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Prenotare il tampone sotto Natale?
L’odissea di una cittadina toscana vaccinata e con il Covid

Potrebbe sembrare un’esagerazione giusto per attirare l’attenzione e magari fomentare mancanza di fiducia nelle istituzioni e un dissennato dissenso e invece no, il senso ce l’ha, eccome. I medici e gli specialisti ci stanno ripetendo alla radio e ai telegiornali che “devono già scegliere a chi dare la precedenza per il ricovero, che devono rinunciare a eseguire operazioni per casi di tumore per far posto ai malati di Covid”. È un refrain martellante e insistente che ci fa saltare su, che ci colpevolizza e ci fa sentire impotenti ed egoisti. Nel mio piccolo ho registrato la disorganizzazione assoluta del Servizio Sanitario regionale, nonché Azienda sanitaria locale Toscana Centro, preso d’assalto a causa dell’ennesimo rialzo dei casi di SARS COV2, in tempi di 4° ondata pandemica, seconda in periodo natalizio.
Ed è così che ai cittadini si conferma per l’ennesima volta la sensazione di essere in uno Stato di Emergenza, ora davvero prolungato e senza fine.
E io, cittadina che è stata alle regole, mi chiedo: hanno speso già tutti i soldi per fronteggiare la pandemia? Siamo rimasti senza scorte di tamponi? E il famoso booster, nonché terza dose? Ma come si fa, se non si riesce a proteggere adeguatamente nemmeno i già bis-vaccinati, a pretendere di aggregare anche i renitenti? Chi alla guerra non vuole partecipare e non si vuole proteggere e prevenire gli effetti devastanti del virus?
Certo qualcosa è andato storto, nessuno nei mesi scorsi ha pensato che l’inverno sarebbe arrivato e con lui il nuovo proliferare e circolare dei virus, influenza compresa?
Io credo che per convincere la popolazione della bontà delle azioni messe in campo si poteva e si sarebbe dovuto fare qualcosa di più e di meglio che oberare i medici di base delle vaccinazioni e le farmacie dei tamponi veloci e farlocchi al 50%, data la bassa sensibilità, venduti, tra l’altro, al costo medio di €15,00 ciascuno.
Mi sembra che il Generale Draghi, con Capitan Speranza e il Sottotenente Figliuolo, abbiano perso su tutti i fronti, una Caporetto sanitaria! Ma quelli che veramente hanno perso, siamo noi cittadini, prima istigati a spendere e spandere per fare un bel Natale in difesa del PIL, poi presi in giro con la diffusione esagerata di tamponi costosi e poco attendibili, e poi sul più bello, a metà strada tra Natale, Capodanno e la Befana: ammalati, chiusi in casa, lasciati soli dal medico, dalle strutture, da chi ci circonda, spaventati e ormai disillusi.
 Vediamo allora di riassumere in pochi punti la disfatta:
1. la salute generale degli italiani, visti i contagi quotidiani che si sono moltiplicati proprio nel periodo festivo in cui avremmo gradito un po’ di serenità e di riposo, non certo di fare ore e ore di coda fuori dalle farmacie sotto la pioggia al freddo e umido per accaparrarsi al modico prezzo di €15,00 un responso farlocco, il più delle volte falso negativo, per andare sereni verso il contagio;
2. la credibilità anche verso chi non si è vaccinato: si sono ammalati tutti, senza tregua né ritegno. Ma non si doveva accelerare con la campagna vaccinale? Ma se gli Hub li hanno chiusi, li hanno diminuiti e poi si sono scatenati sui No Vax. Certo non è colpa loro se sono saltati i tempi, ma allora? Tutto sto puzzo per fare cosa? Per farci odiare tra sorella e fratello? Per dividere famiglie e comunità? Per dare la colpa dell’errore al diverso, strano, controcorrente?
3. In Toscana le assunzioni di personale per la Sanità sono sempre bloccate? Ma se manca il personale, se quello che c’è ha già passato un anno e più sotto stress e si ammala e non ce la fa più? Ma allora qui qualcuno l’emergenza vuole tenerla viva e vegeta: “un’emergenza è per sempre!”.
4. Come dipendenti pubblici (io lo sono), dovremmo essere contenti, perché il ministro Brunetta aveva tolto lo smart working,  in quanto lavoro ‘agile’ voleva dire ‘volontario’ (ed è proprio così, non conta cosa produci, le pratiche che porti a buon fine in un tempo ragionevole, ma le ore che stai seduto al tavolo, come i ragazzini a scuola, quante ore stai seduto, fermo, mani dietro la schiena, al banco!) e ora, con la nuova ondata, lo hanno reintrodotto. Ma sempre con la sensazione di una iattura, un’emergenza che non finisce mai, non per migliorare l’organizzazione dei tempi di lavoro, gli spazi sociali delle persone, l’organizzazione dei trasporti, ma come scappatoia da un pericolo peggiore e ‘chiusura sociale’, oltre che mentale, proposta di un ministro che arriva quando i buoi sono già scappati e la P.A. diventa la ‘cenerentola’ su cui si scaricheranno le frustrazioni e le accuse di inefficienza dei soliti privati, che invece si sacrificano in maniera dannunziana… per la Patria!
5. Emergenza continua, incapacità di dare risposte adeguate, ma anche volontà di non dare le risposte che servono e mantenimento di continuo controllo sulla popolazione spaventata e tenuta isolata per giorni e giorni, senza avere la possibilità di incontrare le persone, di fare la spesa, di andare a lavorare… perché nemmeno il tampone rapido si riesce più a fare.
E qui mi fermo, si perché devo riprovare a catturare un appuntamento online per fare un tamponcino (come chiamo io i test rapidi antigeni sars-covid-2) per vedere di anticipare il mio ‘rientro in società’. Eh già, in farmacia, a pagamento, sono riuscita a prenotare per il 18/04/22, ma stare in attesa un’altra settimana mi sembra un po’ esagerato, quindi con la ricetta del medico riprovo sul portale della sanità regionale: “Seleziona il presidio più comodo per te”. “Disponibilità esaurita”.
ULTIMA NOTIZIA che fa rizzare i capelli: in Mugello, il presidente della Società della Salute, nonché sindaco di Vicchio, nonché figlio del farmacista del paese di Vicchio, cosa fa per meritarsi la riconoscenza dei cittadini mugellani e vicchiesi?
Il sabato 8 e la domenica 9 gennaio, nel pomeriggio dalle 14,00 alle 18,00, organizza una cooperativa per fare tamponi rapidi certificati e a pagamento (€15,00) presso l’HUB di Vicchio, dove di norma vengono fatti i tamponi organizzati dalla della Regione Toscana, senza prenotazione e senza richiesta del medico. Come ha fatto a diffondere la notizia di questo servizio spot? Ha fatto circolare un vocale su whatsapp…
Evvai! L’improvvisazione al potere!

