Tag: tutela patrimonio storico artistico

Curiosi e sorprendenti.
Quando a stimolare la ricerca sono i più piccoli

C’era un tempo in cui le cattedre sovrastavano imponenti e imperiose la timida ignoranza di gente comune. Chi non aveva avuto la fortuna di studiare, o era conoscitore di altri saperi, o semplicemente era ancora in fase di scolarizzazione, ben poco avrebbe potuto comprendere entrando in un museo. Finché qualcosa cambiò.

L’attenzione odierna ai pubblici che in un modo o nell’altro incrociano la propria vicenda con quella di un museo, è cosa recente. Fino alla prima metà del secolo scorso, non esporre l’intera collezione in possesso sarebbe stato impensabile. Senza alcunché di esplicativo, oltretutto, poiché risultava scontato che la persona interessata fosse già in grado di ricostruire le situazioni esposte, basandosi sul proprio background. Pareti tappezzate di opere d’arte e vetrine stracolme di oggetti antichi hanno in seguito lasciato spazio a una nuova concezione di museo come servizio pubblico. Se è la cittadinanza tutta a contribuire alla sua stessa esistenza, è giusto che possa essere vissuto dall’intero corpo civico come luogo sociale, senza distinzioni professionali o anagrafiche. Il museo si configura così non solo come spazio deputato alla ricerca e alla conservazione, ma imprescindibilmente anche alla comunicazione. Non è la pochezza di chi vuole piegarsi al “marketing a tutti i costi”, bensì la consegna di informazioni sull’allestimento proposto e sul significato del museo. Il solo modo, questo, per permettere il raggiungimento di una reale messa in comune – comunicazione, ça va sans dire – delle conoscenze attuali in qualsiasi campo. Non rivolgersi alle scuole, momento principe dell’educazione, con una didattica mirata risulterebbe pertanto incomprensibile, certo, ma ciò non toglie che non sia una sfida ancora non del tutto tratteggiata. Senza una sistematica didattica è stato, finora, il nostro Museo Archeologico Nazionale, conosciuto e amato come Museo di Spina, che a ciò ha cercato di sopperire con l’aiuto saltuario del volontariato e di progetti di alternanza scuola-lavoro. E’ grazie a due realtà locali, però, che la mancanza sofferta inizia a trasformarsi in realtà. ‘Al Museo con l’Archeologo, gli Amici dei Musei per Spina’ è l’incontro che sabato 15 febbraio ha visto la presenza dell’associazione Amici dei Musei e Monumenti Ferraresi, la cui attività è diretta alla conoscenza e promozione del patrimonio artistico ferrarese e nazionale, e della cooperativa Le Macchine Celibi, funzionale alla gestione di servizi per gli enti pubblici e di eventi culturali, entrambe protagoniste di un cambiamento in atto. Il progetto consiste nell’offerta, da parte dell’associazione, di visite guidate a dieci classi di dieci istituti superiori ferraresi – almeno per il momento – , gestite dalla cooperativa. Un bell’esempio di interazione tra mondi vicini, che faranno apprezzare alle nuove generazioni la vita quotidiana degli oggetti nel loro contesto e le antiche storie che quei reperti possono raccontare con la loro iconografia.

E poi capita che durante un’attività laboratoriale al museo, quella intelligente bambina dagli occhi vispi e incontenibili prenda la parola e ponga la domanda che da qualche minuto le assilla la mente. Una domanda che spiazza, così innovativa da stimolare un nuovo dubbio, un nuovo percorso di ricerca. E’ il bello della comunicazione: si mette in comune per arricchirsi vicendevolmente.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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Apre il museo nascosto:
visita guidata nei depositi del Manfe

E’ il dicembre 2013 quando il Centro Studi Confindustria, attento alle tendenze economiche e votato all’elaborazione di proposte politiche, pubblica un discusso rapporto di previsione che avrebbe fatto molto parlare di sé, scatenando caldi dibattiti anche nell’opinione pubblica.

Secondo il documento ‘La difficile ripresa. Cultura motore dello sviluppo’, il sistema Italia nella gestione del patrimonio culturale è sostanzialmente inetto. Soprattutto a causa delle enormi ricchezze artistiche lasciate a marcire nei magazzini. Da qui è partito l’interessante intervento che Anna Maria Visser Travagli ha tenuto venerdì 7 febbraio al Palazzo Costabili, che da quasi un secolo è indissolubilmente legato alla lunga Storia della città etrusca di Spina, costituendo la prestigiosa sede del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, da cui negli anni a venire ha preso forma una rete intrecciata di altre realtà museali in tutto il territorio. Mentre il pubblico si guardava intorno meravigliato, ammirando le pareti decorate del Salone delle Carte Geografiche, la docente dell’Università di Ferrara ha sviluppato il tema della giornata, ‘L’arte nascosta: alla scoperta dei depositi dei musei’, chiarendo innanzitutto l’idea forse troppo bistrattata di deposito. La realtà è sempre più complessa di qualsiasi semplificazione facilmente digeribile, ma che diversi musei italiani versino ancora in una grave situazione di carenze nella conservazione dei propri beni corrisponde purtroppo al vero.

