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semaforo pedone

Filastrocca dell’omino del semaforo
(Essere diversi non è sbagliato)

Filastrocca dell’omino del semaforo

Chi sei tu, omino del semaforo,
chi sei? Di nome fai Cristoforo?
È da un po’ che ti ho notato
perché sei molto sbilanciato.
Rispetto agli altri sei strano
come se fossi un melograno.
In città, in un posto affollato,
tu resti rosso e stai inclinato.
Anche gli altri omini sono rossi
stanno dritti, saranno promossi.
Tu invece sei strano e diverso,
forse fra i pochi nell’universo.
Solo per quel tuo stare piegato
non vai bene e sarai bocciato.
Non so se sei rosso di vergogna
o se ti hanno messo alla gogna
ma spero nessuno si organizzi:
ti sviti, ti smonti e ti raddrizzi.
Io ti trovo stranamente bello
perché hai l’aria da monello.
Spero che ti vengano a vedere,
e incuriositi scelgano di tacere
poi tutti quanti comincino a dire:
“Qui non c’è niente da capire.
Essere diversi non è sbagliato
ciascuno com’è va accettato
”.

 

 

 

 

 

 

 

 

P.S.
Da un po’ di tempo avevo notato l’omino storto del semaforo rosso che c’è al passaggio pedonale di viale Cavour all’angolo con via Aldighieri, a Ferrara. Mi è sembrata una cosa interessante su cui scrivere e così ieri è nata questa filastrocca.

Caminetto fuoco

Il camino e lo spirito di Roman

Mio nipote Enrico dice che nel nostro camino vive lo spirito di un bambino.

Il nostro è un grande camino di mattoni a vista appoggiato a uno dei muri portanti del cortile. Ha una cappa che finisce con una apertura sul tetto, un grande piatto centrale per il fuoco e due piccoli piatti laterali per tenere in caldo le vivande quando si fa la grigliata.  A casa mia si usa  il fuoco del camino per cucinare la carne oppure per bruciare le sterpaglie dell’orto o qualche grande cartone che non sta nei nostri contenitori della raccolta differenziata.

Enrico dice che nel camino abita lo spirito di un bambino. Non si vede di giorno, perché di giorno gli spiriti sono trasparenti e nemmeno si sente perché non vuole essere scoperto. Sta zitto zitto perché solo così può continuare a vivere nel nostro camino e farsi i fatti suoi. Uno spirito anarchico.
Enrico dice che se di notte ci si alza lo si può vedere. Ha le dimensioni di una farfalla ma è tutto rosa, ha braccia  e gambe lunghe che gli permettono di muoversi con molta agilità. E’ lo spirito di un bambino che si chiama Roman. Abita nel nostro camino perché si trova bene lì e fra un po’, quando Enrico sarà più grande, uscirà definitivamente dal camino e giocherà tutto il giorno con lui. Ecco spiegato il perché dello spirito. Enrico vuole un bambino della sua età con cui giocare, in questo periodo di Covid-19 non è andato all’asilo e può stare solo con sua sorella Valeria che ha nove anni più di lui.
Chissà perché mio nipote ha posizionato lo spirito di Roman proprio nel camino e non sotto un albero, in una delle sue casse di giocattoli, nella legnaia.

Eppure è sempre stato così, gli spiriti stanno nei camini. Escono da là nei momenti più impensati e attraversano improvvisamente la vita delle persone. Compiono azioni bizzarre e poi ritornano nel camino da dove sono venuti ricominciando, come se niente fosse,  a fare i silenti spiriti.

Vorrei vedere anch’io Roman con gli occhi di Enrico e invece lo vedo con i miei ed è molto diverso. Quello spirito ha poco di reale e molto di fantasioso, esprime un sogno e forse anche un po’ di malessere per tanta reclusione. Eppure con quel suo continuo parlare dello spirito di Roman mio nipote si connette al mondo. Attraverso quella strada recupera un senso di collettività e di appartenenza  alla terra che sa di saggezza. Intercetta  parte della nostra storia. Attraverso quel sogno compone i tasselli del suo vivere adesso  e i anche i tasselli di quello che tutti siamo e siamo stati. Riesce ad  entrare nell’essenza dell’esistere,  quella calda che appartiene alla vita. Corre verso un desiderio che è sia suo che di molti e, attraverso questo, mantiene salda la sua identità di bambino un po’ solo e anche la sua appartenenza al cosmo che sta fuori, che evolve, spera, crede. Enrico e Roman si incontrano in una mescolanza di desideri che appartiene a loro adesso quanto è appartenuta ad altri in passato. Quei due esprimono, in quel loro surreale mondo, un bisogno di condivisione che sa di necessità e risposta.

