche cose che fanno da anni i tedeschi e i francesi, quindi collateralizzare i titoli e ricevere in cambio euro. In Italia questa possibilità manca in quanto non abbiamo una banca pubblica.

Marattin interviene, come sempre, a gamba tesa affermando che Galloni dice cose “strampalate” sulla Bce, “spara sciocchezze”, sempre sulla Bce, e costringe Galloni a ripartire con una lezione di storia ricordando che 40 anni fa c’era più occupazione e più sviluppo. Ricorda il “divorzio” tra Banca Centrale e Ministero del Tesoro (operato quasi in autonomia e con un semplice scambio di lettere tra Ciampi e Andreatta), che costò il raddoppio del debito pubblico (in 12 anni si passò dal 55 al 105%). Fu un autentico regalo ai potentati finanziari, dice Galloni. E per chi non vuole proprio comprendere: il debito è debito per noi, guadagno per qualcuno, che ha quindi interesse a che ci sia e si alimenti senza controllo dello Stato o di una Banca Centrale che lavori per gli interessi dello Stato.
Risposta di Marattin: “cosa vuole che commentiamo, lasciamo perdere” e spiega suo modo l’evento del 1981. In quella data si disse, dice lui, smettiamola di fare in modo che se lo Stato non piazza sul mercato i titoli pubblici, lo Stato possa fare una telefonata e li faccia comprare alla Banca Centrale, perché se succede questo, lo Stato, il bubbone del debito pubblico non lo guarisce mai. Se c’è qualcuno che me li compra stampando moneta… il debito è raddoppiato perché lo Stato spendeva più di quello che entrava. Perché la generazione sua (rivolto al “vecchio” Galloni) e quelli come lei ci hanno lasciato in eredità uno Stato che spendeva più di quello che poteva entrare e adesso il conto è finito sulle nostre spalle… guardi cosa è successo alla storia economica di questo Paese”.

Ora, il primo elemento è la comunicazione. Il nuovo e il giovane, Marattin-Renzi, che etichetta come sciocchezze pezzi di storia reali con frasi ad effetto che tendono a screditare chi propone ricette diverse dal mainstream economico. È ovvio che siamo noi (giovani e rampanti) il futuro e facciamo cose diverse dagli altri, mettendo al muro voi (vecchi e con questo pallino della storia) che proponete cose diverse. Comunicazione veloce, sprezzante, ad effetto e frasi facilmente comprensibili da tutti perché nel vocabolario quotidiano grazie all’opera delle tv, giornali e università sono di uso comune (corruzione, debito cattivo, mercato libero, Europa e accoglienza).
Comunicazione efficace, non vera o falsa, solo efficace. Si dice ciò che la gente ha già assimilato e crede vero, rinforzando queste convinzioni e denigrando gli altri e buona pace se dall’altra parte c’è un economista che ha scritto libri, partecipato alla vita economica del Paese e dimostrato ampiamente di conoscere gli argomenti.

Ma alla fine chi ha ragione davvero? Quali sono i fatti? Partiamo proprio dal 1981.
Fino a quel momento avevamo una banca pubblica che come dicono entrambi comprava in “ultima istanza” i titoli di Stato invenduti. Cosa vuol dire? Lo Stato aveva bisogno di finanziare le sue necessità, poteva farlo stampando moneta (uno Stato sovrano può farlo, l’ho scritto diverse volte) oppure può emettere titoli di Stato, cioè dice alle famiglie, aziende, fondi, banche, ecc.: se mi date soldi vi do un titolo che a scadenza vi rimborso con un interesse.
Questo significa due cose: che alla scadenza il debito assunto deve essere onorato e che si genera un interesse altrettanto da onorare. Se però questo debito viene assunto nei confronti delle famiglie italiane si fa più o meno quello che succede in Giappone, si tiene sotto controllo il debito stesso e quando si paga un interesse si aumenta la capacità di spesa dei cittadini.
Se lo Stato decide di finanziarsi per 100 e ha una sua banca centrale allora può decidere il tasso di interesse con il quale indebitarsi. Quindi se i mercati pretendono un interesse più alto di quello pensato dallo Stato, questi dirà alla sua Banca Centrale di acquistare l’invenduto. Si sta indebitando? Sta creando debito pubblico?
Se la banca centrale appartiene allo Stato il debito è assunto con se stesso, è stato monetizzato si dice. E se è stato fatto in base a delle esigenze reali non crea ovviamente inflazione (se ho necessità di finanziarmi vuol dire che so quanta moneta mi serve e cosa voglio farci, se stampo senza questi presupposti creo inflazione, non è che l’inflazione non abbia un motivo o si generi per opera dello spirito santo). Se invece la banca centrale non lo fa sono i mercati a fissare il tasso di interesse, ad acquistare i titoli e a chiederne il rimborso, quindi in questo modo si crea un debito reale, in particolare se viene acquistato da operatori esteri, attualmente parliamo di un 30% scarso sui BTP a 10 anni.
Si può avere una banca centrale pubblica? Certo, è previsto dal Trattato di Lisbona, art. 123 comma 2 e, come ricorda Galloni, ce l’hanno, tra l’altro, la Germania e la Francia in percentuali diverse. A questo punto la domanda diventa: perche noi no? Ecco a questo dovrebbe rispondere il Governo senza denigrare o affidandosi alla facile e giovanile comunicazione.
Quanto sopra risponde anche al “debito sulle nostre spalle” e a come si è creato e spero anche al fenomeno dell’inflazione, continuamente e strumentalmente tirato fuori a sproposito. Sulle inesattezze poi sulla Bce, quali sarebbero?
Che Draghi ha promesso di comprare titoli fino al 2017 e probabilmente oltre è su tutti i giornali. Che quando ha deciso di farlo lo spread è automaticamente sceso lo è altrettanto. E che sarebbe quantomeno strano che decidesse di non comprarli più all’improvviso dopo un eventuale vittoria del no al referendum significherebbe schierarsi contro gli interessi dell’Italia mi sembra altrettanto evidente. Che la JP Morgan abbia fatto delle dichiarazioni sulla necessità di cambiare le Costituzioni del Sud Europa è su tutti i giornali. Insomma perché dobbiamo tacciare e tentare di rendere ridicoli chi propone finalmente delle soluzioni diverse da quelle adottate negli ultimi trent’anni in Italia?