DI MERCOLEDI’
Il calamaro gigante e i sogni.

 

Nell’incipit del suo Il calamaro gigante, uscito presso Feltrinelli nel maggio di questo 2021, Fabio Genovesi sostiene che del mare non sappiamo nulla. Vediamo solo la superficie dell’acqua, così come dei calamari conosciamo i minuscoli esemplari che finiscono nei fritti misti dei pranzi domenicali al mare. La mia empatia di lettrice è dilagata mano a mano che sono andata avanti a prendere in carico, una dopo l’altra, 140 pagine incantate, dove i mostri marini insieme ai loro scopritori si alternano alla nonna dello scrittore con la sua vecchiezza saggia e visionaria, ai compagni di scuola, a conoscenti e compaesani.

Il mondo epico dei naviganti negli oceani e quello diseroicizzato e quotidiano della costa toscana, dove vive Genovesi, vanno a braccetto nello spazio e nel tempo, in base a quell’ottica certamente pascoliana di cambiare le gerarchie tra le cose del mondo che mi piace tanto. Un misto di straniamento e sapienza infantile che fa scintille di ogni episodio narrato.

Ma andiamo con ordine. Il capitolo iniziale, primo di undici, ci introduce al viaggio che l’autore vuole proporci: un viaggio alla scoperta delle profondità marine, in cui dobbiamo avere la mente aperta a cogliere tutte le meraviglie più incredibili degli abissi. In totale disponibilità, quella che fa dire “del mare non sappiamo nulla” e per questo dobbiamo essere pronti a deformare il quadro delle nostre conoscenze, a essere allontanati “da ogni nostro punto fermo, dai binari delle certezze solide ed eterne che abbiamo impiegato tanto tempo a inventarci”.

Lo scrittore ci guida durante il viaggio nella doppia veste di io narrante, che ricostruisce i tanti avvistamenti del calamaro gigante avvenuti negli oceani dal XVII secolo a oggi, e di io narrato, quando ricorda di avere disegnato come animale preferito proprio lui, il bestione degli abissi, e di avere sollevato le risa della sua classe alla scuola elementare. Nonché il lancio di matite, gomme e pennarelli.

Tutto il libro nei restanti dieci capitoli si espande alle vastità marine e alle capitali europee, dove le Società Scientifiche tendono a negare le scoperte del calamaro – detto anche Kraken  – e di altre creature inaspettate, mostrando una cecità accanita contro l’evidenza delle prove che i naviganti possono produrre dei tentacoli enormi del calamaro o di altre sue parti. Ciascun capitolo poi ritorna, come fa la risacca del mare, sulle coste toscane e fa un giro tra le conoscenze dell’autore per trovare conferme e analogie sulla condotta umana.

Gli uomini possono dividersi in due categorie: da una parte ci sono “quelli che nella vita non si fanno domande, vanno dritti senza guardare l’immenso intorno che c’è, e se devono disegnare il loro animale preferito scelgono il cane, il gatto o al massimo il criceto. E se tu disegni il calamaro gigante ridono e ti prendono in giro”.

In questa categoria possiamo includere perfino un membro dell’Accademia francese delle Scienze, che non crede alla scoperta fatta dalla nave Alecton nel 1861, il cui capitano Bouyer [Qui] durante la navigazione verso le coste della Guyana francese si è imbattuto in un “polpo gigante”, come dicono i giornali dell’epoca, e ha fatto un resoconto preciso dello strabiliante incontro. Questa la sentenza dell’illustre scienziato:  “Un essere del genere non può esistere”, perché sarebbe “una contraddizione delle grandi leggi di armonia ed equilibrio che regnano sovrane sulla natura vivente”. L’episodio ispirerà Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne [Qui] e altri libri, ma viene considerato alla stregua di una favola perché, conclude Genovesi, “quella Cosa gigantesca è inammissibile, è inaccettabile, quindi non c’è”.

