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IL FATTO
L’inchiesta sul sisma: il ciclo delle macerie, dove è facile nascondere i ‘cadaveri’

“Fra i vari personaggi, mi è capitato di incrociare anche Bianchini e la notizia del suo arresto a dir la verità non mi ha particolarmente sorpreso”. Augusto Bianchini è l’imprenditore centese di recente finito in manette a seguito dell’inchiesta sul terremoto in Emilia del 2012. Nel tessuto regionale la sua azienda, che ha sede a San Felice sul Panaro, è davvero un pezzo forte del settore, con 15 milioni di fatturato. Un paio di settimane fa, il 28 gennaio, a seguito degli sviluppi dell’inchiesta ‘Aemilia’ che ha portato al fermo di 117 persone, è finito in carcere il patron, con l’accusa di smaltimento illecito di amianto nelle zone terremotate.
“Era un tipo chiacchierato, con frequentazioni politiche eccellenti nell’area centrista e solidi appoggi. Gli appalti li vinceva spesso. La sua azienda si occupa di strade e possiede cave”. A ricordarlo è Tito Cuoghi, un ex sindacalista che dall’inizio degli anni Novanta opera nel settore ambiente e si occupa attivamente del riciclo di macerie.

La Bianchini costruzioni era stata ampiamente citata in un articolo sull’Espresso di Giovanni Tizian già nel luglio 2013 [leggi] in cui si faceva riferimento all’iniziativa della Procura di Modena che aveva escluso l’impresa dagli appalti con un’interdittiva antimafia. Scrive il giornalista, che da anni vive sotto scorta per il suo impegno professionale contro la malavita organizzata: “Ha trasportato più di mille tonnellate di detriti nel dopo terremoto dell’Emilia. E’ protagonista del maxi appalto Expo 2015. Ora però nero su bianco ci sono rapporti sospetti, i nomi dei dipendenti vicini alla ‘ndrangheta, le accuse di smaltimenti illegali di amianto nell’area del cratere sismico”. Elementi che già un anno e mezzo fa avevano determinato il primo intervento restrittivo dei magistrati.

“Fra le macerie è facile nascondere i cadaveri – afferma con efficace metafora Cuoghi –. E i cadaveri – chiarisce -sono i rifiuti tossici e inquinanti”. E allora seguiamolo nel suo ragionamento, per scoprire questo ‘mondo delle macerie’ sconosciuto ai più ma ben noto alle cosche malavitose.

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Tito Cuoghi

“La prassi di riutilizzare gli scarti dell’edilizia e i detriti delle demolizioni, in Germania, Olanda e Francia è consolidata da tempo. In Italia è stata avviata all’inizio degli anni Novanta per impulso di un lungimirante imprenditore emiliano del settore calcestruzzi, Angelo Toschi, che si pose un problema elementare, ma sino ad allora irrisolto: perché con una mano continuare a scavare il letto dei fiumi per recuperare ghiaia (con i costi e i rischi ambientali tragicamente evidenziati dalle cronache recenti poiché – precisa Cuoghi – l’alterazione dell’alveo fluviale è motivo di squilibrio del territorio) e con l’altra creare discariche da riempire con i detriti?”. Verificata la possibilità di riutilizzare le macerie e farne una componente dell’impasto usato in edilizia, a Sassuolo brevettò un impianto di trasformazione, il primo in Italia, dando avvio al ‘progetto Rose’ (acronimo di Recupero omegeneizzato scarti edilizia), che aveva per simbolo un cumulo di detriti dai quali spuntavano i fiori. “La mia collaborazione con Toschi e il mio impegno nel settore inizia allora. Dopo tanti anni nel sindacato avevo voglia di nuova esperienze, del comparto edile in Fillea mi ero appassionato proprio di cave e così accettai la proposta e iniziai a girare l’Italia per trovare appoggi al progetto che prevedeva il reimpiego degli scarti da demolizioni edili. Nel ’97 abbiamo creato Anpar, l’Associazione dei produttori di aggregati riciclati che portò avanti l’impegno di cui ero il responsabile delle relazioni esterne. E successivamente il Quasco, centro scientifico regionale. La Toscana è stata fra le prime regioni a sviluppare un serio impegno..