Se oggi si preferisce abbandonare il concetto di ‘magazzino’, immaginato come spazio di fortuna, per abbracciare quello più moderno di ‘deposito’, è perché l’incremento di una cultura della sicurezza e della tutela ha giocato la sua parte. Ma si rischia che il cambiamento sia solo terminologico. La sfida che da più parti in Italia si sta cercando di affrontare, sulla spinta di tendenze internazionali, è quella di sollevare il velo di mistero da questi luoghi finora solo immaginati, rendendo fruibili quei tesori sottratti a una reale valorizzazione. Le soluzioni possono differire fra loro: dai depositi visibili, che consistono nell’inserimento di oggetti – prima non esposti – all’interno dell’allestimento, alle mostre di museo, che permettono di realizzare esposizioni temporanee con il materiale già posseduto; dalle rotazioni programmate, grazie alle quali i musei possono modificarsi di continuo, ai veri e propri depositi aperti, che da luoghi chiusi al pubblico diventano percorsi percorribili anche da chi non è addetto ai lavori. Esattamente come l’esperienza vissuta al termine della conferenza, sulle tracce della collezione sempre in aumento del museo ferrarese. La direttrice Paola Desantis ha accompagnato, con gioia e passione, la curiosa folla a visitare prima la nuova mostra allestita, per poi dirigersi negli stretti corridoi che portano al sottotetto dell’edificio, dove si trovano reperti della necropoli di Spina, e negli spazi riservati alle studiose e agli studiosi, fornendo anticipazioni sui progetti in corso per l’ammodernamento dell’esperienza museale.

E dopo due ore e mezza tra le pareti della costruzione rinascimentale, ecco aprirsi la porta del retro per uscire in esclusiva da una prospettiva ignorata dai più. Il palazzo illuminato nel buio della sera diventa teatro di calorosi e sentiti ringraziamenti, in attesa della prossima emozione da condividere nella casa degli Spineti.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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Il dibattito su Palazzo Diamanti continua. Monumenti si diventa

Un concorso internazionale di architettura, riconosciuto ufficialmente, e un diniego del Ministero per i beni e le attività culturali, altrettanto ufficiale, per la sua concreta e legittima realizzazione.
Teatro della recente vicenda è Ferrara, comparsa nel dibattito nazionale per l’eclatante e pericoloso precedente creato, seppur non sia la prima volta. Un pericolo così tanto percepito, nella sua gravità, da aver condotto, lo scorso venerdì, alla proiezione in contemporanea, in tutta Italia, di un breve filmato esplicativo di un concetto molto semplice: ‘L’architettura rinnova le città nel tempo’. L’iniziativa, intraprendente e coraggiosa, è stata promossa dall’Ordine degli architetti pianificatori, paesaggisti e conservatori della nostra Provincia, con l’obiettivo di sensibilizzare la società tutta sulla cruciale funzione che l’architettura svolge, e ha sempre svolto, nella continua creazione e ri-creazione delle città.

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I concorsi di architettura sono da sempre lo strumento che permette ai progetti vincitori di migliorare zone precise dei luoghi che abitiamo: l’impedimento della loro realizzazione, addirittura a posteriori, non solo vanifica tutto il lavoro svolto dalle professionalità coinvolte, ma contemporaneamente rende inutile lo strumento stesso del concorso, togliendo a quella porzione di città la possibilità di nascere o rinnovarsi. Il Palazzo dei Diamanti, sede di continue mostre ed eventi culturali, non sarà ampliato. A nulla è valsa la vittoria di un concorso internazionale, strumento forse non sempre perfetto, ma garante di qualità e imparzialità nell’affidamento degli incarichi di progettazione.
Forse che le città italiane, ricche della loro innegabile bellezza, sono rimaste sempre uguali a se stesse, e sono quel che vediamo oggi da sempre? Il progetto non prevedeva certo l’abbattimento del palazzo, ma un suo utile e sentito ampliamento, nel rispetto di un’architettura storica caratteristica di Ferrara. Il passato e il presente – la Storia ce lo insegna – sono sempre riusciti a trovare forme di dialogo, rendendo le città vive e vissute, non già semplici musei intoccabili a cielo aperto.
Si tratta di un’occasione perduta per tutte e tutti noi, noi che non siamo riusciti e forse non potevamo evitarlo. E’ evidente, senza dubbio alcuno, la presenza di un vuoto irrisolto nella situazione italiana: non perseveriamo nella convinzione secondo cui tutelare il notevole patrimonio, che ci troviamo ad avere in eredità, equivalga a bloccare l’innovazione nel presente. Proprio questa, infatti, ha generato le meraviglie che tanto ci fanno vantare. Se soffochiamo il genio insito nel nostro dna, annulliamo il valore aggiunto che la nostra fantasia ha regalato al mondo intero: proviamo a togliere da una giornata-tipo le invenzioni da noi partorite e quasi tutto scomparirebbe inesorabilmente.

