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SCHEI
Io ti banno (come la censura privata orienta il pubblico consenso)

Quando CNN e MSNBC hanno deciso di togliere la parola (staccando il collegamento) a Donald Trump, presidente Usa in carica ma perdente, che il 6 novembre 2020 farneticava in diretta televisiva degli inesistenti brogli di cui sarebbe stato vittima, di primo acchito ho esultato: ecco l’informazione libera che si ribella alle fake news, anche se è il tuo Capo di Stato a diffonderle. Poi, a botta fredda, ho iniziato a pensare a come fosse stato possibile che Trump, un uomo che aveva costruito tutta la sua comunicazione sulle fake news diffuse in buona parte attraverso i media, fosse riuscito a diventare il Presidente degli Stati Uniti a dispetto di tutta la “informazione libera”, in primis quella del suo paese. Meglio tardi che mai, si potrebbe dire, se lo scopo è smascherare le falsità di un potente. Temo però che sia legittima anche un’ altra lettura di questo evento: il potente viene bannato, ridicolizzato, censurato solo quando il suo potere sta crollando. Fino a quando è stabilmente sul trono, il teatro della comunicazione ammette il dissenso, ma non discute le fondamenta di cartapesta del Truman Show costruito dal potente. Invece, quando il potente annaspa, abbarbicato al trono che scricchiola, solo allora il mondo della comunicazione fa cadere i proiettori dal soffitto e fa sbrecciare il fondale del finto panorama marino, gli elementi della storia farlocca che il potente ha raccontato ai sudditi per diventare il sovrano. E allora però la sensazione di essere manipolati non diminuisce, ma aumenta.

Nemmeno George Orwell immaginava che alcune sue intuizioni sarebbero state tanto profetiche. Le sue simpatie socialiste e democratiche gli fecero scrivere, sia in termini giornalistici che letterari, parole seminali contro il totalitarismo di Stato, incarnato storicamente da quella Unione Sovietica parodiata ne “La fattoria degli animali”. Eppure, nemmeno il visionario Orwell di “1984” e del “Grande Fratello”  poteva immaginare che il controllo sociale e l’orientamento del consenso sarebbero passati nelle mani di privati, e che quei privati sarebbero diventati più potenti degli Stati sovrani.

Facebook è nato come una piazza virtuale tra universitari per dare i voti alle ragazze. Progressivamente è diventato il social media più influente e capillare del pianeta, e alla fine del giro è diventato il posto nel quale l’ analfabeta funzionale si forma la sua opinione e poi vota Trump, o Salvini o Meloni o Le Pen (sillogismo aristotelico: non tutti coloro che votano questi signori/e sono analfabeti funzionali, sia chiaro; però gli analfabeti funzionali che votano, votano questi signori/e). Come sia stato possibile che l’espansione planetaria di questo strumento abbia disegnato una parabola circolare, che sia stato utilizzato da tutti, compresi gli intellettuali e i geni del pianeta, per poi tornare come in un gioco dell’oca alla casella di partenza dell’ignoranza, Dio solo lo sa (oltre a Zuckerberg). Con la differenza che un social “ignorante” usato da studenti universitari potrebbe essere inteso come una operazione con un senso, seppur frivolo e goliardico, mentre quello che accade adesso sul social network più mainstream fa venire i brividi per l’assoluta inconsapevolezza della propria buaggine da parte di certi leoni da tastiera. Questo non significa che non eserciti un potere immenso sulla mente delle persone: tutto il contrario. Pensate a quanto tempo della vostra giornata “cazzeggiate” su Facebook, e pensate alla genialità totale, perversa, di chi ha intraveduto le potenzialità commerciali di questo strumento: una piazza in cui ognuno può dire la propria opinione, anche se “la propria opinione” non esiste, perchè l’organismo mononeuronale di turno non si è mai messo nelle condizioni di potersi formare una opinione, nonostante le illimitate possibilità attuali, se confrontate con l’analfabetismo di necessità dei nostri nonni o bisnonni. E questa è una responsabilità gravissima sia del soggetto, sia della scuola, sia della società della intermediazione culturale, risultata talmente irrilevante da consentire la proliferazione di questi ultracorpi, dei baccelli che anzichè provenire da un altro pianeta si autoreplicano in casa, doppiando idioti a ripetizione.

Come se, all’improvviso, questi gestori-loro-malgrado della democrazia diretta fossero stati travolti dal senso di colpa per aver consentito ai mostri di moltiplicarsi e diventare anche famosi (a mezzo di manifestazioni di odio razziale, sessuale, religioso, sociale, civile nonché idiozie terrapiattiste et simlia), Facebook Twitter e Instagram hanno iniziato a censurare contenuti e bannare pagine. Il risultato è talvolta paradossale (persino la pagina Facebook di Ferraraitalia è stata mandata negli spogliatoi per diverse settimane a causa di alcuni vocaboli, non offensivi nè turpi, contenuti in un articolo satirico su Sgarbi), talvolta inquietante. L’inquietudine nasce dal fatto che questi social network privati, che hanno raggiunto una diffusione enorme e veicolano “informazione” disintermediata a miliardi di esseri umani, moltissimi dei quali li utilizzano per formare lì la propria (sub)cultura, decidono ormai senza appello a chi dare e togliere la parola. L’autorevolezza e la pericolosità di questa facoltà dipendono entrambe dalla rilevanza sociale e mediatica di questi mezzi, che è divenuta smisurata. L’autorevolezza è, in qualche modo, autoconferita ma anche guadagnata “sul campo”: se un mezzo diventa così potente, il merito è di chi lo ha creato e gestito. La pericolosità è altissima: una società per azioni di private persone decide se dare, togliere o amplificare la voce di un pazzo o di un genio, di un fanatico o di un Nobel, di un genocida o di un Gandhi. Si dirà: è un mezzo privato, potranno decidere quello che può passare o non passare sui loro canali. Se non ti piace, esci e “cambia canale”. Inoltre: tanto lamentarsi dell’odio e dell’ignoranza che viaggiano sul web non può diventare lamentarsi anche del fatto che l’odio e l’ignoranza vengano rimossi dal web. Altrimenti siamo gente che si lamenta di tutto. Anche questo è un ragionamento con una sua coerenza. Tuttavia…

Tuttavia: adesso la censura su Facebook e Twitter sta attraversando un momento di popolarità politically correct, perchè la vittima è Trump (un Trump che ha perso le elezioni, e quindi il potere). Io però mi faccio una domanda: se domani l’algoritmo di Facebook diventasse razzista, come la metteremmo? Se la sua policy prevedesse all’improvviso che si può inneggiare alla mafia o addirittura veicolarne i messaggi e i contenuti, come la metteremmo? Se da domani fosse consentito ridicolizzare e bannare Trump, ma fosse vietato criticare Putin? A nessuno viene il sospetto che il neoprogressismo di queste policy private colpisca i potenti solo quando sono decaduti, finiti, detronizzati?

