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Curiosi e sorprendenti.
Quando a stimolare la ricerca sono i più piccoli

C’era un tempo in cui le cattedre sovrastavano imponenti e imperiose la timida ignoranza di gente comune. Chi non aveva avuto la fortuna di studiare, o era conoscitore di altri saperi, o semplicemente era ancora in fase di scolarizzazione, ben poco avrebbe potuto comprendere entrando in un museo. Finché qualcosa cambiò.

L’attenzione odierna ai pubblici che in un modo o nell’altro incrociano la propria vicenda con quella di un museo, è cosa recente. Fino alla prima metà del secolo scorso, non esporre l’intera collezione in possesso sarebbe stato impensabile. Senza alcunché di esplicativo, oltretutto, poiché risultava scontato che la persona interessata fosse già in grado di ricostruire le situazioni esposte, basandosi sul proprio background. Pareti tappezzate di opere d’arte e vetrine stracolme di oggetti antichi hanno in seguito lasciato spazio a una nuova concezione di museo come servizio pubblico. Se è la cittadinanza tutta a contribuire alla sua stessa esistenza, è giusto che possa essere vissuto dall’intero corpo civico come luogo sociale, senza distinzioni professionali o anagrafiche. Il museo si configura così non solo come spazio deputato alla ricerca e alla conservazione, ma imprescindibilmente anche alla comunicazione. Non è la pochezza di chi vuole piegarsi al “marketing a tutti i costi”, bensì la consegna di informazioni sull’allestimento proposto e sul significato del museo. Il solo modo, questo, per permettere il raggiungimento di una reale messa in comune – comunicazione, ça va sans dire – delle conoscenze attuali in qualsiasi campo. Non rivolgersi alle scuole, momento principe dell’educazione, con una didattica mirata risulterebbe pertanto incomprensibile, certo, ma ciò non toglie che non sia una sfida ancora non del tutto tratteggiata. Senza una sistematica didattica è stato, finora, il nostro Museo Archeologico Nazionale, conosciuto e amato come Museo di Spina, che a ciò ha cercato di sopperire con l’aiuto saltuario del volontariato e di progetti di alternanza scuola-lavoro. E’ grazie a due realtà locali, però, che la mancanza sofferta inizia a trasformarsi in realtà. ‘Al Museo con l’Archeologo, gli Amici dei Musei per Spina’ è l’incontro che sabato 15 febbraio ha visto la presenza dell’associazione Amici dei Musei e Monumenti Ferraresi, la cui attività è diretta alla conoscenza e promozione del patrimonio artistico ferrarese e nazionale, e della cooperativa Le Macchine Celibi, funzionale alla gestione di servizi per gli enti pubblici e di eventi culturali, entrambe protagoniste di un cambiamento in atto. Il progetto consiste nell’offerta, da parte dell’associazione, di visite guidate a dieci classi di dieci istituti superiori ferraresi – almeno per il momento – , gestite dalla cooperativa. Un bell’esempio di interazione tra mondi vicini, che faranno apprezzare alle nuove generazioni la vita quotidiana degli oggetti nel loro contesto e le antiche storie che quei reperti possono raccontare con la loro iconografia.

E poi capita che durante un’attività laboratoriale al museo, quella intelligente bambina dagli occhi vispi e incontenibili prenda la parola e ponga la domanda che da qualche minuto le assilla la mente. Una domanda che spiazza, così innovativa da stimolare un nuovo dubbio, un nuovo percorso di ricerca. E’ il bello della comunicazione: si mette in comune per arricchirsi vicendevolmente.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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Apre il museo nascosto:
visita guidata nei depositi del Manfe

E’ il dicembre 2013 quando il Centro Studi Confindustria, attento alle tendenze economiche e votato all’elaborazione di proposte politiche, pubblica un discusso rapporto di previsione che avrebbe fatto molto parlare di sé, scatenando caldi dibattiti anche nell’opinione pubblica.

Secondo il documento ‘La difficile ripresa. Cultura motore dello sviluppo’, il sistema Italia nella gestione del patrimonio culturale è sostanzialmente inetto. Soprattutto a causa delle enormi ricchezze artistiche lasciate a marcire nei magazzini. Da qui è partito l’interessante intervento che Anna Maria Visser Travagli ha tenuto venerdì 7 febbraio al Palazzo Costabili, che da quasi un secolo è indissolubilmente legato alla lunga Storia della città etrusca di Spina, costituendo la prestigiosa sede del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, da cui negli anni a venire ha preso forma una rete intrecciata di altre realtà museali in tutto il territorio. Mentre il pubblico si guardava intorno meravigliato, ammirando le pareti decorate del Salone delle Carte Geografiche, la docente dell’Università di Ferrara ha sviluppato il tema della giornata, ‘L’arte nascosta: alla scoperta dei depositi dei musei’, chiarendo innanzitutto l’idea forse troppo bistrattata di deposito. La realtà è sempre più complessa di qualsiasi semplificazione facilmente digeribile, ma che diversi musei italiani versino ancora in una grave situazione di carenze nella conservazione dei propri beni corrisponde purtroppo al vero.

Se oggi si preferisce abbandonare il concetto di ‘magazzino’, immaginato come spazio di fortuna, per abbracciare quello più moderno di ‘deposito’, è perché l’incremento di una cultura della sicurezza e della tutela ha giocato la sua parte. Ma si rischia che il cambiamento sia solo terminologico. La sfida che da più parti in Italia si sta cercando di affrontare, sulla spinta di tendenze internazionali, è quella di sollevare il velo di mistero da questi luoghi finora solo immaginati, rendendo fruibili quei tesori sottratti a una reale valorizzazione. Le soluzioni possono differire fra loro: dai depositi visibili, che consistono nell’inserimento di oggetti – prima non esposti – all’interno dell’allestimento, alle mostre di museo, che permettono di realizzare esposizioni temporanee con il materiale già posseduto; dalle rotazioni programmate, grazie alle quali i musei possono modificarsi di continuo, ai veri e propri depositi aperti, che da luoghi chiusi al pubblico diventano percorsi percorribili anche da chi non è addetto ai lavori. Esattamente come l’esperienza vissuta al termine della conferenza, sulle tracce della collezione sempre in aumento del museo ferrarese. La direttrice Paola Desantis ha accompagnato, con gioia e passione, la curiosa folla a visitare prima la nuova mostra allestita, per poi dirigersi negli stretti corridoi che portano al sottotetto dell’edificio, dove si trovano reperti della necropoli di Spina, e negli spazi riservati alle studiose e agli studiosi, fornendo anticipazioni sui progetti in corso per l’ammodernamento dell’esperienza museale.

E dopo due ore e mezza tra le pareti della costruzione rinascimentale, ecco aprirsi la porta del retro per uscire in esclusiva da una prospettiva ignorata dai più. Il palazzo illuminato nel buio della sera diventa teatro di calorosi e sentiti ringraziamenti, in attesa della prossima emozione da condividere nella casa degli Spineti.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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quale-futuro

I giovani portatori di nuovi valori di civiltà

di Roberta Trucco

“Il bambino è padre dell’umanità e della civilizzazione, è il nostro maestro, anche nei riguardi della sua educazione”: a dirlo è stata Maria Montessori.

Mai stato così vero! Assistiamo sgomenti al grido dei bambini siriani che ci sbattono in faccia l’orrore di una guerra che li sta sterminando. Dall’altra parte del mondo, nella evoluta e democratica America, ieri 14 marzo, hanno marciato gli studenti al grido di #enough is enough. In discussione è la ‘sicurezza‘, una delle parole più gettonate nelle campagne elettorali degli ultimi decenni e forse di sempre. In nome della sicurezza i ‘padri della patria’ ci dicono che dobbiamo armarci contro le invasioni, contro i diversi, contro quelli che non la pensano come noi. Curiosamente la parola sicurezza viene usata indistintamente dai leader delle nazioni, dai leader di gruppi terroristici, dalle lobby delle armi o da pazzi isolati che sparano per sentirsi parte di un branco. Per tutti la sicurezza passa attraverso l’omologazione, il denaro, la stabilità economica, attraverso un concetto di libertà neoliberale in cui il limite, il limite individuale, non ha confini perché garanzia di uguaglianza. Sembra che nessuno, se non i giovani che marceranno, si chieda se la sicurezza invece non passi attraverso il lavoro di cura, l’amore reciproco, che fa sì che il cucciolo umano cresca nella fiducia delle sue capacità, capacità che unite a quelle dei suoi compagni gli permetteranno di adattarsi all’ambiente in cui vive e di autotutelarsi.

