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GLI 80 ANNI DI DYLAN
(Per una teoria dell’immortalità)

 

Forse non ha molto senso festeggiare gli 80 anni di Bob Dylan.
Naturalmente tutti i compleanni sono celebrazioni convenzionali, ma nel caso di Dylan, almeno stando a certe sue dichiarazioni, la cerimonia appare particolarmente insensata. In un’intervista su Rolling Stone di pochi anni fa ha dichiarato al povero giornalista che lo stava intervistando che lui era morto da tempo, per l’esattezza nel 1964. Subito dopo gli ha mostrato un articolo con una fotografia di un certo Bobby Zimmerman (nome originario di Dylan), un motociclista californiano ucciso in un incidente stradale. Il giornalista ha pensato a un caso di omonimia, ma è stato subito messo a tacere.
“Nessuna omonimia. Semplicemente ero io. Quel Bobby Zimmerman di cui hai visto la fotografia adesso non c’è più, se ne è andato definitivamente. Vorrei poter tornare indietro a dargli una mano, dirgli che sono suo amico, ma è impossibile. Adesso ci sono io, Bob Dylan, con cui ora stai parlando, la trasfigurazione di quel Bob Zimmerman. Perché io sono morto nel 1964 e poi mi sono trasfigurato.“
Il giornalista gli chiede cosa significhi esattamente, e se lui, Dylan, è morto oppure trasfigurato, ma lui in sostanza gli risponde che non è questo il punto e che, alla prova dei fatti, non c’è differenza: “Tocca a te indagare su cos’è la trasfigurazione. Ma se credi puoi tranquillamente scrivere che stai intervistando un morto. Io non avrei ragione di oppormi.” Poi Dylan prosegue sostenendo che lui non è certo l’unico trasfigurato al mondo, che ci sono e ce ne sono stati diversi, alcuni famosi, anche se non così tanti, ed elenca vari personaggi da Churchill a Toni Morrison a B.B. King e altri. Tralasciando per eleganza Cristo e Budda. Ci tiene anche a precisare che non si tratta di reincarnazione o trasmigrazione delle anime, ma di pura e semplice trasfigurazione.

Altri tentativi di capirci qualcosa di più falliscono: bisogna andare a leggere i vangeli o i libri di alcuni mistici dove si parla della trasfigurazione, dice. A una prima lettura è facile sospettare che lui e il giornalista si siano messi d’accordo per divertirsi alle spalle dei lettori di Rolling Stone, ma sarebbe un errore. Perché in diverse occasioni Dylan ha ripetuto che la morte fa parte della vita, o meglio che si appartengono a vicenda, che la morte siede ogni mattina con te al tavolo della prima colazione e che la concezione lineare del tempo è pura apparenza. Che il passato continua a vivere nel presente finché a un certo momento ti accorgi che non esiste più, che è proprio passato per davvero.
E allora non sai più dove ti trovi e capisci di essere fuori dai giochi. Mentre gli altri fanno il loro gioco a volte ti capita di stare lì a guardarli, ma poi alla fine scopri che stai bene con te stesso perché tutto questo non ti riguarda, stai da un’altra parte, in un tuo angolo gelosamente custodito, un altrove accessibile a pochi. I’m not there, “Io non sono qui” è il titolo di una canzone dei primi anni sessanta scritta da Dylan che dà anche il titolo a un film di Todd Haynes sulla sua vita. Ed è proprio questo il punto forse più interessante.
Nell’universo di idee, immagini, metafore, citazioni e rielaborazioni che popolano le canzoni, nei libri e nelle interviste rilasciate da Dylan la questione del tempo è assolutamente centrale. Solo il presente e il futuro sono certi, il passato lo puoi trasformare a tuo piacimento, dice ribaltando un luogo comune consolidato. Tranne che il presente passa troppo in fretta e il futuro ancora non c’è.
In un’altra occasione ha dichiarato che il passato, il presente ed il futuro possono convivere in una stessa stanza. Liberi di credere che si tratti solo di frasi a effetto o magari di pura cialtroneria, paradossi mescolati con citazioni erudite o misticheggianti, come capita spesso nelle interviste a molte celebrità pop desiderose di stupire. Ma anche questo sarebbe un errore, perché se si riflette con più attenzione, poco alla volta si fa strada una precisa visione del mondo, anche se in perenne evoluzione e a volte contraddittoria. E in ogni caso all’inizio dell’intervista Dylan premette subito che sta cercando di spiegare cose che non si possono spiegare e chiede aiuto al giornalista che lo intervista per spiegare l’inspiegabile.

Quindi anche io, nello scrivere queste righe, cerco soltanto di spiegare le idee di qualcuno che fa fatica lui stesso a spiegare. Un’impresa destinata al fallimento. Eppure dietro il caos e l’apparente illogicità di tante dichiarazioni persiste la sensazione che ci sia un ordine mentale molto ben organizzato. E soprattutto una concezione particolare del tempo e della sua percezione che, almeno in parte, sfugge alle definizioni e alle spiegazioni fornite dalla filosofia.
Basta citare alcuni versi da canzoni famose per avvertire la presenza quasi ossessiva del tempo. ‘I was so much older then, I’m younger than that now’, ‘Then take me disappearing/through the smoggy rings of my mind/Through the foggy ruins of time’ ‘Inside the museums eternity goes up on trial’ ‘If the bible is right/ the world will explode… The next sixty seconds/could be like an eternity’ ‘And there’s no time to think’ solo per citarne alcuni.
Uno dei suoi dischi più famosi, del 1997, si intitola Time out of mind, tradotto come “Tempo immemorabile”. E molte sue citazioni, similitudini, proverbi più o meno deformati o ribaltati provengono non solo dalla Bibbia, secondo alcuni la sua principale fonte di ispirazione, ma anche da testi di classici greci o latini, come ad esempio Tacito, molto da Shakespeare e da Blake, da cantanti blues o jazz spesso poco conosciuti, da poeti simbolisti o surrealisti o da frasi di generali o politici vissuti durante la guerra civile americana. Nell’intervista a Rolling Stone dice che la storia serve come fonte di ispirazione, ma che la natura umana non è legata a un periodo storico particolare.

La stessa voce sepolcrale con cui canta ormai da qualche decennio evoca tempi e luoghi lontani. Una voce che si potrebbe definire fuori campo e fuori tempo, proveniente da quell’altrove storicamente e geograficamente indefinito.
Quando dice che in molte delle sue canzoni ogni verso può essere l’inizio di un’altra canzone e che potrebbe anche combinarsi con i versi di altre sue canzoni espone un principio matematico che rimanda ad una potenziale infinità di collegamenti e contaminazioni. La continua trasformazione delle stesse canzoni ogni volta che le esegue dal vivo, arrangiamento e testi, sta a simboleggiare un work in progress senza sosta, un presente continuo; una canzone del 1965 cantata nel 2016 non è più la stessa canzone, per questo l’unica vera musica è quella eseguita dal vivo e non quella che esce dagli studi di registrazione. Perché, dice, la trasformazione è nella natura dell’esistenza. Il tentativo è quello di modellare il tempo – ma anche i tempi della metrica dei versi e il ritmo della canzone – secondo criteri puramente soggettivi, estemporanei. Un’eternità mobile, fluida, inafferrabile, che ti sfugge tra le mani, con i vivi e i morti che coabitano, dialogano e si mescolano nello stesso spazio, nella fattispecie nello spazio di una singola canzone come nell’insieme di tutte le canzoni composte e variamente eseguite da Dylan durante i suoi infiniti concerti dal vivo.

Interessante anche il fatto che questa visione del tempo, ma anche dello spazio, sia stata ispirata da un maestro di pittura, tale Norman Raeben, un ebreo di Odessa, ex pugile, emigrato a New York. Su questo argomento molto è stato scritto da Alessandro Carrera, il traduttore in italiano dei testi di Dylan, suo massimo studioso italiano e non solo, scopritore degli angoli meno conosciuti dell’arte di Dylan.
Una canzone deve essere come un quadro, deve poter essere percepita e assimilata in un unico colpo d’occhio (o di orecchio). Impresa materialmente impossibile, ma possibile metaforicamente se con la memoria musicale e l’immaginazione si riesce con un movimento circolare a ricongiungere l’inizio della canzone con la sua fine fino a confonderli.
Pare che l’ispirazione originaria per questa idea sia venuta a Dylan, da sempre molto interessato alla pittura, da Chagall. Nei quadri di Chagall la forza di gravità (che in diverse occasioni Dylan giudica un elemento di disturbo, una forma di prigionia) viene sostanzialmente abolita insieme alla prospettiva. Oggetti e figure umane galleggiano nello spazio e i piani prospettici si sovrappongono a scapito della prospettiva. Ma anche dal punto di vista del racconto contenuto nei dipinti di Chagall difficilmente si trova un punto di vista che dia un ordine temporale a quanto accade. I punti di osservazione si mescolano e il passato ormai morto, il mondo dei vecchi villaggi ebraici distrutti prima dai russi e poi dai nazisti, continua a vivere in una dimensione al di fuori delle coordinate spazio/temporali.
Ecco allora che ritroviamo alcune idee forza che sottendono la poetica e l’idea di musica di Dylan: la memoria (Proust) che va oltre il semplice ricordo, la durata, la percezione e la circolarità del tempo, l’abolizione del tempo lineare. C’è dietro naturalmente molta filosofia, da Bergson a Nietzsche fino a Sant’Agostino e Heidegger e alla tradizione dei mistici ebraici e cristiani, altre idee prese dalla tradizione religiosa orientale, ma la filosofia deve farsi accettare con il suo linguaggio specifico e i suoi processi mentali per poter entrare nella vita delle persone, e solo di alcune, e nel farlo perde necessariamente dei pezzi, lasciando frammenti aridi, scollegati. Mentre l’arte, come nel caso di Dylan o come appunto in certi quadri di Chagall, penetra nella vita di tutti i giorni senza mediazioni, attraverso un approccio sensoriale, emotivo.

