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Il demone dell’austerità manda all’inferno l’Europa

Quest’anno ricorre il ventennale dell’euro e questo ha dato modo a molti commentatori di esprimere il loro giudizio, ai giornali di aumentare le tirature con titoloni multi colonne e ai cittadini di saperne un po’ di più sulla moneta unica, in positivo o in negativo.
L’ultimo autorevole intervento è arrivato nientedimeno che dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. La data è il 15 gennaio scorso, l’occasione è stata l’intervento a Strasburgo nella plenaria del Parlamento Europeo.
“C’è stata una mancanza di solidarietà” nella gestione “della crisi greca. Abbiamo coperto di contumelie la Grecia: mi rallegro nel vedere che la Grecia e il Portogallo hanno ritrovato un posto, non dico un posto al sole, ma un posto tra le vecchie democrazie europee”. “Sono stato presidente dell’Eurogruppo nel momento della crisi economica e finanziaria – ha aggiunto Juncker – sì, c’è stata dell’austerità avventata. Non perché abbiamo voluto punire coloro che lavoravano o coloro che erano disoccupati, ma perché le riforme strutturali, indipendentemente dal regime monetario in cui ci si trova, restano essenziali”.
“Mi rincresce”, ha inoltre scandito Juncker, che nella gestione della crisi finanziaria l’Eurozona abbia “dato troppo spazio al Fondo Monetario Internazionale. Se la California entra in crisi, gli Usa non si rivolgono al Fondo, e noi avremmo dovuto fare lo stesso”.

Ovviamente questo ha scatenato gli oppositori storici alle politiche di austerità, dal M5S alla Lega, a Varoufakis, che ha chiosato: “Troppo poco, troppo tardi. Sarà condannato dagli storici”. E in effetti nell’ultima parte riportata si evince che siamo stati dati in pasto ai lupi (Fmi) e che in Europa non esiste né federalismo né solidarietà. Solo cattiveria, dunque, nessuna condivisione interna e poca lungimiranza politica.
Le parole di Juncker sembrano proprio voler dire “scusateci se siamo stati troppo cattivi”, che le ricette erano sbagliate e che si poteva fare altrimenti, un colpo all’idea trasmessa in Italia da Monti e dalla Fornero che “non c’è alternativa”. L’alternativa a quanto pare c’era. C’è sempre un’alternativa e quindi c’è sempre una scelta su chi difendere o quali interessi tutelare ed è quello che hanno fatto i governi italiani fino a oggi.
Si è fatta la scelta dell’austerità piuttosto che dello sviluppo, della difesa dei mercati piuttosto che dei cittadini, della rendita piuttosto che del lavoro.

Uno dei grossi errori imposti dall’establishment europeo è stato quello di ritardare e limitare l’intervento della Bce, come si evince dal mea culpa di Juncker, a favore degli ‘aiuti’ del Fmi, permettendo che i Paesi più in difficoltà dell’intera eurozona affrontassero senza difese gli attacchi speculativi del mercato senza mettere in campo quella solidarietà economica che poteva invece essere, in quel momento di bisogno, la base di un’Europa politica.
La Grecia è stato senza dubbio il Paese che ha sperimentato maggiormente l’austerità imposta dalla Commissione Europea. Nei giorni scorsi l’incontro tra Merkel e Tsipras ha evidenziato come ciò sia avvenuto anche in spregio della democrazia e della volontà del popolo, con una pretesa e salvifica superiorità della volontà delle élite nazionali e sovranazionali.
Questo incontro è stato addirittura celebrato da alcuni giornali, come La Repubblica che ha definito un “capolavoro politico”: il fatto che Tsipras abbia ignorato l’esisto del referendum del 2015 che lui stesso aveva fortemente voluto e quindi della volontà dei greci di rigettare le richieste di disumani e inutili sacrifici per rimanere nell’eurozona. Nonostante i greci avessero votato con ampia maggioranza il no al programma di ‘aiuti’ da parte delle Trojka, Tsipras decise di fare l’opposto, di cedere sacrificando sull’altare dell’euro una massiccia svendita di asset statali strategici, a favore soprattutto delle grandi aziende tedesche, assumendosi impegni gravosi ancora per i prossimi trent’anni. L’austerità di cui sembra pentirsi Juncker ha rimandata indietro la Grecia di decenni in tema di sviluppo e di riforme sociali, ha allargato il suo debito pubblico e l’ha consegnata nelle mani di mercati, finanza e speculazione.

In Italia il processo di austerità è iniziato come auto imposizione già negli anni Novanta ed è là che siamo ancora fermi. In quasi trent’anni è stato dilapidato un vero patrimonio che altrimenti sarebbe stato fondamentale nei momenti di crisi che sono intervenuti negli anni successivi e fino a oggi, e che hanno contribuito ad ancorare il nostro Paese alle altalene delle borse. Sempre La Repubblica scriveva l’8 settembre 2017: “Lo Stato azionista si prepara ad archiviare il 2017 con una buona notizia (in Borsa quest’anno ha guadagnato 4,6 miliardi) e una cattiva: il bilancio a lungo termine delle privatizzazioni è un mezzo flop. Se il Tesoro avesse tenuto in portafoglio tutte le principali aziende che ha collocato a Piazza Affari oggi si troverebbe in tasca – tra rivalutazioni delle partecipazioni e dividendi-extra – oltre 40 miliardi in più”. Certo puro esercizio teorico, ma dà l’idea di cosa stiamo parlando!

L’austerità riflessa sui salari ce la mostra il grafico seguente. Bloccati al livello del 1991.

In compenso, in periodi di ‘austerità espansiva’ e con i rimpianti di Junker, qualcosa cresce: la povertà.

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

INTERNAZIONALE
E’ la democrazia diretta l’alternativa alla politica schiava dell’economia

Crisi e opportunità. La riflessione di Stefano Feltri vicedirettore del Fatto quotidiano, stimolato dal giornalista Rai Giorgio Zanchini, si è tenuta in bilico fra questi due estremi. Parlando in biblioteca Ariostea del suo ultimo libro (“La politica non serve a niente”) ha focalizzato il ragionamento sul declino della politica tradizionale e sugli orizzonti dischiusi dalle nuove tecnologie anche in termini di processi democratici e nuove modalità partecipative. “Sta nascendo la Repubblica di Facebook”, ha commentato, riferendosi agli spazi di intervento web attraverso i quali ci esprimiamo e ci confrontiamo. “E’ una prospettiva che genera grandi interrogativi”. Alle vecchie oligarchie si sostituiscono nuovi poteri e inediti condizionamenti.
“La crisi attuale – della politica e dell’economia – coincide con una delle più innovative ere dell’umanità per quanto concerne lo sviluppo tecnologico. Al riguardo non sono né ottimista ne pessimista. Storicamente i pessimisti negli ultimi 200 anni hanno sempre avuto torto. La tecnologia distrugge i posti di lavoro tradizionali ma crea altri posti e altre opportunità in differenti settori.
Però stavolta è diverso. I timori degli economisti è che i grandi aumenti di produttività ormai ci siano stati; e considerano per questo difficile ipotizzare nei prossimi anni significativi incrementi occupazionali. Oltretutto per beneficiare delle opportunità della tecnologia bisogna saperla usare. E adesso comincia a diventare difficile insegnare l’uso delle nuove risorse perché sono a un livello talmente avanzato che non è semplice padroneggiarle. Per usare la tecnologia oggi servono competenze elevate, quindi si creano posti di lavoro di altissima specializzazione, quantitativamente limitati, e le opportunità di impiego si riducono”.

