Tag: tradizione cristiana

gru crocifissione

DOV’E’ DIO.
LE RAGIONI DELLA LAICITÁ

 

Intervallo
I ragazzi si riversano nei corridoi.
Mi si avvicina Marco.
“Ciao prof, volevo dirle che l’esercizio, sa, gli esempi che dovevamo inventare per oggi? Beh, insomma non sono riuscito, quelli sul papà che ci accompagna da Tosano per vedere i contratti di acquisto, ricorda?”
“Certo Marco, come mai? Troppo difficile? Strano, di solito tu non hai mai problemi, anzi”
“No prof, insomma mi sono bloccato, ho cominciato a pensare che papà non c’è più, è stato l’anno passato”
Marco racconta tutto.
Il racconto per lui è devastante.
Non è giusto!
Si torna sempre lì.
Perché? Che senso ha?
Dio con tutta questa roba non c’entra. Non può c’entrare.
Questa è la vita.
La vita con le sue leggi, non guarda al grado di parentela, all’età, al numero.
Ma il discorso si allarga fino a comprendere tutta la vita, tutti i rapporti e tra questi il rapporto tra vita civile e quella spirituale.

Ancora oggi, dopo duemila anni di cristianesimo, dopo il Concilio Vaticano Secondo, a settantatré anni dalla Costituzione italiana, si gioca a far confusione sul rapporto tra il piano religioso e quello civile. La cosa sorprendente è che tale operazione non viene fatta da ‘superficiali interpreti’ in discussioni da bar sport, ma da studiosi, politici di professione, alti prelati.
Da un lato assistiamo, da parte di laicisti convinti, alla riduzione della religione cristiana a strumento di consolazione per poveri mentecatti in continua ricerca di ‘madonne che piangono’ e di miracoli prêt à porter.
Dall’altro all’utilizzo della religione come instrumentum regni da parte di un clero che non si vuole rassegnare alla perdita di un potere temporale di antica memoria.
Tutti accomunati dall’assoluta non considerazione di innumerevoli testimonianze di esperienze di vita religiosa, dove l’elemento spirituale, lontano anni luce da ogni rappresentazione clownesca di dio e ancor più lontana dalle tentazioni del potere, è stata messa al completo servizio dell’uomo senza altra finalità che il perseguimento della realizzazione della sua umanità.

La prima testimonianza scritta del valore assoluto della laicità è nel nucleo fondante del pensiero evangelico.
Basta leggerlo.
Dio nessuno lo ha mai visto.
Siamo noi che ce lo rappresentiamo proiettando su di lui i nostri desideri.
Vogliamo la forza? Ed eccolo messo sulle bandiere degli eserciti a proteggere la nostra parte!
Vogliamo il miracolo? Ed ecco il dio mago che in barba alla medicina guarisce.
Alcuni vogliono il sole… altri la pioggia…
Dio lo tiriamo di qua per allungare la vita agli amici e interromperla agli eretici.
E usiamo tutta una serie di liturgie per comunicare con Lui le nostre richieste.
E quando otteniamo ciò che abbiamo domandato, Dio ha ascoltato la nostra preghiera, quando questo non accade rimaniamo interdetti e muti di fronte al silenzio del nostro Creatore.
Una tradizione millenaria ci ha plasmato in questo modo.
Una tradizione che comunque ha confortato milioni di credenti, che ha aiutato tantissime persone a tirare avanti di fronte a disastri che annienterebbero un elefante.
Il Male è con noi.
Dentro di noi, in tutti.
Per sopravvivere va bene tutto, se può aiutare e non danneggia nessun altro.

Ma chi vuole arrivare al cospetto Dio ci arriva nudo.
Non ha nulla in mano.
Non ha formule magiche.
Non ha preghiere salvatrici.
Non ha corsie preferenziali in quanto credente.
Non ha meriti acquisiti per militanza religiosa.
È solo.

