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Pilies Street at dusk, Vilnius, Lithuania

Viaggio a Vilnius

 

L’aereo atterra a Vilnius in perfetto orario, poco dopo le sette di una sera di dicembre, anche se l’impressione è che sia già notte fonda. Un paio di militari mi osservano pigri mentre esco dall’aeroporto, e le prime cose che mi accolgono nella capitale lituana sono il freddo tagliente e le luci giallastre dei lampioni che si riflettono sulla poltiglia lasciata sull’asfalto da nevicate recenti.

Potrei prendere un autobus per il centro, ma la prospettiva di un’attesa all’aria aperta con una temperatura già abbondantemente sotto lo zero mi fa desistere dall’idea. Sono abbastanza fortunato da poter buttare via una quindicina di euro per un taxi e accetto un passaggio verso la città. L’autista è un uomo sulla cinquantina, non parla inglese ma è cordiale, tradisce la voglia di fare quattro chiacchiere in questa sera da lupi. Comunichiamo come possibile, con le poche parole del mio russo approssimativo.

La velocità di crociera è simile a quella di una lumaca, ma un leggero nevischio ha appena ripreso a scendere e la strada bagnata e la visibilità inducono alla prudenza. Le prime immagini che scorrono dal finestrino sono di quelle che ti attendi a queste latitudini: casette di legno dall’aspetto pericolante, impianti industriali che danno l’impressione di vecchie acciaierie dismesse, piccoli condomini a tre piani persi nel nulla.

Mano a mano che ci avviciniamo la città prende forma, si rivela agli occhi la periferia fatta di palazzoni anonimi. Blocchi autarchici con negozietti e bazar al piano terra per i bisogni di prima necessità. Monoliti di stampo socialista, divisi l’uno dall’altro dalle rivendite di giornali e sigarette, piccoli chioschi rossi ormai schiacciati dalle insegne delle grosse catene occidentali di supermercati che iniziano a spuntare come funghi, e che da queste parti rappresentano le uniche luci chiare e intense come luna park in questa notte senza luna.

E poi uffici, palazzi di vetro dall’aspetto più moderno, contemporaneo, la città che tenta di rifarsi il trucco, che rincorre i modelli e gli standard delle capitali occidentali, in cerca di un’identità sganciata dal passato sovietico.

Il taxi mi scarica in pieno centro, proprio sotto il mio alloggio in – letteralmente “La via Tedesca”, per via del fatto che fin dal 1300 una comunità di mercanti e artigiani tedeschi si era stabilita su questa strada – a due passi dalla piazza del municipio e dalle strade del lusso. Mi sistemo alla meno peggio in un appartamento piccolo ma funzionale, con grandi finestre che danno sulla strada alberata.

Vokiečių gatvės - Vilnius
Vokiečių gatvės – Vilnius

La voglia di esplorare è più forte del freddo e nonostante il termometro segni già un meno dieci mi copro alla meglio ed esco in strada. Chi mi accompagna vorrebbe subito portarmi a vedere lo splendore e la grandeur in salsa locale di Viale Gediminas o Piazza dalla Cattedrale, luminarie, mercatini e alberi di Natale, ma la verità è che preferisco perdermi per i vicoli della città vecchia attorno a via Pilies e Aušros Vartai, meno battuti dai turisti e dall’aria più intima, autentica.

Appena girato l’angolo delle strade principali le luci si fanno più fioche, più rade, creando un’atmosfera mitteleuropea, dove grosse porte di legno nascondono gli ingressi di rumorose taverne e osterie, ambienti caratterizzati dai camini scoppiettanti, solidi tavoli di legno e pietanze nelle quali borsch ed altre portate a base di carne e patate la fanno da padrone.