E’ stato pubblicato su Ferraraitalia il racconto breve di Francesca Alacevich Chi guarda chi [Qui], circolare già dal titolo, che sembra ispirato proprio a questa idea di atemporalità. La modella del quadro di Corcos sta lì e conserva il suo dolore e il suo rancore per secoli, chiusa in un museo e tenuta sotto processo per l’eternità, come dice Dylan in Visions of Johanna.
L’impatto è tanto più profondo quanto più viscerale, evoca una maledizione e fa pensare al blues, che continua a riecheggiare nelle composizioni musicali di Dylan. Ancora il blues, che con la sua selvaggia antica irriducibile malinconia e voglia di vivere, con la sua invincibile vocazione alla ribellione e alla sconfitta, contiene elementi di immortalità.
Molta musica contemporanea fatica a liberarsi dal blues, forse proprio perché, come dice Dylan, il blues fa parte della natura umana e la natura umana non appartiene a un periodo storico determinato. Le mode scorrono su un piano temporale parallelo che non si incrocia con il genere di arte di cui stiamo parlando.
Una teoria dell’arte che Dylan trasforma coerentemente in uno stile di vita, attraverso una serie continua di concerti dal vivo in giro per il mondo, il Neverending Tour, che gli permette di vivere dentro le sue canzoni, perennemente trasformate, l’unica realtà per lui degna di questo nome.
Una realtà senza tempo vissuta sopra un palco, capace di ingannare il passare degli anni, la vecchiaia e la morte. Una strada per l’immortalità.
Viene in mente la sua canzone Journey through a dark heath, dove canta: ‘There’ s a white diamond gloom/ on the dark side of this room/ and a pathway that leads up to the stars/ if you don’t believe there’s a price/for this sweet paradise/just remind me to show you the scars’, tradotto da Carrera con ‘C’è un alone di diamante bianco che brilla/ nell’angolo buio di questa stanza/ e un sentiero che conduce su fino alle stelle/ se non credi che c’è un prezzo/ per questo bel paradiso/ ricordami di mostrarti le ferite.’ 

Io contengo moltitudini è il titolo di una delle canzoni del suo ultimo recente album (Rough and Rowdy Ways). Poi però – dice in un’altra intervista – bisogna un po’ per volta sgombrare il campo e trovare un’identità utile al momento, più o meno dice così. E le tante moltitudini ci ricordano il Io è un altro di Rimbaud, una dichiarazione di poetica che Dylan doveva avere ben presente sin dalle prime canzoni degli anni Sessanta. Ecco perché è poi arrivato a dischi come Blood on the tracks, dove i narratori – l’io, il tu e il lui/lei – si mescolano e i tempi, come i personaggi del racconto si confondono fino a formare un affresco senza inizio e senza fine. Ecco come una canzone può essere percepita in un insieme, al di fuori dello scorrere del tempo lineare, proprio come un quadro. E questo è l’intento consapevole con cui ha scritto le canzoni di Blood on the tracks e in particolare Tangled up in blue, la più famosa di quell’album.
Contenere moltitudini non è un’esperienza comune, così come l’essere dei morti e/o trasfigurati che parlano e cantano con molte voci, alcune prese dalle cantilene religiose ebraiche altre dalla musica afroamericana e altre dal jazz o dal country o da un rap ante litteram, e poi trasformate sul palco, dal vivo.
Cantare le stesse canzoni sino a renderle irriconoscibili, cambiando i testi sul momento a secondo dell’umore e delle circostanze, spiazzare i musicisti evitando le prove e cambiando la scaletta, tutte queste non sono esperienze comuni. Così come l’inattualità di Dylan rispetto alle mode correnti non è una posa, che del resto molti hanno imparato a simulare, ma una necessità intrinseca al suo modo di immaginare la musica e le canzoni. In questa prospettiva parlare di mode, letterarie o musicali, non ha senso, quindi più che parlare di non attualità nel caso di Dylan bisognerebbe parlare, appunto, di atemporalità.

In conclusione, tanto per chiudere in modo circolare così come ho cominciato: ha senso scrivere un articolo per celebrare l’ottantesimo compleanno di un morto/trasfigurato che vive nell’atemporalità e che è immerso da tempo immemorabile in un paesaggio mentale che potrebbe trovarsi ovunque ma al tempo stesso esiste solo nella sua sconfinata immaginazione?
Come le mitologiche Highlands, una canzone di sedici minuti dell’album Time out of mind, luogo reale nel nord della Scozia ma usato da Dylan come metafora di quel “sentiero che conduce su fino alle stelle” o forse di questo altrove in cui si è rifugiato.
Probabilmente celebrare questo compleanno è fuori luogo, ma ormai è troppo tardi per fermare tutti coloro che hanno deciso di farlo.

Bob Dylan [vedi Wikipedia] andrebbe letto, ascoltato e riascoltato, dal principio alla fine e (viceversa), o iniziando da un punto e da una canzone qualsiasi. Il suo sito ufficiale [Qui]. Per un sito italiano di riferimento [Vedi qui]

PRESTO DI MATTINA
L’albero della Pasqua

 

Quanto è accaduto a Pasqua, il senso e le ragioni più intime di questo evento cruciale per la storia dell’uomo restano nascoste in Dio. E tuttavia non ci sfugge del tutto la forza di questo amore vittorioso sulla morte, dell’innesto di una nuova vita per ferita nel vivere umano reso sterile da una malvagità mortale, come quando s’innesta un pollone fruttifero, un buon virgulto, in una pianta selvatica. Il mistero di questa polla segreta si riversa nelle pieghe della storia, e da quella frattura sorgiva continuano a fluire e riverberarsi, riflettendosi nell’acqua, le tracce dei passi di Gesù risorto, come a proseguire quelle lasciate dal Padre sul Mar Rosso (nel Salmo 77): «Ti videro le acque, o Dio, ti videro le acque e ne furono sconvolte; sussultarono anche gli abissi. Sul mare la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque, ma le tue orme rimasero invisibili». Ne troviamo traccia nei fatti accaduti allora: le donne che arrivarono al sepolcro scoprendolo vuoto; gente che si credeva ormai priva di speranza ritrova una strada; l’angoscia iniziale si dilegua di fronte al nulla fino a intuire, in quella fine del nulla che resta, un nuovo inizio.

Accadde la Pasqua nei suoi amici, così li aveva chiamati prima della sua passione. Dalla paura germogliò una gioia grande; dalla rassegnazione sgorgò una fede dapprima incredula, incespicante, poi balbettante e, a poco a poco, capace di annunciare con la stessa vita ciò che era accaduto loro: l’uscir fuori nel silenzio della notte come da candida crisalide ‒ non più che un lenzuolo funerario ‒ lo Spirito del Risorto nella sua carne gloriosa, datore di riconciliazione e di vita, che li saluta: “Pace a voi, venite, guardate, sentite, toccate le ferite, sono proprio io, non un fantasma. Avete qualcosa da mangiare?”. E poi il coraggio di ripartire ancora oltre i confini d’Israele: «non portate borsa, né bisaccia, né sandali. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa”» (Lc 10,4). Ma non si fermò tutto in quel giorno.

Le orme impresse dallo Spirito per configgere Gesù Cristo ‒ come direbbe Francesco d’Assisi ‒ “in interiore homine”, hanno continuato a lasciare traccia nella trasformazione delle coscienze delle donne e degli uomini che sono venuti dopo, trasfuse nelle forme nascenti e aurorali di un nuovo stile di vita personale, sociale, religioso. Altri passi generativi di nuove storie di morte e risurrezione, di liberazione e di fraternità nei luoghi della schiavitù e dell’inimicizia. Come innesti vigorosi e fruttiferi su rami secchi o tagliati dell’umano vivere che nel momento in cui vengono percossi, feriti da quella salutare incisione, da quella stessa Pasqua, ne sono stati risanati. Guarisce così l’arbusto selvatico dalla sua sterilità di amore, e il suo futuro sarà come quello dell’ulivo cantato nel Salmo 52: «un olivo verdeggiante nella casa di Dio è chi confida nella sua fedeltà per sempre». Si diffonde e dilaga questa buona notizia ‒ come ci preannunciò il profeta Osea ‒ un vangelo per tutti ad un tempo attraente e fragrante: «si spanderanno i suoi germogli e avrà la bellezza dell’olivo e la fragranza del Libano» (14, 17).

Anche Paolo, l’errante tra le genti, nella lettera ai Romani ricorre alla metafora dell’innesto nell’ulivo per ricordare ai cristiani venuti dalle genti che la loro elezione in Cristo, mediante il dono pasquale del battesimo, va considerata come un trapianto nel buon ulivo dell’elezione di Israele. Elezione che resta indefettibile e non è andata perduta nemmeno con il rifiuto di quel virgulto cresciuto in terra arida. Anzi fu proprio grazie a quel rifiuto ‒ dirà ancora Paolo ‒ da quella spaccatura che fuoriuscì un’alleanza per tutti i popoli, accolti nell’alleanza primigenia e mai revocata con Israele.

