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Gli assedi delle città: la guerra ripete se stessa.
Dobbiamo tornare a parlare di disarmo

 

L‘assedio è una strategia bellica in cui un esercito controlla l’accesso a una località, di solito fortificata, allo scopo di costringere i difensori alla resa o di conquistarla con la forza. Chi mette in atto un assedio si pone lo scopo di isolare chi lo subisce in modo che questi non possa più avere comunicazioni con l’esterno e che non sia in grado di ricevere rifornimenti di cibo o di mezzi. Ciò avviene, solitamente, circondando l’obiettivo col proprio esercito.
L’assedio è stata una strategia di guerra usata fin da tempi antichissimi che ha avuto quasi sempre esito positivo per gli aggressori.  Gli invasori hanno potuto instaurare “governi fantoccio” dopo aver ridotto l’esercito regolare e i civili allo stremo. Durante gli assedi la percentuale di civili morti è sempre stata altissima. Le prime notizie di assedi arrivano da fonti antichissimi. Ricordo, ad esempio, l’Assedio di Troia, l’Assedio ateniese di Siracusa (413 a.C.), l’Assedio di Costantinopoli (1453), l’Assedio di Leningrado (1941-44) e due assedi che avvennero in Italia: l’Assedio di Torino del 1706 e quello di Roma del 1849.

L’assedio di Torino rappresenta uno dei momenti più cruenti della Guerra di successione spagnola (1701-1714). Da Maggio a Settembre 1709, la città dovette difendersi dagli assalti di circa quarantacinquemila soldati francesi e spagnoli. Venne bombardata con palle di pietra e bombe incendiarie, mettendo a dura prova la resistenza della popolazione civile, mentre nell’intricato labirinto di gallerie scavate nel sottosuolo si combatteva una guerra senza sosta. L’assedio si concluse con la battaglia del 7 settembre, nella quale le truppe austro-piemontesi, guidate da Vittorio Amedeo II e dal Principe Eugenio di Savoia, riuscirono a costringere gli assedianti alla fuga [Qui].

Un secondo assedio avvenuto in Italia, è quello di Roma del 1849. Fu il generale francese Nicolas Charles Victor Oudinot che ordinò l’assedio della città. Il militare, inviato dal presidente della Seconda Repubblica francese Luigi Napoleone, tentò per la seconda volta l’assalto a Roma, capitale della neo-proclamata Repubblica Romana. L’assedio si concluse con la vittoria e l’ingresso dei francesi in città e con l’insediamento di un governo militare in attesa del ritorno di papa Pio IX. Resta tristemente famoso il bombardamento dal Gianicolo con l’utilizzo di bombe a scoppio ritardato, che uccisero soprattutto bambini, andati a vedere da vicino quei proiettili inesplosi. Oudinot entrò in città il giorno 3 luglio e, il 5, prese possesso di Castel Sant’Angelo [Qui].

Fra gli assedi più recenti ricordo l’assedio di Sarajevo avvenuto durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina che  è stato il più lungo assedio del XX secolo. (5 aprile 1992 – 29 febbraio 1996) Tale assedio vide scontrarsi le forze del governo bosniaco, che aveva dichiarato l’indipendenza dalla Jugoslavia, contro l’Armata Popolare Jugoslava (JNA) e le forze serbo-bosniache (VRS), che miravano a distruggere il neo-indipendente stato della Bosnia ed Erzegovina e a creare la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. Si stima che durante l’assedio le vittime siano state più di 12.000, i feriti oltre 50.000, l’85% dei quali tra i civili. A causa dell’elevato numero di morti e della migrazione forzata, nel 1995 la popolazione si ridusse a 334.664 unità, il 64% della popolazione pre-bellica [Qui].

Un ultimo assedio da ricordare è quello del 2004 di Falluja (in arabo: الفلوجة‎, al-Fallūja), una città del governatorato di al-Anbar in Iraq, situata sull’Eufrate, circa 69 km ad ovest di Baghdad. In Iraq è conosciuta come la “città delle moschee” per le oltre 200 moschee nella città e nei villaggi circostanti. È uno dei luoghi più importanti per l’Islam sunnita nella regione. Nel 2003 è stata coinvolta nella seconda guerra del Golfo. Considerata dal comando angloamericano una irriducibile roccaforte degli insorti sunniti e degli elementi della resistenza irachena, fu teatro di alcuni dei più aspri e violenti combattimenti urbani del conflitto, con un numero elevatissimo di vittime civili. La guerra ha danneggiato circa il 60% degli edifici di cui il 20% totalmente distrutti, incluse 60 moschee della città provocando un elevato numero di vittime. L’utilizzo di ordigni al fosforo bianco su Falluja durante la seconda guerra del Golfo è stato al centro di una grossa polemica, scaturite nel novembre 2005 da un servizio giornalistico di Rainews24.

Nel 2015, MSF (Medici Senza Frontiere Qui) ha supportato circa quarantacinque strutture  mediche nelle parti settentrionali e occidentali della Siria e ha registrato 4.634 morti di guerra, di cui 1.420 (31%) erano donne e bambini del governatorato di Damasco. Questo è un chiaro esempio delle conseguenze mediche e umanitarie delle strategie di assedio militare-continuato. Nel caso di Madaya, né medicinali né cibo sono stati autorizzati a entrare tra ottobre e dicembre, né è stata consentita l’evacuazione di casi medici gravi per cure ospedaliere salva-vita (Qui)Il numero di strutture supportate da MSF è stata solo una parte di tutte le strutture mediche ufficiali e di fortuna in Siria, quindi i dati riportati da MSF rappresentano  un campione relativamente esiguo. Particolarmente preoccupante è il fatto che nel 2015, le donne e i bambini abbiano rappresentato il 30-40 percento delle vittime della violenza in Siria, dimostrando che le aree civili sono state costantemente colpite da bombardamenti aerei e da altre forme di attacco.

Il conflitto siriano del 2015 si è configurato come un insieme di guerre sovrapposte e combattute simultaneamente tra potenze regionali e internazionali entrate nel conflitto in fasi diverse, principalmente tra Stati Uniti e Russia e tra Iran e Arabia Saudita, assumendo i contorni di una proxy war (guerra per procura). Si è inoltre registrato tra dicembre e gennaio 2015 un numero elevato  di morti per fame [Qui].
Così riporta il report di MSF: “Che le infrastrutture civili – come scuole, moschee, ospedali e mercati – siano deliberatamente presi di mira, o che il bombardamento di spazi civili sia il risultato di attacchi aerei e bombardamenti indiscriminati, in entrambi i casi viene violato l’obbligo di proteggere i civili dalla violenza della guerra, nell’inosservanza del diritto internazionale umanitario.”

Venendo alla guerra che si sta combattendo ai confini dell’Europa e che sta preoccupando tutti in questi giorni, la speranza e il desiderata di tutti i costruttori di pace, è quella che in Ucraina non si scateni una campagne militari che assedi le città e trasformi la guerra in corso in un massacro senza uguali.

Mi sembra che la storia ci abbia insegnato molto poco, che gli errori fatti si ripetano sempre uguali, che l’orrore sia sempre quello, che gli assedi tolgono la vita a tutti e che in guerra la maggioranza dei morti è civile. MI chiedo perché nessuno ricordi ciò che è già successo in altre guerre e che questo potrebbe insegnare molto, anche se è vero che né i ricordi collettivi, né quelli individuali sono lineari ma sono il frutto di elaborazioni cognitive complesse che tengono conto della cultura, delle aspettative, dei bisogni, della sofferenza e della follia.