Dalla parte opposta ci sono gli uomini che hanno passioni e sogni da inseguire, che non conoscono “la parola assassina ormai”, quella che “ora come allora serve a non partire, non fare, non provare mai a cambiare le cose intorno a noi”. Essi osano scavalcare i limiti della conoscenza per spostarli più in là e si avvicinano a conoscere il creato senza porsi barriere né limiti, avendo con sé l’arma della immaginazione. E credono alle storie.

Ah, le storie. Come le definisce bene Genovesi. Usa proprio il plurale, in quanto noi siamo le storie: “le nostre storie sono scritte in minuscolo ma addosso a noi, e senza di loro semplicemente non saremmo qui. Forse è per questo che da bimbi le amiamo tanto, perché siamo nati da poco ci ricordiamo ancora che sono loro ad averci portato al mondo. Poi cresciamo e non ci interessano più, le chiamiamo favole e smettiamo di ascoltarle, mentre ci roviniamo la vita dietro a favole diverse che si intitolano carriera, prestigio, reputazione, fama, potere…dritti e tristi fino all’ultimo giorno”.

La galleria degli uomini del secondo gruppo, quelli appassionati, per fortuna è lunga e comprende anche figure femminili, misconosciute ma fondamentali nella storia della scienza, come è il caso di Mary Anning [Qui], che nel XVII secolo fa scoperte straordinarie di fossili sulle coste inglesi e solo dopo che è morta riceve il riconoscimento ufficiale del proprio operato dalla Royal Society di Londra.

Tra il 1861 e il 1871 una sessantina di calamari giganti sono stati avvistati nei mari del mondo; dunque il Kraken esiste e le prove diventano inconfutabili. Che animale è il calamaro gigante? Un secolo e mezzo dopo il capitolo 9 ci dice che le conoscenze su di lui a oggi non sono complete: nonostante le innovazioni tecnologiche a supporto della ricerca non si è riusciti a catturarne uno da tenere in un acquario e neppure a studiarlo nel suo ambiente.

Del suo corpo enorme sappiamo che può raggiungere venti metri di lunghezza: la parte più corta è il mantello, contornato da una pinna trasparente utile agli spostamenti e con due enormi occhi che superano i trenta centimetri, adatti per fissare gli abissi. Sotto gli occhi comincia la parte più lunga, “otto lunghe braccia tentacolari, più altri due tentacoli che sono lunghi ancor di più. Schizzano lontano ad afferrare la preda con le ventose che li ricoprono, ognuna orlata da un anello tagliente e dentellato, e la portano alla bocca”. Questo è all’incirca quello che sappiamo, “mentre il resto è ancora un misto di teorie”: quanto tempo vive una creatura così, di cosa si ciba, come si riproduce, se sia un predatore aggressivo, o vive nei fondali a cibarsi tranquillamente di animali morti.

La morale della storia sul calamaro gigante? È sparsa in più capitoli, specie in quelli finali, ed è fatta di frasi sferzanti, quasi degli aforismi che abbracciano uomini, mostri e armonie universali. Tra i mostri finisce anche l’isola che “sembra impossibile ma esiste davvero” ed è di plastica, è enorme pure lei e si trova tra il Giappone e le Hawaii.

Prendiamo la parte seguente, il cui titolo potrebbe essere Il calamaro gigante e i sogni: “Tutti i giorni io ci penso…E in qualche modo quella realtà lontanissima e abissale mi fa vivere bene qua sulla terraferma. Perché magari sono alla stazione e il treno è in ritardo, o in macchina verso un posto che non trovo…Ed ecco che dal nulla scivolo di lato verso questo pensiero, questo sogno che però è verità, e cioè che intanto laggiù nel buio profondo del mare ci sono un capodoglio e un calamaro lunghi decine di metri e pesanti tonnellate, che combattono stretti e insieme danzano nell’abbraccio di tentacoli lunghissimi…Immagino queste due creature enormi che all’improvviso si bloccano, girano i loro grandi occhi da questa parte e mi trovano qui, seduto minuscolo su una roccia del fondale con l’espressione ansiosa. E dalle loro bocche piene di affanno e carne e battaglia, mi chiedono: ‘Oh, che ti succede?’ “

In questa danza universale, a cui prendono parte gli esseri viventi di ogni specie e di ogni dimensione, a partire dagli animali raffigurati come divinità danzanti nelle caverne di Lascaux, se siamo disposti a tuffarci in questa “smisurata meraviglia di cui non sappiamo e non sapremo mai nulla” senza sentirci superiori alla Natura, ma sue parti, allora abbiamo davanti un “orizzonte smisurato, dove niente ha più senso e quindi tutto può averne, tutto può esistere e succedere. Perché se esiste davvero il calamaro gigante, non c’è più un sogno che sia irrealizzabile, una battaglia inaffrontabile, un amore impossibile”.

