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Le post-verità e il trionfo del “secondo me”

Post-verità è la parola dell’anno secondo il dizionario di Oxford. Si tratta della tendenza a far prevalere emozioni e credenze nel giudizio sulla realtà. Il termine è stato usato per descrivere il linguaggio della politica che ha fatto grande uso di una comunicazione manipolatoria, coltivando l’arte del mentire, sollecitando emozioni, alimentando contrapposizioni viscerali, spostando l’accento sui protagonisti, banalizzando i contenuti. Sul carattere manipolatorio di molta politica odierna non vale la pena insistere, anche se l’etichetta abusata di populismo copre una crisi che non è solo di stili di comunicazione.

Ma ora il tema riguarda in modo preoccupante la diffusione di bufale sui social media, diffuse e viralizzate per ignoranza e insipienza. Quali sono le ragioni di questo fenomeno che ha serie conseguenze sull’opinione pubblica? Innanzitutto una dinamica implicita nei social che abbassa la soglia critica e spinge a convergere sulle opinioni di altri e a credere alle notizie che coincidono con le nostre rappresentazioni della realtà. Ma vi è un fatto più specifico: i social danno voce alla crescente sfiducia nelle fonti ufficiali, catalizzano il senso di frustrazione e di impotenza, coltivano lo spirito di opposizione a qualunque verità percepita come ufficiale. Di fronte alla drammatica e generale crisi di fiducia si genera il grande equivoco che i cittadini possano contribuire dal basso a ricostruire una corretta interpretazione dei fatti: dalla medicina alla scienza, dalla scuola alle questioni di politica internazionale. Il pericolo di tale tendenza è evidente in molti ambiti della vita quotidiana, uno di forte attualità riguarda l’opportunità dei vaccini, le origini del contagio, i cosiddetti rimedi alternativi per la salute (una pratica pericolosa come sottolineano molti scienziati). Si afferma il mito di una verità dal basso, la “verità delle persone comuni”.

È il trionfo del punto di vista, il “secondo me” scambiato per partecipazione democratica dei cittadini alle decisioni. Opinioni costruite rovistando nella rete e scambiando per attendibili bufale di ogni genere diventano il metro con cui misurare ogni verità ufficiale: quella del telegiornale, quella dell’insegnante, quella del medico, quella del giornalista, tutti presunti prezzolati per coprire chissà quali interessi di casta. Una generale diffidenza dilaga in ogni campo: anni di cattiva amministrazione della cosa pubblica potrebbero giustificarla, se non vincesse l’esito catastrofico di esaltare la superiorità dell’ignoranza.

“La scienza non è democratica, non è attraverso un civile dibattito che si possono confrontare opinioni su fatti che richiedono anni di studio e di ricerca”. Con queste parole nette il virologo dell’ospedale San Raffaele Roberto Burioni ha sintetizzato con coraggio il degrado del dibattito pubblico che, nel caso specifico, riguarda la salute (Corriere, 5 gennaio 2017)
Ristabilire un confine tra fatti e interpretazioni e distinguere gli uni e le altre è una questione importante che riguarda anche la nostra idea della democrazia che non è esaltata dal mero diritto di parola. Sarebbe necessario che i fatti, in ogni ambito ritornassero centrali.

Sarebbe necessario ridare valore alla razionalità nei procedimenti discorsivi contro una retorica che sollecita emozioni; urgente disvelare i rischi di manipolazione impliciti nelle reti, le illusioni percettive per cui il numero di like fa sembrare più verosimile un’affermazione. Sarebbe necessario che la scuola educasse ad un confronto basato sui fatti e sul rigore, sollecitando solo dopo l’espressione di un punto di vista soggettivo. Di soggettività ne abbiamo fatto davvero una sbornia.

La pratica della post verità può essere contrastata solo con un’informazione seria, capace di proporre in modo accessibile le questioni, citando i dati e le fonti, distinguendo i fatti dalle interpretazioni degli stessi. Solo cultura diffusa e senso di responsabilità potranno arginare la deriva della post verità.

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