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Vecchi, ricchi, “condizionati” … e una gran paura della morte:
cronaca di un dialogo impossibile

 

Ieri mi sono ritrovata imbottigliata nel traffico. Dovevo portare la mia anziana mamma a pranzo da suoi vecchi amici. A causa di un incidente l’autostrada era bloccata. Siamo arrivate a destinazione alle 14. I due anziani amici di mia madre, genitori di amici della mia infanzia che non vedevo da molto molto tempo, mi hanno gentilmente offerto di rinfrancarmi dal caldo accettando il loro invito a sedermi a tavola con loro.  Tutti ultraottantenni apparivano poco cambiati rispetto ai miei ricordi d’infanzia. Certamente più incurvati, con l’artrite nelle mani,  con il passo meno sicuro, ma con l’ espressione del volto che non era non molto diverso da quello dei miei ricordi.

Una bella casa genovese, in una splendida zona di Genova, la tavola apparecchiata con la tovaglia, la  donna di servizio con il grembiule in cucina che trafficava. Insomma un ambiente che ricordavo, molto borghese e raffinato,  rimasto tale e quale a 40 anni fa, avvolto da muri pesanti separato totalmente dal fuori. Mi sono ritrovata in un atmosfera tipica della mia infanzia che però fa a pugni con la vita che si prospetta per il futuro. Almeno così l’ho avvertito io. Ci siamo seduti a tavola ed è iniziata la conversazione di rito. Il tempo passato, le nostre storie di vita, famiglia figli etc. poi la fatidica frase parliamo un po’ di politica.

Sapevo che stavo cadendo in una trappola ma non ho resistito e siccome gli anziani ospiti avevano un condizionatore  che andava a palla – fuori c’erano 35 gradi – mi sono arrischiata nella battuta “ vedo che avete il condizionatore che va al massimo e dunque devo presuppore che non siate affatto d’accordo con Draghi”. Non l’avessi mai detto… “ Draghi il miglior presidente che abbiamo avuto negli ultimi 30 anni, unico presidente  ammirato in tutto il mondo (e intanto il mio cervello si chiedeva” a quale mondo facevano riferimento?”).  Hanno poi continuato “Autorevole e capace di limitare le “ troppe libertà dei nostri giovani” che naturalmente andavano recintati perché se no portavano il virus in giro causando la  morte dei vecchi”.

Il condizionatore continuava a sparare aria fredda, e loro mi parlavano dei poveri ucraini che andavano aiutat,i perché il mostro Putin” andava fermato. E intanto mi dicevano che i miei figli avevano fin troppe libertà e che andavano contingentate, che il loro sacrificio di sottoporsi a un vaccino sperimentale per difendere la vita dei vecchi era il minimo che potessero fare per ringraziarli per tutto quello che avevano ricevuto – e di nuovo il mio cervello si chiedeva “ un pianeta a rischio estinzione?” Aggiungevano che tutte le mie contro argomentazioni erano irrazionali,  frutto di isteria. Avevo tentato timidamente di dire che una società che usa come cavie i bambini e i giovani adolescenti  con un siero di cui nulla si sa sugli effetti a lunga scadenza era una società che non aveva a cuore il futuro delle nuove generazioni. Hanno tuonato che non avevo fiducia nella scienza! Quando ho opposto a quale scienza facevano riferimento, a quel punto mi hanno detto garbatamente che ero una folle complottista,  che se avevo avuto il Covid senza quasi sintomi era solo culo e che dei loro tre figli solo uno la pensava come me  (per fortuna) e lo definivano appunto il complottista.

Il vecchio padre continuava a ripetermi di aprire una disputa socratica: ”argomentiamo ogni singola posizione e vedrai che fallisci”. Ho accettato la sfida. Mi sono sembrati dei folli come folle apparivo io ai loro occhi. I loro punti erano tutti fondati sul dogma della giustezza delle scienza, quella riconosciuta dal Potere ovviamente, e sul dogma  dello Stato Padre, che sceglie sempre per il bene di tutti al quale i cittadini onesti  devono obbedire ciecamente. Ciò che io reputavo una ragionamento logico per loro era irrazionale e ciò che loro reputavano un ragionamento logico a me pareva solo un modo per scansare la  loro paura della morte.

Mi sono alzata sorridente, mantenendo il più possibile la calma, ho addotto la scusa che avevo una figlia adolescente da recuperare, e con  un filo di ironia ho aggiunto che certamente avrei telefonato al loro figlio complottista per organizzare le barricate in difesa del principio di autodeterminazione così criminalmente calpestato in questi due anni dallo Stato Padre e che come femminista non mi stupiva affatto  dal momento  che da millenni il principio di autodeterminazione viene osteggiata,  a partire dal controllo dei corpi delle donne, dal Patriarcato  di cui massima espressione, oggi, sono le istituzioni .  La padrona di casa mi ha gentilmente accompagnato all’uscita con questa bella battuta “il femminismo; la malattia peggiore che esista e per il quale purtroppo un vaccino non c’è”. Quanto a carattere lo sfoderava con ancor più audacia della mia, chapeau, un bel calcio in culo con il sorriso sulla bocca.

Fuori dalla porta mi aspettava un sole rovente ma una luce intensa, radiosa e meravigliosa.  Mi sono detta che la paura della morte, se non riconosciuta e messa in parole produce queste aberrazioni: “se non si bucavano i giovani,  andavano in giro, mi infettavano e mi ammazzavano” questo avevano detto gli ultra 85enni, come se la morte non fosse presente se non attraverso lo spazio che i giovani portano via ai non giovani . Con questo schema i vecchi possono allontanare il pensiero della morte spostandolo all’infinito sulla colpa dei giovani di essere giovani. Mi è venuto in mente questa brillante riflessione di Franco Nembrini “l’educazione è un casino da mo” [vedi il video], due minuti esilaranti che vi consiglio di ascoltare.

