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LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Giù le mani dalla scuola

Cosa ce ne faremmo della nostra cultura, delle nostre tradizioni, della nostra identità se tutto il mondo che ci contiene fosse identico a noi.
L’altro è tale perché non è come me, non è la mia copia, non è il mio doppio.
È la diversità dell’altro da me la condizione necessaria affinché io possa riconoscermi come tale, affinché io sia posto nelle condizioni di scoprire e riconoscere la mia identità. La coscienza individuale e quella sociale si formano nell’incontro con l’altro. L’altro esiste per fornire a me stesso la mia identità.

L’idea della scuola come luogo di apprendimento della cultura come identità nazionale appartiene al secolo degli Stati-Nazione che, in epoca di globalizzazione, con l’ingresso nel nuovo millennio, avremmo dovuto lasciarci alle spalle, lasciare al Novecento insieme a tante altre cose.
Ma la globalizzazione ci spaventa. È lei che ci terrorizza con le dimensioni mondiali che comporta, con lo spazio e il tempo che si dilatano, con le teorie umane che premono alle porte del nostro benessere.
Non abbiamo bisogno di sofisticate ricerche politiche, le ragioni di quanto ci sta accadendo sono tutte qui. Il resto sono sintomi.
Non ce lo vogliamo dire apertamente e allora andiamo alla ricerca di capri espiatori, per illuderci che ci siano alternative. Invece le strade nuove sono tutte da inventare.

La cosa inaccettabile è che la malattia da cui siamo stati colpiti infetti anche le nostre scuole, si trasmetta come un male endemico alle nuove generazioni, le quali, invece, hanno necessità di acquisire gli anticorpi.
La scuola non è il luogo della cultura al singolare, della tradizione e dell’identità nazionale.
La scuola è il luogo, per dirla con Nietzsche, dei “temerari della ricerca”, dove si compie il lungo percorso per diventare se stessi, non come ci vogliono gli altri, né tanto meno gli esegeti della tradizione.
È il luogo dove non ingabbiare le menti, ma dove “forzare le gabbie mentali”.
Non è il luogo della cultura, ma delle culture e della loro narrazione universale.
È un luogo sacro, di liberazione, che non può essere violato dagli untori che oggi brandiscono il crocifisso e il presepe in nome della tradizione e dell’identità di un popolo.

L’inquilino di viale Trastevere e i vari amministratori leghisti da Trento a Trieste, da Arezzo a Pisa risparmino per sé i loro feticci e si vergognino di strumentalizzare luoghi come le scuole, di fronte alle quali dovrebbero tenersi abbondantemente almeno cento passi più indietro, con il loro sciovinismo e la loro xenofobia.
Imparino che crocifisso e presepi non appartengono alla tradizione cristiana, ma a quella della chiesa cattolica, che non a caso si è anche risentita, e che neppure il presepe non è nato come lo conosciamo. Che la nostra identità di popolo è scritta nei centotrentanove articoli della Costituzione e non altrove.
Studino per favore, e soprattutto imparino che la cultura che unisce le donne e gli uomini di tutto il mondo è quella grande narrazione che racconta della continua ricerca di un equilibrio tra il noi e l’altro da noi, tra il sé e il mondo esterno.
Questa è la nostra identità e l’identità che accomuna tutti gli esseri della Terra.
A scuola si impara a stare insieme, come superare le divisioni, non a inalberare vessilli di cattolicità da sbattere in faccia a chi cattolico non è.
A scuola si apprende ad usare gli attrezzi mediante i quali ciascuno possa realizzare sé stesso, essere se stesso, non la copia di un modello pensato da altri, neppure della propria pretesa tradizione.
La scuola non lavora per le greppie e le stalle, per insegnare che un giorno nacque un bambino straordinario ucciso, una volta uomo, in croce. Narrazione di tutto rispetto, ma che riguarda i cattolici, come altre narrazioni appartengono ad altre dottrine.

La scuola pubblica e laica, finanziata con i soldi di tutti, cresce risorse umane, capitale umano, intelligenze, valori che appartengono al mondo perché un giorno saranno neurofisiologi che tentano di decifrare i meccanismi del cervello inaccessibili all’analisi diretta, astronomi che descrivono galassie remote, fisici che studiano particelle invisibili, matematici che esplorano la quarta e la quinta dimensione, e ancora altro che neppure ora siamo in grado di immaginare.
I nostri giovani, ragazze e ragazzi, e il loro futuro questo si attendono, non certo il piccolo mondo antico dei crocifissi e dei presepi di nonna Speranza, trasformati in forza muscolare da esibire contro lo straniero invasore dei nostri spazi e delle nostre menti.

La teoria della vongola: anche la verace passerà

Un piatto di spaghetti con le vongole, per favore!
Sì, ma quali vongole?
Nella Sacca di Goro la vongola verace (Ruditapes decussatus) è scomparsa. All’inizio degli anni Settanta lo sfruttamento indiscriminato del mollusco portò la sua pesca da circa 1200 quintali a stagione a circa 70 quintali in 6 anni. Per rimediare all’errore, al sottovalutato danno, e rinfrancare la pesca e l’economia si introdusse un’altra vongola di origine filippina (Ruditapes philippinarum) con caratteristiche ben diverse: maggiore taglia, maggiore adattamento ecologico, maggiore prole. In poco tempo la straniera philippinarum scalzò l’autoctona decussatus e, usurpato il titolo di verace, oggi è l’unico condimento dei nostri spaghetti.

Anni fa Eugenio Scalfari introdusse la “teoria della cozza”, un’immagine metaforica che applicò alla Dc e a Giulio Andreotti. Al mio provincialismo estense la vongola verace suggerisce un’altra teoria: quella della vongola.
Recentemente Bernardo Valli su ‘L’Espresso’ (30/07/2017) evidenzia il crollo demografico della vecchia Europa. In cinquant’anni la Germania potrebbe perdere 24 milioni di abitanti, un destino comune all’Italia. Se persistono i tassi di fertilità odierni, secondo le informazioni raccolte da Valli, entro il 2080 potrebbe scomparire una quota di abitanti equivalente a quella della Germania dell’Est, un tempo comunista. Valli è consapevole che “sono cifre da fantascienza rese nebbiose, incerte, perché con scadenze reali remote”. Tuttavia vede “una decimazione della popolazione contenibile, meglio attenuabile, con una forte immigrazione. Un’idea quest’ultima che spaventa gli elettori e che può cambiare il panorama politico tedesco”. Sempre su ‘L’Espresso’ Eugenio Scalfari (06/08/2017) dichiara che la vera politica europea è “ridurre le diseguaglianze, aumentare l’integrazione. Si profila come fenomeno positivo, il meticciato, la tendenza alla nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, una cultura media, un sangue integrato”. Nello stesso numero della rivista Francesca Sironi visita la nostra Lagosanto, il paese italiano con la più bassa presenza di giovani al di sotto dei trent’anni. Testo e foto ne danno un panorama algido, freddo, vuoto. Vuoto di cosa? Di lavoro? Di negozi? Di cinema? No, di cultura: terra rasa, da dissodare, arare, fresare e seminare. Una laguna anossica sul cui fondale le vongole veraci stanno boccheggiando prima della morte.
Queste tre indagini sulla società non considerano la sua parte più caratterizzante e dinamica, quella culturale. Ho la sensazione che si pensi di modificare il corso degli eventi (i.e., bassa natalità, aumento dei pensionati, riduzione del pil) con meccanismi tecnici di migrazione/importazione delle popolazioni senza valutarne le modalità e i successivi impatti culturali: non ricorda la storia della nostra vongola verace? Si diceva: “Dobbiamo guadagnare di più dalla vendita delle vongole, ma le abbiamo già pescate tutte: impiantiamone di nuove, alloctone, più prolifiche! Tanto le veraci ci sono da sempre (!), non scompariranno”.

