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LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Alla deriva del sapere

Il sapere non sta attraversando un buon momento. Gli apprendisti stregoni si moltiplicano. Quasi che il sapere anziché renderci liberi ci trasformi in vittime della sua tirannia.
Che il momento non sia favorevole al sapere, ci aveva già avvertito Tom Nichols con il suo ‘La conoscenza e i suoi nemici’, riecheggiando ‘La società aperta e i suoi nemici’ di Karl Popper. Perché ciò a cui si guarda con sospetto e con resistenza sono sempre i passi che si fanno verso il cambiamento, verso il futuro che ti porta via quello che avevi prima.
È lo stesso meccanismo del sapere che ti priva dell’ignoranza e, a volte, ti accorgi che sarebbe stato molto più comodo non sapere. Non possiamo più tornare alla presunta ingenuità e bellezza della società chiusa, il nostro sogno del cielo non può essere realizzato sulla terra. Platone ci ha fregato.
Diffidare del sapere ha fatto sempre bene alla narrazione umana che non avrebbe potuto progredire senza interrogarsi del proprio sapere, ma a sapere bisogna contrapporre sapere e non congetture.
È la società chiusa che nega che il sapere accumulato dalla tradizione possa essere falsificato. O si possa anche solo pensare di metterlo in questione, sono le sette, le chiese e le confraternite, che non ammettono altro al di fuori di sé. Come il populismo e il sovranismo, propri delle società chiuse, nemiche delle società aperte.
Ma se possiamo dubitare e mettere in discussione la scienza, lo dobbiamo alla ragione cartesiana e illuminista, alla fiducia nella razionalità dell’uomo che ha portato la società occidentale a diventare per prima una società aperta, una società che ha reso libere le facoltà critiche della persona.
Sono le nostre capacità di usare la ragione che ci hanno consentito di progredire mettendo in discussione i nostri saperi. Ma la ragione dell’uomo ha bisogno di fatti, non di opinioni, della ricerca e della scoperta, per riprendere altre strade ancora verso la ricerca e la scoperta di altri saperi, non di sentenze e tanto meno di pregiudizi.
Quando veniamo al mondo compiamo l’ingresso nella cultura del nostro tempo per partecipare alla sua narrazione e diventarne a nostra volta gli autori. È a scuola che apprendiamo a leggerne e a scriverne le pagine. Per questo nessuno può appropriarsi della scuola, perché quella narrazione appartiene a tutta l’umanità che l’ha composta e che continua a comporla dai vari luoghi del pianeta.
Quando si teme il sapere, i primi sintomi vengono dalle scuole. È la narrazione collettiva a correre i maggiori pericoli.
I sacerdoti della società chiusa si muovono con le loro liturgie e i loro anatemi. La nuova eresia che non deve entrare tra la narrazione dei saperi delle nostre scuole è oggi la teoria gender.
Il ministro gialloverde, titolare del Miur, ha decretato con circolare a tutte le istituzioni scolastiche che di “gender” nelle scuole non si deve parlare senza il consenso delle famiglie, come non è possibile realizzare altri progetti, al di fuori delle discipline canoniche, se non c’è il benestare delle famiglie. Il diritto al sapere, dunque, appaltato e sequestrato dalle famiglie.
La scuola non più il luogo della narrazione collettiva, il luogo dell’ingresso nella cultura, il luogo della negoziazione dei significati, ma luogo di sudditanza e di manipolazione, asservito a un culto reazionario della famiglia, conservatore e ignorante. La scuola come luogo della democrazia e dei saperi contingentati.

Il luogo dell’ipocrisia imposta come diritto dei genitori di tenere in ostaggio le menti dei figli, nel luogo dove i saperi devono essere aperti, nel luogo in cui ricevere le risposte alle domande, che non possono certo celare i loro interrogativi solo perché i genitori non vogliono.
La paura del sapere striscia in modo allarmante e soffia alle porte e alle finestre delle nostre scuole. Una riforma non detta si fa strada e da tempo attendeva il suo apprendista stregone. Alcune parole già iniziano a sguizzare nell’aria per familiarizzare con le orecchie delle persone. E allora ecco la “regionalizzazione”, l’apprendimento per “argomenti” anziché per “discipline”. Tutto un repertorio con l’intento non dichiarato di ridurre le scuole a misura della propria società chiusa, del no ai saperi che non siano quelli delle proprie tradizioni, delle proprie certezze e differenze.
Non più la scuola pluriculturale per una società aperta. Ma una scuola sovranista, monoculturale, per una società chiusa.
Non più la scuola della grande narrazione comune a tutta l’umanità, per questo comunità di destino, per questo comunità dell’incontro con l’altro. Il luogo in cui la narrazione dei saperi consente a generazioni di bambine e di bambini, di ragazze e di ragazzi di ricercare la risposta a Chi sono io? Chi sei tu?
Una scuola che ora, in nome delle regionalizzazione, in realtà aspirerebbe a difendersi dai corpi estranei, che siano saperi nuovi e vecchi, docenti o discenti di altri terre geografiche e culturali.
La deriva dei saperi comporta la deriva della cultura e delle conquiste democratiche, motivo per cui i saperi e i loro luoghi sono i primi ad essere presi di mira dal populismo e dal sovranismo delle società chiuse. Restare vigili è il nostro dovere.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Gli ingannevoli algoritmi dei nostri like