Non cambia nulla, la storia si ripete, se non siamo capaci di andare in fondo ai tunnel delle nostre paure. Resta però il fatto che in tempi estremi come quelli che stiamo vivendo, non affrontare seriamente e profondamente queste nostre paure ataviche diventa criminale perché ci si macchia dell’assassinio vero e proprio e non simbolico della gioventù.

lo confesso, sono uscita schifata anche se sento e so che parte del loro modo di vivere appartiene anche al mio, è parte di  me. E che per liberarmene c’è bisogno di un vero atto di rottura. La babele che ci avvolge, l’incomunicabilità tra generazioni  è forse il castigo che ci spetta per non volere  fare fino in fondo  il salto quantico, il salto  dentro al futuro, con gli occhi di chi lo ha davanti tutto da vivere. Ho scritto questo pezzo perché spero davvero di non fare il loro stesso errore, spero di non macchiarmi di una colpa che non riesco a perdonargli, quella di non sapere accettare la finitudine della vita che porta alla cancellazione del diritto allo  spazio della vita di chi verrà dopo di noi.

Sul ponte non sventola bandiera bianca
Quanto ci costa la guerra in Ucraina

 

Ci sono molti costi che Italia e italiani sono chiamati a sostenere per il conflitto iniziato il 24 febbraio tra Russia e Ucraina, strettamente legati al sostegno che il governo Draghi ha assicurato a quest’ultima seguendo l’esempio di quasi tutti gli altri paesi europei, oltre che le richieste statunitensi.

I costi sono sostanzialmente di tre tipi: quelli legati alle sanzioni, quelli per gli aiuti militari e per i profughi, quelli eventuali per l’ingresso nell’UE e per la ricostruzione dell’Ucraina.

Le sanzioni scatenate dal tentativo di isolamento della Russia hanno provocato una diminuzione nelle quantità di gas e petrolio importato e contemporaneamente un aumento dei prezzi. L’aumento dei prezzi delle materie prime ha fatto da volano per l’aumento di tutti i beni correlati a vario titolo, dalla benzina alla pompa, ai trasporti, ai generi alimentari fino alle vacanze. Questo aumento dei costi, si badi bene, da importazione, ha causato un aumento dell’inflazione come non si vedeva da decenni. Di conseguenza, a parità di salario siamo tutti più poveri.

Giusto per aprire una parentesi ma rimanendo in tema, l’inflazione sarà combattuta con l’aumento dei tassi da parte delle banche centrali, il che farà aumentare il costo del denaro e quindi dei nostri mutui. E’ stato calcolato che già il primo aumento dei tassi deciso il 21 luglio dalla BCE di 0,50 punti porterà su un mutuo già contratto a tasso variabile di 200.000 euro un aumento di 60 euro al mese. Aumenti che dovranno essere sopportati anche da coloro che accenderanno nuovi mutui a tasso fisso.

Federconsumatori ha calcolato che il costo aggiuntivo medio in campo energetico e alimentare sarà di 1.228 euro a famiglia. La Cgia di Mestre calcola invece che il calo del Pil per il 2022 sarà di circa 24 miliardi e questo si tradurrà in una perdita media per ciascuna famiglia italiana di 929 euro.

Di fatto ci sono aumenti nel costo della vita che possiamo calcolare anche senza l’aiuto delle associazioni di consumatori, visto la loro incidenza sulla nostra vita quotidiana. La benzina a luglio 2021 costava mediamente 1,650 euro contro i 2 euro di oggi, le bollette del gas sono quasi raddoppiate sia per famiglie che imprese, prenotare una vacanza costa tra il 15 e il 20% in più come costa notevolmente di più fare la spesa al supermercato.

Ci sono poi i costi affrontati, e che stiamo continuando ad affrontare e pianificare, per il sostegno ai profughi ucraini e per gli armamenti. Si intendono sia le spese per le armi che inviamo direttamente sul posto, sia le spese per il mantenimento dei nostri militari in prima linea ai confini del “nemico” russo.

Draghi aveva dichiarato ad aprile che l’Italia aveva speso per gli aiuti umanitari 610 milioni di euro, di cui 110 inviati direttamente a Kiev. Il sole24ore aggiornava il 10 maggio la cifra a 990 milioni di euro, siamo a luglio ed è facile presumere che abbiamo superato il miliardo. Per la cronaca, Il fatto quotidiano denunciava il 30 giugno che lo Stato non aveva ancora assolto i suoi doveri nei confronti dell’80% dei privati che avevano aderito all’appello e avevano accolto cittadini ucraini.

L’invio di armamenti viene invece effettuato attraverso il nuovo strumento European Peace Facility (EPF) al quale l’Italia partecipa seconda la sua quota UE, ovvero il 12,5%. Lo stanziamento iniziale per il finanziamento dell’operazione di sostegno bellico all’Ucraina era di un miliardo, ma dovrebbe arrivare a un miliardo e mezzo. Per l’Italia il contributo impegnato è di 125 milioni, che arriverebbe a 187,5 milioni di euro se verrà deliberata l’ulteriore tranche ipotizzata.

Con questo strumento si supportano anche altri paesi nei quali sono in corso conflitti. Nel corso del 2021 sono stati spesi quasi 259 milioni di euro per forniture militari e supporto militare di vario genere a Paesi africani (85 milioni alla Somalia, 44 milioni al Mozambico, 35 milioni al G5 Sahel, 24 milioni al Mali e 10 milioni a Camerun, Chad, Niger e Nigeria), alla Georgia (12,75 milioni), alla Bosnia (10 milioni), alla Moldova (7 milioni) e all’Ucraina (31 milioni in ospedali da campo, sminamento, logistica e cyber-difesa). L’Italia ha fatto la sua parte sempre per il 12,5%.