La mia metafora è semplicistica in quanto non analizza i dettagli ecologico-sociali. La preoccupazione sociale prodotta dall’immigrazione è spesso trattata in Italia solo tecnicamente (si ricordino, per esempio, le ultime considerazioni di Tito Boeri), in termini economici e statistici, considerando in modo asettico numeri, produzione, tassi, invece di persone, culture, etica.
Uno dei punti cardine del problema immigrazione è mantenere e diffondere la cultura (nazionale e locale) per non perdere la tradizione. Sappiamo che questa naturalmente si diluisce con il tempo, muta forme e colori: non scompare immediatamente, si modifica, cambia aspetto. È una dinamica che non possiamo arginare e interrompere. Possiamo però rendere la cultura più comprensibile, fruibile e coinvolgente, agli autoctoni e specialmente agli alloctoni. Una cultura non sussiste indipendentemente dalle altre, perché è solo come parte dell’autodeterminazione del mondo nella sua totalità dinamica e storica che essa può darsi.
Proviamo a seminare l’arte. L’arte ha la capacità nella sua estetica di rendere dinamici tutti gli attori, gli oggetti come i soggetti, le interpretazioni e le emozioni, di modo che tutte le attività dell’uomo vengono rimesse in discussione, rinegoziate. L’esperienza estetica è un’attivazione delle nostre facoltà cognitive, una promozione della vita. L’esperienza estetica permette proprio quelle rinegoziazioni delle pratiche umane che sono necessarie a un essere umano che “non ha alcuna forma di vita impiantata per natura“ (Georg W. Bertram).
L’estetica è un’etica.
Non potendo più apprezzare gli spaghetti alle vongole veraci (i.e., R. decussatus), abbiamo inventato quelli allo scoglio: un coacervo di prodotti freschi e congelati, provenienti da mari differenti, che forniscono, più o meno con soddisfazione, un esempio di gastro-evoluzione. In meno di quarant’anni abbiamo dimenticato il sapore della vongola verace (decussatus) e la sua decimazione: è stata sostituita (quantitativamente) dallo “scoglio”, arduo da scavalcare.
Ed anche la verace passerà.

In equilibrio fra globalizzazione e tradizioni: l’italiano custode del tempio di Fukuoka

Si può avere il coraggio di prendersi in carico la gestione di un santuario shintoista in Giappone? Si può essere accettati in questo oneroso impegno benché straniero ed occidentale?

Sembra proprio di si, almeno per Leonardo Marrone che, dopo aver studiato culture orientali, arte e letteratura del Giappone presso l’Università di Roma, ha deciso di vivere a Fukuoka. Insegnante di lingua presso il Centro Italiano, è il primo connazionale scelto come custode di un santuario shintoista in Giappone. Il santuario di Uga era alla ricerca del custode dopo la scomparsa del precedente avvenuta circa 3 anni fa. In questi anni nessuno era stato considerato adatto per questo compito. Marrone è stato scelto dopo due colloqui di selezione tenuti dal sindaco di Fukuoka, il direttore del santuario e i rappresentanti dei cittadini. I suoi compiti comprendono l’organizzazione delle cerimonie, la gestione del santuario, la pulizia dei locali sacri e i rapporti con i visitatori. Sono proprio questi ultimi che rendono il lavoro di Marrone interessante, come lui stesso ha dichiarato alla stampa giapponese, che pochi giorni fa ha pubblicato la notizia.
Il lato più curioso del suo nuovo lavoro, che condivide con la sua famiglia (la moglie e due figli di 3 e 7 anni), è proprio quello degli incontri giornalieri con gli anziani visitatori che gli raccontano storie e aneddoti del passato recente. Una raccolta di numerosi vissuti culturali che rendono il lavoro di Marrone sempre più importante: un custode della memoria. E proprio questa sua posizione privilegiata di custode gli permette di mantenere attive le relazioni fra le persone, il santuario e la Natura secondo i principi shintoisti.

Per ordine del feudatario il santuario Uga venne costruito nel 1732 a seguito di una disastrosa carestia. Questo santuario è assai famoso a Fukuoka per la presenza di una statua equina che rappresenta una divinità protettrice degli studenti che tentano le selezioni per le scuole superiori e l’università. Se lo studente riesce a mantenere l’equilibrio sulla statua del cavallo avrà buone possibilità di superare la selezione scolastica.
Sembra insignificante e ridicolo questo uso improprio di una statua di cavallo che invece interpreto, forse con troppa fantasia, come ricerca dell’equilibrio culturale: difficile da raggiungere e complicato da mantenere. Marrone è riuscito nel suo intento: la ricerca culturale e la trasmissione della sua formazione italiana. Saper ascoltare, custodire la memoria, dimostrare curiosità, sono azioni sempre più complicate. L’adattamento culturale è equilibrismo, è abilità nel destreggiarsi fra tradizione e mutamento, tra comprensione ed esclusione, senza spostare troppo il baricentro per non rischiare la caduta.

Non solo abiti e folklore: Ecco perché il giorno delle nozze fa bene al cuore (di tutti)

Se c’è un evento capace di smuovere anche gli animi più coriacei, questo è il matrimonio. E’ pur vero che, secondo le più recenti indagini Istat, il numero di matrimoni è sensibilmente diminuito a partire dal 2013, annata in cui per la prima volta il numero delle celebrazioni è sceso sotto quota duecentomila, 13mila in meno rispetto l’anno precedente. Ma nonostante il trend negativo, ci si continua a sposare ed assistere a un matrimonio di quelli autentici, veri, desiderati visceralmente, magari agognati da tempo, rappresenta un momento di gioia unica. Non è solo questione di abiti eleganti per l’occasione, accuratissime location, folklore e tradizione, banchetti raffinati e musica per ogni palato; è molto di più.

Accompagnare due creature innamorate all’altare, piuttosto che in municipio o in qualsiasi altra ambientazione scelta, non importa quale, produce una sorta di osmosi che lega magicamente gli sposi al resto della platea in un’atmosfera di partecipazione che fa trattenere il fiato in un silenzio che ha quasi del sacro. Tutti percepiscono nello stesso momento all’unisono l’importanza dell’istante che implica una solenne promessa pronunciata con voce rotta, un impegno che i due festeggiati si assumono perdendosi l’uno negli occhi dell’altro, le intenzioni che li accompagneranno nel tempo a venire, gli obblighi di legge e quelli morali che costituiranno una colonna portante delle loro vite.

In quegli attimi si ripercorrono mentalmente le proprie storie ed esperienze esistenziali, come se gli sposi avessero la facoltà di scatenare nei presenti una sequenza di ricordi e memorie legati al vissuto di ciascuno. I giovani penseranno istintivamente con una vena di romanticismo a quando toccherà a loro, gli adulti scorreranno velocemente le tappe più significative della loro avventura matrimoniale ancora in essere o interrotta da vicende inaspettate, gli anziani rimpiangeranno la gioventù e l’energia che essa produce, augureranno ai giovani sposi tutto ciò che non hanno potuto raggiungere loro, con quella leggera mestizia tipica del tramonto. Tutti indossano per un tempo breve ma intenso, la loro dimensione umana più genuina che riconduce a quelle due figurine davanti, abbigliate per la loro grande festa tra fiori, passatoie di feltro bianco e drappi che i due non vedono nemmeno perché in quell’istante conta solo la presenza dell’altro. La musica rende ancora più suggestiva la cerimonia e più di uno piange senza nascondersi neanche tanto, perché il pianto rimane ancora la più sana rappresentazione dell’emozione forte.

Per un breve lasso di tempo la coppia che occupa la scena diventa l’esempio della felicità, è la felicità, ed intorno lo si avverte, lo si percepisce come fosse materializzata attraverso colori, suoni, odori e sapori. Le damigelle assolveranno al loro ruolo, quello che nell’antica credenza popolare prevedeva di raccogliersi attorno alla sposa per tenere lontani gli spiriti maligni, i genitori si sentiranno pienamente appagati e fieri di tanta bellezza, parenti ed amici daranno il via a momenti di pura creatività per enfatizzare, intrattenere, rendere ancora più memorabile la giornata. Verranno distribuite bomboniere che rispondono secondo consuetudine alla tradizione: cinque confetti per simboleggiare salute, prosperità, fertilità, lunga vita e felicità e poi si procederà con la canonica serata di danze, chiacchiere, confidenze, intrattenimento e leggerezza.

Liberi di essere quelli che si è, soddisfatti di potersi concedere una tregua così gioiosa capitata magistralmente ad intervallare abitudini, quotidianità e grigiore. Oggi sono protagoniste le emozioni sdoganate da vincoli scelti o imposti, sono protagoniste le relazioni umane vere, quelle che vibrano solo in certi momenti e vengono vissute come un miracolo che tutti sperano duri a lungo.

In questa giornata, non saranno i droni a distogliere dalla magia del momento e nemmeno gli iPad che qualcuno maneggia abilmente alzando le braccia, facendosi spazio fra le teste dei presenti.

