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Il museo Archeologico è il migliore, parola di turista

Il primo museo da visitare a Ferrara, secondo la classifica stilata in tempo reale da turiste e turisti che ogni giorno vengono nella città estense? E’ il museo Archeologico Nazionale, che sorprendentemente si trova al primo posto su TripAdvisor considerando solo i musei, e addirittura al secondo se guardiamo a tutte le attrazioni – in cima, in questo caso, non si trova un particolare monumento, ma l’intero centro storico ferrarese! – . Un segnale notevole, frutto di un lavoro costante e rivolto al futuro.

Dalla sua prima inaugurazione nel 1935, di acqua ne è passata sotto i ponti. Era nato in prima istanza per la conservazione dei reperti rinvenuti nelle campagne di scavo appena concluse, nel rinascimentale Palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro. Sin da subito, il cinquecentesco fascino della costruzione, unica nel suo genere per l’architettura e gli affreschi, ben si sposava con gli innumerevoli ritrovamenti dell’antica città di Spina, che finalmente tornava a vivere dopo millenni di oblio. Nel 1970 lo avrebbe atteso un nuovo allestimento, fino alla chiusura negli anni Ottanta per una ristrutturazione del Palazzone, come il popolo soleva chiamarlo. Dal 1997, infine, ha riaperto i battenti, e da allora gli attuali spazi espositivi sono ancora più vasti, con una circoscritta rotazione dei materiali visibili, data la strabiliante mole di oggetti conservati negli archivi. L’integrale fruizione del museo, infatti, è di nuovo possibile dal 2011, quando la realtà digitale dei nuovi media non ha trovato difficoltà nell’incontrare il mondo tangibile di una realtà museale, aumentandone le potenzialità per venire incontro ai diversi possibili pubblici. Alcuni oggetti, per esempio, sono stati scannerizzati in 3D e i loro modelli sono apprezzabili navigando sul sito del museo, insieme con informazioni utili a chi volesse approfondire. Su Google Arts & Culture, inoltre, è possibile procedere con una vera e propria visita, virtuale, all’interno del palazzo, con la tecnologia di Google Street View. Insomma, come avere un ingresso gratuito al museo! Dal piano terra, ricco di testimonianze dell’abitato etrusco, salendo l’imponente e monumentale scalone si arriva direttamente al piano nobile, dove a essere ospitati sono gli antichi resti della necropoli. Ma la proposta espositiva in vigore da otto anni ha aperto, al pianterreno, nuovi spazi sempre più adeguati a far vivere emozioni ed esperienze a chi per la prima volta cammina su quei pavimenti. Innovazione non vuol dire, però, solo tecnologia. Il cambiamento sta nel riuscire a vedere con occhi nuovi ciò che già ci circonda, parafrasando Proust. Ecco perché anche inaugurare una zona relax e concedere a chiunque di poter toccare con mano alcuni reperti, rigorosamente autentici, vuol dire stare al passo con i tempi. La multisensorialità, nel percorso museale, può essere esperita anche in veri e propri laboratori didattici, grazie ai quali, in speciali occasioni, l’innegabile stupore che provoca la storia di Spina può essere ben sperimentato in prima persona da giovani e studenti. E se la curiosità stimolata dal museo sarà troppo incontenibile, il museo stesso vi verrà incontro, aprendo le porte della cospicua biblioteca. Una collezione libraria che negli anni Settanta constava di 1278 volumi, raccolti sin dagli anni Trenta, ma che con il passare dei decenni ha visto incrementare tale numero, fino ad arrivare ai più di novemila volumi attuali. Gioielli da sfogliare che proprio da quest’anno sono finalmente accessibili a chiunque ne abbia il desiderio.

Per trascorrere un’intera giornata con piacere, stuzzicarsi con nuovi stimoli o entrare nella macchina del tempo alla scoperta di un mondo antico, il Museo Archeologico si configura come una soluzione ottimale. Può essere una valida alternativa ai soliti luoghi per tutta la famiglia, grazie ai vari servizi offerti, così come può essere sempre stimolante per le studiose e gli studiosi del settore, grazie al suo essere costantemente in divenire. Mostre, concerti, rievocazioni storiche, convegni, conferenze: il Palazzo Costabili non è una mera vetrina di manufatti sottratti alla custodia della terra, ma è un museo vivo e in cammino che attende di accogliere chi ancora non lo ha incontrato.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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Roma e rifiuti: problema sin dagli antichi romani

Che Roma sia la capitale più affascinante del mondo non c’è dubbio alcuno, come è altrettanto vero che sia oggi fra le capitali occidentali meno rispettata dai turisti, e ahimè, anche da alcuni suoi abitanti.
Quando si passeggia per Roma ciò che per gli occhi è nutrimento puro lo è anche per la mente e per il cuore, che non possono rimanere insensibili ai 2.700 anni di storia (sperando di non far torto a nessuno) visibili nella loro panoramica interezza nella passeggiata sulla balconata del Gianicolo. Perdersi nella bellezza guardando ‘con gli occhi verso l’alto’: i quartieri cinquecenteschi, seicenteschi e via via quelli di tutti i secoli fino al Razionalismo novecentesco dell’Eur, un quartiere sfortunatamente non ultimato causa la tragedia della guerra, con quel poderoso Palazzo della Civiltà Italiana o ‘Colosseo quadrato’ di grande personalità, che non ha certamente eguali sul nostro globo.

Architetture, forme, decori e accostamento di stili nei secoli sono in un equilibrio perfetto; anche il discusso Vittoriano -conosciuto ai più come Altare della Patria – che alcuni intellettuali in cerca di pubblicità vorrebbero demolire si integra molto meglio di tanti interventi architettonici avvenuti negli anni del dopoguerra e fino agli anni Novanta del secolo scorso, quando molte costruzioni hanno subito il violento atto predatorio del buon gusto da parte di palazzinari e politici di ogni tendenza e di ben poco spessore, di nuovo alla ribalta alcuni mesi fa nella vicenda corruttiva del nuovo stadio.

Da almeno un anno Roma però è alla ribalta in Italia e nel mondo per un drammatico argomento che salta agli occhi quando passeggiando si guarda ‘verso il basso’: la spazzatura sulle strade. Un aspetto che a prima vista risulta semplice nella soluzione come spesso urlano radio, televisioni e giornalisti spesso frettolosi, ma forse non è proprio cosi. A Roma vi sono diversi fattori che, a mio avviso, convergono nel causare la situazione che abbiamo sotto gli occhi: spazzatura ovunque, uno spettacolo indegno, e questo è un fatto. Ma chi è o chi sono i responsabili di questo affronto alla città più affascinante del mondo?
Certo l’amministrazione comunale M5S in carica ha la responsabilità globale sull’efficacia del ritiro della spazzatura, sullo smaltimento della stessa, sull’operatività del personale insieme ad Ama, ma vediamo cosa ho osservato:
– in città circolano nell’area del centro centinaia di sbandati di ogni etnia e lingua, che bivaccano in ogni angolo fra monumenti millenari senza curarsi minimamente di ripulire il bivacco da carte, bicchieri, piatti, residui di cibo abbandonato per le strade e sotto le panchine, rifiuti che poi invadono ovunque.
– in città è quotidiano vedere bambini e ragazzi di etnie nomadi che aprono i sacchetti prelevati dai cassonetti del cartone, della plastica, degli abiti alla ricerca di cose utili, lasciando poi il contenuto tutto per strada e in un attimo il vento spande ovunque per le strade questi avanzi.
– centinaia e migliaia di turisti di diversa provenienza che in centro e presso i monumenti aprono bottiglie, lattine, sacchetti di pizze consumate in fretta e i contenitori abbandonati nei vasi, dietro gli angoli delle strade utilizzati spesso come latrine.
– mi hanno stupito le modalità con cui diversi romani riempiono i cassonetti del cartone senza piegare i contenitori e quindi i cassonetti son subito pieni. Inoltre ho visto cassonetti vuoti con sacchetti appoggiati fuori (che poi si rompono), quindi appoggiati li dopo lo svuotamento dei contenitori.
Alcuni amici romani mi hanno detto che diversi episodi riguardanti la spazzatura sono boicottaggi messi in atto per un contrasto politico contro la sindaca Raggi.
Non parliamo poi dell’utilizzo come cloache dei colonnati e degli angoli poco in vista da parte di varie categorie di soggetti.
Certo anche qui la principale responsabile è la sindaca Raggi, la quale, dovrebbe emettere nuove ordinanze o fare rispettare quelle in essere, se valide, punendo severamente attraverso la Polizia Municipale chi sporca e imbratta la città in quanto poi siamo noi italiani tutti a dover pagare il conto. In alcune strade a ridosso del centro ho visto un’iniziativa di ragazzi immigrati che puliscono tratti di marciapiede chiedendo qualche spicciolo; si rendono più vicini ai cittadini e certamente è più dignitoso che chiedere con il cappello in mano l’elemosina davanti ai bar o ai supermercati. Sorprende che i sindacati non abbiano già protestato per un po’ di visibilità.