Quelli che oggi consideriamo monumenti, un tempo non erano altro che nuove visioni e innovazioni, a volte anche folli e fino a prima impensabili. Senza il geniale architetto Imhotep, l’Egitto non avrebbe mai conosciuto le piramidi che oggi lo identificano in tutto il mondo. Senza la maestria artistica di Fidia, dimentichiamoci il celebre Partenone, icona meritata di Atene. E senza il fantasioso Eiffel, addio alla semplice e complessa torre che ha rischiato di essere smontata. No, i monumenti che oggi conosciamo non sono sempre stati tali. L’architettura rinnova le città nel tempo.

Leggi gli altri interventi su Ferraraitalia:
La resa dell’architetto
Palazzo dei Diamanti, il progetto selezionato rispetta la storia e risponde ai bisogni attuali
Palazzo dei Diamanti, il confronto continua. L’opinione di Michele Pastore
Perché è inutile e sbagliato ampliare Palazzo dei Diamanti

La resa dell’architetto

Continua, con l’intervento del Consigliere Comunale Tommaso Cristofori,  il confronto di opinioni sulla “addizione” del Palazzo dei Diamanti. Invitiamo architetti, urbanisti, storici dell’arte, tecnici e addetti ai lavori che volessero dare il loro contributo al dibattitto ad attenersi il più possibile  al merito del progetto motivo del contendere e al tema della tutela e della fruizione di un bene prezioso come il Palazzo dei Diamanti, evitando polemiche politiche o attacchi di tipo personale che abbiamo letto su altri organi di stampa.

di Tommaso Cristofori

Vorrei fare anche io alcune riflessioni rispetto alla vicenda del progetto per un nuovo padiglione da affiancare al Palazzo dei Diamanti.
Pensieri in libertà che non hanno nulla a che vedere con la strumentalizzazione politica che si è inevitabilmente creata intorno a questa iniziativa. Infatti, trovandoci alla vigilia di una campagna elettorale, molti hanno pensato di cavalcare il tema sperando di trarne un vantaggio in termini di consenso, altri invece intravvedendo la possibilità nel muro contro muro, di bloccare l’operazione già avviata da qualche anno.
Concordo con l’urbanista R. D’Agostino (su Artribune) quando rivendica che grazie alla lungimirante pianificazione introdotta negli anni ’70, oggi possiamo vantarci di un centro storico di assoluta qualità e bellezza e che questo si è realizzato proprio perché allora è stato concepito come “un organismo unico, un unico monumento, fatto di una gamma articolata di manufatti tutti necessari nella loro reciproca coerenza… che la conservazione dovesse essere morfologica e tipologica. In questa ottica la cultura architettonica contemporanea avrebbe potuto esercitarsi ed esprimersi nell’enorme bisogno di nuove costruzioni (erano gli anni dell’espansione edilizia) là dove potevano essere fatte, nel recupero delle aree edificate degradate o abbandonate, nella conservazione e ridisegno del paesaggio là dove fosse stato alterato, nell’intelligente opera di recupero e conservazione dei manufatti ereditati dalla storia”.