Aušros Vartai - Vilnius
Aušros Vartai – Vilnius

Ospitali rifugi dal freddo che ti circonda e che ti entra nelle ossa, strade e menu che sono l’eredità di un luogo che per secoli ha risentito di influssi slavi, tedeschi, polacchi, fino alle comunità di ebrei ashkenaziti. Questi ultimi meriterebbero un capitolo a parte, se ci si ferma per un attimo a pensare che prima del 1941 circa 60.000 ebrei vivevano nella sola Vilnius, che non a caso era anche conosciuta come la ”Gerusalemme del Nord”. L’arrivo dei nazisti, non senza l’attivo supporto di milizie locali, fece il resto, e a guerra finita non rimanevano che poche migliaia di sopravvissuti, in una dinamica simile a quella avvenuta in altri stati “liberati” dalla Wehrmacht dal Baltico al mar Nero. Un massacro fatto comodamente sul posto, per il quale non fu necessario nemmeno la sforzo della deportazione. Si stima che nella foresta di Paneriai, appena a dieci chilomentri dalla città, furono sterminati e seppelliti da nazisti e collaborazionisti lituani circa 50.000 ebrei nello spazio di tre anni. Donne, uomini, bambini, senza alcuna distinzione. E se la Germania non ha mai smesso di fare i conti con il passato, qui si fa decisamente più fatica ad assimilare il tutto, ad ammettere di essere stati parte di questa tragedia, nonostante i vari memoriali eretti e sparsi nei punti giusti.

Lasciamo le strade del vecchio ghetto assieme ai fantasmi che lo popolano, e continuiamo in quella che più che una passeggiata sta diventando un viaggio temporale, mentre nel buio della notte le sagome dei campanili, che fanno di questa città una capitale del barocco, svettano tutt’attorno, si erigono sopra i tetti e gli abbaini, accompagnano i nostri passi. Ci dirigiamo verso la Porta dell’Aurora, l’ultimo dei nove antichi ingressi del centro storico rimasto intatto, con l’icona della Madonna nera che dall’alto guarda verso il basso, in un atmosfera mistica che per pochi metri è capace di riportare a un rispettoso silenzio anche il più convinto tra atei e agnostici.

Paneriai Memorial - Vilnius
Paneriai Memorial – Vilnius

Più ci si allontana dal centro, più l’atmosfera baltica e mitteleuropea lascia spazio all’eredità slava, a quello che rimane dell’esperienza socialista.

Poche centinaia di metri e giovani hipster, caffè dal design scandinavo e negozi di antiquariato vengono sostituiti da chioschi colmi di bibite e biglietti della lotteria, vecchi filobus Škoda di fabbricazione cecoslovacca, piccoli bazar. Babushke dalle forme generose con l’immancabile foulard sui capelli e uomini dall’età e dall’umore indefinibile ti osservano quasi fossi un alieno, in quello che sempre più appare come un salto nel tempo, che ti fa ritrovare di colpo nell’Unione Sovietica dei Gorbachev e degli Eltsin, anche se ormai è passato quasi mezzo secolo.

Basta attendere il mattino successivo per averne conferma, per vedere i venditori di sogni del centro e le catene internazionali venire gradualmente rimpiazzate dal caos slavo: negozietti di seconda mano dove è possibile trovare un po’ di tutto, mercati coperti di abbigliamento dalle marche incerte importato da Turchia e Cina, gli immancabili venditori di fiori agli angoli delle strade. Mi chiedo quanto questa realtà disordinata possa ancora durare, con i vecchi edifici e le “kommunalke” che uno dopo l’altro vengono acquistati da gruppi privati per diventare appartamenti di lusso, o in alternativa destinate ad accogliere turisti di passaggio, a generare profitti.

Una moltitudine di città nella città, dove le atmosfere di Leipzig convivono con quelle di Chișinău. Non a caso, “Educazione Siberiana”, il film di Gabriele Salvatores tratto dal romanzo di Nicolai Lilin è ambientato in Transnistria, un’area indipendentista e russofona della Moldavia, è stato girato proprio nella periferia di Vilnius. Simili gli scenari e le vibrazioni, eredità dell’occupazione sovietica.

Neris river - Vilnius
Neris river – Vilnius

Qui il nemico è decisamente a est, l’antico dominatore incarnato dalla Russia sterminata e tutto quello che rimane dei suoi satelliti. Il confine bielorusso e il varco di Sulwaki – la lingua di terra che porta all’enclave di Kaliningrad – sono appena a trenta minuti di strada, e i cartelli stradali già indicano in blu la strada per Minsk. A Vilnius i miei coetanei ancora si ricordano bene i fatti del 1991, quando dopo la proclamazione d’indipendenza nel 1990, il governo sovietico inviò l’armata rossa per riprendersi il possedimento ribelle, e occupò parte della città per diversi mesi. Fino a quando il Cremlino, a seguito della resistenza incontrata, non si decise a riconoscerne l’indipendenza.