Trovo molto pericoloso che un Elon Musk o un Mark Zuckerberg possano decidere quali informazioni e opinioni possano circolare, e quali no. Intanto questi media sono diventati mille volte più influenti di una testata editoriale, ma a differenza di questa non sono imputabili per diffamazione, anche se intermediano calunnie – il che fa il paio con il fatto che fatturano mille volte il fatturato di un editore “tradizionale”, ma attualmente si possono permettere, con semplici escamotage, di non pagare le tasse. Ma soprattutto: e se la macchina del consenso e della censura spostasse la sua banda di oscillazione sulla base di impulsi squisitamente “commerciali”? Finché il cavallo è vincente, può dire qualunque enormità suprematista, nazionalista e razzista. Quando il cavallo è perdente, si chiudono quei profili che fino al giorno prima propagandavano teorie complottiste e folli nella più totale libertà.

Questo tipo di atteggiamento al mio naso non profuma di libertà e democrazia, ma puzza di opportunismo. Certo, nel mondo c’è un problema altrettanto grande, enorme e contrario: il fatto che in molti paesi retti da regimi totalitari (Turchia, Cina, Iran) l’accesso ai social network è pesantemente limitato, e i contenuti vengono impediti spesso ben prima di accedere all’analisi delle policy dei social. Tuttavia una questione ugualmente importante rimane aperta: se sia giusto lasciare la valutazione dei contenuti solo ed esclusivamente nelle mani di questi potentissimi neo-capitalisti della comunicazione liquida, che detengono oggi un potere di orientamento del consenso superiore a quello di uno Stato di stampo orwelliano.

 

BUFALE & BUGIE Fake news di Trump, o fake news su Trump?

Non è mai terminata la campagna denigratoria contro Donald Trump iniziata oramai in vista delle elezioni statunitensi del 2016, è anzi sempre più accesa e mistificatoria in questi ultimi mesi. Per evitare di assistere a una riconferma del presidente concentrato sulla federazione che governa, si arriva spesso a negare la stessa evidenza dei fatti.

Sul carrozzone della disinformazione si vedono salire anche testate pronte a evadere dal proprio campo di attività pur di sposare un ideale più alto. E’ il caso de Il Sole 24 Ore, specializzato in economia, che il 6 agosto scorso si è avventurato in considerazioni scientifiche: “Facebook rimuove e Twitter blocca video di Trump con false informazioni sul virus”. La notizia, in questo caso, è l’azione portata avanti dai due colossi della comunicazione, ma il giornalista Riccardo Barlaam – i cui argomenti di interesse sono l’economia, la finanza e la politica internazionale, e gli Stati Uniti – ha deciso autonomamente che i materiali incriminati contenessero informazioni errate sull’agente microbico. Di più, perché la teoria del corrispondente è illustrata nel sommario, secondo il quale “il fatto che i bambini sarebbero immuni dal coronavirus” è una “tesi senza fondamento scientifico”. Non si sta parlando, tuttavia, né di una tesi personale né di una posizione controversa, ma dei risultati raccolti nei numerosi mesi toccati dalla diffusione del SarsCov-2: secondo la letteratura scientifica attuale [vedi qui], gli individui con età inferiore ai diciotto anni, in condizioni di normalità, sono praticamente incolumi rispetto alla Covid-19, e pertanto non contribuiscono quasi in alcun modo al contagio, non possedendo abbastanza carica virale. La chiusura dell’articolo, inoltre, marca l’accento sui mancati interventi del passato rispetto a due affermazioni false che avrebbero visto il presidente americano come protagonista. Si tira in ballo il presunto suggerimento alla popolazione di ingerire candeggina contro la malattia, ma ciò non è mai avvenuto, nonostante l’avvenimento sia presentato senza alcuna ombra di dubbio. Per di più, si aggiunge la dichiarazione secondo cui l’esposizione alle luci ultraviolette sia in grado di contrastare il virus in questione; ebbene, anche stavolta non si tratta di una strana convinzione appartenente a una minoranza, ma di una scoperta scientifica nota e acclarata da diverso tempo.

Se anche le linee editoriali condotte dalla maggior parte dei media non combaciano esattamente con le politiche di un esponente al governo, l’inganno e la falsificazione dei dati scientifici condivisi a livello internazionale non dovrebbero in alcun caso essere consentite. Donald Trump si appropria di evidenze scientifiche utili alla propria agenda? Libero di farlo, ma questo non comporta la libertà che si arrogano i mezzi di informazione nel confondere le carte in tavola e comunicare visioni prive di fondamenta al pubblico lettore.

BUFALE & BUGIE, la rubrica di controinformazione di Ivan Fiorillo esce ogni mercoledì su Ferraraitalia. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

L’odio

Restiamo umani. Il primo pensiero è questo. L’abbiamo ripetuto mille volte, spesso guardando i migranti che in mare cercano salvezza. Non vale solo per loro, ovviamente… è un atteggiamento che si dovrebbe mantenere sempre. Appare incomprensibile, quindi, il comportamento del professor Giangi Franz, docente dell’Università di Ferrara, travolto dalle polemiche per avere manifestato, attraverso i suoi profili Twitter e Facebook, totale indifferenza e nessuna comprensione del dramma che ha sconvolto Venezia e per i toni sprezzanti usati nei confronti della popolazione:

“Sarò duro. Nessuna compassione per Venezia o per i veneti. Il Veneto è la regione con la più alta evasione fiscale. In Veneto la Lega governa da trent’anni rubando o permettendo la corruzione mostruosa praticata da Galan e da Forza Italia. Proprio nessunissima solidarietà. Anche perché vogliono l’autonomia. Vero? E allora che se la cavino da soli”. (Giangi Franz)

I fatti sono noti: c’è una città – Venezia – flagellata da un’alta marea di proporzioni spaventose. Le cause – locali e globali – sono risapute. Noti sono pure i ritardi nel completamento del Mose, l’opera progettata 30 anni fa per il contenimento delle mareggiate, e acclarati sono gli scandali che hanno accompagnato progettazione e realizzazione dell’opera. Di sfondo si sono poi aggiunti l’allarme sul clima e gli effetti prodotti dall’aumento delle temperature…
Ma questo è il momento dell’emergenza e del sostegno.

“Non si guardò neppure intorno, ma versò il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete, ho fame…”
(Fabrizio De André, Il pescatore)

C’è poi una popolazione piegata, ma non doma, che resiste e fa quel che è possibile per fronteggiare l’emergenza. E c’è lo sgomento del mondo che riconosce in Venezia uno dei sommi simboli della bellezza.
Ed ecco che, in questa temperie, sui social s’affaccia il leone da tastiera di turno, che sbotta: “Ben gli sta”. A Unife Franz insegna ‘Politiche urbane e territoriali’ ed ‘Economia urbana e territoriale’. Un professore universitario dovrebbe essere d’esempio. E,  l’uomo di cultura, della bellezza dovrebbe essere ossequioso. Invece, eccola qua l’empatia: “Nessuna compassione, nessunissima solidarietà”, bercia il prof: e si rivolge a tutti, indistintamente…

Certo, lo ribadiamo: ci sono ragioni e responsabilità che andranno affrontate, ma non è questo il momento. Ora è il tempo del ‘fare’, dell’abbraccio solidale, del conforto. Per ragionare di cause, di soluzioni, di comportamenti virtuosi e pelosi, di chi subisce e di chi fa il furbo c’è tempo. Non ora, però, non ora!