Per questo i pagani, divenuti cristiani, dovranno guardarsi ‒ è ancora Paolo ad ammonirli ‒ dal disprezzare la radice da cui loro stessi hanno avuto vita e bandire ogni presunzione nei confronti di Israele. «Se alcuni rami sono stati tagliati e tu, che sei un olivo selvatico, sei stato innestato fra loro, diventando così partecipe della radice e della linfa dell’olivo, non vantarti contro i rami! Se ti vanti, ricordati che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te. … Se sei stato innestato su un olivo buono, quanto più essi, che sono della medesima natura, potranno venire di nuovo innestati sul proprio olivo!», (11, 17-18; 24).

Non diversamente si esprime anche Cirillo di Gerusalemme (313-386) nelle sue catechesi mistagogiche sul battesimo: «Recisi dall’oleastro siete stati innestati nell’ulivo buono e siete divenuti partecipi dell’abbondanza dell’ulivo. L’olio simboleggia la partecipazione all’abbondanza del Cristo che mette in fuga ogni traccia di potenza avversa. Egli è stato unto dell’olio spirituale di esultazione, cioè dello Spirito Santo chiamato olio di esultazione perché è l’autore della gioia spirituale. Voi siete stati unti di balsamo divenendo partecipi e compagni di Cristo», (Le catechesi ai misteri, 62-63; 68).

Ulivo gioioso e olio di letizia è Gesù a Pasqua. Nel testo di Isaia letto proprio da Gesù nella sinagoga di Nazareth (Lc 4, 18) che ispirerà e guiderà il suo ministero tra la gente per tre anni ‒ parole programmatiche di un annuncio e di una missione di consolazione ‒ l’olio ha la funzione di unire la sua persona con la sua stessa missione, quella dell’unto di Dio, il Messia: «Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati» (Is 61,1-3). Lo stesso testo ci ricorda anche che la guarigione avviene mediante l’unzione con olio gioioso: «per allietare gli afflitti di Sion, per dare loro una corona invece della cenere, “olio di letizia” invece dell’abito da lutto». È “l’ulivo di unzione in misericordia” evocato da santa Caterina Vegri del nostro Corpus Domini di Ferrara, nel testo mistico I dodici giardini.

Il Cristo, a Pasqua, non è però solo l’unto del Signore, il suo Messia. Egli è l’«ulivo bello» riemerso dalle acque del diluvio, portato dallo spirito a Noè, il cui nome significa consolazione, riposo, conforto: «sul far della sera ecco la colomba aveva nel becco una tenera foglia di ulivo» (Gn 8,10). Il più bello tra i germogli di umanità, diffusa è la grazia sui suoi rami, benedetto per sempre da Dio; procedono da lui verità, mitezza, giustizia; le sue vesti son tutte mirra, aloè e cassia (Sal 44); vittorioso sull’ombra di morte, perché le sue grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo (Ct 8,7).

Nel diluvio, l’ulivo e le altre piante non furono risparmiate, ma sommerse e travolte da onde impetuose. Esse tuttavia riemersero di nuovo al riemergere della terra nuova, come una rinascita. Forse fu per il loro spirito generoso, mite e innocente simile a quello del Servo del Signore cantato dal profeta Isaia: «Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca» (Is 53, 7). Del resto gli alberi non restituiscono nessuno dei colpi che vengono loro inferti, ma profumano di resina o di balsamo la scure che li recide. Non diversamente accadde a Gesù, la cui fragranza fluisce come olio profumato, lucente proprio quando viene percosso, privato dei suoi frutti come la bacchiatura delle olive (baculum /bastone). Come l’ulivo egli è un resistente e resiliente nella pratica della “satyagraha”, la “resistenza passiva”, o meglio letteralmente “insistenza per la verità”. Una resilienza nella verità che ben si coglie nell’interrogatorio di fronte al sommo sacerdote che gli chiedeva del suo insegnamento, quando Gesù rispose di aver parlato apertamente e insegnato in sinagoga e al tempio, tanto da invitarlo a interrogare quelli che l’avevano ascoltato: «Aveva appena detto questo, che una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: “Così rispondi al sommo sacerdote?”. Gli rispose Gesù: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”» (Gv 18, 22-23).

Nel romanzo di Grazia Deledda Il fuoco nell’uliveto viene rappresentato il dramma del venir meno dei rapporti tradizionali di coesione familiare in ambito etico, sociale e religioso. Si descrive pure, con cruda aderenza alla realtà, la crisi e il processo di trasformazione e rinnovamento percorso per fuoriuscire da un passato antico verso una condizione germinale: il tutto non senza lacerazioni tragiche come quelle evocate, per l’appunto, dall’incendio tra gli ulivi: «C’è il fuoco nell’oliveto. Brucia la casa, bruciano gli olivi intorno: anzi la casa è già bruciata… Agostino e altri uomini accorsi tagliano le piante per fare uno spazio libero intorno all’incendio perché questo non si estenda». Ritorna qui l’avanzare doloroso ma irresistibile della vita, che urge anche in modo violento per trovare vie di uscita nel passato che la trattiene e rinchiude. Si sperimenta qui, come a Pasqua, l’urto tra vecchio e nuovo; tra ciò che non vuol morire e tenta di impedire un nuovo nascere. Qui, tra pessimismo e di-speranza tutto il dramma di una salvazione che per essere vera deve passare oltre.

La Pasqua non è di un solo giorno, ma mistero di transito di ogni giorno. Di qui l’attributo di transiliens, il ‘passatore’, conferito a Gesù, colui che passa oltre, che fa Pasqua. Un’espressione che si trova nei salmi e viene spiegata da Sant’Agostino: «Questo salmo è cantato dal transiliens. Da colui che non domanda a Dio nient’altro che lui stesso, che ama Dio gratuitamente». Lo ricalca quasi alla lettera Ruperto di Deutz, per il quale «Questo salmo è cantato dal transiliens – l’incipit è identico a quello del vescovo d’Ippona – e cioè da colui che oltrepassa tutto per non desiderare altro che Dio con tutta la sua volontà e la sua retta intenzione».

L’ulivo è l’albero della Pasqua. Prediamo le sue foglie brunite di un verde scuro ombroso, da un lato; dall’altro bianche, argentee, luminose e risplendenti al sole. In esse poi il vento genera un movimento continuo ed esse passano così dall’oscurità alla lucentezza simile ad un varco, quello che attraversando la morte approda alla vita come nel passaggio della Pasqua.

Albero della Pasqua è l’ulivo perché egli può anche essere paragonato a un “pozzo di luce”. C’è sempre un balenare di luce tra i suoi rami e le sue fronde, per l’aria che sempre l’attraversa anche nell’oscurità più profonda, restano luminose. Fa luce non solo all’intorno ma ‒ quale meraviglia ! ‒ la luce scende lungo i rami, dentro alle cavità contorte dello stesso tronco fino a raggiungere le radici. Come a Pasqua la luce raggiunge quel fondo senza fondo del pozzo di tenebra e di morte che è stato il sepolcro di Gesù, da cui è uscito, da oriente a occidente, l’Altro sole.

Così provo anch’io a pregare come un ulivo, avvalendomi di un testo poetico di padre Agostino Venanzio Reali, come un “bacio degli ulivi al sole”, che al tramonto passa oltre nella Pasqua di ogni giorno.

Se non torni con noi
la terra si oscura,
e mirare il verde degli ulivi
è tristezza se non torni
sul giumento a recar pace
alle case alle contrade.
(Primavere, 88)

Ti cerco, mia luce,
non voglio appartenere alla notte.
Mi vien dietro la morte
quando tu sei via
e nel silenzio l’anima
si tende all’ascolto
come sposa sola.
Non siano le tue labbra mute,
tu che desti una voce a ogni cosa;
dischiudimi la mente alla preghiera,
allungami il cavo della speranza,
tu che pendesti alla croce per me.
Volgendomi alla mia traccia
tremo come locusta
in un esausto sole di stagnola.
Oltre la soglia amata
la luce delle colline
la rugiada dei pleniluni
i miei occhi ti aspettano,
non paghi di simboli,
sul diaframma del mondo.
Il sole cade svenato
fra scolte di cipressi
baciato dagli ulivi
che si estollono a gara
a vederlo morire,
esangue rosa sul mondo
(Nostoi/ritorni, 73).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

 

LA MODA AL TEMPO DEL LOCKDOWN

I mesi di reclusione imposti dalla pandemia, hanno cambiato anche la vita quotidiana e l’abbigliamento. Anche il settore della moda ne è stato coinvolto. Non è stata la moda a dettare le pratiche, ma le pratiche ad influenzare la moda.
Il tema della sostenibilità ha acquistato più peso ed è cresciuta la domanda di un mondo ecocompatibile, capace di mantenere nelle città spazi di verde, ancorché verticale. L’orientamento ecologico ha stimolato alcuni marchi di moda a lanciare linee con materiali naturali e a fissare obiettivi etici nelle produzioni.
Dal versante delle vendite, le visualizzazioni in rete indicano una crescita di interesse per il ‘naturale’. Termini come “pelle vegan”, “cotone biologico”, “plastica riciclata” entrano nel vocabolario della moda.
L’esplosione delle tute ha accompagnato il tempo di lavoro a casa durante il lockdown, ma ha sollecitato usi più diffusi, facendo scoprire il valore della comodità, della morbidezza, ma anche del colore. Le scarpe hanno lasciato la scena a imponenti ciabatte pelose, fatte di materiali sintetici più simili a ciabatte che a scarpe, ma da portare anche fuori casa.