Una linea che può dirsi confermata anche con il successivo progetto di valorizzazione delle Mura e del sistema museale della città degli anni 80/90, che insieme all’addizione del parco urbano oggi ci consegna una città patrimonio UNESCO, riconoscimento di cui ci possiamo fregiare probabilmente proprio perché Ferrara ha saputo nella storia accogliere l’architettura moderna, di cui proprio il quadrivio ha rappresentato la massima espressione.
Questo palazzo non solo per la sua straordinaria importanza architettonica ed urbanistica, ma anche per la funzione acquisita negli anni con la presenza della galleria e della pinacoteca, è divenuto un brand di rilevanza internazionale. Immaginare quindi di spostare le mostre da questo luogo, la trovo una scelta decisamente sbagliata, per una realtà come la nostra.
Per semplificare, ignorando momentaneamente gli altri interventi previsti di risanamento sull’edificio esistente, tutti sanno che stiamo parlando di un nuovo padiglione che, come proposto nel progetto vincente, oltre ad avere una funzione espositiva, diventa l’elemento di congiunzione tra le due ali del palazzo, che ad Ovest confinano con uno spazio verde inutilizzato e dove con una certa evidenza, si nota l’opera incompiuta di una porzione non realizzata dell’edificio. Un’area che attualmente non ha alcun dialogo con la vita del palazzo, se non per la presenza di una passerella posticcia.
Inutile anche bisticciare sul concetto di reversibilità, è abbastanza ovvio che non stiamo parlando di un gazebo, ma il concetto di reversibilità si riferisce al fatto che la rimozione di questo padiglione, ed anche la sua installazione, non compromette né altera in alcun modo la struttura originaria esistente.
Non è vero come afferma l’amico architetto Andrea Malacarne che il Comune “crede di avere il diritto di modificarne in modo permanente l’aspetto”. Invece, molto semplicemente, chi ha il compito di amministrare, insieme a Ferrara Arte, ha posto con quel concorso internazionale un quesito per trovare risposte ad esigenze di spazi e nuove funzioni, e lo ha fatto nel modo più corretto, collaborando fianco a fianco con chi è chiamato a tutelare un bene così importante. A chi si è rivolto? All’Architetto, cioè a colui che ha questo compito per competenza, cultura: colui che ha deciso per sua stessa missione di sfidare questi temi, esattamente l’opposto di una regressione culturale.
Sorvolando su come si è arrivati a questa bocciatura, che dovrebbe preoccupare molti, io penso che l’errore di chi ritiene non ammissibile quell’intervento, sia proprio nell’affermare di non voler affrontare la proposta progettuale risultata vincente, perché a priori non riconosce più per quello che è nella realtà il complesso museale Palazzo del Diamanti, ma diventa “l’oggetto Palazzo”, un’opera d’arte a sé, come se si trattasse un quadro di Caravaggio o La pietà di Michelangelo.
Quanto si afferma che il vero nodo della vicenda è: si può fare o no, c’è bisogno o no? E contemporaneamente si dice: “Non è questione di giudicare se l’intervento è bello o brutto” (“il progetto vincente è anche bello” ammette anche Sgarbi) si perde di vista la proposta. E’ come se si volesse dare un giudizio su un’automobile, un paio di scarpe o di una barca, mentre invece stiamo parlando di uno spazio, di un luogo (vivo o morto); di un volume, che dialoga con l’intorno, che può valorizzare o mortificare quelle forme e quelle funzioni, che si relaziona o non si relaziona con gli spazi interni ed esterni, che può contribuire ad allungare o ad accorciare la sua vita, che esalta o ne riduce il suo ruolo non solo nel perimetro del palazzo, ma anche nel rapporto con tutta la città. Per questo non può essere considerato come un elemento autonomo.
E’ qui che cade il ragionamento, ed è proprio questo che rappresenta in un certo senso la sfida o la “resa” dell’Architetto, ma anche per un altro verso la sfida o la resa della Politica.
Oggi è sicuramente una occasione persa per la città. E’ di ieri la notizia che Vittorio.Sgarbi ha denunciato sindaco e direttrice di Ferrara Arte, così, tanto per alimentare ancora il fuoco della polemica. Invito invece i ferraresi ad andare a vedere il corpo del reato esposto su dallo scalone municipale.

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Palazzo dei Diamanti, il progetto selezionato rispetta la storia e risponde ai bisogni attuali

di Sergio Fortini, Elisa Uccellatori, Francesco Vazzano (Canapè Cantieri Aperti)
Accade spesso, in Italia. È accaduto anche questa volta. È una vecchia storia, che non prevede mezze misure, bensì proclami, elmi, corazze.
La cosa curiosa e fors’anche positiva è rappresentata dal fatto che momenti di confronto come questi provocano una accelerazione emozionante (oltre che emotiva), decisamente trasversale nelle competenze rispetto al campo architettonico in oggetto: confronto, dissenso, indignazione, provocazione, attacco, difesa si alternano in uno groviglio di voci e opinioni e costringono, più o meno consapevolmente, a un esercizio che spesso si scorda di fare: interrogarsi sugli spazi comuni da vivere e abitare, sul futuro di un tessuto urbano, sulle contraddizioni implicite al concetto di trasformazione, al rapporto tra ciò che si eredita dai secoli e ciò che si ha il diritto e dovere di costruire, dal punto di vista scientifico, filosofico, architettonico, artistico, politico, come espressione di una civiltà viva. Il senso di appartenenza a una (o a diverse) comunità si manifesta in modo potente nel dissenso, più che nel consenso. Questa epifanìa partecipativa porta con sé qualcosa di singolarmente democratico, accorpando in un unicum indistinto la firma accorata dell’addetto ai lavori, l’autografo distratto della personalità lontana, la postura incerta dell’ignaro passante intervistato ‘dalla tivù’ o ‘dai giornali’. Passante che si accorge, lì e in quel momento e non senza un rigurgito d’ansia, di essere necessario portatore di una voce e di una facoltà di scelta.