Lo ribadisco: lamentiamo in tanti la disumanità di chi abbandona alla propria sorte i migranti del mare, soli con la loro disperazione. Eppure – lo sappiamo bene – non mancano responsabilità, speculazioni, interessi luridi anche in questi casi… Ma nel momento del dramma, quando in gioco ci sono le vite di donne, uomini e bambini conta quello e solo quello. Chi sprofonda va aiutato, senza se e senza ma: non gli si chiedono prima i documenti o la cartella delle tasse. A Lampedusa come a Venezia.

E questa evidenza dovrebbe valere per tutti, anche per coloro – amici o parenti – che hanno vincoli di affetto per chi si lascia trascinare nel gorgo dell’odio. Il giustificazionismo non è una buona medicina. Richiamare gli odiatori a un senso di umanità è dovere anche (e forse prima di tutto) di chi gli sta accanto…

Ora il profilo Facebook di Giangi Franz è oscurato (non quello Twitter, però). Lo ha deciso lui stesso, salutando il popolo del web con un post titolato ‘Mille scuse a tutti’, in cui scrive: “Basta, troppa pressione. Chiedo scusa a tutti per lo sconsiderato post su Venezia, i Veneti, il Mose, la Lega. Non pensavo che si potesse scatenare una reazione di questo tipo. Mille scuse a tutti. Se tornerò su facebook sarà tra un bel po’”.
Ma poco prima ne aveva scritto un altro, riportato dal quotidiano online Estense.com, che ora non appare più sulla bacheca del docente, nel quale, in tipico stile ‘salviniano’, Franz scrive: “Vi voglio bene a tutti”. E aggiunge: “Poi faccio un versamento di due euro a favore di Venezia”, un’affermazione che ha tutto il sapore della presa per i fondelli, senza neppure l’ombra d’un minimo di resipiscenza…

Off o online?

Dipendenza dai social, sì o no? Dai telefonini? Dai videogiochi? Dalla rete? In un’era di connessione precoce e continua, ecco un’esilarante, ma molto reale, riflessione sulla dipendenza da chat, facebook, twitter e computer. Un film, ‘Beata ignoranza’, che sorride (e fa ridere a crepapelle) su una dipendenza che coinvolge sempre più. Basti guardarsi in giro, sugli autobus o le metro, oltre che per le strade e lungo le vie affollate, dove schiere di individui attaccati a lucidi e scintillanti schermi di telefonini non alzano più lo sguardo per vedere cosa capita intorno. Uomini dalle dita veloci non vedono l’altro, non si accorgono della bellezza di un paesaggio o di un monumento, non sentono il profumo dei fiori, non colgono il bisogno di sguardi, parole e gesti di solidarietà. Una connessione che disconnette. In questo quadretto, Ernesto (Marco Giallini) e Filippo (Alessandro Gassman), che non si vedono da oltre 25 anni pur avendo in comune una figlia, Nina (Teresa Romagnoli), nata dall’amore per la stessa donna, Marianna (Carolina Crescentini) scomparsa prematuramente, si ritrovano a insegnare nello stesso liceo. Ernesto, professore all’antica innamorato dei libri, insegna italiano, Filippo, moderno e tecnologico, in segna matematica. Gli antipodi, sia per carattere che per dimestichezza con il mondo dei computer e della rete. Ernesto ha un vecchio e grande Nokia del 1995, non possiede un computer ed è orripilato dai social media; Filippo vive di selfie, chat, giochi e incontri in rete. Le rispettive preferenze influiscono sullo stile accademico di ciascuno oltre che sulle loro relazioni personali e l’attrito inevitabile esplode proprio in classe, filmato e condiviso su Internet dagli alunni un po’ sbigottiti ma anche divertiti. E’ l’inizio dello scambio esilarante di battute e malintesi. Nina intercetta quel video diventato virale e decide di girare un documentario creando un esperimento antropologico di due mesi: Ernesto dovrà imparare a usare computer, smartphone e social mentre Filippo dovrà disintossicarsi da ogni comunicazione virtuale, con l’aiuto di un simpatico, originale ed eccentrico gruppo di sostegno per la dipendenza online.

Complicazioni e situazioni tragicomiche saranno la conseguenza immediata. Una bella lezione su tutto: è necessario mettere da parte i pregiudizi per arrivare a una vera educazione delle emozioni, dentro e fuori dal web. Perché la comunicazione non è vera comunicazione senza le emozioni. Dandosi anche un bell’appuntamento con sé stessi, per (re)imparare proprio a riconoscerle e a non dimenticarle. Spesso disconnessi vale la pena.

Beata ignoranza di Massimiliano Bruno, con Alessandro Gassman, Marco Giallini, Valeria Bilello, Carolina Crescentini, Teresa Romagnoli, Guglielmo Poggi, Italia, 2017, 102 mn.

Dalle arene alla tv: a ogni epoca il proprio spettacolo

C’è un’insana pulsione che induce molta gente a ‘spiare’ la vita degli altri, come se da questa deprecabile azione dipendesse la propria stessa vita. Un’odiosa propensione che alimenta se stessa, fino a diventare quasi una dipendenza con una forte necessità di continuità. I social sono diventati vie preferenziali per accedere alla sfera privata di ciascuno e subdolo territorio che permette, favorisce e incrementa l’invasione della privacy altrui, con una naturalezza e una leggerezza preoccupanti. Se poi consideriamo anche la tv, allora il fenomeno acquista un’eco enorme, diventiamo tutti insaziabili guardoni, pronti a negare pubblicamente il nostro morboso interesse per l’intimità degli altri.

Sono mediamente 12 milioni i nostri connazionali che hanno seguito e seguono ‘Il Grande Fratello’: non si può ignorare questo dato che, se da un lato ha reso trionfante la produzione del programma, dall’altro fa riflettere seriamente dal punto di vista antropologico e sociale. Stiamo davanti allo schermo fino alle ore piccole, con lo sguardo incollato ai protagonisti della scena tutti più o meno vip che, convinti di offrire grandi lezioni di vita, invidiabili modelli comportamentali e immagini di alta cultura, bellezza e divertimento si muovono h24 sotto telecamere e riflettori per essere ammirati come pesci esotici in un prestigioso acquario, se non idolatrati da una massa che interagisce attraverso i social, proclama consensi o dinieghi, trae conclusioni e spara sentenze. E siccome, in fondo in fondo – ma neanche tanto in fondo – rimaniamo un popolo di moralisti, non ci pare vero poter dichiarare guerra al fedifrago di turno, l’omofobo, l’omosessuale, il bestemmiatore, l’asociale, il fanfarone, il furbastro, lo straniero in suolo italiano, l’italiano con simpatie esterofile, il finto acculturato, il vanesio millantatore, e molte altre categorie su cui sbizzarrirsi ed appiccicare etichette, trasformando il tutto in un grande tiro al bersaglio nel nome di un’etica di cui ciascuno si ritiene sano detentore. Ci identifichiamo o ci dissociamo davanti a questi personaggi, ci infervoriamo, partecipiamo emotivamente a ciò che accade con esultanza o rabbia, spendiamo il nostro tempo a guardare, scrivere i commenti su facebook o twitter, parlarne nella nostra quotidianità come se coloro aldilà dello schermo fossero realmente compagni di vita, guru, persone carismatiche ed esempi da imitare o rifiutare, premiare o condannare attraverso una selezione al televoto.

