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Settembre 1959 – Maria Bambina

 

A Cremantello c’è un bel mulino. Si trova nella parte del paese dove è ubicata la chiesetta di Maria Bambina. Davanti alla costruzione c’è un grande spiazzo dove si possono fermare i carri a scaricare il grano, a caricare i sacchi di farina, la crusca e gli altri residui della lavorazione.

Il mulino è ampio e circolare, con delle ruote di pietra che tritano il grano rendendolo poltiglia. Le ruote sono azionate ad acqua, passa sotto le pale la Tiria, uno dei nostri fossi più grandi, con una portata fluviale importante.

Il mulino è dipinto con calce bianca che disinfetta, il pavimento è di pietra e viene continuamente spazzato e lavato. La gente porta al mulino i cereali e se ne va con la farina, la crusca e il mangime per i polli.

Se la produzione è abbondante e supera le necessità famigliari, parte del raccolto viene lasciato al mugnaio, che provvede a venderla ad un’altra famiglia e poi a trasferire alla prima il ricavato già concordato.

I proprietari del mulino sono due fratelli: Pietro e Marcello Sassi che, a loro volta, lo hanno ereditato dal padre. Uno si occupa del funzionamento dell’impianto e della supervisione sugli operai, l’altro si occupa dell’amministrazione e fa i contratti.

Questa spartizione del lavoro è molto efficiente, non ci sono sovrapposizioni e, contrariamente a quello che succede da altre parti, i fratelli collaborano senza litigare e il lavoro prospera.

Il figlio di Marcello si chiama Giacomo ed è un mio amico. Forse io gli piaccio, ma non me lo ha mai detto, si limita a venire con me tutte le volte che capita l’occasione. Andiamo a messa, alla fiera, alle riunioni della Caritas e a quelle del Patronato Acli.

Giacomo è un tipo molto tranquillo, perennemente in ritardo, grassoccio, con i capelli biondi e gli occhi azzurri. Quando dobbiamo andare da qualche parte io gli dico sempre: – Ci vediamo là, così ti tengo il posto.

In realtà non è per il posto che vado sempre da sola, ma per non fare la figura di quella che arriva sempre in ritardo, tra l’altro accompagnata dal figlio del mugnaio che è, risaputamente, benestante.

Adesso sono seduta davanti all’ingresso del mulino dall’altra parte della strada, su una delle panchine di legno che circondano la chiesetta della Madonnina. Una chiesa molto piccola e spoglia, al cui interno ci sono alcuni banchi, le rastrelliere dei lumini, un altare di marmo colorato di epoca barocca e una piccola statua dorata della Madonna, che troneggia là in mezzo con autorevolezza e luminosità indiscussa.

Sono circa le sei di sera e sto aspettando Giacomo, perché dobbiamo accordarci su alcune questioni prima di andare alla prossima riunione del Patronato. Mi ha detto: – ci vediamo sulla panchina alle sei ; quindi, arriverà fra venti minuti ed io, intanto, mi posso godere la frescura di settembre, il mio mese preferito.

In chiesa stanno facendo le prove del coro. “Dall’aurora tu sorgi più bella/Coi tuoi raggi fai lieta la terra/E tra gli astri che il cielo rinserra/non v’è stella più bella di te./Bella tu sei qual sole/Bianca più della luna/E le stelle più belle/ non son belle al par di te.”

Si sentono le voci dei coristi che, non proprio all’unisono, cantano questa canzone, che ha cent’anni, ma che piace a tutti. È una canzone in cui la parola “bella” e la parola “bianca” riferite alla Madonna, vengono ripetute molte volte. Sono queste parole, unite alla musica cantilenante, che piacciono alla gente. Le trovano rassicuranti, trasmettono un po’ di speranza.

Del resto, il canto in chiesa è una forma di preghiera, non è necessario che il coro canti perfettamente, né che le voci siano perfettamente in armonia, l’importante è che trasmettano un’emozione, la consapevolezza di essere di fronte ad un grande mistero quale è quello del cuore immacolato di Maria.

Guardo il portone da cui dovrebbe uscire Giacomo. Per ora non lo vedo arrivare. Non è ancora il momento.

Al mulino ci sono molti gatti, perché dove ci sono i cereali ci sono anche tanti topi.  I gatti li catturano e se li mangiano in un sol boccone e, grazie a quelle proteiche abbuffate, diventando rotondi e con un manto lucidissimo.

