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Natale a Trento

Visitando la città di Trento nel periodo natalizio, non si può non fare un giro nei suoi mercatini. In Piazza Fiera e in Piazza Cesare Battisti, l’atmosfera è davvero deliziosa: profumo di cioccolata calda e vin brulè, piatti fumanti della tradizione come il celebre tortel di patate da farcire a piacimento e tutt’intorno stand di oggettistica, utili per fare gli ultimi regalini. Palle di neve, piccole statuine in legno, agende di tutti i colori e materiali, cappelli, guanti, pantofole e così via: la maggior parte prodotti artigianalmente.
Famiglie, coppie e piccoli gruppetti di amici vi trascorrono piacevolmente alcune ore per poi fare un giro nelle vie del centro città dove l’atmosfera natalizia continua a diffondersi.

C’è parata e parata

Non è la solita parata gonfiata dall’autocelebrazione davanti a una folla ammutolita che ammira svisceratamente o rimane freddamente presente e attenta. L’adunata degli alpini è qualcosa di viscerale, profondamente diverso, che esula dagli schemi che normalmente vengono applicati, un appuntamento che scuote emotivamente ed evoca principi quali la solidarietà, la disponibilità generosa, la presenza che sorregge la sicurezza collettiva. E’ un grande tributo a questo Corpo, ospitato quest’anno dalla città di Trento, una commovente commemorazione delle glorie passate e dell’impegno presente sul territorio nazionale e internazionale, un momento di forte identificazione e senso di appartenenza per coloro che ne fanno parte.
Si presentano orgogliosi con i loro labari, le loro bande e fanfare, i gagliardetti, i gonfaloni e le bandiere, l’attrezzatura che caratterizza la loro funzione, i cappelli con penna tirati a lucido, le camicie a scacchi che richiamano rocce e vette, il passo fermo o strascicato nella marcia, perché a questo evento non manca nessuno, né i giovani né i più anziani. Sfilano anche quelli che non possono più camminare e lo fanno su una sedia a rotelle, quelli che si aiutano con un bastone e fanno fatica; sfilano anche i cappelli di coloro che “sono andati avanti” e sono scomparsi nell’arco dell’anno.

Ne è passata di storia da quel decreto regio, firmato da Vittorio Emanuele II all’alba della Terza Guerra di Indipendenza, che permetteva di reclutare 15 nuove compagnie regionali in cui trovavano collocazione proprio gli Alpini, per difendere i confini lungo tutto l’arco delle Alpi. Sono passate anche due Guerre mondiali nelle quali le brigate alpine non hanno risparmiato sforzi e sacrifici, sempre in prima linea. La loro storia è l’immagine di ciò che coerentemente hanno sempre rappresentato, senza aloni di falso romanticismo o sentimentalismo costruito: i custodi della loro gente. Una divisa e un ruolo istituzionale che non rinunciano all’aspetto umano e alla disponibilità più genuina e immediata.

In Europa e nel mondo le parate militari e celebrative assumono spesso una funzione dimostrativa di forza e potere militare, ma anche significativamente commemorativa; in alcuni casi i toni arrivano a essere addirittura provocatorie. Pensiamo alla sfilata delle forze armate del 30 luglio a Pechino per ‘mostrare i muscoli’ e far dimenticare le difficoltà sociali; le parate volute da Kim Jong-un per diffondere in Corea del Nord la percezione di grandezza militare assoluta e darne dimostrazione agli interlocutori internazionali; le manifestazioni militari di vaste proporzioni in Russia, dove nella piazza Rossa si ricorda il Giorno della Vittoria; il Venezuela, dove la parata militare del 5 luglio, in memoria dell’indipendenza, si è trasformata in una grande contestazione contro il governo Maduro; l’imponente e significativa parata militare in Iraq del 2017, con la quale il Paese ha voluto dimostrare l’impegno nella lotta al terrorismo a fianco dell’Occidente e ricordare quel giorno del 1979, quando i militari chiamati dallo Scià a reprimere le sommosse e i disordini di piazza, si rifiutarono di eseguire gli ordini. Una grande parata rimane sempre quella francese del 14 luglio che sembra aver ispirato il presidente Trump, presente nell’ultima edizione, il quale ha espresso la volontà di istituire una grande kermesse militare nel prossimo futuro, entro maggio o il 4 luglio, ignorando l’idea dei democratici sulla mole di sperpero che tale iniziativa comporta. A volte non manca nemmeno una nota di folklore: la parata più lunga al mondo risulta la Schützenfest annuale di Hannover, lunga 12 km, con 12.000 partecipanti da tutto il mondo e più di 100 bande.