Dentro lo spirito di Roman c’è il cuore del mondo che pulsa, che vive molte delle sue contraddizioni ma anche delle sue possibilità. C’è la spinta verso una trascendenza che sa molto di umano e poco di eternità.
Dentro lo spirito di Roman c’è una possibilità di fuga, un desiderio che trova risposta. In un cammino umano che porta a cercare l’altro e a trovarne lo spirito, c’è la creatività della persona che si mette a servizio della sopravvivenza e della felicità.  C’è tutta la fantasia possibile e anche un impulso alla fratellanza che sa di universalità.  C’è l’espressione di un bisogno che trova terreno fertile per nascere, crescere e morire e proprio in questo esprime la sua essenza. C’è la genialità di una soluzione. Lo spirito di Roman è molto  umano, permette di rispondere a un bisogno di socialità e di aiuto.

Una scrittrice che di spiriti ha capito molto è Isabel Allende. In uno dei suoi libri più famosi  La casa degli spiriti riesce a fondere realtà e fantasia, esoterismo e razionalità. E proprio in questa fusione sta la sua genialità. Toglie un confine e annulla molta paura. Alza un tappo, apre la strada al sogno, alle infinite risposte che i cuori delle persone sanno porre alle avversità.  Proprio con quel libro la Allende si è affermata come una delle più importanti voci della letteratura sudamericana. Non a caso. Chi sa oltrepassare un confine mina un muro, apre una nuova via, legittima una nuova conoscenza, una nuova sperimentazione, un nuovo modo di essere tolleranti. La tolleranza insegna molto. Arriva a ciò che è essenziale, a ciò che davvero si può insegnare, tramandare a chi verrà. La Allende è riuscita a spiegare il perché di alcune scelte umane, il senso un po’ allegorico e balzano di alcune abitudini strane. Nel suo mondo è vero ciò che in altri mondi non esiste. E’ santo ciò che permette una preghiera che accompagna il tempo del vivere, che apre spazi di sollievo ad un contorno paesaggistico e di relazioni umane che altrimenti sarebbe disperato e nichilista.

Enrico nel suo mondo di bambino ha creato Roman perché lo aiuta a passare meglio le giornate,  a sognare, a sperare nel futuro. Roman è una parte di lui, della sua vita di adesso. Io che so della sua esistenza e con un po’ di presunzione ne posso capire il motivo, mi sono scoperta ad amare Roman. Quello spirito di bambino deve essere simpatico, diventerà sicuramente un buon compagno di giochi per Enrico. Immagino che saprà fare qual che piace ad entrambi e quindi: correre col monopattino, nuotare, andare a cavallo, in bicicletta, fare le costruzioni, inventarsi storie popolate di animali, aerei e strani mezzi di trasporto che movimentano tutto o niente, dipende dai momenti. Se assomiglia a Enrico, Roman è bellissimo. Incanta.  Come dice Isabel Allende: “Noi Siamo ciò che pensiamo. Tutto quello che siamo sorge dai nostri pensieri. I nostri pensieri costruiscono il mondo” (Isabel Allende: Il regno del drago d’oro).

Anche i miei pensieri costruiscono il mondo, anche quelli di Enrico. A noi piace Roman anche se io so che esiste solo in funzione di una necessità.  Oppure non è così, Roman è vero.  E’ arrivato da noi e ama stare nel nostro camino perché così nessuno lo disturba e può fare quello che vuole. Uno spirito anarchico, appunto.

VERSO LE ELEZIONI / Il Ministro dell’Interno sbarca in Gad ma che direbbe Giordano Bruno a Matteo Salvini?