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

EOLICO INDUSTRIALE IN APPENNINO
Opportunità verde o grandi affari per grandi imprese?

di Marina Carli

Vicchio (Mugello – FI) – Voglio partire da quanto sta succedendo sopra casa nostra: da circa un paio di anni in provincia di Firenze, in Mugello, sul crinale appenninico del Giogo di Villore-Corella pende l’ennesima spada di Damocle della realizzazione di un nuovo impianto industriale eolico, di produzione di energia dal vento. Ennesima, perchè sull’Appennino Tosco-Ligure e Tosco-Romagnolo sono già stati progettati una cinquantina di grandi impianti del genere, alcuni dei quali sono stati sfortunatamente già realizzati, molti sono in fase di progettazione, diversi sono stati bocciati [Qui]

Opportunità verde o grandi affari per grandi imprese? Questo è l’interrogativo a cui rispondere con chiarezza: un imbroglio che vogliamo chiarire una volta per tutte, perché già troppi sono gli impianti realizzati sui crinali degli Appennini; le nostre ‘montagne umili’ certo non godono della fama e dello sfruttamento economico-turistico delle Alpi, ma sono ugualmente ricche di biodiversità e di habitat preziosi lungo ben dieci regioni italiane, dalla Liguria alla Calabria.

Non si tratta di essere nimby, come vengono definiti in inglese coloro che non vogliono essere ‘disturbati’ nel loro piccolo ed esclusivo giardino, ma di ragionare guardando più in là, con una visuale ampia al territorio ed estesa nel tempo, al futuro delle generazioni che abitano l’Appennino e non vogliono abbandonare questi luoghi e più in generale al futuro del pianeta Terra nel suo complesso; ormai, infatti, dovremmo essere tutti consapevoli che locale e globale sono strettamente interconnessi.

Di seguito procederò indicando le criticità ambientali dell’impianto eolico del Giogo di Villore-Corella:

1. La dimensione enorme delle 8 torri reggenti e delle pale, che complessivamente raggiungono i 160 metri di altezza e che necessitano ciascuna di un’ampia superficie di istallazione (ogni piazzola sarà grande circa come un campo di calcio) e profonda fino a 15 metri di escavo, tanto devono essere le fondazioni del plinto (quasi 700 mc di calcestruzzo armato, tanto per avere un’idea pensiamo al Battistero di S. Maria del Fiore di Firenze), che andrà a sorreggere la pala; il calcestruzzo sarà prodotto in loco, pertanto si prevede di realizzare un cantiere di betonaggio in quota e di muovere il materiale con camion, uno ogni 5 minuti, che dovrà rifornire i materiali, su e giù per un pendio al 28% di pendenza. Questo significa la movimentazione di grandissime quantità di materiali lungo la pendice montuosa e le strada di accesso con un disturbo inimmaginabile per la fauna e per gli abitanti dei comuni e delle frazioni di passaggio e limitrofe.

2. La rumorosità e la visibilità, a detrimento di chi abita nei pressi e di chi ambisce a godere del panorama appenninico da vicino e da lontano. Diversi sono gli studi sulla rumorosità effettuati anche dalle agenzie ambientali regionali e dall’ISPRA e tutti concludono ammettendo come l’impatto acustico sia elevato ed importante, sia con l’impianto in funzionamento, che con l’impianto fermo o addirittura spento; a causa delle diverse componenti del rumore, non è solamente quello di origine aereodinamico generato dall’impatto delle pale col vento, ma anche quello cosidetto ‘residuo’ prodotto dal sistema di raffreddamento del generatore elettrico, quello legato agli organi di posizionamento della navicella e delle pale, quello generato dagli apparati elettrici ed elettronici posti per il corretto funzionamento della pala; non ultimo il rumore dei dispositivi elettrici quali trasformatore, inverter, ecc., necessari per la corretta utilizzazione dell’energia elettrica prodotta per una efficace immissione nella rete elettrica*. A detta del prof. Tabarelli, di Nomisma, recatosi a Casoni di Romagna in visita all’impianto eolico dell’AGSM le pale “fanno un rumore che intimorisce”. Difficile quindi sostenere che la realizzazione dell’impianto eolico possa diventare un’attrattiva turistica, come addirittura sosterrebbe la stessa AGSM nella relazione presentata in Regione Toscana e ai sindaci mugellani, a promozione del progetto per l’impianto sul Giogo di Villore-Corella;