Ferrara tra storia della città e tradizioni delle campagne

Un simbolico incontro tra storia della città di Ferrara e tradizioni delle campagne della pianura padana, “Storia e storie tra Ferrara e il mondo popolare padano” è il titolo dell’incontro culturale in programma oggi 21 febbraio dalle 15 al MAF – Centro di Documentazione del Mondo Agricolo Ferrarese di San Bartolomeo in Bosco.
Farà da apripista la presentazione del volume “Ferrara svelata“, di Giorgio Mantovani e Leopoldo Santini (2G Editrice, Ferrara, 2015), preceduta dalla proiezione di suggestive immagini tratte da “Ferrara 1925-1928. Scatti inediti di Francesco Zerbini“, di Enrico Zerbini. Il libro raccoglie articoli apparsi su un quotidiano locale in anni diversi e focalizza i più disparati aspetti della storia della città. Scrive Silvia Villani in una nota di presentazione: “Nascono così gli approfondimenti su chiese e conventi, negozi storici ormai scomparsi ma la cui fama è rimasta nel tempo, strade con emergenze storiche, palazzi, monumenti, curiosità, usi e costumi, personaggi tipici entrati nella leggenda cittadina, artisti e loro ritrovi, momenti storici significativi, riflessioni sulla toponomastica e sulle innovazioni tecnico-industriali, sulla nuova edilizia, senza dimenticare le corse al palio, il corpo dei pompieri, le antiche farmacie e la professionalità degli speziali, i fornai e la loro arte e tanto altro”.
Seguirà quindi un incontro canoro e musicale con Otello Perazzoli, artista e studioso di tradizioni popolari, che farà conoscere i “Torototéla“, singolari personaggi che, con travestimenti a volte rozzi e con il suono di un violino ricavato da una zucca, giravano di casa in casa cantando strofette e canzoni ricevendo in cambio modesti omaggi, soprattutto in natura. Le sue esibizioni venivano immancabilmente chiuse con la formula “torototéla-torototà”. Otello Perazzoli, veronese, eseguirà alcuni di questi canti accompagnandosi all’organetto e dotandosi anche di uno splendido, autentico esemplare di “bastone del Totototéla”, salvato a suo tempo dall’oblio dallo studioso conterraneo Dino Coltro.

L’incontro si chiuderà con un buffet di saluto preparato con i prodotti della terra estense. I visitatori avranno anche l’opportunità di ammirare la mostra-studio fotografica “Il Reno. Acqua che scorre. Il Fiume si racconta“, in parete fino a tutto il 25 febbraio.

L’iniziativa è promossa dal Comune di Ferrara, dal MAF e dall’associazione omonima.

MAF – Centro di Documentazione del Mondo Agricolo Ferrarese Via Imperiale, 263 44124 – San Bartolomeo in Bosco (Fe) Tel. 0532 725294 – Fax 0532 729154 e-mail: info@mondoagricoloferrarese.it

Dal comunicato a cura degli organizzatori.

TRADIZIONI
A Natale una volta il regalo era stare insieme

Chiudiamo con i ricordi di Anna Maria, classe 1923, che per tutti in paese è da sempre e sempre rimarrà la maestra.
Forse anche per questo, all’inizio è un po’ come se fosse lei a interrogarmi: vuole sapere come è nato questo lavoro, come rielaborerò le sue risposte, dove verrà pubblicato l’articolo, e alla fine scherza: “me lo vuoi sottoporre prima di pubblicarlo? Così lo correggo!”.
Anche lei, come Giorgio, mi dice subito che “è difficile riferire di quel tempo”, descriverlo a chi non lo ha vissuto: “era una vita che trascorreva molto più lentamente, più semplice, con meno frenesia e distrazioni, ma soprattutto c’era più ‘senso dello stare insieme’, almeno qui nei paesi”. “Ora molte cose – mi dice indicando con un cenno del capo al limite del rimprovero il portatile e lo smatphone sul tavolo – isolano e la comunicazione diventa più difficile. Una volta, anche con questo freddo, dopo cena capitava che si uscisse solo per andare a trovare qualcuno e fare quattro chiacchiere, magari ci si raccontava stupidaggini, ma si stava insieme”. Ora invece si telefona, si usano le chat sugli smartphone e sui pc, che certo accorciano le grandi distanze, ma sembrano allungare quelle che potresti percorrere a piedi.
Per il Natale era un po’ lo stesso: “il modo di viverlo era più modesto, ma si aspettava con più desiderio l’avvicinarsi di questa festa perché si respirava un’atmosfera diversa e si facevano cose diverse dal resto dell’anno: anche il suono delle campane del campanile era differente, tanto per fare un esempio”. “A dicembre si sentiva l’aria di Natale, ma era tutto vissuto in famiglia, non c’era lo sfarzo di ora: i bambini preparavano le letterine a scuola e poi le portavano a casa. Una volta con i miei alunni ne abbiamo fatto uno in stile gli origami”, mi dice la maestra. “Già dai primi giorni del mese bisognava prenotarsi al forno del paese per cuocere i pani di Natale, se erano così tanti che non si riusciva a cuocerli nella cucina economica di casa, e poi si preparavano i tortellini, allora era un grande impegno perché erano per tante persone e quindi li si faceva insieme”. Anna Maria sta cercando di dirmi che “più che la festa in sé era la tutta la preparazione che la precedeva, il sentimento che la avvolgeva” a renderla speciale.
“A caratterizzare i Natali di allora era la mancanza di frenesia”, non c’era l’ossessione di fare regali e trascorrere il tempo assieme era un piacere non una sorta di dovere come pare sia ora. “A proposito di regali – le chiedo – quali erano i più ambìti?” Anna Maria mi risponde che “i regali erano per lo più in legno, cavallini o carrettini, qualche trombetta forse. Per i maschi i più ambiti erano però i trenini di latta che si caricavano con la molla. Alle bimbe si regalavano le bambole. È così anche ora? Mi ricordo che un anno me ne regalarono una con il viso di porcellana e gli occhi che si aprivano e si chiudevano. Mi raccomandavano sempre di stare attenta e io la tenevo con grande cura”.
“È vero che li portava la Befana il 6 gennaio?” “Sì, i regali li portava la Befana ed era un momento molto emozionante per i bimbi”. Anna Maria mi spiega che c’era tutta una messa in scena da preparare in segreto. “Qualcuno della famiglia avvertiva che sarebbe arrivata la Befana e avrebbe controllato dalle finestre che i bimbi non stessero facendo i capricci per andare a letto”. “Poi, dalle nove della sera circa, qualcun altro travestito arrivava veramente, preannunciandosi con uno strano strumento, se vuoi ti mostro”. Anna Maria si alza e si dirige verso il camino nell’altra stanza: “si prendevano le molle per la legna e l’attizzatoio e si sbattevano l’uno sull’altro. Così, senti? I bambini si fermavano impauriti ad ascoltare”. In effetti il suono non è dei più rassicuranti, soprattutto pensando che era provocato da un’oscura figura fuori le mura domestiche nelle buie e fredde serate di inizio gennaio. Poi la presunta vecchietta chiedeva: “Ien a let i putin?”, cioè “sono a letto i bambini?”. E gli adulti in casa rispondevano “Sì sì, ien a let”. Mentre i piccoli erano “spaventatissimi”, tanto da “andare a letto senza vederla” e scoprire i regali “solo la mattina dopo”.

Le puntate precedenti
Nei racconti dei nonni il significato autentico del Natale
Il Natale fra le due guerre: “Mandarini, caramelle e le zigale ci bastavano per fare festa”
Quando a Natale sbocciavano i fiori di carta
La Novena di Natale: infreddoliti ma felici
La letterina di Natale: che ansi quei brillantini