Viene… non viene… certo che viene, l’ha promesso… ma quando viene? Dopo mesi di tam tam, venerdì 3 maggio Matteo Salvini arriva finalmente a Ferrara. Il clima d’attesa fa parte della ‘strategia della tensione emotiva’ a cui il leader maximo della Lega ci ha abituati.
E’ davvero difficile seguire passo passo la frenetica cavalcata di Salvini: un uomo che pare avviato verso il miracolo dell’ubiquità. Prima o poi – per fortuna il popolo italiano è assai volubile – questa sovraesposizione mediatica gli presenterà il conto, ma per ora l’onda dei sondaggi continua a dargli ragione. Pochi giorni fa era in giro elettorale in Sicilia, ma ha fatto anche una capatina a Roma per mandare un ennesimo siluro alla Raggi ed è apparso in televisione a promettere la ‘castrazione chimica’. Intanto interviene ogni quarto d’ora su tutti i social: per raccontarci che gran magia sia la sua ‘italica prima colazione’, per difendere il viceministro Siri indagato per corruzione in una vicenda in odor di mafia, per mostrare un mitra in primo piano, per sparare frecciate contro il nuovo nemico Di Maio, per giurare lunga vita al governo gialloverde…

Oggi, 3 maggio, Matteo Salvini arriva a Ferrara, e sempre di corsa, perché proprio ieri era in visita dal suo amico e alleato Viktor Orban, il politico più fascista e xenofobo dell’intero continente europeo. Sull’elicottero di Orban, Salvini ha sorvolato il muro anti-immigrati, poi è rientrato in Italia e subito ha esternato la sua soddisfazione per la “grande sintonia”  tra lui e il Primo Ministro ungherese. Certo, l’Ungheria è l’Ungheria e Ferrara è Ferrara, sarà pure una coincidenza, ma ha il sapore della vergogna.
E c’è una seconda coincidenza. Vergognosa. O almeno imbarazzante. Giudicate voi.
Salvini, infatti, non arriva in piazza Municipale, o in piazza Castello, ma va direttamente al Gad. Lui è un uomo che mantiene le promesse (un altro dei suoi ritornelli preferiti) e due mesi fa l’aveva punto promesso: “Andrò a Ferrara a mettere le cose a posto”. Ora, il Gad è molto grande, una circoscrizione che riunisce quelli che una volta erano tre quartieri distinti, 30.000 abitanti, decine di piazze, centinaia di strade. Salvini aveva molte alternative per scegliere una location dove lanciare i suoi proclami: tolleranza zero, più militari, più armi, più telecamere, più controlli repressivi. Eccetera.
E invece dove sbarca Matteo Salvini? Dove ha dato appuntamento ai cittadini ferraresi? In piazzale Giordano Bruno.

A Roma, a Campo dei Fiori, se guardate per terra, nel punto esatto dove il 17 febbraio anno domini 1600 è stato messo al rogo Giordano Bruno, il grande filosofo e strenuo difensore della libertà di pensiero, c’è un piccolo tondo di ferro. Proprio lì Bruno, il campione della tolleranza, è stato arrostito da un potere che aveva fatto della ‘tolleranza zero’ il suo unico credo politico e religioso.
Scusate, sarà solo un caso, una svista, un’altra coincidenza; e so bene che non è possibile abbandonarsi alla fantasia di un dialogo immaginario, ma a me è venuto da pensare a cosa direbbe oggi Giordano Bruno, intestatario della piazza omonima, al suo ospite Matteo Salvini. Per esempio, sto citando testualmente Giordano Bruno: “Non so quando, ma so che in tanti siamo venuti in questo secolo per sviluppare arti e scienze, porre i semi di una nuova cultura che fiorirà, inattesa, improvvisa, proprio quando il potere si illuderà di aver vinto”.
Anche Salvini, come ogni potere forte, come ogni idea di Stato basata sulla intolleranza, si illude di aver vinto: in Italia come a Ferrara. Il 26 maggio – spero – o un po’ più tardi, si accorgerà che la sua è solo una illusione. Perché non ha nessuna cartuccia, nessun argomento per rispondere alla profezia umanista di Giordano Bruno. E nulla di buono e di nuovo da proporre ai cittadini ferraresi. Nulla da mostrare, solo una ennesima felpa, un nuovo sberleffo per la nostra democrazia.

