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Marmolada

 

MARMOLADA
non è l’inferno di ghiaccio
Ma è il ghiaccio che va all’inferno
Di calore
Un fulmine di gelo
Che strascina
Vite
Rocce
Soccorsi
Dramma
Che urla bianco
Di terrore
Poi sarà silenzio
Come sempre
Tenace
Stolida
Impotenza
Degli ominidi
Onnipotenti?

LO STESSO GIORNO
42 anni fa, all’altezza di Ustica, un aereo di linea scompare dai radar.

27 giugno 1980

La partenza del volo di linea IH870 della compagnia aerea Itavia era prevista per le 18:15, dall’aeroporto di Bologna-Borgo Panigale e diretto all’aeroporto di Palermo-Punta Raisi.
Durante la calda estate bolognese si imbarcarono sul volo civili e lavoratori, famiglie e bambini diretti verso le mete estive, studenti fuorisede intenti a tornare a casa alla fine dell’anno accademico.

Quello stesso giorno, il 27 giugno 1980, dopo quasi due ore di viaggio, alle 20:59, l’aereo scomparve dai radar all’altezza di Ustica.
Le ricerche da parte dei soccorritori cominciano la notte stessa. I primi ritrovamenti arrivano alle prime ore dell’alba. Inizialmente vengono avvistati alcuni detriti del DC-9 galleggiare sul Mar Tirreno, e successivamente i sommozzatori trovano i resti dell’aereo sul fondale marino, e con esso gli 81 morti: 77 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio.

Le prime ricostruzioni dell’aeronautica militare parlano di uno sfortunato incidente, di un cedimento strutturale dell’aereo. Sono in molti a credere a questa versione, soprattutto in seguito alla rapida smentita arrivata dalla compagnia aerea. I familiari, molti giornalisti e un’apposita commissione d’inchiesta la pensano diversamente dalla versione ufficiale dell’aeronautica.
Il DC-9 è esploso in volo. Rimane da stabilire quali siano state le cause dell’esplosione. Vengono formulate diverse ipotesi riguardo la natura, la causa e le dinamiche dell’incidente: i militari sostengono la tesi di un attentato terroristico, ipotizzando una bomba in bagno o nella stiva. Ma la tesi più battuta, per giunta accettata con valenza in sede legale, riguarda il coinvolgimento del DC-9 in uno scontro a fuoco tra aerei francesi, americani e libici.

Cominciano i processi che nel corso di trent’anni si concludono con un nulla di fatto sul piano penale. In sede civile, tuttavia, la Corte di Cassazione nel 2013 condanna lo stato italiano a risarcire i parenti delle vittime e dichiara che non solo il DC-9 fu abbattuto, ma che vi furono numerosi tentativi di depistaggio da parte dell’Aeronautica militare.

E proprio dell’Aeronautica militare fanno parte numerosi soldati morti in circostanze poco chiare tra il 1980 e il 1995, tutti stranamente collegati alla strage di Ustica. Sono 12 i decessi, di cui alcuni veramente sospetti.
Roberto Boemio, ad esempio, viene ucciso il 12 gennaio 1993 a Bruxelles durante una rapina. La morta del militare avvenne poche settimane prima della testimonianza che avrebbe dovuto fare. La cosa forse più sospetta fu però che in quella rapina non venne rubato nulla, e rimase ucciso solo il militare italiano.
Altrettanto sospetta è la morte di due piloti della Nato, i colonnelli Mario Naldini e Ivo Nutarelli. Questi morirono il 28 Agosto 1988 nella collisione tra due aerei durante un’esercitazione delle Frecce Tricolori avvenuta proprio nella base militare di Ramstein. La sera della strage di Ustica erano entrambi in volo e inviarono un segnale di “emergenza generale” da sopra il territorio italiano.
Soprattutto ci sono i numerosi casi di suicidio di militari presenti quella sera del 27 giugno. Il primo è quello del maresciallo Alberto Dettori, il 31 marzo 1987, trovato impiccato a Grosseto in una “posizione innaturale”, secondo il referto della polizia scientifica. Il maresciallo, la sera della strage di Ustica, era in servizio presso il radar di Poggio Ballone. Un altro suicidio sospetto è quello del maresciallo Franco Parisi, il 21 dicembre del 95. Questo avvenuto addirittura pochi giorni prima della deposizione che il maresciallo avrebbe dovuto fare in merito al ritrovamento di un Mig libico in Sila, probabilmente collegato con la vicenda di Ustica.