Probabilmente, al di là della querelle, questo concorso e il progetto che ne esce costituiscono opportunità di riflessione anche sul significato della parola ‘museo’, poiché, mentre ci si accapiglia con stile (ognuno con il proprio e a ciascuno il suo), la realtà avanza e corre oltre, disegnando in altri luoghi nuovi scenari e facendola apparire impropria. I luoghi della conoscenza seguono da tempo criteri di organizzazione degli spazi e delle funzioni assai differenti da quelli di una canonica esposizione, mentre nuovi individui nascono e crescono con la necessità di una rielaborazione del fondamentale concetto di ‘lentezza’, come strumento di approfondimento e di sapere.

Il progetto selezionato mantiene la dignità architettonica e l’equilibrio di un dialogo tra storia e contemporaneità, risolvendo una serie di problematiche che il museo internazionale di Palazzo dei Diamanti non può più permettersi di avere; sempre che non si desiderino prospettive più contenute e locali, più ‘quiete’ – si potrebbe dire senza cadere nel giudizio di merito – per il futuro di questa centralità culturale. Sotto il profilo strategico, la strada da percorrere sembra essere un’altra, con l’obiettivo di uno sviluppo progressivo delle potenzialità di un simile sistema di luoghi e della comunità che ha la fortuna quotidiana di poterlo praticare. Chi conduce il mestiere dell’architettura sa bene che, in un progetto complesso, ‘la soluzione’ non esiste. Esiste invece un testardo lavoro artigianale, fatto di intuizioni, arresti, correzioni, ripartenze, valutazioni che, nella migliore delle ipotesi, porterà a un esito efficace, di suggestione emotiva, di percezione di qualità degli spazi. Solo in rarissimi casi alla poesia e, dunque, all’opera d’arte.

I firmatari che seguono conoscono gli sforzi sottesi a questo limite cui tendere e rappresentano una molteplicità di professionisti abitualmente a confronto con le multiformi tematiche dell’architettura, del progetto urbano, del rapporto tra storia e presente. Per questo motivo, al di là dei sani antagonismi che vivificano un concorso di siffatta specie, dopo aver implicitamente abbracciato la scelta di una trasformazione contemporanea partecipando alla competizione, essi avvertono la responsabilità civile di affermare il proprio sostegno al progetto selezionato dalla commissione di gara, con l’auspicio che questo processo possa proseguire con lo stesso dinamismo che sembra aver acceso il dibattito.

Palazzo dei Diamanti, il confronto continua. L’opinione di Michele Pastore

Dopo l’intervento dell’architetto Malacarne, di Italia Nostra Ferrara, Ferraraitalia è lieta di ospitare quello dell’architetto Michele Pastore, presidente di Ferrariae Decus-Associazione per la tutela del patrimonio storico e artistico di Ferrara e la sua provincia, che ha risposto al nostro invito a un dibattito serio, documentato e approfondito a proposito della vicenda di Palazzo Diamanti.

di Michele Pastore

Ferraraitalia invita ad affrontare la ‘Vicenda Diamanti’ in modo serio. Purtroppo è tardi!
La decisione assunta a Roma in maniera centralistica, sorpassando la Soprintendenza locale, che pure aveva contribuito alla definizione del concorso, rende la ripresa del dibattito sterile, soprattutto nei termini in cui si è svolto, di contrapposizione aprioristica più finalizzata ad uno scontro politico che ad un dibattito culturale.

Forse è più opportuno pensare al futuro e qui si presentano due temi.
Il primo, in merito alla decisione romana, ripropone una centralità dello Stato, che con la sua “direttiva” corre il rischio di annullare sempre più il decentramento istituzionale come base delle decisioni e delle responsabilità. A me sembra molto grave che una “direttiva” verticistica, originata da un caso specifico, sia estendibile da una città a tutto il territorio nazionale. Una posizione rigida sul tema della conservazione del patrimonio culturale urbano era indispensabile negli anni Settanta. Infatti quella rigidità, con le relative posizioni vincolistiche, ha fatto sì che i nostri centri storici, compresa Ferrara, fossero salvati dall’attacco indiscriminato delle espansioni. Sono, infatti, di quegli anni i piani conservativi per i centri storici: anche Ferrara nel 1975 si dotò di un piano del Centro Storico che ha contribuito non solo a proteggerla e a conservarne il pregio, ma anche a farla diventare patrimonio riconosciuto Unesco. Oggi il principio e la consapevolezza di conservare il patrimonio storico, proprio a seguito di quei piani e di quelle azioni, non è più in discussione: è un valore collettivo condiviso. Di conseguenza, voler insistere solo sui concetti vincolistici diventa oscurantismo. Oggi è necessario affrontare una discussione nuova: la compatibilità e la convivenza tra antico e moderno.