Sicurezza etimologicamente significa sine –cura( senza cura). Me lo fece notare per la prima volta un’amica, compagna di battaglie femministe, Annalisa Marinelli, durante una sua conferenza sulla città sicura (vedi anche Annalisa Marinelli, La città della cura, Liguori Editore). La sua tesi è che una società che non si prende cura delle vulnerabilità non è una società (nel senso ampio e generico di insieme di individui uniti), ma un luogo dove sistematicamente il debole viene annientato, dunque un luogo volto all’autodistruzione. È un fatto: l’essere umano è vulnerabile e volere cancellare questa realtà significa cancellare la sua capacità di dare risposte abili – etimologia di ‘responsabilità’ – alle difficoltà che sempre si incontrano nelle vicende umane.
“Il rischio, qualsiasi sia la forma in cui lo si pensa o si presenta, appartiene alla vita. Azzerarlo non si può. Si può volerlo fare a tutti i costi, ma si chiama controllo, ossessione, possesso, malattia”. Queste le parole scritte in un articolo pubblicato su Repubblica da Maria Pia Veladiano (scrittrice e insegnante) a commento dell’avventura di un bambino che si è perso nel bosco bellunese.
Dunque se la parola sicurezza viene ossessivamente ripetuta cancella inesorabilmente il valore della cura e dell’amore e ammala la comunità, la deresponsabilizza.

Da anni sono convinta che il femminismo sia una delle strade più autentiche per interpretare la complessità odierna e per trovare risposte coerenti. Leggendo autorevoli studi di donne ho iniziato a mettere in fila alcuni eventi apparentemente slegati fra di loro: disagio infantile, distruzione ambiente, sessismo, atti terroristici, guerre. Tutti hanno una radice comune: un concetto errato e fallace di sicurezza e di libertà. Ed è questo che ci sta portando verso la catastrofe. Oggi i giovani che marciano negli Stati Uniti ci stanno dicendo quanto è malata la nostra società, quanto è malato il nostro concetto di amore e di tutela, quanto è malata la nostra responsabilità. Questi giovani hanno dichiarato che non si arrenderanno, marceranno finché non vedranno gli adulti fare qualcosa! E quel qualcosa non è aumentare protezioni, o recinti, ma fare un salto radicale nell’intendimento di questi due concetti fondanti: libertà e sicurezza. Il loro diritto ad andare a scuola sicuri passa attraverso la responsabilità degli adulti di fare leggi e regole che siano coerenti con l’amore di cui si dicono portatori. Mai come oggi il loro monito e insegnamento è necessario alla sopravvivenza di tutti! Mai come oggi sono i nostri maestri nei riguardi della loro educazione e della nostra coerenza!

Chi siamo
Il gruppo Molecole è un momento di ricerca e di lavoro sul bene, per creare e conoscere, scoprendo e dialogando altre molecole positive e provare a porsi come elementi catalizzatori del cambiamento. Nasce agli inizi del 2016 a Casanova Staffora, dall’esigenza di supportare le persone nell’esplicazione delle proprie potenzialità e successivamente costruire processi di associazione e interazione, poiché ogni molecola, aggregandosi, potrebbe generare un corpo finito ed operante, una parte viva e attiva della società, diventando elemento di speranza e di pressione.
Il gruppo si riunisce ogni due mesi presso la sede di Ce.L.I.T. a Santa Margherita di Staffora (provincia di Pavia). Fra i temi affrontati: studio e dibattito sulla Burocrazia, studio e invio di un questionario allargato sulla felicità, sul suo significato e visione. E’ aperto a contributi e collegamenti con altre esperienze analoghe

CAMBIA-MENTI
La scuola come mondo protetto o come occasione di scoperta?

In queste settimane chi ha bambini che a settembre dovranno iniziare la scuola primaria si appresta ad effettuare le iscrizioni nelle diverse scuole. Ciò avviene peraltro dopo un’esplorazione delle alternative in parte ansiogena perché orientata alla ricerca della scuola “giusta” in rapporto all’idea che ognuno ha dell’istruzione.
Nel compilare il modulo di adesione vengo colpita dal riquadro in cui si chiede di esprimere fino a due preferenze di compagni della scuola materna che si desidera siano nella stessa classe elementare del bambino che si iscrive. La scelta deve essere reciproca, vale a dire condivisa dai genitori di entrambi i bambini.
Mi viene spontanea una riflessione! Ai miei tempi (non tanto tempo fa, poiché non ho un’età così avanzata, ma già sufficiente per usare quest’espressione) questa possibilità non era contemplata.
Mi chiedo se in un tempo in cui il mondo è sempre più variegato e in cui si fanno continui proclami per costruire l’integrazione tra culture anche molto diverse abbia senso sottolineare questa possibilità di scelta e cosa rappresenti per le nuove generazioni.
Non è forse anche questo (insieme a tanti altri) un modo per far crescere bambini troppo protetti e tutelati? Non è un modo per non abituarli a fare i conti con ciò che la vita presenta come imprevisto o effetto del caso? Che effetto può avere su dei soggetti in crescita e che dovrebbero essere aiutati a comunicare tra loro e a giovarsi delle reciproche differenze, indirizzare così tanto i loro destini e abituarli a comunicare solo con i propri “simili” per estrazione sociale? Non contribuisce ciò a renderli fragili e più facilmente vulnerabili? Come immaginiamo che possa avvenire l’integrazione se alcuni bambini risulteranno molto “gettonati”, mentre altri non saranno “preferiti” da nessuno?
Queste alcune delle domande che mi ha suscitato il tema; mi sono risposta che la scuola non dovrebbe prevedere questa possibilità. È importante aiutare il bambino ad integrarsi e ad adattarsi a qualsiasi contesto si ritrovi, è importante trasmettergli il messaggio che è interessante ed è un’opportunità conoscere persone diverse, è importante insegnargli che ciò che non si conosce non è necessariamente qualcosa che deve spaventare e deve incutere timore.
Trovo che vi sia un’eccessiva enfasi sulla continuità delle esperienze che il bambino si appresta a compiere e che questa stessa continuità lo esponga al rischio di rappresentarsi un mondo poco realistico in cui tutto è programmato e definito a priori da qualcun altro e che sia in questo modo eliminato il costo della fatica, ma insieme il piacere della scoperta.
Le fatiche aiutano a crescere. Senza fatica non si ottiene nulla. Avere degli adulti non abituati alla fatica e poco preparati ad affrontare imprevisti significa avere adulti esposti al rischio di crollare di fronte alle minime difficoltà. Per questo iscriverò la mia bambina senza esprimere alcuna preferenza e lascerò che il caso decida la composizione della sua classe così come lo è stato per me.
Immagino che sarà forse solo il primo degli interrogativi che mi solleciterà questa esperienza della scuola delle mie bambine, ma in ogni caso mi farà piacere discuterne.

IN PRIMO PIANO
Andiamo a picco nel mare della burocrazia.
Ecco come salvarsi dall’ossessione del controllo

Alzi la mano chi non ha una pessima opinione della burocrazia ed alzi la mano chi, immaginando la burocrazia, non pensi subito all’Italia. Alzi la mano, infine, chi non associa la burocrazia all’inefficienza, ad un passato superato dall’avvento delle tecnologie digitali e dalla avvenuta conquista di nuove libertà.
Ebbene, nel tempo del web e dell’informazione globale, il tema della burocrazia – le cui radici risalgono fino all’Egitto dei faraoni – è, invece, quanto mai attuale, e come spesso accade per le questioni importanti, dato per scontato; sorte questa, che lo accomuna ad altri concetti simbolo dell’occidente come democrazia, libertà e diritti.
Come noto, il termine burocrazia designa l’insieme di pubblici uffici e pubblici funzionari delegati a gestire e controllare, in modo impersonale ed unitario, i processi amministrativi necessari ad attuare quanto stabilito e regolato dal potere centrale di uno Stato. Per estensione si chiama burocrazia anche l’apparato amministrativo di partiti, sindacati, scuole, aziende. L’impersonalità, il ricorso alla norma scritta, l’onnipresenza della gerarchia, l’automaticità delle procedure, ne sono caratteristiche chiave insieme alla conclamata resistenza al mutamento.