Roma non è però nuova al problema della spazzatura: nel 20 a.C. fu stabilito per legge che i bottegai e i proprietari di case dovessero pulire la strada e i muri davanti alle porte dei loro locali.
Giovenale nel I secolo d.C. consigliava di fare testamento prima di uscire di notte perché “ti minacciano di morte tutte le finestre che si aprono”. Questa pessima abitudine era così difficile da far perdere ai Romani che nel II secolo Papiniano scriveva che occorreva pulire le strade per riportarle al loro reale livello liberandole dai cumuli d’immondizia che si erano nel tempo sovrapposti sul manto stradale.
Suggerirei di andare comunque a Roma e di fare attenzione a terra ma, a passeggio, di portare sempre “gli occhi verso l’alto”.

Roma, una meraviglia data per scontata

di Federica Mammina

Recentemente ho avuto la fortuna di poter trascorrere tre settimane a Roma, anche se purtroppo non da turista. Devo dire comunque che sono state sufficienti per trasformare questo breve soggiorno in un’esperienza. Perché per quanto possa sembrare strano, spostandosi da una parte all’altra dell’Italia si ha proprio la sensazione di entrare in mondi diversi.
Ci si dimentica troppo facilmente, vivendo sempre nella stessa città, di quanto sia vario il nostro paese, ed è veramente stupefacente constatare come cambino le persone, le usanze, i modi di dire e perfino gli atteggiamenti.
Sembrerà una banalità, ma io continuo a non capire quelle persone che preferiscono viaggiare per mezzo mondo, snobbando tutte le meraviglie che abbiamo a disposizione. A volte addirittura non capiamo come mai i turisti restino incantati e abbiano come sogno nel cassetto quello di visitare almeno una volta nella vita l’Italia. Per noi è facile, abbiamo sempre e costantemente sotto gli occhi una varietà di bellezze artistiche e paesaggistiche tale da non stupirci più.
Ecco, una volta di più, questo soggiorno nella città che forse più di tutte rappresenta l’emblema di questa nostra fortuna, mi ha ricordato quanto sia bello essere fieri di essere italiani e come, abituarsi a tutto questo, sia il modo peggiore di dimostrare di meritare questo bene ricevuto in dono.

Se il leone si svegliasse…

di Federica Mammina

Quello che sto per raccontarvi non è una novità, ma purtroppo si tratta di un fenomeno tornato alla ribalta in questi ultimi mesi, forse complice anche la sciocca moda del selfie.
In diversi luoghi esotici del mondo è possibile, in alcuni zoo, scattarsi fotografie con animali che sarebbero altrimenti inavvicinabili. È da diversi anni che molte associazioni hanno denunciato questo tipo di attività e definito questi zoo, non a caso, come luoghi di tortura. Già, perché lo sconsiderato turista non riesce evidentemente a partorire la banalissima considerazione che quegli animali debbano essere quantomeno soggetti a sedazione per poter essere addirittura abbracciati senza incorrere in alcun pericolo, e forse agisce con la consapevolezza della sua specialità e che l’animale sia stato sedato solo per pochi minuti e solo per lui, e non che viva costantemente in quello stato per poter essere sfruttato il più possibile. Figuriamoci poi se, date le premesse, il nostro brillante turista, sia capace di ipotizzare che gli animali vengano perfino torturati: gli elefanti ad esempio per poter essere cavalcati vengono cresciuti in gabbie dove non possono muoversi e seviziati per prostrarne la volontà, mentre ai serpenti si staccano con le pinze i dotti velenosi per renderli innocui e le tartarughe, animali timidissimi che non amano essere toccati, quando vengono presi in mano, si agitano al punto da fratturarsi da soli le zampe.
Ebbene, caro turista, voglio credere che tu lo faccia ignorando completamente le sofferenze che le tue azioni provocano a questi innocenti animali, perché a pensare che tu lo faccia consapevolmente c’è da ritenerti, se possibile, ancor più mostro di chi li sfrutta per denaro.

Il giardino segreto di Schifanoia

di Francesca Ambrosecchia

Attraversando l’androne che fa da ingresso al Museo del Palazzo Schifanoia, si piomba in una realtà verde e incantata. È uno dei tanti giardini che i palazzi della nostra città tengono nascosti alle loro spalle.
In queste belle giornate di fine settembre, viene voglia di sedersi all’ombra a leggere un buon libro. I turisti sono ormai pochi, il sole regala un caldo non afoso ma piacevole e quello che regna è il silenzio. Il giardino è un luogo di pace e relax a cui si può accedere anche senza effettuare la visita del museo: si sviluppa in larghezza e sulla sinistra si trova una caffetteria-ristorante che sembra far parte della stessa vegetazione. Struttura piccola e in muratura, regala una piacevole sosta ai turisti dopo la visita del museo ma anche agli stessi ferraresi.
La sensazione che ho ogni volta è quella di essere fuori dal mondo, in una realtà che è distante dalla frenesia e dai rumori cittadini pur essendovi praticamente al centro.

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Ferrara città immaginata, Ferara città reale… in attesa della città che si sa narrare

A fronte dell’esplosione turistica che investe Ferrara e ne esalta la bellezza e la cultura, rendendola amatissima dai turisti che sempre più numerosi accorrono e la percorrono naso all’aria, ci sono una città e un territorio che mostrano invece un aspetto ferrigno, ostile, pericoloso, disamabile. E questo aspetto riempie le pagine dei giornali locali e non: la vicenda di Igor, il feto nel frigo, gli ammazzamenti tra coniugi e tra figli e padri, il quartiere Gad, la lotta spietata politico-sociale che dal Delta e dalle spiagge inonda Ferrara, sempre più ‘Ferara’ fino a coinvolgere quella stessa cultura che dovrebbe essere il fiore all’occhiello di una città patrimonio dell’Umanità. Così la lotta, spesso troppo acrimoniosa, si sposta tra le associazioni culturali e tra queste e le amministrazioni, fino a dar luogo a veri e propri colossali fraintendimenti che in nome di una pretesa e falsa ‘ferraresità’ s’indignano e si pongono l’un contro l’altro armati, pur di far prevalere punti di vista parziali e spesso dannosi. Le tricoteuses e i loro omonimi maschi condannano, s’entusiasmano al pollice verso, conducono battaglie il cui fallimento già s’impone dal principio, perché non si ha esatta visione dei fatti, a loro volta non chiaramente esposti da chi ne deve essere amministratore e responsabile.
Insomma, non un bell’esempio di città felice.

Giunto alla rispettabile soglia di una maturità protratta fino all’imminente passaggio alla vecchiaia mi prodigo – forse invano – per permettere alle generazioni future d’avere uno spazio di manovra che le renda almeno consapevoli dei problemi che nel campo culturale sono ineludibili. Servirà?
Comincio ad avere seri dubbi. Qualche anno fa un amico caro, giornalista di vaglia, Carl Macke scrisse un articolo dal titolo assai invogliante pubblicato proprio qui su Ferraraitalia: ‘Ferrara, una città che si sa narrare’, era il giugno 2014. [leggi qui]
Concludeva Carl: “Tutte le guide turistiche elogiano, a ragione, il patrimonio artistico di Ferrara, ma la città conserva anche un patrimonio di storia e di cultura di cui le guide turistiche non fanno menzione, un patrimonio che ci consente una lettura della città che altre, seppure con una qualità della vita forse migliore, hanno perso per sempre. “Il problema culturale delle città moderne”, scrive il sociologo urbano americano Richard Sennett, “è quello di riuscire a far parlare un ambiente anonimo, di fare uscire le città dalla loro degradazione e dalla loro neutralità”. Questo problema, per Ferrara, non si pone. Forse deve solo imparare a riscoprire e valorizzare un elemento importante della sua qualità di vita: la propria capacità di narrare”.

A tre anni di distanza purtroppo l’utopia qui espressa sembra non avere la forza di avverarsi. Quel che mi sembra evidente è che se anche abbiamo conquistato la possibilità di narrarci, ci narriamo male. Anzi. Ne abbiamo perse le capacità. E’ vero poi che questo declino, o meglio questa nuova possibilità di affrontare la Storia che inficia il valore del ricordo, motore primo per la narrazione, va di pari passo con scelte non solo motivate, ma imposte, non solo nella nostra città ma nel mondo.
Allora… Perché devo misurare la capacità di offerte narrative partendo dal trionfo spallino? Perché devo affrontare i grandi problemi della città nel campo culturale dibattendomi ancora entro l’incognita del trasferimento della Pinacoteca in Castello? Perché devo sottovalutare il problema delle biblioteche di fronte alla difficile situazione venutasi a creare all’Ariostea, quando ancora non si sa se verrà prorogato l’attuale bravissimo direttore o verrà fatto un bando ad hoc? Perché devo stare con il cuore sospeso per la situazione di Casa Minerbi invasa da acque e da spore che filtrano dal sottosuolo proprio nella bella stanza adibita al cosiddetto salotto Bassani?
Certo la mia città giustamente esibisce grandi risultati (uno per tutti la soluzione del tremendo problema del palazzo degli Specchi), ma quest’aria di contesa che impedisce una rispettosa coincidenza d’interesse pubblico e privato non fa bene alla città estense e al suo territorio.
Cominciamo, se possibile, come già da tempo auspicava Macke, a riscoprire la nostra capacità di narrare.

