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Gerusalemme! Gerusalemme!

 

Gerusalemme è da sempre la città crocevia tra Oriente e Occidente con un flusso costante di genti, luogo di fede e oggetto di devozione, posta in gioco di incessanti conflitti politici; una delle città più cariche di memoria e più controverse al mondo, dove lo spirito del tempo è presente in ogni pietra, sulla soglia di ogni portone, nelle stradine, sui muri a secco e tra gli uliveti. Islam e Cristianesimo vivono sullo stesso suolo in un perenne tentativo di convivenza sotto minaccia della guerra civile, al centro di una contesa millenaria che fa affiorare tensioni, odio, posizioni identitarie, rigide e intransigenti. E’ la Città Santa per le tre grandi fedi monoteiste che “insistono sugli stessi centimetri quadrati e perciò plesso solare, concentrato di nervi con più conflitti che altrove”, come la definisce Erri de Luca. E’ soffocata sotto la pressione delle proiezioni e responsabilità, stritolata dalle strategie e compromessi, ferita dalle rivendicazioni e appropriazioni. E’ una città-mondo, un palcoscenico sul quale il mondo intero si dà appuntamento per affrontarsi, misurarsi, scontrarsi, posto sotto i riflettori dell’intera comunità internazionale. Un osservatorio, un laboratorio in cui realtà diverse, storie contrastanti, sperimentazioni di guerra e di pace non hanno mai smesso di coesistere.
Gerusalemme non è solo Israele e Palestina: è molto di più.
L’immaginario su Gerusalemme porta Torquato Tasso a scrivere ‘Gerusalemme liberata’, la cui prima edizione autorizzata dall’autore – preceduta da altre pubblicazioni prive del suo consenso – avverrà a Ferrara nel giugno del 1581 per essere poi pubblicata, completamente riscritta dal Tasso, nel 1593 con il nuovo titolo ‘Gerusalemme conquistata’. Nell’opera si battono eroi cristiani come Rinaldo e Tancredi ed eroi musulmani come Clorinda e Argante. Duelli, inganni, amori e fughe, battaglie, pretesti, stratagemmi, arti magiche, rivolte e incantesimi animano i 15.336 versi dei 20 canti del poema, anticipando con la fantasia e l’immaginazione una storia che sfocia ai giorni nostri nella realtà più cruda, dove l’assenza di arti magiche e incantesimi riconduce il tutto a un realismo ineluttabile.

Ci hanno pensato gli scrittori Dominique Lapierre e Larry Collins con ‘Gerusalemme, Gerusalemme!’ (1972) a introdurci nel terreno dell’evidenza, nella Gerusalemme del 1948, mentre gli ebrei scendevano nelle strade per festeggiare la nascita dello stato di Israele e gli arabi si preparavano alla lotta. Una narrazione che racconta di uomini, fatti, drammi che accompagnano la decisione delle Nazioni Unite del 1947, con la quale si decretò la separazione della Palestina. Un romanzo che tratta con grande attenzione e sensibilità i sei mesi successivi, descrivendo i protagonisti politici dell’epoca, l’organizzazione degli schieramenti, la corsa agli armamenti, gli scontri per guadagnare territorio, le mattanze perpetrate. Niente di fazioso, semplicemente Storia.
E la storia continua in ‘Una storia di amore e tenebra’ (2002) di Amos Oz, un libro autobiografico in cui l’autore racconta quattro generazioni della sua famiglia ebrea, la sua infanzia e giovinezza a Gerusalemme e quindi nel kibbutz di Hulda. Una saga familiare che evidenzia la paura costante di un nuovo genocidio degli ebrei nella stessa Israele, fa emergere ricordi e rimpianti, spaziando in 120 anni di avvicendamenti di quella società eterogenea. “[…] Molti anni dopo mi resi conto che la Gerusalemme sotto mandato britannico, cioè negli anni Venti, Trenta, Quaranta, era una città culturalmente affascinante, popolata da grandi mercanti, musicisti, studiosi e scrittori, ebrei e arabi che si intrattenevano con inglesi illuminati. Tel Aviv pullulava di teatri, cabaret, arte d’avanguardia, il balletto e grandi sport. […]”. Città che ricorda con ammirazione e nostalgia.
La scrittrice palestinese americana Susan Abulhawa nel suo romanzo “Ogni mattina a Jenin” (2011) racconta la storia della sua famiglia costretta a lasciare la propria terra dopo la nascita di Israele, i suoi primi anni in orfanatrofio e ciò che ha significato per tutti loro vivere la condizione di “senza patria” dopo l’abbandono della casa degli antenati nel ’48, per essere internati nel campo profughi di Jenin. 60 anni di esodo, di sradicamento narrati senza odio o spasmodica ricerca di colpevoli ma con un profondo bisogno di lasciare a figli e nipoti il ricordo. C’è anche un capitolo particolare in quella storia: due fratelli, l’uno rapito e condotto a diventare soldato israeliano, l’altro votato alla causa palestinese.