Dallo scenario globale l’analisi scivola alle ‘facezie’ di casa nostra. “Il governo Renzi opera attuando sostanzialmente il contenimento della spesa e la riduzione delle tasse, l’agenda è praticamente la stessa in tutti i Paesi occidentali”, ha osservato Feltri. “Adesso vedremo Corbyn se avrà la possibilità di governare cosa proporrà. Ma usare leve di politica finanziaria per sostenere la spesa pubblica probabilmente non si farà mai. In Italia invece adesso per dare impulso alle grandi opere si torna a parlare di ponte sullo Stretto, ma è solo una sparata, giusto per compiacere l’Ncd che lo sostiene e ha bisogno di marcare la propria esistenza, ben sapendo che non si realizzerà mai”.

Come già rimarcato da molti commentatori nei vari dibattiti del festival di Internazionale emerge una sostanziale assenza di alternative politiche praticabili. “Le scelte appaiono obbligate e abbastanza noioso risulta il dibattito politico proprio perché offerta è sostanzialmente la stessa ovunque. La scelta degli elettori, conseguentemente, si orienta su base fiduciaria più che sulla valutazione di opzioni di cui si fatica a cogliere le differenze”.

“La situazione è bloccata dal 2007. La previsione è che la disoccupazione si mantenga all’attuale livello dell’11-12 percento ancora per i prossimi due anni, mentre il Pil è ancora circa nove punti al di sotto di quello di otto anni fa. I segnali di ripresa? Quando si registra uno zero virgola qualcosa di aumento si esulta… In questa situazione oggettivamente è complicato intervenire ed è difficile persino valutare gli effetti reali delle scelte politiche. Gli ottanta euro in busta paga, per esempio, hanno generato qualcosa?”. La disincantata analisi spiega la disaffezione della gente dalla politica, “che si misura attraverso la partecipazione elettorale: i governatori di Liguria e Toscana – aggiunge il vice del Fatto – stante la bassa affluenza alle urne sono stati eletti con il sostegno del 20 percento della popolazione. Come si fa a parlare di seriamente di rappresentatività?”.

Aspro è anche il giudizio su Tsipras, l’uomo che a molti appare come una concreta speranza e alternativa alla politica dominante. “Quando diceva che non avrebbe più firmato gli accordi o era un demagogo in malafede – cosa che non escludo – o ingenuamente riponeva eccessiva fiducia sulla capacità di ripresa della Grecia. Fatto sta che ora governa attuando lo stesso programma che avrebbe portato avanti il centrodestra se avesse vinto. E la grande illusione è svanita. E’ un programma inevitabile. Se la Grecia è il laboratorio per il cambiamento dell’Europa, come hanno dichiarato tanti suoi sostenitori, questo è il risultato: governare rispettando un’agenda imposta dall’Europa alla quale non esistono alternative”.

Se non riparte l’economia la politica è dunque condannata alla sudditanza o può recuperare ugualmente una sua autonomia? domanda a questo punto Zanchini.
“Il messaggio realistico che oggi la politica può lanciare non è riferito alla crescita, ma a priorità minime da salvaguardare: non essere disoccupati, avere un reddito decente e qualche tutela. Se si alimentano invece aspettative superiori al grido di ‘evviva, c’è la ripresa’, si pongono le basi per altre amare delusioni e questo può generare ulteriore sfiducia e disaffezione.
Alcune buone idee le hanno esposte i Cinque stelle: rete di cittadinanza attiva e tagli alle spese per la Difesa e a quelle dei ministeri, da cui si ricaverebbero 15 miliardi che le altre forze politiche non sanno dove trovare per cominciare a garantire un reddito di cittadinanza.
Comunque la politica è destinata a cambiare radicalmente. Non dico si debba necessariamente andare verso la democrazia diretta, ma il modello regge. In questa prospettiva agli elettori si sostuiscono i follower. Se ci pensiamo, qualcosa del genere anche nella democrazie attuali di fatto sta già accadendo”.
E persino la Grecia, in un modello politico di democrazia comunitaria e secondo le logiche della condivisione, si potrebbe salvare senza aspri sacrifici, con un crowfunding continentale: “basterebbe convincere ogni cittadino europeo a devolvere 3 euro e 19 centesimi…”.

INTERNAZIONALE
Dì qualcosa di sinistra (ma senza disturbare). Orizzonti di cambiamento fra moderazione e radicalità

C’è poca speranza che la più celebre invocazione di Nanni Moretti trovi accoglienza. A sentire il dibattito di Internazionale, che ha scelto per titolo proprio quella sua esortazione (“Dì qualcosa di sinistra”), l’appello parrebbe destinato a restare inascoltato.
Bianca Berlinguer, la moderata moderatrice dell’incontro (che senta forse il bisogno di accreditarsi filo-renziana per salvaguardare la poltrona al Tg3?), mette subito le cose in chiaro (dal suo punto di vista) e traccia il solco di un confronto risultato un po’ al di sotto delle aspettative e degli standard consueti del festival: spiega che l’Italia in questa fase non è un’eccezione, ma si adegua a una tendenza europea che segnala un’eclissi della sinistra radicale e una decisa prevalenza delle politiche moderate, con la sola Inghilterra incidentalmente controvento causa la recente imprevista elezione di Corbyn alla guida del Labour party.

All’annotazione iniziale dell’intervistatrice, replica Michael Braun, solido corrispondente dall’Italia del Die Tagszeitung e unico a sfoderare qualche acuto: “Ma siamo sicuri che serva ancora una sinistra? – si domanda provocatoriamente – L’idea oggi dominante è che si vincano le elezioni solo se si conquista il consenso dell’elettorato di centro. Già da tempo, peraltro, lo spazio della socialdemocrazia si è ridotto perché i conflitti tradizionali sembrano sfumare. In realtà, però – spiega – ora un quarto dei lavoratori sono sottopagati ed emerge in pieno l’insufficienza dell’azione della sinistra e l’inadeguatezza della sua politica. Ma il problema è che la ‘sinistra-sinistra‘ in Italia ha da tempo perso aderenza con la base sociale, Rifondazione per esempio era diventato un partito di insegnanti più che di operai… Oggi, allora, in chi si può riconoscere il nuovo proletariato? Per molti la tentazione è restarsene a casa, perché tanti lavoratori non si sentono più rappresentati. E’ talmente vero, che per l’attuale sinistra a Roma è più facile prender voti ai Parioli che a Tor Bella Monaca…”.