VERSO LE ELEZIONI
Il Libero Comune di Ferrara e la Tolleranza Zero

La fabbrica della in-sicurezza? Funziona a meraviglia.
Ne scrivevo qualche settimana su questo giornale, e infatti GAD e sicurezza sembrano essere le parole chiave su cui a Ferrara si danno battaglia i candidati sindaco. La nuova Destra cittadina appare galvanizzata; è (quasi) sicura di vincere e per riuscirci ha impostato una strategia tutta all’attacco. Prima di tutto: presidiare il territorio! Fratelli d’Italia apre la sua nuova sede in via Cassoli, la Lega si installa in via Oroboni, mentre la Destra unita affitta quattro vetrine vuote sotto i portici del duomo per piazzarci il faccione di Alan Fabbri (più volte replicato) e la scritta a caratteri cubitali: TOLLERANZA ZERO. Con questo slogan in primo piano Ferrara sta imboccando l’ultimo mese di campagna elettorale.

Passo per piazza, il Listone è ingombro di bancarelle e di turisti consumanti, allora devio sotto i portici e mi trovo davanti agli occhi quella promessa che assomiglia a una minaccia: TOLLERANZA ZERO… Mi sono sentito male.

Il tema della sicurezza, però, pare essere in cima ai pensieri – e ai programmi elettorali – anche di Aldo Modonesi e degli altri candidati del Centrosinistra: civici, mezzo-civici, quasi-civici che siano. Ho provato a capire il perché di quello che mi sembra essere un grande abbaglio, o peggio, un fatale sbaglio. Rincorrere la Destra sulla sicurezza (più controlli, più telecamere, più divise), accettare un uso più largo delle armi e degli interventi repressivi rischia di essere un clamoroso autogol. Perché, anche per gli elettori, l’originale è sempre meglio della copia.

Non servirebbe, allora, dire e fare l’esatto contrario? Denunciare il vicolo cieco a cui ci sta portando, in Italia e a Ferrara, questa ossessione per la sicurezza. “La soluzione non è militare”  era il titolo del volantino che la rete ‘Ferrara che accoglie’ ha distribuito in tutte le case del Gad. Un messaggio, sia detto per inciso, che è stato accolto con favore (e sollievo) dalla stragrande maggioranza degli abitanti del quartiere.
Certo, a tutti piace vivere sicuri nella propria città, ma i ferraresi vogliono la pace, non la guerra tra i poveri che la nuova Destra ci propone ogni giorno. E l’unica strada per avere una sicurezza vera, non una città blindata e sempre più impoverita, è quella di garantire i diritti di tutti, potenziare i servizi, moltiplicare il dialogo tra culture diverse, favorire l’accoglienza e l’incontro. Quindi, non meno, ma più democrazia. Non meno, ma più tolleranza.
Gli effetti perversi della ricetta Salvini sono già arrivati anche a Ferrara. Grazie al suo Decreto in-sicurezza il sistema dell’accoglienza sta andato in pezzi. Anche a Ferrara – è storia di questi giorni – i bandi per l’accoglienza indetti dalla prefettura sono andati deserti. La sforbiciata governativa da 35 a 18/20 euro ha costretto tutte le cooperative e associazioni ferraresi (laiche e cattoliche) a rinunciare. Con quel compenso non è nemmeno pensabile tenere in piedi un servizio di accoglienza e di integrazione diffuso ed efficiente, il modello emiliano (e ferrarese) da tutti giudicato positivo: appartamenti o piccole comunità con un massimo di 30 ospiti, operatori ed educatori preparati e motivati, scuola di italiano, mediazione culturale e linguistica, assistenza legale e copertura sanitaria.

Che fine faranno un migliaio di ragazzi stranieri dopo la proroga al 30 giugno? Associazioni e cooperative hanno generosamente assicurato che non li lasceranno per strada, ma il rischio è che tutto il sistema dell’accoglienza venga spazzato via. Metteremo gli immigrati, i profughi, i rifugiati – i clandestini come li chiama senza distinzione Salvini – tutti insieme, magari chiusi a chiave dentro la ex caserma Pozzuolo del Friuli? O cercheremo di spedirli ‘un po’ più in la’? Alcuni di loro, privati di tutto, andranno di certo a ingrossare le file della piccola delinquenza o della malavita organizzata. Ecco come il ‘decreto sicurezza’, l’intolleranza al governo, ci porta in dono precarietà e disperazione (per i nuovi arrivati) e insicurezza (per tutti).

Non riesco a levarmi dalla testa quella scritta TOLLERANZA ZERO sotto i portici del duomo. Un comando perentorio che ha qualcosa di offensivo. Per me, per i ferraresi, per la città di Ferrara. La scelta del luogo non è indifferente, non si tratta di un posto qualsiasi.