Il problema iniziale era la normativa. Per legno, plastica, rifiuti urbani esistevano già i protocolli, per le macerie no. “L’impasto prodotto viene proposto in tutte le pezzature. C’è un accurato trattamento tecnologico che rende il composto simili ai residui fluviali. A un occhio profano il composto prodotto da un impianto serio si confonde con sabbia e ghiaia naturali”.
“Fin da subito trovammo una valida sponda nel ministro all’Ambiente Edo Ronchi. La legge approvata allora è ancora sostanzialmente invariata e prevede l’impiego nei sottofondi stradali e l’obbligo di utilizzo di un 30% di materiali riciclati nelle opere di costruzione. “Si potrebbe arrivare al 40%, non di più però perché esigenze di stabilità impongono una predominante componente di calcestruzzo. Ma il problema vero è il fatto che la norma è spesso disattesa…”.
Al solito, si fanno le leggi e le si aggirano. “E’ molto semplice eludere la norma, spesso ‘banalmente’ non viene richiamata nei capitolati di gara. Alcuni enti pubblici si giustificano spiegando che nei rispettivi territori non ci sono impianti di riciclaggio che forniscano adeguate garanzie di qualità. Ma in molti casi si tratta di alibi”. Dietro ci sono gli interessi dei cavatori, un mercato che reclama e funzionari compiacenti. “E’ successo di recente anche a Ferrara, ne ho discusso con l’assessore Modonesi che alla fine ha dovuto prendere atto che alcuni suoi tecnici non indicavano come condizione l’impiego della quota di materiali di riciclo”.

Il settore fa evidentemente gola a chi ha materiali inquinanti da smaltire. I rifiuti tossici vanno trattati con speciali precauzioni e il loro smaltimento ha costi significativi. E’ facile mescolare ai detriti anche pannelli di amianto (come è successo in Emilia) o altri inquinanti. Tanto poi si macina e tutto si confonde. “Facile – commenta Cuoghi – se non ci sono adeguati controlli. Il paradosso è che gli enti preposti sono tanti: Arpa, Nos, Province e Guardia di finanza. Forse troppi”. Tutti responsabili, nessun responsabile si potrebbe parafrasare. “Competenze ripartite, ciascuno un ambito e talvolta viene a mancare l’indispensabile visione d’insieme. Alla fin fine quando un compito è condiviso non è sempre chiaro chi lo debba svolgere ed è agevole a posteriori sottrarsi agli addebiti”.

Ma veniamo specificamente a quel che è capitato in regione dopo il terremoto.

“In Emilia la vicenda era nata male con l’assurda decisione di Errani che, in veste di commissario straordinario per il sisma, destinò lo stoccaggio temporaneo dei rifiuti a depositi di aziende compartecipate come Hera, che non avevano alcuna specifica preparazione nel trattamento delle macerie e che si sono quindi affidate a terzi attraverso meccanismi di subappalto, che il decreto consentiva senza neppure prevedere le garanzie minime, come l’iscrizione al registro delle imprese qualificate al trattamento”. Questo passaggio di mani ha generato una catena non virtuosa in cui i ‘furbi’ si sono facilmente insinuati e le cosche hanno potuto mettere a realizzo le loro strategie. “Si sarebbero dovuti fare piani concertati per individuare aziende competenti. Così invece un buon progetto, che prevedeva il riutilizzo totale delle macerie del terremoto, si è trasformato in una mina. Anzi, in un boomerang. Perché ora, di fronte al rischio che altri inquinanti abbiano corrotto le macerie non ancora smaltite e all’impossibilità di analizzare tutto, sarà impossibile percorrere il sentiero virtuoso del riutilizzo che era stato definito: non sappiamo cosa ci sia finito in mezzo”. Quel che invece si sa per certo è che i cortili scolastici di due istituti di Mirandola e Concordia sul Secchia sono stati realizzati con materiali di recupero inquinati da amianto.

Il problema non è nuovo per questo delicato comparto. “In giro c’è molta schifezza, scarsa qualità, residui nocivi. Così è fra le macerie, come fra i terreni di riporto, per questo la movimentazione terre fa gola alla mafia. Non servono grossi investimenti e sono un facile ‘nascondiglio’. Gli emissari delle cosche avvicina i piccoli operatori del settore, li tentano, li lusingano e così ottengono la complicità di tanti”.