“È così duro ammetterlo, mio Signore!”
Ma è tutto così chiaro, è che non vogliamo vedere e rimuoviamo continuamente.
Quel Dio di quando eravamo bimbi, che dava sicurezza è evaporato di fronte alla Vita. Ma l’immagine del Male assoluto, come quella dei campi di sterminio, sono lì di fronte ai nostri occhi sempre.
“Dove sei?”
“Perché?”
Non è vero che Dio dà la Croce e la forza per portarla.
Dio non dà nessuna croce.
Dio dà la Vita.
E non dà nessuna forza.
Tanto che molti non gliela fanno.
Noi siamo sempre stati con Lui. Con l’Essere di Emanuele Severino.
Sin da prima della nascita.
E lo saremo dopo.
Per sempre.
In mezzo c’è la vita.
In questa vita.
Ma non siamo soli.
C’è il volto dell’altro.
Che è il volto di Dio.
Non può farci guarire, non può togliere il male, ma riempirci di bene sì!

Può farci vivere in un paradiso in terra e accompagnarci a morire tenendoci per mano fino all’ultimo, la mano di Dio.
Abbiamo questa enorme possibilità.
Questo dovevamo evangelizzare e non un Dio onnipotente!
Dovremmo essere lì come unguento per mille ferite, chini sul fratello.
Ci sono persone che non sanno a chi raccontare il loro dolore, o che possono solo farlo con una veloce telefonata.
Duemila anni di cattiva educazione hanno fatto disastri.
Tutto avviene col cuore, nel silenzio quotidiano della nostra vita.
Abbiamo gli occhi e non vediamo.
Non vediamo testimonianze quotidiane di persone che lavorano in casa nel silenzio, che amano il loro vicino, e chissà quante volte sono andate a letto stanche morte e il giorno dopo hanno affrontato i problemi della vita quotidiana senza Hegel o altra teologia, fino alla fine, fino a quella malattia che hanno affrontato sperando in un miracolo, certe che non sarebbe avvenuto. E lì hanno stretto le nostre mani per l’ultimo saluto.
Tutti fratelli.
Dio è qui dentro.

In copertina: foto di Roberto Paltrinieri

“PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI”… STACCI!
Il caso Enzo Bianchi, allontanato dalla Comunità di Bose

Un ricordo

17 settembre 2017, Modena, piazza Grande. Alle ore 18 ha inizio la  lectio di Enzo Bianchi al Festival della Filosofia di Modena sul tema:  “Maschio e femmina Dio li creò”.
Il mio primo incontro con il fondatore della comunità di Bose non poteva pretendere scenario più suggestivo: la piazza è gremita di gente, moltissimi i giovani, i posti a sedere sono tutti occupati sin dalle prime ore del pomeriggio e, dietro il palco che accoglie i relatori, maestoso si erge il Duomo, la testimonianza più alta dell’arte romanica in Italia.

Enzo Bianchi inizia a svolgere la sua riflessione sull’inizio del libro della Genesi e colpisce immediatamente ancor prima del contenuto delle parole, il suo inconfondibile timbro di voce, profondo, robusto, che attira l’attenzione, qualunque cosa dica, sempre scandita con troppa energia.  Ha detto bene il critico letterario Alfonso Berardinelli: “è una specie di ruggito, un ruggito però che rassicura invece di spaventare.”.
Bianchi parla di “una relazione”, parla “della relazione”.

Wiligelmo, La creazione dell’uomo, della donna e del peccato originale, Duomo di Modena, Bassorilievo

Parla del principio di tutto, dell’inizio, in completa sintonia con quello che ha davanti a sé: le lastre della facciata del Duomo che raccontano le storie di Adamo ed Eva, opera dello scultore Wiligelmo: ancora un inizio! E’ con Wiligelmo infatti che l’uomo riappare sulla scena dell’arte moderna, prima di tutto nella scultura, qui sul Duomo di Modena dell’architetto Lanfranco tra il 1099 e il 1106, con un anticipo impressionante rispetto a quello che avverrà in pittura con Giotto!
Wiligelmo allontana l’astrazione bizantina raccontando per la prima volta una storia di veri uomini, rappresentando il volume dei loro corpi, il loro lavoro, la loro sofferenza; illustra sulla pietra il loro dramma e la loro speranza.