Nell’ambito delle spese militari per il “contenimento” della Russia rientrano anche altri 78 milioni di euro necessari per mantenere in Romania un massimo di 12 caccia militari (inizialmente erano 4, attualmente sono 8) e 260 uomini, in Lettonia più di 200 alpini della Brigata Taurinense con decine di carri armati ruotati Centauro e cingolati da neve nell’ambito della missione NATO ‘Baltic Guardian’. Ci sono poi da conteggiare circa 200 marinai sulla fregata Fremm ‘Carlo Margottini’ e sul cacciamine Viareggio necessarie alla missione della forza navale permanente della NATO, cui la Marina Militare attualmente partecipa per le operazioni di contrasto nel Mar Nero e nel Mediterraneo orientale.

Ai costi cui stiamo già partecipando attivamente si potrebbero aggiungere quelli di un eventuale ingresso dell’Ucraina nell’UE. Come si sa l’Italia, insieme a Germania e Francia, è uno dei Paesi che rimette all’Unione più di quanto riceve. E’ un contributore netto, come si dice. Questo è dovuto principalmente all’ingresso dei paesi dell’Est come Polonia, Ungheria e Romania e a cui si aggiungerà, eventualmente, l’Ucraina che già prima della guerra era uno dei paesi più poveri d’Europa e che quindi sarebbe ovviamente un nuovo percettore netto di contributi italiani via Unione Europea.

A questo si aggiungerebbero i costi della ricostruzione. Sono costi davvero ipotetici, ma si consideri che a Lugano, in Svizzera, è andata in scena la “conferenza per la ripresa dell’Ucraina” dove il presidente Zelensky ha presentato un piano decennale per la ricostruzione da 750 miliardi di euro. Certo le bombe cadono ancora, ed è difficile immaginare quanto possa essere realistico un piano del genere. Tuttavia già molti nostri politici si sono fatti avanti, dichiarando che ovviamente l’Italia sarà in prima linea nella ricostruzione.

Guerra in Ucraina: niente di nuovo sul fronte occidentale?

Dopo 4 mesi di guerra, alcuni fatti oggettivi emergono:

La Russia sta conquistando, seppure con fatica, tutto il Donbass.

Le armi all’Ucraina non riescono a fermare l’avanzata dei russi.

Le sanzioni colpiscono i cittadini russi, la reazione russa anche tutti noi, ma non Putin (il rublo è sempre più forte).

Più la guerra procede, più aumentano distruzioni e morti (200-300 soldati ucraini al giorno, 26mila civili fino ad oggi e 38mila soldati russi, secondo fonti inglesi).

Cresce l’ inflazione (che durerà) e la de-dollarizzazione, cioè un Nuovo Sistema Monetario Internazionale che indebolirà il dollaro in un mondo che da global diventa bi-polare (prevalentemente).  Si profila una lotta in cui le conseguenze sono, sia per russi che per occidentali, un crescente impoverimento e una “gara” a chi cederà prima per arrivare a una pace.

La guerra porta a una recessione globale molto pericolosa per i fallimenti a cui potrebbe portare. Il debito (privato+pubblico) è salito dal 200% del 1999 al 350% del Pil mondiale e alcuni analisti (tra cui Nouriel Roubini, che spesso ci prende) prevedono un crollo di tutte le ricchezze reali e finanziarie e un’esplosione delle bolle (immobiliari, criptovalute, azioni e obbligazioni) anche del 50%.

Alle ultime elezioni amministrative italiane ha votato solo il 28% dei cittadini a basso reddito (63% di quelli a medio, 79% ad alto reddito): dal voto ideologico passiamo a quello economico.

Più la guerra avanza più si riducono le risorse della UE per il periodo fino al 2027, che servivano per rilanciare il welfare, l’occupazione e la “transizione ecologica”.

Il Governo italiano, per contenere le bollette stratosferiche, ha già speso 30 miliardi (metà del budget di Scuola e Università), inclusi i 200 euro che arrivano con le pensioni e stipendi dal 2 luglio, ma se l’inflazione sarà -come si stima- del 10% gli italiani perderanno nel 2022, in termini di potere d’acquisto, circa 88 miliardi (2.900 euro medi per famiglia).

Chissà quando arriverà la “pace”. Alcuni dicono mesi, altri anni, ma prima o poi un dopoguerra dovrà esserci. Dalla durata della guerra dipenderà il livello di impoverimento mondiale a cui andremo incontro. In estate il caldo e le vacanze faranno percepire la guerra più lontana, ma in autunno gli effetti andranno crescendo anche da noi. Al di là della benzina e di tutto il resto, a ottobre arriveranno le nuove bollette del gas. Dal 1° luglio Arera ha comunicato che non ci saranno aumenti per il trimestre luglio-settembre, in quanto saranno sterilizzati con 3 miliardi di altro debito pubblico, ma la stangata rischia di arrivare in ottobre-dicembre quando i consumi decollano. L’incremento dipenderà dal prezzo del gas alla borsa di Amsterdam perché a quello sono agganciate le bollette dei clienti del mercato cosiddetto “tutelato” (12 milioni nell’elettricità  – erano 24 milioni nel 2011;  7,675 milioni nel gas  – erano 17 milioni nel 2011). Gli aumenti ci saranno anche per chi ha contratti nel “libero” mercato. In questi giorni il prezzo del gas è 1,46 euro per metro cubo (era 0,80 in febbraio). In ottobre sapremo se sarà possibile mettere un “tetto” (pare di 0,90) al prezzo del gas russo, ma è molto improbabile che la Russia accetti e poiché il prezzo alla borsa di Amsterdam è legato al mercato (che per definizione è speculativo) in presenza di riduzione del gas russo, il prezzo internazionale potrebbe anche salire. A quel punto non rimane che fare ulteriore debito pubblico per evitare ulteriori aumenti.