“Ma la tradizionale monoliticità della sinistra è da tempo annientata da un fenomeno di disgregazione della base sociale” – ribatte tosta la Berlinguer, quasi a voler sollevare da colpe l’attuale condottiero. E passa palla.
“L’evoluzione post ideologia della sinistra, si verifica ben prima dell’avvento di Renzi – conferma Giada Zampano del Wall street journal, che onestamente si professa neofita di politica e in qualche passaggio un po’ tradisce questo limite -. Da anni – osserva – si guarda al leader più che al partito. Renzi cavalca bene questa tendenza e sfrutta a suo favore l’onda populista che da Berlusconi in poi caratterizza la politica italiana. Non ha fatto quasi nulla di sinistra, non parla per esempio di reddito di cittadinanza, ma taglia indiscriminatamente le tasse a tutti. Oggi il popolo di sinistra è composto principalmente da una classe media intellettuale messa in grande difficoltà dalla crisi. E poi c’è invece un ceto marginale che va alla ricerca di rappresentanza e magari si riconosce nelle derive leghiste più che nei partiti della sinistra”.

Eppure il Pd in Italia secondo i sondaggi risulta in ascesa“, nota la Berlinguer. La quale poi, accennando alla Grecia ascrive “alla leadership di Tsipras (più che alla linea politica di Syriza) le ragioni della recente duplice vittoria elettorale dell sinistra”.

Anche in questo caso Braun diverge: ammette la forza di traino di Tsipras, ma ricorda come “la crescita di Syriza nasca dal basso grazie a un capillare lavoro casa per casa, quello che la sinistra italiana non fa più da tempo. È questo che la rende credibile, si avverte un valore praticato di solidarietà in quel movimento. Poi c’è un leader attraente che senz’altro aiuta. Ma sarebbe sbagliato limitare a questo l’analisi”.
Spiega poi che c’è una profonda differenza in seno all’Europa e che il quadro va scisso fra nord e sud: “Nel cuore del Mediterraneo chi si sente vittima delle politiche dell’Unione europea, di fatto guidata dalla Merkel, riconosce nelle emergenti forze di sinistra un baluardo e una risposta credibile all’imperante diseguaglianza. Per questo crescono Syriza e Podemos; e anche il Movimento 5 stelle, che in Italia ha ormai chiuso lo spazio alla sinistra radicale perché ha assorbito lui questa domanda”.

“E la spaccatura est-ovest?” domanda Bianca Berlinguer…
“La rotte delle nuove migrazioni rappresentano un test di sopravvivenza per l’Europa che ancora non riesce a trovare una risposta unitaria. Il problema appare un’emergenza, ma in realtà ha origini antiche e sulla capacità di fornire soluzioni si basa la possibilità di sopravvivenza dell’Unione”, sostiene Giada Zampano

“E Corbyn invece come si spiega? Potrebbe essere quello laburista un modello valido per il Pd e una speranza per la sinistra interna?”, chiede la conduttrice dando la sensazione di non crederci troppo.
Braun considera “molto interessante capire quale meccanismo abbia consentito all’outsider Corbyn, da tutti descritto come candidato destinato a perdere, di sovvertire le attese e conseguire il successo. È risultato il rottamatore della situazione – spiega -. Solo in questo, ha qualcosa di comune con Renzi, ma… di segno opposto! Corbyn rappresenta l’anti ‘blairismo’ incarnato dai suoi tre antagonisti, tutti seguaci del celebre premier. Corbyn rottamatore, quindi, ma da sinistra. Renzi invece è la risposta moderata alla (presunta) precedente egemonia della sinistra nel Pd. Ma la vittoria di Corbyn è stata possibile perché in Gran Bretagna come in Germania buona parte della popolazione si sente esclusa dai giochi e avversa quella piccola parte che comanda e mantiene i propri privilegi”. Lì, nel gorgo del conflitto sociale, Corbyn ha trovato i suoi sostenitori.

“Sì però ora molti sostengono che il Labour a guida radicale sia destinato a dure sconfitte“, obietta la Berlinguer.
E Braun, serafico: “Lo dicevano anche di Vendola quando si è candidato in Puglia: è una fissa italiana quello di credere che le elezioni si vincano solo buttandosi al centro. Una sinistra che voglia avere successo deve partire invece proprio dalle domande che si è posto Corbyn e dai bisogni a cui offre soluzione”.
E qui il pubblico del teatro Nuovo, fino a quel momento solo spettatore, entra in scena con il primo convinto applauso.

Insiste la Berlinguer: “E perché non dovrebbe essere così anche in Italia?”. E non non è chiaro se alluda a una possibile rivincita della sinistra radicale o a una capacità del presidente del Consiglio di farsi interprete anche del malcontento. Giada Zampano la intende in questa maniera: “In effetti la politica di Renzi va proprio in questa direzione e mira a recuperare il voto di quelle persone che non votano più perché non si sentono rappresentate da movimenti radicali come M5s o Lega. È un salvagente lanciato all‘elettorato moderato, del tutto coerente con la sua storia personale di democristiano cresciuto nelle file della Margherita”.
“D’altronde Renzi ha costruito il suo successo sui fallimenti di chi lo ha preceduto e sull’insoddisfazione dell’elettorato del Pd”, acconsente e chiosa la conduttrice.

Braun invece pensa allo scenario alternativo, ma rileva che “la sinistra a sinistra del Pd ha fatto fatica persino ad accordarsi sulla lista per le politiche europee” e confessa tutto il suo scetticismo: “Lì non vedo alcuna progettualità, solo partiti-bonsai che reagiscono a Renzi senza avere una visione d’insieme e forse per questo inciampano in piccoli compromessi come nel caso della riforma del Senato. ‘E poi dicono abbiamo segnato un gol…’, con un linguaggio oltretutto che non si può ascoltare”. Aggiunge: “Cuperlo è certamente uomo di grande cultura ma che non sarà mai leader di partito né lo sarà Fabrizio Barca che fino a tre anni fa non aveva mai militato. Non vedo né leader né idee“, aggiunge sconsolato. E conclude: “È dal 2011 che il Pd ha imboccato deciso la strada della moderazione. Renzi non ha stravolto nulla, ha solo accelerato la marcia. Di diverso rispetto a quelli di prima ha il carattere, alla loro tristezza ha contrapposto l’allegria!”.

Arriva a questo punto (per un ritardo dell’aereo) il corrispondente di Liberation, Eric Jozsef, ma – come si direbbe con metafora calcistica – entrato a cinque minuti dal termine non cambia volto alla partita: “Renzi ha spazzato via l’ala sinistra del partito”, osserva in sostanza. E non pare proprio un rivelazione assoluta.
Sull’abilità comunicativa di Renzi si lancia di nuovo anche la cronista del Wall street: “Renzi si è accreditato come ultima speranza, speculando anche sulla crisi degli altri partiti. Si è presentato agli italiani come ultima possibilità per garantire all’Italia autonomia e sovranità rispetto all’Europa. Ma l’agenda di governo non è molto diversa da quella di chi l’ha preceduto”, conclude realista.

Alternative concrete?”, è l’ultimo quesito posta dall’attuale direttrice del Tg3.
Stoccata finale di Braun: “I Cinque stelle oscillano nei sondaggi fra il 22 e il 27% e sono quindi un’alternativa concreta, ma non sono certo che una loro eventuale vittoria possa fare bene all’Italia perché non li vedo ancora maturi per governare. Poi sostengono l’uscita dall’euro, un esperimento rischioso per Italia ed Europa. Però è l’unica alternativa, cosa che di certo non può essere Salvini”.