La mentalità del burocrate si è andata conformando in ottemperanza a queste regole e si è tosto caratterizzata per l’adesione incondizionata al principio del rispetto della norma, ripiegandosi spesso sul valore degli atti e della carta a dispetto dei risultati, della chiarezza, dello spirito di servizio e della capacità di tenere relazioni significative con i cittadini. Spinta all’estremo la mentalità burocratica diventa patologica e condiziona pesantemente i fruitori del servizio con la sua incomprensibile implacabilità: il soggetto che ne cade vittima, dal fortino della sua specializzazione tecnica, può agire in contrasto alle leggi, ai valori e ai fini dell’organizzazione di appartenenza, in casi estremi può agire nell’illegalità mantenendo la parvenza della legalità. Ciò che conta non è il retto agire secondo standard morali e valoriali, non sono le azioni realmente svolte né le conseguenze di esse: ciò che conta, alla fine, è semplicemente avere le carte a posto. Questo tipo di mentalità è fortemente spinta da una società che fa della produzione e riproduzione del controllo il suo feticcio e la sua regola; controllare i prodotti, le organizzazioni e i loro processi, controllare i territori, controllare la rete internet, controllare gli ambienti chiusi, controllare i bilanci e i flussi finanziari, controllare le persone e i loro comportamenti sul lavoro. Le motivazioni che caratterizzano questo tipo di mentalità sembrano collocarsi tra due opposte tendenza: da un lato il freddo calcolo connesso al possesso del potere e alla possibilità di servirsene in modo legalmente non sanzionabile e, dall’altro, il senso di impotenza e mancanza di potere, l’insicurezza che porta a trincerarsi dietro le regole e le norme che proteggono dall’onere di assumere una responsabilità diretta e personale.

Questo tipo di mentalità burocratica, che non raramente degenera nel malaffare, non è affatto confinata nei meandri della Pubblica Amministrazione: essa è presente, seppure con forme e gradazioni diverse, in molti settori della vita sociale e contribuisce ampiamente a quel crollo della fiducia e a quella ossessione crescente per il controllo che caratterizza i nostri giorni. La penetrazione di questo tipo di mentalità è davvero sbalorditiva.

La si nota nella clamorosa proliferazione di linee guida, regole, norme, regolamenti, leggi, che hanno reso la Comunità Europea un labirinto disorientante dove si perdono gli stessi burocrati; una mole di atti che nessun singolo individuo è in grado di conoscere e maneggiare in autonomia, spesse volte in contraddizione tra di loro e con le immancabili postille che fin troppo spesso negano la sostanza degli intendimenti iniziali. Una complessità che di fatto depotenzia la buona politica, favorisce il potere delle lobby e rende impossibile qualsiasi forma di verifica al cittadino. La si intuisce nei grandi progetti finanziati dall’Unione Europea, dove buona parte delle risorse deve essere impegnata nella pura gestione e rendicontazione amministrativa, attività per la quale esistono un gran numero di imprese specializzate e di professionisti in grado di parlare la neolingua burocratica inaccessibile ai profani e, appunto, di produrre le carte giuste nel giusto momento, secondo i precisi standard dell’iter burocratico.

Lo si nota nei complicatissimi adempimenti che riguardano le imprese non meno che nella vita quotidiana dei singoli, dove ormai diventa difficile operare senza l’assistenza di qualche professionista capace di aiutare il cittadino a districarsi nella babele di norme ed aggiornamenti che riguardano tasse e tributi, adempimenti e scadenze amministrative varie. La si vede all’opera nelle aziende socialmente irresponsabili ma perfettamente allineate alla lettera piuttosto che allo spirito delle norme e delle leggi, non meno che nell’agire quotidiano di manager e funzionari che compiono coscienziosamente il loro dovere in vista della esclusiva massimizzazione delle loro opportunità di carriera e della reputazione che ne ricavano.

Paradossalmente, una componente di questo spirito la si coglie anche (ed assai più tristemente), nella costante richiesta, da parte di cittadini e gruppi di cittadini organizzati, di regole e di leggi sempre più specifiche e particolari, di controlli e di verifiche che, spesso, sono avanzate proprio da coloro che fanno della condanna dell’inefficienza burocratica la loro bandiera. Si può riconoscere in questa esigenza di regolazione crescente un estensione di quella società dei controlli descritta da Michael Power che, garantendo certezze di tipo giuridico e normativo, blandisce le insicurezze crescenti dei cittadini e diffonde quell’ansia di controllo che è retaggio caratteristico di ogni burocrazia.
Le tecnologie digitali, lungi dal risolvere questi problemi, esaltano ed amplificano, potenziandole, alcune delle assunzioni di un modello burocratico che fa del controllo il suo fondamento. Oggi infatti i dispositivi digitali consentono un monitoraggio minuzioso di ogni tipo di processo, rendendo per molti versi automatico ed impersonale il faticoso compito della vigilanza; il nascente web delle cose (IOT) e solo il primo passo che porterà con ogni probabilità alla creazione di un web delle persone capace di garantire un monitoraggio totale, non solo dei comportamenti ma anche dei parametri vitali (corporei) di ogni individuo connesso. Un compito ovviamente, che può essere svolto solo da macchine calcolatrici che siano in grado di supportare potenti algoritmi di calcolo basati sull’intelligenza artificiale, un processo automatico che, tra l’altro, finirà con l’escludere un intera classe di lavoratori attualmente attivi nel settore altamente articolato dei controlli.

Soprattutto quest’ultimo aspetto inquieta profondamente gli spiriti liberi e quanti intendono fare dell’evoluzione personale, dell’apprendimento costante, della responsabilità, della partecipazione e del rapporto diretto con l’altro, l’orizzonte del loro agire. Preoccupa infatti una simile potenza tecnologica nelle mani di mentalità burocratiche patologiche; preoccupa la deriva verso l’ottemperanza ottusa alla regola rispetto ai suoi risultati e preoccupa, infine, il trasferimento della responsabilità verso meccanismi automatici impersonali anche per questioni banali e quotidiane, nella presunzione che questi, meglio degli umani, sappiano affrontare decisioni complesse e stressanti. E’ oggi improbabile che questo processo possa essere interrotto o reindirizzato stante la contemporanea e massiccia richiesta di ulteriore controllo da parte degli individui, alimentata dalla paura e dal senso di insicurezza crescente.
Si tratta di un doppio movimento con il quale bisogna fare i conti seriamente, pena la creazione di un Panopticon tecnologico che susciterebbe l’entusiasmo di Jeremy Bentham: unica soluzione è forse un salto di consapevolezza civile e personale da parte di un gran numero di cittadini, maggiore educazione, più conoscenza e responsabilità, più confidenza con la tecno-scenza e con i meccanismi psicologici e sociali che rendono carente il nostro modo di pensare; sperando, naturalmente, che lo spirito burocratico patologico non abbia ormai infettato in modo irreversibile l’intera società.

Ereditare il futuro: la sfida dell’Italia e del suo patrimonio culturale

Dalla concezione del patrimonio culturale come ‘petrolio’ dell’Italia, ai beni culturali e paesaggistici come ricchezza eccezionale e peculiare, da tutelare e valorizzare nel tempo, mantenendone il valore per le future generazioni, senza che conservazione e fruizione si escludano, ma anzi facendo in modo che si sostanzino a vicenda. Questa dovrebbe essere, in sintesi, la concezione con la quale è stata ideata e scritta la riforma del Mibact del 2014, che prende il nome dall’attuale titolare del dicastero, nostro concittadino, Dario Franceschini, nonostante i lavori siano iniziati già durante il mandato del suo predecessore Bray.

Una riforma spiegata da ben due dei più stretti collaboratori del ministro Franceschini: Lorenzo Casini – consigliere giuridico del Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, professore ordinario di diritto amministrativo nella Scuola Imt Alti Studi di Lucca e membro del comitato di direzione di ‘Aedon-Rivista di Arti e diritto on line’ – e Stefano Baia Curioni, docente all’Università Bocconi di Milano e anch’egli membro del Mibact. Insieme a loro, nell’incontro tenutosi martedì pomeriggio nel Salone della Pinacoteca Nazionale di Palazzo Diamanti per il ciclo ‘Il museo dentro e intorno’: Giuseppe Piperata, docente di diritto amministrativo allo Iuav di Venezia, il vicesindaco e assessore alla cultura del comune di Ferrara Massimo Maisto e la ‘padrona di casa’, Martina Bagnoli, direttore delle Gallerie Estensi, uno di quei poli dotati di autonomia nati proprio dal riassetto del sistema museale che è parte integrante della riforma generale del Mibact.
Due, infatti, sono i pilastri del nuovo settore dei beni culturali e paesaggistici: il primo, la separazione e la precisazione delle funzioni di tutela e gestione, da una parte, e gestione e valorizzazione, dall’altra; il secondo, l’autonomia gestionale e finanziaria dei musei e la creazione di un sistema museale italiano.