Il Governo dopo aver tassato del 25% gli extraprofitti, ha chiesto un aiutino del 10% alle Utility e importatori (Snam,…) che ci stanno guadagnando tra il prezzo che hanno pagato all’import e quello che applicano ai clienti e pagheranno il 10% su questa differenza. Il 90% è invece un extraprofitto che si tengono loro (circa 40 miliardi). A parte qualche utility che ci sta perdendo (come le poche che hanno fatto contratti a prezzi fissi lo scorso autunno per un anno), per tutte le altre è un periodo d’oro.

Chi ha un contratto a “libero mercato” ha avuto un incremento dei prezzi di gas e luce molto forte negli ultimi 9 mesi (come molti sanno). Il prossimo trimestre gli aumenti, come detto, sono sterilizzati dal Governo ma le bollette rimangono alte (anche se non crescono); servono solo 3 miliardi perché i consumi in estate sono bassi. Cosa succederà invece in ottobre-dicembre? Si spera in un tetto al gas europeo o in una nuova sterilizzazione (ma siamo già a 30 miliardi di debito), ma anche con questa le bollette rimarranno altissime rispetto agli inverni passati. Per avere un’idea basta considerare come varieranno i prezzi di quei pochi fortunati (circa il 10% di famiglie) che avevano fatto un contratto annuale a prezzo fisso e non hanno avuto fino ad oggi alcun aumento. Le utility hanno mandato le lettere dei nuovi contratti unilaterali del gas (non puoi farci nulla, salvo disdettare e trovare un’altra utility che più o meno fa un prezzo simile). Così chi consuma 480 metri cubi all’anno passerà dal 1° ottobre da 230 euro a 750 euro, chi ne consuma 700 mc. da 300 a 1.050, e la “famiglia tipo” che consuma 1400 mc. da 500 a 2.000 euro, infine chi consuma 2mila mc. da 680 a 2.700. Un artigiano che consuma 5mila mc. pagherà 6.700 euro anziché 1.500. Per ora gli aiuti di Stato si limitano fino a consumi di 5mila m.cubi/anno. Più o meno idem per la luce.

Come si può capire, si tratta di un impoverimento significativo se si considera che anche il resto dei consumi sarà in forte aumento. Se la guerra procede le stime dell’inflazione variano dal 10% al 13% nei prossimi 2 anni. Significa una riduzione del potere d’acquisto in 2 anni del 25%, che si avvicina a quanto hanno subito i Greci nella crisi del 2008 (perdendo dal 25% al 35% del potere d’acquisto e per le pensioni dal 30% al 50%). Se poi ci sarà il razionamento del gas, saranno le famiglie a subirlo per prime (si stima mancherà il 20% del gas), in quanto quando vengono colpite le imprese si determina anche un calo dell’occupazione.

A confronto con gli ucraini queste sono piccolezze, se si pensa che già oggi metà degli abitanti delle zone in guerra hanno perso casa e lavoro e la devastazione del territorio e l’inquinamento in corso sono enormi; inoltre alcune decine di milioni di africani, insieme all’inflazione altissima, forse non avranno proprio il cibo. Le sanzioni colpiscono anche i cittadini russi che però sono abituati da decenni alle ristrettezze, mentre la Banca centrale russa e lo Stato hanno, paradossalmente, proprio da quando sono in atto le sanzioni, più risorse di prima. Le aziende russe che riducono la produzione hanno l’ordine di non licenziare e offrire alternative di lavoro in altre imprese o in agricoltura. Ciò rassicura la popolazione delle grandi città, che sono le uniche che Putin teme. E poiché le sanzioni occidentali sono percepite dall’83% dei russi come ingiuste, esse rafforzano l’adesione a Putin che si è liberato con la forza di ogni opposizione. L’idea che Putin sia defenestrato da un golpe interno o da una opposizione (messa a tacere) è quindi molto azzardata.

L’Europa con una mano dà le armi all’Ucraina e con l’altra paga Putin. E’ il paradosso di una Europa che ha acquistato 30 miliardi di gas e altri 30 di petrolio dalla Russia nei primi 100 giorni di guerra, molto più del periodo precedente per via degli alti prezzi innescati dall’invasione. Inoltre la Russia vende sempre più petrolio a Cina e India in quanto il greggio russo Ural costa (con lo sconto ai due paesi amici) 40 dollari al barile in meno di quello degli arabi (anziché i 10 di norma) e già oggi (l’embargo sul petrolio russo scatterà il 1° marzo 2023) Cina e India hanno completamente sostituito gli acquisti europei. Ora si pensa di vietare l’import dell’oro dalla Russia (che ha il più grande giacimento al mondo) e si vieta alla Svizzera di commerciarlo, ma per Cina e Russia avere più oro significa anche avere un “collaterale” che rafforza le proprie monete e se non c’è la Svizzera, ci sarà sempre un Dubai che le commercializza nel mondo.

Inutile, in un mondo diventato bi-polare le sanzioni contano pochissimo. L’Europa compra il costoso gas liquefatto dagli Usa anche perché la Cina ora lo compra dalla Russia e la costruzione in corso dei gasdotti Power Siberia sposterà il gas russo dall’Europa alla Cina. L’effetto di lungo periodo per noi europei sarà un gas ad un prezzo maggiore, una minore dipendenza dalla Russia ma maggiore dagli Usa e da altri Stati dispotici. La Russia invece dipenderà dalla Cina.