A questo punto affrontiamo il secondo tema di una possibile nuova discussione in parte pregiudicata dalla “direttiva” ministeriale: la qualità dell’architettura moderna e come i nuovi interventi si possano porre nei confronti delle preesistenze. Sono in disaccordo con chi sostiene che nel caso dei Diamanti non è in discussione la qualità del progetto, ma l’opportunità di progettare in quell’area. Io la definisco “area” perché il retro dei Diamanti non è un parco, ma un luogo anonimo e abbandonato, al massimo utilizzato per qualche anno come cinema estivo all’aperto. Da queste considerazioni si può comprendere quale fosse la mia opinione e l’opinione del Consiglio di Ferrariae Decus sulla possibilità di intervenire in quell’area con un elemento funzionale che non intacca il Palazzo dei Diamanti e si pone in maniera trasparente tra il palazzo e la riorganizzazione dello spazio libero formando, ora sì, un parco.
Conosco Palazzo dei Diamanti e ho avuto occasione di capire il nuovo progetto e lo ritengo funzionale e corretto, espressione di un’architettura moderna che dialoga con l’antico senza prevaricarlo e quindi senza provocare alcun pericolo per la sua integrità e conservazione.

Questi sono i due temi che discendono dalla decisione romana, senza considerare gli anni persi, le risorse economiche e professionali impiegate, il rischio di perdere finanziamenti e, inoltre, il pericolo che questa decisione possa pregiudicare qualsiasi futuro intervento delle istituzioni locali non solo a Ferrara.
Ma poiché il problema della rifunzionalizzazione si era posto fin dalla fine dell’Ottocento e riproposto dopo la guerra con intervento mai realizzato, quello sì condizionante e invasivo, che si fa ora?
Qualcuno propone di spostare le grandi mostre in altra sede, ma ormai Palazzo dei Diamanti è un brand nazionale e internazionale, che identifica il luogo con le grandi mostre che vi si realizzano. Fin dal Progetto Mura si propose la formazione del ‘polo museale’ del quadrivio rossettiano. Se per Palazzo Prosperi, diventato di proprietà comunale, si sta avvicinando il momento del recupero, con un finanziamento già acquisito, per la Caserma Bevilacqua-Palazzo Pallavicino, sede dei servizi della polizia di Stato, fin dai tempi della Giunta Sateriale si è verificata l’impossibilità di entrarne in possesso per indisponibilità dello Stato che ne è proprietario.
Realisticamente resta soltanto quindi la possibilità di utilizzare Palazzo Prosperi. Ma a quali usi può essere adibito? Non certo per il trasferimento delle grandi mostre, poiché dispone solo di un grande salone al primo piano e di alcune sale la cui superficie complessiva è certamente inferiore a quella attuale dei Diamanti, e comunque continuerebbero a mancare, a Ferrara Arte, le funzioni nuove di supporto e di servizio che erano previste nell’ampliamento bocciato. Sono quindi stupito che vi sia chi fa questa proposta.

Già nel gennaio del 2017 un documento a firma di Andrea Malacarne per Italia Nostra, Michele Pastore per Ferrariae Decus, Ranieri Varese per Deputazione Ferrarese di Storia Patria, Gianni Venturi per Amici dei Musei proponeva di destinare Palazzo Prosperi a servizi per la Pinacoteca Nazionale.
A me pare che questa proposta posse essere in parte ancora valida. La Pinacoteca Nazionale, parte sempre più importante delle Gallerie Estensi, proprio in questi giorni si è potenziata con l’apertura al pubblico di nuove sale ristrutturate e riallestite con spazi dedicati allo studiolo di Belfiore, con l’esposizione delle Muse, e alla Bibbia di Borso d’Este.

Ferrara Arte, potendo procedere solo con i lavori del restauro di Palazzo dei Diamanti, pur potendo riorganizzare i propri spazi a disposizione, continuerà ad avere bisogno di quegli ambienti che erano previsti nel progetto bocciato.
Forse proprio alla luce di quanto detto si potrebbe pensare che Palazzo Prosperi Sacrati possa diventare centro ‘integrato’ di servizi comuni da dedicare a Ferrara Arte ed alla Pinacoteca Nazionale. Penso a un luogo per la didattica, per una biblioteca specializzata, per archivi, per sale riunioni, per depositi e piccole mostre. Un luogo cioè di supporto: di ricerca e di studio, a completamento ed a supporto delle due più importanti attività museali ferraresi.

Forse dopo quanto è successo solo questo si può fare.

Perché è inutile e sbagliato ampliare Palazzo dei Diamanti.

Sull’intervento da realizzare a Palazzo dei Diamanti – una delle glorie cittadine e uno dei più bei palazzi del Rinascimento italiano – si è aperta a Ferrara una vera e propria guerra. Due mozioni e due fronti un contro l’altro armati. Tra i tantissimi firmatari, insieme ad architetti, urbanisti, storici dell’arte e addetti ai lavori, leggiamo i nomi (almeno questa è la nostra impressione) di chi i Diamanti li conosce solo in cartolina e i particolari del progetto non li ha nemmeno esaminati. Tant’è, sulla stampa locale e nazionale i toni della polemica si sono fatti sempre più accesi, mentre giudizi e opinioni hanno assunto sempre più connotati ideologici, o peggio, aprioristiche manifestazioni di appoggio alle posizioni di amici e colleghi.