Cambiano i tempi e a ogni epoca il proprio spettacolo.
Nell’antica Roma lo spettacolo in cui la sovranità del pubblico decretava il diritto di vita o di morte aveva luogo nelle arene e negli anfiteatri. Protagonisti osannati o destinati a morire erano i gladiatori, solitamente prigionieri di guerra, schiavi o condannati a morte, talvolta uomini liberi oberati dai debiti o attratti dalla ricompensa e dalla gloria. Da testimonianze pervenuteci (decreto Tabula Larinas), esistevano anche donne combattenti, le amazzoni, ammesse alla sfida con l’unico vincolo del superamento dei 20 anni di età, ma erano rare. Tutti i gladiatori pronunciavano un solenne e terribile giuramento prima di combattere tra loro o contro tigri, leoni, orsi e perfino coccodrilli e rinoceronti: “Sopporterò di essere bruciato, di essere legato, di essere morso, di essere ucciso per questo giuramento”. Paradossale che attraverso questa promessa il gladiatore potesse trasformare in volontario quello che in origine era un atto coercitivo, imposto, diventando per un attimo un uomo che combatteva per propria volontà. Resta il fatto che chiunque scegliesse di diventare gladiatore veniva automaticamente considerato ‘infamis’ per la legge, perché associato al mondo dei bassifondi e reietti, con la possibilità di diventare però un eroe, lautamente ricompensato, in caso di successo nei combattimenti.
L’esaltazione della massa durante la Rivoluzione Francese raggiunge l’apice dell’intensità durante le esecuzioni di piazza: la morbosa curiosità, l’eccitazione dell’attesa, il brivido del momento in cui cade la testa del condannato rendono animalesche le reazioni, proprio come una belva alla vista del sangue. Una folla urlante in preda al delirio che si accalcava attorno al patibolo accompagnava il macabro spettacolo nel periodo in cui a Parigi si respirava aria di spaventosi massacri. Una scena diventata quotidiana, talmente calata in una costruita normalità che le donne sferruzzavano e cucivano in attesa del momento con una familiarità a-normale. Lo spettacolo pubblico delle ‘messe rosse’ era celebrato su quello che veniva definito l’’altare della patria’ sotto gli occhi avidi di tutti, e non venivano risparmiati neanche i più piccoli. La ghigliottina cessò la sua funzione in Francia solo il 10 settembre 1977 a Marsiglia con l’ultima esecuzione, quella del tunisino Hamida Djanboubi, reo di aver ucciso la sua compagna.

“Che fine ha fatto la semplicità? Sembriamo tutti messi su un palcoscenico e ci sentiamo tutti in dovere di dare spettacolo”, si interrogava Charles Bukowski e, detto da uno scrittore dissacrante, disincantato e implacabile come lo è stato, rappresentante di quello che in letteratura viene definito ‘realismo sporco’, contiene una tensione inequivocabile. Torniamo alle nostre poltrone da cui continuare a seguire gli ‘eroi’ di cartapesta del momento, perché tra luci, riflettori, telecamere, microspie, rilevatori e microfoni “the show must go on…”

TECNOLOGIA
L’abito digitale del neocapitalismo

Oggi meno sai di informatica, più sei ai margini non solo dell’informazione, ma anche della società. Basti pensare ai tanti anziani che non capiscono un’acca di computer. Dobbiamo renderci conto che il cosiddetto ‘digital divide’ (divario digitale) è un problema sociale e politico e come tale va affrontato. Insomma: la nuova piramide sociale si costruisce sull’istruzione informatica, sull’accesso alla Rete, sull’utilizzo degli strumenti.

Attenzione, però. Da alcuni anni le aziende della Silicon Valley promettono abbondanza, prosperità, riduzione delle disparità e una nuova società in cui tutto sarà condivisibile e accessibile. Ma siamo sicuri che Google, Amazon, Facebook, Twitter e compagnia non siano invece l’ultima incarnazione del capitalismo – ancora più subdolo, perché mascherato dietro le suadenti parole della rivoluzione digitale – e l’ennesima versione dell’accentramento di potere economico e politico nelle mani di pochi? Evgeny Morozov, autore dei “Signori del silicio”, sostiene che di democratico, rivoluzionario e “smart” in tutto questo c’è ben poco. C’è invece la svendita sull’altare del profitto dei nostri dati personali, della nostra privacy e soprattutto della nostra libertà. Ormai siamo registrati in ogni nostra mossa; non fai in tempo a compiere una ricerca sul web che subito sei tempestato di sollecitazioni commerciali nel settore che hai esplorato: abiti, orologi, libri o prosciutti, poco importa.

L’unica forma di difesa è un uso critico e consapevole della Rete. Ma un uso critico presuppone a monte un plafond culturale che non tutti hanno. I giovani poi, “bevono” più o meno tutto ciò che viene loro propinato e sono in questo senso più facilmente condizionabili. E allora non è questo un’altro episodio, un altro aspetto di quella offensiva che anni fa fu scatenata, per esempio, dalle televisioni di Berlusconi? Il capitale – un capitale sempre più irraggiungibile e misterioso – non ha mai avuto interesse a che i sudditi siano istruiti, perciò autonomi.

Non è il caso, per questo, di mettersi a fare i luddisti, ma sicuramente la rivoluzione informatica nasconde molti, troppi trabocchetti. E anche la cosiddetta “democrazia di rete” è da maneggiare e da interpretare con molta, molta cura.

Le relazioni intangibili e l’eclissi delle emozioni

(Pubblicato il 5 maggio 2014)

Nella primavera del 2011, mentre frequentavo il quinto anno del liceo scentifico, una troupe delle Iene (il noto programma di Italia 1) venne nel mio liceo per condurre un esperimento. La mia classe fu scelta dal preside come la più adatta ad essere sottoposta a questa valutazione. Dopo un’ora di domande relative all’uso dei telefoni cellulari e di Internet, la iena Enrico Lucci chiese chi sarebbe stato disposto a rinunciare per due settimane a questi strumenti. Solo in 7 su 26 accettammo. Avevo deciso di mettermi alla prova.
Ci ritirarono i cellulari, che vennero consegnati al notaio presente in aula, chiusero temporaneamente i nostri account di Facebook e ci vietarono l’ascolto di musica ad alto volume (non potevamo usare l’i-pod), e di conseguenza anche le serate in discoteca.
All’inizio e alla fine delle due settimane fummo sottoposti a valutazioni psicometriche e psicofisiologiche. Uno psicologo ci pose diverse domande che vennero registrate da uno strumento simile alla macchina della verità, per classificare le variazioni emotive. In ospedale un otorinolaringoiatra ci fece fare prima un normale test dell’udito, poi un esame di psicoacustica per vedere come fosse cambiata la nostra percezione del suono dopo le due settimane di “astinenza”. I risultati mostrarono solo esiti positivi: il nostro umore era migliorato, come anche la nostra capacità di concentrazione; eravamo meno stressati e la nostra soglia di sopportazione del rumore si era notevolmente abbassata.