Bianchi parla dei due racconti della creazione avendo ben presente tutto questo. Parla cioè della Vita e solo della vita! Vivere significa non solo venire al mondo, ma abitarlo, stare tra co-creature di cui gli umani devono assumersi una responsabilità. In tutta la piazza risuonano solenni le parole di fratel Enzo:
“Gli umani hanno un corpo come gli animali, sono animali, ma sono anche diversi da loro, innanzitutto nella responsabilità….L’umano è veramente tale quando vive la relazione, ma ogni relazione di differenza comporta tensione e conflitto… Solo nella relazione l’umano trova vita e felicità, ma la relazione va imparata, ordinata, esercitata…”
Proprio queste parole mi sono tornate alla mente quando, pochi giorni or sono, esattamente la sera del 26 maggio,  ho letto incredulo il comunicato  reso noto sul sito monasterodibose.it in cui si parla di un decreto, firmato il 13 maggio dal segretario di Stato vaticano, cardinale Parolin e approvato in forma specifica da papa Francesco che ha disposto, con sentenza definitiva e inappellabile, l’allontanamento da Bose di Enzo Bianchi, fondatore della comunità nel lontano 1965, e di altri due monaci e una monaca.

“Ho fatto un sogno chiamato Bose”

La storia di Bose comincia nel 1965, alla fine del Concilio Vaticano II.
Enzo Bianchi allora è un giovane ventiduenne della Fuci e conseguita la laurea in Economia, decide di ritirarsi, da solo, in una cascina abbandonata di Bose, una frazione del comune di Magnano, nel Biellese.

Fratel Enzo Bianchi non ha mai voluto diventare sacerdote, ma seguire una vita monastica cenobitica, ispirata al principio del primato della comunità. Nel volgere di pochi anni altri fratelli, due giovani e una donna, arrivano a condividere quella esperienza diventata realtà ecclesiale, non senza ostacoli in verità, alla fine del novembre del’68.
Enzo Bianchi vuole risalire alle radici del cristianesimo, alla Chiesa indivisa che non conosce separazioni tra cattolici, ortodossi e protestanti, e aperta alle donne.
Bianchi scrive la «regola» sull’esempio benedettino: una vita di preghiera e lavoro — agricoltura, laboratorio di ceramica e di icone, la falegnameria, una casa editrice — scandita dagli uffici quotidiani e dalla lectio divina, caratterizzata dal dialogo ecumenico e dalla interconfessionalità.
Oggi la comunità conta un’ottantina di membri tra fratelli e sorelle di cinque diverse nazionalità.
Oggi Enzo Bianchi è consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani; Membro dell’Académie Internationale des Sciences Religieuses (Bruxelles); collaboratore, opinionista ,recensore, titolare di rubriche per  alcuni quotidiani nazionali; autore di innumerevoli volumi sulla spiritualità cristiana e sul dialogo della Chiesa e il mondo .Fu chiamato da Benedetto XVI al Sinodo dei vescovi del 2008 sulla Parola di Dio in qualità di esperto. Nel 2014 Papa Francesco lo ha nominato Consultore del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Nel 2018 lo nomina uditore dell’assemblea del Sinodo dei vescovi sui giovani.
Il 26 dicembre 2016 Bianchi  annuncia le dimissioni da priore della Comunità di Bose, con effetto a partire dal 25 gennaio 2017.
Nel 2017 viene scelto come suo successore Luciano Manicardi, maestro dei novizi e successivamente vice priore.

L’inizio della fine?