Sotto la pressione di un’opinione pubblica che aveva ormai capito la complicità dello stato, una dichiarazione sembra aprire la strada verso la verità. Nel febbraio del 2007, l’allora (al tempo della strage) Presidente del Consiglio Francesco Cossiga dichiarò che l’aereo fu abbattuto da un missile sparato da un caccia francese, il quale mirava a un Mig libico che viaggiava coperto dalla scia dell’aereo civile.
A distanza di quarant’anni dalla strage, sembra sicuro che la scia del DC-9 quella sera fu seguita da un aereo militare libico per sfuggire ai controlli radar. Ipotizzando la presenza di Gheddafi a bordo di quel velivolo, due caccia, uno americano della NATO e uno straniero, si misero al suo inseguimento e ingaggiarono una battaglia non autorizzata, causando così l’abbattimento del DC-9.

Ancora oggi l’Aeronautica militare nega tale versione dei fatti, confermata anche dall’allora presidente del consiglio, nonché da anni di indagini. Nonostante l’evidente complicità dello Stato, e numerosi tentativi di insabbiamento, a distanza di quarant’anni ancora la verità non è stata acclarata, e i colpevoli di questa strage non sono stati puniti.

In copertina: il museo della tragedia di Ustica con i rottami dell’aereo Itavia recuperati in mare (foto Wikimedia Commons)

CONTRO VERSO
Filastrocca delle lacrime e dei naufragi

Poche volte mi sono discostata dalle storie di bambini e famiglie conosciuti in udienza oppure attraverso la cronaca. Questa è una di quelle volte.
Scritta dopo il naufragio del 18 aprile 2015 nel quale hanno perso la vita tra le 700 e le 7000 persone, la filastrocca resta attuale e il punto non è il numero di vite uccise.

Filastrocca delle lacrime e dei naufragi

Son gocce dentro al mare.
I sorsi più salati
li voglio dedicare
a quelli mai arrivati.

Al bimbo che cercava
un posto per studiare,
all’uomo che sognava
un luogo per campare.

Piango per 700,
per 7 o 7000
piango per ogni uomo
stipato in quella fila

di volti martoriati
di corpi ormai perduti
di sogni naufragati
di figli sconosciuti.

Piango per il più orrendo
di tutti i bastimenti,
un barcone tremendo
di compaesani deficienti

perché chi si separa
anche dalla pietà
mi sta rubando l’aria
e non lo voglio qua.

Portatemelo via
in Libia o in Tunisia,
costretto su un barcone
d’incerta destinazione.

In gita in mare aperto
o a spasso nel deserto
di giorno, e notte e giorno
col dubbio del ritorno.

Adesso chiedo scusa
dei versi esagerati
ma non mi sembra un merito
se è qui che siamo nati.

O forse ve l’ho detto
sommersa dal disagio
di constatare l’uomo
perduto nel naufragio.

Scartare la paura
affondare l’odio
Rifiutare la paura
bombardare l’odio
Fermare la paura
Navigare l’odio
Annichilire la paura
Trasformare l’odio

Chi perde la vita nel Mediterraneo fa naufragio, ma non è il solo

LO SPETTACOLO
Al Totem Festival Amleto e le altre anime

“Nevica in Danimarca e questi attori, i personaggi, attendono che il loro destino si compia”.
Quando poi della morte rimane solo il silenzio e l’odore, quando i personaggi hanno compiuto il loro tragico destino, quando il pubblico ha consumato il suo pasto e sazio dell’eroe ha lasciato il teatro per rientrare nella sua quotidianità, chi si occupa di seppellire i sogni perché il giorno dopo rifioriscano? E’ in questo interstizio fra l’attesa del proprio destino e il dopo il suo compimento che ha preso forma ‘Archivio delle anime. Amleto’, la riscrittura della tragedia shakespeariana andata in scena sabato sera al Teatro Cortazar nell’ambito del Totem Arti Festival.