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Uno spiraglio di ottimismo sull’economia ferrarese. Il Cds: “Puntare su turisti e studenti”

“Si può ritornare anche a una crescita dell’uguaglianza?” Così Andrea Gandini, da riconosciuto economista provocatore, ha esordito nella sua presentazione (“se l’Italia non cresce non è colpa della Ue”) per poi calarsi nella analisi della realtà ferrarese. La trentesima edizione dell’annuario socio economico del Cds è stata festeggiata con un interessante momento pubblico di riflessione su cosa succede a Ferrara. Si tratta di un racconto che vede il Centro documentazione studi protagonista da sempre e che con il suo Annuario ha da moltissimi anni cercato di richiamare tutti noi ad analizzare le criticità e le opportunità del nostro territorio. Una storia ricca di esperienze e di riflessioni di alto valore culturale.
E’ sempre bello trovare una sala piena (in Camera di Commercio) in cui chi è venuto ad ascoltare e’ mosso da interesse vero. Ferrara ha sempre più bisogno di confronti seri e al Cds il merito di essere un costante e prezioso riferimento di dialogo da molti anni (è nato nel 1972 e l’Annuario ha compiuto trent’anni).
Andrea Gandini, il presidente con la sua solita professionalità e capacità di analisi concreta e illuminata ha trattato alcune questioni di grande rilievo che sintetizzo per punti per non togliere la gioia di leggere o meglio studiare l’Annuario che è disponibile sul sito internet.

Ha proposito della realtà economica locale il presidente Gandini ha tratteggiato con alcuni punti importanti
Lavoro; la pluriennale recessione sembra aprire un timido spiraglio di ottimismo in provincia di Ferrara. Il tasso di disoccupazione era crollato da anni e solo nel 2015 ha invertito la tendenza risalendo sopra il livello pre-crisi del 2008
La manifattura che a Ferrara è rappresentata da un centinaio di imprese che occupano 16mila addetti, raccogliendo i due terzi degli occupati totali, è tornata a crescere anche grazie ai nuovi insediamenti produttivi ed espansioni industriali;
Immigrati; gli stranieri residenti in provincia di Ferrara sono quasi il 10% (per la precisione il 9,7%) dimostrando “un buon cuore” con però disagio che inizia a dare crescenti preoccupazioni;
Scuola; gli alunni iscritti nelle scuole superiori sono stabili, mentre cresce l’alternanza scuola-lavoro (ora obbligatoria e curriculare) favorendo un importante ruolo delle competenze lavorative;
Università; cresce la dimensione e il valore del nostro Ateneo con oltre tre mila nuove iscrizioni all’anno;
L’analisi è comunque per il Cds sempre solo una occasione per proporre e incrementare il dibattito costruttivo sulla città. In particolare si pensa debba essere potenziata la capacità di attrazione industriale incrementando gli investimenti esterni; debba essere potenziata l’alternanza scuola-lavoro rendendo Ferrara rendendola un’area pilota innovativa in un modello scolastico più “duale” e ormai caratterizzato da importanti leggi e risorse; Ferrara deve diventare un importante Hub per turisti e studenti perché si stanno aprendo nuove opportunità che devono essere colte in fretta.
In sintesi “Dopo la politica dell’efficienza (riduzione debito pubblico, efficientamento servizi pubblici, integrazione pubblico-privato…) è arrivato il momento per i Comuni ferraresi di una Riforma Istituzionale ispirata da nuovi scenari e nuove idee su cui investire”.
Il dibattito è aperto e anzi già durante la presentazione del seminario vi sono stati importanti contributi.
Intervento programmato è stato quello di Luca Zaghi responsabile risorse umane di Zf Trw che da imprenditore ci ha fatto apprezzare la dote di sintesi e chiarezza: “L’industria ferrarese e’ debole e al traino. Abbiamo negli anni bruciato una capacità produttiva che non si rigenera. Le progettualità di apparentamenti ha diviso invece di unire. Serve omogeneità di intenti e di interessi verso orientamenti professionali condivisi e percorsi formativi concreti. Serve una seria politica di inclusione per contrastare rischi di esclusione. Serve dunque un modello reale per rendere appetibile il nostro territorio (politica di attrazione)”.
Infine le sempre lucide considerazioni conclusive di Patrizio Bianchi assessore Regione Emilia Romagna: “I 30 anni dell’Annuario l’hanno reso maturo. Ora dobbiamo realizzare quel pensiero “del dialogo ad ogni costo”. Serve passione e intelligenza (insieme e complementari). Il mondo si sposta e si spostano gli equilibri in un enorme cambiamento. La confusione mentale genera la crisi. Anche a livello globale e in particolare in America. Oggi ovunque il livello nazionale e’ più instabile del livello locale. Tornano le rilevanze dei territori che devono diventare dei luoghi di scambio”.
“E poi Ferrara. Bisogna partire dal patto per il lavoro. Un impegno quinquennale (ragionare in lungo, riconquistare il tempo). Facendolo insieme in termini attivi: politica, istituzioni, imprenditoria, sindacati. A partire dalla manifattura perché industria 4.0 non sia solo uno slogan. Deve crescere la produttività nelle nostre campagne (agricoltura di precisione, innovazione). Ci sono dinamicità e potenzialità da esplorare meglio. I servizi sono fondanti per lo sviluppo. Serve una industria creativa che chiede di essere supportata. Anche il turismo ha bisogno di cultura industriale. Dobbiamo giocare insieme e smettere di dividerci.”

turismo fe

LA PROPOSTA
Perché Ferrara non ha il turismo che merita: quale marchio per la città

di Claudio Fochi

Migliaia di turisti stranieri e italiani rimangono ogni anno favorevolmente colpiti dalla bellezza della nostra città e, dopo averla visitata, si chiedono come mai la sua bellezza non vada di pari passo con la sua fama. Anche i ferraresi sono coscienti e stupiti di questo.
Purtroppo le cifre mostrano a Ferrara un calo di presenze turistiche e museali negli ultimi anni (soprattutto dal 2007 al 2012), nonostante dati statistici più incoraggianti negli ultimi mesi.
Cerchiamo di indagare i motivi per cui Ferrara non ha il turismo che merita.

Marginalizzazione geografica e rete dei trasporti
Bisogna saper contestualizzare la nostra città geograficamente.
Per gruppi e turisti individuali, italiani e stranieri, che non abitano vicino a Ferrara e non hanno tempo illimitato a disposizione, non possiamo ignorare che Ferrara è sul percorso Firenze-Venezia ed è circondata da altre città con alta priorità turistica (Padova, Bologna, Verona, Ravenna); perciò Ferrara non sempre viene inclusa nelle soste dei vari tour.
Inoltre fin dall’antichità, la zona dove oggi sorge Ferrara si è trovata al di fuori della direttrice segnata dalla Via Emilia, anche perché, per essere precisi, Ferrara è di fondazione alto-medioevale, (VII sec. d.C.) perciò ai tempi dell’Impero doveva ancora sorgere e non ha potuto poi capitalizzare su di una rete di trasporti già strutturata. Una marginalizzazione nella rete di comunicazione e trasporti di cui risente ancora.
E’ vero che oggi si trova sulla tratta ferroviaria e stradale Firenze-Bologna-Venezia, ma è altrettanto vero che nella rete dei trasporti che la servono ci sono punti deboli, soprattutto nel trasporto ferroviario (treni veloci – Freccia Rossa, Italo – per non parlare di ulteriori fermate recentemente soppresse). Ciò non giova certo al turismo locale.

Concorrenza del turismo congressuale
A livello di turismo congressuale, oltre ad avere un’economia più debole, Ferrara è schiacciata dalla concorrenza di altri centri a forte vocazione congressuale (Bologna, Rimini, Verona, Padova).

Identità
Le ragioni che stanno alla base di un turismo che non decolla come dovrebbe sono molteplici, ma senz’altro una delle principali è il modo in cui Ferrara viene percepita in Italia e all’estero. La sua ‘identità’ percepita.
Faccio alcuni esempi concreti e ben noti di come vengono immediatamente percepite – a livello internazionale – alcune città, già universalmente note poiché associate nell’immaginario turistico collettivo a una emergenza culturale o turistica subito individuabile: un ‘marchio’ che non ha bisogno di promozione.
Partiamo da macroscopici esempi internazionali e nazionali: Parigi e la Tour Eiffel; Londra e il Big Ben, il Tower Bridge, la famiglia reale; Mosca e il Cremlino; S.Francisco e il Golden Gate; Siena e il Palio e Piazza del Campo; Parma e il prosciutto. Sì, avete capito bene: Parma è conosciuta in tutto il mondo perché prosciutto crudo in inglese si dice “Parma ham”. Ravenna e i mosaici; Verona e Romeo e Giulietta, sfruttando mirabilmente questo aggancio con la letteratura; Bologna e le due torri e l’antica università Alma Mater; Napoli e il Vesuvio e il suo golfo; Roma e il Colosseo e il Vaticano; Firenze e il Rinascimento ‘par excellence’; Pisa e Piazza dei Miracoli con la torre pendente.
Molto dipende, come abbiamo visto, da come la lingua più diffusa al mondo (nel campo turistico, l’inglese) percepisce culturalmente le varie città, ma anche da ‘marchi’ forti e indelebili. Faccio un esempio pratico: molti turisti americani, australiani e giapponesi chiedono se è nella nostra città che si fanno le auto da corsa (Ferrari e Mussolini sono i due nomi italiani più noti al mondo) o se ci sono cave di marmo bianco (confondendo Ferrara con Carrara, il marmo scolpito da Michelangelo).