L’OPINIONE
I falchi della Troika umiliano la Grecia

Alcune considerazioni del giorno dopo…
1) L’accordo è bruttissimo. Il punto politico più grave è il ritorno della Troika ad Atene riducendo la Grecia ad un Paese sotto amministrazione controllata.
2) Nel documento sono scritte condizioni durissime che la Grecia deve accettare per accedere ad un nuovo programma di ‘aiuti’. Non mancano cadute nel ridicolo, come la richiesta di approvare in tre giorni un nuovo codice di procedura civile e far fronte alla crisi con l’apertura dei negozi la domenica e la liberalizzazione di panetterie e latterie…
3) Sono previste alcune misure che dovrebbero permettere all’economia greca di evitare il collasso. 4) Sei mesi di trattative non vanno considerati passati invano. Alcune verità scomode devono essere guardate in faccia senza abbellimenti retorici o autoconsolatori. Innanzitutto, l’Unione europea non esiste come federazione di Stati guidati da una concertazione politica democratica. Essa è dominata in modo assoluto dalla classe dirigente tedesca che “…punisce con il ferro e il fuoco le province ribelli…”. Inoltre, è tutta da costruire un’altra Europa politica ed economica. Il compito è difficile e non garantito. Servono nuovi soggetti politici (Podemos, Syriza ecc.) e un cambiamento di quelli vecchi (innanzitutto il Pse se è ancora in tempo e se è in grado di realizzarlo…). Le ‘nuove’ forze devono mettere al bando demagogie, promesse velleitarie, populismi che ‘saltano’ i nodi da sciogliere (rapporti di forza, analisi delle condizioni reali del proprio paese ecc.). Se non lo fanno, i ‘nodi’ si aggiungono alla corda sempre pronta degli avversari per ‘impiccare’ la vittima…
5) Infine un auspicio. Se l’obbiettivo politico perseguito dai ‘falchi’ alla Schauble è stato fin dall’inizio quello di cacciare la Grecia dall’Ue, speriamo che gli inevitabili e fondati dissensi presenti dentro Syriza non scoppino al punto da far saltare il governo di Tsipras…Se ciò accadesse, allora sì che il piano tedesco sarebbe totalmente realizzato. A proposito della Germania. Ha voluto stravincere. Ma la sua immagine ne esce male. L’arroganza, la prepotenza, il sadismo con cui ha voluto umiliare un Paese scassatissimo e in ginocchio non è detto che sia stata una mossa di lungimirante saggezza politica. Vedremo..

Lo scenario europeo dopo il no della Grecia

da: Mauro Milanesi (ufficio stampa dipartimento relazioni esterne Altroconsumo Finanza)

I Greci han voltato le spalle all’Europa. Tsipras si rafforza e ora tenterà di trattare nuovamente. È quasi certo che l’Europa gli chiuderà le porte in faccia per non ridisegnare le regole europee sotto ricatto. Forti dell’arsenale della Bce gli Stati del Sud Europa dovrebbero essere protetti dalla speculazione. Attenzione, dicono gli analisti di Altroconsumo Finanza, stiamo parlando dei titoli di Stato, le Borse sono un’altra cosa. In più è probabile che chi ha dovuto attuare politiche di austerità come il Portogallo e l’Irlanda siano i primi a non essere indulgenti con Atene (altrimenti ogni sforzo compiuto verrebbe sbugiardato dal “liberi tutti” greco e chi ha imposto lacrime e sangue ora inutili rischia nelle prossime elezioni).

L’ANTICAMERA DI UNA NUOVA DRACMA
Vincenzo Somma, direttore di Altroconsumo Finanza: “Le conseguenze per la Grecia sono che il 20 luglio non paga i debiti. Va in default. La Bce non può più (le è vietato) sostenere le banche greche. Mancherà il denaro anche allo Stato per fare i suoi pagamenti. Il blocco degli sportelli continua. Il governo potrebbe pagare i dipendenti e i fornitori con delle sorte di “pagherò” o miniassegni che potrebbero divenire una anticamera della nuova Dracma. Siamo in un terreno inesplorato. C’è chi parla di uscita dall’Unione europea (non è prevista l’uscita dal solo euro), ma le vicende di questi giorni insegnano che le sorprese sono sempre possibili. Una di queste potrebbero essere che il presidente greco (non è del Partito di Tsipras) si dimetta così che il Parlamento sia chiamato a eleggerne un altro; visto che non c’è la maggioranza necessaria si andrebbe di nuovo alle urne”. Scenario molto incerto secondo Somma.

ANCORA INCERTEZZA
In questo momento i mercati sono già crollati per tener conto della sorpresa. Una volta subito il colpo, però, le loro dinamiche potrebbero sganciarsi dalla Grecia. I tassi non subiranno grossi sbalzi grazie alla Bce. Le Borse si riprenderanno piano piano, a meno che non si dimetta il presidente, in tal caso il rinnovo della prospettiva di incertezza potrebbe generare una serie di alti e bassi. Il cambio dell’euro col dollaro paradossalmente potrebbe venir rafforzato dal venir meno della zavorra greca. Una Europa senza la Grecia, risulta, infatti più compatta.
Se non si dimette il presidente, si potrebbe aspettare che la bufera passi e investire secondo i consigli di Altroconsumo Finanza senza farsi problemi per Atene. Ovviamente in questa fase ogni titolo imparentato con la Grecia va in ogni modo evitato e, appena possibile, venduto, consigliano da Altroconsumo Finanza anche se hanno perso molto. Che le cose siano andate male non significa che non possano andare peggio. Sconsigliato farsi trovare col cerino in mano.
Se il presidente si dimette si riaprono scenari incerti e alti e bassi man mano che l’elezione di un nuovo Parlamento terrà banco. In questa situazione si dovrà tenere sotto mano i certificate long (42,75 euro, codice Isin DE000SG409M1 scommette su un rialzo di Borsa) e short (0,81 euro, codice Isin DE000SG409N9 scommette su un ribasso) di Société Générale per seguire giorno dopo giorno ogni evento e specularci (o proteggere il tuo portafoglio, gli strumenti sono gli stessi).