TRADIZIONI
La letterina di Natale: che ansia quei brillantini

I ricordi del Natale cui Teresa è più affezionata sono quelli sul suo primo albero di Natale e sulla letterina che si scriveva a scuola a Gesù Bambino.
“L’albero di Natale, abbiamo iniziato a farlo solo dopo la guerra, prima non era ben visto dal parroco perché non era considerato cattolico”: “in casa nostra, da che mi ricordo, c’è sempre stato il presepe, l’albero invece non lo facevamo tutti gli anni”. “Usavamo delle bellissime palline di vetro, molto probabilmente regalate dai vari conoscenti, perché non avevamo certo i soldi per comprarle tutte. Ero riuscita a conservarle fino a un paio di anni fa, ma poi con il terremoto sono andate perdute. Che rabbia mi viene, non farmici pensare troppo!”
Naturalmente gli alberi finti erano ben di là da venire, ma anche quelli vivi erano molto rari: “il nostro primo albero di Natale, come poi per molti anni a seguire, non è stato un abete vero perché costavano troppo. Un bastone di legno faceva da tronco e poi mi ricordo che il nonno infilava in alcuni buchi dei rami di abete, erano le potature che si facevano nei giardini e si riciclavano in questa maniera”. “Le prime luci che si usavano non erano elettriche come ora, ma candeline infilate dentro a portacandele con una mollettina che si agganciava ai rami. Le luci elettriche sono venute molto dopo: mi ricordo che a mia sorella piaceva giocare con l’intermittenza, ma la mamma si arrabbiava molto perché era pericoloso”.
Uno dei gesti rituali di preparazione al Natale era la letterina scritta negli ultimi giorni di scuola prima delle vacanze. Era indirizzata a Gesù Bambino, non a Babbo Natale, che sarebbe arrivato solo dopo la guerra insieme alla Coca Cola, e la si scriveva per chiedere scusa di aver disubbidito alla mamma e al papà, non per reclamare i più svariati regali. “La letterina – spiega Teresa – la scrivevamo a scuola nei giorni prima delle vacanze: ci facevano portare la carta da lettera, o un foglio bianco quando non ci si poteva permettere altro, e in altro a destra ci facevano disegnare Gesù nella greppia, come se fosse una specie di intestazione”. “La nostra maestra era bravissima – si intenerisce e sorride – perché se ne inventava di tutti i colori per farci fare dei bei lavoretti: mi pare che addirittura ricalcassimo i disegni alle finestre. Poi li coloravamo con le matite e con le dita sfumavamo i colori. L’operazione più difficile però era fare la cornice con i brillantini: con il pennello dovevamo spalmare la colla liquida e poi ci mettevamo sopra i brillantini colorati. Sbavare e spargere i brillantini per tutto il foglio era il mio terrore!”
La lettera “era piena di buoni propositi per l’anno nuovo e di scuse per tutte le volte che avevi disubbidito alla mamma e al papà. Sì perché anche se era indirizzata a Gesù, in realtà chi la riceveva era proprio il papà: la si metteva sotto il piatto il giorno del pranzo di Natale, doveva essere nascostissima e lui fingeva di essere sorpreso nel trovarla là alla fine del pranzo: era un momento di grande eccitazione attorno alla tavola. No aspetta! La nascondevamo sotto il piatto della minestra e lui avrebbe dovuto trovarla dopo aver mangiato il primo – si corregge Teresa – perché mi ricordo che ogni anno si divertiva a stuzzicarci e diceva con la mamma: “Oggi non cambio piatto eh, mangio tutto qui, anche il secondo!” Io guardavo la mamma delusa perché così avrebbe visto la lettera solo una volta finito di mangiare”.
Se vi state chiedendo come facessero a nascondere sette letterine sotto il piatto, ecco la spiegazione di Teresa: “In realtà era tradizione che solo il più piccolo la nascondesse: noi abbiamo avuto la fortuna di poterlo fare tutti, essendo nati in anni diversi”.
“Una volta scoperta, il papà la leggeva forte a tavola davanti a tutti e ci faceva i complimenti e soprattutto ci dava una piccola mancia: era l’unica di tutto l’anno!”

Le puntate precedenti
Nei racconti dei nonni il significato autentico del Natale
Il Natale fra le due guerre: “Mandarini, caramelle e le zigale ci bastavano per fare festa”
Quando a Natale sbocciavano i fiori di carta
La Novena di Natale: infreddoliti ma felici

TRADIZIONI
La Novena di Natale: infreddoliti, ma felici

La Novena di Natale: preghiere che si recitano nei nove giorni che precedono il 25 dicembre nel calendario liturgico. E’ uno dei ricordi più forti legati al Natale di Lucia, Teresa e Maurizio: “Non so bene come spiegare quelle sensazioni, era una specie di periodo di preparazione, Natale per la nostra famiglia iniziava con la Novena”, racconta Teresa.
“Ogni giorno la celebrazione era alle sei del mattino”, perciò non è difficile credere a Maurizio quando confessa che le prime cose che gli vengono in mente sono “il buio, la neve e il freddo, molto più di ora”. Chissà quanti degli odierni strenui difensori della tradizione natalizia cristiana si sveglierebbero per nove giorni alle sei del mattino solo per recarsi, digiuni sia ben chiaro, a piedi in chiesa e prepararsi con canti e preghiere all’arrivo del bambinello di Betlemme? E poi, dopo una breve sobria colazione, via a scuola o al lavoro fino a sera.
“La cosa bella era che, forse proprio per il buio, le persone uscivano di casa tutte insieme. Quindi si intravedevano per le strade questi gruppi di persone, contadini e braccianti, che nella semioscurità arrivavano dalle varie vie e dalle grosse tenute del paese e si radunavano mano a mano davanti alla chiesa”, in un brusio che si faceva sempre più vociante.
Anche la chiesa era semibuia e fredda, anzi “gelida, allora non esisteva il riscaldamento”, ma nonostante ciò “era gremita, le donne a destra e gli uomini a sinistra, oppure addirittura dietro l’altare. Le famiglie più in vista avevano il proprio banco, mentre per gli altri c’erano le sedie e per averne una bisognava fare un’offerta. A volte però capitava che finissero anche quelle”.
“Ogni volta si accendeva qualche luce in più e l’ultimo giorno di Novena, la mattina del 24 dicembre, la chiesa si riempiva di luce perché tutti i lampadari erano accesi come nelle grandi solennità”. Inoltre a ognuno veniva distribuita un candelina sottile sottile e quando si accendevano tutte insieme formavano una folla di piccole fiammelle tremolanti, quasi fossero damigelle al seguito delle luci sfavillanti dei lampadari della chiesa.
“Per noi bambini solitamente la messa era un po’ noiosa, sai allora era ancora tutta in latino, quindi si recitava a memoria senza sapere bene cosa significassero le parole. Non era così però nel caso delle celebrazioni di quel periodo. In particolare aspettavamo la fine del kyrie*, intonato in modo un po’ stonato da una signora che si chiamava Anita – confessa Maurizio, sorridendo ancora al pensiero – perché poi iniziavano i canti che ci facevano entrare nell’atmosfera del Natale. Eravamo tanto infreddoliti, ma felici”

*Kyrie Eleison è un’antica preghiera della liturgia cristiana, in seguito alla riforma liturgica nel rito romano in lingua italiana è stata tradotta “Signore, pietà”.

4. continua

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Nei racconti dei nonni il significato autentico del Natale
Il Natale fra le due guerre: “Mandarini, caramelle e le zigale ci bastavano per fare festa”
Quando a Natale sbocciavano i fiori di carta

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Quando a Natale sbocciavano i fiori di carta

Vengono da una di quelle famiglie in cui i legami sono talmente forti da fare tutte le sere un giro di telefonate fra i fratelli sparsi per la regione: erano in sette, quattro maschi e tre femmine, nati fra il 1938 e il 1951. A raccontare cosa si faceva e quale aria si respirava per Natale in una famiglia così numerosa e così legata Lucia, Teresa e Maurizio.
“Che bella idea raccontare i Natali di una volta!”, incomincia Teresa entusiasta. Lucia è più perplessa: “Io non so se mi ricordo bene, è passato tanto di quel tempo”. In realtà non è affatto così, tanto che presto le due sorelle si mettono a dibattere sui particolari più minuziosi di ciò che raccontano. Per esempio, su dove fosse in chiesa il piccolo palco sul quale salivano i bambini per la recita del pomeriggio di Natale e se i bambini fossero solo quelli che frequentavano il catechismo o se ci fossero tutti quelli che frequentavano la scuola materna o anche altri del paese.
Tutti gli anni, infatti, finita la funzione pomeridiana del 25 dicembre, iniziava un altro tipo di rito: “i bambini salivano su un piccolo palchetto a fianco all’altare”, se a destra o a sinistra probabilmente è materia di discussione fra Teresa e Lucia anche ora, mentre leggono questo articolo, “e uno alla volta recitavano una poesia imparata a memoria appositamente per quell’occasione”. La parte destra della chiesa, dove allora sedevano le donne, era in trepidazione: “le mamme erano preoccupatissime che il loro bimbo non si ricordasse bene la propria poesia e quando poi, intimorito, non voleva salire le scale, allora erano proprio disperate”. “C’era una vera e propria competizione fra le varie famiglie, una sorta di gara a chi fosse il bimbo più bravo, ed era evidente l’orgoglio dei genitori quando i bimbi recitavano bene la loro poesia”. “Si applaudiva tantissimo e da quanto erano forti e calorosi gli applausi si capiva quanto erano stati bravi i bambini nel declamare. Non crediate che gli applausi fossero gratuiti: non è come ora, che se un bimbo sbaglia è simpatico, allora bisognava essere bravi e impeccabili per ricevere i complimenti!”
Di una cosa Lucia si ricorda perfettamente: i fiorellini di carta colorata che nel periodo della Novena di Natale (dal 16 al 24 dicembre) le bambine appuntavano sulla culla vuota che la notte del 24 avrebbe accolto la statua di Gesù Bambino. “Li preparavano le suorine e ogni mattina, quando si entrava in chiesa per la recita della Novena, ogni bimba ne metteva uno sulla culla: la sera della Vigilia era tutta colorata e piena di fiori, pronta per accogliere il bambinello”. “Mi ricordo che una mattina mi sono addormentata a letto e quando la mamma mi ha chiamato mi sono subito sbrigata a prepararmi perché non volevo assolutamente che il mio fiore mancasse, nemmeno per un giorno”.