Oggi non solo abusiamo di tutti questi nuovi dispositivi, ma impariamo ad utilizzarli nella più tenera età. È impressionante vedere bambini di 2-3 anni che sanno usare l’ipad e questo grazie (leggi “per colpa”) dei genitori, che danno ai figli il proprio tablet affinché stiano tranquilli. Quando avevo la loro età e andavo al ristorante con i miei genitori portavo sempre con me un album da disegno e pastelli colorati. Le femmine avevano le bambole, i maschi le macchinine, ora invece è come se Internet stesse cancellando tutta la genuinità e l’ingenuità dell’infanzia. È la comunicazione che sta cambiando. Prima ci si guardava negli occhi e ci si parlava faccia-a-faccia, adesso invece ci si osserva attraverso uno schermo e la voce viene filtrata da un microfono. È una comunicazione spersonalizzata… selfie, like, file sharing, re-tweet, ashtags… che mondo è questo? Un mondo nuovo, un mondo che cresce e corre alla velocità della luce. Un mondo che ci connette con i miliardi di altre persone che lo abitano.
Oggi viviamo online e anche se abbiamo la possibilità di “contattare” milioni di persone, siamo molto più soli di una volta. Amicizie su Facebook, follower su Instagram, commenti e like di persone sconosciute: questi non sono legami reali, concreti. Si parla di “mondo virtuale” perché oggi tutto è astratto, immateriale. Eppure ciascuno di noi sembra aver bisogno di questa intangibilità, e i giovani più di chiunque altro.
La tecnologia ha sicuramente migliorato molti campi della comunicazione: attraverso programmi come Skype possiamo parlare e addirittura vedere persone, con cui abbiamo rapporti sentimentali, affettivi o lavorativi, che vivono dalla parte opposta del pianeta. Ma allora perché i nostri genitori, che sanno cosa significa vivere senza un telefono cellulare e sicuramente senza le miriadi di piattaforme multimediali oggi esistenti, dicono che si stava meglio 50 anni fa? Oggi non si conosce più l’attesa, tutto è istantaneo. Le chiamate dai telefoni fissi? Ridotte all’osso; le lettere? Inesistenti. Ho chiesto ad alcune adolescenti perché non chiamino anziché mandare migliaia di messaggi al giorno, mi hanno risposto: “Non mi piacciono le telefonate, mi annoiano e la mia voce non è bella al telefono”. Impersonalità: questa la parola che mi viene in mente per descrivere questo nuovo mondo, che è il nostro mondo.
Ho 21 anni, uno smartphone, sono iscritta a più di un social network, e come ogni mio coetaneo non sono immune da questa realtà. Ma so cosa vuol dire scrivere una lettera e aspettarne una in risposta, controllare ogni giorno la buchetta postale, assaporando l’ansia e il fremito dell’attesa. So cosa vuol dire stare ore al telefono, sentire la voce di chi sta al capo opposto del filo, percepire i pensieri e le emozioni dell’altro, dedurli da una pausa, un sussurro, un sospiro. La mia paura è che questa nuova realtà, questo mondo in cui si teme il confronto diretto, possa creare solo generazioni progressivamente immuni alle emozioni.

LA RIFLESSIONE
Il giornalismo alla prova del web

Post, tweet, hashtag. Vita politica e istituzionale per istantanee. Battute, pensieri e commenti rilanciati dal web e nei social network contestualmente a un fatto. La rete mette a disposizione una serie infinita di materiali (foto, video, informazioni, virgolettati) moltiplicando, in questo modo, i luoghi e le forme della comunicazione politica. I rappresentanti istituzionali ricorrono a canali che, come spesso succede, precedono i canali ufficiali tradizionalmente considerati fonti autorevoli di notizie.
Sintesi, velocità, immediatezza e tempestività contraddistinguono questo tipo di comunicazione personalizzata e offerta senza essere richiesta. È lì per tutti, senza filtro, per il cittadino e per i professionisti dell’informazione. L’intensificazione del flusso informativo modifica anche il contenuto dell’informazione stessa, altra cosa, infatti, sono riflessione e approfondimento sul perchè delle scelte della politica.
Il ruolo crescente assunto dal web e dai social nella prassi della comunicazione politica fornisce, quindi, quotidianamente una sovrabbondanza di informazioni, un mare magnum in cui il giornalista deve orientarsi, selezionare e ricavare la notizia inserendola nel suo contesto. Tracciare, inoltre, l’orizzonte di senso rispetto alle tante informazioni e fonti a disposizione fa parte del compito del giornalista che, nemmeno di fronte al web, può derogare alla deontologia professionale.
L’organizzazione del lavoro giornalistico non può prescindere dalle fonti della rete ma, allo stesso tempo, non deve appiattirsi su di esse: i valori notizia rimangono i capisaldi nella pratica quotidiana a cui i nuovi media faranno da corollario completamentare e utile purchè attentamente verificato e valutato. Il lavoro giornalistico è, quindi, una messa in forma, una ri-costruzione di informazioni che contribuiscono a formare l’opinione pubblica.
Nella ricchezza e complessità del web, il giornalista trova altresì contenuti e notizie generati da cittadini. Anche di fronte a tali contributi, definiti ‘citizen journalism’, il giornalista deve verificare e gerarchizzare le notizie. È proprio questa la differenza fra chi si trova a filmare e diffondere un fatto e un professionista dell’informazione.
Proprio per le caratteristiche della rete, la notizia non è mai statica e appena appare, il riverbero è inarrestabile: commenti, condivisioni, riprese. La presenza sul web e sui social (gestita da un social media manager) delle testate, infine, è importante per cogliere i temi di interesse dei lettori, allargare la conversazione e stimolare la partecipazione. Il Guardian è stato un esempio, in tal senso, di open journalism che ha permesso di essere non solo online, ma ‘nella’ rete.