Pare che siamo sempre più migranti verso noi stessi, abbiamo inventato il modo di nutrire ogni giorno le nostre convinzioni, le nostre sicurezze, le nostre arroganze. I “like” che usiamo sono like che in realtà rivolgiamo a noi stessi, autoreferenziali, perché è like tutto ciò che assomiglia a quello che pensiamo, che vorremmo leggere o sentirci dire. Scegliamo sempre più di vivere, lavorare e socializzare con persone a noi simili per ogni aspetto e nulla è più simile a noi di noi stessi. I nostri comportamenti in internet sono lo specchio di tutto questo, ne consegue che rompiamo i ponti con tutti gli altri che non sono come noi. Da quando i social sono divenuti tante piazze virtuali è più facile porre fine ad una amicizia con un clic che con una animata discussione vis a vis.
Ci va di mezzo il sapere, la conoscenza, la competenza e soprattutto la regola più elementare di ogni democrazia, la capacità della gente di andare d’accordo con gli altri. Ecco, forse vanno ricercati qui i prodomi della società del risentimento e dell’astio.
Tutti rincuorati e rafforzati dagli ingannevoli algoritmi dei nostri like che ci fanno vedere sempre più le cose che ci piacciono ed escludono tutte le altre. Siamo impantanati in internet, presi nelle sue sabbie mobili. Così non ci fidiamo più di nessuno, professori, scienziati, esperti. Su tutti domina Google, l’infallibilità di Google e Wikipedia sourcing che alimentano l’illusione di poterci procurare una competenza fai da te.
La conoscenza e i suoi nemici” è il libro del momento. Michele Serra gli ha dedicato una sua Amaca, Paolo Gentiloni al Forum di Cernobbio ha invitato a leggerlo, Sabino Cassese ne ha scritto su “Il Sole 24 ore”.
Il suo autore, Tom Nichols dell’Harvard University, sostiene che lo sviluppo della tecnica ci ha reso più incompetenti, anziché aprire la strada alla stagione di un nuovo illuminismo, pare condurci verso un inedito oscurantismo.
Il libro porta come sottotitolo “L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia”. L’allarme non riguarda solo gli Stati Uniti d’America, perché la realtà descritta dal professor Nichols può essere tranquillamente trasferita in Italia.
Che oggi ci troviamo di fronte a qualcosa di peggio dell’ignoranza, è qualcosa che proviamo anche noi quando l’ignoranza e il diffidare degli esperti vengono esibiti con orgoglio narcisistico. Quando l’orgoglio di non sapere le cose, di rifiutare l’opinione dei professionisti significa affermare la propria autonomia.
È la fragilità degli ego aumentati dai clic dell’internauta che non sopportano di sentirsi dire che stanno sbagliando qualcosa perché nell’arroganza delle loro identità virtuali ignorano la loro ignoranza.
I “negazionisti dell’Aids” ce li abbiamo anche noi. Tom Nichols ci racconta che un americano su sei e uno su quattro laureati non è in grado di identificare l’Ucraina su una carta geografica. Da noi il settanta per cento delle persone adulte è al disotto del livello tre di competenza richiesto dall’Europa e sono quelli i cui ego navigano in internet.
Il pericolo va ben oltre la democrazia, mina alle radici la cultura moderna, perché la fine della competenza si accompagna al rifiuto del sapere esistente, alla sua negazione, al rifiuto della scienza e di ogni razionalità obiettiva.
Ma la tecnica c’entra poco, non condivido il pensiero di Tom Nichols che internet sia per tanta parte responsabile della fine delle competenze.
Il fatto che innumerevoli cassonetti di immondizia siano variamente parcheggiati in rete, non esclude che il web offra anche ampi viali di intelligenza e saperi, dai siti delle università di tutto il mondo, alle biblioteche, ai centri di ricerca, a importanti think tank culturali e scientifici.
Incolpare del diffondersi dei falsi saperi e delle competenze fai da te le nuove tecnologie ci espone ad essere come il dio Thamus nel Fedro di Platone, che temeva l’avvento dell’alfabeto e della scrittura in quanto avrebbero portato gli uomini alla dimenticanza, alla distruzione della memoria.
Da allora la scrittura non ha smesso di lasciare le sue tracce dai libri a rotolo dell’antico Egitto, lunghi quanto una stanza, ai volumi a pagine, dalla stampa di Gutenberg alla stampa alla velocità della fibra ottica, e non è che tra i tomi non manchi la spazzatura.
Sulla manipolazione delle informazioni e dei saperi, sugli imbrogli che possono produrre le tecnologie della comunicazione dovremmo essere da tempo vaccinati, almeno dall’uscita nel 1922 del libro di Walter Lippmann “L’opinione pubblica” e dalla sortita radiofonica di Orson Wells nel 1938 con “La guerra dei mondi”.
Il problema è che internet aiuta le persone ad appagare un desiderio sempre più legittimamente covato, quello di riprendersi il controllo delle proprie vite, quello di non farsi comandare, di non farsi manovrare. Più che al crollo delle competenze assistiamo al crollo della fiducia, al diffondersi della diffidenza come una nebbia che avvolge tutto e tutti.
Semmai gli ingannevoli algoritmi dei nostri like non fanno che accrescere il deficit di cittadinanza in un’epoca sempre più complessa, un’epoca che ci chiede di nutrire meno certezze, meno scorciatoie e pensieri deboli, meno arroganze e sicumere. Meno chiusure su noi stessi e più capacità di decentramento sociale anziché virtuale. Soprattutto di avere chiara la consapevolezza che internet non ha ridotto il bisogno di sapere e di competenze, ma l’ha moltiplicato, e più la rete si allarga, più tale bisogno si fa esponenziale. È così da sempre per ogni conquista dell’uomo.
È possibile che scienza e tecnica ci abbiano resi più incompetenti e che questo sia il paradosso positivo del nostro tempo, se aiuta a renderci conto della nostra ignoranza, a misurare ogni volta la nostra distanza dall’essere competenti e da chi il sapere e la ricerca li frequenta per mestiere.

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