Anche in letteratura si citano questi momenti di partecipazione di massa ed Edmondo de Amicis ne fa un capitolo del suo Libro Cuore (1886), dal titolo ‘L’esercito – 11 giugno, domenica – ritardata di 7 giorni per la morte di Garibaldi’. Nel racconto, al suono delle fanfare e bande militari il padre che assiste alla parata col figlio, racconta la storia dei vari Corpi d’armata. Sfilano gli allievi dell’Accademia, la Fanteria, il Genio, i Bersaglieri, l’Artiglieria di campagna. Sfilano anche gli Alpini, un mare di penne lunghe e dritte che sorpassano le teste degli spettatori, sfilano i difensori delle porte d’Italia, tutti alti, rosei e forti, con le mostrine di un bel verde vivo colore dell’erba delle loro montagne. Sfilano gli alpini con i loro muli potenti, che portano sgomento e morte fin dove sale il piede dell’uomo in una guerra che nessuno vuole.

– Com’è bello! – io esclamai. Ma mio padre mi fece quasi un rimprovero di quella parola, e mi disse: -Non considerare l’esercito come un bello spettacolo. Tutti questi giovani pieni di forza e di speranza possono da un giorno all’altro essere chiamati a difendere il nostro paese, e in poche ore cadere sfracellati tutti dalle palle e dalla mitraglia. Ogni volta che senti gridare in una festa Viva l’esercito, Viva l’Italia, raffigurati, di là dei reggimenti che passano, una campagna coperta di cadaveri e allagata di sangue, e allora l’Evviva all’esercito t’uscirà più dal profondo del cuore, e l’immagine dell’Italia t’apparirà più severa e più grande.

Dosso Dossi e le mutevoli anime del Rinascimento italiano

Intorno al 1531, il Castello del Buonconsiglio a Trento è un affollato e vivace cantiere supervisionato a distanza dall’ambizioso committente, il principe vescovo Bernardo Cles (1485-1539), intenzionato a trasformare l’antico presidio imperiale, dominante la città fin dal 1255, nella sua residenza privata. Figura eminente sul piano religioso e temporale (nel 1530 otterrà la dignità cardinalizia grazie all’appoggio imperiale) e in rapida ascesa sulla scena politica europea, il neo cardinale porterà nella città trentina una calda ventata di arte rinascimentale, “moderna” e internazionale, connotando la propria corte di straordinario lusso e bellezza. Accanto, infatti, alla fortezza medievale costruisce tra il 1528 e il 1536 una nuova ala con le caratteristiche di domus magna, di palazzo rinascimentale all’italiana con cortile quadrato su cui affaccia la loggia affrescata da Girolamo Romanino (1531), sull’esempio della romana villa della Farnesina. Come il modello romano, il loggiato assume primaria importanza nell’organizzazione degli spazi interni, occupati dal vasto appartamento del cardinale e caratterizzati dal sontuoso gusto decorativo di affreschi, fregi marmorei e arredi, descritti dal medico di corte Pietro Andrea Mattioli nel poemetto in ottave Il Magno Palazzo del Cardinale di Trento pubblicato nel 1539.

Tuttavia ciò che sta più a cuore al neo Cardinale è l’intera decorazione pittorica del palazzo che desidera realizzata in fretta e all’altezza delle più importanti corti europee. A tale scopo nel 1531 sollecita con insistenza il trasferimento, dalla Corte di Ferrara, di Dosso Dossi e del fratello Battista. Era a conoscenza della perizia dei due pittori e delle loro invenzioni di temi profani, legati al mito, alla storia e alla natura, e nel momento in cui arrivano a Trento i due artisti estensi giocano un ruolo dominante. Tanto che il loro incarico andò progressivamente espandendosi dall’Andito della Cappella, alla Stua de la Famea, alla Camera del Camin Nero, alla Sala Grande, alla Libraria, per un totale di diciannove stanze dove eseguono soffitti e fregi ad affresco in un brevissimo periodo, se nel giugno dell’anno successivo (1532) Dosso prende congedo dal Clesio lasciando il fratello Battista a concludere i lavori.

E’ a Trento che il linguaggio decorativo di Dosso e Battista, già allenato al classicismo ‘postmoderno’ dalla lezione di Giulio Romano a Palazzo Te a Mantova e di quella di Tiziano a Ferrara, si accresce di nuova audacia e originalità, come è evidente nell’elegante soffitto della sala del Camin Nero, decorato a grottesche e squarciato da un oculo centrale in cui fluttuano giocosi putti; o ancora, nel fregio del Volto avanti la Cappella, primo ambiente o corridoio della residenza clesiana, dove nel giovane Mercurio che si sporge da una lunetta, ritorna quella tipica interpretazione dell’antico che connota l’affascinante dipinto Giove, Mercurio e la Virtù o Giove pittore di farfalle (1523-1525, Cracovia Wawel Royal Castle), vera ‘superstar’ della mostra attualmente in corso nelle sale del Castello, che intesse uno stretto dialogo tra affreschi e dipinti.

Ideata dalla Galleria degli Uffizi di Firenze, nell’ambito del progetto “La città degli Uffizi”, con la curatela di Vincenzo Farinella, docente d’arte moderna all’Università di Pisa, insieme a Lia Camerlengo, Francesca de Gramatica e Lucia Menegatti, la mostra alterna il criterio cronologico ai confronti storico-artistici per soffermarsi, nelle ultime sale, sull’indagine ritrattistica. Partendo dagli esordi ferraresi, racconta attraverso quaranta opere (circa) uno dei più straordinari pittori del ‘500 italiano e del fratello Battista, spesso sottovalutato dalla critica contemporanea.

Il percorso ha inizio sotto l’occhio vigile delle divinità dell’Olimpo che decorano le lunette dell’Andito della Cappella: in una leggera architettura in stucco si affacciano Cibele, Apollo, Diana, Mercurio, Minerva, intensi ritratti che rimandano a modelli antichi come il Laocoonte, cui s’ispira la figura di Vulcano.

Nella Stua de la Famea sono esposti gli esordi di Dosso Dossi, dai giovanili Il bagno (1512) del Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo a Roma, e Donna e Satiro (1515-1516, Firenze, Palazzo Pitti) – le cui calde atmosfere e il tocco pastoso rivelano l’influenza di Giorgione – al piccolo Riposo nella fuga in Egitto (1516-1517, Firenze, Uffizi) e alla Madonna con il Bambino detta La Zingarella (1516-1517, Parma, Galleria Nazionale), dove emerge la conoscenza del paesaggio nordico di Altdorfer e di Dürer. Analogo contesto paesaggistico esalta le favole di Fedro leggibili nelle lunette sottostanti il soffitto (di grande modernità pittorica è l’episodio della favola della volpe e della cicogna).

E’ tuttavia nella Camera del Camin Nero che sono raccolti gli esiti più felici dell’arte di Dosso, ad iniziare dall’Apollo musico (Roma, Galleria Borghese) a Giove pittore di farfalle (1523-1525, Cracovia Wawel Royal Castle), che trovano riscontri nelle fisionomie delle quattro virtù cardinali dipinte dai due fratelli agli angoli del soffitto.

Nel corso del terzo decennio i soggiorni a Roma di Battista e l’arrivo a Mantova di Giulio Romano contribuiscono alla svolta classicista dei due fratelli, spingendoli ad aggiornare il proprio linguaggio verso forme più nette, figure imponenti e vigorose, e cromie più fredde, come nel San Sebastiano (1526 c.a., Milano, Pinacoteca di Brera), nel Risveglio di Venere (1524-1525, Bologna, Palazzo Magnani) e nell’Allegoria mitologica o Storia di Callisto (1529, Roma, Galleria Borghese), favole pastorali classicheggianti che si inseriscono in un paesaggio panoramico, detto parerga, tipicamente dossesco, celebrato da Giovio e da Vasari.

Con la serie delle mandorle provenienti dal soffitto della Camera della letto di Alfonso I nella via Coperta a Ferrara (1520-1522, Modena, Galleria Estense), lo stile dei fratelli si accresce di modi narrativi ben distanti dall’equilibrio classico per indirizzarsi verso l’estro e la bizzarria decorativa, culminante nell’ultima opera in mostra Allegoria di Ercole o Bambocciata (1536-1540, Firenze Galleria degli Uffizi), satira corrosiva della vita di corte, seppure nascosta tra le pieghe dell’allegoria.

La mostra Dosso Dossi. Rinascimenti eccentrici al Castello del Buonconsiglio offre dunque ampi spunti di riflessione sulle mutevoli anime del Rinascimento italiano.

La mostra, a cura di Vincenzo Farinella con Lia Camerlengo, Francesca de Gramatica e Lucia Menegatti, ha luogo al Castello del Buonconsiglio a Trento, ed è aperta fino al 2 novembre 2014.

* Anna Maria Fioravanti Baraldi è storica dell’arte e giornalista pubblicista. Già professore a contratto di Storia dell’arte moderna presso l’Università di Ferrara, ha pubblicato molti saggi sull’arte ferrarese ed emiliana del Cinquecento. E’ autrice della monografia più completa su Benvenuto Tisi detto il Garofalo, e dal 1990 è membro del Comitato Biennale donna, autorevole spazio espositivo dedicato alle donne artiste promosso dall’Udi.

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