Credo che sia necessario, aldilà del fine negoziale della guerra in corso (prima che muoiano tutti) ritornare a parlare di disarmo mondiale. Mi sembra anche doveroso ricordare che, contrariamente a quanto in maniera molto superficiale viene diffuso come notizia triste, di disarmo si è sempre continuato a parlare e che esiste una vera e propria CD (Conferenza del Disarmo). Istituita nel 1979 dopo la prima Sessione speciale sul disarmo dell’Assemblea Generale dell’ONU, la Conferenza del Disarmo (CD) rappresenta il più importante foro multilaterale a disposizione della comunità internazionale per i negoziati in materia di disarmo e di non proliferazione.

Oggi la Conferenza del Disarmo, sita a Ginevra, è costituita da 65 Paesi membri e 38 Stati osservatori, tra cui i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti), gli altri Stati dotati di armamento nucleare e tutti i Paesi militarmente più significativi.
Mi chiedo però quanto sia efficace questa conferenza visto che la spesa per gli armamenti continua ad aumentare in tutto il mondo, Italia compresa.

Infine mi sembra utile citare Johan Galtung  e la sua teoria del trans-armo. Il trans-armo è la trasformazione dell’armamento.
“Noi vorremmo il disarmo – diceva Galtung durante la guerra fredda – ma siamo minoranza e non l’otterremmo. Allora chiediamo che cambi l’armamento, anche per maggiore sicurezza. Fra il riarmo e il disarmo c’è il trans-armo: trasformazione dell’armamento da crescente a calante, soprattutto da strutturalmente offensivo, aggressivo, a strutturalmente, esclusivamente difensivo“. Scriveva inoltre: “Trans-armo: processo di transizione da un modello di difesa fondato su armi di offesa a un modello di difesa che utilizza esclusivamente armi difensive, sino alla loro totale estinzione nel caso della difesa popolare nonviolenta. Comporta un mutamento profondo della dottrina di sicurezza militare e costituisce l’effettiva premessa per un reale e duraturo disarmo generalizzato in quanto non si limita a proporre lo smantellamento dei sistemi d’arma lasciando inalterato il meccanismo che li genera, ma modifica il punto di vista, il paradigma e la dottrina militare” [Qui ].

In copertina: Età neoassira, assedio città elamita di bit-bunakki, da pal. n di assurbanipal a ninive, 648-31 a.c. (licenza Wikimedia Commons)

LINEA 5 – SANGUE E ACCIAIO
Una storia vera

 

Molto spesso i racconti sono frutto di immaginazione, sono pensieri collegati alla realtà, alle volte, spesso, non sono veri, vengono infarciti con dalla fantasia e romanzati ad arte dal narratore.
Questo no.

Thyssen Krupp è un gruppo industriale tedesco, con sede ad Assen. I più importanti insediamenti in Italia sono a Terni e a Torino.

Un giorno, intorno ad un tavolo ovale, il management del gigante della produzione dell’acciaio decide di disinvestire nello stabilimento di Torino. In particolare, ritiene la linea 5 non idonea a rimanere in Piemonte. Meglio trasferirla a Terni.

Le scelte delle multinazionali sono spesso discutibili, ma non ammettono discussioni.

E quindi si produce senza grossa attenzione alla manutenzione e alla pulizia. Le ditte in appalto vengono eliminate, tanto ancora pochi mesi e la linea verrà trasferita. Gli operai lo sanno, protestano, ma il ricatto del quindici del mese è troppo importante, il mutuo, l’affitto, la scuola dei ragazzi, la salute, le bollette, la spesa, non si pagano da sole.

Sono mesi che si toglie, sono mesi che i livelli minimi di sicurezza calano a vista d’occhio. Gli estintori vengono sostituiti tutti, meglio optare per un estinguente a CO2 rispetto ad uno a polvere, in caso di utilizzo sporcherà meno il prodotto. Abbiamo fretta, non possiamo perdere tempo a pulire i fogli di acciaio.

Sotto alle linee dei nastri trasportatori i bacini di contenimento traboccano di olio idraulico, ma chi doveva pensare allo svuotamento? Le ditte in appalto, che non ci sono più. Non ne abbiamo bisogno, fra qualche settimana smonteremo tutto, abbiamo fretta.

I pulsanti di arresto di emergenza dislocati ogni dieci metri di linea sono stati bypassati, se li spingi non funzionano. Ma perché, chi l’ha deciso? I capi. Non è che si può interrompere il flusso ogni tre minuti perché un coglione si diverte a spingere il fungo. Ma poi è vero che alcuni pulsanti, a livello progettuale sono stati debitamente installati ma non funzionano da sempre? Mah, così si dice.

Tutta quella carta ammassata in impianto andrebbe smaltita, è fonte di innesco, ed è pure unta. Ci penseranno le ditte in appalto. Ah già, gli abbiamo tolto i contratti di manutenzione; dai, manca poco.

Li avete visti i nastri trasportatori? Nessuno li registra più, carichi con i fogli di acciaio, sbarellano da tutte le parti, alle volte fanno attrito con le travi di sostegno e producono scintille. Qualche volta capita, non sempre, che si appiccano piccoli incendi. Ma i ragazzi sono bravi e con un paio di estintori a testa li spengono. Succede quasi tutte le notti, non è un pericolo, è tutto sotto controllo. Ci sono però delle volte che uno prende in mano un estintore e lo trova vuoto, la ditta che fa le ricariche non riesce a mantenere il ritmo di riempimento, occorre chiamarla, alle volte arriva dopo due giorni, insomma sono tanti gli estintori scarichi.

La notte tra il cinque e il sei di dicembre del 2007, in turno ci sono otto operai. Otto tute blu, otto storie diverse, otto colleghi, forse amici. E’ passata da poco la mezzanotte e la linea 5 ricottura e decapaggio è stata riavviata, come sempre scodinzola un po’, si vede che i tiranti dei nastri sono lenti, mannaggia a loro. Ecco che nel trasporto delle lamine di acciaio, lo strusciamento contro le colonne fa le solite scintille. Ecco che parte la rottura di coglioni, l’incendio. Provano a spegnerlo, qualche estintore non funziona, gli altri a CO2 hanno un basso potere estinguente. C’è fermento tra gli operai, uno corre in sala quadri, avverte gli altri. Nel PLC che controlla la linea non esiste un selettore a chiave che interrompa il flusso, anzi sì, ci sarebbe una sequenza alfanumerica che impostandola blocca i nastri, ma nessuno la conosce, è troppo lunga.

L’incendio aumenta, uno dei ragazzi è pronto con la manichetta, uno prova ad aggredire l’incendio da dietro con un estintore mezzo vuoto. I circuiti idraulici si surriscaldano, un tubo cede, comincia a sputare olio sopra la carta di protezione già in fiamme, i bacini di contenimento dell’olio prendono fuoco poi, in un attimo, l’inferno. Gli otto operai vengono investiti da lingue di fuoco che li risucchiano, li accartocciano.

  • Antonio
  • Roberto
  • Angelo
  • Bruno
  • Rocco
  • Rosario
  • Giuseppe

Antonio muore subito, Giuseppe dopo tre settimane, gli altri dopo ore o giorni.

Solo Antonio B. si salverà. Qualche ustione, prognosi di alcune settimane.

Gli altri? Carne offerta sull’altare del capitale. Nessuna sfortuna, nessun caso, nessuna sorte avversa.  E’ come sparare bendati al gioco dell’orso, nelle giostre di quaranta anni fa. Ad ogni colpo l’orso passa indenne, ma poi, continuando a sparare, sparare, sparare, l’animale a un certo punto alza le zampe e cade a terra.

La Corte d’Appello di Torino condanna i dirigenti del colosso industriale per omicidio colposo. Il primo grado non riconosce l’omicidio volontario. La freddezza dell’esecuzione rimane. Ci sarà un risarcimento. Ma un figlio, un padre, un marito, un fratello, un amico, non hanno prezzo. Il sangue su quell’acciaio non sarà mai lavato.