Si impongono abiti comodi e morbidi, ma rivisitati con colori decisi. È come se si fosse imposta una moda del lockdown connotata da una diffusa offerta di morbidezza. Lavorare a casa significa poter indossare abiti confortevoli, ma adatti al bisogno di sentirsi “presentabili” nei momenti di lavoro in videoconferenza.
L’abbigliamento della vita quotidiana interpreta bisogno di morbidezza e di praticità di una vita ricondotta alla dimensione essenziale, che non si concede neppure le cene con gli amici. Mentre le sneakers e i jeans rimangono due delle categorie di prodotto più ricercate nell’ambito della moda sostenibile, in crescita rispettivamente del 142% e del 108% su base annua.

Il tempo della pandemia ha cambiato, insieme alle relazioni, anche il modo di vestirsi. Ad esempio è cresciuto del 90% annuo l’interesse per i gioielli rigenerati. Ed è cresciuta anche la domanda di capi di moda di seconda mano e usati. In Italia in particolare è aumentata del 20% la domanda di moda sostenibile, in particolare sono i consumatori della Lombardia quelli che effettuano il maggior numero di ricerche di moda eco-friendly. Il termine “eco-pelliccia” è tra le parole chiave più usate nella moda.
Smart working e distanziamento hanno ridotto drasticamente anche le uscite per lavoro. In un’Italia profondamente cambiata in abitudini, modalità di lavoro e d’incontro, e tempo libero. Le molte declinazioni della tuta e delle ciabatte hanno imposto un abbigliamento nuovo centrato sull’essenziale e sull’eccentricità, ma proponendo un nuovo lusso: la morbidezza.
È come se il Covid ci avesse indotto ad abolire il superfluo, l’eccessivo, l’illusorio, per ricercare senso, profondità, autenticità, ma anche morbidezza e colore. Secondo un’indagine di Confartigianato, da gennaio a luglio 2020, in una situazione di forte riduzione dei consumi, si è registrato un calo del 27,9% nell’abbigliamento e del 17,3% nelle calzature. Una débâcle che ha fatto ridurre della metà la produzione delle imprese artigiane. Intanto le vendite online hanno visto una crescita del 28%. I consumatori si rivolgono a canali d’acquisto che permettono di risparmiare sui costi. In generale cresce la domanda di prodotti di moda riciclata. Gli indumenti usati raccolti da queste grandi aziende sono riutilizzati per il mercato del second-hand, smistati in paesi terzi, o recuperati per essere trasformati in nuove fibre tessili.

Per ottimizzare i percorsi di sostenibilità, salvaguardando l’occupazione nell’intera filiera tessile, è necessario però pensare, già in fase di progettazione, all’intero ciclo di vita di un prodotto, massimizzandone il valore d’uso. Solo con una buona “cultura della circolarità” applicata già in fase progettuale si impiegano meno risorse e materie prime e si riduce lo spreco mantenendo l’occupazione nella manifattura e l’economia della filiera integra.

Siamo di fronte a cambiamenti radicali ai quali la pandemia ha fatto da acceleratore e che impongono una diversa cultura della moda, che impone tra l’altro una formazione di base per i nuovi eco-fashion designe” mirata alla nuova logica del riuso. In sostanza la moda dovrà affrontare un mercato recessivo e in forte trasformazione.
Anche nella moda è il momento di prepararsi ad un mondo post-coronavirus.

UN ALTRO ANTROPOCENE
“Non coglierai i fiori. Solo il fiore che lasci sulla pianta è tuo.”

Le epoche geologiche non durano più come una volta. Credevamo di stare nell’Olocene (ὅλος καινός: assolutamente recente), cominciata poco più di 11 mila anni. Un’inezia in geologia.
Invece negli ultimi secoli, decenni, anni, mesi giorni, ore abbiamo fatto il disastro e ci siamo intestati l’epoca: Antropocene.

Consumiamo tutto quanto, vivente e no, e produciamo oggetti a un ritmo crescente. Già ora la Terra è artificiale. La natura è residuale. Ci sono più manufatti artificiali che esseri viventi. Pesano già di più. Solo la plastica (8 miliardi di tonnellate) pesa il doppio di tutti gli animali presi assieme. A una diversa Epoca umana, a un’altra Antropocene pensava Aldo Capitini. Qualche citazione come puro invito alla lettura.

Fin dai suoi primi scritti Capitini si pone il tema della relazione uomo-natura e il compito di migliorarla. Elementi di un’esperienza religiosa, 1937: “La concezione per cui tutto si collega, il cadere di un fiume, un’officina elettrica, un treno che corre, una catasta di legname, e la natura unita alla tecnica è tutta una sola cosa, un perenne lavoro, si integra e si eleva nella concezione che ogni affermazione è lavoro, è esprimersi, è personalizzarsi: attraverso l’affermazione, attraverso l’espressione, l’atto nobilita tutti”.

Alla base è il rispetto nonviolentoAtti della presenza aperta, 1943: “E non coglierai i fiori. Solo il fiore che lasci sulla pianta è tuo. Mostrerai che tu non sei figlio del torrente che scava, usurpa e fugge”. Così pure l’umanizzazione, storicizzazione della natura. Prime idee di orientamento,1944: “Del resto guardate quello che avviene nel modo di concepire la natura. La natura noi la umanizziamo, la tiriamo dentro la storia. Nella più autentica tradizione europea il sentimento della natura non prende una forma tumultuosa e oltreumana: la giungla, il polo, il deserto ci sembrano meno armonici”.
Lo scrupolo nonviolento si può spingere oltre. Il problema religioso attuale, 1948; “Per il carbone fossile stare nell’interno della terra o muovere una locomotiva può essere indifferente, come per la pietra che sta nel monte, in un monumento o come polvere sulle strade. Può darsi che un giorno il nostro occhio scopra altro e diventi possibile ridurre il campo delle cose, stabilendo con alcune di esse un rapporto di collaborazione meno imperioso e meno antropocentrico…”.

Non che la natura sia in sé buonaColloquio corale, 1955: “Dilagarono le inondazioni, ed io ho portato nel mio intimo i bimbi travolti”. Va trasformata dunque, resa migliore. Religione aperta, 1955: “la realtà dei fatti, dove il pesce grande mangia il pesce piccolo, dove pare che la morte chiuda l’essere, e dove il peccato chiude la persona, non merita di crescere eterna, anzi mi apro a che si trasformi. Che ceda, e renda possibile quella prima e vera e autentica realtà di tutti”.

È compito delle donne e degli uomini persuasi della nonviolenza. Rivoluzione aperta,1956: “Trasformiamo i nostri animi usando mezzi nonviolenti verso tutti; e questo amore e sacrificio ci dà la garanzia che ciò che non potremo cambiare noi con le nostre forze umane, sarà cambiato dal futuro, dall’infinito, dalla natura dalla storia, da Dio (secondo le varie fedi: qui non importa; ciò che conta è questa apertura oltre le nostre forze attuali, in nome dell’amorevolezza per tutti, della rettitudine, della purezza nei valori di cui la coscienza si alimenta). Noi vogliamo, dunque, una trasformazione totale del potere, dell’economia, della natura…”.
L’aiuto invocato, necessario e decisivo viene dalla “compresenza”. La compresenza dei morti e dei viventi, 1966: “così possiamo tracciare qualche schema per l’aggiunta di una realtà liberata, e lo schema che tracciamo è quello di una realtà in cui ogni singolo essere sia un centro autoproduttore in eterno, un’unità che crea una sua realtà adeguata, al posto di una natura unitaria ed esterna, che uccide i singoli e impedisce ai vivi di vedere i morti nel loro far parte della compresenza. Questa natura se ne andrà come una nebbia al sole, anzi facendosi notare anche meno”.

In Omnicrazia: il potere di tutti, 1968, Capitini indica come la nonviolenza possa giungere a liberare dai condizionamenti nei quali viviamo. “L’individuo si trova in gruppi di condizionamenti, che per semplificazione abbiamo ridotto a tre: lo Stato, l’Impresa, la Natura. Egli si sente individuo che lotta là dentro, per migliorare la sua condizione: per esser cittadino con certi diritti garantiti; per essere lavoratore non sfruttato dai proprietari dell’impresa; per mantenere la propria vitalità: tre sforzi continui, che durano finché riescono… Secondo una mentalità, che si è formata nel passato, più difficile si presenta il piano di investire con un’aggiunta la terza ‘istituzione’, il mondo della Natura con i suoi condizionamenti. Qui il compito di agire è affidato al lavoro dell’uomo in generale che trasforma e adegua all’umanità la Natura, e, in particolare e in modo eminente, a persone che impediscono i mali che essa potrebbe produrre nell’individuo, con il suo funzionamento”

L’aggiunta di gran lunga più difficile è dunque quella nei confronti della Natura, non poi così labile come nebbia al sole. “Quella contrapposizione assoluta tra le due posizioni, della compresenza come salvezza degl’individui e della Natura come distruzione degl’individui (che essa produce, secondo il detto leopardiano: «madre in parto ed in voler matrigna»), si attenua se viene visto nella compresenza un dinamismo, alla cui punta estrema sta la trasformazione della Natura ‘secondo la compresenza’. Ciò che si può fare attualmente è anzitutto mantenere questa apertura, e riaffermare sempre la scelta della compresenza come superiore alla Natura, il valore dell’apertura agli esseri di contro al fatto che il pesce grande mangi il pesce piccolo. La persuasione della nonviolenza si rifiuta di accettare come insuperabile l’ordine della Natura, nel quale la vita dell’uno risulti dalla morte dell’altro, e sconnette quest’ordine imprimendo un moto verso un altro ordine, e cercando senza tregua nella Natura stessa esseri individui, da vedere collegati nel nesso della compresenza, allargando questa agli esseri detti ‘subumani’, portando l’amore e il rispetto della vita il più possibile nel profondo della stessa Natura, come esempio, orientamento e speranza che lo spazio e il tempo nulla tolgano al rapporto con ogni essere, che la malattia, la morte, la separazione, siano vinte dall’unità e interdipendenza di tutti”.