“Certo è anche che se si rispettano le leggi i vantaggi del recupero macerie sono molteplici. Si evita di scavare il letto dei fiumi e si riducono i danni ambientali e il consumo di territorio, si utilizzano materiali che diversamente andrebbero smaltiti, creando appositamente discariche per lo stoccaggio, si determinano risparmi economici per le aziende. Con i riciclati da macerie si integra il calcestruzzo, si realizzano sottofondi stradali, ripristini ambientali, si riempiono le cave esauste…”.

Anche quest’anno Tito Cuoghi, che fra le varie e ricche esperienze maturate ha avuto la possibilità di conoscere e collaborare anche con Don Ciotti per i progetti di Libera in Sicilia, avrà la responsabilità organizzativa di ‘Inertia’ la fiera nazionale del settore rifiuti inerti e aggregati che si tiene a Ferrara all’interno di RemTech Expo. “Sarà come sempre un’ottima occasione di confronto e verifica fra operatori, legislatori, mondo accademico e scientifico”.

L’INTERVISTA
Emilia Romagna Mafia spa. Mazzitelli: “Ferrara tra le province più vulnerabili”

Centosessanta arresti, oltre 200 indagati – dei quali 83 nella sola Emilia Romagna – e il sequestro di beni per un valore di oltre 100 milioni di euro: 205 immobili, 70 società, 15 auto di lusso, 137 mezzi, 65 terreni. I reati contestati vanno dall’associazione di tipo mafioso e dal concorso esterno in associazione mafiosa all’estorsione e usura, al caporalato, e poi trasferimento fraudolento di valori, reimpiego di capitali di illecita provenienza, emissione di fatture per operazioni inesistenti, ricettazione. Sono i dati dell’operazione Aemilia, portata a termine a fine gennaio e coordinata dalla Dda di Bologna. Dati che spingono a parlare non più di allarme infiltrazioni, ma di allarme radicamento nella nostra regione.
“Un risultato storico, senza precedenti. Io non ricordo a memoria un intervento di questo tipo contro un’organizzazione criminale forte, monolitica, profondamente radicata nel territorio emiliano”, queste le parole del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti durante la conferenza stampa su Aemilia. Roberti ha poi sottolineato che “l’elemento nuovo è l’imprenditorialità nel rapporto con il territorio, con il tessuto sociale e con l’informazione”, in altre parole: “una visione politica del radicamento”. Se quella con cui abbiamo a che fare è sempre più “una vera holding finanziaria” o la “’Ndrangheta Emilia Romagna servizi spa”, come scrive Tizian, è necessario chiedersi chi e perché nella nostra regione usufruisce dei servizi finanziari e delle competenze criminali delle organizzazioni mafiose. In altre parole è sempre più urgente indagare come avviene la costruzione di network territoriali in loco da parte delle organizzazioni criminali.
Un possibile contributo è arrivato dal Rapporto “L’economia illegale in Emilia Romagna”, realizzato per l’Osservatorio della Legalità in Emilia-Romagna e Unioncamere regionale dal professor Andrea Mazzitelli di Universitas Mercatorum. Presentato a Bologna a metà del dicembre scorso, ha avuto grande risonanza nelle nostre zone perché dall’analisi dinamica condotta emergerebbe che Rimini e Ferrara sono le due provincie in cui si osserva, tra il 2010 e il 2012, un’improvvisa accelerazione della penetrazione criminale, tanto da occupare a livello nazionale rispettivamente il secondo e il quinto posto. Abbiamo cercato di approfondire il tema con il professor Mazzitelli.

Il punto di partenza di questo documento è la presenza sempre più palpabile di un sistema di connessioni fra la società legale e quella mafiosa e di un’area grigia composta da professionisti, politici, imprenditori, burocrati, che rappresenta il «luogo» dove le diverse alleanze si stringono, si modellano e si ricompongono. Da qui la necessità di cogliere i segnali anticipatori di penetrazione della criminalità organizzata. Come avete tentato di cogliere questi segnali? In altre parole da dove siete partiti per l’analisi e come l’avete strutturata?
L’Osservatorio sulla legalità in Emilia-Romagna e i documenti da esso prodotti hanno l’obiettivo di analizzare come si configurano i comportamenti criminali di natura mafiosa che tentano di infiltrarsi nell’economia legale. La conoscenza di quanto accade nel proprio territorio è determinante per indirizzare meglio le politiche di prevenzione nella lotta contro la criminalità organizzata, anche quando si tratta di un fenomeno complesso e per certi aspetti poco visibile come quello dell’infiltrazione nell’economia virtuosa del territorio. Partendo dall’assunto che nessun territorio è immune dalla penetrazione della criminalità organizzata nel tessuto sociale e imprenditoriale, abbiamo condotto l’indagine con una visione interdisciplinare, frutto anche di una condivisione e di una fattiva collaborazione con Unioncamere e con l’Istituto Guglielmo Tagliacarne.