Torino: la protesta delle mamme per la repressione dei giovani manifestanti

Torino, la protesta delle mamme:
cittadini e cittadine torinesi sbigottiti ed indignati per le gravi repressioni di piazza contro i giovani di questa città

Sono ancora vivide e raccapriccianti le scene che, in momenti diversi, abbiamo visto: la polizia che blocca i giovani in procinto di sfilare, per dimostrare le loro istanze, con metodi brutali che speravamo sorpassati dalla storia.

Non entriamo nel merito delle motivazioni e dei contenuti delle proteste; lasciamo che siano i giovani a esporli, ma siamo scandalizzati dal modo in cui la questura torinese ha deciso di procedere nei loro confronti.

Una feroce opposizione muscolare si è abbattuta sulle teste dei ragazzi e delle ragazze che rivendicavano il proprio diritto di manifestare, provocando numerosi feriti, l’intervento delle autoambulanze per i colpi alla testa dei manganelli e lo svenimento di persone che hanno dovuto ricorrere alle cure dei pronto soccorso.

E dopo che l’indignazione aveva già attraversato i cittadini torinesi per le violenze durante il corteo in difesa del centro culturale Comala, persino discusse in consiglio comunale, ecco lo scenario ripetersi con gli studenti e le studentesse in piazza Arbarello.

La giustificazione che tale risposta sia stata necessaria per fare rispettare il divieto di manifestazione dovuto alle restrizioni anticovid non ci sembra esaustiva e neppure dignitosa per la storia civile di questa città.

Le misure anticovid vanno fatte rispettare e la legislazione vigente propone diverse indicazioni, ma non certo il ricorso alla violenza. Tra l’altro è paradossale, in un contesto di emergenza sanitaria, riempire i pronto soccorso di feriti provocati dall’imposizione brutale delle norme anticovid.

Come cittadini e cittadine chiediamo che – come sta già facendo la società civile – anche le istituzioni di questa città: il Comune, la Questura, la Procura, la Prefettura avviino una seria riflessione su come intendono gestire le istanze dei giovani e delle giovani che sono fra i più colpiti dalle diseguaglianze esacerbate dalla pandemia e fra i più attivi nella politica e nella società e difendere il loro diritto di parola e manifestazione sancito dalla Costituzione Italiana (Art.17 e 21) e dalla Carta Europea dei Diritti Fondamentali (Art.11).

Sono molti i temi critici su cui i giovani ragionano e protestano, e il conflitto socio-economico che si manifesta con le proteste di piazza richiede non la repressione ma il confronto, per avanzare nel campo dei diritti e delle conquiste sociali e culturali.

Noi cittadini e cittadine, appartenenti ad associazioni, partiti e sindacati siamo estremamente preoccupati della crescente repressione che viene rivolta contro le istanze politiche e sociali che provengono da più parti.

Quando vediamo il sangue dei giovani sulle strade della nostra città non possiamo non temere una deriva autoritaria della Democrazia che invece ha bisogno di confronto, a volte anche aspro e conflittuale, ma che andrebbe mantenuto entro le regole del confronto civile.

Nei video che abbiamo visto i poliziotti manganellano a sangue giovani inermi e non armati, tentano di strangolarli, li prendono a calci o schiaffoni. Queste forme di violenza diretta e gratuita crediamo debbano venire perseguite penalmente, così come occorre comunque rivedere le modalità con cui, chi ha la responsabilità di assicurare l’ordine pubblico intenda continuare a gestire le presenze in piazza.

In merito alla individuazione delle responsabilità dei singoli appartenenti alle FF.OO. ci preme ricordare e sottolineare che manchiamo ancora in Italia della legge che rende obbligatorio il numero identificativo sulle divise, come accade nella maggior parte delle nazioni europee e come Amnesty International sottolinea nella sua campagna dedicata a questo argomento proprio per la nostra nazione.

Per aderire: inviare le firme a mammeinpiazza@libero.it o https://www.facebook.com/mammeinpiazza

Comitato mamme in piazza per la Libertà di Dissenso
Centro Studi Sereno Regis
ANPI Sez. Nizza Lingotto

Cover: Foto di repertorio di Fabrizio Maffioletti

Aspettando Juve-Spal, la favola vera di Michele Paramatti eroe dei due mondi

Juventus-Spal è Davide contro Golia: è il fanciullo che sfida il gigante. In vista del prossimo match, che verrà disputato dai ferraresi allo Juventus stadium di Torino, ospitiamo una memoria di Luciano Cazzanti, indimenticabile talent scout biancoazzurro fin dai tempi di Paolo Mazza, che scoprì e portò a Ferrara Michele Paramatti, l’infaticabile cursore che vestì la maglia delle due prossime contendenti e fu idolo di tre tifoserie (Spal, Bologna e Juventus).

di Luciano Cazzanti

“Gioca bene, gioca male Paramatti in nazionale”. Così urlavano i tifosi bolognesi dagli spalti dello stadio Dall’Ara alla metà degli anni Novanta. Ma la storia di Michele Paramatti calciatore incomincia dieci anni prima e inizia, come tutti i tifosi biancoazzurri ben ricordano, con la maglia della Spal
Sono trascorsi quarant’anni da quando un caro amico da tempo scomparso, Franco Manfredini, che avevo conosciuto molti anni prima come presidente di una piccola società calcistica del settore giovanile, con sede e campo di gioco presso la parrocchia della Sacra Famiglia in via Bologna, mi venne a trovare in sede alla Spal e mi disse: “Luciano, ho un centravanti fortissimo: ha solo 13 anni, vieni a vederlo con me, stasera gioca in un torneo notturno in provincia di Rovigo”. Andammo e Michele mi impressionò subito: aveva un fisico bestiale per la sua età, aveva corsa, forza, gran colpo di testa ed elevazione, vedeva la porta e faceva molti gol.
Chiesi a Franco: “Me lo dai subito?”. “No – rispose – il ragazzo è già tesserato con me all’A.C. Ferrara, alla Spal se lo vuoi lo dò il prossimo anno”. Fu di parola.
Era il 1981 e quello fu l’inizio della storia. La A.C. Ferrara giocava nel campo del motovelodromo, l’allenatore era Davide Zuccatelli (un ragazzo che conoscevo bene) e così in quella stagione ebbi l’occasione di seguire Michele in tante gare. Poi a giugno 1982 Michele Paramatti divenne spallino.

Michele Paramatti con Luciano Cazzanti

Michele abitava a Salara, in provincia di Rovigo, e tutti giorni veniva scuola Ferrara, dove in seguito si è diplomato ragioniere. Fece tutta la trafila del settore giovanile alla Spal, sino alla squadra primavera, e quindi il debutto in prima squadra, nel ruolo di terzino fluidificante, nei campionati di C1 e C2.
Poi, come succede nel calcio, le circostanze condizionano le carriere. Erano anni travagliati e Michele fu costretto ad andare a Russi in Interregionale. In seguito subì un’altra umiliazione, dovette allenarsi con i calciatori disoccupati in Romagna. Era l’estate del 1995 e quello che sembrava il punto più basso segnò invece una positiva svolta per lui! Il sole tornò a splendere e Michele ebbe l’opportunità di approdare al Bologna, neopromosso in serie B, dove in breve tempo divenne un beniamino degli sportivi rossoblù.
È stata una grossa rivincita per lui. Grandi campionati con il Bologna e poi Michele approdò addirittura alla Juventus, con la quale disputò due campionati di serie A con 26 presenze ed ebbe la gioia di vincere lo scudetto al termine della stagione 2001-2002.