Date e memorie difficili da dimenticare, relativamente recenti ma già punto fermo della storia lituana.  Eventi che si tramandano alle nuove generazioni come odi di saghe nordiche e vichinghe, che con i loro martiri non solo marcano un avvenimento storico, ma vanno anche a nutrire l’ipernazionalismo che si respira in giro. Ferite e cicatrici che ancora bruciano nell’anima di questo popolo, dei quali è difficile parlare senza suscitare reazioni ed emozioni.

Ma del resto se l’empatia è riuscire a mettersi nei panni dell’altro, quando ti ritrovi a crescere in questo angolo d’Europa e difficile dargli completamente torto. Se poi come vicino di casa ti ritrovi un Lukashenko che decide di fare intercettare un volo di linea Ryanair Atene-Vilnius pieno di vacanzieri lituani per dirottarlo a Minsk – giusto il tempo di arrestare un dissidente bielorusso che sapevano trovarsi su quell’aereo per poi organizzare un’abiura a reti unificate  – capisci come le percezioni del rischio possano essere diverse, a seconda del luogo dove si è nati e cresciuti, e alle distanze di sicurezza rispetto a confini più instabili, più imprevedibili.

Per non parlare poi delle tensioni più recenti a seguito degli avvenimenti in Ukraina, che riguardano da vicino tutta l’area del Baltico e oltre, dalle sabbie di Neringa fin quasi ai ghiacci del circolo polare. E che stanno esasperando ulteriormente quel nulla che ormai rimane dei rapporti con Mosca.

Se solo fosse possibile, in questi giorni dal futuro incerto, immaginare di potere cancellare tutto: ipernazionalismi, nuove voglie d’impero, atlantismi e pretese territoriali dal sapore irredentista. Ma perdersi nelle sponde e nella foschia del Neris, il fiume che divide la città vecchia da nuovi quartieri di grattacieli e uffici ipermoderni, e pensare che si tratti di un bel giorno di primavera. Attraversare il centro nelle sue strade più intime, immobili nel tempo, arrivare fino a Užupis, l’area che si sviluppa verso la collina e dalla quale è possibile ammirare tutta la città, i suoi tetti rossi e la moltitudine di campanili eretti verso il Cielo in uno sforzo mistico, sedersi per un caffè all’aperto, godersi la luce tagliente del nord e il vento fresco in un pomeriggio di fine maggio, lasciare scorrere il tempo senza pensieri.

Vilnius, un luogo che, pur sotto diverse bandiere, per secoli ha rappresentato la casa di mercanti Tedeschi, Ebrei, Polacchi, Russi e Lituani, in un equilibro spezzato definitivamente dai vari ismi e tutti i tragici eventi del secolo breve. Quel passato che dovrebbe essere di monito per il presente, e di cui ci si scorda sempre troppo facilmente. Storie di cui solo i libri, per chi ha voglia di andarseli a leggere, sono ormai rimasti testimoni, e rimpiazzate da altre, dal sapore più patriottico e più funzionali a celebrare miti ed eroi di questa giovane repubblica.

Ma per chi sa ascoltare, la città continua a parlarti, a sussurrarti i suoi segreti. La chiesa ortodossa di San Nicola, la Porta dell’Aurora, la Sinagoga Corale, la chiesa di Sant’Anna, le strade del Ghetto, la cattedrale. E tutto il resto che ti circonda, e che non è elencato nelle guide turistiche. I filobus Škoda, gli artisti e i caffè di Užupis, i palazzi dall’intonaco scrostato e le taverne dalle luci soffuse con i loro camini scoppiettanti e menu immutabili. Dove goulash, shashlik o pierogi possono giocare con l’immaginazione, farti credere di essere in un altro luogo, che potrebbe essere Praga come Kiev.

Republic of Uzupis
Republic of Uzupis

Ritorniamo nel mio appartamento con il termometro che è sceso a meno quindici. Ha ripreso a nevicare, e già la strada sottostante è deserta, in una calma surreale. Solo qualche passante solitario si affretta verso casa, tutto il resto è silenzio. Penso al posto di dogana poco distante, dove probabilmente qualche milite lituano e bielurosso in odore di punizione è stato messo a difendere la patria dall’invasore e pattugliare una strada in mezzo ai boschi dalla quale stanotte non passerà nessuno, nemmeno qualche bracconiere o trasportatore di contrabbando.