Insomma, nella foga polemica, si è forse persa per strada la capacità di affrontare la ‘vicenda Diamanti’ in modo serio, documentato e approfondito. Ci piacerebbe che su questo giornale, abbandonando il tifo da stadio, intervenissero i protagonisti: quelli pro e quelli contro il progetto. Magari allargando l’orizzonte a cosa significhi oggi battersi per la tutela e la conservazione del nostro patrimonio architettonico cittadino senza impedirne un utilizzo intelligente, moderno e rispettoso.

Ci è pervenuto l’intervento dell’architetto Andrea Malacarne, esponente di primo piano di Italia Nostra, che ospitiamo volentieri. Aspettiamo nei prossimi giorni le altre opinioni, dei favorevoli e dei contrari.

La redazione di Ferraraitalia

di Andrea Malacarne

Il Comune di Ferrara, cui è stata affidata la cura di uno degli edifici più conosciuti ed importanti del Rinascimento italiano, crede di avere il diritto di modificarne in modo permanente l’aspetto per dare risposta ad esigenze di maggiori spazi di una della proprie istituzioni. Se questo sia lecito o no, necessario o no è il vero nodo della vicenda di Palazzo dei Diamanti e non se il progetto vincitore del concorso sia bello o brutto. L’architettura contemporanea ha, come in ogni epoca, un ruolo fondamentale per la vita delle persone e delle comunità. La buona architettura ha, io credo, il compito e il dovere di portare o riportare qualità dove essa non esiste, soprattutto in quelle parti di città dove l’edilizia e la cattiva architettura hanno prodotto danni per molti decenni dello scorso secolo, in particolare in Italia . Diversamente però da tutte le epoche precedenti, poiché diversa in esse era la coscienza della storia e la percezione dell’importanza delle testimonianze storiche, dovrebbe oggi essere acquisito ed evidente che non può essere buona architettura quella che si realizza a scapito della qualità preesistente o che tende a sovrapporsi ad essa. Non è quindi oscurantismo quello di chi si oppone all’ampliamento, ma seria valutazione di non opportunità di un intervento di architettura contemporanea che creerebbe problemi molto maggiori di quelli che risolve.
Come giustamente denunciato da Italia Nostra fin dall’uscita del bando del concorso di progettazione il problema vero è un altro. Il Comune di Ferrara decide dogmaticamente di voler mantenere nello stesso edificio due funzioni incompatibili con gli spazi disponibili: la Pinacoteca Nazionale e le grandi mostre organizzate da Ferrara Arte. Ritiene giusto, essendone il proprietario, nella convinzione di soddisfare le esigenze di almeno una delle due funzioni (ovviamente quella delle mostre) metter mano al “contenitore” ampliandolo di oltre 500 metri quadrati. L’occasione è offerta dalla possibilità di ottenere i fondi attraverso il progetto del Ministero dei Beni Culturali denominato “Ducato Estense”. E’ un problema se il contenitore è uno degli edifici simbolo del Rinascimento Italiano? Assolutamente no: basta filtrare il tutto, in sorprendente accordo con la locale soprintendenza, attraverso un concorso internazionale di progettazione. Ma un concorso che si basa su presupposti sbagliati non può che produrre risultati sbagliati. Il progetto infatti (e la conseguente realizzazione che io spero mai avvenga) non risolve affatto i problemi delle due funzioni.
La Pinacoteca non ha oggi spazi per ampliarsi e non li avrà nemmeno dopo. Eventuali auspicabili acquisizioni o donazioni sono destinate, a Ferrara, a rimanere nei depositi o ad essere esposte in sostituzione di altre opere. Già questa prospettiva dovrebbe essere inaccettabile per i chi si occupa seriamente di cultura.
Le grandi mostre, nonostante l’assurdo ampliamento del palazzo, continueranno a svolgersi, come avviene da decenni, in ambienti inadatti ad ospitare funzioni espositive destinate a grande affluenza di pubblico. La scelta operata negli anni Sessanta dello scorso secolo di utilizzare parte del piano terra di palazzo dei Diamanti per importanti eventi espositivi si è dimostrata ben presto non adeguata, costringendo ad aggiungere altri ambienti nell’ala opposta del palazzo, uniti poi da un percorso coperto posticcio e decisamente brutto. Nel frattempo molte altre città decidevano, con lungimiranza, di sistemare interi immobili (in genere palazzi o conventi) per dotarsi di strutture adeguate, complete ed efficienti da adibire ad esposizioni temporanee. A Ferrara sembra radicata nelle istituzioni la convinzione assurda che l’afflusso o meno di pubblico agli eventi espositivi sia legato al luogo e non alla qualità delle mostre. L’esperienza di palazzo dei Diamanti dimostra invece esattamente il contrario: se una mostra è bella, perché studiata e preparata con adeguato rigore scientifico, ha successo anche se allestita in locali non adatti come quelli attualmente utilizzati, caratterizzati dalla presenza di ambienti piccoli, che rendono problematica la visita delle mostre con grande affluenza di pubblico, che resterebbero ovviamente tali anche nel futuro progettato allestimento.