3. La necessità di realizzare per 40 km, dall’uscita dell’autostrada A1 di Barberino di Mugello, passando per i territori comunali di Scarperia e S.Piero, Borgo S. Lorenzo, Vicchio, Dicomano, fino ai boschi dell’Alto Appennino sopra San Bavello, Villore e Corella, un’ampia viabilità per il trasporto in loco del materiale di realizzazione dell’impianto. Per trasportare sul crinale appenninico materiali estremamente ingombranti, oseremmo definire enormi, come i pezzi unici delle pale, quelli per l’alzata delle torri e il rotore che le sostiene, si devono impiegare mezzi di straordinaria lunghezza e rigidità, bilici che arrivano a misurare dai 60 ai 70 m di lunghezza; questo vuol dire intervenire su tutta la viabilità, dalla cosidetta Traversa del Mugello, alla Statale 65 del passo del Muraglione, alla strada comunale di Corella. 21 sono gli interventi ipotizzati nella prima parte del tracciato, 24 quelli sulla strada comunale da San Bavello alla valvola Snam; ulteriori 3 km di strada/pista per l’accesso al crinale. Da una parte il disagio per polveri, rumore e traffico pesante e lento sulle principali direttrici viarie del Mugello e della Val di Sieve, dall’altra le modifiche ai tracciati esistenti della viabilità comunale con estesi e quantomai improbabili tagli della montagna per realizzare gli allargamenti necessari, in zone ad alto rischio idrogeologico, sensibili a frane, smottamenti, erosione, in particolare nel tratto che da Dicomano arriva ai piedi del Giogo di Villore-Corella. Da lì in poi, lasciando il presente tracciato per inerpicarsi sul pendio, dobbiamo immaginare cosa potrà succedere a boschi, prati, pascoli fino a raggiungere il crinale: la distruzione dello stato naturale incontaminato dei luoghi. L’intervento, unito all’abbandono della montagna e della collina e ai cambiamenti climatici in atto, darà origine a rovinosi eventi, creando ulteriori disboscamenti di ampie aree forestali e opere di sbancamento di intere pareti rocciose. Il dissesto idrogeologico peggiorerà con conseguenze difficilmente prevedibili in un territorio estremamente fragile da questo punto di vista, per il quale le amministrazioni locale e regionale dovrebbero prevedere invece utili interventi di ripristino ambientale.

4. Non meno importanti le ricadute sulla biodiversità animale e vegetale. La perdita di habitat per le specie aviarie sedentarie nei pressi delle pale, dovuta al disturbo dell’alimentazione e della nidificazione, la decimazione degli uccelli migranti nel passaggio sul crinale, punto in cui anche l’altezza di volo è ridotta e l’impatto contro le eliche è molto probabile, sono i principali fattori di riduzione delle popolazioni di uccelli nelle zone d’istallazione delle pale eoliche. Tra l’altro, studi stranieri (Janss et al. 2001) hanno evidenziato che a farne le spese sono proprio le specie di maggiori dimensioni, come i rapaci, che hanno maggior difficoltà nella riproduzione e le cui popolazioni necessitano di più tempo per riprendersi: l’Aquila, il Gheppio, l’Astore, il Biancone, il Pellegrino. Relativamente all’Italia, Magrini (2003) ha riportato come nelle aree dove sono presenti impianti eolici, è stata osservata una diminuzione di uccelli fino al 95% per un’ampiezza fino a circa 500 metri dagli aerogeneratori.

5. Dalle Osservazioni al progetto di eolico industriale di AGSM sul Giogo di Villore e Corella formalizzato alla Regione Toscana da Italia Nostra il 12/03/2021, leggiamo:
“… nelle linee guida per la valutazione d’impatto ambientale per gl’impianti eolici la Regione Toscana scrive: – Considerato che in Toscana il paesaggio assume un valore di particolare rilievo, in alcune situazioni è opportuno considerare inclusi nell’Area d’Impatto Potenziale ‘punti di eccezionalità‘, cioè di alta riconoscibilità e di elevato valore paesaggistico e culturale, sulla base di un’analisi della situazione locale da parte dei proponenti, anche se, in base al solo criterio della distanza, ne sarebbero esterni. Dai punti di eccezionalità individuati devono essere elaborati dei fotoinserimenti”. Tale analisi doveva essere richiesta ad AGSM nel rispetto delle linee guida nazionali e regionali, che avrebbe dovuto individuare in modo puntuale il bacino d’influenza visiva dell’impianto e riportarlo in scala opportuna su una base cartografica. Cosa che non è stata fatta e che dovrebbe mettere in allarme non solo la Sovrintendenza, chiamata a dare il suo parere in Conferenza dei Servizi, ma anche tutti gli enti territoriali che hanno a cuore il turismo e la fruibilità pubblica del territorio Mugellano e non solo. Scrive ancora Italia Nostra: “le linee guida nazionali prevedono una ricognizione dei centri abitati e dei beni culturali e paesaggistici […] distanti in linea d’aria non meno di 50 volte l’altezza massima del più vicino aerogeneratore, documentando fotograficamente l’interferenza con le nuove strutture. Le linee guida regionali prevedono altresì che “l’area d’impatto visuale assoluto rappresenta un’area circolare di raggio pari alla massima distanza da cui l’impianto eolico risulta teoricamente visibile nelle migliori condizioni atmosferiche possibili, secondo la visibilità dell’occhio umano e le condizioni geografiche […]. Assumendo la relazione che permette il calcolo del raggio dell’aivat (area d’impatto visivo assoluto teorico) r= hx600 (dove r raggio dell’AIVAT, H altezza al mozzo della pala) risulterebbe che le pale con mozzo alto 99 metri sarebbero visibili a occhio nudo per un raggio di ben 59 km.”

6. L’apertura della strada per il crinale significa che questo impianto è solo l’apripista per una vera invasione e cementificazione di questo angolo di Appennino; per realizzare gli obiettivi europei al 2030 tanti altri impianti sono necessari e verranno incentivati anche dai fondi del PNRR del governo Draghi.

Ma perchè chi dovrebbe essere il principale difensore del territorio, del paesaggio e della salute di questo ambiente permette e addirittura favorisce questo scempio?
Perchè non si capisce che realizzare un megaimpianto industriale sulle cime appenniniche costituisce una ferita insanabile a questa bellissima terra, già ampiamente martoriata e per sempre segnata da quelli che sono stati gli scriteriati lavori per l’Alta Velocità ferroviaria FI-BO, dallo scarico di rifiuti tossici nelle cave di Paterno e di terreni inquinati nei terreni agricoli di Gabbiano, ecc.?

centrale eolica eolico
centrale eolica del CARPINACCIO – FIRENZUOLA (FI)

Gl’interessi in ballo sono troppi e troppo forti, come si capisce bene dalla nuova normativa che regola la distribuzione degl’incentivi sulle FER [Qui]
Il nuovo decreto 4 luglio 2019 riguardante gli incentivi alle fonti rinnovabili per il triennio 2019-2021 (il Nuovo DM FER) approvato dai Ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 186 del 9 agosto 2019 è entrato in vigore il 10 agosto 2019. Le fonti cosiddette ‘rinnovabili’, che possono godere degli incentivi contemplati dal Nuovo DM FER sono: l’eolico on-shore (cioè su terra, per distinguerlo da quello off-shore con le pale istallate in mezzo al mare), l’idroelettrico, gli impianti alimentati a gas di discarica e gas residuati da processi di depurazione e il fotovoltaico.

Il nuovo DM FER ricalca complessivamente quello del 2016, distinguendosi però per alcuni punti importanti: taglia l’accesso agli incentivi per gli impianti di piccole dimensioni, infatti potranno accedere soltanto le imprese che si iscrivono ai registri nazionali e partecipano alle procedure competitive d’asta, cancellando l’accesso diretto, che era previsto invece nel DM 2016. Questa novità avrà sicuramente un effetto disincentivante per le piccole iniziative, gli impianti di piccola taglia e per i piccoli investitori, che fino ad ora hanno avuto in questo meccanismo una certezza importante di recupero dell’investimento. Lo sviluppo dell’eolico e delle energie rinnovabili viene in questo modo indirizzato principalmente verso le grandi e grandissime imprese, escludendo dai contributi gli impianti con valenza territoriale.

centrale eolica eolico
centrale eolica di RIPARBELLA (PI)
dal sito ufficiale di AGSM

Fino ad oggi la remunerazione diretta per ogni kWh prodotto dalle rinnovabili ha permesso a queste forme di produzione energetica di recuperare il gap di competitività con le fonti fossili, spingendo privati e semplici cittadini a investire su queste tecnologie. I pochi produttori di pannelli e componenti per l’eolico made in Italy sono stati soppiantati nel giro di pochi anni dalla concorrenza internazionale, soprattutto asiatica. Secondo l’ultimo rapporto delle attività pubblicato dal GSE, ancora oggi il conto del sostegno alle incentivazioni delle fonti rinnovabili risulta estremamente elevato: la stima è che, nel 2019, il Gestore dei servizi energetici abbia dovuto sostenere un costo netto di ben di cui 11,4 miliardi di euro per l’incentivazione dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili (a cui vanno aggiunti ulteriori 1,3 miliardi ascrivibili all’efficienza energetica e alle rinnovabili termiche, 0,8 miliardi elativi ai biocarburanti e 1,3 miliardi riconducibili ai proventi derivanti dal collocamento di quote di emissione all’asta nell’EUETS).

Perché, nonostante gli oltre 11 miliardi di euro spesi annualmente per l’incentivazione delle rinnovabili elettriche, l’Italia ha deciso di concedere una nuova tornata di incentivi alle fonti rinnovabili? La risposta risiede negli obiettivi europei al 2030: per raggiungere il target del 30% di consumi di energia primaria coperti con le fonti cosiddette pulite, solare ed eolico sono chiamati nei prossimi anni a viaggiare a un ritmo di installazione accelerato. Rendendo così indispensabile un sostegno statale per stimolare gli investitori e la realizzazione di nuovi impianti.

Insomma la transizione energetica alle fonti rinnovabili in Italia non si sostiene da sola, ma vuole essere sostenuta da noi, dai cosidetti “oneri di sistema” delle nostre bollette, che invece di diminuire aumentano sempre di più, mentre noi cerchiamo di risparmiare! A favore di chi? A questo punto a favore delle grandi imprese private che incassano fino a 12,5 miliardi d’incentivi statali l’anno, grazie ad una politica europea e nazionale che li favorisce e li ingrassa.

Per Alberto Pinori, presidente Anie Rinnovabili (associazione parte di Federazione Anie) e Davide Chiaroni, vicedirettore Energy&Strategy Group del Politecnico di Milano, non si può fare a meno degli incentivi: se l’obiettivo per l’Italia è realizzare 30 GW di nuovi impianti fotovoltaici e 10 GW di nuovi impianti eolici al 2030, riducendo l’occupazione di suolo e sfruttando le coperture e i tetti, per Pinori “non si può rinunciare in questa fase a meccanismi di incentivazione diretti come il decreto ministeriale sulle Fonti di energia rinnovabile o indiretti come le detrazioni fiscali ed il super ammortamento, oltre che alla normativa sull’autoconsumo”. Anche gli altri paesi europei seguono questa linea, continuando a incentivare le fonti rinnovabili ai fini della transizione energetica. [Qui]

A questo punto però, se vogliamo davvero un cambio di rotta, sono i cittadini, coloro che sostengono con le tasse sulla bolletta lo sviluppo delle fonti rinnovabili, dovrebbero essere i primi ad avere voce in capitolo e poter decidere quali e quante debbano essere le energie rinnovabili da incentivare, come e dove posizionare gli impianti, come gestirne la produzione e come risparmiare sull’energia, per poter veramente proteggere e valorizzare il proprio ambiente. Per questo motivo si devono perseguire e incentivare le Comunità energetiche!

*VI CONVEGNO NAZIONALE Il controllo degli agenti fisici:ambiente, territorio e nuove tecnologie, 6 – 7 – 8 giugno 2016, Alessandria

In copertina: centrale eolica CASONI DI ROMAGNA – dal sito ufficiale di AGSM

DIARIO IN PUBBLICO
Ce l’hai la tessera?

Lentamente risorgo dai guai fisici per testimoniare questi momenti di funzione pubblica che, come già era accaduto in passato, ancora adesso, nonostante i cambi di amministrazione e altro, ripropongono l’immagine di “Ferara, stazione di Ferara” secondo l’antica abitudine.

Mi accorgo all’ultimo momento che la tessera elettorale è esaurita; quindi disciplinatamente il lunedì mattina prendo il taxi e mi dirigo all’Ufficio elettorale, dove da una parte stazionavano i richiedenti del documento e dall’altro si allungava una lunghissima fila dell’ufficio immigrazione. Esce il vecchietto disciplinatore degli uffici a cui bisogna rivolgersi e con aria seccata fa entrare due di noi e li indirizza a sinistra su per la scala. Ubbidiente mi accingo a salire i gradini e contandoli mi accorgo che sono 50! Sono appena reduce da una colica renale, ho un’età di diversamente giovane, perciò non era forse dovere indicare l’ascensore per scalare il piano? Inutile. Bocche cucite! A questo punto esplode la mia rabbia e all’annoiatissima impiegata, che mi guarda con disprezzo, urlo la mia indignazione. Silenzio. E, dopo avermi sbattuto il certificato nuovo, mi affida ad un altro burbero in camicia bianca, che si degna di accompagnarmi all’ascensore e farmi scendere. Inutile protestare dicendo che, al di là di ciò che mi serviva, la tessera era il documento necessario per esprimere la mia volontà democratica: ciò per cui mi sono battuto tutta la mia vita civile. Mentre uscivo ironicamente esprimo il mio ‘grazie’ per avermi aiutato a recuperare il documento. Il vecchietto soddisfatto mi risponde “ non c’è di che!”. Finalmente tronfio di avere i documenti prendo il secondo taxi e mi reco al seggio, naturalmente vuoto, con i giovani scrutatori ansiosamente pronti a esprimere al meglio il proprio dovere e compito, tra mascherine, lavaggi delle mani e distanziamento.

E nella mattina piena di sole m’avvio a piedi a casa, scrutando se dalla casa del nipote medico si avvertano segni di presenze animali, o se nel breve percorso ancora riconosco i pelosi della zona.

I risultati elettorali mi procurano una certa curiosità, non tanto per l’evidente tenuta del governo di alcune regioni-chiave che sembravano definitivamente perdute, quanto per l’oculatezza con cui i cittadini hanno votato. Un brivido mi coglie, quando penso come la Toscana potesse disconoscere la sua identità di sinistra. E non certo per Giani, che ben ho conosciuto e che trovavo eccessivo nelle sue spacconate anche in tempi lontani. Puoi dare fiducia a chi si è gettato per anni la notte di Capodanno dal ponte Vecchio in Arno per cosa? Ma al di là del mediocre Giani, quel che ha retto è stata la fondamentale supremazia del rosso in quella regione. L’avessimo persa sarebbe stato non grave, ma gravissimo. Almeno per me. Poi mi accingo a passare le lunghe ore a sentire i soliti noti a sproloquiare, a commentare, a giudicare. E le nottate con Mentana, Vespa, la Berlinguer, la Gruber, per citarne alcuni che ripetono all’infinito ciò che avevano enunciato domenica e ora mercoledì continuano a ripetere .

Nel frattempo arrivano decine e decine di libri su e di Pavese, che mi aiuteranno a pensare come attuabile la trasferta a Parigi in ottobre alla Maison d’Italie, l’ambasciata italiana, per degnamente commemorare i 70 anni della morte di Cesarito. In questo duro lavoro sono aiutato dall’altro pavesiano di ferro: Fiorenzo Baratelli che mi ha promesso di sollevarmi a prendere l’impresa. E non sarà facile rimuovere e collocare in scaffali atti all’uopo le centinaia di volumi. Ma già l’ho premessa che quella mèsse sarà un giorno tutta sua.

Infine una notizia importante mi comunica gioia e fiducia. La storica dell’arte Barbara Guidi, operativa a Ferrara, ha vinto la direzione del Museo Civico di Bassano. Una scelta tutta meritatissima, che stringerà sempre di più i rapporti tra Ferrara e Bassano, nell’imminenza delle celebrazioni del Centenario di Canova, che rappresenterà per me – se lo raggiungerò – il punto di arrivo del mio impegno sull’artista, in atto da più di 30 anni. Chissà.