Quale marchio per Ferrara?
Ferrara non ha il turismo che merita a livello internazionale e nazionale perché non ha un ‘marchio’ forte, internazionalmente noto, da spendere a livello di promozione turistica. Non ha un’identità nota a livello internazionale su cui poter investire a livello di incoming. Un marchio fortemente caratterizzato che sia turisticamente vincente e che non si sovrapponga ad altri più noti.
E qui vorrei aprire la discussione: su quale marchio fortemente identitario puntare investimenti che facciano finalmente decollare un turismo, da sempre piuttosto anemico in confronto ad altre realtà limitrofe?
Il Palio? No. Caratterizza già fortemente Siena. Lo stesso motivo per cui a Verona non si può puntare prioritariamente sull’Arena (percepita come copia minore del Colosseo) se non attraverso la Lirica. E’ inutile investire cifre cospicue e propagandare che il Palio Estense è più antico di quello di Siena. Lotta impari. Ammettiamo con onestà intellettuale che le grosse somme convogliate sull’Ente Palio dalle giunte comunali finora succedutesi non hanno avuto congruo ritorno in termini di incoming. Lodevole, invece, l’impatto del Palio sulla cultura cittadina e la mobilitazione culturale e storica nelle contrade. Ma quello è un altro discorso.
Il Castello? Solo in parte. In Italia esistono tanti bei castelli e alcuni, come quello di Mantova, molto simili e vicini al nostro. Il nostro però ha l’acqua intorno nel pieno centro della città e non in prossimità o vicino a laghi come Mantova e Sirmione. Dettaglio non secondario.
La Cattedrale? Solo in parte. Solo in Emilia-Romagna abbiamo forti concorrenti fra cattedrali romanico-gotiche e battisteri (Bologna, Parma, Modena) per non parlare di altre regioni, anche limitrofe.
Castello e Cattedrale insieme? Certamente. Ferrara è sia “Castle town” che “Cathedral town”, come la splendida Chichester nel Regno Unito – che ha anche una bella cinta muraria – e per di più sono vicinissimi (da uno si vede l’altro), situati inoltre in un centro storico che è zona pedonale, quindi ottimamente fruibile. È tuttavia vero che ci sono in Italia sia castelli sia cattedrali molto noti che sono già marchi identitari di città (Orvieto o Milano con cattedrale e castello).
Il Palazzo dei Diamanti? Certamente. Si tratta di un’unicità italiana. Forse è il più noto esempio di bugnato rinascimentale. Ci sono comunque altri esempi italiani di edifici rinascimentali con bugnato pronunciato (per esempio la Chiesa del Gesù a Napoli, originariamente edificio civile e antecedente dal punto di vista costruttivo; un bel Palazzo con splendido e pronunciato bugnato a Verona, di proprietà bancaria). Tutti questi esempi non reggono la concorrenza del Palazzo dei Diamanti, la cui fama è internazionale (in alcune guide di Lisbona si puntualizza come la “Casa dos Bicos” sia ispirata al Palazzo dei Diamanti di Ferrara). Se poi il detto palazzo è associato a importanti mostre d’arte, va da sé che si tratta innegabilmente di un valore aggiunto. Tuttavia da solo, il pur nobile palazzo non può essere un asset vincente per invertire i flussi turistici a Ferrara.
Palazzo Schifanoia? Ottima emergenza culturale da incentivare con attività promozionali. Ha un importantissimo ciclo di affreschi quattrocenteschi pagani, ma non dimentichiamo i più famosi affreschi praticamente coevi del Mantegna nella camera picta di Palazzo Ducale nella vicina Mantova.
Le Mura? Assolutamente sì. Abbiamo le mura rinascimentali più lunghe d’Italia (circa 9 km) con terrapieno percorribile e pista ciclabile esterna. Senz’altro giustificano grossi investimenti in termini di promozione turistica ed è semplicemente scandaloso che l’attuale amministrazione comunale non abbia voluto inserirla, per una spesa irrisoria, nella rete europea delle città murate (Ewt-European Walled Towns) l’unica esistente. Proprio Ferrara, che detiene il primato italiano. Autentico esempio di miopia culturale di provincia che sarebbe comunque facilmente sanabile con un barlume di volontà politica.
L’Addizione Erculea (con Palazzo dei Diamanti, Piazza Ariostea, Parco Massari e Corso Ercole I° d’Este)? Splendide sinergie con forte specificità e già itinerario turistico vincente, proposto come “primo piano urbanistico organico rinascimentale”. Piuttosto difficile tuttavia da proporre a un’audience turistica più vasta non ferrata o competente in termini di urbanistica.
Le Delizie Estensi? (Schifanoia, Belriguardo, Verginese, Castello della Mesola e altre)? Davvero interessante come percorso turistico e da anni battuto (con parziale successo) dalle associazioni turistiche locali. Non dimentichiamo che esistono percorsi strutturati (e fluviali) ben più noti: basterebbe citare le ville venete del Brenta, la navigazione sul Mincio o i più lontani Castelli della Loira, fra gli itinerari più noti, per non menzionare la più organizzata e gratificante navigazione sul Danubio.

Oltre ai casi citati, esistono altre interessanti specificità locali da incentivare a livello di promozione turistica associata al marchio Ferrara, inclusi eventi (dai Buskers al Festival di Internazionale, dal Ballooon Festival alla Vulandra), itinerari tematici (eno-gastronomico, ebraico-letterario con Giogio Bassani e il Giardino dei Finzi Contini, o anche solo letterario con Ludovico Ariosto, Torquato Tasso, oppure il modernismo, attraverso il legame privilegiato di Giorgio de Chirico con Ferrara). E tanti altri. Tuttavia è evidente che per promuovere un marchio vincente, capace di attrarre grossi flussi, ci vuole una proposta integrata, basata su virtuose sinergie.
Una proposta con tali caratteristiche esiste già. E’ incarnata dalla motivazione che l’Unesco ha fornito per l’inserimento di Ferrara nei siti censiti del suo patrimonio culturale da salvaguardare.
Cito testualmente: “Ferrara, progettata in modo esemplare nel corso del Rinascimento, ha mantenuto intatto il suo centro storico. Le sue regole di pianificazione urbana ebbero una profonda influenza sullo sviluppo dell’urbanistica durante i secoli successivi.
Le delizie dei duchi d’Este nel Delta del Po illustrano in modo eccezionale l’influenza della cultura del Rinascimento sul paesaggio naturale.
Il Delta del Po è un paesaggio culturale mirabilmente pianificato che conserva splendidamente la sua forma originale”.
Da una lettura attenta si evince chiaramente che oltre al centro storico, due sono gli elementi fondanti di tale riconoscimento: la pianificazione urbana rinascimentale (ossia l’Addizione Erculea) e il Delta del Po, antropizzato dalla nobile presenza delle Delizie Estensi.
Ecco quindi il termine di riferimento da tener presente per un efficace sviluppo turistico di Ferrara che possa in prospettiva valorizzarne le sue potenzialità: il legame fra la città e il suo Delta.
Non solo, quindi, collegamento strategico sempre più efficiente tra la città e i Lidi Ferraresi, particolarmente importante nei mesi estivi. Ma anche, e soprattutto, tenendo conto delle più recenti analisi dei trend internazionali di sviluppo turistico, il collegamento fra la città e il suo Delta con le varie stazioni ed emergenze naturalistiche ed architettoniche, di cui fornisco un brevissimo elenco: il centro storico di Comacchio e le Valli; il Boscone e il Castello della Mesola; l’Abbazia di Pomposa; le valli di acqua dolce di Argenta; le Delizie Estensi di Belriguardo e del Verginese.

Tenendo presente che le analisi dei flussi turistici a livello europeo mostrano un aumento di domanda su cicloturismo, turismo ambientale (incluso bird-watching, un emergente bird-feeding e addirittura tree-spotting), turismo eno-gastronomico e turismo fluviale, mi sembrerebbe più che mai opportuno puntare strategicamente sul potenziamento di queste componenti, favorendo e investendo in circuiti turistici su piste ciclabili e vie d’acqua, capaci di integrarsi con proposte eco-ambientali ed eno-gastronomiche.
Da ciò si evince, inoltre, la necessità di implementare e potenziare un turismo eco-sostenibile ‘lento’ – ma non troppo – che preveda spostamenti strutturati lungo fiumi e canali navigabili.
Ferrara e l’acqua. Ecco il messaggio dell’Unesco.
Poter facilmente raggiungere (per ora solo un sogno), magari via acqua, dopo aver visitato la città, le Delizie Estensi di Belriguardo e del Verginese. Incentivare il percorso fluviale per le Valli di Ostellato e quelle di Comacchio, con sosta nel centro storico. Il Castello e il Boscone della Mesola.
Ma ciò ci porta verso il prossimo approfondimento: Ferrara e l’acqua.