Delineato così, seppur a grandi linee,  il profilo dell’ex priore di Bose e la storia della comunità, possiamo adesso tornare  all’analisi del comunicato asettico con cui veniamo informati  dell’allontanamento di fratel Enzo  dalla Comunità di Bose. Dalla lettura del testo si comprendono in verità solo i seguenti elementi:

1) il problema riguarda una generica preoccupazione  per una situazione tesa e problematica nella nostra Comunità per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità del Fondatore, la gestione del governo e il clima fraterno. E per risolvere questo problema si chiede l’intervento del Vaticano. Cosi commenta uno dei più importanti teologi italiani, Giuseppe Ruggieri:
“C’è stata l’ingenuità di essersi appellati al Vaticano per dirimere una questione interna. Purtroppo sono loro ad aver legittimato un intervento che di per sé è illegittimo perché la comunità di Bose non è passibile di una visita apostolica. E’ una comunità di laici che segue soprattutto la tradizione ortodossa che al massimo ha come riferimento il Vescovo locale. L’attuale responsabile, Manicardi, e anche qualcun altro che ha autorevolezza, hanno legittimato questo intervento. Del caso ha approfittato la curia per normalizzare un’esperienza che non rientrava nei ranghi, difficile da gestire dall’esterno”. [Qui]
2) L’intervento del Vaticano si è concretizzato, come si legge nel documento, nella richiesta del Papa di una visita apostolica che si è svolta dal 6 dicembre 2019 al 6 gennaio 2020. I Visitatori hanno quindi redatto una relazione fatta sulla base delle testimonianze di ogni membro della comunità.
3 ) Sulla base di tale relazione è stato emanato un decreto singolare del 13 maggio 2020 firmato dal Segretario di Stato e approvato dal Papa.
4) Le decisioni contenute nel decreto sono state comunicate in un primo tempo in forma del tutto riservata solo agli interessati.
5) Poiché i destinatari del decreto però hanno rifiutato di conformarsi alle prescrizioni ivi contenute, allora la Comunità ha dovuto esternare pubblicamente i nomi dei destinatari dei provvedimenti, tra cui in primis quello di  Fr. Enzo Bianchi.
6 ) E infine viene comunicato che  ai fratelli coinvolti dal provvedimento si chiede l’abbandono della Comunità.
7) Il comunicato si conclude con l’informazione della esistenza di una lettera della Santa Sede in cui sono state tracciate le linee portanti di un processo di rinnovamento per la Comunità.

Dal canto suo, Bianchi si oppone ai provvedimenti decisi dal Papa, chiede di conoscere le prove delle supposte mancanze e di potersi difendere da false accuse, con  ciò  accrescendo le difficoltà di una decisione che, come abbiamo già detto, il Vaticano in un primo momento aveva cercato di tenere riservata proprio per tutelare l’immagine del fondatore di Bose.
La situazione risulta paradossale e incomprensibile alla luce anche del rapporto saldissimo che c’è sempre stato, fin dalla sua elezione al pontificato, tra Francesco e Bianchi. Il fondatore di Bose, almeno finora, è stato un grande sostenitore di Bergoglio e delle sue scelte.

All’inizio di questa esperienza, Bianchi scrisse parole molto eloquenti, piene di fiducia in particolare rispetto al Papa. Ora in verità, con lo sviluppo della vicenda si sta facendo preminente in lui una sorta di larvata amarezza, come traspare nei tweet del suo seguitissimo profilo social. L’ultimo messaggio che ha lasciato su Twitter, alcuni giorni fa, suona amaro: «Ciò che è decisivo per determinare il valore di una vita non è la quantità di cose che abbiamo realizzato, ma l’amore che abbiamo vissuto in ciascuna delle nostre azioni: anche quando le cose che abbiamo realizzato finiranno l’amore resterà come loro traccia indelebile».