Ferrara, proprio per la riconosciuta qualità dei propri eventi espositivi, da tempo necessita di una struttura adeguata e non di invenzioni di ripiego, per di più normativamente impraticabili, come quella proposta. Io credo, guardando al futuro, che sia preferibile che a palazzo dei Diamanti rimanga solo la Pinacoteca Nazionale, quindi con possibilità di espandere gli spazi necessari a svolgere in modo adeguato le complesse attività di una moderna struttura museale (esposizione, studio, deposito, restauro, divulgazione, amministrazione, ristoro).
Lo stesso quadrivio dei Diamanti offre poi le possibili soluzioni per una nuova sede per le mostre temporanee, in sintonia con la politica di recupero ad uso pubblico di importanti edifici monumentali attuata ormai da decenni dagli amministratori di Ferrara, politica che ha avuto forse il punto più alto e significativo nel “Progetto finalizzato al restauro, recupero e valorizzazione delle mura e del sistema culturale – museale della città”, progetto che già nel 1987 prefigurava soluzioni coerenti e lungimiranti per i palazzi del quadrivio.
La soluzione più semplice appare il recupero di Palazzo Prosperi Sacrati, di proprietà comunale, attualmente privo di funzione, del quale stanno per iniziare consistenti opere di restauro con fondi post-sisma. Logica, e maggior coerenza col tema Ducato Estense, vorrebbero che la parte di fondi destinata al solo ampliamento di palazzo dei Diamanti (almeno due milioni e mezzo di euro) potessero essere dirottati per il completamento del restauro dell’edificio rinascimentale.
Nel caso in cui venisse dimostrato, come si è sentito affermare in questo periodo in modo generico e non motivato, che l’edificio non fosse adatto ad ospitare mostre temporanee, la soluzione andrebbe ricercata, come già proposto nel ‘progetto mura’, nel restauro di palazzo Bevilacqua Pallavicino, anch’esso a pochi passi da palazzo dei Diamanti, dotato di grandi spazi, di proprietà demaniale, impropriamente oggi occupato da una caserma della polizia di cui viene periodicamente dichiarata la necessità di trasferimento in sede più idonea. Il destino del palazzo, per la propria collocazione, non può che essere quello, prima o poi, di diventare parte integrante del sistema museale della città.
Altro argomento chiave che induce ad opporsi alla costruzione di un edificio nel giardino di palazzo dei Diamanti è il timore che l’eventuale approvazione dell’intervento proposto in un edificio di questa importanza possa costituire un precedente tale da produrre conseguenze devastanti agli spazi di pertinenza degli edifici monumentali in tante altre parti del Paese: perché a Ferrara sì e altrove no? Gravissimi i danni potenziali anche per la città. Come può il comune continuare ad imporre, con ragione, ai privati il rispetto assoluto dei giardini degli edifici storici se costruisce un edificio di 500 metri quadri nel giardino del più bello ed importante di questi edifici? Se il centro storico di Ferrara è stato dichiarato dall’Unesco “patrimonio dell’umanità” non è per caso, ma perché sono state da decenni definite delle regole. Non può essere l’ente pubblico a calpestare le regole che impone, seppure per presunti (ma in questo caso inesistenti) motivi di pubblica utilità, perché troppi sono gli interessi e le pressioni che non aspettano altro che le regole spariscano per riprendere indisturbati a devastare le parti più belle delle nostre città.
Uno degli argomenti addotti a favore dell’intervento, che denota chiaramente coda di paglia, è la reversibilità. Ma siamo seri: davvero qualcuno può credere che un intervento che costa sulla carta due milioni e mezzo di euro possa essere reversibile? Chi lo sostiene dimostra quanto meno assoluto disprezzo per il valore del denaro pubblico, caratteristica che, onestamente, non mi pare sia stata propria di chi ha governato la città nell’ultimo decennio.
Qualcuno ha affermato, nel corso del dibattito in atto, che la mancata realizzazione del progetto costituirebbe un incredibile smacco “soprattutto culturale”. Io credo che la cultura, quella vera, non quella di chi non sa vedere al di là delle esigenze del proprio orticello, debba avere visioni ampie e complessive, capaci di pensare al futuro, ma sulla base della conoscenza e del rispetto del passato.

Ferrara, gennaio 2019

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