tsipras

La Grecia, oltre il debito: ecco l’orizzonte politico di Syriza

Della Grecia si parla di questi tempi quasi esclusivamente in riferimento ai debiti da saldare al Fondo monetario internazionale e alle casse statali, che sono pressoché vuote. A rischio è il pagamento di pensioni e salari pubblici, con lo spettro dell’insolvenza e forse del default sempre più minaccioso.
La comunicazione dei media si limita agli esiti degli incontri politici finalizzati ad accelerare l’attuazione del piano di riforme, peraltro non ancora compiutamente condiviso fra il nuovo governo greco e le istituzioni comunitarie che, diciamocelo, non sono proprio in linea con gli indirizzi dell’esecutivo guidato da Tsipras.
Spesso si dimentica di considerare il prezzo che il popolo greco sta pagando per questa situazione e di valutare quanto la crisi economica si traduca in crisi sociale.
La prima riflessione da fare riguarda proprio la concezione che dello Stato sociale ha il nuovo esecutivo, in cui Syriza è il principale partito. Il fondamento è la volontà di attenuare le disparità sociali, introducendo un sistema normativo atto a garantire un’esistenza dignitosa a tutti, secondo il principio di uguaglianza. Il presupposto è che ad ogni cittadino siano assicurati i diritti basilari, come l’assistenza sanitaria, l’accesso alla pubblica istruzione. Ma il presente stato di crisi di certo non agevole l’opera di perequazione.
La seconda riflessione, invece, riguarda direttamente gli effetti sociali dell’allocazione di beni e risorse. Amartya Sen, premio Nobel per l’economia, vanta il merito di aver scomposto il legame tra il concetto di utilità, in riferimento all’interesse privato, e il benessere che ne deriverebbe; in termini di sviluppo economico; ha portato, cioè, a mettere in discussione il riferimento al reddito quale attendibile indicatore del benessere collettivo. La sua trattazione dimostra come il livello di reddito sia importante nel favorire l’aumento delle possibilità di accesso a determinati beni e servizi, ma considera anche come la libertà di azione sia a sua volta compromessa da deficit di natura civile e politica, che impediscono in concreto il pieno sviluppo di un benessere collettivo.
E’ in merito a questi punti che occorre ricordare l’importanza dell’introduzione di riforme sociali per generare una reale condizione di relativo agio per la comunità.
In particolar modo, Syriza (di cui un intellettuale della portata di Chomsky “coglie il movimento verso est” in ottica anticapitalistica), tra gli impegni elettorali ha indicato con decisione il miglioramento delle condizioni occupazionali e il riconoscimento di una nuova soglia per il salario minimo; un piano di investimenti nel settore pubblico, nell’istruzione, nello sviluppo della conoscenza, nella tecnologia e nella filiera produttiva. Insomma, ampie dosi di welfare da finanziare attraverso l’abbattimento di privilegi fiscali e sociali, necessari anche all’estensione della protezione sociale a famiglie senza reddito, anziani, bambini, disabili e disoccupati. Un programma decisamente in antitesi con il concetto di austerity imposto dall’Europa e con i conseguenti continui tagli alla spesa sociale. Le prossime settimane ci mostreranno come si risolverà questo ossimoro.

Ravenna festival, Moni Ovadia esplora i fronti della Grande Guerra: “La memoria strumento per costruire il futuro”

“L’altra Europa con Tsipras è un progetto straordinario: parte dall’immensa opera fatta dai nostri compagni greci, che hanno dimostrato come un partito della sinistra, non del centro-sinistra, possa diventare maggioranza in un Paese europeo. Questo è il nodo centrale: finalmente all’orizzonte appare una sinistra nuova che è la sinistra, mi sono stufato dell’espressione ‘sinistra radicale’, con un potenziale elettorato del 15-20% già ora. Un giorno potrà forse anche diventare maggioranza relativa conquistando il consenso di chi, pur non riconoscendosi nella sinistra, apprezza la qualità di un progetto molto concreto che al primo posto mette il lavoro, la dignità delle persone e un sistema economico-produttivo sostenibile; non i capitali e le speculazioni finanziarie di un pugno di banche. Noi siamo il buon senso rivoluzionario”. Moni Ovadia è fra gli ospiti di spicco del Ravenna Festival. In lui arte e passione politica si fondono in un impegno a tutto tondo. Dal suo più recente slancio civico inizia la nostra chiacchierata. La cornice è prestigiosa.

Sono infatti passati ormai 25 anni da quella sera di luglio del 1990, quando il Maestro Riccardo Muti ha alzato la sua bacchetta dando inizio alla prima edizione del Ravenna Festival, manifestazione culturale che da allora non ha mai smesso di crescere sia dal punto di vista della qualità artistica degli eventi, sia per quanto riguarda la poliedricità dei cartelloni, acquisendo sempre maggiore prestigio e riscontrando l’adesione di un pubblico sempre più vario per età e provenienza. Nel corso degli anni l’antica capitale dell’Impero bizantino d’Occidente è diventata la moderna capitale della musica, della danza, del teatro. Difficile fare un elenco degli artisti, anche volendo scegliere solo i nomi più prestigiosi, che il Festival – attualmente diretto da Cristina Mazzavillani Muti, Franco Masotti e Angelo Nicastro – ha portato a Ravenna realizzando in 25 anni quasi un migliaio di eventi.

Destino vuole che questo importante traguardo del Festival coincida con un altro fondamentale anniversario della storia nazionale ed europea: il centenario della Prima Guerra Mondiale. Proprio alla Grande Guerra è dedicata questa edizione 2014 intitolata 1914. L’anno che ha cambiato il mondo.
Fra gli appuntamenti espressamente dedicati all’evento che ha dato inizio al ‘secolo breve’ c’è Doppio Fronte. Oratorio per la Grande Guerra, che vede in scena un grande protagonista del nostro teatro come è, appunto, Moni Ovadia e una grande interprete della musica popolare: Lucilla Galeazzi. Insieme a loro i quattro musicisti della Moni Ovadia Stage Orchestra (Luca Garlaschelli al contrabbasso, Massimo Marcer alla tromba, Albert Florian Mihai alla fisarmonica, Paolo Rocca al clarinetto) e un coro formato da una ventina di giovani fra i 18 e i 23 anni diretti da Manuela Marussi. A parlarcene, a poche ore dal debutto, è lo stesso Moni Ovadia, che definisce questo lavoro una narrazione “per schizzi, per flash”, composti attraverso dati storici, memorialistica dei soldati al fronte e di chi era rimasto a casa a lottare per sopravvivere, cartoline di guerra, brani di grandi autori come Gadda o Ungaretti, canzoni popolari e antimilitariste di tutte le nazionalità, assemblati dalla struttura drammaturgica in “una gradazione di emozioni”.

E’ la prima volta che affronta il tema della Grande Guerra?
Sì è la prima volta che mi occupo in modo organico della Prima Guerra Mondiale. Il merito va a Lucilla Galeazzi, grandissima cantante e interprete della nostra canzone tradizionale e non solo, che mi ha voluto coinvolgere in questo progetto nato da una sua idea. Lo stesso titolo “Doppio fronte” nasce dalla sua volontà di portare alla luce un aspetto poco frequentato: quello della condizione delle donne, che durante quegli anni affrontarono condizioni durissime.

Può spiegarci meglio? Quanti sono i fronti che esplorate durante lo spettacolo?
I fronti sono stati diversi: quelli degli eserciti opposti, quello degli uomini e delle donne… Se vuole le posso citare un passo dello spettacolo che le chiarirà le idee: “Doppio fronte! Alleati e Imperi centrali. Doppio fronte! Interventisti e pacifisti. Doppio fronte! Nazionalismo e Internazionalismo. Doppio fronte! Generali e soldati. Doppio fronte! Borghesi e proletari. Doppio fronte! Uomini e donne. Come vede i doppi fronti sono stati molti e noi abbiamo cercato di raccontarli”.