Finiamo con qualche grafico.

In sintesi il sistema bancario (pubblico) tedesco
note a penna di Giovanni Zibordi – cobraf.com

Le Banche Centrali acquistano titoli di Stato, cioè debito pubblico.

bce
Note di Giovanni Zibordi – cobraf.com

Ma quanto denaro possono stampare le banche centrali? Ce lo dice la Bce, tutti i documenti sono di dominio pubblico sul loro sito.

banca-centrale
note di Giovanni Zibordi – cobraf.com

Cosa succede quando una Banca Centrale compra titoli di stato, cioè debito pubblico? Che si annulla, sopra è quanto succede in Gran Bretagna.

debito-pubblico

Qui dovrebbe cadere anche il famoso mainstream: “è stata tutta colpa di Craxi e della corruzione” che equivarrebbe a dire che la corruzione in Italia ha una data di nascita, il 1981-1982.

tasso-di-disoccupazione

Qui vediamo l’impennata del tasso di disoccupazione giovanile dagli anni ’80 che poi cala e dai giorni riprende a salire. Qui la situazione è meno intuitiva. Forse le politiche attuate dai primo ’80 non funzionavano per l’occupazione, questa sale e permette negli anni ’90 di cominciare a togliere tutele ai lavoratori, ad esempio la scala mobile. Questo procura un beneficio a chi dirige: convincere che togliere diritti fa bene al lavoro. Con la deregolamentazione dei mercati e della finanza si muove il mercato, aziende sbocciano on line e fuori ma con i piedi di argilla. Si creano quelli che si chiamano boom – bust cycle, le onde che muovono i cicli economici, alti e bassi che ci portano al 2008 e poi al 2011 e adesso vedremo dove. La costante è che non si costruisce niente di strutturale, finalizzato alla crescita ma ci si affida al libero e deregolamentato mercato in nome della non funzionalità e inefficienza dello Stato. Come si controllano i cicli economici e si mettono a disposizione di tutti? Con le leggi e il controllo, cioè tutto ciò che i nostri governanti si sono adoperati a togliere.

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Da questo potremmo farci un’idea se le politiche portate avanti dai nostri rappresentanti stanno funzionando.

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Qui invece chi sta beneficiando delle politiche economiche attuate dai governi degli ultimi trent’anni. E’ ora di cambiare?

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Cancellare il debito pubblico? Per McKinsey non è un problema, ma ai mercati finanziari non conviene

di Claudio Pisapia e Claudio Bertoni

McKinsey, società di consulenza finanziaria considerata come la più influente al mondo, con all’attivo clienti di alto profilo quali società internazionali e persino governi, il 15 febbraio scorso ha pubblicato un dossier sull’indebitamento di Stati, aziende e famiglie dall’inizio della crisi ad oggi. Ebbene, il debito mondiale è aumentato di 57.000 miliardi di dollari determinando un rapporto debito/pil del 289%. Sono cifre da paura: il mondo è super indebitato e verrebbe da chiedere “con chi? Con gli abitanti di Venere?”. Ma tant’è… e sulla Terra, senza tanto discutere su chi sono debitori e creditori (sempre lo Stato), si cercano affannosamente le soluzioni. Tutti i giornali hanno ovviamente concluso che un debito del genere bisogna ridurlo. “L’esplosione del debito globale” titola Repubblica, “Non nascondiamo il debito sotto il tappeto” continua, seguita da gran parte delle testate giornalistiche nazionali. E Renzi, Padoan, Yutgeld, insieme alla schiera dei loro consiglieri economici, a ribadire il mantra del “riduciamo il debito” e “il debito va pagato”. Ma non è questo che dice la rinomata società McKinsey.