Quali fonti avete usato?
L’analisi condotta ha portato alla selezione e individuazione di specifici indicatori riguardanti la vulnerabilità delle infrastrutture, delle imprese, delle famiglie e del territorio, utilizzando open data, ovvero dati disponibili a livello pubblico e provenienti solo da fonti statistiche ufficiali. Il principale risultato conseguito è che il processo di diffusione territoriale della criminalità organizzata è trasversale a tutte le provincie italiane, anzi prevarica i confini amministrativi perché è interprovinciale e interregionale: ciò consente di definire la vera armatura illegale del territorio e quindi di individuare delle partizioni territoriali funzionali a una migliore interpretazione della distribuzione lungo la nostra Penisola dei reati economici e finanziari e le relative connessioni con i gruppi della criminalità organizzata.

Nel rapporto si parla di una matrice vulnerabilità /criminalità, ci può spiegare meglio? Per esempio con “vulnerabilità economica e sociale”?
L’uso unicamente dei dati della statistica ufficiale può comportare anche la sottostima di alcuni fenomeni a livello provinciale, in base alla percezione che ne hanno i cittadini e gli imprenditori, unicamente perché le fonti ufficiali non sono state in grado di catturarli. I risultati ottenuti sono stati riportati in diverse matrici di dati che hanno consentito di valutare la vulnerabilità territoriale e la criminalità a livello locale. La struttura di una generica matrice prevede che nelle righe vengano collocate le provincie e nelle colonne vengano inserite le variabili delle unità statistiche, vale a dire i diversi indicatori misurati per ogni provincia. La vulnerabilità del territorio è stata calcolata attraverso la costruzione di opportuni indici di sintesi che restituiscono significative informazioni circa i fenomeni di vulnerabilità provinciale osservati in campo economico, finanziario e sociale in relazione anche alle infiltrazioni della criminalità organizzata. In altri termini, la selezione degli indicatori di vulnerabilità è stata condotta con l’intento di individuare le principali criticità del territorio che impediscono uno sviluppo economico e sociale dello stesso in termini di competitività, attrattività e benessere.

Cosa si intende con “indice di sintesi di criminalità organizzata”?
L’indice di sintesi della criminalità organizzata è stato costruito basandosi su tre indicatori semplici: criminalità tradizionale o di base (associazione a delinquere, associazione mafiosa, omicidi di stampo mafioso, stragi e attentati), illegalità ambientale (ciclo dei rifiuti, ciclo del cemento, incendi boschivi dolosi), reati spia dell’illegalità economica connessi alla criminalità organizzata (contraffazione, contrabbando, truffe e frodi informatiche, delitti informatici, usura ed estorsione, riciclaggio e reati di intimidazione). Particolare attenzione meritano, tra i reati spia, le truffe e le frodi informatiche nonché i delitti informatici, reati commessi all’interno di quei settori che, nella definizione della Knowledge economy, identificano i servizi di informazione e comunicazione, ovvero il comparto dei servizi ad alto contenuto tecnologico. A ciò si aggiunga che i reati spia sono fortemente analizzati dagli investigatori, perché ritenuti maggiormente indicativi di dinamiche riconducibili alla supposta presenza di aggregati di matrice criminale e/o mafiosa.