Nel 1188 il Libero Comune di Ferrara, per decisione del Consiglio dei Savi, fa incidere gli Statuti Comunali nel marmo e li pone sulla fiancata della cattedrale, a lato dell’antica porta dei Mesi. Gli Estensi, arrivati al potere, favoriscono la trasformazione delle baracche dei mercanti in botteghe in muratura. In questo modo, gli oltre 80 metri di Statuti Lapidari vengono occultati alla vista e alla memoria dei ferraresi, non più liberi cittadini, ma sudditi del Duca.
Se oggi entrate in alcuni dei negozi addossati alla cattedrale, potete ancora scorgere alcuni brani di quegli antichi Statuti che orgogliosamente sancivano diritti e doveri dei abitanti di una Ferrara proto-democratica. Una Ferrara che della tolleranza faceva un valore, non una clava con cui colpire i meno fortunati.

Che paghi il Comune

“Che paghi il Comune!”, un ben noto refrain. Eppure il Comune siamo noi. E se paga il Comune lo fa pure coi soldi nostri… Che c’è, allora, alla base di questa sindrome dissociativa che rende la casa pubblica un’entità estranea, talvolta nemica? Diffusa – e spesso fondata – è la percezione di un potere autoreferenziale, che risponde alle proprie logiche, incurante dei reali bisogni dei cittadini, e che piega le istituzioni a proprio vantaggio.

Riappropriarsi dei luoghi della democrazia – governo del popolo esercitato tramite i propri rappresentanti – significa scacciare i mercanti dal tempio e ripristinare il corretto ordine delle cose. Per riuscire nell’impresa bisogna saper scegliere e designare persone oneste, affidabili, capaci.

Il politico deve essere onesto, certo. Ma essere onesti non basta, il politico deve essere onesto e capace insieme. Il problema invece è che abbiamo molti politici disonesti e qualcuno, perdipiù, anche incapace.

L’onestà è un requisito imprescindibile, ma di per sé insufficiente a garantire il buon governo; per questo servono anche altre doti: competenza e lungimiranza, per esempio. Unite al sapere e magari al saper fare.

Ma non si può prescindere neppure dalla capacità di mediazione. Sì, perché mediare fa parte delle arti del governo (e della vita)… Su questo punto scivoloso, però, bisogna intendersi, perché il cosiddetto compromesso ha una faccia nobile e una ignobile – spesso prevalente in politica e in affari – che comprensibilmente genera un moto di ribrezzo. Troppe volte, anche in sede pubblica, gli accordi si stipulano al ribasso, in forma biecamente compromissoria, e sono finalizzati alla tutela di interessi opachi delle parti coinvolte che prescindono – quando non ostacolano addirittura – il compiersi del reale bene comune. Ma questa evidenza non può cancellare la considerazione del valore del nobile e imprescindibile compromesso, quello che ricerca un punto di equilibrio a salvaguardia di bisogni e legittime aspettative che, laddove non possono essere soddisfatti appieno, devono essere con saggezza contemperati nell’interesse di tutti e a tutela dei diritti di ciascuno. Ma dei diritti, non degli appetiti!

Compromesso è un termine degradato. Ma, respinto l’ignobile compromesso che ben ci è noto, va praticato il suo opposto: il compromesso virtuoso, spesso indispensabile per conciliare, nel limite del possibile, bisogni e aspettative differenti, limitando le ragioni di conflitto nell’ambito comunitario.

Non sempre però il compromesso è possibile, e talvolta non è neppure auspicabile. E’ lecito e opportuno solo laddove sia coerente con i valori che ispirano il patto di cittadinanza stipulato fra i membri della comunità.

Compromesso è mediazione, a tutela di ragioni, ideali e interessi diversi. Con questo spirito i padri costituenti scrissero la Carta che designa le norme fondanti del vivere comune, nel segno del rispetto e della reciproca tolleranza. Rispetto e tolleranza: concetti oggi estranei al lessico di molte forze partitiche.