1. CONTINUA

folle montagna

INTORNO A NOI
Infradito da montagna

Passeggiata lungo il lago di Braies, omonima valle laterale alla Val Pusteria, il luogo incantato dove è girata gran parte della fiction Un passo al cielo per intenderci. Metà luglio, 1496 metri, un paradiso che giace ai piedi della parete rocciosa della Croda del Becco, all’interno del parco naturale Fanes-Sennes e Braies. Tanti turisti, tantissimi, molti attirati dalla casetta di Terence Hill, pochi altri guidati dall’amore per i colori di quelle acque cristalline, gli habitués che però poco alla volta scompaiono, perché travolti da masse zoccolanti e vocianti.

Lago di Braies
Il Lago di Braies

Nulla contro il turismo per tutti, per carità, ma si resta allibiti, se non basiti, di fronte a orde di turisti in infradito che percorrono i circa due chilometri di lunghezza del lago con borracce, cappellini e passeggini. Nella parte più ripida, con scalini irti degni di un colorato racconto himalayano, giovani aitanti imbracciano passeggini piegati su se stessi come poveri ombrellini stanchi e accaldati, mentre le mogli sudate (sempre in infradito dorate) portano i bambini sulle spalle. C’è anche chi carica passeggino e bambino di colpo, senza minimamente preoccuparsi dei rischi per lo stesso e per gli altri. Potete immaginare la tragedia di una caduta da un simile pendio? La mia sorpresa è grande, ma parlando con amici comprendo che i soccorsi della Val Pusteria, in particolare di San Candido, sono sempre più impegnati nel recuperare turisti avventati che affrontano impegnative ferrate con le infradito.

È apparsa su “La Repubblica” qualche giorno fa la notizia di alpinisti, avventori e famiglie che, lasciata la macchina al Pontal d’Entréves, salgono in quindici minuti di funivia sul tetto d’Europa, il Rifugio Torino sul Monte Bianco, 3466 metri. Fin qui nulla di strano, se non fosse che gli avventurieri vi arrivano senza alcuna misura di sicurezza, senza attrezzatura adeguata, ma solo con pantaloncini, scarpe da tennis e spesso sandali o infradito. Non si resiste ai selfie sul ghiacciaio, pronti a postarli su facebook agli amici che si sciolgono al caldo delle città, avvolti da umido, afa e zanzare. Ma se salire sembra facile, quasi un gioco, con il ghiaccio non si scherza e le guide alpine lanciano l’allarme: c’è chi arriva a torso nudo, armato di macchina fotografica, bibita e panino imbottito; chi vorrebbe addirittura levarsi le ciabatte, per sentire sulle piante dei piedi il freddo della neve.

“È assurdo. Noi andiamo imbragati, legati e siamo esperti, e qui la gente viene con lo stesso atteggiamento con cui andrebbe al parco giochi. Ma la montagna chiede rispetto e prudenza”, dicono alcuni esperti. Ci sono i cartelli, le avvertenze, le note informative, in molte lingue, ma a nulla servono. Ci si domanda allora, vale la pena rendere accessibile un luogo così bello ma ostile? Sì, perché tutti hanno diritto alla bellezza. Ma se volete vederlo, fatelo bene, per favore, in sicurezza, per voi e per gli altri. Non ci vuole poi tanto.

DIARIO IN PUBBLICO
A passeggio tra la folla confuso tra gli “imbecilli”

L’intento primo era stato quello di commentare lo stato da suk a cui è ridotta Firenze in questi giorni. Mai vista una città più orridamente invasa e consumata da orde di grassi turisti, ognuno però con distinzioni nazional-popolari a seconda dei Paesi d’origine, salvo naturalmente gli smilzi, giapponesi, che mangiano, bevono, ruttano e lasciano dietro di sé odori che definire puzze è già un elegante eufemismo. Nella via dove si concentrano i peggiori esempi di questa nefasta invasione che è quella dove abito, ma anche quella del David, poveretto, che vede passare sotto i suoi prestigiosi attributi virili, le orde maleodoranti, capaci per lo più di commentare la congruità dei suddetti attributi con la monumentalità del corpo michelangiolesco, s’accalcano e scambiano democraticamente i loro fortori, poi corrono a comprare ciò che li attrae di più della visita d’obbligo all’Accademia : proprio l’immagine di quel segno di giovanile virilità che viene riproposta in primo piano da grembiuli, magliette, mutande in vendita nei bazar orientali che costellano la via e gli immediati dintorni.
Ier mattina nell’angolo, un tempo straordinariamente armonico, dove sulla piazzetta antistante s’apre il portone del Conservatorio Cherubini e sull’altro, appena svoltato l’angolo quello del Museo delle Pietre dure, ovviamente deserto, stazionavano sedute per terra e scosciate (così una volta si diceva e si scriveva) cinque americanine che esibendo procaci cosce su, su fin dove il tacere è bello, secondo l’affermazione del mio amatissimo Durante, detto Dante, beatamente si selfiggiavano posando mani, gelati, e quanto si può portare alla bocca sull’immondo marciapiede in cui stazionavano. Rapida la memoria scorre agli esibiti casi della sporcizia che ha invaso Milano e Roma prodotta dalle orde dei migranti che portano scabbia e chissà quali malattie dovute al non rispetto delle regole d’igiene secondo i pulitissimi leghisti, naturalmente inorriditi da tanta incoscienza. E qui? Che fanno le bionde giovinette che non cedono il passo al vecchierel malato e stanco? Al mio mite rimprovero pronunciato nell’ancor più imbarazzante linguaggio più vicino all’esperanto che all’inglese o americano in cui tento di spiegarmi per chiedere il passo, mi esibiscono sorrisi d’intesa e mentre con moto d’orrore penso “Ora mi colpiscono con un selfie bell’azzecato, soavemente pronunciano un sonoro ‘Sorry’ e si cacciano in bocca l’immondo pasto raccattato da terra”. Così passo accompagnato nella traversata non da un profumo n.5 ma da vaghi sentori di sudore e altri effluvi umani.

Firenze è un immensa cucina degna di un Expo del medioevo prossimo venturo. Ovunque si mangia. “Se magna” direbbero nella Roma Capitale. E l’esibizione di montagne di pseudo pizze e gelati dai colori improbabili e di panini-panoni che ti lasciano scoraggiati solo al vederli restituisce a pieno l’infelice stato in cui è piombato l’Occidente. Che rimane di Giotto, di Orcagna, di Donatello e di Botticelli e di Leonardo? L’impronta su un piatto. O il marchio. Come la lettera scarlatta del sublime racconto di Nathaniel Hawthorne.

Così dopo aver schivato le tremende imbottiture di grasso tremolante che accompagnano l’andar penoso delle folle migranti accompagnate da stremate guide leggo con stupore misto ad angoscia il grido verdiano (“Cortigiani, vil razza dannata ” qui mutato in “folla d’imbecilli”) con cui il principe dei critici e dei narratori italiani, Umberto Eco, bolla la folla dei frequentatori di Internet. Riferisce L’Huffington Post: “”I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli”. Parola di Umberto Eco che attacca così internet dopo aver ricevuto all’Università di Torino la laurea honoris causa in “Comunicazione e Cultura dei media”. “Prima – ha detto Eco – parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.”

Non so se a quegli imbecilli possa essere accomunato anche chi scrive questa nota, fedele seguace più che dei romanzi delle posizioni critico-metodologiche dell’illustre intellettuale. Ma, siccome non ho la memoria corta, ricordo le parole con cui Maria Corti, celebre filologa e amica di Eco, mi raccontò come nacque la fortuna americana e quindi mondiale del suo famoso “Il nome della rosa”. I critici più potenti e i giornalisti più celebri furono invitati a una raffinatissima crociera su un battello che navigava il Mississipi. A forza di chiacchere da bar davanti a un bicchier di vino, meglio di cocktails, la fortuna del libro fu decretata.

Perciò sentire questa parola” imbecilli” in bocca ad un semiologo – e di quale vaglia! – rende la vicenda assai imbarazzante ( per lui).

Il grande Eco tenta sempre di ‘épater les bourgeois’: come lo si vede nei i suoi romanzi, forse commentati anche dagli imbecilli. Posta così la sua affermazione ci fa sembrare tutti idioti o culturalmente iloti nel senso leopardiano. Lo scrittore sa benissimo che sono quegli imbecilli che commenteranno poi il suo divin parlare e ne trarranno materia di scussione… Non credo quanto a cultura di essere inferiore a Eco o perlomeno, come dire, di aver timore di discutere questa presuntuosa affermazione . Nel mio gruppo facebook composto di 500 persone mai una volta ho sentito prender la parola a degli imbecilli né commentare un argomento come chiacchiera da bar. E questo gruppo pur annoverando scrittori, critici, politici, storici e via dicendo nella maggior parte è composto da persone di cultura media e bassa ma che sicuramente sanno leggere anche le opere dello scrittore. Il punto sta nel come formi tu personalmente il tuo gruppo, come lo selezioni, come lo coinvolgi e a differenza del giudizio di tanti colleghi accademici con il naso a puzzo come si dice nella mia Firenze la riunione degli “imbecilli” funziona assai bene.