Il dibattito in corso

La decisione di allontanare, seppur momentaneamente, Bianchi dalla sua comunità ha lasciato intanto interdetti tutti i suoi sostenitori e ha aperto un grande dibattito   sulla opportunità di una scelta del genere da parte del Pontefice.
Uno dei più importanti teologi italiani, Giuseppe Ruggieri  sul Fatto Quotidiano del 30 maggio [Qui] ravvisa un cedimento del Papa ad una volontà di normalizzazione della curia che ha approfittato del caso per far rientrare una volta per tutte una esperienza anomala rispetto al quadro istituzionale durata troppo a lungo.
Il prof. Alberto Melloni su Repubblica del 28 maggio individua in quattro punti una manovra vaticana dei tradizionalisti per cui ,il caso in questione, non sarebbe che “un pezzo di quella che un saggio vescovo italiano chiama la “faida vaticana contro Francesco”: aver saputo usare la litigiosità monastica, la Segreteria di Stato e il Papa stesso per togliere di mezzo, come fu per l’allontanamento di don Dario Viganò dalla congregazione delle comunicazioni o del comandante Domenico Giani dalla Gendarmeria, persone vicine al pontefice.”[Qui]
Raniero La Valle, giornalista esperto del Concilio Vaticano II, al contrario, sempre sul Fatto del 30 maggio, non ravvisa nessuna faida vaticana, ma solo un momento di crisi della comunità: “Non c’è alcuna intenzione punitiva o di repressione nei confronti di Bose. Papa Francesco ha sempre apprezzato il cammino intrapreso dalla comunità piemontese. Se si è resa necessaria una decisione come quella che ci ha addolorato evidentemente non è per porre fine o stroncare questo carisma ma per difenderlo, preservarlo e farlo crescere.”.

Alcune considerazioni

Lontani da ogni tentazione dell’attribuzione del torto o della ragione in modo aprioristico o ideologico,  ciò di cui si avverte di più la mancanza, arrivati a questo punto, è soprattutto una certa dose di chiarezza e di coraggio di chi,diciamo, ha condotto questa operazione.
Se il problema è “l’esercizio dell’autorità del Fondatore, la gestione del governo e il clima fraterno”, si tratterebbe pur sempre di questioni relazionali interne, ed è veramente troppo poco per invocare e per giustificare un intervento così profondo e di alto profilo.
E’ abbastanza chiaro, infatti, che il problema non può essere legato solo alla problematicità delle procedure  regolanti i rapporti tra fondatore e successore , ma implichi scelte di fondo non chiarite, altrimenti sarebbe incomprensibile l’appello al Vaticano e l’intervento dello stesso Papa. Per questo motivo  tutta la diatriba non la si può lasciare alla banalità della cronaca, ma va colta come opportunità per entrare nel vivo di una situazione generale di chiesa.

Ascoltiamo il commento di padre Alberto Simoni  di Koinonia, intervento che tenta di rintracciare le  ragioni della problematicità della questione in gioco:
“L’esperienza di Bose, iniziata alla chiusura del Concilio, è assurta a simbolo di rinnovamento conciliare, ed in questo senso è stata di approdo e di rifugio per tanti, dando vita al tempo stesso ad un fenomeno di eterogenesi dei fini, e quindi a contraddizioni intrinseche esplose solo ora. Ponendosi in immediata continuità col Vaticano II, forse troppo prematuramente, di fatto il fenomeno Bose nasceva in contrasto col Concilio stesso: riproponeva infatti forme di vita cristiana e spirituale datate per quanto aggiornate, simbolo di altre epoche, e cioè di quella cristianità che si voleva oltrepassare…Dunque in causa sembra esserci questo “processo di rinnovamento”: ma allora è da pensare che fosse proprio Enzo Bianchi a intralciare questo “rinnovato slancio alla vita monastica ed ecumenica” della Comunità? Che c’è di male a farlo capire?
Sarebbe l’occasione ottima per dare esempio di quella chiarezza e coraggio di cui avrebbe bisogno una chiesa in apnea senza più capacità di confronto e di dibattito… Nessuno può impedirci di pensare che siamo in presenza di una operazione di normalizzazione in cui purtroppo è coinvolto anche papa Francesco, mentre rimbomba l’assoluto silenzio della chiesa italiana, forse nel tentativo di ridurre tutto a fatto personale di giornata.”. (in Koinonia-forum, 29/5/2020)