La creazione di Naira Gonzalez e Massimiliano Donato, nella doppia veste di ideatore e unico interprete in scena, immagina un becchino, un po’ spettrale un po’ grottesco, che a tratti ricorda l’(A)Igor di Frankenstein Junior, che riallestisce per il pubblico che – suo malgrado – si trova di fronte l’Amleto di Shakespeare con l’aiuto delle ossa amorevolmente raccolte negli anni. Si fa – di nuovo suo malgrado – dinoccolato capocomico di marionette/attori/personaggi, mentre in realtà non è altro che in attesa, anch’egli, del protagonista: quell’Amleto condannato a rivivere per sempre la propria parte, il proprio tragico destino.
La piéce è un’Amleto stravolto, eppure riconoscibilissimo, e ri-creato nei dettagli che rendono la tragedia immortale: un continuo gioco meta teatrale, un linguaggio semplice e struggente, un ritmo forsennato, con Donato che non concede tregua a sè stesso e al pubblico, una maestria e una pazienza da artigiani nel lavorare su ogni particolare, sono gli ingredienti che rendono ‘Archivio delle anime’ poetico, popolare ed epico allo stesso tempo. Impossibile riportare tutte le originali e complesse scelte drammaturgiche, registiche e attoriali che fanno dello spettacolo una celebrazione, una esperienza di Amleto: come tale va esperita, punto.
C’è la tragedia dell’amore che non basta a salvare l’amore, c’è il cinismo che svela l’ipocrisia e l’imperfezione dell’uomo, c’è la poesia di chi non giudica tale imperfezione e c’è la denuncia che scopre il marcio degli uomini scoprendo così il tranello del mondo e di chi lo creò. Come i personaggi sono marionette manovrate in scena dal becchino capocomico, gli uomini sono marionette spinti da Dio sul palco della vita. E, infatti, Amleto entra come fosse spinto, senza essere spinto da nessuno, e duella con Laerte come fosse un pupo siciliano.

E alla fine di questa tragedia del disincanto, per placare il sangue, l’ira, la vergogna, l’amore, scende la neve a far calare il silenzio prima del sipario, a cancellare i segni del passare dei personaggi, perché la sera dopo li lascino come se non avessero mai percorso quella strada.

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GERMOGLI
“Agite!”
L’aforisma di oggi…

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

“Agite!”, questo il monito di Obama che chiede all’Unione europea una stretta sui trafficanti. L’emergenza profughi scuote l’Europa e il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon annuncia un vertice sull’immigrazione per il 30 settembre.

agite
Chris Rock, regista, attore, sceneggiatore e comico statunitense

Io vedo l’immigrazione clandestina come una scappatoia trovata dai bianchi per eludere le leggi sulla schiavitù.” (Chris Rock)

tragedia-magliana-stato-sociale

SETTIMO GIORNO
L’eclissi della solidarietà nel Paese dei Proci

MEDEA e PENELOPE – La tragedia greca continua a vivere qui, in questo paese arlecchinesco, dove non si sa che cosa sia la solidarietà umana e non si ha idea di che cosa debba essere la politica, proprio qui dove la politica ha avuto sistemazione giuridica moderna: non c’è da meravigliarsi, il nuovo millennio ci ha fatto capire che viviamo in una regione del mondo in cui si è data grande importanza all’ignoranza, la prima causa dei nostri drammi. Siamo un paese d’incompetenti, non sappiamo più nulla, chi sa viene bastonato, umiliato, la carriera è riservata agli analfabeti, spesso, sempre più spesso laureati, naturalmente in tre anni. Ed è questa magmatica somaraggine generalizzata il terreno ove si coltiva il delitto. In questi giorni che precedono il Natale, festività imbarbarita dallo shopping che nemmeno la crisi è riuscita a spegnere, penso che tre figure del Mito siano emerse: Medea, Penelope, Erode. Mi sembra che definire la nostra l’éra di Erode sia naturale, i bambini massacrati nella scuola pakistana, gli altri “giustiziati” nello Yemen non sono forse stati condannati da Erode, re di Giudea? Le due figure femminili. La prima, Medea, è il simbolo delle madri che uccidono i propri figli, la seconda, Penelope, poverina, attrende ancora il suo Ulisse e, intanto, continua a fare la sua copertina. Ma Ulisse non torna e, per il momento, non tornerà, la sua casa (la nostra casa) è stata invasa dai Proci, loro comandano, loro decidono, loro distruggono il diritto, comprese le leggi a difesa di chi onestamente lavora. Si, credo che questo sia il Paese dei Proci.

STATO SOCIALE ADDIO – Il duro governo Renzi ha deciso, tutto va privatizzato, i servizi pubblici tornano a essere privati come un tempo che avevamo faticosamente superato, Ferrovie, Poste, eccetera, in mano alla speculazione privata: ma che si credevano questi italiani socialistoidi che pensavano a uno stato solidale?

LA MAGLIANA – Oh guarda! A Roma ci si è accorti che esiste la banda della Magliana, il grande quartiere popolare a ovest della città, verso Ostia. Sono tanti anni che alla banda viene dato il compito di gestire gli affari politici più sporchi, perfino il rapimento e l’omicidio Moro è stato un affare interno tra servizi cosiddetti devisti e la banda della Magliana, il cui uomo di riferimento in quegli anni si chiamava Tony Chicchiarelli, colui il quale scrisse sulla sua macchina per scrivere IBM i comunicati delle Br, Lago della Duchessa conpreso. Poi il Chicchiarelli è stato fatto fuori, un colpo di pistola alla testa, a poca distanza di tempo dalla esecuzione del giornalista Mino Pecorelli, pagato dai soliti servizi e poi mandato al cimitero. Con un colpo alla nuca. Proprio un bel paesino, il nostro.