Ciò spiega la rivalutazione del rublo (+30% sul dollaro rispetto al pre-guerra), dopo che si era svalutato moltissimo nelle prime settimane dell’invasione. Gli analisti finanziari pensavano nelle prime settimane dell’invasione che la Russia avrebbe pagato un conto salatissimo ma, ora pensano che ciò non solo non sia più vero, ma che il conto salato lo potrebbero pagare gli Europei. Così si va indebolendo l’euro sul dollaro svalutatosi del 10% negli ultimi mesi (e anche sul rublo):le sanzioni funzionano”, come ha detto Draghi sembra, pertanto, più un desiderio che la realtà.

Procede il progetto di fare dello yuan una moneta internazionale alternativa al dollaro sostenuta, oltreché dalla Cina, da Russia e dai Brics (Brasile, India e SudAfrica). Il progetto si basa sugli scambi crescenti tra questi paesi e di Cina e Russia verso Nigeria, Senegal, Sudan, Costa d’Avorio, Togo, alcuni paesi Arabi e soprattutto India e Turchia, le quali (come avevamo già indicato in un precedente post) raffinano il greggio russo e lo esportano poi verso i paesi europei aggirando le sanzioni (la Turchia fa parte della Nato…).

Ciò spiega perché gli Stati Uniti siano preoccupati del dinamismo cinese, che si traduce nel prestare soldi ai vari paesi a medio reddito in giro per il mondo (africani, ora il Pakistan,…), sapendo che esso è uno strumento eccezionale di strategia geopolitica per portare questi paesi nella sfera d’influenza cinese. Usa ed Europa rispondono così alla Cina con una propria strategia da 600 miliardi verso i paesi poveri (speriamo che la “concorrenza” faccia bene).

C’è chi pensa che da metà luglio con le nuove armi occidentali l’Ucraina possa riconquistare il Donbass. Il timore è che il prolungarsi del conflitto mandi in tilt più l’Occidente che la Russia. L’Occidente ha cittadini meno avvezzi a sopportare pesanti disagi, e questi cittadini votano. Negli Stati Uniti l’inflazione ha superato il 9% e un grave incidente alla produzione del gas liquefatto ha ridotto del 17% l’estrazione. Cresce così la preoccupazione che l’inflazione potrebbe alzarsi in piedi ben oltre il 10%, nonostante il rialzo dei tassi di interesse della Fed Usa che potrebbe avviare una recessione prima delle elezioni di novembre di mid term. La cosa terrorizza Biden che ha un consenso ai minimi termini e fatica a defiscalizzare la benzina perché fa perdere preziose entrate per le infrastrutture già avviate. Queste “grane” hanno messo in allarme Biden e potrebbero portare ad una “svolta”, in cui, insieme al formale sostegno di sempre all’Ucraina, si adotti un approccio più morbido e si giunga così ad un negoziato in autunno. Certo che se ci fosse un’ Europa tutto sarebbe più semplice, ma purtroppo non c’è nessuna Europa.

Carestia: la battaglia del grano tra Europa e Nazioni Unite

 

da german-foreign-policy.com

L’UE sta bloccando gli sforzi delle Nazioni Unite per portare il grano ucraino sul mercato mondiale attraverso la Bielorussia. Intanto la Russia e la Turchia stanno aprendo la strada alle esportazioni di grano ucraino.

L’UE si oppone agli sforzi delle Nazioni Unite per scongiurare la crisi mondiale della fame, sia in termini di guerra che di sanzioni. Si tratta del piano di trasferire le enormi riserve di grano dell’Ucraina attraverso la Bielorussia nei porti dei paesi baltici e di spedirle da lì. Il piano, sostenuto dal segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, è considerato l’unica alternativa sensata al recente blocco del trasporto del grano attraverso il Mar Nero. Tuttavia, l’UE non è disposta a creare le condizioni per il successo del piano e a revocare le sanzioni contro le esportazioni bielorusse di fertilizzanti.

Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, è favorevole alla revoca di queste sanzioni per garantire l’approvvigionamento globale di fertilizzanti. In una mossa anche simbolicamente significativa, Bruxelles ha inasprito le sue sanzioni contro i produttori di fertilizzanti bielorussi venerdì. C’è d’altra parte il tentativo delle Nazioni Unite di avviare l’esportazione di grano ucraino attraverso il Mar Nero. La Russia e la Turchia prevedono le prime consegne ucraine da Odessa.

Il duplice approccio delle Nazioni Unite

La scorsa settimana le Nazioni Unite hanno compiuto progressi tangibili nel tentativo di evitare la crisi della fame a livello mondiale, una minaccia sia a causa della guerra in Ucraina che delle sanzioni occidentali. Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha dichiarato che l’obiettivo è quello di “reintegrare la produzione alimentare ucraina” e “i prodotti alimentari e fertilizzanti prodotti dalla Russia e dalla Bielorussia” nei mercati mondiali.[1]

In effetti, entrambi sono necessari per garantire l’approvvigionamento alimentare globale. Prima della guerra l’Ucraina ha fornito circa il 10% delle esportazioni globali di frumento e orzo e circa il 16% delle esportazioni mondiali di mais; la Russia, a sua volta, è il principale esportatore di grano, mentre la Russia e la Bielorussia insieme hanno fornito circa il 40% delle esportazioni globali di sali di potassio necessari per la produzione di fertilizzanti. Senza fertilizzanti, il prossimo raccolto non sarà sufficiente per fornire abbastanza cibo al mondo. L’approccio seguito dalle Nazioni Unite dall’inizio della guerra in Ucraina di consentire le esportazioni ucraine oltre a quelle russe e bielorusse, ha le sue ragioni.