L’accettazione

Il 1 giugno sera sul sito della comunità, nelle notizie, appare un comunicato che in verità tutti aspettavano con ansia e che pur mettendo un primo punto fermo a questa vicenda, non la chiude di certo: “All’indomani della solennità della Pentecoste, la Comunità di Bose ha accolto la notizia che il suo fondatore, fr. Enzo Bianchi, assieme a fr. Goffredo Boselli e a sr. Antonella Casiraghi hanno dichiarato di accettare, seppure in spirito di sofferta obbedienza, tutte le disposizioni contenute nel Decreto della Santa Sede del 13 maggio 2020. Fr. Lino Breda l’aveva dichiarato immediatamente, al momento stesso della notifica.A partire dai prossimi giorni, dunque, per il tempo indicato nelle disposizioni, essi vivranno come fratelli e sorella della Comunità in luoghi distinti da Bose e dalle sue Fraternità.”.
Per i due confratelli e la consorella si parla di cinque anni! In Vaticano spiegano che l’allontanamento era necessario per salvare la comunità dal rischio di una spaccatura irrimediabile.
Tutto risolto quindi? Niente affatto. Mancano ancora i due elementi  poco sopra invocati per continuare a sperare in una continuazione di quello spirito originario che ha fatto nascere Bose, mancano chiarezza e coraggio.
Certo dal comunicato sembra emergere che Bianchi e gli altri membri allontanati non saranno espulsi dalla comunità, e che la disposizione abbia una scadenza temporale. Ma il documento con cui il Vaticano ha deciso di allontanare Bianchi non è stato condiviso , e i suoi contenuti sono stati diffusi in parte soltanto dalla comunità di Bose. Adesso che la mediazione del vaticano è stata così legittimata, non penso potrà essere esclusa dalla definizione del futuro della comunità, con tutto quello che ne potrà conseguire.

E Bianchi? In queste ore Enzo Bianchi ha fatto ancora sentire la sua voce via Twitter: “Giunge l’ora in cui solo il silenzio può esprimere la verità, perché la verità va ascoltata nella sua nudità e sulla croce che è il suo trono – scrive –.  Gesù per dire la verità di fronte a Erode ha fatto silenzio. “Jesus autem tacebat!” sta scritto nel Vangelo”.
Per chi fino ad oggi ha visto in Enzo Bianchi un punto di riferimento fondamentale per la propria esperienza di fede, per la meditazione e la cura dell’anima, la prima reazione di fronte a tutto ciò è sicuramente quella di un grande dispiacere.

Tra le tante riporto quella di Massimo Faggioli, nostro concittadino emigrato in America dove insegna Storia del cristianesimo nella University of St.Thomas in Minnesota . Dice in un tweet di poche ore fa: “questa vicenda di Bose, ancora in corso ,rappresenta la lacerazione ecclesiale più grave della mia vita, anche perché il cordone ombelicale con quella comunità è una delle cose che mi ha aiutato a mantenermi in una certa forma spirituale ed ecclesiale  specialmente dal 2008 in poi, Credo che questo sia un trauma con pochi precedenti anche per molti altri cattolici e non cattolici.”.
Non riesco a non pensare al senso di smarrimento che starà circolando tra le migliaia di persone che a Bose hanno volto lo sguardo in tutti questi anni; a chi  considera Bose un miracolo vivente all’interno di un mondo connotato da divisioni fratricide; un luogo di incontro per le religioni di tutto il mondo. Quindi che fare? Cosa credere?
Mi ricordo di aver visto un giorno una scritta su di un muro di una casa diroccata che mi ha particolarmente colpito:
“Padre nostro che sei nei cieli…stacci!”
Questa provocazione sembra voler chiedere a Dio di stare lassù, buono buono, di lasciarci stare qui giù da soli, troppe volte siamo stati illusi da suoi  profeti e comunità.
Per tutta la sua vita, fino ad oggi, Enzo Bianchi per chi lo ha conosciuto è stato il contrario.