La classe politica deve invece recuperare questa capacità di mediare al rialzo, non al ribasso. E deve potersi mostrare senza imbarazzi, senza necessità di maschere e belletti utili solo a celare un’immagine appannata. La politica deve tornare a risplendere nella propria limpida onestà. Valore – questo dell’onestà – imprescindibile ma, ripeto, di per sé insufficiente: tale pre-requisito politico deve infatti accompagnarsi alla visione, quindi alla lungimiranza, e insieme alla concreta arte ‘del fare’, attuata rigorosamente con modalità lecite e azioni limpide e trasparenti.

E’ stucchevole dover ribadire questi concetti e a qualcuno potrà apparire banale. Ma se oggi si rende di nuovo necessario enunciarli – e occorre farlo con forza – è perché evidentemente di queste condizioni basilari – e dei valori da cui promanano gli imperativi a cui il politico dovrebbe ispirare il proprio operato – non vi è più certezza, dacché in molti li hanno calpestati e infangati.

Da qui, dunque, si riparte, dalle basi. E solo su ‘queste basi’ è possibile riedificare un progetto politico, qualunque esso sia, degno di essere considerato. Parliamo, quindi, di una condizione pre-politica imprescindibile per chiunque, al di sopra degli specifici orientamenti: una condizione che precede la formulazione del progetto e del programma di governo, un dovere etico imprescindibile, che chiunque deve necessariamente rispettare. Su queste fondamenta nasce la politica, la bella politica, e germogliano la visione, il disegno programmatico, le linee operative e l’individuazione degli interventi concreti: il fare. L’operoso fare, che personalmente auspico a vantaggio del bene comune e a salvaguardia dei più deboli.

 

(Nella foto un’installazione della mostra “Inganni arcimboldeschi” allestita al museo Bertozzi & Casoni di Sassuolo)

Una letterina al bambino nella culla

di Federica Mammina

Un tempo era a Gesù Bambino che ci si rivolgeva, grandi ma soprattutto piccini, per chiedere i doni. Oggi è Babbo Natale, o forse i più scaltri si rivolgeranno direttamente a mamma e papà.
E se qualcuno la famosa letterina la scrive ancora, non v’è dubbio che il buon vecchio “vorrei la pace nel mondo” abbia ceduto il posto all’ultimo modello di video gioco, cellulare o borsa firmata.
Sta di fatto che per tutti il Natale è un momento di riflessione, di bilancio, di desideri e di buoni propositi, che siano scritti, dichiarati a voce o custoditi nel proprio cuore.
E quindi dopo una lunga riflessione io nella mia intima letterina, a Gesù Bambino ho voluto chiedere una sola cosa: armonia.
In un mondo dominato dalle contraddizioni, dove gli uomini sembrano non essere più in grado di comunicare serenamente, accettarsi per le rispettive differenze, aiutarsi e ascoltarsi, è questo quello di cui più abbiamo bisogno. Armonia con noi stessi, con gli altri e per chi lo desidera anche con Dio. In un mondo che a volte sembra impazzito come una barca in balia delle onde, alla deriva, solo un po’ di equilibrio, serenità e capacità di dare peso alle cose importanti e tralasciare il superfluo, ci può aiutare a raddrizzare la barra del timone.
Sforziamoci di chiedere ciò di cui abbiamo veramente bisogno e auguriamoci reciprocamente un intimo Natale, che è quello che lascia davvero il segno. Speriamo il più a lungo possibile.

Interno verde, aprire i giardini per ritrovare intimità e tolleranza

Doveva essere un ordinario weekend di fine estate. E invece sabato e domenica scorsi, tra magnolie, querce, gelsomini, campi e orticelli nascosti, è accaduto l’impensabile. Cosa? È presto detto: oltre tre migliaia tra ferraresi e turisti (stando ai dati degli organizzatori) hanno deciso di disertare i centri commerciali, il mare con gli ultimi sprazzi di sole e i grandi eventi, per varcare i cancelli di tante abitazioni private e palazzi storici. E non lo hanno fatto per mostre di giganti dell’arte, nè per l’ultima passerella di Christo. Macché. Hanno lasciato fuggire le ore tra orti, chiostri e cortili, che sono lì da secoli, ma che andavano svelati. L’occasione è venuta dal festival Interno Verde, organizzato dall’associazione Ilturco con lo scopo di aprire al pubblico i più suggestivi e segreti giardini della città. È tutto.

Allora cos’è successo veramente a Ferrara quest’ultimo weekend?