La settimana scorsa sono nati dei micini all’interno di un cassone posizionato vicino alle macine di pietra. Sono quattro, tre tigrati e uno bianco e nero. Siccome la mamma è tigrata pensiamo che quello a chiazze assomigli al padre.

A Giacomo piacciono i micini e mi ha chiesto se ne voglio uno. Io non posso prenderlo perché ne ho già due che si azzuffano con Toti per guadagnarsi il latte del mattino e le carezze di mio fratello Giovanni.

Una volta un brutto gattone maschio ha preso in bocca un micino appena nato e lo stava portando via. Lo abbiamo rincorso fino in fondo al mulino e per fortuna Giacomo è riuscito a toglierglielo dalla bocca e a riportarlo dai suoi fratelli.

A volte succede che i grossi maschi uccidano una intera famiglia di gattini. Sono aggressivi e vogliono le femmine solo per loro. Ci sono anche maschi molto bravi, si curano della prole e sono dei vice-mamma efficienti.

Intanto è passato un quarto d’ora e il portone del mulino si apre per far passare Giacomo che viene verso di me.

– Ciao Anna mi dice. – Ciao gli rispondo io e lo rendo partecipe delle questioni per le quali lo stavo aspettando. – Va bene, facciamo come vuoi tu commenta lui, come fa sempre.

Quasi tutte le nostre discussioni finiscono così. Non litighiamo mai. A volte ci scambiamo i rispettivi pareri, a volte non è necessario nemmeno quello, visto che il parere è solo uno.

A mia madre piace Giacomo e forse le piacerebbe che ci fidanzassimo, ma a me piace Umberto Del Re, anche se non so esattamente dove sia e cosa stia facendo in questo momento. Siccome è stato promosso, suo padre gli ha regalato il motorino. Mi ha detto che una volta verrà a trovarmi a Cremantello. Mi farebbe molto piacere.

Mi ha anche detto che, prima di pensare all’università, vuole fare il militare. Ha fatto domanda per fare il paracadutista, ma non lo hanno preso perché, giocando a pallavolo, si è rovinato un ginocchio.

Il menisco è stato operato ma non è tornato nelle condizioni ottimali, quelle che sarebbero necessarie per fare il parà. L’hanno così preso per fare il radiotelegrafista e partirà a novembre. Mi ha detto che mi scriverà, chissà se è vero. Umberto scrive molto bene e gli piace farlo, quindi credo che riceverò sue notizie via carta.

Giacomo conosce Umberto. Credo che, nel caso abbia mai avuto velleità nei miei confronti, se le sia fatte passare la prima volta che lo ha visto.

Umberto è alto e robusto, ha un fisico atletico e allenato. Saprebbe difendersi molto bene, se fosse necessario. Giacomo è un tipo tranquillo e non ha nessuna intenzione di entrare in aperto conflitto con chicchessia, men che meno con chi parte da una situazione di vantaggio.

Intanto in chiesa stanno continuando a provare la stessa canzone, solo che ora sono passati alla seconda strofa. “Gli occhi tuoi son più fondi del mare/la tua fronte ha il profumo del giglio/le tue gote baciate dal figlio/Son due rose e le labbra son fior/ Bella tu sei qual sole/Bianca più della luna/E le stelle più belle/ non son belle al par di te”.

Alcuni cantori hanno intonato “non son bella al par di te” con un acuto che non è piaciuto al maestro del coro. – Fermi, fermi! Non si sale così, sembrate impiccati –  dice, agitando le braccia.

– Ora vi faccio sentire io – e si mette a cantare “non son bella al par di te” in maniera poco dissimile a come l’avevo appena sentita. Mi vien da ridere, ma mi trattengo vista la serietà dell’impresa che si sta svolgendo tra le mura della chiesa dietro le mie spalle.

Io e Giacomo ci guardiamo e pensiamo alla processione imminente. Don Astolfo guiderà la fila, seguito dalle bambine vestite di bianco, che porteranno la statuina di Maria Bambina per le strade di Cremantello.

Il Don non ama molto le processioni. Galoppa deciso e semina i fedeli dietro di lui. Ogni tanto sua sorella Colombina lo chiama:  – Don Astolfo vada piano, stiamo rimanendo indietro! – Allora lui si volta e con uno sbuffo rallenta quel poco che basta per far tacere Colombina e poi riparte al trotto.

Anche gli uomini che chiudono il corteo hanno provato a dire al parroco di camminare più piano, ma lui vuole finire la processione in fretta e tornarsene, quanto prima, a casa sua.