Fu in quel periodo che lo rincontrai: un giorno la Spal mi mandò a Torino ad accompagnare un ragazzo che i bianconeri avevano chiesto in prova. Arrivato nel parcheggio da lontano vidi arrivare proprio Michele. Fu grande la sua meraviglia e la mia emozione. Ci abbracciamo. Vedere Michele nella Juve di mister Lippi e insieme a tanti campioni fu per me una gioia immensa. Come erano lontani giorni della A.C. Ferrara, della Spal e il raduno dei calciatori disoccupati Romagna.
Ma ciò che ha avuto, Michele se l’è guadagnato con l’impegno e la volontà, senza mai arrendersi o darsi per vinto. Così, ancora oggi mentre ricordo i momenti belli di Michele calciatore, ripenso anche alle delusioni e ai sacrifici che Michele ha fatto, sempre sorretto dalla sua meravigliosa famiglia, papà Lucio e mamma Medea; e con loro Franco Manfredini e la signora Verdiana che per il giovanissimo Michele dei primi calci all’A.C. Ferrara sono stati come una seconda famiglia. E penso pure al figlio di Michele, Lorenzo, che dopo il passaggio nelle giovanili di Bologna e Inter e alcune esperienze da professionista, gioca quest’anno in serie C nel Gubbio. E sogno per lui che possa seguire le orme di papà.

INSOLITE NOTE
Il piccante blues dei Fratelli Tabasco

Inizia con un urlo da rocker “Radioactive mama”: una scarica di blues elettrico che apre “The Dock Dora Session”, l’album d’esordio dei Fratelli Tabasco.
Il disco è registrato in presa diretta dal vivo per riprodurre le atmosfere dei Juke Joint, conosciuti anche con il nome di Barrelhouse: locali gestiti soprattutto da afro-americani nel sud degli Stati Uniti, dove si suonava, ballava, beveva e giocava. I Juke Joint erano delle palestre di talenti, in cui i migliori bluesman si esibivano prima di diventare leggende.

La copertina di The Dock Dora Session
La copertina di The Dock Dora Session

I Fratelli Tabasco, amici e non parenti, si sono formati a Torino nel 2013, accomunati dalla passione per il blues, contaminato da influenze piccanti quali funky, rock, Louisiana, peperoncino, Mississippi e soul. Il nome del gruppo sintetizza il calore e l’origine della loro musica, senza tralasciare l’identità italiana.
I testi delle canzoni rappresentano i loro blues trascritti in musica: con l’aiuto di metafore, personaggi bizzarri e contesti surreali descrivono il nostro tempo, stimolando la sensibilità e le emozioni di loro stessi e di chi li ascolta. L’armonica di Boris, il cantante, evoca ricordi e realtà, suggestioni create dalla peculiarità di questo strumento, il più usato nel blues che, soffiando ed aspirando dallo stesso foro, produce due note diverse.
Nel 2015, i Fratelli Tabasco hanno vinto il concorso “Rocks the Docks”, il cui premio consisteva nella registrazione di un intero album nella zona Docks Dora a Torino, luogo storico per la città: i suoi club notturni negli anni Novanta hanno animato la scena musicale, diventando un punto di riferimento per la cultura underground della città.

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Blues d’attesa nel brano “Jack Knife”, voce e armonica dialogano in attesa di animarsi nel successivo “Blues on!” e nel rockeggiante “D.Q.T.H.L.”, da cui è stato tratto il video ufficiale.Il blues dei Fratelli Tabasco entra in circolo senza bisogno di molecole, wireless o pillole per la pressione sanguigna, come in “Up all night”, caratterizzato da uno splendido dialogo tra voce e organo Hammond, per non parlare di “Ask yourself”, dove l’armonica richiama un piccante e nutriente roadhouse blues.
“Same damned shame” è il titolo del primo singolo estratto dall’album, uno dei brani più coinvolgenti, servito con voce, chitarre, batteria e tanta grinta, diverso da “Boris’ Boogie”, dove il front man può liberamente sviscerare la sua anima blues.
La registrazione in diretta con il pubblico ricorda i vecchi dischi di blues a cui i fratelloni si ispirano. Non siamo sulla riva del Mississippi, ma su quella del Po’ torinese: un piccolo dettaglio che nulla toglie alla genuinità e alla qualità della loro musica, per non parlare della nostalgia che riempie le loro note blu.

I Fratelli Tabasco
I Fratelli Tabasco

I Fratelli Tabasco sono:

Boris Tabasco – Voce/Armonica.
Joele Tabasco – Chitarra.
Simone Tabasco – Batteria.
Lorenzo Tabasco – Tastiere.
Marco Tabasco – Basso

Guarda il video ufficiale di D.Q.T.H.L.

IL FATTO
All’Italia i caschi blu della cultura, Torino è la capitale

Palmira, Siria
Palmira, Siria

Ci siamo arrivati, una bella vittoria della diplomazia italiana, culturale e non. Un successo. Quando investire sulla cultura può davvero (ri)pagare. Ieri, finalmente, è stata firmata l’intesa storica fra governo italiano e Unesco per la costituzione della task forse italiana (“Unite for heritage”) per la tutela del patrimonio culturale mondiale in pericolo a causa di conflitti o gravi calamità naturali. A rappresentare l’Italia, il ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale Paolo Gentiloni, il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, il ministro della Difesa Roberta Pinotti, il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini e il Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Tullio Del Sette. Per Unesco, invece, il Direttore generale Irina Bukova.

L’Italia metterà a disposizione 60 uomini tra storici dell’arte, studiosi, restauratori e carabinieri del comando tutela patrimonio culturale per interventi nelle aree mondiali di crisi, che sono tante. Considerando poi che gli Stati membri di Unesco sono ad oggi 195, il riconoscimento alla competenza italiana è davvero di rilievo. La task force sarà quindi tutta italiana.

Sotto l’egida Unesco nascerà anche una formazione internazionale che si terrà a Torino, nel campus del centro internazionale di formazione dell’Ilo (International labour organization). Sarà ospitato nei locali del Campus delle Nazioni Unite, sulle rive del Po e avrà come soci fondatori – oltre al Comune e ai ministeri competenti – l’Università degli Studi, il Politecnico, l’Ilo/Oit, il consorzio Venaria reale e il Centro studi Santagata che da tempo collabora con Unesco.

Ad oggi i siti dichiarati a rischio da Unesco sono ben 46, per lo più in Africa, Medio Oriente e Asia e da Torino potranno partire gli specialisti (battezzati i “Monument Men”) che possano recuperare e salvaguardare il patrimonio culturale oltre che contrastare il traffico illecito. In futuro, potranno partecipare anche atenei e docenti universitari che hanno manifestato già la loro disponibilità e interesse. Il gruppo interverrà, per restare sempre in un quadro giuridico legittimo, solo tramite Unesco e su richiesta specifica di uno Stato membro che stia affrontando una grave crisi, spesso anche per assistere restauratori, tecnici o operatori locali. Nel rispetto di identità e sensibilità locali e con l’esperienza maturata dall’Italia nel settore.

La tutela della storia e del passato sono valori fondamentali da proteggere, valori che molti estremisti, nel senso generale del termine, temono molto, proprio perché arma pacifica potente e grande ispirazione per un’integrazione che in passato ha sempre funzionato.

A breve la task force sarà operativa. Un solo pensiero, dunque: in bocca al lupo!

 

citta-colorata

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Città a propulsione educativa

“Oggi più che mai la città, per piccola o grande che sia, dispone di innumerevoli possibilità educative. Essa racchiude in se stessa, in un modo o nell’altro, gli elementi importanti per una formazione integrale”. Così esordisce la Carta delle Città Educative.
Era il 1990 quando, su proposta dell’Ayuntamiento di Barcellona, si tenne in questa città il primo Congresso Internazionale de las Ciudades Educadoras, le Città Educative. Le 70 città che in rappresentanza dei 21 paesi vi parteciparono avevano un’idea chiara: pensavano che attraverso l’educazione i cittadini potessero riappropriarsi della loro città.
Da allora i congressi si sono tenuti ogni due anni e nel 1996 si è istituita l’Aice, l’Associazione Internazionale delle Città Educative, a cui attualmente aderiscono 521 amministrazioni locali di 38 paesi a livello mondiale. Sono città che hanno compreso come la grande sfida del ventunesimo secolo consista nell’investire nell’educazione permanente affinché ogni persona sia sempre più in grado di esprimere, affermare e sviluppare il proprio potenziale umano. Città che si impegnano a essere educative mettendo a disposizione dei cittadini tutte le opportunità e potenzialità possibili, insegnando loro ad utilizzarle.
L’intenzionalità formativa diviene, dunque, una dimensione forte e pregnante della vita della città.
In Italia sono 23 le città che aderiscono alla rete delle città educative, con in testa Torino, che si è dotata di un assessorato specifico.

D’altra parte continuare a invocare la società della conoscenza, il ruolo strategico dell’istruzione, lasciando poi tutto procedere come prima, sarebbe l’ennesimo esito del gattopardismo italico. Sapere che esiste una rete italiana di città educative è davvero una buona notizia. Perché parlare di città educativa è come significare che si intende configurare un sistema di formazione complesso, di apprendimento diffuso, in grado di mettere in gioco le sue varie componenti.
In sostanza la città educativa sottende un’idea buona, un’idea morbida di descolarizzazione, di superamento cioè del preconcetto che la formazione debba essere tutta giocata a scuola, di quel monopolio che invece di aprire la scuola al territorio ha finito per isolarla e richiuderla sempre più in se stessa. Insomma, la città educativa nutre una sana e salutare forma di descolarizzazione, che nulla toglie alla scuola, anzi la colloca intelligentemente al centro, al centro di un polo territoriale in grado di offrire un tessuto differenziato e diversificato di esperienze formative, più ricco, più pieno, più generoso, più autentico.
Dopo tanti “post”, post-moderno, post-industriale, post-capitalista, la Carta delle Città Educative invita al “pre”: a pre-pararsi al cambio di fase. Non siamo di fronte solamente a semplici cambiamenti, ma a sfide epocali, che richiedono soprattutto alle giovani generazioni nuovi attrezzi e nuovi modi di attrezzarsi. Anche la scuola fa parte di questo cambio di fase, essa stessa è al centro della crisi, per identità e ruolo, perché inadeguata di fronte alle sfide e alla complessità mondiale. Non può più essere lasciata sola, ha bisogno intorno a sé di città e di amministrazioni solidali e attente, soprattutto alle necessità dei propri giovani e ai loro bisogni formativi.

La città educativa è l’espressione della consapevolezza ormai diffusa che il territorio dell’istruzione è più ampio e aperto di quello scolastico, angusto e formale, che ci sono opportunità e modalità formative più accessibili e interconnesse, più immediate e dirette, più attive e più esperienziali della scuola. Ogni città, con la rete delle sue opportunità di apprendimenti formali e informali, è senz’altro anche questo. Non c’è migliore comunità di apprendimento di una città che fa propria la dimensione educativa permanente, non per rivolgersi solo ai bambini e alle bambine, ai cittadini in quanto alunni e studenti, ma a tutti indistintamente nella loro interezza.
È tempo ormai che la dimensione educativa proceda oltre la tradizionale caratterizzazione scolastica per assumere quella del territorialismo, di qui la forza della città educativa. La formazione, l’istruzione, i saperi non sono più solo una questione privata, singolare, ma per la prima volta nella storia di tutti i tempi, nella storia dei diritti dell’uomo, diventano parte del diritto di ognuno a esercitare la cittadinanza, trasformandosi in una questione plurale. Con questo le città devono fare i conti, perché nel nostro tempo l’enfasi sempre maggiore data alle competenze, significa in realtà la necessità di fornire ciascuno di tutte le mappe necessarie a orientarsi nel tragitto verso un mondo mai prima condiviso, e questo è tipicamente un tema di cittadinanza, di solidarietà e di democrazia.
Il diritto oggi non è più solo diritto a conoscere, a sapere, a possedere gli strumenti di un mondo in cui oltre ai linguaggi digitali, sempre più si impongono gli alfabeti della migrazione, ma diritto a esperienze educative calde, piene di risonanze, fortemente contestualizzate. La città può offrire questo, una full immersion nella realtà, non l’istruzione dei curricula, che non è certo suo compito, ma la dimensione dell’istruzione continua, dell’educazione permanente.

Nella città educativa ognuno ha il proprio ruolo, funzione e responsabilità. Le amministrazioni pubbliche, i servizi pubblici, le istituzioni, le strutture culturali, il mondo della creazione e produzione di cultura, arte, scienze e nuove tecnologie, il mondo delle organizzazioni economiche e del lavoro, le associazioni, la stampa, la radio e la televisione locale.
Nel contesto generale della città sono però le scuole che continuano a svolgere il ruolo più importante, perché è a scuola che si impara a imparare, a imparare per tutta la vita. Non c’è città educativa per nessuno dei suoi abitanti, se la scuola non assolve con serietà e impegno rinnovato a questo compito centrale, che non è di sapere, ma di imparare a sapere, per poter camminare verso qualsiasi futuro portando con sé la cassetta degli attrezzi dell’apprendimento, dell’apprendimento continuo in una città educativa, amica e solidale.

Link correlati
Carta delle Città Educative

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LA NOTA
Descensus ad Inferos: un normale viaggio tra le stazioni italiane

Si parte un po’ tesi ma baldanzosi per la due giorni torinese ad inaugurare i tesori canoviani esposti alla Biblioteca Reale di Torino. Aria di tempesta imminente. L’autista che ci conduce al Freccia Rossa a Bologna con voce chioccia qual novello Cerbero mi spiega i vantaggi di approdare con il piccio legno (in realtà spaziosa auto sbrilluccicante) alla bocca degli Inferi: il Kiss & Ride. Perplesso non so coniugare il bacio con una cavalcata o giostra ma son rassicurato dalle ampie spiegazioni sulla nuova struttura che permetterà di scendere a 7 metri di profondità, di scaricare le anime dei dannati indi questi ultimi purificati dal viaggio al ritorno potranno riveder le stelle. Ma attenzione! Seguir i comandi e le istruzioni e non fare come lo sventato Orfeo che si volse indietro. Seguir le Leggi. E più non dimandare.
Silenziosamente s’approda in un lungo tunnel che vede davanti i taxi e dietro le auto a noleggio. Mai sbagliare postazione se no si rischia di essere inesorabilmente lasciati nel luogo d’attesa e di scarico.
Buio d’inferno ci accoglie entro immani pareti grigie che centuplicano lo scalpitare ritmato dei passi di chi s’avvia verso lunghissime scale mobili che inesorabilmente ci conducono al girone assegnato: binario 16!
E s’arriva al terzo girone/livello.
Qui stridor di freni e annunci di tormenti atroci (minuti o ore d’attesa) beffardamente sono commentati “Ci scusiamo per il disagio”. Come sulla ripa del fiume infernale la banchina che costeggia il binario non dà possibilità di sosta. Proibita qualsiasi tipo di seduta. E non importa se vecchi, bambini, umanità dolente stracarica di bagagli chiede, invoca un riposo, inesorabilmente si è ricacciati al secondo livello appena lasciato. E “più non dimandare”.
Sottili ondate d’angoscia si propagano tra il mio ansiolitico procedere e quello esitante della mia fedele compagna. Stremati allora decidiamo di andare a lavarci le mani. Misericordiosi cartelli in blu-speranza indicano le note icone di lui e di lei accompagnate da frecce misteriose in su e in giù che non portano ad alcun conforto di luoghi noti e frequentati. Infine, una porta indica senza ombra di dubbio che dietro di essa starà l’agognato camerino che pur non d’alabastro come quello che Alfonso I d’Este si fece costruire a Ferrara per custodire i suoi tesori artistici, ma di solido e grigio cemento ci conforterà e ci premierà della ricerca. Apriamo dunque e di fronte a noi si presenta un muro… del pianto. Certi d’avere infranto le leggi d’Averno smarriti e attorcigliandosi sull’orlo del pianto ci rivolgiamo a un guardiano dal volto amicale che con uno stanco segno del dito ci indica una picciola rientranza dove baciata da un’intensa luce s’apre la porta aurea immediatamente contesa da una piccola folla di angeli pulitori che corrono a chiudere l’agognato varco ma noi, con balzo felino, riusciamo a conquistarci il “loco [non] di delizie pieno” e raggiungere così la mèta delle mani lavate. Passano frattanto i tristi tempi dell’attesa e imbocchiamo il terzo livello. Ma qui commettiamo un errore fatale. Sventatamente sicuri che le postazioni delle carrozze siano sempre le stesse, attendiamo con fiducia presso la carrozza 8 di Italo adorno di strisce confortanti: “Smart” “Extra smart”, “De luxe” quasi fossimo al New Cataract di Luxor al tempo di Agatha Christie. Mal ce ne incolse. Arriva la nostra Freccia rossa e ovviamente la carrozza 8 è esattamente postata all’altro capo della banchina. Pazientemente saliamo e ci accasciamo sulle rigide poltroncine mentre una selva di qualsiasi tipo di smart (phone et similia) freneticamente digita, fotografa, immortala l’ultimo istante prima dell’uscita dall’infero loco. Una tempesta d’acqua ci accoglie minacciando ancora la nostra stremata resistenza poi a Rho un timido raggio di sole ci accoglie nelle terre promesse dell’Expo. Sfilano padiglioni e torri invasi dai turisti che senza soluzione di continuità scendono dal treno e imboccano i viali elisii della felicità raggiunta intonando i sacri versi di Montale:

“Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.”

Ancora un balzo poi si approda dolcemente al terminal torinese di Porta Nuova. Baldanzoso m’avvio alla ricerca dei taxi che secondo le indicazioni sarebbero dovuti essere fuori dalla stazione. Invano. Ancora dopo 11 anni di lavori (parola di taxista) la fila è ancora di fronte alla stazione. E quindi via verso l’albergo più antico della città dove soggiornò Mozart e dove avremmo fruito del riposo dei giusti. Un cortese adepto ci avverte che la stanza “purtroppo” non sarebbe stata pronta che alle 15 mentre la carta indicava le 14.

Non ci resta che tuffarci nel cibo piemontese consci che sarebbe stato un errore fatale abbuffarci di cibo. Ma “più che il dolor potè il digiuno”. Così dopo la nostra esperienza infernale s’apre la fiorita strada delle meraviglie canoviane. Potenza dell’arte che tutto placa e, secondo l’augurio del poeta Montale ad Esterina che compie vent’anni, il miracolo sia per tutti noi viaggiatori e lettori questo:

“ecco per te [per noi] rintocca
un presagio nell’elisie sfere.
Un suono non ti renda
qual d’incrinata brocca percossa!;
io prego sia
per te [per noi]concerto ineffabile
di sonagliere.”

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LA SEGNALAZIONE
Il museo della Frutta, un tuffo nel passato per riflettere sulla biodiversità

dalla redazione di Fuoriporta

Dal momento che l’alimentazione e la biodiversità saranno fra degli argomenti centrali dell’Expo di Milano, può valere davvero la pena fare una piccola deviazione fino a Torino, distante solo un’ora di treno: nel capoluogo piemontese, infatti, c’è un museo davvero particolare. A pochi passi dal parco del Valentino che costeggia le rive del fiume Po, infatti, la città sabauda ospita il museo della Frutta. Un luogo davvero unico che conserva la collezione di 1021 “frutti artificiali plastici” – 39 varietà di albicocche, 9 di fichi, 286 di mele, 490 di pere, 67 di pesche, 6 di pesche noci, 20 di prugne, 44 di uva, 50 di patate e un esemplare ciascuno di rapa, di barbabietola, di carota, di pastinaca, di melograno e di mela cotogna – modellati a fine Ottocento da Francesco Garnier Valletti, geniale ed eccentrica figura di artigiano, artista, scienziato. E così i visitatori possono fare un vero e proprio tuffo nel passato riflettendo, contemporaneamente, su un tema attualissimo come quello della biodiversità. All’interno della struttura la ricostruzione dei laboratori d’analisi, delle sale della collezione pomologica, della biblioteca e dell’ufficio del direttore, valorizzano il prezioso patrimonio storico-scientifico della Stazione di Chimica Agraria dal 1871 ad oggi, nel contesto dell’evoluzione della ricerca applicata all’agricoltura a Torino tra l’Otto e il Novecento.

Per saperne di più visita il sito FuoriPorta [vedi]

L’OPINIONE
Violenza e bruttezza. Il tracimare della realtà virtuale

Quali sono gli effetti della bruttezza, soprattutto di quella specie di bruttezza che si confronta e si oppone all’etica? Questi effetti sono sicuramente disgustosi e a volte terribili come il più feroce di tutti: quello che ha distrutto non solo le testimonianze della bellezza, sporcando e infierendo contro l’arte e i musei, case della bellezza. ma che ora, spostando il tiro, si spinge a uccidere e a terrorizzare i giovani cristiani, nella casa del sapere che è l’università cristiana del campus di Shabaab a Garissa…
L’odio per la cultura e l’ossessione della Storia. La più bieca tra le forme di bruttezza che sporca e la ragione e il sentimento. Il crasso velo di ignoranza che si fa scudo di un grido: è la guerra che lo vuole e così “vi colpiremo ancora!” Ignobile.

Ma nel nostro mondo occidentale altre forme di bruttezza rimangono impunite quasi giustificate da un pensiero che a livello razionale suona altrettanto disgustoso della violenza esercitata sulle opere d’arte o sulle persone di altre religioni. Il bullismo esercitato nella scuola di Cuneo da un gruppo di studenti in gita che non si limitano ad esercitare in una specie di sadico rituale, una violenza di gruppo verso un compagno ubriaco e semincosciente, ma a filmarlo, a scattare selfie e documentazione di una azione sporca e disgustosa. Depilazione delle gambe, bruciature, scherzi sessuali fino a cospargere d’urina il corpo ormai diventato oggetto del compagno steso in una vasca da bagno; fino a decorare quella povera carne di caramelle. Ma ancora, come nella violenza jaihadista, la fa da padrona la scrupolosa documentazione filmica di questa vicenda perché la vera realtà non può fare a meno di quella parallela, virtuale ma ormai per gran parte di noi, vita “vera”.

Ma ancora il peggio deve avvenire. Gli eroi di tanta impresa, scoperti, interrogati, puniti dai professori e dalla preside ora vengono difesi da qualche genitore che ha trovato eccessiva la pena inflitta in quanto sarebbe stato giusto che i ragazzi se la fossero vista tra di loro Una ragazzata, insomma. A questo si vorrebbe fosse ridotto il ruolo della scuola ormai fortino espugnato dall’”altra realtà” virtuale.

“Ai nostri tempi” c’era sì il bullismo, la violenza come disperato tentativo di ribellarsi alla costrizione di un sapere che veniva indotto con il potere esercitato dalla struttura stessa della scuola. E basti pensare a quello che accadeva nelle scuole inglesi o in quelle irlandesi o anche in certi istituti privati italiani, ma la democrazia aveva aperto un dialogo che eccetto alcuni casi immediatamente denunciati non scalfivano l’interazione tra docenti e discenti perché gli insegnanti detenevano non la potestas ( ovvero il potere militarmente inteso) ma l’auctoritas un potere che viene dall’essere dispensatori di sapere.

Cosa è rimasto di questa scuola che umilia gli insegnanti e li rende comunque ricattabili dalla realtà virtuale? Suona dunque eroica la sentenza e la punizione comminata dalla preside di Cuneo e dal corpo insegnante. Il risultato però è vanificato dal virtuoso genitore che trova l’episodio uno scherzo e ritiene eccessivi i metodi di repressione del bullismo.
Così la bellezza del sapere, la scuola educatrice di vita si trasforma nella banale e pessima idea convenzionale di “così fan tutti” .

E meno male che questa gloriosa impresa non è stata commessa da extracomunitari sicuramente dichiarati degna di quella fascistica idea del “Oh bongo bongo bongo stare bene solo al Congo” a cui tanti militanti leghisti sembrano credere.

La bruttezza poi si esercita come violenza indotta verso i detentori della bellezza. Si veda la fine immonda fatta dall’ultimo discendente della più ricca stirpe americana: i Getty. Trovato morto e dissanguato oscenamente nudo dalla cintola in giù. I Getty che avevano eretto i templi della bellezza con i loro musei e che erano finiti dentro le spire della paranoia col vecchio che si era creato una specie di difesa invalicabile anche qui pensando a una realtà altra dove gli echi della vita reale non dovevano entrare anche quando la mafia taglia l’orecchio in Italia a un suo nipote e lui vorrebbe fargli pagare il riscatto o a quest’altro distrutto dalla droga.

E cosa possono fare contro questi esempi il delicato potere e l’”aura” che spirano da un quadro, da una statua, da un libro? Un altro anche se diverso esempio di violenza.

E’ giusto che la biblioteca di Storia dell’arte della Gnam di Torino debba essere aperta solo una mattina a settimana perché non ci sono i soldi per tenerla aperta? E impedire così lo studio della bellezza?

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L’IDEA
Musica per tutti

Era piaciuto a Milano, lo scorso dicembre, prima ancora a Venezia e Roma Tiburtina, è piaciuto ora a Torino (che lo vuole lì, a Porta Nuova, sempre) e si appresta a calcare altri palcoscenici affollati delle grandi stazioni ferroviarie italiane. E’ lui, il pianoforte solitario, libero, messo a disposizione dei passanti, di chiunque voglia imprimere qualche nota che possa rallegrare e addolcire la giornata di tutti, accarezzare la mente dell’altro che incrociamo casualmente, che spesso sfugge alla nostra vista e attenzione, che ignoriamo, che non conosciamo o riconosciamo. Poter dialogare in musica, in un mondo che stenta a parlare e incontrarsi, è sempre una bella idea anche se, lasciatemi fare il guastafeste, l’idea non è del tutto nuova.

musica-per-tuttiPermettetemi, infatti, di dire, che arriviamo sempre un po’ tardi, ma, come direbbero i saggi, meglio tardi che mai. L’inglese Luke Jerram aveva lanciato l’iniziativa già nel 2008, e, da allora, aveva contagiato tutto il mondo. Da New York a Parigi, dal Perù all’Australia, gli “street piano” con il cartello “Play me, I’m Yours!” erano stati avvistati in oltre 45 città, e ad oggi se ne contano 1300, alcuni dei quali decorati da artisti locali. Sono stati installati in parchi, giardini, mercati, strade, piazze, traghetti. Io ne ho visti di bellissimi, nel maggio 2013, al Gorky Park di Mosca. Qui l’originalità era caratterizzata non solo dallo strumento libero per tutti, ma dal fatto che lo stesso era riempito di fiori. Pieno di pura energia colorata.

musica-per-tuttiLì si trovava all’entrata del parco, fra lo stupore dei passanti, ma anche fra le sue stradine affollate di bambini, turisti o moscoviti che la domenica qui si rilassano. Se poi si passeggiava nel bosco vicino al Gorky, il parco Naskuchniy che ne costituisce la naturale continuazione ma che assomiglia a una vera e propria foresta nella città (con tanto di sentieri segnalati), si trovavano pianoforti persi in esso, nascosti dietro un albero, dietro piante e cespugli, che apparivano dal nulla e quasi miracolosamente, solo per diffondere musica. Facevano capolino dai rami e chiamavano tutti, senza distinzione. Bastava accomodarsi, strimpellare, se non si era suonatori provetti, o percorrere seriamente le tastiere delicate, se si era bravi pianisti.

musica-per-tuttiL’importante era diffondere musica e dolcezza, trasmettere solo note ai passanti ignari che, in un attimo, si trovavano immersi in melodie degne di film romantici d’altri tempi. Vi era musica classica, nell’aria, moderna, jazz o rock, ognuno trovava il suo spazio e il suo momento. Mi era piaciuta quell’idea di donare musica, di condividere con la natura e gli uomini che ne fanno parte un’armonia spesso perduta e che lì si ritrovava, tutti insieme, all’unisono. Un coro unico, finalmente. I fiori, poi, che uscivano dai pianoforti come dolci sorprese inattese, accompagnavano i suoni con il loro profumo intenso e i loro colori. Perché c’era armonia, anche solo per un attimo, e una comunità unita parlava la stessa lingua, quella della musica. Mi piacerebbe vedere tutto questo, sempre di più, è perché no anche nel nostro bel Parco Massari…

Fotografie del Gorky Park di Simonetta Sandri, maggio 2013; la prima fotografia di copertina è presa dal web, Stazione di Torino Porta Nuova, Febbraio 2015.

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LA STORIA
Street art: il mondo delle donne musulmane raccontato
da un uomo, BR1

Lo street artist italiano BR1, classe 1984, nato a Locri, osserva da sempre gli atteggiamenti, le posture, i gesti, le vite delle donne musulmane che indossano il velo e le ha ritratte sui muri di Torino. Sono bellissime. L’obiettivo era quello di sollecitare una riflessione sui valori del velo/copricapo senza togliere alcuna naturalezza ai suoi soggetti. Anche la scelta dei colori accesi e luminosi dà e mantiene una connotazione positiva e di energia. Solitamente il velo è simbolo di negatività e chiusura (oltre che di separazione reale fra il mondo occidentale e musulmano), ma qui, proprio grazie ai toni accesi, non lo è. Qui colora i cieli e le strade, fa fermare a riflettere e osservare.
BR1 vive e lavora a Torino, dove ha studiato legge specializzandosi in diritto islamico. Ha colorato le strade della città con le sue donne ma ha anche partecipato a numerosi festival artistici internazionali ed eventi quali lo “Street art doping”, a Varsavia (2012), o il “Brandalism”, di Londra (2013).

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Copyright BR1, Coca cola, Madrid, 2013

Da ricordare anche la sua presenza a “Integrazione/disintegrazione” di Berlino (2013), a “Donne fra”, organizzato dalla Fondazione Farm, a Favara (2013), o a “Public Arena”, curato dall’Associazione Barriera, a Torino (2013). BR1 ha iniziato a disegnare a 14 anni, lavorando sugli stickers prima, per poi arrivare alle immagini di grandi dimensioni.