Che il confine tra ciò che è ordinario e ciò che è straordinario si è assottigliato fino a scomparire. È apparso in tutta la sua evidenza come il valore intrinseco delle cose venga dal senso che la comunità vuole dargli.

E ne sono nate domande ineludibili: che si possa fare grandi eventi ritornando a setacciare tra le specificità locali senza per questo sembrare, o sentirsi, provinciali? E i turisti non staranno cercando (già da un po’ di anni) proprio queste identità ben definite in un mondo di livellamento culturale? Che la strada per essere intelligentemente globali sia quella di vivere con dignità e intensità la nostra dimensione locale?

Interno verde ci ha ricordato anche che la cultura, quella vera, è capace di dare valore alle piccole cose e non si accontenta di seguire la moda; che la cultura, lo ribadiamo, quella vera, è inevitabilmente globale quando è autenticamente locale. E ancora: che cultura, quella vera, è sempre sinonimo di apertura. Qualcuno è pronto ad obiettare: cosa c’è di aperto in un giardino che è stato pensato per rimanere ben protetto tra le mura di un palazzo o di una casa? I giardini e i cortili ferraresi, e noi cittadini faremmo bene a ricordarcelo, non sono “conclusi”, chiusi, a significare intolleranza e impenetrabilità. Stanno nascosti e stretti, avvinghiati in un unico amplesso con pietre e mattoni, come amanti abbracciati. I nostri giardini forse rappresentano l’intimità di chi si ama, e l’intimità non è mai chiusura, semmai è apertura massima alla novità di nuove vite.

Questi interni verdi sono talmente ferraresi da sembrare internazionali.

NOTA A MARGINE
Dalla tolleranza al riconoscimento: la salvaguardia dell’identità nel mondo dell’inclusione

Agisci in modo da trattare l’uomo, così in te come negli altri, sempre come fine e mai solo come mezzo. (Immanuel Kant)

Non è un argomento semplice da maneggiare il binomio democrazia e laicità, soprattutto nel nostro paese, dove fin dai tempi di Machiavelli principi e repubbliche hanno dovuto più che in altre realtà europee confrontarsi con il più o meno ingombrante “imperio” della Chiesa. Per cimentarsi in questa sfida, nell’ambito del ciclo “La democrazia come problema”, l’Istituto Gramsci e l’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara hanno fatto ricorso al professor Giuliano Sansonetti, docente di Filosofia morale presso l’ateneo estense.

Non è semplice parlare di laicità perché ormai, nel mondo in cui viviamo, sono in parecchi a non vederla più come un principio regolatore della vita sociale. Parlare di democrazia e laicità potrebbe, inoltre, voler dire scoperchiare un vaso di Pandora in cui sono contenute una miriade di implicazioni pratiche: i cosiddetti temi sensibili, dalla procreazione assistita alla diagnosi pre-impianto alla legislazione su testamento biologico e fine vita; il riconoscimento o meno di nuove forme di convivenza e di unione diverse dal matrimonio; l’insegnamento della religione nella scuola pubblica e l’assegnazione di contributi alle scuole paritarie confessionali; fino all’opportunità o meno di ospitare in un municipio una conferenza stampa sulle iniziative per il decennale dell’ordinazione di un vescovo [vedi].

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GiulianoSansonetti

Sansonetti ha voluto, invece, andare alle origini del concetto di laicità e riflettere sugli eventuali difetti che si porta dietro, lasciando a ciascuno la riflessione sulla sua applicazione alle singole questioni pratiche: non a caso uno dei cardini della laicità è l’autodeterminazione del singolo.
La storia della laicità in realtà è abbastanza recente e comincia all’indomani delle guerre di religione che hanno dilaniato l’Europa fra Cinquecento e Seicento. Tutto inizia con la “Lettera sulla tolleranza” (1689) di John Locke e con il “Trattato sulla tolleranza” (1763) di Voltaire: se nella prima la tolleranza riguarda solo la sfera religiosa, distinta da quella politica, nel secondo si arriva alla tolleranza civile, cioè riguardante ogni forma di attività umana. “La tolleranza e la laicità diventano così il nuovo fondamento unitario della vita sociale” in Europa. La sua prima sanzione giuridica però è la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” (1789). E quel “dell’uomo” non è affatto banale o scontato, come ha sottolineato Sansonetti: significa aver incluso “anche quelle persone che fino ad allora non erano state giuridicamente riconosciute dalle istituzioni statali”. Ecco perché la Rivoluzione Francese concede pieni diritti civili alla popolazione di origine ebraica e abolisce la schiavitù nelle colonie. In altre parole, ha affermato Sansonetti, “l’umanità, la natura umana, diventano l’elemento comune al di là delle divisioni nazionali e religiose e la base per quei diritti che nessuna autorità può conculcare anche al di fuori del patto che istituisce la convivenza in Hobbes o del contratto sociale come concepito da Rousseau”. Ed è da questa concezione della specificità della natura umana che deriva anche la morale kantiana, che vede in ogni essere umano un fine e non un mezzo.