“Questa riforma non è rivoluzionaria, la sua forza non sta nell’innovazione, ma nell’aver fatto ciò che da quarant’anni nel settore dei beni culturali si chiedeva di fare”, ha detto Lorenzo Casini, il “deus ex machina” di questa riforma secondo Martina Bagnoli. “Quando la racconto all’estero c’è incredulità, perché si fa fatica a credere che non fosse già così: che i musei non fossero autonomi, che non ci fossero direttori responsabili dei musei nazionali, che gli Uffizi, solo per fare un esempio, prima non avessero un proprio bilancio”.
Prima i musei “esistevano come contenuti, ma non come contenitori”: “il museo come istituzione non esisteva”, secondo la famosa formula del ‘museo-ufficio’, i musei statali erano ricompresi “dentro le soprintendenze”. Secondo quanto ha affermato Casini, tuttavia, “è problematico immaginare le stesse persone responsabili della tutela e della gestione e valorizzazione”. Ecco perché nel nuovo Mibact è stata creata una direzione generale musei per la gestione e valorizzazione dei luoghi della cultura ed è stato previsto un riordino delle soprintendenze, alle quali è affidata la funzione della tutela del patrimonio artistico, archeologico e paesaggistico italiano.

Consapevole dei diversi, e a volte importanti, detrattori di questa riforma – Salvatore Settis solo per citare un esempio – e dello stesso principio di separazione fra tutela e valorizzazione dei beni culturali, con il timore che diventino dei mondi separati e che si abbandoni la prima mentre la seconda va in mano a chi sa chi, Casini precisa che risorse e personale dei musei statali, da quelli facenti parte dei poli museali regionali a quelli dotati di autonomia speciale, dipendono ancora dall’amministrazione centrale. Certo però questa “è una riforma in fieri” e se per ora si è tentato responsabilizzare i singoli direttori dando loro finalmente un rango dirigenziale e un’autonomia gestionale e finanziaria, il punto di arrivo prefigurato da Casini è la configurazione dei musei come veri e propri “enti” statali autonomi.
Quello che però ha tenuto a sottolineare è che “il chiarimento delle funzioni alla base della riforma ha permesso una ridistribuzione dell’organico nel Mibact” e di conseguenza un chiarimento sul fabbisogno del personale. “Questo ha fatto sì che il Ministero dell’economia accettasse di stanziare le risorse necessarie per fare un concorso per l’assunzione di nuovo personale, cosa che nel settore dei beni culturali non accadeva dal 1980”: sono i ‘500 per la cultura’, nuovi funzionari a tempo indeterminato il cui bando di concorso è uscito l’anno scorso. E oltre alle risorse umane si è pensato a quelle economiche: con l’art bonus, una ‘chiamata alle arti’ che dal 2014 ha fruttato “oltre 140 milioni di euro di donazioni”, in cambio del 65% di credito d’imposta sulle somme elargite.

È però sulla questione delle competenze che si è chiuso l’intervento di Casini e si è aperto quello di Stefano Baia Curioni: il primo ha evidenziato – con indubbio orgoglio – che la riforma Franceschini ha aperto le porte del Ministero a quei giovani laureati in materia di beni culturali che prima non avevano possibilità di entrarvi, perché non c’era chiarezza di funzioni e competenze; il secondo ha sottolineato che ora è arrivato il momento di mettersi alla prova e di imparare sul campo a diventare figure ibride, a metà fra il management e le belle arti. Secondo quanto dice Baia Curioni abbiamo corso un grosso rischio: la “privatizzazione del settore dei beni culturali” era “un’opzione sul tavolo”. Lo scenario, secondo il docente dell’università Bocconi, avrebbe potuto essere la divisione del nostro patrimonio in tre grandi macro-aree geografiche e la concessione a privati esterni dei servizi di gestione e valorizzazione, dalle pulizie alla didattica, dalla guardiania alla politica culturale delle mostre. Si è scelto, invece, la strada della “responsabilizzazione sulla pianificazione strategica, culturale, economica”. La sfida è quindi: “diventare agenti della capacità del patrimonio di diventare elemento di progetto”, anche progetto urbano, e far diventare i musei “centrali nelle quali costruire il rapporto con il patrimonio culturale”.

Non ci resta dunque che sperare nelle competenze di chi sta applicando in questi anni – come Martina Bagnoli, guardando al nostro territorio – e di chi applicherà la riforma Franceschini nel prossimo futuro, auspicando che lo faccia mantenendo quello spirito di cui abbiamo detto all’inizio, sintetizzabile nel titolo dell’incontro e del nuovo libro di Lorenzo Casini: ‘Ereditare il futuro’, un ossimoro e una difficile prova di cui tutta la Nazione, almeno stando all’articolo 9 della Costituzione, si deve fare carico.

Emergenza immigrazione: un cul de sac tra demagogia e realtà

Ma dove ci siamo infilati? C’è sgomento, rabbia, sfiducia, sospetto; una fila di interrogativi che cercano disperatamente una risposta plausibile che non c’è. Siamo arrivati al parossismo, che non è una bella posizione. Manca chiarezza, manca un faro, una bussola, un timone che convinca che quello che stiamo facendo è giusto, condivisibile, intelligente e onesto. Non è più sufficiente quel ‘politically correct’ che metteva tutte le coscienze a posto, dava quelle garanzie pseudo-morali che occorrevano, fino poco tempo fa, a sentirsi bene, brava gente, buoni esponenti di un’umanità più fortunata, cittadini retti e esseri umani solidalmente presenti. No, non basta più. La solidarietà vera nasce spontanea perché deve essere sentita nel profondo e può nascere solo se una collettività ci crede, si regolamenta, prevede conseguenze, anticipa bisogni, provvedimenti, necessità e risorse reali. E soprattutto se i responsabili di una collettività hanno la necessaria ed equilibrata visione del problema e dell’impatto su sensibilità, sentimenti e sentori diversi che ne complicano o ne rallentano la risoluzione. Non è facile né scontato dire di sì a un’accoglienza totale incondizionata di un’ondata di immigrazione di cui non si sa nulla, come non è semplice negare accoglienza e ospitalità a esseri umani che arrivano nel nostro Paese in condizioni di ‘ecce homo’. Si sta chiedendo una consapevolezza, una fiducia, una predisposizione che a volte stride con i problemi che stiamo vivendo al nostro interno e rischiano di farci implodere. Non è così che ci si appresta a ricevere gente che lascia i propri Paesi devastati dalla guerra, privi di prospettiva e pianificazione sensata, rovinati da dittature deposte da giochi internazionali e lasciati al caso, ombre di società allo sbando. E rimangono sospetti e oscurità su chi ha ‘diritto’ ad un’ospitalità dovuta e chi, invece, rappresenta un ‘pericolo’ clandestino. Legittimo, se si pensa che siamo in stato di allerta, ma non totalmente giustificabile moralmente. Si stanno creando dinamiche di convivenza che si prestano a qualunque interpretazione e i mass media sguazzano implacabili in questo mare mosso cavalcando onde e sfruttando venti per vendere ciò che più è spendibile. Demagogia e populismo mediatico da incantatori di serpenti fomentano un malumore ormai al limite e tengono in mano una grande rappresentanza dell’opinione pubblica diffidente, scettica, impaurita, arrabbiata, spesso rancorosa che manca ormai di una visione dei problemi che lasci spiragli a sana reattività e positività. Occorre informazione onesta per creare opinione onesta, serve un dibattito che sia realmente costruttivo e non il ring al quale siamo ormai abituati per quel quotidiano assistere allo screditamento ingiurioso reciproco per appartenenza a correnti di pensiero ed opinione differenti. Una mediazione difficile, utopica per molti, ma percorribile nei termini di rispetto dell’essere umano in condizioni di disperato bisogno. Un principio che superi le bieche strumentalizzazioni molto facili da assecondare e che garantisca allo stesso tempo il cittadino che chiede solo di essere tutelato e ascoltato. Responsabilità nazionali e transnazionali, coordinamento e corrette relazioni tra governi, proporzionalità nella condivisione dell’emergenza, riconoscimento e autentico sostegno a coloro, come l’Italia, che affrontano in prima linea questa guerra tra poveri senza soluzione di continuità, ecco le grandi sfide che ci attendono nell’immediato futuro e che chiedono urgentemente risposte concrete e non vaghe giustificazioni.