Anche a chi non condivide la “persuasione” di Aldo, quindi anche a me, propongo la lettura di Finitudine di Telmo Pievani. La debbo alla segnalazione di Marianella Sclavi. C’è un punto da ricordare, assieme a molti altri. “Anche se ognuno di noi finirà, anche se la vita finirà, anche se la Terra finirà, anche se le galassie si raffredderanno, anche se l’universo in un gran botto finirà, anche se tutto cadrà in una notte perpetua, nulla potrà cancellare il fatto che, in un angolo marginale del cosmo, è esistita una specie in grado di comprendere la propria finitudine e di sentirsi libera di sfidarla”. Io sono lieto di avere conosciuto la mite, peculiare, irriducibile sfida e aggiunta di Aldo Capitini.

Questo articolo è recentemente apparso sull’edizione in rete della storica rivista del Movimento nonviolento [www.azionenonviolenta.it]

Io non esisto

racconto di Patrizia Benetti

Mi sento così strana. Prima avevo un gran freddo.
Adesso invece il mio corpo è avvolto da un gradevole tepore.
Che meraviglia!
Le mie preoccupazioni, le mie ansie, l’angoscia, tutto sparisce all’improvviso come in un sogno. Mi lascio andare a questo gradevole languore che mi trascina via con sé. Mi sento debole e felice.
Sono dentro un tunnel di luce viva, quasi accecante che mi vuole rapire.
È un’energia nuova, spossante ma gradevole, non so come spiegare.
Ora tutta la vita mi scorre davanti agli occhi come un irrefrenabile turbinio di immagini, di emozioni, di attimi che scivolano via lentamente.
Sono una cicciona, un essere sgraziato e informe.
Le risate dei miei coetanei non mi toccano. Non rideranno più di questo pachiderma.
Oggi è domenica e ho cucinato io. Per me una pasta speciale, diversa dalle altre.
I miei genitori mi hanno fatto i complimenti. Sono stata brava.
Quindi ho ingoiato il mio scuro pastone intriso di veleno e sono crollata.
Mi dispiace tanto. A loro lascio il mio cuore.
Sto uscendo dal tunnel. No, mi sbagliavo: è un bozzolo.
Il mio desiderio si è avverato. Ora volo con ali di farfalla.

La donna cannone (Francesco De Gregori, 1978)

FOGLI ERRANTI
La zucchina

Questa mattina il sole ha fatto spazio tra le nuvole. È un sole bagnato, che si scrolla dopo un’intera notte di pioggia, lampi e tuoni.
Sulla ghiaia, pozze qua e là. La terra è impregnata, l’aria sfumata di fresco.
Nei capienti, larghi vasi, risaltano i fiori enormi e gialli delle zucchine.
Già… Non ho interrato piante ornamentali nei vasi, ma pomodori, cetrioli, zucchine.
Mio marito ha compiuto un ottimo lavoro mescolando nei contenitori terriccio morbido con stallatico e terra già sfruttata. Ha pure intrecciato le canne, tutori per i futuri ortaggi, usando grazia e maestria. Si vede che è un geometra.
L’afa sembra premere e annichilire le pubescenti foglie dei pomodori, quelle palmate e seghettate dei cetrioli, quelle larghe e urticanti delle zucchine, afflosciandole.
La prima cosa che imparai quando ebbi l’idea di impiantare un orto in pieno campo — tanti anni fa, esperienza conclusa — fu che “la terra è bassa”, come recita un proverbio. Ti costringe cioè a piegarti, di gambe e di schiena, e te le spezza. Perché devi rialzarti e riaccucciarti, continuamente.
E mentre sei lì, a pochi centimetri dalle zolle, ti vengono in mente tutti i pensieri del mondo. E mentre t’insudici i guanti e senti le vertebre schioccare e i tendini friggere, non pensi poi più a nulla. Se non alla fatica di vivere.
E non è raro accorgerti di scricchiolare tra i denti un granello di terriccio, finito in bocca chissà come.
Allora un po’ ti chiedi di chi era, quella consistenza. Se fu sempre polvere di rocce sfarinate o polvere di altri esseri, vegetali o animali, vertebrati o invertebrati, esseri terrestri, acquatici o volanti, morti qui o qui trasportati dalle forze della natura. Scorie accumulate a strati, nel corso degli anni, dei secoli, magari ritornate in superficie con lenti sommovimenti d’impasto. Polvere di pelle, pelo, penne, squame, di carne, di ossa, polvere di escrementi decomposti. Polvere anche delle nostre cellule, dei nostri umori e odori, sparse nel camminare come petali di rose durante una processione.
E capisci allora di toccare la tua origine e la tua fine, di sgranocchiarla proprio, di cibartene. Ti senti un tutt’uno con la mota. Pensi ad una ruota: vita per la vita…
Ho così coltivato pomodori, peperoni, insalate, finocchi, radicchi, zucchine, zucche, meloni, cocomeri, melanzane, fragole e patate. Con dovizia, con amore. Quei frutti di terra che poi in bocca hanno un “sapore” — non so se mi spiego — insieme a quello della ricompensa.
E ho imparato ad accudire le piante — io, un tempo cittadina, con non più di tre gerani in vaso sul balcone, sempre asfittici.
E mi è piaciuto — coltivare — nonostante la fatica. Nonostante le piante crescessero diversamente, a fronte di un impegno uguale e costante verso tutte. Un po’ come per le persone.
E s’impara che non puoi cambiare l’anima di un vegetale né di un essere umano. Se è zucchina, non diventerà mai pomodoro. Puoi solo aiutare, affinché abbia il meglio dalla vita e dia il meglio alla vita, nell’involucro che gli è stato dato, sostenendolo con una cura perseverante, e scuotendo la testa se, dopo tanti sforzi, ripiega le foglie, s’accartoccia, si svilisce, stenta, muore.
La dedizione, il supporto, l’amore.
Per una zucchina come per una persona.
Sarebbe tutto molto semplice, vista così. Come l’aforisma ascoltato oggi per radio: se c’è una soluzione, perché preoccuparsi; se non c’è una soluzione, perché preoccuparsi.
Il problema è convincere qualcuno che, solo per un caso o ad opera di un essere superiore — ma non farebbe differenza — il flusso di vita che doveva sbocciare fu convogliato in lui facendolo nascere essere umano, invece di zucchina.
Che ne tragga le debite conclusioni.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

Pregi e difetti

Il difetto è quella debolezza, quella mancanza che ci contraddistingue tanto quanto un nostro pregio. Generalmente ci accompagna sin dall’infanzia e magari ci è valso sgridate e litigate con i genitori, con i fratelli o con gli amici.
Può essere uno solo, ma eclatante, o possono essere tanti piccoli, perché le combinazioni sono infinite. Così come infiniti sono i modi per affrontare i propri difetti, imparare a gestirli e a conviverci, perché se c’è chi li ama e non vorrebbe cambiare di sé nemmeno quelli, c’è anche chi si sforza di plasmarsi nel tentativo, non tanto di eliminarli definitivamente, ma almeno di smussare quegli angoli che rendono difficile o addirittura doloroso conviverci.
Come in tante cose, in medio stat virtus: amare i propri difetti quasi fino a trasformarli in pregi rischia di diventare esso stesso un difetto, così come d’altro canto il non accettare di avere dei limiti che ci accompagnano per la vita come fossero il nostro marchio di fabbrica.

“Per natura non abbiamo difetto che non possa diventare un punto di forza, nessun punto di forza che non possa diventare un difetto.”
Johann Wolfgang Goethe

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

IL DOSSIER SETTIMANALE
Memoria è futuro
Fra comunità tribali e ambiente tecnogeno

(Pubblicato il 31 marzo 2016)

Nel mondo vivono miliardi di persone, testimoni loro malgrado di un cambiamento drammatico ed epocale che ha drasticamente modificato l’ambiente di vita nel quale vivono: si tratta di uno shock culturale e sociale le cui reali dimensioni sfuggono a ogni catalogazione e i cui impatti ricadono, in varia misura e spesso in modo imprevedibile, nella vita quotidiana delle persone, negli ordinamenti delle società, negli assetti geopolitici e istituzionali.
In Italia, per esempio, gli oltre 16mila centenari e molti dei 3,6 milioni di cittadini che hanno superato gli 80 anni di età ne sono stati protagonisti e ne sono testimoni diretti. Molti di loro sono nati in un mondo rurale e comunitario ancora quasi pre-tecnologico, hanno vissuto i fasti della civiltà industriale materialista e assistono ora al suo dissolversi, in un mondo dominato dalla tecno-scienza e dall’informazione. Questi passaggi si colgono in modo esemplare studiando oggi i lavori antropologici di De Martino (“Sud e magia”), leggendo i racconti di Cesare Pavese (“La luna e i falò”) o meditando sulle etnografie metropolitane di Danilo Montaldi (“Le autobiografie della leggera”). Soprattutto, si manifestano drammaticamente osservando le modifiche del paesaggio documentate dal cinema e dalla fotografia e scrutando le tracce visibili sul territorio della stratificazione urbanistica, dell’abbandono della terra, della morte dei piccoli paesi, della cementificazione e del disastro ambientale incombente. Si colgono infine nel prepotente cambiamento della composizione etnica e razziale della popolazione italiana.