3. Continua

Le puntate precedenti
Nei racconti dei nonni il significato autentico del Natale
Il Natale fra le due guerre: “Mandarini, caramelle e le zigale ci bastavano per fare festa”

TRADIZIONI
Il Natale fra le due guerre: “Mandarini, caramelle e le zigale ci bastavano per fare festa”

Giorgio in questi giorni ha festeggiato il suo compleanno: è nato nel 1928, 87 anni fa. Ha fatto il falegname per 42 anni. Mostra la mano sinistra: “Questi sono il segno di riconoscimento per molti di noi”, dice mostrando tre dita senza falangi. Ha iniziato da giovane a imparare il mestiere: la mattina andava a scuola e il pomeriggio garzone a bottega, ma ha dovuto smettere presto di studiare perché doveva aiutare la famiglia a tirare avanti. “Non ricordo se a scuola si facesse qualcosa di particolare per Natale, in quegli anni c’era la guerra, avevamo altro a cui pensare”.

Suscita tenerezza mentre in dialetto spiega che non c’è molto da raccontare, perché prima della guerra il Natale era un piatto di tortellini con un po’ di brodo, una raviola e un pezzo di pane natalizio cotti nella stufa a legna di casa o nel forno del paese. Raviole e pane di Natale sono tipici dolci del ferrarese e del bolognese. Per le raviole si impastano farina, uova, burro, zucchero e lievito e una volta stesa la pasta si riempie con marmellata casalinga, facendo tanti fagottini da cuocere in forno. Si facevano per tempo e si conservavano gelosamente perché dovevano durare fin verso Sant’Antonio, che si festeggia il 17 gennaio. Il pane di Natale, variante casalinga del più celebre pampepato, viene preparato, secondo tradizione familiare, con farina, zucchero, cacao o marmellata di prugne a seconda delle ricette tramandate da generazioni, canditi, caffè e mandorle o arachidi. Dopo la cottura in forno viene bagnato con un liquore particolare e poi ricoperto di cioccolato fondente.
“I regali, quando li si riceveva, si facevano più per la Befana: erano qualche mandarino, qualche caramella o qualche zigàla. Non sai cos’erano vero? Erano dolcetti di zucchero che si trovavano solo in due o tre gusti”. Ma già così era più del solito: la miseria allora era tanta che bastavano queste piccole cose per fare festa e passato il Natale eravamo tristi perché era finito tutto”.

“Si faceva tutto in casa. Mi ricordo il piccolo presepe: per l’erba si raccoglieva il muschio in campagna lungo i fossi e le statuine erano di carta pesta, le facevano la mamma e il papà. Io ero il più piccolo di tre fratelli”. Aveva una sorella e un fratello più vecchi di lui, “a volte si discuteva per piccole questioni di invidia, perché si credeva che l’uno avesse ricevuto più dell’altro”.
“La mamma lavorava in campagna e il papà faceva il muratore. Abitavamo in una casa unica divisa in tre parti, con i nonni e i fratelli di mio papà. Il Natale lo passavamo un anno in casa da uno e un anno in casa dall’altro”. Spesso erano Giorgio, i suoi fratelli e sua mamma ad andare dai nonni o dagli zii, “il papà non c’era perché era all’estero a lavorare: è andato in Germania e persino in Africa”.
“È difficile spiegarlo a chi non lo ha vissuto: il Natale era più sentito di adesso, non si vedeva l’ora, ma c’erano meno segni esteriori. Solo dopo la guerra si è cominciato a festeggiarlo come si fa adesso”.

Leggi [qua] l’introduzione: Racconti dai Natali che furono per ritrovare lo spirito autentico delle feste

L’INIZIATIVA
Nei racconti dei nonni il significato autentico del Natale

Guai a chi ce lo tocca! Anche quest’anno sta arrivando: non abbiamo fatto in tempo a mettere via (o ancora peggio a buttare) zucche e altre chincaglierie di Halloween che (implacabilmente) stava già arrivando: il tanto atteso Natale. Giusto il tempo del Black Friday per liberare i magazzini delle grandi catene e far posto alla merce che finirà impacchettata e spacchettata tra la notte del 24 e la mattina del 25 dicembre.
Vogliate scusare un inizio così caustico, io in realtà adoro il Natale, è la mia festa preferita, ma proprio per questo negli ultimi tempi comincia a passarmi la voglia di festeggiarlo. Di mezzo ci sarà anche la nostalgia di persone che lo rendevano ancora più speciale e che ora non ci sono più, ma ahimè forse centrano molto di più le luci di colori sempre più improbabili e accecanti; le decorazioni sempre più vistose ed eccessive; la corsa sempre più sfrenata ai regali, non importa cosa e a chi, l’importante è farli; le abbuffate sempre più ricche di cibo e povere di compagnia. Quest’anno ci si è messa anche l’ennesima strumentalizzazione politica e mediatica della ‘tradizione’ e dell’‘identità’. Ebbene sì, sto parlando delle vicende di Rozzano e del loro contraltare di Pietrasanta. Salvini che afferma “Se qualcuno ritiene di favorire i nostri bambini, negando quelle che sono le nostre tradizioni, è fuori di testa”, mentre il Presidente del Consiglio, che avrebbe ben altro di cui occuparsi in questi frangenti in tema di scuola e di altre emergenze, trova il tempo di dichiarare al Corriere della Sera: “Confronto e dialogo non vuol dire affogare le identità in un politicamente corretto indistinto e scipito. L’Italia intera, laici e cristiani, non rinuncerà mai al Natale. Con buona pace del preside di Rozzano”. Vale la pena di accennare al fatto che, è proprio il caso di dirlo, è stato fatto “molto rumore per nulla”, come hanno spiegato le insegnanti che quella scuola la vivono tutti i giorni [clicca qui per ascoltare la loro testimonianza]

Era da un po’ che pensavo a qualcosa di particolare da scrivere per questo Natale 2015 e l’idea che mi era venuta era proprio di conoscere meglio le tradizioni legate a questo periodo dell’anno, dall’Avvento all’Epifania. Di fronte a tutto quello che stava avvenendo però ho temuto il peggio: non vorrò mica diventare anche io una sentinella a difesa delle tradizioni e dell’identità italiane, naturalmente cristiane cattoliche, di fronte all’ondata relativista, multiculturalista, terzomondista, buonista e altri non meglio precisati ‘–ista’?
Poi però mi sono anche chiesta: le tradizioni e l’identità socio-culturale di cui voglio scrivere io sono le stesse di cui si riempiono la bocca lor signori? E fortunatamente la risposta è no, perché lor signori, e con loro molti altri, forse tutti quanti, probabilmente quelle usanze se le sono un po’ cucite addosso. Fin qui, sia ben chiaro, niente di male: l’importante è che allora tutti si possano cucire addosso le proprie, senza che qualcuno si arroghi di dire quale sia legittima e quale no.
A questo proposito mi è tornato in mente un famosissimo libro di Hobsbawm e Ranger, “L’invenzione della tradizione”. Nell’introduzione Hobsbawm scrive: “Scopo e caratteristica delle “tradizioni”, comprese quelle inventate, è l’immutabilità. Il passato al quale fanno riferimento, reale o inventato che sia, impone pratiche fisse (di norma formalizzate), quali appunto la ripetizione”. A questa immutabile reiterazione Hobsbawm oppone la “consuetudine”: “Non esclude a priori l’innovazione e il cambiamento, […] non può permettersi l’immutabilità” semplicemente perché nemmeno “la vita è così”.
Ecco, io mi sono occupata di consuetudini non di tradizioni, perché ho chiesto a persone nate fra gli anni Venti e la fine degli anni Quaranta di raccontarmi le tradizioni che hanno vissuto, per capire cosa è rimasto e cosa è cambiato, non un racconto statico, ma memorie di Natali che furono e che non sono più, nel bene e nel male.
Come era vissuto una volta il Natale? Qual erano i valori più sentiti? Cosa si faceva? Che cosa ci si aspettava? Sono queste le domande che ho fatto. Ed è venuto fuori che in fondo non era fatto di giorni particolari, di ricorrenze da celebrare, ma di un’atmosfera speciale, un’atmosfera di misticismo sospeso, non necessariamente cattolico in senso stretto, nel contesto del quale ogni fatto o gesto assumeva una sua pur dimessa ritualità. Era un Natale senza fronzoli ed esagerazioni fatto di piccole cose, era l’insieme di tante situazioni che capitavano una e una sola volta l’anno: le mance dei parenti e dei genitori, la messa di mezzanotte, la poesia imparata a memoria, il pranzo fatto di cibi speciali, il gioco della tombola. Era il ritrovarsi tutti assieme, era l’aria che si respirava, carica di gioia e di allegria.