DIARIO IN PUBBLICO
Fragilità

Il termine fragilità, così generosamente elargito in zona istituzionale per spiegare, commentare, difendere certi avvenimenti inspiegabili o ritenuti tali, viene usato a più non posso in questi giorni che vedono: a Ferrara il quarto tentativo d’incendio del portone della Biblioteca Ariostea, il luogo sacro alla memoria e dove riposa il poeta in un fastoso tempio laico, e a Firenze il crollo di una parte del Lungarno Torrigiani a pochi metri dal Ponte Vecchio, sito impagabile per avere una vista unica sugli Uffizi. Così un titolo in prima pagina avverte: “Firenze è fragile, attenti a scavare” per proseguire “La città sembra voler ricordare quanto la bellezza si accompagni alla fragilità”, mentre per spiegare il gesto iterato dell’incendiario dell’Ariostea s’invoca la fragilità mentale

Fragilità dunque del territorio e della mente. Ma è così difficile tenerla sotto controllo?
I dati ampiamente esposti da chi si preoccupa e s’interessa di politiche ambientali e paesaggistiche, da Salvatore Settis a Tomaso Montanari a Vittorio Emiliani, a Paolo Liverani, per citarne alcuni tra i più presenti, indicano chiaramente l’origine de disastro ambientale nell’assenza o trascuratezza della manutenzione ordinaria. Così appare almeno pretestuosa l’indignazione del sindaco di Firenze, che imputa alla società Pubbliacqua incaricata della manutenzione dell’acqua in città, la colpa del disastro avvenuto. I guai fiorentini in realtà non sono stati del tutto sanati almeno dalla ricostruzione post-alluvione di cui ricorre in novembre il cinquantenario. E qui davvero sta l’origine del problema.
Più complessa la situazione dell’incendiario, che è stato riconosciuto con prove stringenti come autore dei tentativi d’incendio e delle scritte ingiuriose che hanno deturpato la biblioteca. Per fortuna le garanzie messe in atto dalla legge per provarne la colpevolezza anche se farraginose e a volte obsolete sono imprescindibili dalla concezione di stato democratico che prevede e impone prove certe di colpevolezza che solo ora sono state raggiunte.

Tuttavia ciò che rende veramente problematiche le scelte da adottare sta nella mancanza di quella ‘manutenzione ordinaria’ che rende insicura la difesa ambientale, paesaggistica e la protezione delle opere d’arte.
Non poter contare sulla presenza costante di una manutenzione ordinaria induce, per esempio, Giovanni Solimine, uno dei massimi studiosi del libro, a dimettersi dal Consiglio Superiore dei Beni Culturali, come riferisce Tomaso Montanari su La Repubblica:
“Ciò che mi induce a rassegnare le dimissioni sono le scelte fatte in occasione del recente bando per il reclutamento di 500 funzionari, che pure costituisce un altro successo riconducibile alla Sua presenza al vertice del MiBACT. In esso sono previsti solo 25 bibliotecari, e cioè una quota assolutamente residuale rispetto alle risorse destinate ad altri settori, senza tenere minimamente conto delle esigenze oggettive del comparto delle biblioteche […] Si potrebbero aggiungere altre considerazioni, ma non mi dilungo oltre. Mi limito a prendere atto che, per una questione così rilevante come l’attribuzione di risorse umane ad un settore ormai giunto al collasso (riduzione degli orari di apertura, scarsa accessibilità del patrimonio, invecchiamento delle collezioni, costante abbassamento del livello dei servizi erogati, contrazione dell’utenza e, come conseguenza di tutto ciò, una sostanziale marginalità delle biblioteche statali nel panorama bibliotecario nazionale) non si è ritenuto di usare altri parametri se non quelli aritmetici”.
Con altrettanta determinazione ha rassegnato le sue dimissioni Tomaso Montanari dal proprio ruolo di membro di commissione del Mibact. Con una lettera indirizzata al ministro Franceschini lo studioso protesta per la mancata destinazione del recupero di edifici storici o opere d’arte in cambio di pagamento delle tasse. Così Giulio Cavalli su Left riporta la lettera con le argomentazioni di Montanari:
“Abbiamo esaminato e chiuso ventiquattro complesse pratiche. – scrive Montanari nella sua lettera – Abbiamo deciso di accettare 11 proposte di cessione di beni culturali come pagamento delle imposte, per un valore totale di 2.055.396,31 euro: ma il ministero dell’Economia ci ha comunicato che il relativo capitolo dello stato di previsione della spesa prevede solo la ridicola cifra di 31.809 euro”. In queste condizioni, secondo Montanari, “il lavoro della commissione è del tutto inutile: o, meglio, è utile solo all’accanita propaganda che si sforza di rappresentare agli occhi degli italiani la falsa immagine di un governo sollecito verso il bene del patrimonio culturale. Poiché io, al contrario, ritengo che alcune leggi e ‘riforme’ promosse dall’attuale Governo […] e da Lei […] siano una grave minaccia per la ‘tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione’, non ho alcuna intenzione di prestare il mio lavoro e la mia competenza a quella propaganda”.

Da qui si può ben intendere quale sia l’importanza di una regolazione degli interventi ordinari. Altro che le grida e le multe inflitte al nuovo direttore degli Uffizi Eike Schmidt, che per contrastare il suk degli irregolari che vendono di tutto nel piazzale degli Uffizi ha fatto diffondere con un altoparlante un audio che mette in guardia dai bagarini, dai borseggiatori, dagli irregolari! Come riferisce Paolo Ermini su il “Corriere Fiorentino”:
“La mossa però non è piaciuta granché a Palazzo Vecchio (ma perché?): prima le gelide dichiarazioni dell’assessore Gianassi preoccupato per il ritorno di immagine di Firenze nel mondo. Poi la visita dei vigili agli Uffizi perché si capisse l’antifona […] Ma Schmidt non ha fatto una piega ed è andato avanti. Alla fine il terzo atto: la notifica di una multa da oltre 500 euro, riducibili a meno di 300 se pagata entro 4 giorni”. Schmidt si è recato dal sindaco Nardella per dire che pagherà la multa, ma che affida all’opinione pubblica il senso del suo operato.

La fragilità con la quale la bellezza e la cultura devono fare i conti passa dunque proprio dalla ‘manutenzione ordinaria’ per cui, pur capendo il senso delle dimissioni di protesta di Giovanni Solimine e di quelle dell’amico Tomaso Montanari, non le condivido. Le dimissioni sono l’ultimo atto di un processo che non ha altra soluzione. E’ sicuro che prima di presentarle gli illustri studiosi abbiano tentato tutte le carte in loro mani?
Sono stati fatti tutti i passi necessari per vedere se c’era una possibilità di sbocco della situazione?
E’ giusto e necessario preoccuparsi di quella messa in sicurezza della bellezza, delle sue case ovvero dei Musei, delle opere d’arte che le ospitano, delle biblioteche insomma- che non solo rappresentano un problema estetico ma soprattutto etico.
Ma prima delle dimissioni ci deve essere la certezza d’aver provato ogni mezzo per difendere, proteggere, custodire, contro la fragilità, i diritti e le prerogative della bellezza.

NOTA A MARGINE
Musei e inclusione: buone pratiche (anche ludiche) a confronto

Museo: spero di sbagliarmi, ma temo che nell’immaginario comune questa parola evochi ancora una serie di sale nelle quali vengono conservati ed esposti oggetti, opere, documenti, dove si può guardare ma è rigorosamente vietato toccare e dove bisogna entrare con un atteggiamento quasi reverenziale, guai a parlare con chi ci fa compagnia di ciò che stiamo vedendo, figuriamoci sorridere e ridere; un luogo dove imparare passivamente una lezione, non certo uno spazio di confronto e ri-costruzione continua dell’identità di una comunità.
Falso! O quantomeno: superato… Icom (International council of museums) definisce il museo come “un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che fa ricerca sulle testimonianze materiali e immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le raccoglie, le conserva, le comunica e soprattutto le espone a fini di studio, educazione e diletto”.

Si moltiplicano anche in Italia le iniziative che, pur partendo dalla nostra grande tradizione di tutela, rendono il museo un luogo sempre più aperto e dinamico. Una valorizzazione dunque che non è solo sfruttamento del nostro enorme patrimonio, con conseguente maggiore affluenza di visitatori, ma che rende il museo e le sue collezioni parte viva e vivace della comunità, spazio aperto al dialogo e al confronto, un luogo dove passare del tempo e… divertirsi.
Insomma un’istituzione che possa essere un interlocutore autorevole, ma non distante dai cittadini dei quali è al servizio, in grado di favorire inclusione sociale e culturale e partecipazione attiva: un luogo ‘senza barriere’, sempre più accessibile per tutti, sia per quanto riguarda i suoi spazi fisici sia per quanto riguarda le conoscenze prodotte e trasmesse.
Da qui la sempre maggiore attenzione verso strumenti e percorsi che aumentino l’accessibilità delle collezioni dei musei: abbattimento delle barriere architettoniche e linguistiche, didascalie con QRcode o in Braille, ricostruzioni di alcuni oggetti in 3d e percorsi tattili o sensoriali, visite guidate in lingua Lis. Ma non solo. Interessanti esperienze sono state raccontate domenica al workshop “Musei e pari opportunità”, nell’ambito di Unifestival.

Il museo come presidio culturale con relazioni con le altre presenze qualificanti del territorio, come le associazioni, le scuole e l’università. È l’esperienza del Museo di Casal de’ Pazzi, inaugurato nel marzo 2015 nel quartiere di Rebibbia a Roma, che “conserva l’unico sito del Pleistocene sopravvissuto di una serie lungo l’Aniene, affluente del Tevere”, spiega la direttrice Patrizia Gioia. In aree suburbane come queste, formalmente senza storia, il museo può svolgere una funzione fondamentale nell’innescare un processo di riconoscimento dell’identità di una collettività e di riqualificazione del territorio e può magari avviare progetti per il reinserimento dei detenuti con cooperative sociali, come è nel caso in questione.
L’elefante preistorico del museo è diventato la “mascotte” del quartiere e persino Zerocalcare, che abita proprio a Rebibbia, si è fatto coinvolgere più di una volta nelle iniziative e firmando il registro delle presenze ha sintetizzato la strada fatta: “Siete l’orgoglio del quartiere!”.

Il museo non solo come specchio della società passata e presente, ma come strumento di innovazione e democratizzazione, come nel caso dei musei delle donne, che si occupano di femminile a tutti i livelli: culturale, artistico, economico. Sono ottanta nel mondo, venti solo in Europa e l’Italia è al terzo posto nel nostro continente. Dal 2012 i musei delle donne si sono messi in rete per conoscersi l’un l’altro e condividere esperienze, progetti e, a volte, combattere insieme la battaglia a favore dei diritti delle donne, come in Iran o in Senegal: così è nata la International Association of Women’s Museums, racconta la sua coordinatrice Astrid Schönweger del Museo delle donne di Merano.
Proprio grazie alla rete di contatti della Iawm e a Eccom (European Centre for Cultural organization and Manangement) è nato il progetto “She-culture”, finanziato con il programma europeo Cultura 2007-2013 e al quale hanno partecipato quattro musei delle donne (italiano, norvegese, danese e albanese), un centro culturale di donne e un’agenzia privata di progetti internazionali, entrambi spagnoli. Partendo dal fatto che, nonostante le donne siano la maggioranza dei fruitori e dei lavoratori del settore culturale, spesso le rappresentazioni che vi si trovano sono al maschile, il progetto aveva come obiettivo l’analisi e la valutazione delle politiche di genere nel settore culturale a livello europeo e nazionale. Tuttavia, oltre all’analisi dell’esistente, il progetto comprendeva anche azioni per il futuro, in particolare la realizzazione di una campagna sulle tematiche di genere: il risultato è stata la produzione di un video sui giocattoli come mezzi del perpetuarsi degli stereotipi di genere, al quale hanno giovani artiste dei paesi coinvolti (clicca qua per vedere il video della campagna).

Turismo di massa e tutela del patrimonio Unesco: istruzioni per l’uso

  • da: Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale Unesco

    La Grande Bellezza e il turismo di massa. Dibattito costantemente aperto su un tema sempre attuale:
    garantire a tutti la facoltà di fruire del patrimonio artistico e culturale tutelandone al contempo
    l’integrità e preservandone il carattere autentico, senza svilirlo o mercificarlo.
    L’occasione per riprendere il filo del ragionamento è offerta dal World Heritage Tourism Expo che
    si svolge da domani (venerdì 18) a domenica al Palazzo della Ragione di Padova. Nello specifico,
    sabato alle 11 si terrà nella sala Anziani, il “Laboratorio turismo responsabile e patrimonio
    mondiale”, organizzato dal comitato tecnico scientifico dell’Associazione Beni Italiani Patrimonio
    Mondiale Unesco, con la collaborazione de L’Agenzia di Viaggi.
    Secondo Carlo Francini, coordinatore scientifico dell’Associazione, “in un contesto generale, in cui
    l’eccezionale valore universale dei siti Unesco può essere fortemente compromesso dall’impatto del
    turismo di massa, accrescere la consapevolezza sul valore dei siti Unesco è un’indispensabile azione
    strategica volta alla corretta salvaguardia e valorizzazione dei siti stessi, oltre che costituire uno dei
    principali compiti prescritti agli Stati membri e ai site-managers”.
    “Il Laboratorio – prosegue Francini – attraverso il coinvolgimento di esperti del settore e dei
    componenti del comitato tecnico dell’associazione, vuole approfondire la realtà dei siti Unesco
    italiani ed esteri sul tema del turismo responsabile, evidenziando criticità, progetti e idee innovative
    utili alla loro gestione”.
    Fulcro del laboratorio, aperto al pubblico, saranno le presentazioni delle buone pratiche da parte di
    tecnici dell’Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale Unesco, istituzioni, fondazioni,
    associazioni ed enti attivi nel settore. Oltre ai contributi di 11 siti italiani, illustreranno la loro
    esperienza Croazia, Giordania, Svizzera e Ungheria, in uno spirito di reale condivisione e
    collaborazione internazionale.
    In tale occasione, i membri del comitato tecnico dell’Associazione Beni Italiani Patrimonio
    Mondiale Unesco sottoporranno alle istituzioni nazionali e internazionali il documento “Azione
    Patrimonio Mondiale”, che evidenzia le azioni utili per la gestione dei siti italiani Unesco, esprime
    solidarietà a chi ha subito gli effetti delle distruzioni di siti Patrimonio Mondiale e offre la
    disponibilità a collaborare a programmi di cooperazione internazionale a favore dei siti inseriti
    dall’Unesco nella Lista dei Patrimoni Mondiali in pericolo.
    All’incontro interverranno Maria Paola Azzario, presidente Federazione Italiana Club e Centri
    Unesco, Marina Bastianello per la commissione Acri per le Attività e i Beni Culturali, Claudio
    Bocci direttore Federculture, Paolo del Bianco presidente Fondazione Romualdo del Bianco – Life
    Beyond Tourism, Maurizio di Stefano presidente Icomos Italia.

  • E i droni saranno piccoli come insetti: tecnologie e web annientano la privacy e favoriscono il controllo globale

    “Continueremo ancora ad accettare caramelle dagli sconosciuti perché in cambio otteniamo servizi. Ma stiamo arrivando a saturazione. Il livello della glicemia – per così dire – è ormai al limite”. A sostenerlo è Giovanni Ziccardi dell’Università di Milano. “Del livello di violazione della privacy a cui siamo giunti a causa del sistematico e disinvolto impiego delle tecnologie e della rete – aggiunge – prenderemo piena coscienza grazie ai droni. Saranno miniaturizzati, della dimensione di un insetto, e si infiltreranno ovunque: per questo coloro che vogliono tutelare la privacy paradossalmente non ne ostacolano l’avvento, perché ritengono saranno la pietra dello scandalo che indurrà gli utenti ad aprire finalmente gli occhi”.

    In effetti stiamo gradualmente ma inesorabilmente consegnando le chiavi di accesso alla nostre vite a chi gestisce i servizi di comunicazione, attraverso il web e le varie tecnologie che ci accompagnano passo a passo: numeri di telefono, indirizzi, profili personali, preferenze, abitudini, attitudini… Informazioni che combinate fra loro ci mettono a nudo. Temi, questi, che sono stati al centro dei dibattiti del Festival del giornalismo di Perugia che si è concluso domenica. A Facebook, Twitter e agli altri social media affidiamo i nostri profili identitari, riveliamo i nostri gusti, consegniamo le nostre immagini; per loro tramite diffondiamo le nostre idee e il nostro credo. I dati si incrociano e si intersecano. Quando utilizziamo i servizi forniamo ogni volta informazioni di base che consentono di porre in corrispondenza gli acquisti fatti, con i viaggi, con le petizioni sottoscritte, con la rete delle nostre amicizie, con i siti più frequentati. I sistemi di geolocalizzazione ci individuano in ogni spostamento. Siamo diventati trasparenti, facili prede per i venditori, facili bersagli per i controllori. Il Grande Fratello sorveglia le nostre esistenze, sa cosa vogliamo, sa cosa pensiamo. Ci controlla: può assecondare i nostri desideri o decidere di circoscrivere il nostro spazio di azione.

    La denuncia di Edward Snowden (il tecnico informatico dei servizi segreti statunitensi che ha rivelato le strategie di controllo di massa attuate dai governi americano e britannico) ha confermato ciò che molti paventavano. L’utilizzo dei dati desunti dall’impiego di strumenti elettronici e tecnologici non solo è funzionale ad alimentare la catena del commercio ma funge anche da supporto per la schedatura di tutti i cittadini. I peggiori scenari preconizzati da Orwell o Huxley trovano drammatica conferma nella realtà. Il documentario ‘Citizenfour’ premiato a febbraio con l’Oscar e proiettato anche a Perugia durante le giornate del festival, rivela le ombre fosche e inquietanti del nostro presente.

    In Italia, frattanto, il dibattito e l’azione politica si concentrano su privacy e disciplina di Internet. La presidente della Camera, Laura Boldrini, intervenuta a Perugia, ha illustrato i principi di base di una norma appena messa a punto del Parlamento. “Si tratta di una disciplina che ha lo scopo di regolamentare l’utilizzo del web, non certo quello di ingabbiarlo – ha assicurato -. Il senso del provvedimento è quello di fornire principi che garantiscano la tutela della cittadinanza digitale. So bene quanto sia importante Internet, anche grazie alla mia  precedente esperienza: quando mi è capitato – prima del mio incarico alla presidenza della Camera – di girare per il mondo visitando, per esempio, i campi profughi, ciò che i giovani chiedevano primo di ogni altra cosa era proprio internet, per avere la percezione di cosa c’era fuori da quel recinto. Quindi ho piena consapevolezza del valore dello strumento e della necessità di preservarlo libero”. Occorre, al contempo, fornire precisi riferimenti di garanzia per tutti, “una sorta di costituzione per la cittadinanza digitale”, come fra gli altri auspicato anche da Stefano Rodotà.

    LA RIFLESSIONE
    Grandi imprese, recuperare il senso della responsabilità sociale

    Nel contesto attuale lo statuto e il ruolo delle imprese all’interno della società diventa sempre più frequentemente oggetto di riflessione, discussione e polemica. L’importanza delle imprese ci viene ricordata ogni giorno da un discorso economico invasivo e dalla frequenza con cui nel linguaggio comune e massmediatico ricorrono termini come consumatore, imprenditore, manager, investitore, cliente.
    Il capitalismo neoliberista che ha imperato negli ultimi decenni ha imposto una nuova antropologia nella quale proprio la funzione di ‘consumatore’ ha sostituito quella di ‘cittadino’.
    Accanto a questa rivoluzione concettuale, la globalizzazione ha aumentato, in misura mai conosciuta prima, la distanza tra azione e conseguenze ultime dell’azione stessa: in tale contesto, l’impresa (in particolare la grande impresa multinazionale), rischia seriamente di diventare (e in molti casi è diventata) uno strumento per la cancellazione della responsabilità.
    Questa insidiosa deriva si fonda su una certa filosofia che ha promosso come unico scopo dell’impresa la massimizzazione del valore per la proprietà nel breve periodo. L’idea che l’impresa sia una macchina per produrre utili per gli azionisti si regge, secondo i suoi sostenitori, su almeno tre considerazioni:
    – esiste una netta distinzione tra mercato (luogo della produzione e dello scambio efficiente) e Stato, agente della redistribuzione della ricchezza generata;
    – c’è una netta separazione temporale tra produzione e redistribuzione che rappresentano momenti diversi e indipendenti tra loro (prima si produce, poi si distribuisce);
    – il mercato è una istituzione che, contrariamente allo Stato, si autolegittima: l’impresa che di questa istituzione è l’asse portante si autolegittima anche essa in quanto produttrice di quella ricchezza che sarà in parte incassata e ridistribuita dallo Stato.
    Per i fautori di questa dottrina l’agire economico dell’impresa risulterebbe di per sé orientato al bene in quanto finalizzato a produrre direttamente e indirettamente valore: esso si collocherebbe cioè in una sfera di neutralità protetta rispetto alle istanze critiche emergenti dalla società.

    Questa posizione viene messa in discussione da molti, in particolare da quanti sostengono l’importanza della responsabilità sociale (e non solo economica) dell’impresa. Ad oggi non esiste una definizione unica e condivisa di tale nozione: vi sono piuttosto diversi livelli concettuali che rimandando a qualche tipo differente di legittimazione etica:
    – ad un primo livello l’impresa ha l’obbligo ovvio di agire nel rispetto di leggi, norme e regolamenti vigenti: un fatto tutt’altro che scontato come illustra ampiamente la cronaca;
    – ad un secondo livello l’impresa ha la necessità di agire tenendo conto del contesto in cui opera, ovvero del settore e del mercato di riferimento; è innanzitutto in quest’ambito che essa gioca le proprie strategie per convincere i consumatori, persuadere i finanziatori e conquistare la propria fetta di mercato;
    – la responsabilità sociale dell’impresa inizia però a manifestarsi pienamente solo quando esiste la disponibilità a tener conto e a rispondere degli esiti prevedibili delle scelte e delle azioni, degli effetti che l’agire economico produce per tutti coloro che hanno una posta in gioco, ovvero qualcosa da guadagnare o da perdere rispetto all’esistenza stessa dell’impresa. Vi è responsabilità sociale quando il management non chiude gli occhi davanti agli effetti perversi, alle esternalità negative, che troppo spesso sono socializzate e ricadono sui gruppi meno tutelati, sull’ambiente, sulle generazioni future,
    – infine, un’impresa genuinamente responsabile dovrebbe garantire e promuovere lo sviluppo di quelle virtù civiche che sono indispensabili al buon funzionamento del mercato e, più in generale, della società entro cui opera; dovrebbe generare fiducia, promuovere la coesione delle comunità e contribuire alla tutela dell’ambiente, alimentare il sapere e la cultura, rafforzare il principio di reciprocità.

    impresa-responsabile
    Adriano Olivetti

    A molti tutto questo apparirà come un’utopia: ma proprio in Italia abbiamo un precedente illustre che ha dimostrato in tempi più difficili dei nostri la praticabilità di questo percorso: si tratta dell’esperienza straordinaria dell’imprenditore Adriano Olivetti. Oggi, diversamente da allora, siamo noi, ovvero è proprio il consumatore, che attraverso le proprie scelte di acquisto può contribuire a premiare le imprese responsabili, orientando nel lungo periodo l’intero sistema produttivo verso la sostenibilità economica, sociale ed ambientale: ma per far questo servono cittadini preparati ed attivi, persone dotate di un robusto senso civico; servono esseri umani consapevoli e non consumatori passivi manipolati dal marketing.

    L’INTERVISTA
    Premio Bassani: Macke, ‘Creare una nuova Europa sugli ideali di Italia Nostra’

    Il Premio è stato istituito da Italia Nostra in onore di Giorgio Bassani, presidente nazionale dell’associazione dal 1965 al 1980, nel decennale della scomparsa (2010). Di carattere nazionale e con cadenza biennale, il premio è destinato a uno scrittore-giornalista distintosi negli ultimi due anni per i propri scritti o per interventi a favore della tutela del patrimonio storico, artistico, naturale e paesaggistico del Paese.

    Per entrare profondamente nella visione e nel contesto del Premio, abbiamo intervistato Carl Wilhelm Macke, unico giornalista tra i componente della giuria, di nazionalità tedesca, grande amico di Giorgio Bassani e Paolo Ravenna, amante della nostra città al punto di vivere tra Monaco di Baviera e Ferrara.

    Come amico ed estimatore di Bassani, come definiresti questo Premio?
    Giorgio Bassani scrive racconti e romanzi fino attorno agli Settanta, poi si dedica quasi totalmente a Italia Nostra, producendo un’enorme quantità di scritti sulla tutela del patrimonio del nostro Paese. In questo senso, si può dire che questo premio è dedicato al ‘secondo’ Bassani.

    Tu sei uno scrittore e un giornalista tedesco, probabilmente hai quindi un punto di vista molto particolare rispetto ai componenti italiani della giuria, cosa significa per te Italia Nostra e il Premio “Giorgio Bassani”?
    A chi mi chiede perché sono diventato socio di Italia Nostra pur essendo tedesco, rispondo che l’Italia ha il 65% del patrimonio europeo in termini di beni culturali e quindi, a pensarci bene, tutti gli europei dovrebbero asserire che “l’Italia è Nostra” e farsi soci. Anzi, vorrei ribaltare il ragionamento: forse Italia Nostra è un po’ poco, sarebbe meglio chiamare l’associazione Europa Nostra e creare una nuova Europa sugli ideali di Italia Nostra.

    Non è possibile replicare il modello di Italia Nostra in Germania o in altri Paesi europei?
    Me l’hanno chiesto varie volte in Germania, nelle interviste o tra colleghi. Ci ho pensato molto e la risposta è no: non è possibile perché manca il contesto in cui l’associazione è nata e attualmente si scivolerebbe facilmente nel nazionalismo. Italia Nostra ha una storia antifascista: è nata nel dopoguerra, negli ambienti dell’alta borghesia romana, fiorentina e milanese, con una connotazione decisamente democratica, europeista e antifascista. Se si proponesse, ora, di fondare nel mio Paese, un circolo chiamato Germania Nostra, si rischierebbe di richiamare tutte quelle componenti neo-naziste della società. Questo perché è l’idea della nazione che è molto diversa. Quindi, di nuovo, la cosa migliore sarebbe esportare lo spirito di Italia Nostra, quella particolarissima e forte eredità che Bassani e Ravenna ci hanno lasciato, in Europa.

    Si potrebbe allora aprire la giuria anche ad altri componenti stranieri…
    Assolutamente sì, sarebbe una grande svolta.

    Tornando al Premio, come avviene la selezione dei candidati e che tipo di lavoro c’è dietro al Premio? Quale, in due parole, il ‘back stage della premiazione’?
    Tutte le sezioni di Italia nostra sono invitate a fare una proposta, indicando uno scrittore/giornalista e inviando i nominativi agli uffici centrali di Italia Nostra a Roma. Qui vengono raccolti tutti i materiali relativi alla produzione scritta dei candidati, sia on line che off line, e inviati ai componenti della giuria che hanno il compito di leggere e valutare. Purtroppo quest’anno abbiamo solo quattro candidati, nelle edizioni precedenti ne avevamo una decina. Le candidature sono segrete, noi della giuria ci ritroveremo sabato mattina al Caffè Europa per un ultimo confronto vis-à-vis e la decisione finale.

    Avete già un’idea di chi sarà il vincitore?

    Io personalmente ho già la mia proposta, ma staremo a vedere.

    Quali criteri utilizzate per la scelta?
    Personalmente, non essendo esperto né di arte né di temi quali l’ambiente e il paesaggio, esprimo un giudizio puramente letterario-giornalistico, mi concentro sulla qualità della scrittura e soprattutto sull’impegno civile che emerge dalla produzione dei candidati. Sul riconoscere l’impegno civile sono stato ‘formato’ molto bene dall’Avvocato Paolo Ravenna, grande amico di Bassani, primo presidente e fondatore della sezione di Italia Nostra a Ferrara. Paolo Ravenna era una persona di una intelligenza finissima, molto rigoroso e geniale: le sue intuizioni, le sue idee e i suoi progetti per Ferrara, basti pensare alla restituzione storica delle Mura e all’Addizione verde del Parco urbano, ricordano la lungimiranza dei duchi Estensi di epoca rinascimentale. Sia Bassani che Ravenna avevano, inoltre, una mentalità un po’ anglosassone: da loro ho imparato a distinguere tra la retorica del fare e la sobrietà dell’impegno civile, tra imperativi meramente estetici e obiettivi di grande respiro.

    Per concludere, quali sono quindi gli ideali che stanno alla base dell’impegno civile di Italia Nostra?
    Direi gli stessi su cui si basavano Bassani, Ravenna ma anche altri grandi intellettuali italiani, come per esempio Pier Paolo Pasolini, che tra l’altro era un grande amico di Bassani: sentirsi italiani, legati alle proprie origini ma senza cadere nel nazionalismo; essere aperti, pensare in grande, a livello europeo e simbolicamente internazionale; essere portatori di un regionalismo moderno, a tutela del territorio ma senza ambizioni secessioniste e reazionarie stile Lega Nord. In due parole, amare il proprio Paese avendo coscienza del mondo.

    PRGOGRAMMA DEL PREMIO “GIORGIO BASSANI” E DEL CONVEGNO DI ITALIA NOSTRA
    Sabato 15 novembre – a partire dalle ore 10.00
    Convegno “Il Po e il suo delta: tutela integrata e sviluppi di un grande sistema ambientale europeo”, Castello estense (sala dell’imbarcadero 2) organizzato da Italia Nostra sezione di Ferrara.
    Domenica 16 novembre – ore 10.30
    Premio Nazionale Giorgio Bassani
    Proclamazione del vincitore, preceduta dalla lectio magistralis di Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Corte Costituzionale sul tema “Il territorio bene comune”.

    LA GIURIA
    Alessandra Mottola Molfino, Presidente nazionale di Italia Nostra, Storica dell’arte e Museologa
    Salvatore Settis, Consigliere nazionale di Italia Nostra, docente di Archeologia presso la Scuola Normale di Pisa, saggista
    Gherardo Ortalli, docente di Medievistica presso l’Università di Venezia, componente del Comitato scientifico internazionale della Fondazione Giorgio Cini e del Comitato scientifico della Fondazione Benetton studi e ricerche
    Luigi Zangheri, docente di Storia del giardino e del paesaggio e di restauro dei parchi e giardini storici presso l’Università degli studi di Firenze
    Gianni Venturi, direttore dell’Istituto di Studi rinascimentali, presidente dell’Associazione amici dei musei e dei monumenti ferraresi, studioso dell’opera di Giorgio Bassani
    Anna Dolfi, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università di Firenze, presidente del Comitato per il centenario della nascita di Giuseppe Dessì, studiosa dell’opera di Giorgio Bassani
    Carl Wilhelm Macke, giornalista di Monaco di Baviera, segretario generale dell’Associazione umanitaria “Giornalisti aiutano giornalisti”, cultore dell’opera e del pensiero di Giorgio Bassani

    Filastrocca dell’articolo diciotto

    Ci vorrebbe l’articolo prima del nome,
    son poche le lettere di cui si compone.
    Se non lo metti è un po’ imbarazzante,
    come una bancarella senza ambulante.
    Uno può essere determinativo
    e, se non sei davvero creativo,
    serve ad indicare con precisione,
    gli oggetti, gli animali e le persone.
    Ci vorrebbe l’articolo sopra al giornale,
    che non può essere sempre cordiale,
    tutti, altrimenti, posson capire
    che chi lo fa è per farsi gradire.
    Di verità c’è bisogno dentro un’inchiesta,
    il giornalismo non è diventar cartapesta.
    Serve per far conoscere a tutta la gente
    che c’è chi ha tutto e chi non ha niente.
    Ci vorrebbe l’articolo numero diciotto,
    difende chi lavora da un ragazzotto
    che con fare arrogante e da guascone,
    si pavoneggia quasi fosse un padrone.
    Dice: «Non è così che si crea lavoro»,
    abbagliando con denti lucenti di fluoro.
    «Matteo, che strana idea di uguaglianza:
    vuoi toglier diritti, così tutti son senza.»
    Se servirà scenderemo anche in piazza;
    tu puoi meditare stando in terrazza.
    Però sappi che rimarremo a lottare:
    questa proposta è da cancellare.
    Se c’è bisogno lo scrivo a filastrocca:
    l’articolo diciotto non si tocca!
    Serve a resistere a questa grande indecenza,
    di dignità e di speranza non siam mica senza.

    L'INFORMAZIONE VERTICALE
    osservatorio globale

    L’occhio di periscopio

    Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

    Redazione

    Direttore responsabile: Francesco Monini
    Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
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    Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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