Soluzione in vista

Una soluzione si profila attualmente per l’esportazione di frumento dall’Ucraina, che tradizionalmente si svolge per oltre il 95% attraverso il Mar Nero. In questo momento ci sono diversi ostacoli. Da un lato, i porti ucraini sono occupati dalla Russia o bloccati dalla Marina russa. In secondo luogo, per prevenire gli attacchi russi dal mare, la marina ucraina ha minato le acque costiere. La scorsa settimana, dopo i colloqui a Mosca, la segretaria generale dell’UNCTAD Rebeca Grynspan e poi il coordinatore delle Nazioni Unite per gli aiuti d’emergenza Martin Griffiths hanno dichiarato che i colloqui sono stati “costruttivi” e sperano in una soluzione. È noto che il presidente russo Vladimir Putin ha accettato in linea di principio di porre fine al blocco dei porti. La Turchia, a sua volta, si assumerà il compito di rimuovere le mine navali ucraine e di condurre in sicurezza le navi cariche di grano attraverso il Mar Nero.[2]

Dopo intensi negoziati bilaterali alla fine di maggio, gli osservatori sperano in una svolta nei colloqui del ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu con il suo omologo russo Sergei Lavrov ad Ankara. Secondo quanto riportato dai media russi e turchi, un successo è imminente.

L’effetto di dispersione delle sanzioni

Tuttavia, non è ancora chiaro come garantire la seconda parte dell’approccio delle Nazioni Unite, cioè le esportazioni russe e bielorusse di cereali e fertilizzanti. Sia l’UE che gli Stati Uniti si nascondono dietro l’affermazione che non hanno introdotto sanzioni alla Russia per questi prodotti. Questo è vero, ma nasconde che, da un lato, le sanzioni transatlantiche contro i sali di potassio provenienti dalla Bielorussia persistono e, dall’altro, le esportazioni russe sono enormemente complicate da misure punitive che colpiscono i trasporti e il settore finanziario. Inoltre, il timore di un’ulteriore estensione delle misure di embargo dell’Occidente ha un impatto negativo su qualsiasi commercio. Questo effetto di dispersione delle sanzioni è ben noto dai precedenti regimi sanzionatori; non di rado ha persino impedito aiuti umanitari (ha riferito german-foreign-policy.com [3]).

Come riportato, Washington è ora pronta a contrastare l’effetto di dispersione delle sanzioni sulle esportazioni russe di cereali e sali di potassio. A tal fine, si potrebbe rilasciare alle aziende interessate una sorta di certificato di sicurezza, ha detto Linda Thomas-Greenfield, ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite.

Piano baltico bielorusso di Guterres

Gli sforzi delle Nazioni Unite sono attualmente sabotati soprattutto dall’Unione Europea. Ciò riguarda in particolare la possibilità di esportare le scorte di grano ucraino non solo attraverso il Mar Nero, ma anche via terra. È vero che la Germania sta attualmente lavorando per organizzare l’esportazione di cereali ucraini per ferrovia attraverso la Polonia e la Germania; il trasporto è pianificato, ad esempio, attraverso i porti tedeschi o italiani (ha riferito german-foreign-policy.com [5]).

Il fatto che i binari nell’ex Unione Sovietica hanno uno scartamento diverso da quelli dell’Europa occidentale, crea però notevoli problemi perché al confine ucraino-polacco le merci devono essere trasferite su altri treni. Ciò richiede così tanto tempo che, secondo gli esperti, solo una piccola parte delle scorte ucraine può essere spostata in tempo. Un’alternativa praticabile è il trasporto dei cereali attraverso la Bielorussia in uno dei porti del Baltico, in particolare a Klaipėda, in Lituania. In questo modo, due terzi delle oltre 20 milioni di tonnellate di cereali attualmente immagazzinate in Ucraina potrebbero essere resi disponibili. Il segretario generale delle Nazioni Unite Guterres è favorevole.

“Categoricamente escluso”

Le sanzioni dell’UE contro la Bielorussia si oppongono al progetto. Minsk è disposta a organizzare il trasporto del grano attraverso il suo territorio, ma in cambio chiede che una parte delle sue esportazioni sanzionate venga riammessa attraverso porti come quello di Klaipėda. Ciò è abbastanza in linea con il piano delle Nazioni Unite di rendere nuovamente possibili le esportazioni di sali di potassio dalla Bielorussia per garantire l’approvvigionamento alimentare globale. Tuttavia, ora l’UE si oppone: “sia gli Stati membri che la Commissione escludono categoricamente la revoca o anche solo l’allentamento delle sanzioni contro la Bielorussia”, è stato riferito la scorsa settimana [6].

Negli ultimi tre mesi, Bruxelles ha cercato di attirare Minsk con offerte finanziarie per distogliere l’attenzione da Mosca; è “sorprendente” che, dopo le sanzioni del 9 marzo, l’UE abbia inizialmente imposto ulteriori sanzioni solo contro la Russia, ma non contro la Bielorussia. Tuttavia, il governo bielorusso non ha tenuto conto delle avances dell’UE e ha chiarito che i tentativi di creare un cuneo tra loro e la Russia sono destinati a fallire.

Le priorità dell’UE

L’UE ha quindi tratto le dovute conseguenze e venerdì ha imposto nuove sanzioni alla Bielorussia. Queste sono dirette concretamente contro la società Belaruskali, il più grande produttore di sali di potassio del paese, contro il capo della società, Ivan Golowaty, e contro la società di esportazione Belarusian Potash Co., che gestisce le esportazioni di Belaruskali verso i paesi stranieri. L’imposizione di sanzioni contro le aziende i cui prodotti Guterres cerca di rendere nuovamente disponibili per scongiurare una crisi globale della fame è un affronto diretto alle Nazioni Unite. Dimostra che per l’UE l’indebolimento degli Stati avversari è chiaramente prioritario rispetto alla prevenzione di una crisi della fame.