Personalmente dopo essere andato in pensione sono stufo dei guru che oracoleggiano dall’alto della fama raggiunta (e basta aprire gli ormai inguardabili talk show dove Eco troverà tanti suoi colleghi: anche quelli che gli hanno dato lavoro).

Uno sguardo meno ironicamente sussiegoso potrebbe servire anche per il divino Eco.

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LA NOTA
Di notte a Ferrara

Nel linguaggio politico si parla di un ‘failed State’ (Stato fallito) quando non c’e più la possibilità di stabilire un regime democratico nel quadro di uno Stato o di una regione con confini chiari. Non ci sono più leggi e regolamenti per gestire i comportamenti della gente che vivono in quel territorio. Talvolta, passando in piena notte a Ferrara, fra piazza Travaglio e piazza Verdi, in via Carlo Mayr o in via delle Volte, ci si sente davvero in un ‘failed district‘, un territorio senza regole, un vero ‘wild east’ di una volta.
Via Carlo Mayr, di giorno una strada pubblica, aperta a tutti, di notte diventa una strada di fatto privata, totalmente bloccata dai clienti delle cosiddette ‘street bar’. Nemmeno io provo grande nostalgia per la città silenziosa e noiosa di qualche tempo fa, la ‘Ferrara funerale’, e mi piace l’idea della ‘movida’, ma talvolta il rumore diventa insopportabile come in un cantiere con le perforatrici ad aria compressa. Grazie a Dio, personalmente sento quel casino notturno solo da lontano perché la nostra camera da letto è collocata verso le Mura. E non capisco neppure perché il viluppo di stradine in questo storico quartiere di Ferrara sia diventato con gli anni sempre più una sorta di bagno pubblico a cielo aperto, per qualsiasi ‘bisogno umano‘. Sento un grande rispetto per i residenti che mattina dopo mattina curano il quartiere dove vivono. Grande rispetto anche per le donne e gli uomini della nettezza urbana, che ogni giorno fanno un lavoro spesso sgradevole per riportare un po’ di civiltà in un quartiere che, di notte, non sembra affatto appartenere all’Europa del XXI secolo ma ad un ‘failed State’, fuori dal tempo e dallo spazio.
Auguro una buona estate a tutti quelli che devono vivere e dormire nel piacevole e storico ambiente ferrarese, compresi gli ospiti stranieri. Sperando che l’ufficio del turismo e le autorità preposte leggano questa nota.

IL CASO
Tper si scusa con i turisti multati sul bus: “Dispiaciuti per il comportamento del controllore”

Dopo la pubblicazione di ieri su Ferraraitalia della lettera di un gruppo di turisti inglesi multati sul bus, nella quale si lamentava il comportamento inurbano del controllore, ecco la risposta di Tper, responsabile del servizio di trasporti pubblici.

In riferimento alla lettera della signora Harvey, pur non potendo che confermare la legittimità della sanzione data l’assenza di una regolare convalida del titolo di viaggio, siamo dispiaciuti e ci scusiamo con il gruppo di turisti inglesi se il verificatore, nella circostanza, ha usato toni scortesi che non appartengono né al codice di comportamento dell’azienda Tper, né allo stile della città di Ferrara, che vede nell’accoglienza un punto forte e universalmente riconosciuto.
Siamo, pertanto, fiduciosi che, nonostante questo spiacevole inconveniente, i componenti del gruppo di studio recedano dall’intento espresso e, tornando a Ferrara, possano godere nuovamente delle bellezze di una città incantevole e davvero unica nel suo genere.
Tper SpA

Leggi la lettera dei turisti multati [clicca qua]

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IL CASO
Il controllore è inflessibile e i turisti non tornano

Siamo un gruppo di inglesi che sono venuti in Emilia Romagna per migliorare il nostro italiano con la nostra insegnante. Martedì siamo venuti a Ferrara per godere questa bellissima città. Abbiamo fatto un bel giro in bici sulle mura, ed abbiamo mangiato benissimo.
Purtroppo, sull’autobus di ritorno dalla stazione, siamo stati controllati da un tipo molto fastidioso. Era la prima volta in autobus in italia per la maggior parte del gruppo ed abbiamo comprato i biglietti tutti quanti e  abbiamo convalidato nella macchina apposta. Purtroppo, una del nostro gruppo ha sbagliato ed ha messo il biglietto dell’andata (gia usato) nella macchina invece di quello non usato, ma non ha notato. Il controllore non ha accettato che è stato veramente un errore, (5 donne, 4 con biglietti convalidati, una no, ma con il biglietto non usato pronto). Lui le ha dato una multa di 65euro.
Capisco che ci devono essere controlli, ma di trattare le persone (sopratutto i turisti stranieri in questo periodo di crisi) in questa maniera, mi sembrava cattiveria. Ho chiesto scusa per la mia studentessa, ma niente. Ho detto ai contollori (erano in 5 a questo punto) che avevamo pensato di ritornare il Sabato dopo, ma eravamo cosi delusi dopo questa facenda, che non volevamo tornare mai più. Uno dei controllore mi è venuto in faccia ed aveva detto che anche se noi non dovessimo tornare, lui non se ne fregava, e che mangerebbe comunque sia. Siamo tornate alla stazione, tutte deluse. Questo sabato? Andiamo a Modena…

Joanne Harvey

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IL FATTO
La bellezza che fa male. Sul Museo del Bardo a Tunisi

Quando il rifiuto dell’umano si esprime nella volonta’/possibilità di cancellazione della storia, ecco allora che nascono le forme più estreme di un rifiuto del pensiero umano.
La profanazione e l’attentato al museo del Bardo a Tunisi con il costo di vite umane considerate come in ogni guerra più atroce “pezzi” insignificanti di una escalation dell’odio, ripropone il quesito secolare dell’uomo che non vuole identificarsi, come suggeriva Platone, nel rapporto Bello uguale Buono.

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Museo del Bardo, sala con mosaici romani di valore inestimabile

La bellezza è pericolosa proprio perché rappresenta, come testimonia Dante, la possibilità più facile di congiungersi con l’aspetto più alto dell’individuo dotato di intelligenza e sentimento: l’armonia universale che noi chiamiamo Dio. Certo, non si intende il Dio mal inteso da questi subumani che non sono da identificarsi col popolo musulmano ma con le frange estreme di un pensiero dettato dall’odio, che vede nella bellezza il senso di una propria sconfitta. Purtroppo questo è stato sempre il modo di distruggere ciò che ti solleva dal banale, dal “fatto” escludendone il pensiero: “Delenda Cartago”, Attila, le Crociate, specie la quarta con Costantinopoli messa al sacco e derubata dai suoi tesori, fino alle cannonate turche contro l’Acropoli. Si pensava che con la modernità questa pericolosa deriva fosse stata sconfitta. I Musei nascono come le case della bellezza e della storia. E per ogni forma di terrorismo essi rappresentano le roccaforti e le testimonianze del potere, quindi occorre, necessita, distruggerli. I terroristi fanno un errore di fondo che mai nessun tentativo di convincerli riuscirà a eliminare. Una rocciosa convinzione che nasce dall’identificazione dell’opera con chi l’ha commissionata, quasi che i vincitori, dai Romani agli Estensi, agli imperatori, ai califfi, ai sultani, ai papi, ai re quasi sempre responsabili delle violenze e dei soprusi, si esprimessero attraverso l’opera d’arte e la bellezza. Questo significa non capire l’innocenza e la libertà dell’artista e della sua opera. Questa è la vera crudele convinzione nata da una falsa identificazione. Questo è il risultato di una ignoranza di cui i terroristi sono colpevoli esecutori ma di cui noi nella nostra storia secolare siamo o siamo stati gli ideatori.
Solo la violenza della guerra è superiore alla distruzione dell’arte: dai roghi nazisti dei libri alle purghe staliniane e alla conculcazione del pensiero. Ma la distruzione dell’opera d’arte, così fragile e innocente nella sua bellezza, è un gravissimo colpo inferto all’umanità, al suo pensiero e pertanto ancor più esecrabile perché indifesa.