L’umanità universale dell’Illuminismo però ha due difetti, che al giorno d’oggi diventano così significativi da comportare un suo parziale ripensamento: pecca di astrattezza e di eurocentrismo. Già il Romanticismo ha messo in luce come l’umanità “sia fatta di popoli, portatori di culture e significati diversi”.
Nell’odierno contesto globalizzato e multiculturale, secondo Sansonetti, è necessario passare dalla tolleranza al “riconoscimento”. Come afferma il filosofo canadese Charles Taylor, i cui contributi riguardano le aree del comunitarismo, del cosmopolitismo e della secolarizzazione, “l’altro, il diverso da me, non chiede solo di essere tollerato, ma di essere riconosciuto”.
In questo XXI secolo dunque la sfida della laicità, o meglio di coloro che si definiscono laici, è affermare sempre di più che “le differenze non sono solo un dato di fatto, ma un valore e un elemento di arricchimento”. Da “semplice separazione di ambiti diversi”, la laicità dovrebbe divenire “lo sforzo di riconoscere all’altro un’identità con pari dignità rispetto alla propria”. La difficoltà maggiore sta certo nel fatto che tale riconoscimento spesso non avviene in modo pacifico, perché implica un confronto con l’altro e, per rimanere in ambito filosofico, la dialettica comporta sempre un conflitto. Il segreto sta nel compromesso nel senso positivo del termine: “la composizione di questo confronto non può essere l’affermazione di un’identità a scapito dell’altra, ma l’inclusione delle differenze nel nostro vivere civile quotidiano”.

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SPECIALE FE vs FE
Centro storico: la città va vissuta, non imbalsamata

Mi cimento in un compito ingrato, per dovere d’ufficio: in assenza del relatore designato devo difendere una causa contraria alle mie convinzioni. Farò per questo appello all’ars retorica. D’altronde i sofisti qualcosa ci hanno insegnato…

Dunque posso dirvi che sì, certo, la città-cartolina è una bella suggestione, piace a tutti. Ma una città è un organismo vivo, pulsante e il rischio che non dobbiamo correre è proprio quello di museificarla, di blindarci nella storia. La città è fatta di attività e di persone che la vivono. E la vita è anche bisogni concreti: scambi, servizi, funzioni, commercio. Possiamo ragionevolmente immaginare di disciplinare il traffico, ma senza eliminare le auto del centro. E attenzione, non stiamo facendo un favore ai commercianti, i bisogni sono anche quelli nostri di cittadini e consumatori. Pure chi vive in centro ha necessità dell’antennista o dell’idraulico, e l’artigiano non si può caricare tutto in spalle, ha necessità di muoversi.
Le esigenze sono varie e diverse, vanno contemperate con tolleranza.

Abbiamo sempre il rimpianto del bel tempo perduto. Nell’Ottocento non c’erano la auto, c’erano le carrozze. Ah che bello! Già ma le carrozze non viaggiavano in forza di vento, c’erano i cavalli a trainarle e il loro ‘carburante’ lo depositavano lungo via; e non è che profumasse di rose e di viole. Quindi, se mi passate la battuta, una forma di inquinamento c’era anche allora…
Diciamo più seriamente che ogni epoca ha i suoi disagi da sopportare.

E poi per concludere vogliamo considerare la pericolosità? Non ci risultano incidenti fra auto e pedoni in centro storico, e a ben vedere i maggiori rischi per i passanti vengono da quegli spericolati ciclisti estensi che si sentono signori e padroni del territorio.

Quindi io ribadisco: tolleranza e auto per quel che serve. Anche a vantaggio degli anziani e delle persone disabili, perché la città è di tutti e tutti devono poterne godere.

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L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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