Per saperne di più: La carestia I e la La Carestia II.

NOTE:

[1] Sharon Marris: World hunger at ‘new high’, UN warns, with enough grain to feed millions stuck in Ukraine. sky.com 19/05/2022.

[2] William Mauldin, Jared Malsin, Evan Gershkovich: Black Sea Grain Talks Gain Steam as Russia, Turkey Eye Cooperation. wsj.com 01.06.2022.

[3] Vedere a questo proposito, la svolta dell’Iran verso est e la fame è fatta (II).

[4] William Mauldin, Jared Malsin, Evan Gershkovich: Black Sea Grain Talks Gain Steam as Russia, Turkey Eye Cooperation. wsj.com 01.06.2022.

[5] Vedere La carestia.

[6] Thomas Gutschker, Friedrich Schmidt, Reinhard Veser: Buhlen um Lukashenko. Frankfurter Allgemeine Zeitung 03.06.2022.

[7] Bielorussia: EU adopts new round of restrictive measures over internal repression. consilium.europa.eu 03.06.2022.

Traduzione dal tedesco di Filomena Santoro. Revisione di Thomas Schmid.

L’articolo originale può essere letto qui

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Napoli, 20 maggio. Al Cinema dei Diritti Umani “Il diario italiano di Olga” badante ucraina

di: Redazione Italia Pressenza 

Venerdì 20 maggio 2022 alle ore 17.30

Palazzo Reale di Napoli. Ospite Elena Rubashevska.

Appuntamento straordinario per la kermesse “Cinema di Pace”, che per l’occasione si sposta al Palazzo Reale di Napoli, le cui monumentali sale ospiteranno la proiezione di “Il diario italiano di Olga”.

Il film, del 2018, racconta la storia di Olga, badante ucraina trasferitasi a Napoli oltre 20 anni fa. Un racconto che torna prepotentemente attuale alla luce del conflitto nell’Europa dell’est. Alla proiezione, oltre a diversi esponenti della comunità ucraina a Napoli, parteciperà Elena Rubashevska. Regista e critico cinematografico, Rubashevska è caporedattore di FIPRESCI e coordinatore dell’OKO International Ethnographic Film Festival dI Odessa (Ucraina). Ha lavorato come regista e sceneggiatrice, creando contenuti multimediali per organizzazioni non governative come WWF, OSCE e con le Nazioni Unite, con particolare attenzione ai progetti relativi all’est dell’Ucraina. Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina nel 2022, è entrata a far parte dell’Enegra Camerimage International Film Festival of the Art of Cinematography (Polonia).

L’incontro del 20 maggio è organizzato dal Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli e Gesco, insieme alla Fondazione Premio Napoli. Interverranno nel dibattito Maurizio Del Bufalo (coordinatore del Festival), Sergio D’Angelo (presidente Gesco) e Carmen Petillo (presidente Premio Napoli). L’ingresso è libero fino a esaurimento posti.

L’appuntamento segue l’incontro dedicato all’Ucraina di giovedì 19 maggio a Salerno, dove nell’ambito della rassegna “Cinema di Pace” de “I Giovedì dei Diritti Umani” si terrà un appuntamento dal titolo “Memorie del Donbass” con due corti che raccontano com’era Mariupol prima dell’invasione russa e la convivenza tra le minoranze russe e la società ucraina. L’appuntamento è all’Archivio di Stato alle ore 16.30 e anche in questa occasione ad animare il dibattito ci sarà Elena Rubashevska.

IL DIARIO ITALIANO DI OLGA

Olga è una donna migrante la cui vita è piena di imprevisti, abbastanza da riempire varie telenovela, eppure, è così simile alla vita di molte donne che vivono la sua condizione: le badanti ucraine in Italia. Olga crede nell’amore e pensa che sia possibile trovare una bella relazione romantica anche all’età di 57 anni. Il cortometraggio è un’intima sbirciatina in uno dei temi tabù contemporanei: la vita intima delle donne migranti fuori di casa. Riuscirà Olga ad avere da Napoli un’opportunità e a trovare un affetto vero tra condanna e sospetto

In copertina: Elena Rubashevska

Bologna. Aggressione nazi-fascista a una militante politica

La notte del 4 maggio una ragazza di 22 anni è stata vittima di un’aggressione e tentativo di violenza sessuale da parte di esponenti ucraini legati a gruppi di estrema destra. L’aggressione, di matrice nazi-fascista, per fortuna è stata limitata nei danni grazie alla pronta risposta della ragazza, e lo stupro sventato.

Gli aggressori, due uomini e una donna, hanno pedinato la giovane tra le vie del centro cittadino di Bologna, mentre questa rientrava da una serata con gli amici. Nessun tentativo di furto e nessuna parola proferita tra i tre dimostrano come questa vile aggressione fosse mirata a danneggiare la ragazza. La giovane attivista, appartenente a Cambiare Rotta Organizzazione giovanile comunista, non è stata una vittima casuale.
L’episodio, già preoccupante se preso singolarmente, si inserisce in un quadro molto più allarmante .