Nonostante gli anni trascorsi, la Prima Guerra Mondiale è ancora lontana dal cadere nell’oblio o dal suscitare indifferenza.
L’antimilitarismo nasce con la Prima Guerra mondiale, la prima guerra moderna, con un enorme dispiegamento tecnologico: le mitragliatrici, i cannoni a lunga gittata, ma soprattutto le armi più sinistre e più vigliacche, i gas. L’uomo con la sua fragilità si trova di fronte a queste armi micidiali, davanti alle quali lui è veramente carne da cannone. Questa espressione è vera. Il generale Cadorna diceva: “Per conquistare un nido di mitragliatrici basta calcolare quanti uomini riescono a uccidere quelle mitragliatrici e mandarne di più. I soldati sono gli unici proiettili che non mi mancano”. È chiaro che siamo di fronte ad una sistematica logica delle decimazioni, con i generali che fanno sparare sui loro soldati quando si ritirano. È eclatante la sproporzione fra la brutalità tecnologica delle armi e la fragilità dei soldati, nella maggior parte dei casi contadini. Non è un caso che proprio qui nasca il cosiddetto shall-shock, che noi invece chiamavamo scemi di guerra: i soldati traumatizzati dai cannoni e dalle granate. Senza contare la condizione disumana delle trincee: vivere quotidianamente nel fango, tormentati dai topi e non solo. La Prima Guerra Mondiale è il primo vero massacro di massa: gli uomini non hanno più una propria individualità, sono massa da far macellare. Oggi dobbiamo ricordare la Grande Guerra perché fu presentata come la guerra che avrebbe fatto finire tutte le guerre e invece ha preparato i conflitti più micidiali, come la Seconda Guerra Mondiale. La memoria è uno strumento per costruire presente e futuro, oltre che una forma di cultura straordinaria.

Doppio Fronte. Oratorio per la Grande Guerra è una produzione Ravenna Festival e Mittelfest e andrà in scena in prima assoluta lunedì 16 giugno alle 21 al Teatro Alighieri di Ravenna.

Il programma del Ravenna Festival è consultabile al sito www.ravennafestival.org

Tipi di sinistra

Questo non è un commento sul risultato delle elezioni. Tanti ce ne sono già stati che credo abbiano ormai esaurito la materia: chi vince, chi perde, chi guadagna, chi arretra con tanto di flussi in ingresso e in un uscita e di motivazioni sociologiche volte a cercare di spiegare un fatto così eclatante.
No, qui vorrei cercare di seguire la traccia più debole e per ora, mi pare, quasi inesplorata degli effetti a caldo dei risultati elettorali sulle persone che compongono le varie anime del grande, variegato e storicamente litigioso popolo della sinistra. Trascurerò quindi le dichiarazioni dei leader, gente esperta a dissimulare ciò che non è bene traspaia, ma mi occuperò esclusivamente delle reazioni dei militanti e dei semplici elettori. Ovviamente non farò nomi e cognomi, ma quanto segue è stato ispirato dalle conversazioni reali e virtuali che ho avuto o a cui ho assistito in questi ultimi giorni.
Lo spettro di reazioni che ho avuto modo di cogliere è molto ampio, molto più di quanto l’eccezionalità dell’evento potrebbe far pensare. A prima vista infatti si sarebbe portati a ritenere che una vittoria elettorale con quasi il 41% dovrebbe mettere tutti d’accordo, ma in realtà non è per niente così. Cominciamo, così ce li togliamo di torno, con i due soli concetti comuni a tutti i commenti: lo stupore per le dimensioni del risultato, del tutto inaspettato, ed il senso di scampato pericolo se per caso avesse vinto il populismo. Di questo sono tutti più o meno esplicitamente grati al Pd, anche chi se ne colloca decisamente al di fuori.

Poi arrivano le differenze ed i distinguo più o meno sottili, fino a lasciar intravedere anche segni di reale disagio. Prima di addentrarmi nell’elencazione delle categorie che mi è parso di poter identificare, una premessa è comunque d’obbligo: le tipologie di reazioni che seguono hanno una consistenza numerica fra loro molto diversa ed alcune sono del tutto marginali. Ma qui, come detto, conta il campionario. Possiamo perciò identificare:
1. I soddisfatti senza se e senza ma. Nel Pd sono in massima parte sostenitori di Renzi fin dal congresso, se non prima; fra gli esterni al partito sono soprattutto coloro che mai avevano votato a sinistra.
2. Quelli del “troppa grazia Sant’Antonio”. Cioè quegli iscritti ed elettori del Pd che avrebbero sì voluto un’affermazione del loro partito, ma decisamente più contenuta di quanto non sia stato. Il timore per loro è che un successo così ampio possa indebolire le loro ragioni di opposizione al nuovo corso. Ad essi, animati da sentimenti pressoché analoghi, si aggiungono molti di quelli che hanno votato per la lista Tsipras.
3. I “grillini pentiti”. Persone che non hanno votato per il M5S (semmai si erano schierate entusiasticamente l’anno scorso) perché in profondo disaccordo con la linea portata avanti dai fondatori e che hanno invece votato per il Pd, per evitare che quella linea potesse affermarsi definitivamente. La loro reazione denota qualche senso di colpa rispetto al risultato che hanno contribuito a determinare, preoccupati che “il movimento”, che per loro continua a restare il partito politico di riferimento, possa risentire troppo negativamente della batosta subita.
4. Gli “antagonisti”. Quelli convinti che in realtà abbia vinto la Dc, anche perché solo la Dc in questo Paese può vincere con quelle percentuali, a cui la vera sinistra non potrà mai aspirare. Sono l’altra parte dei sostenitori della lista Tsipras.
5. I reticenti. Tipicamente preferiscono parlare d’altro e di solito commentano laconici con un “mah, vedremo”. Spesso sono persone in aperta rotta di collisione con il Pd di cui semmai hanno fatto parte fino a poco tempo fa. Si scorge nelle loro reazioni anche un celato dispiacere di non poter gioire per una vittoria così inusitata. Questo li rende a volta ancora più ostili nei confronti di chi adesso guida il partito.
6. Gli astenuti. Gente che non ha proprio votato, perché nessuna proposta li convinceva, ma che comunque ritiene che il risultato uscito dalle urne sia preferibile ad altri.
7. I grillini “di sinistra”. Sono quella parte di elettorato del M5S, di solito non attivisti, che ritengono che il movimento sia in realtà un’espressione della sinistra, nonostante le decise affermazioni di segno contrario dei suoi leader. Costoro hanno votato per Grillo, sulla cui linea e gestione del partito esprimono comunque significative perplessità, e a risultati acquisiti sono, se non contenti, almeno un po’ meno tristi di quelli che invece erano sdraiati sulla linea ufficiale.

Sarebbe cosa molto gradita che, se qualcuno avesse individuato altre tipologie di reazioni, le segnalasse di seguito…

E adesso Renzi può: sguardo a sinistra e occhio al nuovo Presidente

Adesso Renzi può. E deve. Può forzare sulle riforme. E decidere di mandare a casa il Parlamento se dovesse avvertire il rischio di trappole o ricatti, forte della prospettiva di riuscire a mettere all’incasso – in termini di deputati e senatori – il plebiscito popolare emerso dalle urne europee. Saldo in Italia, emergente agli occhi del consesso internazionale, con l’impulso del semestre italiano alla guida dell’Ue, può accreditarsi anche come leader continentale, motore propulsivo del rinnovamento di strategie politiche e visioni comunitarie e persino come elemento di mediazione fra i partner, in ispecie fra tedeschi e francesi.