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LA STORIA
Si vendono sogni…

da PIETROBURGO – Irina e Anna passano le loro lunghe giornate nella stessa piazza pietroburghese, una di fronte all’altra, una simile all’altra. Sono lì da vent’anni ormai, tutti i giorni, ogni giorno, sempre uguali, sempre gli stessi vestiti, stessi guanti, calze, scarpe, berretti e pensieri. Un grande ombrello a righe le ripara da sole, pioggia neve, sempre lui, sempre lo stesso, imperterrito, forte e sicuro. Quando una tossisce, l’altra la segue, quando una mangia, l’altra fa lo stesso, quando una parla, l’altra replica. Vendono escursioni, il sogno romantico di molti turisti che cercano nella Neva un momento di libertà, un’evasione a lungo attesa dalle preoccupazioni quotidiane. Il corpo si alleggerisce, e di riflesso la mente, un’atmosfera ideale per riconquistare armonia e pace. Irina e Anna ormai riconoscono da un primo sguardo le coppie di innamorati pronte a imbarcarsi per le loro escursioni. Un cenno fra di loro e via, si spartiscono i clienti, in una complicità indescrivibile capace di orientare giovani e anziani verso l’una o verso l’altra. I maestosi palazzi sfileranno sotto gli occhi attenti dei turisti disponibili solo a immagazzinare luci e sogni. Il brillio di vetri e palazzi, sulle sponde del fiume, accarezzerà la sera di quelle coppie, lo sfavillio delle pareti degli edifici e dei negozi riccamente addobbati risveglierà le loro mattinate ancora addormentate. Promesse di buonumore, di magie inattese, di favole da raccontare e da immaginare, di note dolci da ascoltare, di momenti da ricordare, questo sono le parole di Irina e Anna, le due anziane signore che ci accolgono a braccia aperte. Il vento del battello sarà quasi un piccolo lifting al nostro viso stanco e disilluso, un alito di natura che spettinerà i nostri pensieri un po’ provati. Siamo tutti più belli se respiriamo l’aria del fiume e del suo ondeggiamento leggero, quasi a disintossicarci da tanto fumo e veleno che ci avvolgono negli ultimi tempi. Le strade inquinate ci soffocano, la fretta spesso inutile ci affanna, abbiamo bisogno dell’abbraccio avvolgente del fiume per rilassarci un po’ e ricominciare. Apriamo le nostre menti, allora, accogliamo la brezza che ci suggerisce e sussurra qualcosa, espandiamo i nostri orizzonti scoprendo anche le virtù del saper ricevere e donare e la dignità della natura. Non corriamo, fermiamoci un momento, come se fossimo un profumato ed elegante fiore di loto. Quel fiume sarà una sorgente di luce e d’energia, almeno per un po’, per noi uomini e donne maturi ma spesso un po’ persi e confusi. E Irina e Anna questo lo sanno bene. Ecco perché sono lì, da sempre, a vendere sogni. Un biglietto, e via, missione possibile.

panfilio

Ranieri Varese:
“Il recupero del Panfilio,
segno di vitalità e arricchimento
del patrimonio cittadino”

di Ranieri Varese

In riferimento alla proposta di recupero del canale Panfilio, rilanciata da Ferraraitalia, ospitiamo l’autorevole intervento del prof. Ranieri Varese.

Assente da Ferrara non ho potuto partecipare al dibattito sulla sistemazione della parte terminale di viale Cavour e l’inizio di corso Giovecca proposto dall’onorevole Alessandro Bratti e ripreso da FerraraItalia [leggi]. Il tema si lega alle visite guidate da Francesco Scafuri alla riscoperta di viale Cavour, al ricordato parere di Carlo Bassi (2004) sulla riapertura del canale Panfilio, riesumazione di una proposta di modifica al piano regolatore di Ferrara che, in anni lontani, facemmo insieme io e Roberto Pazzi.
Credo che preliminare alla partecipazione sia sapere di cosa si parla. La storia del canale Panfilio e di viale Cavour è stata ricostruita analiticamente, utilizzando la documentazione archivistica, da Luciano Maragna (2008): al suo testo va fatto riferimento.
Il canale, a partire dal XVII secolo, univa Pontelagoscuro a Ferrara, consentiva l’accesso in città di merci e viaggiatori. Le molte immagini sette-ottocentesche che rimangono restituiscono una situazione integrata, con viali alberati, alzaia, ponti e, in prossimità del Castello, l’attività delle lavandaie.
In previsione del collegamento ferroviario Bologna-Ferrara l’Amministrazione Municipale deliberò la costruzione di un ampio viale di collegamento che facilitasse l’ingresso al centro cittadino. Nel 1862 iniziarono i lavori di copertura che terminarono nel 1880.
Non tutti furono d’accordo. La Gazzetta Ferrarese, giornale liberale e moderato, letto dalla maggioranza dei ferraresi scrisse: “Tutto finisce – esclamammo vedendo l’opera in distinzione commessa sul tronco superiore del cavo Panfilio nel più bel centro della nostra Città – e pensando in nostra mente non essere possibile l’idraulica odiernamente manchi di metodi e sistemi sicuri, coi quali avere potuto rendere salutevole l’aria, bello all’occhio, utilmente navigabile l’intiero corso di quel canale, per modo anche di vedere le barche e i trabaccoli da mare approdare al nostro Estense Castello, come era due secoli fa, non abbiamo non potuto non gridare quando vedemmo tanta distruzione – tutto finisce.” (6 maggio 1862)
Lo storico Gualtiero Medri (1963) raccoglie le motivazioni di tale scelta: “Il Municipio decretò la costruzione di un’ampia, decorosa strada, per accogliere degnamente in città e guidare al centro, i forestieri che arrivavano in Vapore. E la strada si ottenne, e bella, colmando il vetusto canale Panfilio”.
Lo stesso studioso, allo stesso modo, giustifica l’allargamento e la demolizione, avvenute negli anni ’50 del secolo scorso, di corso Porta Reno: “Ampia e dignitosa arteria atta ad accogliere il flusso dei mezzi e delle persone che animano la movimentatissima strada che ci unisce a Bologna… il maggior accesso meridionale a Ferrara sarà finalmente degno del centro monumentale della Città”.
Oggi sono profondamente mutati i modi per garantire l’ingresso nei centri urbani e, mi pare giustamente, si tende ad ampliare la zona pedonale e a dirottare verso l’esterno il traffico automobilistico e commerciale. Una occasione organizzata per potere meglio conoscere Ferrara, le sue strade, i suoi monumenti. Per poterla consapevolmente percorrere.
Va ricordato che la città era costruita sull’acqua, lo segnalano i toponimi e l’andamento di molte vie; il canale Panfilio era l’elemento che nella progressiva chiusura dei canali manteneva il ricordo di una antica vocazione e corrispondeva ad esigenze che non erano solo di immagine ma anche ragione di vita quotidiana.
Il ricupero del Panfilio, in modi e forme da discutere e verificare, ricostituirebbe un elemento di continuità che si è perduto, ridarebbe, non solo per i turisti ma anche per i ferraresi, un elemento in più per confermare quelle qualità che il riconoscimento Unesco ha dichiarato e che vanno continuamente confermate.
La attuale amministrazione, in una situazione difficile e complessa, ha saputo tenere sotto controllo il bilancio, ridurre il debito, mantenere, nella sostanza, i servizi. Manca quel colpo d’ala che, in passato, ha portato, ad esempio, alla realizzazione del ‘progetto mura’ o del ‘parco urbano’.
La riapertura del Panfilio potrebbe essere quel segnale che sino ad ora non si è visto: certamente costoso ma con una ricaduta di immagine e una riconsiderazione di Ferrara che, nel tempo, potrebbe rivelarsi scelta, anche economicamente, oculata e saggia.
E’ auspicabile, sarebbe un segno di vitalità e di civiltà, che il dibattito e la verifica delle opinioni si allargasse sino a produrre pubblici confronti, proposte concrete, progetti operativi.

Didascalia
1705 Pianta di Ferrara. Il tracciato del Canale Panfilio

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Strapaesana

Alla faccia dell’Internazionale! vien da dire pensando a Totò. In concomitanza con l’inaugurazione del festival che la proietta in una dimensione cosmopolita, Ferrara non ha resistito alla tentazione di esibire anche la propria anima strapaesana, con la sua silhouette più ‘smandrappata’. Così, gli ospiti e il pubblico (che in gran parte è anche turista) anziché godere lo spettacolo di monumenti e bellezze architettoniche, questa mattina ha potuto ammirare magliette e reggiseni del mercato.
Ma possibile non si potesse – almeno per un venerdì – evitare lo scempio del centro storico con i banchetti degli ambulanti, che oltre all’immagine borgatara, creano un oggettivo intralcio al transito delle migliaia di persone che rapidamente tentano di spostarsi da un luogo all’altro?
Non bastasse, in piazza Castello – come d’altronde capita tristemente ogni giorno – si può ‘ammirare’ il disordinato parcheggio di mezzi addetti al carico-scarico e di altri veicoli tranquillamente in sosta (una quarantina), alla faccia dei divieti e delle limitazioni dell’area monumentale pedonalizzata.
Insomma, se nelle peggiori tradizioni, quando non si riesce a rigovernar casa prima dell’arrivo di ospiti di riguardo, si butta la polvere sotto al tappeto, a Ferrara non siamo riusciti a celarci neppure dietro al velo della più trita ipocrisia borghese. Non si sarebbe risolto il problema – un problema che prima o poi dovrà essere affrontato seriamente – ma quantomeno ci avrebbe risparmiato una figuretta da provincialotti.
Nei casi migliori si dice buona la prima, nel nostro proprio non si può.