Se il debito pubblico vada ripagato o meno e se sia un problema è solo ed esclusivamente una scelta, politica prima di tutto. Ma in questi tempi bui, soprattutto dal punto di vista informativo, invece il fatto che il debito pubblico sia un problema e che vada ripagato è diventato un dogma. Invece, è una scelta che presuppone la volontà difendere o la maggioranza della popolazione oppure i grossi centri di potere politico e finanziario. E’ una scelta perché dipende da che parte si decide di stare.

Attenzione: il punto non è se prendere le difese del debitore o del creditore, ma se prendere le parti di cittadini, famiglie e imprese che lavorano e che producono beni e servizi reali oppure chi controlla i grossi gruppi di potere politico e finanziario e non produce nulla di utile.

La parte più interessante del report di Mc Kinsey è alle pagine 33 e 34. Ne riportiamo e commentiamo i passaggi principali. Innanzi tutto l’autorevole istituto (che non risulta gestito da soggetti ‘anarco insurrezionalisti’) pone una distinzione tra debito pubblico lordo e netto. Il primo, quello a tutti noto, rappresenta i Titoli di Stato detenuti sia dalle rispettive Banche centrali sia da altri istituti o da privati; il secondo, di cui non si parla mai, rappresenta solo quello detenuto da altri istituti o privati. E qui le cose diventano interessanti. McKinsey dichiara che se proprio vogliamo considerare il debito pubblico  un problema dovremmo prendere in considerazione almeno solo il debito pubblico netto. Perché, dice, ”il debito di Stato detenuto dalle banche centrali (o qualunque altro ente governativo) in un certo senso è solo un’entrata contabile che rappresenta la rivendicazione di una parte del governo verso un’altra. Inoltre, tutti i pagamenti dell’interesse su questo debito sono tipicamente inviati alla tesoreria nazionale, quindi il governo sta effettivamente pagando se stesso”.
Si sta dicendo che il debito pubblico detenuto dalle banche centrali non è un problema perché sono soldi che un membro della famiglia deve ad un altro membro della stessa famiglia. Sono semplici saldi contabili! Ma allora perché Padoan, Renzi, Yutgeld (e consiglieri economici) dicono il contrario? La risposta viene sempre da McKinsey chiara e netta “Non e’ chiaro se le banche centrali possano cancellare il debito governativo che detengono. Qualsiasi svalutazione di questo valore cancellerebbe il capitale della banca centrale. Mentre ciò non avrebbe nessuna conseguenza economica reale, è presumibile che possa creare turbolenze nei mercati finanziari.
Ora scusateci il passaggio poco convenzionale: ma chissenefrega! Cioè abbiamo la presunzione di pensare che Loyd Blankfein, Larry Fink & Co possano riuscire a vivere anche con 500 mila dollari l’anno invece che con 5 miliardi, e a noi, abitanti del mondo reale, ne basterebbero 50 mila. Potremmo stare davvero tutti meglio, equamente meglio. Magari produrremmo anche un po’ meno cose, quelle necessarie, ma potremmo magari avere più servizi.

Ecco un altro passaggio che crediamo valga la pena rileggere ”Cancellare il debito governativo dalla banca centrale non avrebbe alcuna ripercussione per l’economia reale ma sarebbe un problema per i mercati finanziari”. E qualche riga più sotto scrive ancora ”Un’altra opzione che è stata suggerita è quella di rimpiazzare il debito governativo sul bilancio della banca centrale con una obbligazione perpetua a tasso zero… tuttavia, una mossa di questo tipo potrebbe creare una reazione negativa nei mercati e, in alcuni paesi, da parte di politici e regolatori”. Quindi il debito più che essere ripagato potrebbe essere cancellato perché su di noi (abitanti e lavoratori del mondo dell’economia reale) non avrebbe effetti, oppure lo si potrebbe sostituire con un’obbligazione a tasso zero, quindi un debito che non crea altro debito, ma che semplicemente è garantito dallo Stato. Soluzioni a costo zero per il mondo reale ma che qualche problema darebbe a mercati e finanza, ovvero in percentuale, come diceva il grande prof. Ioppolo, “problemi” solo per quell’uno per cento della popolazione che oggi condiziona la vita dell’altro 99%. Il report McKinsey a pagina 34 finisce dicendo:”Quindi, una misura più semplice ma equivalente sarebbe quella in cui le banche centrali semplicemente detengano il debito in perpetuo e l’opinione pubblica si concentrasse sul debito netto al posto del debito lordo.”
Nessun giornale e nessun politico ci racconta queste cose. Forse perché non gli conviene? Sicuramente perché se venisse attuato quanto scritto sopra o magari se ne rendesse partecipe la cittadinanza, verrebbero spazzati via da spread o scandali ad hoc. Il problema è che la responsabilità è anche nostra che continuiamo a dargli fiducia, ma è sensato cominciare a pensare che il vento stia cambiando.

Il documento integrale del McKinsey Institute è consultabile online [clicca qua]

L’immagine di copertina è tratta da Serenitalia.it [clicca qua per andare al sito]

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