Ha grandi opportunità, il leader del Pd, enormi responsabilità e zero alibi. Annotazione, quest’ultima, che non dovrebbe preoccuparlo (perché a suo onore va detto che alibi non ne ha mai accampati). Fra le responsabilità che gli competono c’è anche quella di riflettere sulla composizione della sua compagine di governo. Gli elettori hanno cancellato Scelta civica e ridimensionato le ambizioni del Nuovo centrodestra. Considerando l’innaturalità di questa alleanza e il suo carattere sempre definito ‘necessitato e transitorio’, farà bene, Renzi, a cominciare a valutare intese diverse, guardando a sinistra, cioè a quel mondo di cui anche il Pd, ancorché in termini di moderazione, è e resta espressione.

In questo senso, superando sia pure a stento il quorum, il cartello di partiti, movimenti e intellettuali aggregati attorno a ‘L’altra Europa’ ha fornito un, sia pur timido, segnale di vitalità, smentendo le previsioni di coloro che ne vaticinavano il sostanziale azzeramento. Invece, in questa nuova e più mite temperie, anche le istanze radicali di cambiamento dovrebbero assumere vigore e trovare un’adeguata rilevante collocazione in un ambito di confronto che non può prescindere da urgenze dettate dalla drammaticità dei problemi in campo (il lavoro, la tutela dei diritti fondamentali di cittadinanza, la salvaguardia dell’ambiente, la riforma del sistema giudiziario, il rilancio della rete educativa e delle agenzie preposte alla trasmissione del sapere, la riaffermazione di un solido concetto di bene comune in termini coscienza civica, il recupero del valore della partecipazione e la pratica della cittadinanza attiva…). La radicalità delle istanze propugnate da chi sta a sinistra del Pd, servirà a tener ben ferma la barra di comando sull’asse valoriale e a propiziare soluzioni conformi ai bisogni e alle attese.
Con interesse andranno osservate le dinamiche interne al Movimento 5 stelle, a livello di aderenti e di rappresentanze parlamentari: anche lì ci sono risorse per ora mantenute in naftalina che si spera possano concorrere con intelligenza, onestà e passione al rinnovamento.

Per quanto riguarda lo scenario politico, la prossima mossa attesa, a questo punto, è quella delle dimissioni del capo dello Stato. Il voto del 25 maggio consegna al nostro Paese un quadro di ritrovata stabilità e una chiara indicazione di scelta da parte degli elettori.
Il (secondo) mandato straordinario di Giorgio Napolitano perde la sua ragione costitutiva. Ora il presidente della Repubblica, a volte lodato, più spesso di recente biasimato – non senza ragione – per atti talora ambigui o discutibili, può ritirarsi ottenendo, in questo clima, il plauso e la gratitudine della nazione. Fino a qualche giorno fa questa evenienza era tutt’altro che scontata, perlomeno in tempi serrati.
Chi sarà il successore? Renzi punterà di nuovo su Prodi, sapendo che i 101 con una pistola alla tempia stavolta non faranno scherzi? Oppure sceglierà una figura diversa, con una storia politica meno connotata, emblema di un’Italia che cambia? Non attenderemo molto per scoprirlo.

Io voto Tsipras, sarto positivo…

IO VOTO TSIPRAS è l’anagramma di “SARTO POSITIVO” e io voto l’Altra Europa con Tsipras perché è una lista che prova a cucire diversi “tessuti sociali” per creare “abiti mentali” nuovi.
IO VOTO TSIPRAS è l’anagramma di “OSPITAVO SORTI” e io voto l’Altra Europa con Tsipras perché pratica una diversa idea di accoglienza e di solidarietà.
…e poi IO VOTO TSIPRAS anche perché è l’anagramma di “VOTA SPIRITOSO“, credo infatti che ci sia un gran bisogno di idee vivaci, di intelligenza creativa e di acutezza di vedute.

Non mi avete convinto

Grillo si definisce “oltre Hitler”, Berlusconi si piange “perseguitato”, Renzi proclama “il futuro siamo noi”. Molti slogan (alcuni davvero disgustosi), pochissimi ragionamenti.
Mettiamoci anche la Lega che bercia contro gli immigrati e riduce la fuga dalla crisi a un banale referendum sull’euro. E la lista ‘L’altra Europa’ che fatica a destare attenzione attorno al suo (pur solido) profilo ideale e allora s’attacca al fondoschiena della propria portavoce e all’impronunciabile nome d’un leader greco – che nessuno conosce – sperando così di ottenere visibilità.

Il fulcro del messaggio politico è ormai interamente slittato dal piano dei contenuti a quello della comunicazione. Si cercano le strategie più appropriate per persuadere e guadagnare consensi da spendere come cambiali in bianco. Mancano invece le risposte ai bisogni reali e un quadro programmatico che le contenga e definisca un orizzonte credibile verso il quale tendere.

Rimpiango l’utopia, stella polare in grado di orientare il cammino di una comunità. Non misurava la distanza dal ‘qui ed ora’ alla ‘città ideale’, ma ne indicava la direzione: serviva a tenere alta la tensione morale, a dare un senso al presente, a chiarire cosa fosse necessario fare per approssimarsi alla meta. E rendeva sensati e accettabili i sacrifici che ogni impresa impone.
Così invece appare tutto sterile e vano. Non si afferra il senso del presente, non si vede un approdo praticabile nel futuro. E monta la rabbia, per frustrazione.

Anche a livello locale si sconta la stessa incapacità di tenere insieme le due dimensioni: la concretezza e la prospettiva. Pare davvero la notte, descritta dal filosofo Hegel, in cui “tutte le vacche son bigie” e tutto appare indistinguibile e inutile. Una interminabile, spaventosa notte.
Non è rassegnazione la mia, è l’amara constatazione di un pur inguaribile ottimista. Inguaribile al punto che ancora spera, prima o poi, d’essere smentito.

 

Il video intonato: “Bianco, rosso e Verdone” (la scena del seggio elettorale): per alleggerire… perché l’ironia è la miglior medicina [vedi qui]