Un’ultima cosa ancora: un grazie di cuore ad Anna Maria, Giorgio, Lucia, Maurizio e Teresa, che hanno voluto condividere con me i loro ricordi di Natale. Li leggerete nei prossimi giorni. A loro e a tutti voi lettori un augurio di un felice e sereno Natale.

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BORDO PAGINA
Tecnomagia, tra Sociologia e Fantastico. Intervista ad Ada Cattaneo

Ada, dal tuo background emergono interessi e dinamiche editoriali apparentemente eclettiche: tra nuovo fantastico popolare e sociologia persino sociocibernetica, uno zoom?

In realtà, in termini ideologici e di analisi culturale sono abbastanza diffidente rispetto al fenomeno sociologico della crescente diffusione del “fantastico popolare”, che sarebbe più corretto definire “fantastico commerciale”. Si tratti di fantasy, fantascienza o storia romanzata, in molti casi non siamo di fronte a null’altro che al saccheggio di un materiale mitico più o meno travisato, mal digerito, spesso addomesticato – e non di rado cambiato di segno in omaggio ad una political correctness del tutto contemporanea! – per creare prodotti culturali di largo e pronto consumo: film, videogiochi, fumetti, romanzi-spazzatura, serie televisive… Di questo mi interesso come sociologa dei consumi: per constatare come si tratti di un fantastico che non esorta più a divenire ciò che siamo – o meglio ancora a divenire più di ciò che siamo – ma semplicemente a fornirci un simulacro dolciastro delle vere imprese, delle grandi emozioni, dei sentimenti violenti e dell’avventura che siamo troppo decadenti, come individui e come società, per vivere nel mondo reale. Da tale considerazione nasce anche il mio tentativo di contribuire a una riappropriazione del vero fantastico popolare: quello che non mette insieme in un minestrone hollywoodiano supersoldati americani, dèi norreni e miliardari cardiopatici con esoscheletro affinché il coach potato globalizzato si senta solleticato per un attimo nel tedio di una vita insignificante, ma che ci parla delle tradizioni e della visione del mondo dei popoli cui apparteniamo.

Più nello specifico, una reinvenzione di certa Tradizione e una futuristica radicale, ma anche nel Presente, esatto?

Nietzsche diceva: “L’avvenire apparterrà a chi avrà la memoria più lunga”. Naturalmente, l’attualità oggi appartiene all’Ultimo Uomo, al protagonista della fine della storia, che saltella schiacciando l’occhio su un pianeta che diventa sempre più piccolo, alla ricerca della sua piccola felicità individuale. Ma se un avvenire ha ancora da essere, non potrà che appartenere a chi saprà coniugare le radici più profonde (la tradizione) con il futuro più grandioso (il progetto) attraverso l’impegno culturale, artistico, metapolitico nel presente.

Secondo te saranno possibili un consumo e una società edonistica più epicurei nel futuro?

Epicuro era il filosofo di una civilizzazione ellenistica al crepuscolo e già marcata dalle infezioni che qualche secolo dopo ne determineranno il crollo. La società consumistica contemporanea non è però una società davvero dedita al piacere, che deriva solo dalla ricerca del sublime, e alla gioia. Queste sono sensazioni forti e peccaminose, guardate con sospetto dalla mentalità pavida, egualitaria, remissiva di chi – come dicevo – è incline soprattutto alla ricerca elusiva di una piccola mediocre felicità individuale, intesa essenzialmente come assenza di minacce o stimoli negativi, magari da estendere buonisticamente al prossimo, indipendentemente da cosa tale prossimo ne possa pensare. Naturalmente è possibile il ritorno a un atteggiamento al tempo stesso più tradizionale e più futurista, e certo non necessariamente ascetico, pauperista o decrescentista, in cui la vita ha un senso non di per sé ma per quello che uno riesce a farne, e anche l’ebrezza, l’eccesso e il potlach hanno il loro posto.

E come vedi il tanto discusso futuribile Transumanesimo?

Se capisco bene, il transumanesimo è l’idea secondo cui l’uomo possa e debba far uso degli strumenti che la tecnica via via mette a sua disposizione per superarsi e accrescere la propria capacità di plasmare se stesso e il mondo in cui vive. In questo senso non solo costituisce da sempre l’essenza di ciò che essere “umani” rappresenta, ma anche la vera caratteristica identificante di quella che Spengler chiamava non a caso “civiltà faustiana” – che oggi giunge al capolinea, ma di cui siamo gli eredi e che possiamo, se lo vogliamo, trasfigurare in un’era postumanista e letteralmente postumana.

È possibile anche un’arte transumanista?

Come dice Stefano Vaj in “Biopolitica. Il nuovo paradigma”, “l’unica cosa che sappiamo con certezza del futuro della nostra specie e della nostra razza è che esso si trova di fronte a noi. Sappiamo anche che non esiste possibile “ritorno al passato”. Può esserci solo un ritorno (propriamente: l’Eterno Ritorno) di ciò che in passato ci ha consentito di affrontare sfide nuove e affermare noi stessi. La nostra inquieta esplorazione del mondo, le tecniche che ne discendono, ci condannano a delle scelte, ci offrono dei poteri, ma non possono dirci cosa farne. Questo non appartiene agli ingegneri o agli scienziati o ai giuristi, ma agli “eroi fondatori”, ai poeti, e alle aristocrazie che sanno tradurre in atto l’oscura volontà collettiva della comunità popolare da cui emanano, costruendole monumenti destinati a sfidare l’eternità, lasciando dietro di sé una gloria che non muore”. Wagner, d’Annunzio o Marinetti non sono naturalmente la stessa cosa di Omero, ma se siamo davvero uomini in transizione verso un futuro postumano è solo la creazione artistica nel senso più ampio e collettivo del termine che potrà darcene la motivazione e la direzione e prima ancora l’immaginazione… fantastica. E si ritorna alla prima domanda di questa intervista.

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Un ritratto di Ada Cattaneo

Ada Cattaneo, da Milano. Laureata in Filosofia all’Università Cattolica, formatasi alla scuola sociologica di Vincenzo Cesareo e poi a quelle sociologiche e socio-economiche di Francesco Alberoni e di Gianpaolo Fabris, con i quali ha collaborato tanto in università quanto nelle loro società di ricerca e consulenza. Docente di tendenze socioculturali, consumi e comportamenti dei consumatori presso l’Università IULM e di sociologia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Giornalista, ricercatrice e consulente, scrittrice ed esperta di leggende e tradizioni.

IMMAGINARIO
Quando vince la natura.
La foto di oggi…

Un meraviglioso uccello azzurro e verde che vola libero nella natura incontaminata di una foresta in Costa Rica. E’ questa l’immagine simbolo del Festival Internazionale della Fotografia Naturalistica di Comacchio che si è svolto nei giorni scorsi nei luoghi più suggestivi del Parco del Delta.

Ne avevamo parlato qui [leggi].

Si tratta della fotografia – dal titolo evocativo Bird of the Aztec Gods (L’uccello degli Dei Aztechi) – scattata dal fotografo svedese Jan Pedersen che si è aggiudicato il premio assoluto del 9° Concorso Internazionale ASFERICO 2015.
Il concorso ha visto la partecipazione di fotografi provenienti da tutto il mondo che hanno immortalato uccelli, animali, paesaggi, forme e piante che vivono nei luoghi più sconosciuti e remoti del globo.

Il festival si è concluso, ma il teatro naturale del Delta rimane, pronto a farsi immortalare in ogni momento dagli appassionati di birdwatching. Il programma delle prossime iniziative nel Parco è consultabile qui [leggi].