Cover e immagine nel testo: Duomo di Modena, Wiligelmo, bassorilievi 1110-1130 (wikipedia commons)

presepio-cristianesimo-credenze

CALENDARIO DELL’AVVENTO
Luci e ombre del presepe fra Cristianesimo e credenze popolari

«Tommasi’, te piace’ ‘o Presebbio?»
«Sì»
«Ma che bellu Presebbio! Quanto è bello!»
(Eduardo De Filippo, “Natale in casa Cupiello”)

“Ecco il momento di accennare ad un altro svago che è caratteristico dei napoletani, il Presepe […] Si costruisce un leggero palchetto a forma di capanna, tutto adorno di alberi e di alberelli sempre verdi; e lì ci si mette la Madonna, il Bambino Gesù e tutti i personaggi, compresi quelli che si librano in aria, sontuosamente vestiti per la festa […]. Ma ciò che conferisce a tutto lo spettacolo una nota di grazia incomparabile è lo sfondo, in cui s’incornicia il Vesuvio coi suoi dintorni.”
(Johann Wolfang Goethe, Viaggio in Italia, 1787)

Dopo la prima rievocazione di Francesco a Greccio, il presepio è entrato di diritto nella tradizione natalizia popolare italiana e a Napoli è diventato una vera e propria arte, di cui si hanno tracce già dal 1340, ma che ha raggiunto il periodo di massimo splendore e sfarzo nel Settecento.
La sua forte valenza simbolica sta nel miscuglio fra la rappresentazione della spiritualità della natività ed elementi delle credenze popolari più antiche, paralleli e sottesi alla devozione cristiana.
La premessa a questo simbolismo era che nella mentalità del popolo, in maniera più o meno conscia, nel periodo del solstizio d’inverno si veniva creare una sorta di appiattimento temporale, un fermarsi del tempo presente, come se la natura trattenesse il fiato in attesa della nuova venuta della luce. Questa inquietudine nel delicato passaggio dal buio alla luce si ritrova per esempio nella struttura scenografica del presepe napoletano tradizionale, con i viottoli e le stradine che scendono fino al punto più basso, al centro della scena, dove si trova la grotta: la costruzione dall’alto al basso simboleggiava una sorta di viaggio misterico dal mondo sotterraneo alla rinascita della Luce del mondo. Richiami al mondo ultraterreno possono essere considerati anche il fiume, il laghetto o il pozzo, mentre luoghi come l’osteria o la taverna, oltre a rievocare scene di vita quotidiana, avevano la funzione di esorcizzare i rischi dei viaggi. Il castello è naturalmente un riferimento alla strage degli innocenti di Erode: non è quindi un caso che spesso venisse collocato nel punto più alto della composizione perché, come emblema della crudeltà dell’infanticidio, rappresentava il momento più buio e l’inizio del viaggio verso la redenzione cui si è accennato sopra. Figure centrali sono i Re Magi provenienti da Oriente, tradizionalmente raffigurati su un cavallo bianco, uno rossiccio o baio (crini ed estremità nere e corpo marrone) e uno nero: queste tre cavalcature rappresentavano l’iter quotidiano del sole dall’alba all’oscurità notturna. Ancora più interessante il fatto che nel loro seguito ci fosse una donna di colore portata su una lettiga: era la cosiddetta ‘Re Magia’ simboleggiante la luna. Questa figura era ancore presente nel presepe napoletano settecentesco, poi ha perso importanza fino quasi a scomparire. I personaggi popolari come il ‘verdummaro’, il vinaio, il macellaio, il fruttivendolo, il venditore di castagne, quello di formaggi, l’arrotino e il pescivendolo, rappresentavano la personificazione di un mese dell’anno e dunque anche lo scorrere del tempo. La coppia antitetica dei pastori, quello dormiente e quello ‘della meraviglia’, ci riportano invece alla devozione cristiana: il primo simboleggia il comportamento di coloro che sono rimasti indifferenti alla buona novella, mentre il secondo giunto nei pressi della mangiatoia ammira lo straordinario evento di cui è testimone. Anche i tre angeli sopra la grotta o la stalla sono simboli cristiani: uno al centro, con una veste gialla o dorata e il cartiglio “Gloria in excelsis deo”, uno a destra vestito di rosso con l’incensiere e uno a sinistra in bianco che suona la tromba, a simboleggiare rispettivamente il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi