Tag: trinità

LE ULTIME, TREMENDE PAROLE DI FRANCESCO.
Se anche il Papa dimentica il sacramento dell’Amore

 

Il Papa è tornato a parlare e lo ha fatto in una conferenza stampa nel viaggio di ritorno dalla Slovacchia. Ha toccato questioni delicate e complesse, con parole che mi sono giunte come pugni nello stomaco. Sentire dire che “l’aborto è un omicidio con l’aiuto di un sicario” a me, che sono madre di 4 figli, è sembrato un obbrobrio.

Per me la vita è sacra ma è altrettanto sacro il diritto all’autodeterminazione. Nel libro di Teresa ForcadesSiamo tutti diversi (edizioni Castelvecchi) che ho curato con Cristina Guarnieri, lei spiega che nel magistero la chiesa considera  il diritto alla vita un diritto fondamentale ma considera tale anche il diritto all’autodeterminazione.

Ora. nella questione complessa dell’aborto i due diritti confliggono: la domanda che sorge allora è:” chi può risolvere tale conflitto? “Per il magistero della chiesa  il diritto alla vita ha sempre la precedenza.
Per me la risposta è semplice, nessuno al di fuori del corpo/ spirito che porta in serbo quella vita, può risolvere tale conflitto.

Perché dico questo? Perché la vita umana non può essere usata in modo strumentale. La legge non sta sopra di noi ma sta davanti a noi e c’è uno spazio di libertà (anche se oggi parlare di libertà mi sembra quasi ridicolo) che si chiama coscienza/autodeterminazione, nel quale nessuno può entrare se non con il permesso.
Non riconoscere alle donne questo spazio è privarle della loro umanità.

Da millenni l’uomo maschio controlla i corpi delle donne in modo ossessivo, il controllo riproduttivo è poi il caposaldo su cui si radica il patriarcato. I figli sono del padre, a loro si dà il cognome del padre, il padre è l’autorità.
Forse oggi I padri sono meno ‘padri’ nell’immaginario collettivo, il loro ruolo si è modificato dagli anni 60′ in poi, ma il dio Padre, lo Stato Padre, il Santo Padre, i padri della scienza, continuano a dettare leggi prive di anima, negando un patto sociale che è alla base delle comunità.

Le donne di questa comunità sono parte, come tutti del resto, ma se a loro continua a venire negato il diritto all’autodeterminazione è forse possibile parlare di  comunità?
La mia amica Monaca (che non è a favore dell’aborto ma di una sua depenalizzazione, posizione che condivido) aveva risolto il caso con il magistero, ponendogli una domanda: come mai la chiesa nel caso di un padre il cui figlio abbia bisogno di un trapianto di un rene, se lo ha compatibile, non viene obbligato in alcun modo a donarlo?
Inoltrò la sua domanda al Vaticano, aggiungendo anche che la donazione di un rene ha un grado di mortalità e di complicanze ben minore di una gravidanza e di un parto. La sua domanda rimase senza risposta.

Con la stessa logica del controllo dei corpi delle donne sono, poi, le parole che Papa Francesco riserva al secco no al matrimonio di gay e lesbiche, ma a un compassionevole si ( sic) alle unioni civili. Il matrimonio è un sacramento che riguarda solo una donna e un uomo, a suo dire, perché nella teologia della complementarità il matrimonio è strettamente legato alla riproduzione. Ma non è forse vero che la chiesa non ha mai negato il matrimonio a una donna attempata che certo ha perso la sua prerogativa di riprodursi? O lo negherebbe a una donna priva di utero? O a un uomo infertile?

La teologia della complementarità, o la visione laica binaria, negano alla base l’unicità di ogni singolo essere umano, senza distinzione di sesso, perché l’ uno diventa la metà dell’altro.
Ma nella struttura sociale, e nell’immaginario che regge questa prospettiva, le donne si trovano sul gradino più in basso.

La cosa curiosa è che il sacramento del matrimonio è la manifestazione dell’amore di Dio e, l’amore di Dio lo troviamo nella trinità, e questo amore non ha nulla a che vedere con la complementarità.
Dunque, in questo caso, lo stesso Papa sembra non riuscire ad entrare in quella prospettiva trinitaria che è alla base della nostra fede cristiana.

Sempre la mia amica Teresa Forcades a questo proposito scrive: “Ecco perché sono a favore del matrimonio omosessuale. Non ritengo sufficiente che la Chiesa diventi tollerante nei confronti  degli omossessuali, né che semplicemente smetta di discriminarli o colpevolizzarli, sono a favore del sacramento dell’amore fra due persone, sia etero sia omosessuali, a patto che  fra loro vi sia un amore autentico […] il problema del matrimonio  non è se sia  etero o omosessuale, ma la qualità dell’amore che lo anima.”.

Nel 2015, in un articolo pubblicato sul blog 27ora dal titolo Il femminismo ci libererà dalla violenza sui deboli [Vedi qui], affrontavo la questione della assunzione di responsabilità alla pari delle donne nello spazio pubblico e  quanto questo mettesse in crisi gli immaginari di riferimento e le fondamenta della società patriarcale.

Scrivevo: “La venerazione per la Ragione pura che, dall’Illuminismo in poi è stato il motore del progresso in campo scientifico ma anche in quello politico sociale e culturale fino alla creazione degli Stati di diritto ai quali si deve l’abbattimento graduale di diseguaglianze e discriminazioni allora impensabili, oggi sembra in crisi e non risponde più alle esigenze di una democrazia sempre più avanzata. La ragion pura ha gradualmente spogliato l’immagine paterna, a cui l’idea di Stato è legata, della forza empatica e umana di cui era anche portatrice, trasformando la sua autorevolezza in autoritarismo, ha svuotato la parola del suo autentico senso incarnato riducendola a codice astratto privo della conoscenza esperienziale che passa per un corpo sessuato.”.

Mai come oggi queste parole mi sembrano vere!
Sembra che lo stesso Santo Padre abbia perso il senso della parola incarnata.

PRESTO DI MATTINA
Il nome a te dovuto

 

«Mi diranno: “Qual è il suo nome?” E io che cosa risponderò loro?», (Esodo 3,14)». Qual è il nome a te dovuto? Perché si creda che esisti, che sei vero, realtà e non pensiero, un sogno, un idea mia? Non desiderio mio di darti un nome, un mio vaneggiamento; al contrario: «al tuo nome e al tuo ricordo si volge tutto il mio desiderio» (Is 26,8).

Solo l’esperienza mistica e quella poetica riescono l’impossibile: nominare l’alto senza nominarlo e dire il nome segreto dell’amore fin dall’inizio e cantarlo senza enunciarlo, come è nel Cantico dei cantici: «Mi baci con i baci della sua bocca! Sì, migliore del vino è il tuo amore. Inebrianti sono i tuoi profumi per la fragranza, “aroma che si spande è il tuo nome”: per questo le ragazze di te si innamorano. Trascinami con te, corriamo!», (Ct 1, 2-4).
Solo quando si ama si sperimenta la voce a lui dovuta: «Una voce! L’amato mio! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline», (Ct 2,8).

Proferire la voce ‘trinità’, come pure il lemma ‘amore’, senza il cuore, senza averlo incontrato, senza la paura di averlo perso e poi la gioia di averlo ritrovato e di nuovo di correre a cercalo, questo dire e confessare senza amore, è come l’eco di conchiglie vuote sulla spiaggia, labbra ruminanti dall’onda mosse, muovono il vuoto di una mortale afasia. O come “stroboli” aperti di pigna, dopo che il vento ne ha disperso le sementi, stanno come lingue rinsecchite tramutate in legno: fremono al vento parole prive di vocali, inservibili: «Quand’anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non ho amore, divento un bronzo risonante o uno squillante cembalo. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi l’amore, non sono nulla, a nulla gioverebbe», (1Cor 13,1-2).

Così è di chi prova a dire l’Altro nome ed ogni nome, senza l’arte “scombinatoria” dell’amore che lega e scioglie, costruttiva e creatrice di parole sempre nuove, e tuttavia ancora parole abbreviate, tronche nella loro finitezza, bisognose sempre di trascendersi, di protendersi al di là di sé stesse verso la loro intima sorgente, quella oltre ogni incontro: il volto dell’altro, sempre segreto e svelato ad un tempo, indecifrabile e detto, nascosto e ritrovato, circoscritto nella sua forma e cangiante e dispiegato all’infinito.

Così nome dopo nome, voce dopo voce, sguardo dopo sguardo, ancora oltre si ode nel silenzio il nome impronunciabile che è a lui dovuto: «Si, al di là della gente/ ti cerco./ Non nel tuo nome, se lo dicono,/ non nella tua immagine, se la dipingono./ Al di là, più in là, più oltre./ Al di là di te ti cerco./ Non nel tuo specchio/ e nella tua scrittura,/ nella tua anima nemmeno./ Di là, più oltre./ Al di là, ancora, più oltre/ di me ti cerco, Non sei/ ciò che io sento di te./ Non sei/ ciò che mi sta palpitando/ con sangue mio nelle vene,/ e non è me./ Al di là, più oltre ti cerco», (Pedro Salinas, La voce a te dovuta, Torino 1979, 11).

Anche i più solenni nomi e concetti della tradizione e teologia cristiane, distillati tra mille idiomi, come oro nel crogiolo nei primi concili, con l’intento di esprimere in sintesi la fede di tutti, decantati nel cuore di differenti culture di popoli per esprimere l’unico mistero della fede – come pure i misteri più insondabili della liturgia come quelli celebrati nella domenica della Santissima Trinità o del Corpus Dominirestano puro flatus vocis, semplici nomi, privi di consistenza per noi se non riescono a far udire l’altra voce: «Una voce! L’amato mio! Eccolo».

«La poesia è un’avventura verso l’assoluto. Si può arrivare più o meno vicino; si può fare più o meno strada, ecco tutto. Bisogna lasciar correre l’avventura, con tutta la bellezza del rischio, della probabilità, del gioco». Così Pedro Salinas descrive il suo itinerario poetico: un’erranza innamorata. Pertanto l’assolutezza della parola, come l’unicità del nome d’altri, sta oltre le parole e i nomi che nominiamo, voce che non può essere raccolta, se non continuando a desiderare, cercando e chiamando sempre di nuovo, attendendola anche quando giunge solo il suo silenzio e in quel silenzio gridi: “Trascinami con te, corriamo!”, tra un pieno e un vuoto, tra oscurità e chiarore, verso l’assoluto.

Lo stesso possiamo dirlo dell’esperienza mistica che è esperienza non di solitari e solitarie, neppure di pochi, ma di tutti coloro che osano la bellezza e il rischio dell’amore. Per Giovanni della Croce poesia e mistica furono abbracciate insieme come un’unica avventura, notte oscura, fiamma d’amor viva, salita al monte verso Kerem-El, il Carmelo, letteralmente ‘Vigna di Dio’.

Sabato scorso di mattina in libreria, sembrava aspettasse solo che gli passassi accanto per chiamarmi. La sua copertina non era nascosta tra i dorsi degli altri libri, ma esposta sullo scaffale in bella mostra. Proprio non si poteva non vederla, così familiare nel formato della collezione di poesia dell’Einaudi, nero su bianco: La voce a te dovuta. Poema, di Pedro Salinas, (Torino 1979). E lessi in fretta il breve testo per sentirne la voce e diceva: «E sto abbracciato a te/ senza chiederti nulla, per timore che non sia vero che tu vivi e mi ami». Trasalii! È questo un verbo che dice tutto e non esprime minimamente la dirompenza del sentimento che provai. Ma resistetti a quella voce seducente e non presi con me il libro; ne avevo già preso un altro: Scrivere per dire sì al mondo. Allontanandomi però stentii che era già segretamente entrato dentro di me a sparpagliarmi il cuore e i pensieri. Così andai all’Ariostea, certo che era là ad aspettarmi.

La raccolta poetica La voce a te dovuta appartiene alla piena maturità dell’autore, costituita da una settantina di brani. È tuttavia una raccolta unitaria, riunita come un poema d’amore per la continuità del tema che in essa si dispiega. L’ho sentita subito in alcuni tratti e versi così simile, oserei dire, così consonante al Cantico dei cantici, che è il luogo letterario, insieme ai testi profetici e alle beatitudini e parabole del Regno che meglio ci consente immaginare le cose future promesse nel Vangelo: promesse di giustizia, di pietà, di quell’amore più grande di tutti che sta nel dare la vita; un amore di cui non possiamo portarne il peso, se non a condizione che diventiamo familiari alla sua voce e la seguiamo come fosse una via, il nome a lui dovuto.

Immaginare la promessa: ecco il dono e il compito che lo Spirito chiede oggi ai cristiani per una conversione pastorale in stile sinodale. Occorre ridare volto, mani, piedi, cuore alle promesse e alle parole della fede di cui essi sono portatori, ascoltando, incontrando, accompagnando con il cuore. E non serve a nulla un semplice maquillage; non si cambia con i ritocchi di una cosmesi di superfice; non serve l’acido ialuronico per eliminare l’indurimento del cuore.

«Che cosa ci è stato promesso?»: si interroga Agostino nel suo Commento alla Prima lettera di Giovanni (IV, 6): «Saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è», ma aggiungeva con il sapere di chi ha amato e continua ad amare questo invito: «La lingua non è riuscita ad esprimersi meglio, ma il resto, le altre cose immaginatele, pensandole col cuore, (cetera corde cogitentur)». Ricreare il dirsi e il donarsi della fede, il suo credere e il suo sperare, a partire da un cuore pensante (Etty Illesum).

Le riflessioni di Maurice Merleau-Ponty (1908-1961) offrono alla teologia e al cristianesimo l’orizzonte di una fenomenologia della percezione e dello stile che consente di riscoprire uno “stil novo”, stile di abitare il mondo: «[Oggi] impariamo a veder nuovamente il mondo attorno a noi, da cui ci eravamo distolti nella convinzione che i nostri sensi non potessero insegnarci nulla di valido e che solo un sapere rigorosamente oggettivo meritasse di esser preso in considerazione … In un mondo così trasformato non siamo soli, e non siamo soltanto tra uomini. Questo mondo si offre anche agli animali, ai bambini, ai primitivi, ai pazzi, che lo abitano a modo loro e che coesistono con esso», (Conversazioni, Milano 2002, pp. 43-44).

Nel testo di Pedro Salinas c’è un passaggio per me significativo, illuminante, che mi ha ricordato il passare attraverso la notte oscura dei mistici spagnoli. Nella notte oscura, come insegna Giovanni della Croce, occorre restare abbracciati a colui che sembra averci abbandonato, lasciando solo il ricordo di una “pura voce d’ombra” e quella “solitudine immensa” di essere rimasti i soli ad amare l’altro che si è sottratto, come evaporato: «E sto abbracciato a te/ senza chiederti nulla, per timore/ che non sia vero/ che tu vivi e mi ami./ E sto abbracciato a te/ senza guardare e senza toccarti./ Non debba mai scoprire/ con domande, con carezze,/ quella solitudine immensa/ d’essere solo ad amarti».

Ma questa notte è per i mistici e i poeti e, per chi crede amando, la porta stretta che fa accedere ad un amore ancora sconosciuto; fa riudire una voce, una parola nuova oltre la parola, inimmaginabile e indicibile: un “incendio di amore” lo chiama Giovanni della Croce. Egli scrive: «se è vero che all’inizio della notte dello spirito non si avverte ancora quest’incendio d’amore, perché non ha ancora cominciato ad agire, tuttavia al suo posto il Signore dona subito un amore che verifica, permette di valutare, giudicare, un amore ‘estimativo’ di ciò che si sta vivendo». Una ferita d’amore sentita come un abbandono: «si tratta di un amore così elevato, che tutto ciò che l’anima soffre e sopporta di penoso nelle prove della notte oscura è il pensiero angosciante di aver perso Dio e di essere da lui abbandonata» (Notte oscura, 13,5). Oltre la porta della notte oscura si dice nel Cantico «trovai l’Amato del mio cuore, lo strinsi fortemente, e non lo lascerò» (Ct 3,4).

Nemmeno quel Dio, che ha ispirato il Cantico dei cantici per dare voce al suo nome impronunciabile Jhwh, è stato risparmiato da questa ferita d’amore, come di costato trafitto da lancia, “solitudine immensa” di essere il solo ad amare il suo popolo e sentire di non essere da lui riamato. «Perciò il Signore dice: “Poiché questo popolo si avvicina a me solo con la bocca e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me, e il loro timore di me è solo un comandamento insegnato da uomini, perciò, ecco, io continuerò a fare meraviglie in mezzo a questo popolo, sì, meraviglie e prodigi; la sapienza dei suoi savi perirà e l’intelligenza dei suoi intelligenti scomparirà”», (Is 29, 13-14). «Essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua», (Gr 2, 13). Ed ancora «Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore. Come potrei abbandonarti. Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione» (Os 11, 3-4; 8).

Il modo tuo d’amare
è lasciare che io ti ami.
Il sì con cui ti abbandoni
è il silenzio. I tuoi baci
sono offrirmi le labbra
perché io le baci.
E sto abbracciato a te
senza chiederti nulla, per timore
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d’essere solo ad amarti.
Se ancora non lo credo,
qualcosa già più denso,
più palpabile, la voce
con cui dici: «Ti amo»,
lotta per affermarti
contro il mio dubbio. Accanto
un corpo bacia, abbraccia,
frenetico, e cerca
qui la sua realtà,
in me che non ci credo;
bacia
per guadagnare la sua vita
ancora incerta,
puro miracolo, in me.
La notte è il grande dubbio
del mondo e del tuo amore.
Ho bisogno che il giorno
ogni giorno mi dica
che è il giorno, che è lui,
che è la luce: e li tu.
Ho bisogno del miracolo
insolito: un altro giorno
e la tua voce, a conferma
del prodigio di sempre.
Ed anche se tu taci,
nell’enorme distanza,
l’aurora, almeno,
l’aurora sì. La luce
che oggi lei mi porterà
sarà il gran sì del mondo
all’amore che ho per te.

Pedro Salinas, La voce a te dovuta. Poema, Torino, 1979

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PRESTO DI MATTINA
Toccare il sole con un dito

‘Immedesimazione’ è parola quanto mai densa di significati. Fra gli altri essa allude al processo attraverso cui due cose distinte si uniscono nella medesima realtà. Ma dice anche il procedere di una realtà in un’altra, sino al raggiungimento di una condizione di identità. Sul piano personale, comporta ‘abitare nell’altro’ e allo stesso tempo ‘diventarne sua dimora’. Un legarsi nel cuore, nel cammino e nella sosta, in vicinanza e in lontananza. A volte può bastare un semplice pronome identificativo, come idem, per superare la stessa lontananza generata dalla morte (come tra Sam e Molly nel film Ghost di Jerry Zucker), per far ripartire un processo, una storia di immedesimazione che si credeva finita per sempre.

Lo stesso concetto, sebbene approfondito millenni dopo dalla psicanalisi moderna e reso anche con la parola ‘empatia’, non è estraneo alla sacra Scrittura. Anzi, l’immedesimarsi di Dio con il suo popolo è rappresentato in modo vivissimo in Deuteronomio 7, 7-8 là dove si ricorda che “Il Signore si è legato a voi nel cuore e vi ha scelti non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli ‒ siete infatti il più piccolo di tutti i popoli ‒ ma perché il Signore vi ama“.

Immedesimarsi nell’amore rende innamorati dell’amore, abitati dall’amore, fondati e radicati in esso, così da scoprire e comprendere a quale eredità esso ci chiama: quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità di colui che ci ama e che ri-amiamo, pur ponendosi egli oltre ogni capacità di approfondimento e conseguimento (Cf. Ef 3,18). Un’ulteriorità che ci fa divenire così perenni viatores e velatores, in viaggio per terra e per mare, per sempre sospinti dal desiderio di amore, dall’anelito di una più grande libertà di affidarci all’altro, in una reciprocità di dono che ogni volta svela, velando poi di nuovo, la sua vertiginosa insondabilità.

Ricordo un episodio raccontatomi da padre Silvio Turazzi a proposito di un gioco che lui e suo fratello Andrea facevano da piccoli, al tramonto, nella sconfinata campagna di Stellata. Giocavano a raggiungere l’orizzonte e a toccare il sole: e un attimo prima del tramonto allungavano un dito, come per toccarlo, immergendolo in quella incandescenza di amore che “veste del suo splendore il giorno che declina; per riprovarvi poi il giorno dopo di nuovo a cercare di raggiungerlo, ancora più vicini, sera dopo sera. Un’esperienza mistica, credo sia stata la loro: come una chiamata, corrisposta, di quel mistero ‘incomprensibile’, ‘perenne’, ‘assoluto’ direbbe Karl Rahner ‒ che noi chiamiamo Dio.

Una vocazione, pure, a immedesimarsi sempre più verso quell’altro esistente incomprensibile, infinito nel finito, che è l’uomo ‒ mistero a sé stesso ‒ e volgersi verso quell’umanità che, proprio al tramonto, quando si oscura la dignità umana, viene sommersa dalle tenebre del male. Ma è proprio in questa tenebra, in questa “notte oscura”, il luogo nel quale abita e si nasconde, ad un tempo, l’incomprensibilità oscura e luminosa di Dio. Nel descriverlo, san Giovanni della Croce gareggia con il Cantico dei cantici quando dice: “Notte che mi guidasti, oh, notte più dell’alba compiacente! Oh, notte che riunisti l’Amato con l’amata, amata nell’Amato trasformata!”.

“Notte – dice Dio con le parole di Charles Peguy – tu sei la mia grande luce scura […]. O Notte, o figlia mia Notte, tu la più religiosa delle mie figlie la più pia./ Delle mie figlie, delle mie creature colei che è più nelle mie mani, la più abbandonata./ Notte tu sei la sola che fasci le ferite. I cuori doloranti. Tutti scassati. Tutti smembrati. O mia figlia dagli occhi neri, la sola delle mie figlie che sia, che io possa dire mia complice./ O figlia mia scintillante e scura. Che fai acqua pura con l’acqua sporca,/ Acqua giovane con l’acqua vecchia […]. Anime chiare con anime torbide”.

Dignità umana perduta e ritrovata. È soprattutto questo l’annuncio del vangelo: la buona notizia della perla preziosa, il tesoro nascosto nel campo, narrati nelle parabole del regno dei cieli e della dignità promessa e ridonata. Anche per questo sono profondamente convinto che immedesimarsi con il vangelo sia lo stesso che immedesimarsi nell’umano: di più, sprofondare e perdersi in esso, per ritrovare la propria e l’altrui dignità smarrita e ritrovata: “Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt. 10,39). Un’immedesimazione comune e reciproca, che nel vangelo di Luca e di Matteo si riassume nell’invito a una prassi, che è anche regola etica planetaria presente in tutte le religioni: “tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7,12).

Solo in questo fare, che costruisce la propria dignità nella ricerca della dignità degli altri, attuandola insieme, immedesimandosi in una comune impresa, è dato sperimentare la stessa gioia, anche evangelica, con cui ci si impegna per la propria dignità: “La gioia di seminare i semi da te è la medesima che seminarli nel mio campo” dice un proverbio africano. Non l’una senza l’altra, dunque, ma in una simbiosi esistenziale che credo sia la più fedele via mistica proposta a tutti dal vangelo, l’esperienza anche paolina del farsi tutto a tutti.

Se poi provassimo a riflettere sull’immedesimarsi di Gesù ‒ empatia di Dio per noi (dentro il nostro patire) ‒ non finiremmo più. Basterebbe il titolo “Figlio dell’uomo”, da lui prescelto per dire l’esserci per noi, uno di noi, per far germogliare, riscattare, compiere con gesti e parole la dignità calpestata e mortificata dei ”figli di Dio”. Ma è nelle Beatitudini che meglio si esprime questo suo immedesimarsi con la gente, i poveri, gli afflitti, i miti, con quanti erano affamati e assetati di giustizia. Un’immedesimazione che giunge a completa identificazione, sino a condividerne le sorti: povero tra i poveri, perseguitato coi perseguitati, afflitto con gli afflitti. Il tutto traendo linfa da un’altra immedesimazione, quella col Padre, ricercata sul monte, di notte, nell’intimità nella preghiera, per poi proseguire nella pianura, praticando l’intimità con la gente, risanando, liberando, perdonando, facendo rivivere la vita, senza per questo allontanarsi dal Padre, che ritrovava anzi lì accanto, anche lui sceso dal monte, a fare famiglia con gli uomini e le donne delle beatitudini.

Per questo nell’iconografia della Trinità crocifissa ‒ da quella del Masaccio in Santa Maria Novella, passando per quella più familiare ma non meno potente di Ludovico Carracci in S. Francesca, in cui il Padre viene in soccorso del Figlio con largo abbraccio, preceduto dall’invisibile Spirito spirante in quella luce discendente, quasi caravaggesca, che si concentra sulle figure dei Patriarchi avvolte dall’oscurità dello sheol, fino a giungere alla terracotta, quasi impressionista, di Michele da Firenze presso il seminario diocesano, ‒ in tutte queste raffigurazioni sono rivelate agli occhi, prima che all’udito, e rese al vivo le stesse parole di Giovanni, il culmine e la fonte di ogni umano e divino immedesimarsi: “In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi” (Gv 14,20).

Anche Dante, sembra commuoversi della dignità dell’uomo, trasfigurata dalla somiglianza alla “Somma libertà” da cui origina ogni vita e che tutto attira e muove: “Ma vostra vita sanza mezzo spira la somma beninanza, e la innamora di sé sì che poi sempre la disiria” (Paradiso, VII, 142). Il viaggio della Commedia, itinerario mistico, che vede immedesimarsi in un comune cammino del sapere condiviso e della libertà come amore, il cosmo, l’uomo e Dio, non è tuttavia per iniziati, ma costituisce una possibilità reale, un “pane” per ogni uomo, sia esso Ulisse o Abramo, poeta o illetterato, un pane che tutti possono compartire. Nel Convivio, Dante fa riferimento ad un “pane orzato del quale si satolleranno migliaia, e a me ne soverchieranno le sporte piene”. I commentari chiariscono che si tratta di un riferimento al Vangelo di Giovanni, al pane d’orzo che Gesù moltiplicò, cui si fa corrispondere un altro pane, la lingua nuova del ‘volgare’, che come il pane di Gesù satollerà migliaia. Come la forza del vangelo illuminò di nuova comprensione le scritture antiche, così la nascente lingua italiana costituì luce nuova tale da rendere accessibile la conoscenza del vangelo anche alla moltitudine affamata degli illetterati, digiuni del sapere antico.

Anche Dante, come ogni cristiano, si immedesima nella pratica della misericordia che condivide il pane del sapere per i veri miseri. Di qui la scelta di scrivere in volgare, dettata da quell’amore che vuol donare sapere a molti e magari a tutti dignità riscattandone l’ignoranza. Scelta di coscienza civile certo, ma ‒ ho ragione di credere ‒ anche evangelica, tale da riflettere la regola aurea del vangelo, che è regola di reciprocità etica, forza generativa di altra umanità e aspirazione somma di colui che allarga la conoscenza, perché ‒ come scrive lo Dante ‒ “dare a molti e donare a molti è pronto bene, in quanto prende somiglianza dalli benefici di Dio, che è universalissimo benefattore”(Conv., 18, 3) che “innamora di sé sì che poi sempre la disiria”.

Nella parabola del Giudizio finale è narrato il colmo dell’immedesimarsi Dio, tramite Gesù, nell’intera umanità. Egli infatti così risponderà ai convocati dinanzi a lui: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40).

Si narra che “Abba Paissio pregava in continuazione per uno dei suoi discepoli che aveva rinnegato Cristo, e mentre pregava gli apparve il Signore risorto e gli disse: – Paissio per chi preghi? Non sai dunque che quel discepolo mi ha rinnegato -. Ma il santo continuò ad avere compassione per il suo discepolo con la preghiera. E allora il Signore gli disse: – Paissio per mezzo del tuo amore sei diventato come me ripieno di compassione “. Qui si introduce il tema vastissimo della Imitatio Dei, della imitazione come mimesi, come stile del cristiano, capace, pure lui come il Padre celeste di far sorgere il sole del perdono sui giusti e sugli ingiusti; è Paolo che lo ricorda, dicendo anche alla comunità di Corinto: “Diventate miei imitatori come io lo sono del Cristo” (1Cor 11,1).

Christian De Chergé, priore dei monaci trappisti di Tibhirine assassinati in Algeria, scrisse nel suo testamento: “Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era ‘donata a Dio e a questo paese. … So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi; so anche le caricature dell’Islam… L’Algeria e l’Islam, per me, sono un’altra cosa: sono un corpo e un’anima. E anche a te, amico dell’ultimo minuto che non avrai saputo quel che facevi. Sì anche per te voglio questo ‘grazie’. E questo ad-Dio da te previsto. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre Nostro, di tutti e due. Amen! Inshallah. (T. Georgeon Ch. Henning, “La nostra morte non ci appartiene”. La storia dei 19 Martiri d’Algeria, Bologna 2018).

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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