La comunicazione politica ai tempi di Twitter

Arrivo, arrivo! Era il 21 febbraio 2014 quando Matteo Renzi, futuro primo ministro, faceva sapere con un tweet che stava salendo al Quirinale per presentare a Giorgio Napolitano la lista dei ministri. L’hashtag #lavoltabuona metteva un ‘suggello’ all’entusiasmo di quel momento e inaugurava moltissime altre comunicazioni future sotto lo stesso slogan.
La comunicazione politica è, negli ultimi anni, decisamente cambiata nei tempi, nei modi e nei contenuti. Il politico apre una pagina facebook, crea un profilo twitter, interviene sui fatti del giorno, li commenta e li anticipa. Si fotografa e diffonde, si mette a disposizione nella rete, che, per definizione, amplifica e moltiplica.
La battuta del presidente del consiglio Renzi sul Rolex indossato da una ragazza durante le devastazioni di Milano all’apertura dell’Expo, ha creato una reazione a catena che ha investito il web e i media, incrociando gli interessi di un’azienda internazionale alla società dei consumi e aprendo una nuova lettura del fatto di cronaca in sé. Il teatro dello scontro è andato oltre le vie di Milano, è diventato quello dei media, dove l’azienda ha acquistato uno spazio per chiedere un intervento riparatore da parte del presidente del consiglio.
L’agenda quotidiana del giornalista viene ormai dettata da come e cosa scrive chi ha un ruolo istituzionale e lo fa attraverso canali che di istituzionale hanno ben poco. E nella rete anche il giornalista deve esserci perchè il tweet arriva prima di un comunicato stampa ufficiale, una foto può arrivare a dire molto di più di una conferenza stampa. Per quanto la politica non rinunci agli strumenti tradizionali, il web e i social network primeggiano. È cambiato, infatti, il sistema dei media, la convergenza fra più piattaforme dà modo, al giornalista e alle testate, di attingere a più fonti scritte e visive che, tuttavia, vanno maneggiate con cura.
Sul desk giunge di tutto senza nemmeno andarlo a cercare ed è per questo che la verifica delle fonti vale oggi più che mai, soprattutto perchè la troppa informazione può rischiare di diventare, per il cittadino, disinformazione. Il ruolo del giornalista, pertanto, rimane quello di intermediazione tra l’istituzione, la politica, il fatto e il destinatario della notizia. I media sono, appunto, ancora medium, mezzo di connessione e agorà pubblica privilegiata per la formazione della pubblica opinione.
La velocità e l’immediatezza di internet o la sintesi a effetto di un tweet, per quanto utili e pervasive, non potranno mai sostiuire la ricerca, la selezione e l’approfondimento che devono continuare a distinguere la professione giornalistica dal chiacchiericcio, che nulla ha a che fare con la notizia e i suoi inderogabili valori.

Nasce Periscope, il mondo in diretta streaming dal cellulare

Il suo ingresso nell’ampia scena dominata dal web e dai social network non è passato inosservato, poiché ormai tutto quello che sfonda in rete è destinato ad entrare prepotentemente nella nostra quotidianità: è quello che sta accadendo nelle ultime settimane con la nascita di Periscope, applicazione per smartphone creata da Joe Bernstein e Kayvon Beykpour e completamente interfacciata con la già ben nota Twitter.
Periscope sulla carta è “l’acqua calda”, niente di apparentemente rivoluzionario o mai visto prima dal punto di vista tecnico, poiché si avvale di una piattaforma sulla quale un utente può inserire un video che tutti gli altri utenti iscritti possono visualizzare. Nulla di sconvolgente, in un’epoca nella quale Skype e YouTube oramai sono conosciuti anche da chi un computer non lo ha mai preso in mano.

periscope-twitterQuello che però rende Periscope una vera e propria novità, forse destinata a padroneggiare il mercato di internet, come i pilastri appena citati, è la diretta simultanea, la possibilità ovvero di registrare con il proprio telefono qualsiasi cosa si desideri in qualsiasi momento della giornata e trasmetterlo in diretta streaming al mondo. Parallelamente, gli utenti possono visualizzare cosa sta trasmettendo in quel preciso istante chi si è scelto di seguire, ed interagire tramite il più classico servizio di messaggistica istantanea. Tutto molto più facile a farsi che a dirsi.
Ecco che paiono chiare le sue enormi potenzialità, applicabili in svariati settori: tutti oggi possiamo crearci la nostra personalissima televisione ed il nostro broadcast, dove il broadcast siamo noi stessi. Grazie alla già citata integrazione con Twitter, inoltre, il nostro profilo Periscope saprà chi già seguiamo in rete e cosa più ci interessa, facilitando così la ricerca delle dirette o addirittura permettendoci di venire avvisati con una notifica quando un nostro “follower” crea una diretta. E per non far mancare nulla, i video distribuiti in diretta possono anche essere registrati e resi disponibili per la visione in un secondo momento nelle 24 ore successive alla loro creazione.
Proprio su quest’ultimo punto sta la differenza con Meerkat, un’applicazione uscita un paio di mesi fa e molto simile a Periscope che, nonostante godesse di numerosi consensi, limitava la visione degli utenti alla mera diretta facendo scomparire il contenuto alla conclusione della stessa. Importante diviene infatti sottolineare che già da tempo esistono piattaforme in grado di offrire servizi analoghi a quelli che offre Periscope, su tutti Younow, Livestream e Ustream.

Le caratteristiche che rendono Periscope davvero un prodotto nuovo, e soprattutto pronto ad una rapida espansione, sono l’immediatezza e la freschezza: creare una diretta è tanto semplice quanto pubblicare un tweet o un post, come semplice è accedere ai numerosissimi contenuti e cercarne di diversi ogni secondo che passa. Possiamo passare così dalla visione di una conferenza stampa ad una persona che passeggia per le vie di una città, dal backstage di una trasmissione televisiva alla recita dello spettacolo di fine anno delle elementari. In Italia, personalità note al grande pubblico come Fiorello e Jovanotti hanno cominciato ad utilizzare Periscope già dal giorno della sua uscita (il 26 marzo scorso), quest’ultimo, attivissimo, più volte al giorno dialoga con il suo pubblico e mostra il dietro le quinte delle prove dall’interno degli studi di registrazione. Già attive sono inoltre tutte le principali testate giornalistiche e i giornalisti stessi, svariate case editrici, partiti politici, musei e trasmissioni televisive. Su Periscope sono state create dirette all’esterno del Tribunale di Milano durante le tragiche vicende del 9 aprile scorso, mentre a Ferrara risulta particolarmente attivo il Palazzo dei Diamanti, che in vista della prossima apertura della mostra “La rosa di fuoco” ha mostrato l’arrivo delle opere e tiene aggiornati gli interessati sulle ultime news.
Provando personalmente l’applicazione, tra i live non creati dagli utenti che già seguo, mi sono imbattuto in una ragazza che si spostava in lungo e in largo per Parigi, chiedendo ai suoi utenti che cosa volessero andare a visitare della capitale francese, e lei prontamente si spostava verso il luogo prescelto, a piedi o se necessario con i mezzi pubblici. Un’altra ragazza si riprendeva durante lo svolgimento dei suoi compiti scolastici, chiedendo informazioni e consigli agli utenti, mentre altre persone ancora cantavano canzoni su richiesta. Il tutto quasi sempre seguito già dall’inizio della diretta da non meno di un centinaio di utenti, che nel caso di live di personalità famose ovviamente aumentano in modo esponenziale. Numeri incredibili se si pensa che Periscope per adesso è disponibile solo per dispositivi Apple (a breve lo sbarco su Android).
Tutto insomma può essere ripreso e distribuito su Periscope, senza (per ora) alcun tipo di limitazione; uno dei pochi punti a sfavore probabilmente è la qualità del video, molto bassa e tutt’altro che professionale per ovvi motivi di fruizione e caricamento in rete.

Come è accaduto (e come continua ad accadere) per ogni nuovo prodotto di diffusione di massa sulFoto 15-04-15 18 14 48 web, l’iniziale entusiasmo per la novità si scontra presto con le preoccupazioni e i problemi che questa incontrollabile diffusione potrebbe provocare. Lo stesso Twitter in queste settimane sta cercando di rivedere i propri regolamenti, in modo tale da controllare maggiormente la pubblicazione dei contenuti e tutelare il più possibile i suoi utenti e la piattaforma stessa.
Periscope potrebbe divenire uno scomodo concorrente dei media tradizionali, basti pensare alla possibilità di riprendere un concerto, un film al cinema, una partita di calcio, ma anche un incredibile mezzo di diffusione libera e incontrollata di violenza, pornografia, illegalità, anonimato. Senza contare l’effetto “grande fratello”, sempre di grande attualità. Problemi già noti sul versante social network, settore nel quale anche Periscope si sta ritagliando il proprio spazio e che da anni divide la società in favorevoli e contrari, in chi ci vede il male del giorno d’oggi e in chi invece vede queste nuove tecnologie come una enorme possibilità per il futuro.
Ma al di là dei comprensibili dubbi circa la diffusione di Periscope, credo sia interessante analizzare questo nuovo prodotto tecnologico come un’opportunità, soprattutto per quanto riguarda un mondo, quello dell’informazione, in costante evoluzione e mutamento. L’informazione oggi non può prescindere dal web, piaccia o no, e servizi come Periscope, se utilizzati in maniera corretta, non possono che portare vantaggi e migliorie. Periscope incarna tutto ciò che l’utente medio del web di oggi richiede nella sua ricerca di informazioni: immediatezza, semplicità e soprattutto condivisione. Il mondo in costante diretta, quando e dove lo vogliamo, una nuova frontiera nel modo di fare giornalismo. La notizia, grazie a Periscope, può essere oggi diffusa con un tempismo, un realismo ed una diffusione (con tanto di interazione) spaventosi, e la stessa notizia può successivamente essere approfondita e condivisa in un modo inedito ed innovativo rispetto ai meccanismi classici della rete o i mass media tradizionali.
In un certo qual modo potrebbe giovarne anche la veridicità e la trasparenza delle fonti, grazie ad un contatto visivo diretto e riconoscibile (gli stessi profili ufficiali degli utenti popolari di Twitter vengono segnalati con una spunta azzurra) con chi sta dall’altra parte dello schermo e dell’ambiente che lo circonda mentre diffonde il proprio messaggio.

Certo è ancora molto presto per parlare di rivoluzione, il prodotto è ancora neonato e in fase di assoluta sperimentazione, sia tecnica che pratica. Appare chiaro tuttavia che Periscope, così come viene già teorizzato in questa sua fase quasi embrionale, è destinato a continuare a far parlare di sé e modificare molto, se non tutto, di quello che già abitualmente pratichiamo sulla rete. Molto più di una semplice moda passeggera.
La caccia ai cuoricini (così vengono segnalati sulla schermata della diretta tutti i nuovi “spettatori”), quindi, è ufficialmente aperta.

Dries Mertens, la mia maglietta per l’Africa

Che i social network facciano parte della nostra vita in pianta stabile, abbiamo modo di appurarlo quotidianamente. Che possano essere veicolo di umanità però, non è cosa di tutti i giorni. Solitamente si pongono sui media passioni, attimi di frenesia o semplici pensieri figli di una giornata non proprio positiva.
Tuttavia succede che a volte le piattaforme digitali possano fungere da tramite per veicolare umanità e quando questo capita, è il cuore a parlare e a mettersi in moto. E’ il caso di Dries Mertens, ala 27enne del SCC Napoli, squadra del capoluogo campano iscritta al campionato di Serie A Tim. In campo è un funanbolo, tutto istinto, sulla fascia sinistra della squadra partenopea.
Il centrocampista belga, navigando su Instagram (noto social network dove caricare le proprie foto) si è imbattuto in un’immagine molto particolare. Siamo in Africa, precisamente a Meliandu (nel sudest della Guinea), ci sono una ventina di bambini seduti su alcune panche di legno, stanno assistendo ad una lezione di francese. E’ un’istantanea, inserita all’interno di un progetto sulle conseguenze dell’ebola e dei conflitti armati nell’Africa Nera. Nella foto, scattata da Pete Muller (fotografo di National Geographic, rivista per il quale ha realizzato il servizio), spiccano due elementi sopra gli altri.

mertens
La foto di Pete Muller pubblicata dal National Geographic

I bambini sono attratti quasi folgorati dalla lezione, da tutti quei segni sulla lavagna, in quel momento nulla è più importante per loro (un po’ come succede nelle classi dei nostri istituti italiani, dove schiamazzi e confusione sono all’ordine del giorno…). E poi i colori: lunghe tuniche, camicie azzurre, beige o viola, magliette a righe o quella rossa, in primo piano, con una grande scritta sulle spalle. I colori di un continente che troppo spesso viene sottovalutato, relegato alle questioni di Paese da terzo mondo, sempre più scippato di ogni bene, dilaniato dalle guerre e abbandonato dai più. Spicca una divisa, sulla destra, camouflage. Sembra uno dei “soliti” vestiti dismessi, uno di quei capi “fuori moda” che noi occidentali buttiamo nei cassoni della Caritas come se fossero il peggio del peggio sulla terra… ma per qualcuno sono essenziali. E’ una t-shirt, una divisa di gioco. Precisamente è la divisa del Napoli, della scorsa stagione. Mertens, 14. I caratteri sulla maglietta sono grandi e ben leggibili. Il giocatore non può rimanere indifferente, è stato bambino anche lui. Ha indossato anche lui la “camiseta” di qualche suo idolo. Ma questa volta è diverso, e lui lo sa. Lo sa talmente bene che vuole fare qualcosa per quel suo piccolo grande ammiratore, consapevole o meno che sia.
Da qui la richiesta di aiuto, tramite il suo account Twitter, al canale ufficiale di National Geographic sul medesimo social network: “Aiutatemi a trovare quel bambino, voglio regalargli la maglia di quest’anno”.
Non sappiamo ancora come si risolverà questa bella vicenda, fatta di casualità e attenzione verso il prossimo. Si parla molto della figura dei calciatori, dei loro pochi ideali, della loro propensione ai soldi, alle auto di lusso e alle belle donne. Mertens ci stupisce, e siamo contenti che lo faccia, in un mondo che sempre più sembra chiudersi nella sfera dell’io, c’è ancora qualcuno che riesce a vedere un Noi. Speriamo che possa essere questo un briciolo di luce per un continente spesso definito maledetto come l’Africa, augurandoci che il proposito dello sportivo possa andare a buon fine.

ACCORDI
Ipocrisia.
Il brano di oggi…

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta selezionato e commentato dalla redazione di Radio Strike.

[per ascoltarlo cliccare sul titolo]

Above The Tree – Rituale Per Arrivare Presto alla Fine

A distanza circa un mese dall’attentato avvenuto presso la sede del giornale Charlie Hebdo a Parigi che ha conosciuto la morte di numerose persone, emergono delle considerazioni trasversalmente poco rassicuranti.
Hanno parlato tutti di libertà d’espressione e della sua salvaguardia. Sono molti i capi di stato che “hanno messo la faccia” per difendere questo diritto. C’erano tutti in strada per “dire no al terrorismo”, stretti e solidali con non si sa bene cosa. Fra tutti c’era anche Ahmet Davutoglu, primo ministro della Turchia. Lo stesso paese che ha inviato il maggior numero di richieste di rimozione di contenuti su Twitter tra luglio e dicembre 2014: “477 richieste, cinque volte di più di qualsiasi altro paese”.

Pensiero nato da una riflessione dal report sulla trasparenza pubblicato da Twitter sull’ultimo semestre del 2014.

foto di Paola Marinelli
la raccolta Apocalypse Now che contiene il brano Rituale Per Arrivare Presto alla Fine di Above The Tree

Selezione e commento di Cristiana Neglia, autrice del programma “Vernice” in onda il sabato dalle 12 alle14, ogni due settimane (attualmente sospeso). Il programma vuole essere una vetrina per la musica underground, prodotta in maniera autonoma e diffusa attraverso mezzi di comunicazione non sempre convenzionali.

Radio Strike è un progetto per una radio web libera, aperta ed autogestita che dia voce a chi ne ha meno. La web radio, nel nostro mondo sempre più mediatizzato, diventa uno strumento di grande potenza espressiva, raggiungendo immediatamente chiunque abbia una connessione internet.
Un ulteriore punto di forza, forse meno evidente ma non meno importante, è la capacità di far convergere e partecipare ad un progetto le eterogenee singolarità che compongono il tessuto cittadino di Ferrara: lavoratori e precari, studenti universitari e medi, migranti, potranno trovare nella radio uno spazio vivo dove portare le proprie istanze e farsi contaminare da quelle degli altri. Non un contenitore da riempire, ma uno spazio sociale che prende vita a partire dalle energie che si autorganizzano attorno ad esso.

radio@radiostrike.info
www.radiostrike.org

ELOGIO DEL PRESENTE
Fidanzata psicopatica

Più di 80.000 fan su Facebook, più di 12.000 follower su Twitter, Fidanzata Psicopatica (così si intitola un profilo di Facebook) sembra uno dei personaggi più amati dalle giovani donne sui social network. Dietro la maschera della compagna più aggressiva del web si nasconde (neanche tanto, a dire il vero) una giovane stilista, Selene Maggistro, che ha trovato una formula efficace per fare self branding, come si dice con un’espressione ormai gergale.
Il personaggio affronta con ironia e aggressività questioni universali con cui le donne hanno fatto i conti in tutti i tempi: gelosia, competizione, desiderio di possesso e di trasgressione, libertà e subalternità a modelli di ruolo. Così Selene descrive le nuove armi della seduzione odierna: tacchi a spillo e coltello in borsa (termini suoi), intelligenza e make up (direi io). È questo mix di nuovo e di tradizionale che consente una così larga identificazione.
Ma perché questa pagina ha riscosso tanto successo sui social media? In un’intervista a Linkiesta (quotidiano online che approfondisce fatti e notizie su politica, economia, società e ha riscosso un ampio successo), Selene – un lavoro vero, ma scrittrice per passione – afferma: “ci sono donne che mi mandano dettagliati resoconti della loro vita intima pur di sapere cosa farei io”. Le domande riguardano, ovviamente, consigli su come fronteggiare le relazioni sentimentali. La gelosia sembra il sentimento più diffuso nel tempo della rete. Per molte ragioni: la libertà di esplorazione che sfugge ad ogni controllo, il confronto permanente con immagini idealizzate, il gioco di seduzione che si affida ad un’ostentata disponibilità fuori da ogni vincolo (e fatica) della vita quotidiana. La gelosia sembra essere il più universale sentimento con cui, paradossalmente, queste nuove meravigliose creature debbono fare i conti.
Le ragazze (ma non solo) sono alla ricerca di modelli di identificazione e di consigli adeguati a questo tempo di transizione. Li cercano in un presente in bilico tra passato e futuro, in comportamenti che è difficile ricondurre alle categorie con cui avevamo ragionato in passato di identità di genere. Modelli paradossali di donne libere nei comportamenti sessuali, nella possibilità di gestire la propria vita e il proprio tempo e così schiacciate sul rispetto di posizioni femminili per molti versi subalterne. Ma sarebbe un errore classificare questi modelli in termini regressivi: l’uso di armi di seduzione apparentemente tutte giocate sul corpo si associa ad una sostanziale aggressività verso i maschi, un senso di superiorità e di dominio. Molte donne blogger discutono di amore e lavoro, di rapporti tra i generi, di politica e cultura, mescolando temi e toni con ironia e scherno, arguzia e intelligenza.
Tutto ciò avviene in un contesto di comunicazione “pubblica”, con un gioco di reciproco specchio tra i propri comportamenti e quelli altrui. L’identità di queste giovani donne si costruisce attraverso un confronto interno alla loro generazione, il modello delle madri sembra non rappresentare né un riferimento né un problema. Scrivono sulle pagine di Facebook come un tempo le nonne (le loro mamme non avevano tempo) scrivevano sul diario. E che male c’è se la privacy, come l’amore, non è più quello di una volta? Il problema è un altro. L’accento sulla propria peculiare identità non è mai stato così forte e, nel contempo, non è mai stata così pressante la ricerca di modelli comuni a cui aderire e uniformarsi.

Maura Franchi (Sociologa, Università di Parma) è laureata in sociologia e in scienze dell’educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing e Web Storytelling, Marketing del prodotto tipico. I principali temi di ricerca riguardano: i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@unipr.it

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Vendere con i social network? Si può fare!

Se c’è un ritorno dell’investimento, nelle operazioni di visibilità con i social network, è una delle domande classiche che un imprenditore fa a chi li propone come canali di promozione. Shopify, uno dei migliori servizi per la creazione di e-commerce al mondo con ben 70.000 clienti, ha realizzato un’analisi attraverso la documentazione in loro possesso. Generando un’infografica grazie all’analisi di 37 milioni di pagine raggiunte attraverso i social media, in cui sono stati registrati 529 mila ordini. Una media di un ordine ogni 70 visite sul prodotto.

I dati indicano che Facebook è la piattaforma da cui partono l’85% delle vendite. La sua incidenza è particolarmente evidente nei settori come la fotografia (98%), sport (94%) e gli accessori per animali domestici (94%). Tuttavia, va notata che l’influenza di altri canali sociali come Pinterest (sono statistiche composte da e-commerce made in Usa), in cui è fortissimo nella vendita di oggetti d’antiquariato e da collezione (74%), libri e riviste (29%). YouTube si mette in luce attirando clienti sui prodotti digitali (47%), servizi (36%) e automotive (26%). In coda Twitter, in cui sembra più utile per articoli per la casa e l’ufficio (18%), giardinaggio (13%) e regali (13%).

La capacità dei social media di essere d’aiuto nelle decisioni di acquisto è in aumento. Durante la prima metà del 2013, è stato osservato un aumento del 17,8% dei profitti riconducibili al traffico web generato dai social network. Questi utenti sono anche più attivi e predisposti rispetto a chi non li utilizza. Una recente ricerca di Nielsen indica che il 70% di loro acquista online, ben 12% in più rispetto all’utente medio di Internet.

Molte aziende stanno prendendo confidenza con gli adv di facebook che creano in autonomia e questo si vede in termini di aumento del fatturato. Ovviamente queste promozioni funzionano solo che le pagine di atterraggio sapranno essere veramente coinvolgenti, rassicuranti e il prezzo in linea con le aspettative del cliente. Il web marketing non si limita alla creazione di un post sponsorizzato.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

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