I cantori non se la prendono più di tanto per le corse di Don Astolfo, sono distratti dalle parole della canzone che devono cantare e dai segnali fatti col capo dal loro direttore. Nessun cantore conosce le note, si canta tutto a orecchio, come viene, ed è bello così.

Le donne della Confraternita del Santissimo Sacramento portano una cintura azzurra sui cui viene appoggiato un grosso cero. Sono tutte donne anziane, molto devote e molto ligie alla tradizione dei ceri, tradizione di origine medioevale la cui genesi si perde nella notte dei tempi.

Le cinture azzurre sono un po’ ingiallite perché molto vecchie e perché stanno tutto l’anno chiuse in un cassetto dell’armadio che c’è in sacrestia. Quando vengono tolte da là, si arieggiano e si prova a pulirle, ma alle strisce resta comunque una sfumatura giallastra e un vago odore di muffa.

Intanto il coro è arrivato alle prove della terza strofa: “Delle perle tu passi l’incanto/ La bellezza tu vinci dei fior/tu dell’iride eclissi i bagliori/il tuo viso rapisce il signore./Bella tu sei qual sole/Bianca più della luna/E le stelle più belle/non son belle al par di te”.

– Accidenti quanto urlano oggi – dice Giacomo – deve essere Maria Bambina che pompa aria direttamente nei loro polmoni. – Ridiamo un po’, pensando a Maria Bambina che viene portata in processione a quel modo. Confidiamo sul fatto che la Madonnina non se la prenda, né per la corsa del parroco, né per le voci stonate, né per le vecchiette della Confraternita con le loro cinture sbiadite. Speriamo che apprezzi quello che in questa piccola chiesa si riesce a fare.

Nei paesi qui intorno succede la stessa cosa e se lei se la prendesse per tutte queste processioni un po’ stonate, diventerebbe una Maria Bambina triste. Invece splende di una luce meravigliosa e irradia d’oro le persone, le strade, gli alberi e i cuori.
Bella tu sei qual sole/Bianca più della luna/E le stelle più belle/non son belle al par di te.”

N.d.A. I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

Per leggere tutti i racconti di Costanza Del Re è sufficiente cliccare il nome dell’autore.

Cose da matti

Scarse risorse, soluzione lontana. La rassegnata inerzia del presidente dell’Ausl, Claudio Vagnini, che traspare nelle dichiarazioni riportate da Estense.com in risposta a una denuncia dei sindacati, avrebbe certamente creato scandalo e magari fatto scattare una richiesta di sue immediate dimissioni se il riferimento fosse stato a una struttura sanitaria di servizio e accudimento destinato a cittadini “normali“.
Ma siccome è di San Bartolo che si tratta – residenza pubblica, ma destinata ai matti – ed è lì che, secondo l’esposto, circolano topi nei locali di cucina, bisce e scarafaggi in ogni anfratto, cimici e zanzare che non danno tregua ai degenti, ecco allora che tutto si smorza e s’attenua…
I matti e i cosiddetti sani sono ancora separati da un solido steccato di pregiudizi che relega i primi nel limbo della sostanziale indifferenza, nonostante decenni di battaglie per restituire la dignità di esseri umani a quelle donne e a quegli uomini che soffrono di disturbi psichici.
E poco conta che a San Bartolo, con i malati di mente, a patire gli effetti di una situazione da film dell’orrore ci siano anche medici, infermieri e personale di servizio: come si suol dire, chi sta con i matti tanto sano non è nemmeno lui. E dunque, pazienza.

Tutto questo proprio alla vigilia del ritorno nella civica pista ferrarese (ad opera del Centro teatro universitario) del prode Marco Cavallo, emblema in cartapesta della rivoluzione psichiatrica di Franco Basaglia che, esattamente quarant’anni fa, culminava con una legge – la 180 – che ha ribaltato la concezione di malattia mentale fino ad allora imperante e portato all’abbattimento dei muri fisici e culturali che cingevano i manicomi, e poi alla loro definitiva chiusura.

Oggi a Ferrara si compie un atto di vigliaccheria sociale. E paradossalmente avviene nella città che al dottor Antonio Slavich, stretto collaboratore di Basaglia, qualche anno fa conferì il premio Ippogrifo, a testimoniare la gratitudine della comunità verso “colui che seppe umanizzare i luoghi di cura e il rapporto con i malati e che in ogni circostanza, nella professione e nella vita, rifiutò le sbarre come soluzione ai problemi e si oppose ai ghetti come luoghi in cui rinchiudere il disagio e la sofferenza”.
Ma i tempi cambiano. E cambia il vento.

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