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Referendum, a ‘giuri’ una lotta tra titani:
la singolar tenzone tra Violante e Onida sul si e sul no

[Pubblicato il 25 novembre 2016]

La corsa ai posti a sedere inizia presto questa mattina alla Facoltà di Giurisprudenza di Ferrara: sono centinaia le persone che si affollano nell’Aula Magna della facoltà per assistere all’incontro-scontro sul tema del prossimo referendum costituzionale del 4 Dicembre.
Presenti alla conferenza, oltre agli studenti di legge, diversi alunni dei licei ferraresi e della provincia (collegati all’evento anche in streaming) e tantissimi professionisti e cittadini curiosi di capire qualcosa di più su quello che è indubbiamente l’argomento caldo del mondo politico.
La conferenza, presieduta dal professor Daniele Negri, in sostituzione del direttore del dipartimento di Giurisprudenza De Cristoforo, e coordinata dalla costituzionalista Giuditta Brunelli, vede la partecipazione di due mostri sacri del diritto costituzionale: Luciano Violante, presidente emerito della Camera dei Deputati e Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale.
La coordinatrice Brunelli pone domande dirette riguardanti tutti gli aspetti che riguardano il referendum e i relatori, Violante favorevole al ‘sì’ e Onida al ‘no’, non si tirano indietro a spiegare le ragioni della loro scelta.

La prima domanda che Giuditta Brunelli pone riguarda la reale necessità di questo referendum.
Risponde Onida:”Dipende da cosa si intende per necessità. Di certo non è una questione di vita o di morte per il Paese, ma di una certa rilevanza di sicuro ‘sì’. Da sempre c’è troppa enfasi intorno al discorso di cambiare la nostra Costituzione, come se fosse un documento datato da rinnovare. Nessuna Costituzione è inviolabile ma c’è una certa differenza tra superamento e rinnovamento dell’assetto costituzionale”. Per Violante invece la necessità di adeguare la Costituzione a quelle che sono le nuove e reali esigenze dell’Italia è stringente:”Sono trent’anni che si discute sulla necessità di rinnovare la Costituzione: mi sembra quindi evidente che tale necessita ci sia. La nostra Costituzione non contiene disposizioni in materia politica, ma solo principi generali, perché è stata concepita in un momento storico in cui c’erano due blocchi contrapposti: blocco filosovietico e blocco filoamericano e la materia politica venne quindi affidata ai partiti, che allora erano solidi e funzionavano. Con la crisi dei partiti, alla fine degli anni ’80, invece si è sentita l’esigenza di inserire delle regole politiche anche nella Costituzione, proprio perché gli attuali partiti non garantiscono quella stabilità ed efficenza di cui il Paese ha bisogno”.

La coordinatrice introduce poi l’argomento sull’eventuale superamento del bicameralismo perfetto (Camera e Senato con gli stessi poteri).
Valerio Onida vede nella proposta referendaria di cambiamento un modo per mascherare il vero intento del Governo: quello di passare da una democrazia rappresentativa ad una per investitura, con un Capo del Governo che accentra in sé i poteri, facendo diventare il Parlamento un comprimario della scena politica. E sottolinea che “Se vincesse il ‘sì’ il Senato sarebbe composto da 100 senatori di cui 74 consiglieri Regionali, 21 sindaci e 5 scelti dal Presidente della Repubblica. Ognuno rappresenterà la propria realtà comunale e farà gli interessi del proprio partito. Questo non significa portare maggiore rappresentatività regionale all’interno del Senato”.Luciano Violante ribatte citando un episodio storico: “Nel 1984 durante una intervista, Giuseppe Dossetti, rappresentante DC nell’Assemblea Costituente, disse che il sistema bicamerale era un “garantismo eccessivo”, giustificando la scelta di tale sistema con la preoccupazione di De Gasperi che il PC potesse arrivare a governare l’Italia. La società è cambiata: il sistema bicamerale non assicura quella rapidità decisionale fondamentale per avere un Paese competitivo. Lo dimostra il fatto che nessun Paese in Europa, a parte noi e la Bosnia, prevede questo tipo di sistema governativo. Il Parlamento è schiacciato da una situazione di lentezza che vede progetti di legge rimanere al vaglio del Senato anche per trecento giorni”.

E se entrambi concordano sul fatto che l’attuale legge elettorale “Italicum” sia un pasticcio, e vada cambiata, sulla riforma del Titolo V, che disciplina i rapporti Stato e Regioni, il contrasto è netto. Per Violante: “Le Regioni non sono tutte uguali: il problema è garantire i diritti di chi abita le diverse regioni e non alle Regioni stesse. Ora si assiste a quello che io chiamo “policentrismo anarchico”: troppi uffici e competenze poco chiare. Con la riforma si migliorerebbe la situazione riportando allo Stato competenze importanti quali sanità e infrastrutture”. Per Valerio Onida invece la competenza concorrente Stato-Regioni è già garantita dal sistema attuale. Lo Stato detta i principi generali che le Regioni applicano a seconda delle loro diversità: “Il vero problema è che lo Stato è assente e non promuove le Leggi-quadro necessarie per il buon operato delle Regioni. Con la riforma verrà meno anche l’autonomia finanziaria delle Regioni e senza autonomia non c’è responsabilità. Si spenderanno soldi statali ma senza che nessuno a livello locale ne sia responsabile”.
Gli applausi del pubblico sottolineano di volta in volta gli interventi dell’uno e dell’altro relatore, non facendo intuire, nel loro perfetto bilanciamento, se al referendum di dicembre gli italiani diranno ‘sì’ o ‘no’.

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