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LA PROPOSTA
Rilanciamo la città: via delle Volte, strada delle botteghe e delle tipicità locali

Se ne parla da sempre, a parole son tutti d’accordo. Ma nulla succede. Via delle Volte, l’antica strada dei fondachi medievali, dovrebbe tornare quel che era per originaria vocazione, riadattando l’inclinazione al presente: dunque laboratorio, teatro di botteghe artigianali, emporio di prodotti tipici del territorio, spazio d’esposizione delle eccellenze d’ogni genere, dall’arte alla gastronomia, dai manufatti alle opere d’ingegno.
Meriterebbe d’essere strada brulicante di passanti, turisti e ferraresi, meta d’obbligo per chiunque venga in città. Invece è poco più di un retrobottega, nel quale i curiosi sbirciano da via San Romano o da corso Porta Reno. E’ attraente come un vestito fuori moda, a tratti risulta scalcinata e trasandata, non ispira allegria ma tenerezza. In definitiva è spenta. Nell’insieme appare senza scopo né identità.
E dire che le sue potenzialità sono enormi. Per rilanciarla e imporla come una gemma della città bisognerebbe compiere un’operazione lungimirante al pari di quella a suo tempo realizzata per il recupero delle mura estensi. Un’operazione ispirata dal compianto Paolo Ravenna e condotta dall’amministrazione del sindaco di allora, Roberto Soffritti, che di tanti peccati politicamente si macchiò, ma al quale non si può negare di aver saputo dispiegare risorse e sviluppare progetti che hanno dato grande lustro a Ferrara.

Dunque, attorno al tavolo di programmazione – con la volontà di fare e non di chiacchierare – sarebbe bene che sedessero tutti gli attori qualificati: le istituzioni, le associazioni civiche e culturali, le rappresentanze delle forze produttive, imprenditoriali e commerciali; anche le banche, se una banca ancora ci fosse in città che ragiona nell’interesse della comunità. L’intrapresa non potrebbe evidentemente prescindere da un robusto finanziamento europeo e dalla munifica benevolenza ministeriale. E perché non approfittarne proprio ora, che al dicastero siede un ferrarese?

Il percorso, nel cuore della Ferrara medievale, è pregno di storia e di suggestioni da rivificare. Il tratto centrale ha un’estensione di 600 metri fra via Boccacanale di Santo Stefano e via Gioco del Pallone. E’ stretto fra casette in mattone a vista spesso con la classica configurazione del cassero ed è tratteggiato dalle tipiche volte che danno nome alla via.
Il naturale prolungamento della strada si ha verso ovest, in direzione corso Isonzo, con via Capo delle Volte; mentre sul fronte opposto, quello est, il cammino prosegue idealmente in via Coperta, staccata da via Gioco del Pallone dai 150 metri di percorrenza obbligata sull’adiacente via Mayr, sino all’innesto in via Belfiore. In questo caso a spezzare la continuità del passeggio sono i giardini interni di due residenze private. In tutto, da un fronte all’altro della città, un’escursione di due chilometri esatti che le conferiscono un primato: risulta essere la più lunga strada medievale del mondo.

Lo spazio e l’atmosfera sono ideali per esposizioni, performance, mercatini, eventi… Serve un intervento misurato e raffinato. Signori amministratori, è tempo di passare dalle chiacchiere ai fatti.

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Sulla riviera romagnola splende sempre il sole

di Angelo Russo

Dopo gli anni di crisi ci siamo chiesti quale fosse la temperatura del turismo in Riviera, il risultato è sorprendente: i flussi turistici sono rimasti stabili. E la ragione non è solo economica: “Costiamo poco e offriamo tanto”.

“Certo che la crisi si fa proprio sentire”; “ma quale crisi non vedi che i ristoranti sono sempre pieni?”. Quante volte abbiamo sentito nei bar discussioni come questa? Da che parte stia la verità è difficile dirlo, per provare a capirci qualcosa di più abbiamo analizzato un settore preciso: quello delle vacanze, nello specifico i dati turistici della Riviera romagnola e quello che è venuto fuori è un dato sorprendente. Il risultato è che tutto sommato la Riviera tiene, nel 2013, 3 milioni e 700mila italiani hanno soggiornato almeno una notte in una località compresa tra i Lidi di Comacchio e Cattolica, solo 100mila in meno del 2012, ma assolutamente in parità con i dati del 2007, sette anni e una crisi fa. Quello che fa la differenza semmai è il numero di presenze, cioè il numero totale di notti in cui i turisti hanno soggiornato in Riviera, che sono passate dai 28 milioni del 2007 ai 27 stiracchiati della scorsa stagione, tradotto vuol dire che la durata delle vacanze si è ridotta mediamente di un giorno in sei anni, gli italiani si sono dimostrati maestri di spending review anche nelle loro vacanze, non si rinuncia al mare, si razionalizza. Allora via con i fine settimana e le vacanze lampo, niente sprechi e caccia all’offerta. Il mondo è cambiato e anche i turisti sono cambiati, se nel 1983 la durata media dei soggiorni era di circa dodici giorni, oggi ci si avvicina sempre più alla settimana, ma anche il percorso di avvicinamento alla vacanza è estremamente cambiato. L’avvento di internet ha aperto alle prenotazioni on line ed alle recensioni, non sempre clementi con i piccoli alberghi della Riviera, ma anche in questo caso la costa romagnola ha dimostrato di poter recitare la parte del leone. Sia quest’anno che lo scorso, Rimini è stata la località italiana più ricercata dagli utenti di Trivago, il principale network al mondo di prenotazione e ricerca dei prezzi di camere d’hotel. L’osservatorio del popolare sito di prenotazioni conferma l’idea evinta dall’analisi dei dati: “Gli italiani non rinunciano alle vacanze, sicuramente cercano di ottimizzare il budget per concedersi anche solo una breve tregua, magari poco prima di ferragosto”, ha spiegato Giulia Eremita, Marketing manager di Trivago.it. La graduatoria del 2013 vedeva addirittura un tandem romagnolo al comando con Rimini e Riccione, rispettivamente prima e seconda, tra le mete italiane più ricercate per le vacanze nella settimana di ferragosto, per lo stesso periodo la Riviera Romagnola aveva piazzato anche Cesenatico nella Top 10 delle località più cliccate, preferite per i prezzi accessibili e per la buona disponibilità di camere. Lo studio di quest’anno ha invece considerato l’intera estate 2014, ancora una volta a vincere è Rimini mentre Riccione scivola al quarto posto e Cesenatico mantiene il piazzamento tra le prime dieci d’Italia. Il motivo di questo risultato sembra essere scontato, ci sono pochi soldi, la Riviera costa poco, i turisti la scelgono per quello, ma se guardiamo la classifica 2014 scopriamo che la seconda classificata è Gallipoli, una località non certo low cost e decisamente lontana per l’intero bacino del nord Italia, questo impone una riflessione più profonda su questi dati. Il sindaco di Rimini, Andrea Gnassi, ha provato a spiegare il motivo del successo della città sul mercato: “Ogni classifica deve essere presa con cautela , ma il risultato di questo genere di indagini statistiche ha una sua rilevanza nel delineare le dinamiche di stagioni sempre più incerte per gli operatori del settore. Il dato in sintesi che emerge è ancora una volta la capacità di Rimini di adattarsi in tempi rapidi al modificarsi delle condizioni del mercato grazie alla straordinaria poliedricità dell’offerta e grazie al clima e alle proposte che sappiamo offrire”. Quello che il sindaco non dice, ma fa trasparire, è il cambio di strategia che la Riviera ha messo in atto per mantenere la sua posizione dominante: a fronte di una capacità recettiva senza eguali in Italia e in Europa, si possono organizzare senza problemi tanti eventi in grado di richiamare molti turisti che, ormai disposti a viaggiare anche solo per pochi giorni, sfruttano il pretesto della Notte Rosa di turno per un weekend al mare. Su questo esempio sono nati numerosi eventi sul litorale che hanno fatto da volano per l’industria ricettiva, si stima infatti che nei soli giorni della Notte Rosa, giunta quest’anno alla nona edizione, il giro d’affari complessivo sui 110 chilometri di costa si sia aggirato intorno ai 200 milioni.
La Riviera risulta ancora attrattiva anche per i turisti stranieri, se gli anni Settanta sono stati gli anni d’oro del turismo scandinavo, dagli anni ’80 in poi è stato il bacino centro europeo quello più importante. I turisti di lingua tedesca (per intenderci Germania, Austria e Svizzera) hanno rappresentato lo zoccolo duro degli arrivi internazionali, nella scorsa stagione oltre 450mila turisti provenienti da quell’area geografica hanno trascorso le loro vacanze in riva all’Adriatico, ben lontani dal milione del ’98, ma ancora un mercato decisamente importante. Il decennio inizziato nel 2010 sarà però quello dei russi. I flussi turistici dall’area dell’ex Unione Sovietica sono cresciuti a doppia cifra negli ultimi anni, e il confronto tra 2012 e 2013 parla di un +17% di arrivi dall’Ucraina e +13,5% dalla Russia. In totale sono stati oltre 250mila i russi a villeggiare in Romagna. Sicuramente la crescita del mercato russo può spiegarsi con la grande promozione della Riviera fatta in Russia dagli operatori e dall’Unione di prodotto, ma anche dalla qualità del prodotto in grado di offrire in una vacanza mare, cultura e shopping. Anche il mercato dell’estremo oriente comincia a muoversi, quello cinese registra una crescita annuale del 15%, mentre cala leggermente quello giapponese, in tutto sono stati circa 7000 i turisti orientali a soggiornare in Riviera nel 2013.

[© www.lastefani.it]

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