OGGI – IMMAGINARIO NATURA

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

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foto di Jan Pedersen

L’INTERVISTA
Dino Marsan: “Ecco Maialik, l’eroe a fumetti che difende i beni culturali della città”

Majalik, un superfumetto per Ferrara, logo potenzialmente perfetto!
Io e l’amico Alessandro Bersanetti ci proviamo un’ennesima volta a proporre qualche cosa d’innovativo in questa città che fatica sempre di più ad assimilare le novità – afferma l’eclettico Dino Marsan, illustratore e fotografo -. Ora stiamo lavorando assiduamente a questo progetto che ha per nome “Maialik”. Nato dalla tipica espressione ferrarese “maial!”, questo nostro personaggio, è una sorta di supereroe targato Ferrara, anche se la sua origine è universale. Maialik è ispirato anche al mitico re del furto che tutti conosciamo, Diabolik. Al contrario del leggendario personaggio a fumetti delle sorelle Giussani, la nostra creatura (dal corpo umano e il volto del suino) non ruba o uccide ma ha il compito di salvaguardare i tesori storico-culturali e le tradizioni del nostro territorio. A tutti coloro che, in qualche modo cercheranno d’impadronirsi di tali tesori di sapienza, Maialik si opporrà con tutte le sue forze e i suoi poteri. Questa creatura di provenienza ancora ignota, si è costruito un habitat nel sottosuolo della città ed esce solamente di notte per non farsi notare ed agire indisturbato. Al contrario di Diabolik, Maialik non usa maschere perché ha la prerogativa di metamorfizzarsi e trasformarsi in ciò che vuole. Durante il giorno prende le sembianze di un giovane giornalista che si chiama “Carlastolfo Bonzagni” e lavora per una scalcinata tv locale dal nome buffo ispirato sempre al linguaggio dialettale “TeleSbragonza”. In lavorazione la prima avventura che ha per titolo “La salama che uccide”. L’impegno è veramente imponente perché si è deciso di realizzare un fumetto con personaggi tridimensionali che si muoveranno in contesti reali fotografati da noi. I ferraresi vedranno quindi immortalati diversi scorci caratteristici della città dentro i quali agiranno i vari personaggi che abbiamo creato.

Il fumetto come arte nobile della modernità, pare una ovvietà dopo ormai un secolo, da Superman a Walt Disney, gli eroi Marvel e imbarazzo quasi della memoria. Ma è davvero così?
Proprio perché possiamo considerarlo come una forma d’arte, il fumetto ha una sua identità ben precisa nell’immaginario colletivo e, quindi, ritengo sia immortale come molti dei suoi eroi. Ovviamente il posto principale è stato preso dall’immagine in movimento, che più facilmente cattura l’attenzione di bambini e adulti anche grazie all’avvento di portatili apparati elettronici che ne rendono più facile la visione. Ma il fumetto mantiene nel tempo un suo fascino che lo rende sempre desiderabile. A volte basta solo pazientare un po’ ma, alla fine, il desiderio di un ritorno alle origini, spinge il pubblico a cercare nuovamente il linguaggio più semplice e meno stressante. Un esempio lampante è la riscoperta del vinile nel campo musicale o la spasmodica ricerca di oggetti del passato nei mille mercatini dell’usato. Molti appassionati sono disposti a spendere cifre assurde pur d’accaparrarsi una automobilina di latta o un soldatino di piombo. Gli eseri umani sono lunatici.

Tornando a Maialik, sarà uno specchio divertentissimo ma anche perturbante sulla ferraresità, nel bene e nel male?
Noi speriamo di riuscire a dare un tono divertente alle varie avventure, prendendo spunti dalla realtà locale. Però il fine ultimo è quello di utilizzare una forma di lettura leggera come il fumetto, per trasmettere comunque messaggi atti a valorizzare o riscoprire le cose buone della nostra tradizione e della nostra storia.

Domanda libera
Come sempre, sarebbe veramente gradita una maggior attenzione da parte delle istituzione e della stampa perch il progetto possa avere un’eco maggiore. Ci farebbe piacere avere una gratificazione morale piuttosto che economica. Se poi, qualche potenziale sponsor, si facesse avanti perché crede in questo progetto, sarebbe un ulteriore motivo per dare il meglio di noi stessi. Intanto seguiteci sulla pagina Facebook “Maialik” così assisterete a tutto l’evolversi del lavoro [vedi].

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Quando le feste sono un momento difficile

Il periodo che precede le feste, gioioso per molti, può rappresentare per alcuni un momento delicato in cui gli instabili equilibri possono cedere e lasciare il soggetto nel baratro della propria depressione. Per chi soffre di disturbi alimentari, ad esempio, il prospettarsi di cene e ritrovi famigliari viene vissuto come un vero e proprio incubo, un momento di confronto col cibo (amico/nemico) e con gli altri. È noto che durante le feste aumentano i suicidi. Il confronto con la felicità altrui mette a dura prova chi soffre già di sindromi depressive. Si potrebbero avere ricadute e attacchi ancora più importanti del solito. Se il malessere si trasforma in senso di svuotamento e peggiora ulteriormente quando le feste finiscono e tutte le luci natalizie si spengono, è segno che non si tratta di una depressione transitoria, ma di qualcosa di più serio che vale la pena indagare rivolgendosi a uno psicoterapeuta.
Alcune persone durante le Festività sono soggette a una sorta di tristezza, di cattivo umore, che assomiglia a una sorta di depressione che ha il nome di Christmas Blues, che significa proprio “depressione natalizia”. Il Christmas Blues è un problema transitorio dell’umore: si manifesta a partire da qualche giorno prima del Natale, quando ha inizio la frenesia delle cene e la corsa agli acquisti e dura fino a dopo l’Epifania, con le ultime occasioni di regali e di incontri con amici e parenti. Terminato questo periodo, la persona che soffre di tristezza natalizia si sente come “svuotata”, apatica, priva di interessi. Con il passare dei giorni e la ripresa delle consuete attività lavorative, la tristezza si allontana poco per volta.
Si tratta di un disturbo che riguarda soprattutto i giovani adulti sui trenta-quarant’anni, mentre bambini, ragazzi e persone più anziane sembrano esserne immuni. Alla base di questo disturbo si ritrova quasi sempre una personalità già predisposta alla depressione e l’associazione della quantità di luce solare in meno, tipica di questo periodo dell’anno, con la conseguente minore concentrazione della serotonina, il neurotrasmettitore che regola l’appetito, il sonno e il tono dell’umore. Chi è soggetto a questa sindrome prova una sorta di fastidio nel dovere sottostare alle tradizioni delle feste. Il ritrovarsi insieme, lo scambio dei regali, i festeggiamenti imposti dal periodo provocano una forma di ansia e un desiderio di fuggire, di nascondersi in casa propria e di godersi un bel film, crogiolandosi nella propria tristezza e aspettando che il periodo delle feste giunga al termine. Al contrario, i doveri e le tradizioni impongono di mostrarsi sorridenti con amici, figli e genitori. Tutto questo non fa che accrescere il disagio.
Cosa fare, per sentirsi meglio? Sicuramente è consigliabile una sana via di mezzo. Non è necessario partecipare controvoglia a tutte le occasioni di festeggiamento. Ci si può concedere, per esempio, di rifiutare con gentilezza l’ennesimo invito a un brindisi o a una cena. Tuttavia isolarsi troppo non è consigliabile: la solitudine durante le feste induce ad avere pensieri negativi su se stessi e sul futuro. È quindi opportuno sforzarsi e uscire, anche solo per una passeggiata nelle ore in cui la luce è più intensa, o concedersi un pomeriggio al cinema con le persone care.
Un rapporto positivo con le Feste è invece importante: insegna la pratica della convivialità, con il rito dei pranzi, insegna il valore del dono, con il rito dei regali, insegna la capacità di rallentare e di prendersi una sosta, insegna a stare in uno spazio vuoto di impegni, di compiti e di incombenze a favore delle relazioni.

Chiara Baratelli, psicoanalista e psicoterapeuta, specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, dei disturbi dell’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali.
baratellichiara@gmail.com

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CALENDARIO DELL’AVVENTO
Paese che vai,
Natale che trovi

Non poteva mancare nel nostro calendario dell’avvento una finestra sui diversi usi tradizionali di festeggiare il Natale in Italia e in Europa.
Abbiamo già parlato della tradizione del presepe, che a Napoli è diventato una vera e propria arte. Non si può non citare il pandoro di Verona, in realtà evoluzione ottocentesca del dolce tradizionale veronese chiamato ‘Nadalin’, o il panettone milanese: nel passato veniva sfornato la sera della Vigilia di ritorno dalla messa di mezzanotte e ne esistevano numerose varianti, che potevano contenere miele, uvetta, castagne, fichi, noci, nocciole e mele. Per molto tempo in Lombardia, soprattutto nelle zone montane di antica influenza tedesca, è stata portata avanti l’usanza di organizzare fiaccolate per festeggiare il ritorno della Luce: in alcune zone erano i bambini mascherati da Re Magi a portare per le strade del paese una stella colorata fatta di cartone e di legno e illuminata dall’interno, al loro passaggio i cantori intonavano canti tradizionali del Seicento accompagnati da violini e strumenti a corda.
Anche l’Emilia Romagna è ricca di tradizioni popolari natalizie: la sera della Vigilia il capofamiglia poneva nel camino un ceppo, possibilmente di quercia, e accendeva il camino recitando un Pater noster, poi l’intera famiglia vegliava fino alla messa. Per ingannare l’attesa si giocava a carte, si ascoltavano i racconti dei più anziani e si faceva l’’arimblén’, una specie di pesca per indovinare cosa avrebbe riservato il nuovo anno in arrivo. A mezzanotte, uscendo di casa, si lasciavano la porta socchiusa e tre sedie vicino al focolare per permettere alla Sacra famiglia di trovare ospitalità e scaldarsi davanti al fuoco. Curiosa anche la tradizione di indossare una camicia nuova il giorno di Natale, cucita appositamente dalle donne di casa, ma non durante le festività perché si credeva portasse sfortuna: una leggenda narrava che la Vergine non avesse di che coprire Gesù e volesse tessere una camicia con i propri capelli, chiese quindi a una filatrice che passava nei pressi della capanna, ma la donna rifiutò di tagliare i suoi capelli donandole invece i lini più pregiati, per questo non si poteva filare compiendo il gesto che quella donna generosa rifiutò.
Spostandoci al di là delle Alpi, un’usanza rivelatrice di una devozione vicina alla vita quotidiana è il ‘Kindelwiegen’, la ‘ninna nanna del Bambino’, sviluppatasi attorno al quattordicesimo secolo e diffuso in tutte le chiese tedesche già nel quindicesimo. Cullando il bambinello i fedeli potevano esprimere la propria devozione anche in maniera fisica: mentre muovevano la culla intonavano canti e, come era usanza presso i popoli germanici nei giorni di festa, danzavano intorno a essa. In molti paesi le credenze più originali riguardavano la notte della Vigilia. Era per esempio un’idea diffusa che a mezzanotte agli animali fosse concesso il dono della parola, a cambiare era il destino di chi li ascoltava: in Svizzera formulavano auspici o predizioni a chi li ascoltava, mentre in Gran Bretagna e fra le Alpi tedesche sentirli parlare era un cattivo presagio.
Caratteristico dell’Inghilterra è lo scambio di biglietti di auguri, un’abitudine che si dice sia iniziata nel dicembre del 1843, quando sir Henry Cole chiese a un amico pittore di dipingere piccole cartoline da portare ad amici e parenti: da allora è diventata una tradizione irrinunciabile per tutti i sudditi di Sua maestà. Inglese è anche l’usanza dei cantori di Natale narrati anche da Charles Dickens, che la sera della Vigilia percorrevano le nebbiose strade londinesi e non solo cantando sull’uscio delle case e facendo gli auguri, ricevendo in dono qualche sterlina.
In Grecia la mattina di Natale i bambini trovavano accanto al letto dolci, un bastone e una bisaccia, con questi oggetti andranno di casa in casa a portare i propri auguri in cambio di piccole somme o leccornie. A pranzo si usa mangiare il Kristofsomo, il ‘pane di Cristo’: un pane speziato e farcito di uvetta, noci e pinoli dalla preparazione lunga e complicata, è considerato sacro dalla chiesa greca ortodossa e si dice che assicuri benessere per un anno intero alla famiglia che lo consuma. Le celebrazioni si chiudevano nel pomeriggio con grandi falò accesi nelle piazze attorno ai quali la popolazione intonava canti tradizionali.
Come dimostrato da questi pochi accenni, ovunque il festeggiamento del Natale era il punto culminante dell’inverno, un’occasione per riunire la famiglia e perpetuare tradizioni famigliari o popolari dal sapore antico. Una dimensione intima e raccolta che negli ultimi anni si sta perdendo nella moderna frenesia della corsa ai regali.

Tempo di sagre, tempo
di allargare lo sguardo
e andare oltre i localismi

Se facciamo una rapida carrellata delle decine di piccoli paesi del ferrarese, da Renazzo a Mesola, da Bova di Marrara a Tresigallo, incontriamo fitti calendari delle ormai note sagre paesane, da quelle del patrono a quelle di alcuni piatti tipici della nostra tradizione emiliano-romagnola.
Che il tutto aiuti a promuovere un posto, a valorizzare usi e costumi di un non lontano passato è fuori dubbio: eventi di interesse abbastanza diffuso, creano movimento e attivano relazioni, muovono qualche migliaia di euro e la tradizione viene tramandata alle nuove generazioni.
A dire il vero, la manifestazione “in sagra” sosta solo in loco, nei dintorni, dentro un piccolissimo perimetro, al massimo tra piccole comunità contigue, e li si ferma.
Spesso l’organizzazione incontra pluralità di soggetti, dalle parrocchie al Comune, dalla polisportiva alle Pro loco; un merito che non sottovalutiamo, anzi un compiacimento, ma andare oltre può essere lo sviluppo di questa brevissima narrativa tra sagre, sacrati, enogastronomia, iniziative e tombole, alcune giostre, un po’ di musica country e, forse, l’evento. Ed è proprio sull’evento che vorremo soffermarci un po’.
Non si tratta di richiamare le poche realtà che hanno trasformato la manifestazione paesana in un Evento, e questo basterebbe a fare le congratulazioni, ma di mettere in rete l’intera filiera dando qualità, specificità e rilevanza, oltre i confini, per attrarre e farsi attrarre dall’offerta di promuovere i territori.
Ci sono delle progettualità che l’Unione europea accompagna favorevolmente per fare cultura e turismo dei localismi, non quelli che si chiudono a volte solo per mangiare sotto un tendone polveroso vicino ad una chiesa del XIV secolo, ma per le eccellenze che l’Unesco mette in fila come patrimonio dell’umanità, e non solo.
Metà dei beni artistici e culturali nel mondo sono in Italia, spesso dimenticati e coperti da terriccio, abbiamo chiese e pievi, ville e palazzi, parchi e giardini, affreschi e dipinti sparsi ovunque, finiti nel dimenticatoio e che lasciano nel pianto milioni di mancati visitatori. E poi si dice che la cultura non fa economia e sviluppo.
Se si pensa che sui lidi di Comacchio abbiamo presenze di non pochi milioni di turisti, villeggianti e di un veloce passaggio di persone sulla strada Romea che collega Ravenna a Venezia, forse ripensare a come toglierli per alcune ore dal caldo e smuoverli dall’ombrellone, non sarebbe una cattiva idea.
Bisogna fare rete, coordinare date e calendari, fare marketing territoriale, dare qualità ai siti di interesse, coordinare i rapporti con le agenzie di viaggi e non lasciare al singolo sindaco e alla municipalità l’illusione di essere l’ombelico del mondo.
Il locale con il globale non sono solo un binomio, l’incoming non una descrizione analitica e basta, il borgo e le storie non una vetrina da spolverare, e ci fermiamo qui per non additare troppo e incontrare i mugugni di cui siamo spesso attori altezzosi, dando l’impressione di isolarci dai contesti ambientali.
Se guardiamo al Castello della Mesola con la sagra dell’asparago, alla Comacchio dei Tre ponti con la sagra dell’anguilla, a Tresigallo del ‘900 con la festa del Borgo autentico, e altre manifestazioni dell’alto ferrarese, che non siano un lungo capannone con le solite panchine, forse capiremmo e ci metteremo nella condizione che serve per cambiare verso anche su questi aspetti, nei nostri sperduti territori di estense memoria.
Il nostro ministro, che è di casa, cominci a dare la scossa, rimuova le solite incrostazioni, tolga competenze a chi non le esercita con intelligenza, faccia veramente la parte giusta che gli spetta e corra anche lui come il suo capo.
Forse stiamo insistendo troppo, ma questa testata vuole essere anche di stimolo, provocando, perché non ci piace essere tra gli ultimi, anche se alcune responsabilità si intravedono.
Facciamo sistema anche qui, e speriamo bene.

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