E veniamo alle vicende attuali, che evidenziano ancora una volta la profonda spaccatura mai superata, l’odio, il disprezzo, il linguaggio politico violento, il rifiuto dell’altro, che nascono dalla decisione politica di espansione di insediamenti ebraici a Gerusalemme est, sconvolgendo l’equilibrio delicato e precario già molte volte infranto.
La storia del quartiere Sheikh Jarrah è ancora più controversa e complicata e attinge a un passato lontano, quando all’interno della comunità prevalentemente araba, si stanzia una piccola enclave ebraica. Di qua passa la green line di confine tra Israele e la Giordania, tracciata dall’ONU nel 1948. Le tensioni e gli scontri aperti di questo periodo nascono in seguito allo sfratto di diverse famiglie Palestinesi (circa 300 persone) sancito dai tribunali israeliani, a beneficio di cittadini ebrei che chiedono di riappropriarsi, secondo tradizione giuridica consolidata nel tempo, delle case abbandonate prima del ’48.  Ennesimo fatto che, partendo da una questione giuridica assume connotati politici e va ad aggiungersi alla storia infinita del Medioriente. Una brutta storia devastante che si snoda come una catena, anello dopo anello, in una continuità che non lascia intravvedere una risoluzione certa e definitiva finché esisterà il concetto di ‘buona guerra’ o ‘cattiva pace’: esiste solo la volontà di dialogo, l’aspirazione a vivere con dignità e la volontà di non perdersi nell’odio.

 

La quercia del Tasso
del Gruppo del Tasso

Avendo colpevolmente ‘bucato’ le celebrazioni per il decennale degli amici del ‘Gruppo del Tasso’, non avendo potuto congratularmi di persona, e stringere mani, brindare, augurar loro lunga vita (e migliore di quella del Tasso medesimo), ho pensato di dedicar loro un impareggiabile racconto-scioglilingua di Achille Campanile. I ‘Tassi’ ferraresi lo conoscono sicuramente a memoria. Ma i tassisti no. E neppure tanti altri concittadini.
Buona lettera. E buon divertimento.
Effe Emme

La quercia del Tasso

Quell’antico tronco d’albero che si vede ancor oggi sul Gianicolo a Roma, secco, morto, corroso e ormai quasi informe, tenuto su da un muricciolo dentro il quale è stato murato acciocché non cada o non possa farsene legna da ardere, si chiama la quercia del Tasso perché, avverte una lapide, Torquato Tasso andava a sedervisi sotto, quand’essa era frondosa.
Anche a quei tempi la chiamavano così.
Fin qui niente di nuovo. Lo sanno tutti e lo dicono le guide.
Meno noto è che, poco lungi da essa, c’era, ai tempi del grande e infelice poeta, un’altra quercia fra le cui radici abitava uno di quegli animaletti del genere dei plantigradi, detti tassi.
Un caso.
Ma a cagione di esso si parlava della quercia del Tasso con la “t” maiuscola e della quercia del tasso con la “t” minuscola. In verità c’era anche un tasso nella quercia del Tasso e questo animaletto, per distinguerlo dall’altro, lo chiamavano il tasso della quercia del Tasso.
Alcuni credevano che appartenesse al poeta, perciò lo chiamavano “il tasso del Tasso”; e l’albero era detto “la quercia del tasso del Tasso” da alcuni, e “la quercia del Tasso del tasso” da altri.
Siccome c’era un altro Tasso (Bernardo, padre di Torquato, poeta anch’egli), il quale andava a mettersi sotto un olmo, il popolino diceva: “E’ il Tasso dell’olmo o il Tasso della quercia?”.
Così poi, quando si sentiva dire “il Tasso della quercia” qualcuno domandava: “Di quale quercia?”.
“Della quercia del Tasso.”
E dell’animaletto di cui sopra, ch’era stato donato al poeta in omaggio al suo nome, si disse: “il tasso del Tasso della quercia del Tasso”.
Poi c’era la guercia del Tasso: una poverina con un occhio storto, che s’era dedicata al poeta e perciò era detta “la guercia del Tasso della quercia”, per distinguerla da un’altra guercia che s’era dedicata al Tasso dell’olmo (perché c’era un grande antagonismo fra i due).
Ella andava a sedersi sotto una quercia poco distante da quella del suo principale e perciò detta: “la quercia della guercia del Tasso”; mentre quella del Tasso era detta: “la quercia del Tasso della guercia”: qualche volta si vide anche la guercia del Tasso sotto la quercia del Tasso.
Qualcuno più brevemente diceva: “la quercia della guercia” o “la guercia della quercia”. Poi, sapete com’è la gente, si parlò anche del Tasso della guercia della quercia; e, quando lui si metteva sotto l’albero di lei, si alluse al Tasso della quercia della guercia.
Ora voi vorrete sapere se anche nella quercia della guercia vivesse uno di quegli animaletti detti tassi.
Viveva.
E lo chiamarono: “il tasso della quercia della guercia del Tasso”, mentre l’albero era detto: “la quercia del tasso della guercia del Tasso” e lei: “la guercia del Tasso della quercia del tasso”.
Successivamente Torquato cambiò albero: si trasferì (capriccio di poeta) sotto un tasso (albero delle Alpi), che per un certo tempo fu detto: “il tasso del Tasso”.
Anche il piccolo quadrupede del genere degli orsi lo seguì fedelmente, e durante il tempo in cui essi stettero sotto il nuovo albero, l’animaletto venne indicato come: “il tasso del tasso del Tasso”.
Quanto a Bernardo, non potendo trasferirsi all’ombra d’un tasso perché non ce n’erano a portata di mano, si spostò accanto a un tasso barbasso (nota pianta, detta pure verbasco), che fu chiamato da allora: “il tasso barbasso del Tasso”; e Bernardo fu chiamato: “il Tasso del tasso barbasso”, per distinguerlo dal Tasso del tasso.
Quanto al piccolo tasso di Bernardo, questi lo volle con sé, quindi da allora quell’animaletto fu indicato da alcuni come: il tasso del Tasso del tasso barbasso, per distinguerlo dal tasso del Tasso del tasso; da altri come il tasso del tasso barbasso del Tasso, per distinguerlo dal tasso del tasso del Tasso.
Il comune di Roma voleva che i due poeti pagassero qualcosa per la sosta delle bestiole sotto gli alberi, ma fu difficile stabilire il tasso da pagare; cioè il tasso del tasso del tasso del Tasso e il tasso del tasso del tasso barbasso del Tasso.

di Achille Campanile

Il vecchio Sant’Anna del tempo che fu

di Francesca Ambrosecchia

Mi trovo in uno spiazzo squadrato, aperto su un lato. Gli zampilli della fontana che lo caratterizza non sono attivi, la stagione afosa ferrarese si è ormai conclusa.
Sono in Piazzetta Sant’Anna, un luogo stranamente tranquillo nonostante la vicinanza con il traffico di Corso Giovecca. Il nome attribuito a questo antico piazzale ci riporta all’omonimo ospedale situato proprio in Giovecca, all’interno del quale oggi rimangono solo alcuni ambulatori. Per comprendere questa coincidenza bisogna fare un passo indietro.
È proprio nel luogo in cui ho scattato questa foto che ha avuto sede il primo ospedale della nostra città, l’Ospedale Sant’Anna: vi fu, quindi, un trasferimento della struttura con tanto di nome al seguito.
Curiosità: dietro un piccolo cancello, in una nicchia adibita appositamente, è possibile ammirare il busto del poeta Torquato Tasso che venne rinchiuso, per volere del Duca di Ferrara, all’interno dell’ospedale. Nella struttura del vecchio ospedale è ancora presente la cella del Tasso.
Ritenuto pazzo vi rimase per sette anni: alle manie di persecuzione di cui il celebre poeta soffriva, si aggiunsero tendenze autopunitive. Tasso trascorse così, nella nostra Ferrara, gli anni più felici e anche quelli più duri della sua vita.

INTERNAZIONALE
Entrare in carcere con il teatro

Entrare in carcere. Era una delle iniziative del Festival di Internazionale a Ferrara: uno spettacolo teatrale dentro al carcere ferrarese, considerato tra quelli di massima sicurezza. Un evento a cui si partecipa per vedere la messa in scena, ma che poi diventa un’esperienza per tutto quello che c’è intorno. Gli attori sono i detenuti stessi, tantissimi altri detenuti come spettatori. Sono tutti uomini. In sala arrivano alla spicciolata, uno dopo l’altro. Uomini come tanti che puoi vedere in giro. Capelli corti corti, jeans e scarpe da ginnastica; un gruppetto sembra quello dei muratori che hanno messo a posto il tetto dopo il terremoto. C’è un ragazzo di colore, alto e atletico, le scarpe di un rosso sgargiante e l’aria di uno che gioca a basket. Alcuni sono un po’ più anziani, magari con gli occhiali, potrebbero essere commercianti qualunque. Un ragazzo ha un aspetto così giovane, ma diciotto anni ce li avrà per forza, se si trova qui. Cento seggiole nella stanza-laboratorio, cinquanta da una parte e cinquanta dall’altra; in mezzo un panno scuro, dove gli attori mettono in scena lo spettacolo.

I protagonisti dello spettacolo "Me che libero nacqui, al carcer danno" (foto di repertorio del Teatro Nucleo/Internazionale)
“Me che libero nacqui, al carcer danno” (foto di repertorio del Teatro Nucleo)

Non è un’opera qualsiasi o una messa in scena così. Ci lavorano su da anni con il laboratorio teatrale della compagnia Teatro Nucleo di Pontelagoscuro. Mettono in scena un’opera antica, ma azzeccata: un episodio della “Gerusalemme liberata”, che descrive gli scontri tra cristiani e musulmani durante la prima crociata. Torquato Tasso l’ha scritto mentre era a sua volta rinchiuso nella prigione di Sant’Anna a Ferrara. Lo spettacolo si intitola Me che libero nacqui al carcer danno ed è incentrato sul combattimento tra Tancredi e Clorinda della “Gerusalemme liberata” di Tasso. Le parole sono difficili perché il testo è scritto in versi ed è poesia della seconda metà del ’500.

L'ingresso al carcere di Ferrara
L’ingresso al carcere di Ferrara

Per potere assistere a questa rappresentazione devi lasciare con parecchi giorni d’anticipo un documento d’identità all’organizzazione e presentarti almeno mezz’ora prima per i controlli, lasciando giù macchina fotografica, cellulare e qualsiasi dispositivo elettronico. Molte barriere e cancelli vanno superati per entrare in quella sala-teatro.

Dal parcheggio recintato nella periferia ovest della città, si oltrepassa a piedi la barra mobile e ci si trova davanti alla vetrata della guardiola d’ingresso. Due agenti-uscieri ti chiedono i documenti e verificano che ci sia il tuo nome su un registro. Cellulare e macchina-foto li lasci lì. Poi ti controllano la borsa, ti danno un badge da appuntarti sulla maglia con sopra un numero e resti in attesa di qualcuno che ti accompagni dentro. Si attraversa tutto il cortile e si entra nella palazzina difronte. C’è un metal detector e un impiegato che si annota il numero che hai scritto sul badge. Lì entri da una porta automatica blindata e attraversi un corridoio per arrivare in un altro cortile, attraversarlo ed entrare in un’altra palazzina. Superi il cancello di una grata metallica grande come tutta la parete, c’è un altro corridoio e poi la sala. Tre file di sedie sono disposte di qua e altre tre di là dal tappeto scuro che fa da palco. Sulla sinistra una pedana sulla quale si piazzano i musicisti del Conservatorio di Ferrara, due ragazze e due ragazzi con strumenti a corde di varie dimensioni e il direttore del coro del Conservatorio, Gianfranco Placci, che li accompagna al pianoforte, mentre un ospite del carcere suona il triangolo e le maracas. Nei corridoi e in sala ci sono sempre agenti con la divisa della polizia carceraria.

I musicisti del Conservatorio davanti al carcere di Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)
I musicisti del Conservatorio davanti al carcere di Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)

La regia è di Horacio Czertok, sul palco gli attori detenuti del laboratorio teatrale della casa circondariale di Ferrara: Lesther Batista Santisteban, Desmond Blackmore, Federico Fantoni, Sotirios Kalantzis, Lefter Kuli, EdinTicic. Sono quasi tutti stranieri, spiega il regista che è lì in sala: montenegrini, greci, un cubano e un suddito britannico.

Inizia lo spettacolo e la difficoltà è grande anche per chi assiste. Le parole sono davvero desuete, praticamente incomprensibili. Loro le recitano con una sicurezza incredibile, capisci qualcosa solo grazie al modo in cui gesticolano e scandiscono i versi, che è chiaro che loro hanno ben capito e interiorizzato. Un attore in semplice maglietta e pantaloni scuri entra in scena. Ha un’aria molto normale, quasi dimessa. Poi inizia a cantare. Ha una voce potente e vibrante, mentre intona le parole dello spartito e senti l’emozione che ti invade. Canta un brano molto lungo e articolato e avanza tenendo in mano un foglio che di tanto in tanto scorre con gli occhi. Finito il canto, un uomo di colore in tunica bianca e un attore dal volto pallido e barba castana mettono in scena il confronto tra i due combattenti, un duello fatto di sguardi, testa e testa di un’intensità fortissima, che rende tutta la tensione della sfida senza bisogno di arrivare mai a dare un solo colpo.

La foto di John J. Kim che ha vinto il 3° premio per foto singole del World Photo Press 2016
Foto di di John J. Kim, vincitrice del World Photo Press 2016 esposta al Pac di Ferrara fino al 23 ottobre 2016

Alla fine applausi, il direttore del carcere Paolo Malato che si complimenta per il risultato incredibile, sottolinea che tutti possiamo sbagliare ma – come è scritto sulla facciata del teatro di Palermo – “l’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire”. Uno tra gli spettatori detenuti legge una lettera per sottolineare l’importanza che ha, per loro, questa iniziativa, l’apertura del carcere alla città. Il maestro Mauro Presini ricorda che c’è anche una redazione interna che cura una rivista, sempre aperta a contributi e col desiderio di creare un evento aperto all’esterno. Il direttore del coro del Conservatorio Gianfranco Placci racconta che da tre anni viene qui per tirare fuori musica e canto dai detenuti che ne hanno voglia e talento.

Uno dietro l’altro, gli spettatori che vivono qui si alzano per tornare in cella. Una volta che sono usciti loro, anche il piccolo gruppo del pubblico viene riaccompagnato dalle guardie. Si ripassa attraverso i cancelli e le barriere. Due mondi si richiudono. Resta il brivido dell’arte che li ha uniti.

 

Festival di Internazionale si è tenuto a Ferrara da venerdì 30 settembre a domenica 2 ottobre 2016 per la sua decima edizione. La mostra con le migliori fotografie dei reporter di tutto il mondo che hanno vinto il World Photo Press 2016 resta visitabile fino a domenica 23 ottobre (ore 10-13 e 15-19, ma biglietteria chiusa un’ora prima) al Pac-Palazzina di arte contemporanea in corso Porta Mare 5 a Ferrara.

Gli Estensi e la cultura: vivacità intellettuale, lungimiranza e progettualità

AMMINISTRAZIONE DEGLI ESTENSI A FERRARA/2

Nel XV secolo, grazie soprattutto ai grandi artisti che diedero vita alla celebre “officina ferrarese”, Ferrara si connotò come uno dei più importanti centri rinascimentali italiani. All’ombra della casa d’Este operarono, sin dalla prima metà del Quattrocento, artisti come il Pisanello e Iacopo Bellini. L’illuminato Leonello creò infatti le condizioni per lo sviluppo del grande rinascimento estense, ospitando ad esempio l’umanista Flavio Biondo, Guarino Guarini, Leon Battista Alberti, Andrea Mantegna, Piero della Francesca e altri artisti, letterati e filosofi. Ma fu con Borso che si affermò la scuola pittorica ferrarese, per merito di Cosmè Tura (1430-1495), Francesco del Cossa (1436-1478) ed Ercole de Roberti (1450-1496). E in campo letterario si alternarono, tra la fine del Quattrocento e la fine del Cinquecento, i grandi poeti Matteo Maria Boiardo (1441-1494), Ludovico Ariosto (1474-1533) e Torquato Tasso (1544-1595).
Leonello d’Este, durante il suo poco meno che decennale principato, tenne Ferrara lontana dalle guerre, migliorando così le condizioni economiche dei cittadini, esentati dalle spese militari. Egli fu il primo della dinastia Estense a perseguire con coerenza il consenso della popolazione, in specie tramite gli sgravi fiscali, l’investimento di capitali per dare impulso all’economia, la realizzazione delle bonifiche, la promozione di provvedimenti finalizzati ad alleviare gli stenti dei poveri e degli ammalati. Borso fu di certo più pragmatico di Leonello, preferì le arti “minori” (si pensi alla famosa Bibbia) e si dedicò prevalentemente all’attività edilizia e urbanistica.
In seguito, con la reggenza di Ercole I d’Este, i ferraresi assistettero al raddoppiamento della città generato dal grande piano dell’Addizione Erculea (peraltro intrapreso anche per rispondere, con massicce domande di manovalanza, all’indigenza che ancora regnava nei ceti più bassi), videro sorgere le chiese e i palazzi, mettere in scena le commedie dei classici latini, allestire i tornei, il Palio, le cerimonie. I costi di tali opere, frutto in larga parte del genio di Biagio Rossetti, finirono per pesare anche e soprattutto sulle tasche dei cittadini. Solo più tardi divenne a tutti palese (oggi vanto) la lungimiranza con cui tali imprese furono progettate e realizzate. E che qualificarono Ferrara come la prima città moderna d’Europa: per la sua sobria bellezza, per l’efficacia delle soluzioni urbanistiche adottate, per il potenziale sviluppo socioeconomico che la sua struttura lasciava intuire.

Torquato_Tasso

Genio e follia di Torquato Tasso, cantore maledetto di dame e cavalieri

TORQUATO TASSO
(a 470 anni dalla nascita)

Torquato Tasso (1544-1595) nacque a Sorrento da madre napoletana e da padre bergamasco: Bernardo Tasso, anch’egli letterato e poeta, autore di un poema cavalleresco, l’Amadigi, assai celebre all’epoca. All’età di otto anni dovette abbandonare la madre, accompagnando in esilio il padre, per non rivederla mai più. Nel 1565 si stabilì presso la corte ferrarese, al servizio del cardinale Luigi d’Este, nel 1572 passò al servizio del duca Alfonso II e tre anni più tardi cominciò a manifestarsi in lui la grave forma di nevrastenia responsabile di quei gesti irrazionali e clamorosi che gli procurarono l’arresto e l’internamento come folle nell’ospedale Sant’Anna, dove rimase segregato per sette lunghi anni.
Le opere fondamentali di Torquato Tasso sono: il Rinaldo (1562), l’Aminta (1573), la Gerusalemme liberata (1575), Re Torrismondo (1587), le Rime (1591 e 1593), la Gerusalemme conquistata (1593), i Discorsi (1594), i Dialoghi (1595), oltre a un Epistolario di circa 1.700 lettere, che accompagnano tutta la sua travagliata esistenza, ne illustrano le vicissitudini e l’attività artistica.
La genesi del capolavoro del Tasso: la Gerusalemme liberata, è abbastanza complessa. Nel 1559 il giovane Torquato, mentre si trovava a Venezia al seguito del padre, iniziò la stesura di un poema sulla prima crociata, intitolato provvisoriamente Del Gierusalemme e interrotto un paio d’anni più tardi dopo un centinaio di ottave. «Il primitivo abbozzo – precisa lo studioso Mario Pazzaglia – venne ripreso a partire dal 1564 e condotto a termine, con attività intensissima e quasi febbrile, nell’ultimo triennio, nel 1575, col titolo Il Goffredo (il titolo Gerusalemme liberata compare nelle prime edizioni del poema, uscite, mentre il Tasso era in Sant’Anna, contro la sua volontà); nel ’76 ebbe inizio la tormentosa vicenda della revisione del poema, che tante preoccupazioni e angosce apportò al poeta, fino al rifacimento compiuto negli ultimi anni col titolo di Gerusalemme conquistata, espressione di una profonda crisi spirituale e letteraria».
Commossi ammiratori di Torquato Tasso furono, fra i tanti, Goethe, Leopardi, Baudelaire. Nel 1800 i romantici videro in lui il genio incompreso, il poeta “maledetto”, perseguitato dalla società meschina incapace di comprenderne la grandezza, i positivisti cercarono invece di interpretarne la personalità mediante lo studio “clinico” della sua follia. «A pochi scrittori è stato concesso, come lo fu al Tasso, – scrive il critico Marziano Guglielminetti – di vivere e rappresentare le aspirazioni e le frustrazioni del proprio tempo in maniera che può ben dirsi emblematica. L’esistere e lo scrivere, pur intrattenendo in lui relazioni difficili e complesse, non tendono mai a dissociarsi e a procedere separatamente; e non solo perché la poesia nasce con difficoltà dall’esperienza della vita concreta e quotidiana, ma perché di tale esperienza è talvolta origine e spesso redenzione».

Tratto dal libro di Riccardo Roversi, 50 Letterati Ferraresi, Este Edition, 2013

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