E mentre riguardo il bellissimo numero di Studi Neoclassici che è ora in composizione quattro nomi mi ritornano in mente: Antonio, Cesare, Elsa, Giorgio.

I miei eroi di una vita.

L’OPINIONE
La città dei “ma”

Sì. Dopo ponderata e seria analisi riconosco che siamo la città dei MA.
MA non voglio addentrarmi in discussioni elaborate e politicamente corrette e/o scorrette: mi limito a riportare alcuni esempi di totale pienezza culturale e di felicità mentale che, nonostante tutto, hanno dato luogo all’inevitabile MA.
Qualche sera fa si è consumata, nella Ferrara attenta e capace di cogliere l’eccezionalità di qualche evento, una possibilità straordinaria. Quella di poter ascoltare due immensi protagonisti della scena musicale: Gidon Kremer e Martha Argerich. La mia Martha divina a cui ho riservato un culto che rasenta l’idolatria e che viene condiviso da due soli altri artisti; Maria Callas e Sviatoslav Richter. Non si tratta qui di fare paragoni o classifiche. E’ una scelta individuale che corrisponde a un sentire interiore.
MA quella sera il successo ha travolto gli stessi compassati ascoltatori: ovazioni, invocazioni di bis, battito di piedi. Al momento dell’esecuzione del terzo bis, memore della importanza etica di rispondere con la difesa dell’arte al terrore e alla infamia ho osato urlare “Vous êtes la Musique!!!” procurandomi un sorriso della Argerich che mi ha profumato il cuore.
MA il giorno dopo leggo la recensione di un critico musicale ferrarese che stimo. E resto di sale. Nell’articolo si parla di una esecuzione di routine, fredda, a volte sbagliata senza nerbo: un concerto “glabro e anodino come la Venere di Botticelli”
MA scherziamo? (usando il tono di voce di Crozza che imita Landini).
Che c’entrano i peli con la Venere e con la Martha? Passi per Kremer adorno da un’incolta barbetta di tre-quattro giorni. Poi da pedante professorino di italiano, non molto sicuro del termine “anodino” vado a consultare la bibbia ovvero Il grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia, vol. I, p.505. Scarto il significato primo dell’ aggettivo “lenitivo, calmante” e mi rivolgo al secondo figurato: “senza carattere, senza energia, insignificante”. Allora: concerto senza peli, insignificante come la Venere di Botticelli.
MA, mi pare, una metafora troppo ardita e anodina oltre che sbagliata.
Un altro avvenimento eccezionale è stato la presentazione di un libro straordinario, Alfonso I d’Este. Le immagini del potere. Un’analisi a tutto campo di più di mille pagine condotta da Vincenzo Farinella con la collaborazione di Marialucia Menegatti e di Giorgio Bacci. L’amico Farinella mi promette di condurre gli ascoltatori a visitare i camerini del Duca per illustrare la posizione dei quadri straordinari che l’adornavano: da Tiziano a Dosso a Michelangelo e a tanti altri,
MA i Camerini rientrano nel percorso dell’esposizione dei quadri di Boldini e de Pisis. Dopo compassate e “anodine” conversazioni con i responsabili del Castello ci viene soavemente dichiarato che gli Amici dei musei, organizzatori della presentazione, avrebbero dovuto pagare un sorvegliante per permettere l’ingresso oltre l’orario di chiusura assurdamente fissato alle 17.30.
MA l’Associazione non poteva permettersi quella spesa visto che vive, o meglio vivacchia, con le quote associative per cui si è deciso che la presentazione sarebbe stata fatta alle ore 15, l’orario più assurdo per chi avrebbe voluto presenziare.
MA i ferraresi hanno capito e così la sala dei Comuni si è riempita di oltre cento persone.
E poi non si deve riconoscere a Ferrara il titolo di “città d’arte e di cultura”?
La città dei MA, d’altronde, fa parte della nazione dei MA e una lieta notizia verrà sempre commentata con il suo rosario di MA.
“Il giornale dell’arte” così dava notizia di un fatto importantissimo: “La Toscana salva il suo paesaggio. Approvato dalla Regione il Piano del paesaggio all’ultimo tuffo e dopo dure contestazioni interne e rinvii continui. Cave di marmo e coste i temi più “caldi”. L’intesa con il ministero per i beni culturali”. In altri termini all’ultimo minuto è stato votato il piano “salva paesaggio”, istituito per preservare il paesaggio toscano da stravolgimenti terrificanti che avrebbero sconvolto le alpi Apuane, le cave di marmo o le coste toscane. Il deciso intervento del governatore toscano e del ministro Franceschini hanno evitato il peggio.
MA ora il problema si propone per l’Umbria.
Così vivendo nella terra dei MA aspettiamo con ansia e paura per le conseguenze che ne deriverebbero che un fatto, unico, straordinario, meraviglioso impedisse per una volta la parolina rettificante.
MAH!

ACCORDI
Bentornati Negrita!
Il brano di oggi…

La copertina di "9"
La copertina di “9”

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta.

[per ascoltarlo cliccare sul titolo]

Negrita – Il gioco

Dopo quattro anni di pausa dagli studi, tornano sulla scena i Negrita con la loro ultima fatica, “9”. Come brano del giorno per questo sabato ascoltiamoci “Il gioco”, primo singolo estratto da questo album della band toscana.

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