Finalmente mi butto a letto, e nel più assoluto silenzio penso a questo luogo che è allo stesso tempo Cracovia, Leopoli, Novgorod e Berlino. Il vero centro geografico dell’Europa, l’ultima grande città a cavallo tra il mondo slavo e asburgico, prima delle foreste e delle steppe che portano a oriente, verso altre storie e altri confini.

Letture consigliate:
Paolo Rumiz, Trans Europa Express, Feltrinelli
Jan Brokken, Anime baltiche, Iperborea
Ruta Sepetys, Avevano spento anche la luna, Garzanti

Foto di copertina e nel testo: Wikimedia Commons

Intervista a Nicolai Lilin. L’autore di ‘Educazione siberiana’: “Oggi il male si chiama consumismo”

Nicolai Lilin non è sicuramente un personaggio che può passare inosservato, come non passano inosservati i suoi lavori letterari che da ‘Educazione siberiana’, sono approdati a ‘Spy Story Love Story’, passando attraverso ‘Caduta libera’, ‘Il respiro del buio’, ‘Trilogia siberiana’, ‘Storie sulla pelle’ e ‘Il serpente di Dio’. Una collezione di tutto rispetto, data l’età dell’autore. Lilin si dichiara subito disponibile e collaborativo per un’intervista che considera più una chiacchierata amichevole, libera da pressioni o obblighi che ricordano semmai attacchi e illazioni subìti da qualche stampa in passato. La sua voce è profonda e calma, senza esitazioni; il suo interloquire è attento, composto, educato, rilassato e dà subito l’idea del coinvolgimento in ciò che andiamo a toccare anche se rimane sospesa una certa riservatezza soprattutto nelle questioni più intime.

Buongiorno Nicolai, la Sua grande famiglia ha origini siberiane, con mescolanze russe, polacche, ebree e tedesche. Il grande pubblico italiano ha conosciuto la Siberia come la terra del confino e dei gulag, pochissimi la conoscono come la terra degli sciamani. Cos’è oggi quel Paese?
E’ un Paese molto grande e c’è tutto. E’ conosciuto purtroppo in Occidente attraverso ‘I Racconti di Kolyma’ di Verlam Tichonovič Šalamov e ‘Arcipelago Gulag’ di Aleksandr Solženicyn, però è una terra molto ricca di tradizioni dure, un grande territorio dove si incontrano Oriente e Occidente e quindi questo ci dà una capacità di prospettiva molto ampia. In Siberia c’è tutto, soprattutto una natura che domina l’uomo. A tutto ciò sono legate le tradizioni sciamaniche e anche la visione della vita dei siberiani stessi.

Lei è un po’ un cittadino del mondo, può dire quali sono i momenti più significativi per Lei, nel suo passaggio dalla Transnistria dove è nato, fino ad arrivare in Italia? Quali le tappe fondamentali che ritiene pietre miliari nella Sua vita?
Io purtroppo ho avuto drammatiche esperienze di vita che sono state però molto importanti perché mi hanno formato come persona, mi hanno insegnato molte cose su come funziona la società umana e mi hanno dato anche quella che oggi possiamo definire la mia capacità narrativa, la capacità di raccontare le cose. La prima guerra che ho vissuto a 12 anni, è stata la guerra tra Transnistria e Moldavia. Questa amara esperienza per me è stata molto importante perché è il primo conflitto che ho vissuto e è stata la prima volta che ho compreso dove possono arrivare gli uomini, dove finisce l’intelligenza umana e cominciano l’ignoranza e la cattiveria. Altro conflitto che ho vissuto e conosciuto è stato quello ceceno, ho lavorato in Medio Oriente, ho visto zone di guerra in Iraq e Afghanistan. La guerra mi ha insegnato molto e dalla guerra ho tratto le lezioni di vita più significative. E poi la mia formazione deve molto anche all’aver vissuto con i miei vecchi e l’aver conosciuto mio nonno e gli anziani che a quel tempo abitavano nel mio quartiere. Avevano ancora la capacità di trasmettere moltissimo e questo per me è stato determinante.