Nella seconda parte del Rapporto presentate un’analisi dinamica in cui si segue il cambiamento di ogni provincia nel triennio 2010-12, come cambia la geografia della criminalità organizzata usando questa metodologia?
Per comprendere il processo di diffusione della criminalità organizzata è stata condotta un’analisi dinamica dei dati nel triennio 2010-2012 per ciascuna provincia. L’obiettivo è stato evidenziare le nuove aree di attrattività della mafia diverse dal Mezzogiorno, ovvero quali siano le province del Centro-Nord dove la criminalità comincia a radicarsi stabilmente e a investire legalmente. L’analisi condotta ha confermato l’ipotesi di partenza: il fenomeno della criminalità è cresciuto, nel periodo osservato, soprattutto al Nord, nonostante le analisi puntuali del 2010 e del 2012 rivelino che le provincie del Sud siano caratterizzate da valori assoluti della criminalità organizzata superiori rispetto alle altre aree del Paese. Anche a livello globale il fenomeno mostra un trend crescente: il 53,2% delle province è caratterizzato da un aumento dei reati della criminalità organizzata; il 27% dei reati è cresciuto nelle provincie del Nord; il 13,5% al Sud e nelle Isole; il 12,5% al Centro. Parallelamente i reati sono diminuiti più nel Mezzogiorno (23,4%) che al Nord (16,2%) e al Centro (7,2%).

In Emilia Romagna le provincie con un trend crescente sono Rimini e Ferrara, al 2° e 5° posto, come sono interpretabili questi cambiamenti?
Scomponendo l’indice di sintesi dinamico nelle sue componenti più significative emerge che in Emilia-Romagna il fenomeno dell’illegalità economica è prevalente tra le provincie che insistono sul versante adriatico (Ferrara, Forlì-Cesena, Ravenna, Rimini), mentre la dinamica dei reati ambientali è prevalente tra le aree appenniniche (Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia). Rimini e Ferrara sono tuttavia tra le provincie più vulnerabili in senso dinamico anche per l’illegalità ambientale dato che occupano rispettivamente il secondo e il dodicesimo posto nella graduatoria nazionale. La posizione di Rimini, insieme al fatto che anche Forlì-Cesena presenti valori elevati, conferma il fatto che la riviera romagnola, al pari di alcune provincie adriatiche delle Marche, sia divenuta nel tempo luogo di attrattività e insediamento di gruppi criminali, italiani e stranieri. Da Ferrara, invece, il fenomeno si espande territorialmente tramite Rovigo verso il Triveneto. La criminalità dunque penetra più facilmente per contiguità territoriale o prossimità logistica da infrastrutture. Le mappe della vulnerabilità alla criminalità evidenziano come essa si manifesti in modo particolarmente critico in gruppi di provincie e di importanti aree urbane confinanti tra loro, come se un’infezione criminale in un’area si potesse diffondere alle provincie circostanti similmente a un virus: si è insomma in presenza di fenomeni di migrazione di organizzazioni criminali tra aree contigue.

Ferrara ha anche valori elevati per quelli che nel Rapporto vengono definiti “shock territoriali”, cosa significa questo?
Vi è una diffusa preoccupazione circa la possibilità che la crisi economica possa determinare una crescita delle attività criminali nel nostro Paese. Gli economisti poi hanno riconosciuto da tempo che la riduzione delle opportunità nel mercato del lavoro può rendere relativamente più vantaggioso il perseguimento di attività illegali. Tuttavia, alcuni recenti lavori hanno sottolineato che il legame tra crisi economica e criminalità è meno evidente nelle regioni meridionali maggiormente caratterizzate da una presenza più radicata della criminalità organizzata (Campania, Calabria, Puglia, Sicilia), dove la criminalità organizzata detiene il “monopolio” dell’attività illegale: qui risulta difficile per un individuo improvvisare un’attività criminosa a seguito di sopraggiunte difficoltà economiche. In altri termini, le aree del Centro-Nord subiscono veri e propri shock rispetto alla penetrazione dell’illegalità economica perché non abituate a convivere quotidianamente con fenomeni di natura criminale: non hanno ancora piena coscienza a livello culturale e territoriale dei modi di agire tipici della criminalità organizzata. Analizzando le provincie dell’Emilia-Romagna si evince che nessun territorio è immune da tali shock, a cambiare sono velocità e accelerazioni di penetrazione. Ferrara e Rimini, come già ricordato, sono le provincie che presentano i valori più elevati di tale indice. Bologna e Parma, al contrario, denotano valori medio-bassi: questo potrebbe indicare che la criminalità organizzata possa inizialmente aver posto le proprie basi operative nelle suddette provincie, che più di altre hanno subito l’influenza mafiosa nonché l’infiltrazione nel tessuto produttivo negli anni passati.

Lunedì 16 febbraio – ore 17 – biblioteca comunale Ariostea
MAFIA A FERRARA: allarmismo o rischio reale?

(leggi la presentazione dell’incontro)

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