Bella e misteriosa Betty, fotografie di un’anima persa

Abbiamo recentemente recensito la Betty di Simenon [vedi], prima dell’omonimo romanzo di Roberto Cotroneo. Avevo acquistato il libricino dell’autore francese all’aeroporto romano Leonardo da Vinci. Conoscendo già l’origine credevo, dunque,di essere pronta al nuovo libro di un autore che ho sempre seguito e ammirato. Mi piace come scrive Roberto (anche se lui non vuole mai che si dica che un libro “è bello”…), la forza e l’energia che getta fulmineo alle pagine accarezzate dal vento e dalla voglia di svelare un mondo interiore complesso ma ricco ed estremamente sensibile. Una vera e propria calamita per me, per il mio modo di essere, di leggere, di scrivere e di vivere in completa empatia con i personaggi di un romanzo che, di solito, fatico a salutare alla fine di ogni storia. Se mi sono piaciuti, mi congedo da loro con estrema difficoltà, li tengo per mano fino all’ultima riga, magari rileggo le ultime pagine per salutarli ancora. E quando chiudo il libro sono sempre un po’ triste. Prima che uscisse in libreria, avevo aspettato trepidante il libro di Cotroneo.
Sinceramente, la Betty di Simenon mi aveva lasciato un po’ di amaro in bocca, questa volta mi ero congedata quasi volentieri da un personaggio difficile, criptico, scomodo e per certi versi tetro e un po’ angosciante. Volevo, allora, vedere cosa sarebbe rimasto di lei nel nuovo romanzo di questo noto scrittore piemontese. Direi, oltre al nome, molte caratteristiche principali della protagonista simenoniana, nella sua personale e infinita tragedia di vita, nelle sue profonde cicatrici e nel suo destino ciecamente ferito. Ma qui c’è molto di più. Quella giovane e bella donna misteriosa che scompare improvvisamente a Porquerolles, l’isola dove il vecchio e malato Simenon passa qualche settimana di vacanza, ci fa entrare, ancora una volta, nel mondo dei perdenti, delle esistenze segnate, sofferenti e buie, nell’abisso dell’animo umano, nella disperazione e quasi nella follia, ma lo fa come se fossimo in un quadro monocromatico o in una fotografia. Mi colpiscono, infatti, i frequenti richiami alla fotografia, che ci proiettano nel suo mondo. Immagini in bianco e nero di Betty scattate dal fotografo del paese, Marc, perché Simenon vuole il racconto di un’anima, e le anime non sono a colori, ma sono fatte di sfumature su una sola tonalità, bianca, nera o grigia. Perché Simenon ricorda che la gente pensa che le fotografie aggiungano qualcosa a ciò che vediamo, perché le prime foto scattate sono quelle prese sulla piazza dell’isola, dove le rughe in bianco e nero di uomini anziani, uomini seduti, sembrano le linee di carte geografiche, ove le tonalità di grigio sono sfumature di vita. Qui scrittore e scrittura sono soci, uno di minoranza e uno di maggioranza, uno scrittore anziano che ritrova l’intensità. L’escamotage iniziale del manoscritto ritrovato fa immedesimare ancora di più lettore, scrittore, protagonisti, tutto si mescola, tutti sono tutti, nessuno salva nessuno, tutto si confonde. Perché lo scrittore-personaggio-protagonista, alla fine, non ha “più la forza di aggiungere una sola parola a questo scritto”… come se si portasse “addosso le ferite di tutte le donne non comprese”. Perché, alla fine, “quella che chiamiamo vita non è altro che un collage di ricordi di qualcun altro. Con la morte, quel collage si disfa e ci ritroviamo con frammenti slegati, casuali, cocci o, se si vuole, istantanee”. Quelle fotografie di Marc che l’improvvisato Maigret, trovatosi suo malgrado coinvolto nella scomparsa della bella Betty, non vuole più vedere, perché “tutto è là, nel dolore degli occhi grigi di quella donna. E, conclude… nelle ferite di tutte le donne che non sono stato capace di capire e di sentire. Tutto è in quegli occhi grigi di un mondo indifeso che non sono riuscito a salvare”. La fotografia, il bianco e nero, il grigio, ossia la tonalità delle anime perse.

Roberto Cotroneo, “Betty”, Bompiani, 2013, pp. 188

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