Ampliando un poco la prospettiva temporale e geografica rispetto al caso italiano, possiamo intravvedere una linea di trasformazione generale dell’ambiente di vita: origina da un contesto naturale percepito come vivo, che costringeva gli umani a seguire i ritmi della natura; si evolve con l’avvento della società moderna in un ambiente percepito come scenario inanimato popolato di oggetti e di risorse sfruttabili illimitatamente; si conclude oggi con la visione di un nuovo contesto di vita tecnologico, artificiale e intelligente.
Max Weber aveva puntualmente descritto il primo passaggio nei termini di un ‘disincantamento’ che, pur aumentando enormemente il controllo sul mondo materiale, non poteva però risolvere gli interrogativi di senso, contribuendo semmai a renderli ancora più drammatici. Il secondo passaggio, caratterizzato dal prevalere del virtuale (artificiale) sul reale, dei bit (informazione) sugli atomi (materia), e dalla diffusione di macchine intelligenti (dalle nanotecnologie alle megastrutture), apre davanti a noi uno spazio sconosciuto, dove paradossalmente ritrovano spazio proprio quelle pratiche, quei miti e quelle credenze che la modernità dichiarava di avere superato in quanto segni evidenti di arretratezza, superstizione ed irrazionalità.

Storici, archeologi, antropologi ed etnografi hanno studiato a lungo antiche civiltà e culture sopravvissute all’impatto della modernizzazione, confermando l’esistenza di organizzazioni concettuali del mondo altre rispetto al modello dominante. I loro segni ancora si colgono nei pochi gruppi tribali sopravvissuti o in comunità isolate. Queste comunità tribali antecedenti all’affermarsi della modernità o escluse dai suoi processi, vivevano in sintonia con la natura, in un ambiente tecnologicamente elementare (miserrimo secondo i nostri standard), ma ancora carico di senso, pieno di miti e di storie, popolato di spiriti, pieno di luoghi sacri, caratterizzato da riti e cerimonie. Un ambiente, insomma, che appare alle persone che lo popolano significativo e coerente, per quanto povero ed essenziale. Questa capacità di integrazione in una natura complessa, parlante e significante, basata su un sapere pratico e diffuso, particolarmente attento al versante metafisico, orientata a un approccio che appare come pienamente ecologico, rappresenta oggi un’eredità che molti ritengono assai interessante: un dono che quelle genti disperse sulla terra e nel profondo della storia hanno lasciato alle successive generazioni.
Sociologi e filosofi hanno studiato a fondo la società industriale, fornendone interpretazioni che in molti casi restano quanto mai attuali e profetiche. Figlia della modernità e dell’approccio scientifico materialista, la società industriale rappresenta il contesto all’interno del quale buona parte della popolazione occidentale è nata e ha vissuto; ha imposto al mondo una visione razionalista, caratterizzata da dispositivi istituzionali basati su una articolata divisione del lavoro: si è sviluppata all’interno di uno scenario inanimato, finalizzato al dominio della natura e ha finito col creare una distanza abissale tra l’uomo e il suo ambiente, che non a caso è stato distrutto e violentato. Promuovendo un dominio sulla natura senza precedenti, ha finito per trasformare anche le persone in cose all’interno dei meccanismi impersonali del mercato e della burocrazia. I diritti, il lavoro, la conoscenza, il welfare, l’idea di progresso, la potenza del pensiero scientifico, l’industrializzazione e l’automazione, sono alcuni dei frutti che questa società ha lasciato in eredità a quel futuro che oggi stiamo già vivendo.
La società digitale nella quale viviamo oggi rappresenta nello stesso tempo una naturale prosecuzione e un cambio radicale rispetto alla società industriale. È, infatti, l’attività cognitiva dell’uomo che può essere meccanizzata e automatizzata, consentendo straordinari progressi nella conoscenza e una sostituzione sistematica del lavoro umano in ambiti che si pensavano impossibili. È l’ambiente infrastrutturato e sensorizzato che diventa intelligente secondo uno sviluppo che mette in discussione buona parte degli assiomi della civiltà industriale. Sono le informazioni raccolte automaticamente da questi apparati, così vaste e approfondite da poter far fare un enorme salto di qualità a tutte le attività di ricerca scientifica: esse di fatto sostituiscono e potenziano enormemente le attività di ricerca di tutte le discipline scientifiche, in particolare nel campo sociale, sanitario e ingegneristico. Sempre più spesso, potenti algoritmi di calcolo sostituiscono i ricercatori, gli impiegati, le attività di vendita e di servizio. Il rischio crescente però è che la tecnologia diventi un sistema onnipotente, una mega macchina che funziona in modo autoreferenziale e cresce fine a se stessa incorporando, per così dire, gli esseri umani nei suoi meccanismi impersonali di funzionamento.
Questi passaggi, che si intersecano e si sovrappongono, hanno comportato radicali trasformazioni a livello sociale e antropologico, investendo la struttura profonda delle persone coinvolte. L’evoluzione ci porta oggi a vivere in un ‘ambiente tecnogeno’ in costante sviluppo, popolato di macchine sempre più intelligenti e da una quantità mai vista di persone che vivono sospese tra le pressioni dell’omologazione consumista e le esigenze di costruire identità private e collettive capaci di dare senso alla vita. Qui, insieme e attraverso le tecnologie più avveniristiche, prosperano nuovi e vecchi elementi dell’immaginario irrazionale: sono ben presenti oggi, nel culto popolare delle reliquie, nel demi-monde di maghi e fattucchiere, nei movimenti new-age, neo-pagani, esoterici e fondamentalisti, nel ritorno dello sciamanismo come tecnica spirituale e di guarigione a là page, nelle sette religiose; più seriamente nello studio e nella ricerca di esperienze religiose autentiche, capaci di dare un fondamento alla vita.

La tribù sta tornando di moda insieme al tentativo di recuperare antiche saggezze, rendendole aggiornate e utilizzabili con il sostegno delle tecnologie digitali.
È un ambiente dove coesistono livelli diversi, dove riemergono culture tribali, dove perdurano ideologie industriali, ma dove perfino le regole di sopravvivenza e di successo sono mutate, non si sono ancora consolidate e stanno cambiando vorticosamente. In questo ambiente bisogna imparare e re-imparare a vivere, bisogna creare nuovi modi di stare con gli altri e di costruire socialità, soprattutto, bisogna diventare capaci di stare in pace con sé stessi ri-centrando la propria interiorità e la propria responsabilità rispetto ad un mondo in costante cambiamento.
Trovare una nuova armonia, una nuova unità, una consapevolezza capace di inglobare e connettere il mondo interiore e l’ambiente naturale e tecnologico che sta lì fuori, ma di cui siamo parte: è questa la sfida del presente e del prossimo futuro che tocca ognuno di noi.

L’INTERVISTA
Il centro, i parchi, le periferie. L’assessore Fusari: “Ecco come cambierà Ferrara”

roberta-fusari

La valorizzazione dell’area monumentale, la Ztl, il futuro dei grattacieli e il riordino del quartiere Giardino, il nuovo stadio, il Meis… A ruota libera, Roberta Fusari, architetto e assessore all’Urbanistica del Comune di Ferrara, esprime il suo parere sulle più dibattute questioni relative al riassetto della città e anticipa le linee di intervento definite dalla giunta.

Si è parlato molto in queste settimane dell’asse Cavour-Giovecca e della possibile creazione di un senso unico…
Non mi convince. Non risolveremmo alcun problema e forse ne creeremmo di nuovi. Sono del parere invece che dopo la positiva sperimentazione, nel tratto compreso fra via Santo Stefano e via Palestro il sabato e la domenica andrebbe vietata la circolazione automobilistica e riservato il transito ai pedoni. Daremmo unitarietà al centro storico saldando, almeno nel week end, la città medievale a quella rinascimentale.

Raccolgo l’assist: favorevole alla pedonalizzazione del centro e a un irrigidimento della disciplina nella Ztl?
Io sì, in linea di principio sarei per un nucleo pedonale inviolabile e una rigida Ztl.

Il sindaco e la giunta che ne pensano?
Sui termini generali siamo sostanzialmente d’accordo. Però non è semplice l’attuazione, ci sono tante esigenze e bisogni dei quali si deve tenere conto, basti pensare al problema dei disabili, dei pass, delle attività commerciali, dei residenti e dei parcheggi. Un accettabile compromesso consiste nel restringere al massimo le fasce orarie di accesso e ridurre drasticamente le autorizzazioni. E poi vigilare con rigore sul rispetto delle normative. L’obiettivo deve essere preservare l’area monumentale e impedire o limitare al minimo il passaggio dei veicoli motorizzati.

E i taxi?
Via da piazza Savonarola. Potrebbero traslocare in piazza Castello, ugualmente centrale ma con un effetto meno impattante.

Il mercato?
Ne vedo tanti in altre città in cui i furgoni non ci sono. Possibile che solo a Ferrara siano indispensabili? Già eliminarli sarebbe un passo avanti. E comunque non ci sono solo il listone e corso Martiri. Se si vuole mantenerlo in centro, ci sono molti vuoti da riempire, utilizzando strade e piazze laterali senza oscurare i monumenti. Noto inoltre che il decentramento di mercatini e fiere, nella zona acquedotto e al montagnone, stanno incontrando il gradimento dei cittadini e offrono buoni riscontri ai commercianti. Teniamone conto.

C’è un altro aspetto di decoro per il centro, l’asfalto: non si può eliminare attorno ai monumenti? In largo Castello, per esempio, ancora c’è…
Giusto. Il tipo di pavimentazione conferisce pregio e sottolinea la qualità del contesto. Sarebbe il caso di completare il perimetro del castello sostituendo all’asfalto il porfido, come è già sul fronte est. Non solo: aggiungo che anche per quanto riguarda corso Ercole d’Este si dovrebbe marcare l’attraversamento di corso Biagio Rossetti dando continuità alla pavimentazione in ciottoli per sottolineare la preminenza di questa che è considerata una fra le strade più belle d’Europa.