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Copyright BR1, Donne musulmane, Bologna, 2010

In alcune interviste, ha confessato di essere sempre stato molto attratto dalla strada e dai suoi muri, che parlano al passante, che ispirano domande per avere risposte. A essi si possono fare domande, anche, e cercare alternative ai dubbi che anche essi pongono.
Il velo l’ha sempre molto ispirato, un oggetto-paradosso, un clash fra culture, non tanto diverso, però, dalla sciarpa nera che indossa la nonna. Esempi presenti anche da noi.
Ama Parigi per la sua grande apertura mentale e multiculturalità e ha una città preferita, la magica, romantica e misteriosa Istanbul.

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Copyright BR1, Proiettili, Torino 2012

Ammette di trovare grande ispirazione da alcune artiste iraniane, come Shirin Neshat, per la sua forza, intensità e passione. Per lui le donne sono tutte uguali, velo o non velo, sono madri, nonne, figlie, sorelle, fumano, mangiano, cucinano, corrono, ridono, sorridono. Hanno tutte le stesse necessità e bisogni, soprattutto d’amore e di rispetto.
Unica differenza, il velo, che varia a seconda dei paesi e che BR1 dipinge con grande precisione e attenzione: quello maghrebino, il burqa afgano, il chador iraniano. La donna, quindi, grande ispirazione degli artisti (come lo è sempre stata…), non ne importa la religione. Le immagini sono scene di vita reale, prese dai giornali, dalle fotografie, dai siti web. Spesso l’artista ritrae importanti personalità del mondo musulmano, scrittrici poetesse, imprenditrici, femministe. Tutte hanno il loro spazio, perché anch’esse vanno conosciute da una società occidentale che spesso le ignora.

Alla bellezza delle donne del mondo dedichiamo, dunque, queste belle immagini colorate, piene di vita, di gioia e di speranza. Aspettandoci, magari, un bel disegno della giovane e incredibile Malala. Perché no.

 

 

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Copyright BR1, Torino, 2012
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Vedi altre opere di BR1

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L’INTERVISTA
Con ‘mister’ De Biasi
alla scoperta
del pianeta Albania

Di lui – che trionfalmente ha trascinato il Modena in serie A, per poi ripetere l’impresa con il Torino e allenare nella massima serie il Brescia di Baggio, oltre ai granata e all’Udinese – si sono ricordati tutti, in questi giorni. La vittoria dell’Albania (della quale da tre anni è commissario tecnico) in Portogallo ha fatto scalpore. Noi, a Gianni De Biasi – vecchio amico di Ferrara e della Spal, riportata in C1 alla fine del… secolo scorso – abbiamo chiesto di raccontarci quell’universo sconosciuto che, agli occhi della maggioranza degli italiani, è l’Albania. La prima domanda però, non poteva prescindere dal suo trionfo calcistico.

Sei reduce da una grande soddisfazione, la vittoria in Portogallo al debutto nel girone di qualificazione per il campionato europeo. Come è andata?
Abbiamo vinto all’esordio di questa qualificazione all’Europeo 2016 contro una squadra che è all’undicesimo posto nel Ranking Fifa! Sicuramente siamo stati fortunati perché fra i lusitani mancava Cristiano Ronaldo, ma credo altresì che farei un torto ai miei ragazzi se non riconoscessi che l’Albania ha messo in campo le armi di cui dispone: organizzazione, agonismo determinazione e voglia di stupire.

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Il centro di Tirana, capitale dell’Albania

Che Paese è questa Albania?
Dopo gli anni della dittatura e la caduta di Enver Hoxha, l’Albania si sta pian piano avvicinando all’Europa. E’ un Paese che sta con fatica cercando di mettersi al passo con il resto dell’Occidente. Tutto è concentrato nella capitale e in poche altre città come Durazzo, Valona e Scutari. È un paese in gran parte montagnoso, con coste bellissime in particolare da Valona verso la Grecia. L’estate scorsa ho fatto un tour in bici con alcuni amici e ho incontrato, specie nei paesi di campagna, una grande accoglienza e generosità che ha sorpreso anche loro.

Hai avuto difficoltà ad ambientarti?
No, diciamo che mi sono trovato da subito bene, il fatto che molti albanesi parlano la nostra lingua, mi ha aiutato moltissimo nelle relazioni. Per ragioni logistiche non passo molto tempo a Tirana perché molto del lavoro viene svolto nello scouting in giro per l’Europa, vivo spesso all’estero tra un viaggio e l’altro. Ho però casa a Tirana e sono iscritto all’Aire (Anagrafe italiani residenti estero).
Trovare amici non è stato difficile, ne ho parecchi sia tra alcune persone della Federazione, sia tra i giornalisti, che tra i molti italiani che vivono qui.

In Italia dell’Albania se ne sa davvero poco e prevale uno stereotipo negativo a causa dell’attività di alcune bande criminali. Ma i miei amici albanesi dicono che quelli che sono delinquenti qui da noi lo erano già in patria, dove entravano e uscivano dalle galere. E appena hanno potuto sono scappati all’estero. Lì la situazione com’è dal punto di vista dell’ordine pubblico e qual è l’atteggiamento e il carattere delle persone?
Purtroppo la fama degli albanesi, da noi, è quella del delinquente che ruba nelle case o che gestisce traffici di droga o prostituzione. In patria non vedo e non sento episodi criminosi legati a rapine in banca o scippi e nelle case. Io giro tranquillo per Tirana senza problemi. La microcriminalità non la vedi e Tirana, a parte il caos legato al traffico, è una città abbastanza tranquilla da questo punto di vista. Poi c’è la città della sera e dei ragazzi che hanno voglia di vivere e ci sono molti ristoranti e disco bar molto belli.

Cos’è rimasto del vecchio regime comunista?
La mentalità è aperta, moderna. Del vecchio regime rimangono solo poche testimonianze simboliche, con l’evidente eccezione del Mausoleo che trovi vicino al Boulevard principale. Molti edifici invece richiamano il periodo fascista con strutture di grandi dimensioni e lo stesso stadio Qemal Stafa è stato costruito dagli italiani e si richiama per concezione all’Olimpico di Roma.

A breve è prevista dal visita di papa Francesco. C’è attesa? E tu ci sarai?
Spero di poter partecipare e magari incontrare il Pontefice. Mi affascina quest’uomo così vicino alla povera gente, che parla spesso a braccio ma con il cuore e con un linguaggio semplice ma essenziale. L’Albania è suddivisa in tre religioni monoteiste: mussulmana la maggior parte, ortodossa una buona percentuale specie verso il sud e cattolica percentuale più bassa. Però non ci sono conflitti legati alla religione ed ognuno è libero di professare la propria fede.

C’è qualche luogo dell’Albania che ami particolarmente?
Come ti dicevo la costa sud è molto bella, poi sono rimasto affascinato da Berat una cittadina molto ricca di storia e chiamata anche “delle mille finestre” e Patrimonio dell’Unesco.

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Gianni De Biasi con il bomber Cancellato ai tempi della Spal

I tuoi progetti futuri? Nostalgia dell’Italia e del campionato nostrano? E Ferrara? E la Spal?
Per il momento l’unico obiettivo è di portare avanti il “progetto Albania” cercando di crescere giorno per giorno, di non addormentarsi per un successo all’esordio e facendo tesoro dell’esperienza acquisita nell’ultima qualificazione ai mondiale, sfumata nelle battute finali.
Ferrara mi ricorda momenti belli (avevo quarant’anni allora), la promozione e la Coppa Italia. Città molto bella a misura d’uomo e con un duomo e un castello che da soli valgono un lungo viaggio.
La Spal vive, ahimè, un periodo difficile, però niente può cancellare il fascino della storia e l’affetto degli spallini! In fondo, il periodo di grande difficoltà economica che vive il nostro Paese si riflette gioco forza sul calcio e anche Ferrara non sfugge a questa situazione.

 

Già, anzi. A giudicare, per esempio, dai dati sulla disoccupazione, per una volta – purtroppo – la città si sente addirittura epicentrica…

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

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