Per votare più che la pancia è meglio usare il cervello

Ormai mancano pochi giorni e finalmente cesserà questa brutta campagna elettorale, brutta perché ci sono alcuni soggetti in campo che usano l’offesa sistematica come metodo di comunicazione, e tutto ciò senza capacità alcuna di proporre cose concrete e realizzabili, brutta perché vengono fatte proposte generiche e non concretizzabili, gettando fumo negli occhi degli elettori ed infine brutta perché in questo baillamme poco si parla dei temi veri delle elezioni di quest’anno, ovverosia dell’Europa (come è stata sino ad ora, e come vorremmo diventasse) e delle amministrazioni comunali e dei loro sindaci laddove vi saranno anche le amministrative.
Provo, brevemente, ad analizzare quanto stiamo vedendo in queste settimane di campagna elettorale in cui i soggetti in campo utilizzano metodi comunicativi molto differenti.
La Lega che in uno dei momenti più bassi della sua storia, dopo aver deluso il proprio elettorato e operato un cambiamento del proprio vertice, cerca di arraffare voti giocando sulla crisi economica e fornendo agli elettori messaggi fuorvianti sull’eventuale efficacia dell’uscita dall’euro del nostro paese, dimentichi, i dirigenti leghisti, che nel periodo in cui c’era da gestire il passaggio all’euro e verificare che ciò non avrebbe creato e favorito opportunismi economici, al governo c’erano loro in compagnia del signore di Arcore.
La rinata Forza Italia che dopo la condanna in via definitiva del loro leader, prova a recuperare il crollo di consensi parlando un po’ a tutti gli italiani delusi, attraverso messaggi a volte contraddittori in cui il “leader maximo” un giorno sembra uno statista di livello ed il giorno dopo sembra un uomo all’attacco ed attaccato al potere, anche costoro dimentichi di quanto hanno promesso negli ultimi 20 anni e di quanto non hanno mantenuto, peraltro con la giustificazione dei loro fallimenti incolpando sempre altri soggetti, a volte la magistratura “comunista”, a volte il capo dello Stato, a volte i poteri forti mondiali, a volte l’Europa o la Germania, senza mai fare una vera autocritica.
Il Movimento cinque stelle che dopo i fasti delle elezioni del 2013 e gli insuccessi alle amministrative celebrate l’anno scorso, attraverso il suo massimo leader e cofondatore, utilizza tutti gli strumenti comunicativi, compreso il turpiloquio e le sparate a zero (o per meglio dire a vanvera) per raccogliere o, meglio , ramazzare i voti di tutti gli italiani (che purtroppo sono davvero tanti) scontenti , delusi dalla politica tradizionale e fortemente incavolati. Non contenti di utilizzare gli sproloqui, i pentastellati si lanciano persino in messaggi parzialmente veri od elencano una sequela di proposte che possono apparire interessanti ma che non hanno la concretezza delle cose serie e a volte sono chimere impossibili da realizzare.
Poi, a sinistra c’è la lista che sostiene Tsipras, che propone un Europa molto diversa dall’attuale, che può affascinare le persone che come me hanno una storia e che provengono da quella storia importante, ma che, purtroppo, prefigura soluzioni e ricette difficilmente realizzabili per svariati motivi, di cui i più importanti sono il numero probabilmente esiguo dei consensi in Europa che li farà essere marginali e le difficoltà dell’attuale momento in cui è necessario avere ricette percorribili se si desidera davvero un cambiamento.
Infine c’è il Pd che dopo le evidenti difficoltà del dopo elezioni politiche e conseguente cambio al vertice non solo del suo segretario ma anche del presidente del consiglio, sta provando a porsi, attraverso la sua adesione al Pse, come una delle speranze per l’Europa di arrivare ad un profondo cambiamento della stessa, mantenendo, però, i fondamenti di essa, e rendendola più moderna e più aderente ai tempi .
Noi normali cittadini siamo perciò circondati da miriadi di informazioni, molto spesso contraddittorie ed espresse in un linguaggio che, a volte, non ci appartiene, ma abbiamo il diritto-dovere di esprimere il nostro voto, e per far questo dobbiamo fermare il nostro pensiero a quanto vorremmo da questa Europa che sembra aver deluso molti, ma che è indispensabile prosegua nel suo cammino, certamente riformandosi e divenendo una sorta di stato federale.
Saggio per tutti noi, cittadini italiani, sarebbe non abbandonarci ai “mal di pancia” e all’irritazione del momento di crisi che stiamo vivendo, ma, piuttosto usare un altro organo che la vita ci ha donato, ovverosia il cervello, e attraverso esso provare a discernere le motivazioni che ci porteranno ad esprimere il nostro voto.
Io personalmente farò questo esercizio, dapprima analizzerò quanto è nelle mie aspettative sia sull’Europa che sul Comune di Ferrara, verificherò le criticità emerse , se ve ne sono state, dagli esercizi amministrativi precedenti, proverò a comprendere, informandomi, le motivazioni di tali criticità e come si è provato a risolverle, successivamente cercherò tra le proposte e tra i candidati coloro che, secondo me, rappresentano meglio la risoluzione delle criticità e che hanno una visione per migliorare, attraverso le idee e non attraverso il turpiloquio distruttivo.
Insomma il mio consiglio, per quanto poco possa valere è di affidarsi a chi ha programmi seri da proporre, idee che abbiano il senso della volontà di cambiare costruendo un futuro migliore di oggi e di non seguire coloro i quali propongono solo la distruzione di tutto il passato, perché dopo le macerie non vi è la certezza di un futuro.

tsipras

Tsipras chi? L’irresistibile fascino del leader

Di un’altra Europa c’è bisogno. Un’Europa che non sia condizionata dai diktat delle banche e della finanza. La situazione è degenerata al punto da far gridare al golpe persino uno studioso serio, rigoroso e tradizionalmente misurato come Luciano Gallino: un colpo di stato che si traduce nella sottrazione della sovranità popolare da parte dei potentati economici e dei governi loro sodali.
Il segnale d’allarme che lancia è la traduzione – solidamente argomentata – del sentire diffuso fra le persone.

Il punto nodale è che al centro della politica non stanno più gli individui con bisogni e speranze dei quali i governi dovrebbero essere prima di tutto interpreti e poi strumenti capaci di fornire risposte coerenti. Le scelte ruotano attorno ad astratte valutazioni di compatibilità di sistema, laddove il sistema considerato è meramente quello economico-produttivo e prescinde dal reale benessere degli uomini e delle donne nella loro concretezza. Tali valutazioni poi trovano traduzione in parametri che misurano un presunto sviluppo e impongono il rispetto di obiettivi che ancora una volta esulano dall’esigenza di soddisfare necessità reali e alimentano semplicemente i bisogni delle ragionerie di Stato.

E’ quindi significativo l’impegno che anche in Italia intellettuali, esponenti politici, movimenti e partiti riconducibili alla sinistra antagonista e radicale stanno cercando di profondere per dare rappresentanza a questa legittima e indifferibile esigenza.

E’ avvilente però che, come regolarmente succede a sinistra, si sia incominciato a litigare e a dividersi ancor prima di mettersi in cammino.

Ed è altresì incomprensibile la ragione che ha indotto a far leva sulla presunta capacità catalizzatrice di una persona fisica, piuttosto che puntare sulle qualità del progetto e delle idee che ne sono espressione.

Contro il leaderismo e i rischi delle sue derive populiste, da sinistra si conduce una costante polemica. Eppure non si è resisto all’incoerente pulsione di sbattere nel simbolo del nascente partito che si candiderà alle elezioni per il parlamento europeo il nome del leader greco di Syriza, quasi fosse espressione di un potere demiurgico. L’Altra Europa auspicata da Andrea Camilleri e Marco Revelli, Barbara Spinelli e Moni Ovadia, Sonia Alfano e Paolo Flores D’Arcais, Luciano Gallino e Guido Viale, inciampa nell’irresistibile bisogno di dichiarare che sta “con Tsipras”.

Nessuno sottovaluta l’analisi di Weber sulla leadership e il carisma. Ma, ammesso che di questa dote Tsipras sia fornito, chi conosce l’esponente politico della nuova Grecia probabilmente già ne apprezza le qualità e non avverte il bisogno di ostentarlo quale nume tutelare.

Chi invece non lo conosce, cioè il potenziale elettore – quello più interessante in termini di strategia politica – difficilmente lo promuoverà con subitaneo entusiasmo a ‘leader maximo’, figura che ancora suscita attrazione in una certa parte della sinistra. Costui non solo non sarà attratto, ma potrebbe anche infastidirsi dall’esibizione del carneade.
Il rischio, dunque, è che, alla lettura dell’impronunciabile nome e alla conseguente domanda “Tsipras chi?”, segua un voto: non ‘all’Altra Europa’, ma a ‘un’altra lista’

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