Piazza Repubblica e piazza Castello, un grande contenitore con un’identità indefinita?
Uno spazio da valorizzare maggiormente. Merita grande apprezzamento la sensibilità degli operatori economici che hanno contribuito a rivitalizzarla. Ora si deve proseguire in questa direzione.

Il Giardino delle Duchesse resterà lo sterrato attuale?
No. In campo ci sono due ipotesi: una minimalista l’altra più ambiziosa. Io sono per la seconda. Non c’è la possibilità di eseguire un restauro filologico poiché non c’è una forma ‘finita’ di questo spazio di corte. Il duca lo ha concepito come giardino dello svago e delle meraviglie e lo ha fantasiosamente adattato di continuo alle differenti esigenze, connesse a feste e svaghi, trasformandolo ogni volta secondo capriccio. Credo che questo debba restare lo spirito: uno spazio di godimento vivace, promiscuo, imprevedibile; non un austero giardinetto a croce centrale…
Nei prossimi mesi saranno effettuati i lavori post sisma di consolidamento delle strutture che si affacciano sul giardino. Per l’estate 2016 confidiamo comunque di poterne riservare almeno una porzione al pubblico utilizzo. Poi si provvederà alla sua sistemazione.

Le stanze dell’ex drogheria Bazzi, accanto allo Scalone municipale sono chiuse da anni. E le magnifiche sale al piano superiore, di recente scoperta, restano inaccessibili al pubblico. Perché?
La stanza blu e la stanza dorata del palazzo ducale sono chiuse a causa del sisma. Ci sono problema strutturali che saranno risolti con gli interventi che si completeranno nei prossimi mesi. Da un punto di vista artistico e turistico saranno un prezioso arricchimento. Per Bazzi non si è trovato un investitore disposto ad assumere l’onere dei lavori necessari a rendere agibile quegli spazi. Così il Comune ha deciso di farsene carico direttamente, interverremo già nel 2016 e poi faremo il bando per la gestione del locale.

Mercato coperto e piazza Cortevecchia, da anni è tutto fermo…
L’ipotesi di trasformare il mercato coperto in un parcheggio multipiano per fortuna è definitivamente tramontata. Lì è prevista, attraverso un bando che finanzia progetti di riqualificazione urbana, la creazione di un contenitore che valorizzi simultaneamente la filiera del prodotto locale e introduca elementi di promozione culturale; un’operazione che in parte è già stata avviata in forma sperimentale, per esempio con MeMe, il festival dei ‘makers’.

Spostiamoci idealmente nel vicino cortile che c’è dietro l’abside della chiesa di San Paolo. Ora è un brullo ricovero per quattro Panda del Comune. Perché non sistemarlo e aprilo al pubblico?
Va fatto. Oltretutto è uno spazio interessante dal quale si gode la visione dei volumi dell’abside della chiesa e della torre dei Leuti. Aprire il cancello che si affaccia su via delle Volte consentirebbe di creare un varco di transito pedonale che attraverso i chiostri condurrebbe in piazzetta Schiatti e di lì in via Boccaleone e nella piazza del Municipio: un alternativo ingresso medievale nel cuore della città. E’ in corso un intervento di consolidamento. Credo sussistano tutte le condizioni per procedere. Oltretutto abbiamo anche in programma l’apertura della sala al pianterreno (posizionata sotto quella della Musica) che si affaccia proprio sul quel cortile, è sensato e doveroso procedere in questa direzione.

Via delle Volte?
Potrebbe essere animata con iniziative ed eventi connessi alla sua peculiarità di via medievale sede di laboratori e attività artigianali. Di certo va inclusa nel percorso di accesso dal Meis al centro storico che si svilupperà attraverso le strade del ghetto.

Il Meis aprirà davvero nel 2019 come annunciato?
Credo proprio di sì, i soldi arrivano e vanno spesi se no ce li tolgono! Si lavora sulla struttura, l’ingresso principale già dal 2017 sarà da Rampari San Paolo. In parallelo si procede per lotti con la qualificazione dell’area: lo spazio dell’ex Mof verrà trasformato secondo le linee definite dal progetto di Politiecnica e Behnisch, monitorato dalla nostra Stu. Il parcheggio non andrà perso, diventerà sotterraneo, la nuova area residenziale si riconnetterà alla darsena, sulla sponda del Volano.

A proposito di corsi d’acqua: anche lei favorevole alla creazione di percorsi ciclopedonali sul lungofiume fra il ponte della Pace e quello di San Giorgio?
Assolutamente sì e credo che utilizzando parte dei finanziamenti dell’idrovia destinati alla riqualificazione si possano realizzare.

E’ una buona notizia, ma prima di tutto però bisognerà convincere i ferraresi. Ha mai fatto caso che non chiamano fiume il Volano, ma canale? La maggioranza di noi odia l’acqua, persino quella delle fontane!
Davvero? – esclama divertita – Effettivamente non avevo colto questo aspetto. Forse è percepita come un pericolo, una minaccia. In effetti anche il Padimetro che abbiamo proprio sotto il palazzo municipale costituisce una sorta di monito contro il rischio derivante dall’acqua… Però nei giorni scorsi grazie al consorzio Wunderkammer abbiamo fatto un’iniziativa molto partecipata sulla sponda del fiume, c’era grande entusiasmo e tante idee. Credo sia uno spazio di rivitalizzare e riscoprire, una risorsa in più.
Adesso che mi fa notare la cosa delle fontane, mi vien da pensare che forse ha ragione. A parte quella di piazza Repubblica – sempre inagibile – quei magnifici zampilli d’acqua che rallegrano piazzetta Sant’Anna sono spesso inattivi. Gli operatori spiegano che sono complicati da gestire, ma evidentemente nelle altre città ci riescono perché ci sono ovunque e funzionano…

E il Panfilio invece? Per ora resta interrato?
Per ora sì! Però è giusto offrire anche queste suggestioni, allargare gli orizzonti. Oggi non siamo in grado di farlo un intervento del genere, ma intanto, guardando a quella meta, traiamo impulso per compiere altre significative trasformazioni. E, un passo alla volta, ci si può avvicinare. Non è il traguardo di oggi, magari sarà quello del 2030… Intanto, sistemiamo il Volano e il Boicelli!

Parliamo dell’addizione verde, si profila un anello ecologico nel futuro prossimo della città, giusto?
E’ così: abbiamo di recente recuperato ben 13 ettari di terreni nel perimetro del sottomura, grazie a operazione di perequazione edilizia: le aree sono quelli di viale Volano e via Gramicia e quella contigua di via Pannonius. Stiamo così realizzando il completamente del percorso circolare attorno all’antica fortificazione della città.
Poi c’è il parco Sud. Attraverso permute con il Demanio stiamo acquisendo l’area dell’aeroporto nella zona di via Bologna, parliamo di 100 ettari, un polmone che darà ossigeno a una porzione di città densamente popolata e altamente cementificata. E c’è, nel medesimo quadrante, un’altra area di compensazione inutilizzata: mi riferisco al rettangolo compreso fra l’attuale circonvallazione ovest, la ferrovia, il centro artigianale e la sponda del Volano di fronte al Darsena city. Anche questa sarà recuperata e diventerà una zona vivibile di ricreazione. Inoltre c’è la volontà di trasformare in parco l’area verde che costeggia via Padova, sarà intitolata a Claudio Abbado che del verde aveva grande cura e rispetto. Stiamo iniziando la piantumazione di nuovi alberi, l’aspetto che assumerà sarà di tipo boschivo.
Infine, ma solo perché è già una realtà, c’è il parco urbano “Bassani”. Il progetto elaborato anni fa da Joao Nunes è suggestivo ma complesso da realizzare. Intanto sarebbe importante promuovere la conoscenza e l’uso di quell’area campestre già fruibile ma poco frequentata che porta sino all’argine del Po. Eventi, iniziative, visite guidate potrebbero favorirne la riscoperta e la riappropriazione da parte della città.

E i grattacieli che fine faranno?
Il ragionamento va fatto su tutta l’area, la destinazione dei grattacieli è una conseguenza. Il problema per le torri è l’adeguamento e la messa a norma dell’impiantistica, bisognerà capire se conviene ristrutturare o se costa meno demolire. Ma il problema vero, ripeto, è quello di ridare un’identità a tutto il quartiere che un tempo era uno dei luoghi raffinati della città.

Ferrara avrà un nuovo stadio?
E chi lo fa? Magari! Se si trova qualcuno disposto a metterci i soldi… Il posto giusto per me potrebbe essere dietro la stazione, nell’area di via del Lavoro.