Quali sono, secondo Lei, le opportunità e gli aspetti positivi che ha rilevato del nostro Paese al Suo arrivo e, viceversa, le difficoltà e gli atteggiamenti che possono aver creato qualche disagio?
Disagio poco, l’Italia è comunque un Paese bello, ospitale, che ha le sue particolarità culturali che una persona deve comprendere. Occorre integrarsi in qualche maniera, all’interno di questo mondo variegato. L’Italia oggi è un Paese multiculturale e trovo che la cosa bella sia l’apertura delle persone e la semplicità con cui la gente ti viene incontro. Penso che la mia esperienza letteraria ne sia un esempio in questo senso, perché la curiosità degli italiani nei confronti di un russo che racconta storie legate a ciò che è accaduto in Unione Sovietica e alle tradizioni ancestrali che stanno nelle radici di quel Paese è stato possibile solo perché le persone sono aperte alla curiosità nei confronti di questi temi. La curiosità è un atteggiamento molto positivo perché permette agli individui di scoprire il mondo, di viaggiare anche semplicemente con la fantasia, con la mente.

In Educazione siberiana, il libro che L’ha fatta conoscere e da cui Gabriele Salvatores ha tratto il film omonimo, Lei parla di un mondo in cui la violenza reca in sé un codice d’onore, un codice morale che in qualche modo la giustifica o comunque la fa comprendere, perché rivolta contro i poteri forti e corrotti. Pensa che nel mondo di oggi permanga ancora questo profondo senso dell’onore legato al forte orgoglio di appartenenza e alla tradizione?
Nel nostro mondo moderno, quello che stiamo vivendo è il fenomeno della globalizzazione e quindi spesso le antiche tradizioni, gli antichi modi di vivere il mondo e di misurarsi con esso come era per i nostri antenati stanno sbiadendo o scomparendo. Questo è un male e la colpa sta nella forza che la globalizzazione esercita sulle nostre vite, sta soprattutto nel consumismo.

Nella Sua vita esistono figure solide e importanti di cui Lei parla con grande rispetto e considerazione, tra cui il nonno Boris. Che influenza ha avuto su di Lei questa persona, cosa ha significato e continua a significare?
Lui per me era tutto, la figura maschile di riferimento perché mio padre non ha partecipato alla mia infanzia e alla mia educazione. L’unico che ho conosciuto era mio nonno. In questo caso si può anche affermare che era il mio eroe.

Nel Suo ultimo lavoro, Spy story love story, si avverte una nuova sensibilità che La porta a narrare di sentimenti e relazioni che Lei sa descrivere con l’abituale schiettezza e forza, senza rinunciare all’emotività e al sentimento più delicato. A cosa deve questa Sua nuova esperienza che La porta ad esplorare un campo del tutto inatteso per i lettori?
Nel mio ultimo libro ho voluto raccontare gli anni Novanta in Russia, il crollo dell’Unione Sovietica e quello che è successo dopo di esso. Ho voluto raccontare questa realtà attraverso le storie umane, storie semplici; ho voluto esplorare storie diverse, entrare nelle dinamiche umane più profonde per poterle rappresentare meglio. Ci sono anche gli aspetti sentimentali che forse i miei lettori non si attendevano, ma hanno reagito bene, stanno accogliendo molto bene anche questo libro.

Lei non ha mai rinunciato alla Sua attività di tatuatore che esercita con altrettanta passione. Cosa rappresentano i tatuaggi, in particolare i tatuaggi siberiani e perché è così importante per Lei continuare a dedicarsi alla loro creazione?
Il tatuaggio siberiano è una lingua, una lingua che trasmette informazioni come la narrazione letteraria e io continuo a farlo soprattutto nel rispetto dei miei anziani, dei miei vecchi che mi hanno insegnato questa pratica, ma in prima istanza perché per me il tatuaggio è un modo di comunicare con il mondo esterno. Sono abituato a farlo da sempre.

Infine, qual è il Suo rapporto con i lettori? Vorrebbe lasciare loro, in quest’intervista, una riflessione, un messaggio, un pensiero?
Per me i lettori sono amici. Quando scrivo, immagino di comunicare con un amico e quindi cerco di raccontare storie a cari amici. Il mio pensiero rivolto ai lettori è molto semplice, lo ripeto ogni giorno ai miei cari, la mia compagna, le mie figlie: Vivete, bisogna vivere e gioire perché ogni momento che noi viviamo dev’essere vissuto con gioia. Già il fatto di essere vivi, essere in questo mondo, avere la possibilità di vivere è un buon motivo per provare gioia.

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