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CALENDARIO DELL’AVVENTO
La metamorfosi di San Nicola

Oggi abbiamo deciso di raccontarvi la storia di una delle più grandi operazioni pubblicitarie di tutti i tempi: la trasformazione di san Nicola vescovo di Mira nel corpulento Santa Claus dalla candida barba e dall’espressione bonaria, vestito di rosso e bianco.
Partiamo dal principio. San Nicola, nato probabilmente nel 270 a Patara in Licia – l’attuale Turchia – ha vissuto fra il III e il IV secolo nell’Anatolia occidentale e come vescovo di Mira ha partecipato al Concilio di Nicea del 325. A partire dal IX secolo è diventato sempre più oggetto di devozione, in particolare delle fasce meno abbienti, e le sue gesta sono state tramandate arricchendole di nuovi particolari via via che la sua popolarità è cresciuta. Una delle vicende più diffuse è quella delle tre fanciulle, citata anche da Dante nel XX canto del Purgatorio e dalla quale deriva la sua raffigurazione tradizionale con i paramenti vescovili e tre sfere dorate. Sembra che ancora prima di diventare vescovo, sia venuto a conoscenza della triste sorte di un uomo di Patara che era caduto in disgrazia e non poteva procurare una dote alle sue tre figlie: non potendole sposare sarebbe stato costretto a farle prostituire. Nicola decise di intervenire e, riempito un sacchetto di monete d’oro, una notte si recò a casa dell’uomo e lo lanciò attraverso una finestra senza farsi vedere. E così fece per ognuna delle tre ragazze: la terza notte però la finestra era chiusa e non gli restò che arrampicarsi sui tetti e lasciar cadere l’ultimo sacco dal comignolo. Un altro episodio vuole che mentre Nicola si recava al concilio di Nicea, in un’osteria gli fu presentata una pietanza a base di pesce, ma Nicola si accorse che si trattava invece di carne umana: chiese perciò all’oste di vedere come era conservato quel pesce ed egli lo accompagnò presso due botticelle piene della carne salata di tre bambini da lui uccisi. Nicola si fermò in preghiera ed ecco che le carni si ricomposero e i bambini saltarono allegramente fuori dalle botti. Sono queste due leggende a far sì che la figura di Nicola venga associata ai bambini e all’elargizione di doni.
Nel nord e nell’est dell’Europa la figura del vescovo cristiano incontra personaggi derivanti da altre tradizioni popolari, come Nonno Gelo in Russia che indossa un cappotto azzurro e ogni 31 dicembre porta i regali ai bambini sulla slitta trainata da tre cavalli, accompagnato dalla sua nipotina Snegoručka. Oppure la divinità nordica Odino con una lunga barba bianca, che vagava come un viandante cavalcando un cavallo volante chiamato Sleipnir: una tradizione che ancora esiste in Belgio e nei Paesi Bassi vuole che i bambini la sera di Natale lascino le loro scarpe vicino al camino, piene di paglia per sfamare il cavallo e trovino la mattina doni e dolciumi. Proprio attraverso gli olandesi questo personaggio dai contorni indefiniti a metà fra San Nicola e Papà Natale sbarcò nel XVII secolo a Nuova Amsterdam, meglio nota come New York. Fu qui negli Stati Uniti che Babbo Natale divenne la star mondiale che è oggi, grazie a una vincente mossa pubblicitaria di una multinazionale dal marchio rosso e bianco che fabbrica la più famosa bibita gassata al mondo: la Coca-Cola.
Nel 1911 uno dei detrattori più accaniti della ditta di Atlanta, Harvey W. Wiley, organizzò una vera e propria campagna di boicottaggio e riuscì a trascinare la Coca-Cola in tribunale con l’accusa di essere dannosa per la salute, nonostante John S. Pemberton nel 1886 l’avesse concepita come un rimedio per la salute. La compagnia venne assolta, ma le fu proibito di utilizzare nelle pubblicità immagini di bambini sotto i 12 anni, a causa del contenuto di caffeina. Per aggirare questo ostacolo, che rischiava di farle perdere una fetta consistente di consumatori, la Coca-Cola iniziò a usare Babbo Natale come testimonial soprattutto per il suo rapporto privilegiato con il mondo dell’infanzia. Fu così il disegnatore Thomas Nast a creare per la prima volta l’immagine pubblicitaria paffuta e bonaria di Santa Claus, perfezionata nel 1931 da Haddon Sundblom che ha fissato l’immagine entrata ormai nell’immaginario collettivo, prendendo a modello il proprio vicino di casa che di professione faceva il commesso viaggiatore.

“Ritorna ogni anno, arriva puntuale
con il suo sacco Babbo Natale:
nel vecchio sacco ogni anno trovi
tesori vecchi e tesori nuovi.
C’è l’orsacchiotto giallo di stoffa,
che ballonzola con aria goffa;
c’è il cavalluccio di cartapesta
che galoppa e scrolla la testa;
e in fondo al sacco, tra noci e confetti,
la bambolina che strizza gli occhietti.
Ma Babbo Natale sa che adesso
anche ai giocattoli piace il progresso:
al giorno d’oggi le bambole han fretta,
vanno in auto o in bicicletta.
Nel vecchio sacco pieno di doni
ci sono ogni anno nuove invenzioni.
Io del progresso non mi lamento
anzi, vi dico, ne son contento.”
Gianni Rodari

La favola vera del paese Riciclone

C’era una volta (chissà dove?, chissà quando?) un paese in cui si viveva bene; c’era il sole, il mare, qualche volta la neve e la gente era davvero simpatica.
Mangiava, dormiva, studiava, lavorava, giocava…
Per fare questo aveva bisogno di poche cose che usava e riusava; poi quando queste cose sembravano non servire più… mistero: c’era sempre qualcuno che se ne occupava trasformandole in qualcosa di completamente diverso, ma nuovamente utile. Tutto avveniva in modo naturale. Vivevano così comodamente che non si erano mai preoccupati di sapere chi fosse questo qualcuno, dove abitasse e come facesse.
Si ritrovarono però, inconsapevolmente, a inventare le cose più strane, creando nuovi materiali… mischiando e rimischiando davano forma ai loro desideri.
Più passava il tempo più si sentivano nuove esigenze: necessità di strumenti, di attrezzature particolari, di prodotti di ogni genere. Cominciarono ad aumentare carta, plastica, vetro, metalli e altro ancora.
Erano soprattutto gli imballaggi a fare da padrone: in ogni angolo delle strade si trovavano mucchietti di cassette, scatole e bottiglie.
Qualche frigorifero, qualche lavatrice, dei mobili e perfino dei materassi giacevano abbandonati su aree verdi o sugli argini dei fiumi. Come mai?
Forse qualcosa si era rotto? Il “mistero” misterioso che prima faceva sparire tutto adesso lasciava cumuli di cose! Con il tempo la popolazione si rese conto che tutto ciò stava diventando un grande problema. Innanzitutto diede un nome a queste montagne di “cose vecchie”: spazzatura, rifiuti, immondizia, pattume… Poi decise di raccogliere i rifiuti e di portare tutto su un prato, ma presto il prato non bastò più. Pensò allora di utilizzare aree dei paesi vicini, ma anche questa, con il trascorrere del tempo, si dimostrò non essere la soluzione più adatta: infatti anche i paesi vicini cominciavano ad avere problemi per i troppi rifiuti. Si diffuse allora una grande preoccupazione che coinvolse l’intera popolazione.
Si riunì dunque il gruppo dei saggi per tentare di risolvere il problema. Iniziarono a studiare “come si faceva prima”, scoprirono il grande meccanismo della natura che non lasciava resti, né produceva rifiuti. Ipotizzarono ingegnosi sistemi per aiutare la natura, per accelerare i processi di trasformazione. Dopo aver scartato alcune proposte che non davano garanzie per il futuro, decisero di affrontare con grande determinazione la questione, coinvolgendo tutti gli abitanti del paese.
Furono individuate soluzioni che taluni considerarono eccessivamente drastiche; tuttavia la maggior parte della popolazione le valutò come ragionevoli e, soprattutto necessarie.
I saggi presero a parlare con gli abitanti per indurli a ridurre la quantità di rifiuti prodotti (con scarsi risultati: molte cose erano troppo belle e troppo “utili”, era difficile rinunciare a qualcosa…, le loro borse della spesa erano sempre più traboccanti di nuovi prodotti considerati “indispensabili”) e a raccogliere i materiali scartati in modo separato. Un po’ per gioco, un po’ per la nascita di programmi e incentivi e un po’ per obbligo iniziò la raccolta differenziata.

Come fiori spuntarono campane di tutti i colori e gruppi di ragazzi trovarono lavoro in questa attività. I terreni, impoveriti dal tempo e dalla continua produzione di frutti, furono arricchiti con il compost ottenuto dagli scarti degli stessi prodotti agricoli e così si riprese a vedere il paesaggio di una volta.
Certo non fu facile, anche perché era necessario mettersi d’accordo con altri paesi e si sa come spesso ciò sia difficile, tuttavia i risultati che si ottennero, nonostante le molte difficoltà iniziali, facevano ben sperare.
I saggi ritennero necessario reperire risorse nuove per nuovi impianti, per produrre calore ed energia elettrica, per bruciare rifiuti, per non rovinare il territorio con brutte discariche, per non inquinare. Ritennero soprattutto necessario mettere d’accordo tante persone, che però svolgevano lavori diversi e quindi erano portatori d’interessi diversi. Vennero raccolti carta, vetro, plastica, metallo: materiali che dovevano essere riciclati, non smaltiti! Per questo iniziarono anche a discutere sulle soluzioni tecnologiche migliori e nacquero i primi contrasti tra produttori, distributori e consumatori.
I saggi pensarono di tassare di più chi non collaborava e di premiare chi lo faceva. Avviarono anche dei controlli e qualche risultato iniziò ad arrivare. I frigoriferi non più utilizzati vennero raccolti in specifici centri, fu venduta più carta riciclata, i rifiuti pericolosi erano trattati a parte; insomma, poco alla volta venne rallentato il grande pericolo della invasione dei rifiuti! Ma tutto questo non bastava e non basta; i saggi stanno ancora lavorando per far crescere imprese serie e persone ragionevoli. Tuttavia ci sono molte presenze scomode, molti esempi del passato che fanno capolino sull’argine di un fiume, in una vallata, a volte anche dietro l’angolo di casa… ma questa è storia recente che voi tutti conoscete.

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