Infatti le provocazione cominciano il 23 aprile in occasione del festival popolare “Oltre il Ponte”. Durante la giornata di festa organizzata nel quartiere Bolognina dal Circolo Granma e partecipata da tante realtà, si è verificata una gravissima provocazione da parte di alcuni Ucraini Banderisti. Nel tardo pomeriggio, in brevissimo tempo, un gruppo di circa quaranta uomini e donne ucraini si sono presentati alla festa e impegnati nel tentativo di contestare violentemente un banchetto del Comitato Ucraina Antifascista. Fortunatamente la pronta risposta degli organizzatori è riuscita a impedire la minaccia. Nonostante saluti romani e bandiere naziste atti a provocare, la situazione è stata gestita senza l’uso della forza, e gli aggressori fascisti allontanati.
Durante l’aggressione alla festa i provocatori hanno acclamato il ruolo di Stepan Bandera, leader dell’Organizzazione di Nazionalisti Ucraini, come eroe, e hanno definito la strage degli ebrei ucraini come un fatto giusto e necessario alla costruzione della patria.
Dopo le provocazioni arrivano le minacce. Gli uomini hanno minacciato di ammazzare e sgozzare chi si era posto in difesa del banchetto e della festa. Durante le ore di tensione gli aggressori hanno più volte intonato il coro “slava Ukraini”, slogan nazionalista utilizzato dal nazismo di Bandera. Hanno inoltre rivendicato all’appartenenza al gruppo paramilitare di estrema destra Pravy Sector.

Esponenti di questo gruppo si sono presentati anche nei giorni successivi.

Gruppi poco numerosi si sono presentati sia per la manifestazione per il 25 aprile, sia per la piazza organizzata da USB per il 1 maggio. In tali occasioni non hanno provocato fisicamente ma si sono limitati a fare foto e video alle facce di chi, appena pochi giorni prima, aveva impedito il loro tentativo di violenza.
Nella stessa notte del 1 maggio sono state tagliate le ruote di una macchina utilizzata per lo scarico dei materiali durante la giornata. C’è stato il tentativo di forzare la porta del Barnaut, bar che ha partecipato alla giornata e ritrovo di molti degli organizzatori.

Un’escalation di provocazioni e minacce culminata nella vile aggressione del 4 maggio.

Quanto avvenuto in queste settimane non è casuale, ma arriva contestualmente all’escalation bellica nell’est Europa. All’interno delle nostre città cresce sempre più un clima guerrafondaio e interventista, in cui azioni squadriste da parte di banderisti ucraini sono legittimate e passano inosservate. L’invio di armi in Ucraina e l’appoggio a gruppi neo-nazisti quali Pravyj Sectron e il Battaglione Azov legittima l’espansione e l’operato di gruppi di estrema destra in tutta Europa. In Italia, dove la comunità Ucraina è molto forte, la propaganda di guerra esalta quegli elementi che ora adducono a una caccia al nemico interno.

Questa situazione allarmante e pericolosa minaccia l’agibilità democratica e politica nelle nostre città, minaccia la libertà di chiunque di noi. È una diretta conseguenza di una politica guerrafondaia e di una retorica di minaccia che giornali e telegiornali portano avanti da mesi. Queste organizzazioni di stampo nazi-fascista stanno prendendo piede nel nostro paese come in molti altri in Europa.

I fatti di Bologna non sono isolati, si inseriscono in un quadro di tensione che prende tutto il paese. Ricordiamo ad esempio il lancio di molotov contro l’abitazione di una coppia di russi a Livorno, o ancora la propaganda razzista comparsa sui muri di Napoli, o le provocazioni a Senigallia durante un’iniziativa di Potere al Popolo contro la guerra.

Di seguito lasciamo la conferenza stampa tenuta da USB- Unione Sindacale di Base, Potere al Popolo e Cambiare Rotta sui fatti accaduti a Bologna: [qui]

Pilies Street at dusk, Vilnius, Lithuania

Viaggio a Vilnius

 

L’aereo atterra a Vilnius in perfetto orario, poco dopo le sette di una sera di dicembre, anche se l’impressione è che sia già notte fonda. Un paio di militari mi osservano pigri mentre esco dall’aeroporto, e le prime cose che mi accolgono nella capitale lituana sono il freddo tagliente e le luci giallastre dei lampioni che si riflettono sulla poltiglia lasciata sull’asfalto da nevicate recenti.

Potrei prendere un autobus per il centro, ma la prospettiva di un’attesa all’aria aperta con una temperatura già abbondantemente sotto lo zero mi fa desistere dall’idea. Sono abbastanza fortunato da poter buttare via una quindicina di euro per un taxi e accetto un passaggio verso la città. L’autista è un uomo sulla cinquantina, non parla inglese ma è cordiale, tradisce la voglia di fare quattro chiacchiere in questa sera da lupi. Comunichiamo come possibile, con le poche parole del mio russo approssimativo.

La velocità di crociera è simile a quella di una lumaca, ma un leggero nevischio ha appena ripreso a scendere e la strada bagnata e la visibilità inducono alla prudenza. Le prime immagini che scorrono dal finestrino sono di quelle che ti attendi a queste latitudini: casette di legno dall’aspetto pericolante, impianti industriali che danno l’impressione di vecchie acciaierie dismesse, piccoli condomini a tre piani persi nel nulla.

Mano a mano che ci avviciniamo la città prende forma, si rivela agli occhi la periferia fatta di palazzoni anonimi. Blocchi autarchici con negozietti e bazar al piano terra per i bisogni di prima necessità. Monoliti di stampo socialista, divisi l’uno dall’altro dalle rivendite di giornali e sigarette, piccoli chioschi rossi ormai schiacciati dalle insegne delle grosse catene occidentali di supermercati che iniziano a spuntare come funghi, e che da queste parti rappresentano le uniche luci chiare e intense come luna park in questa notte senza luna.

E poi uffici, palazzi di vetro dall’aspetto più moderno, contemporaneo, la città che tenta di rifarsi il trucco, che rincorre i modelli e gli standard delle capitali occidentali, in cerca di un’identità sganciata dal passato sovietico.

Il taxi mi scarica in pieno centro, proprio sotto il mio alloggio in – letteralmente “La via Tedesca”, per via del fatto che fin dal 1300 una comunità di mercanti e artigiani tedeschi si era stabilita su questa strada – a due passi dalla piazza del municipio e dalle strade del lusso. Mi sistemo alla meno peggio in un appartamento piccolo ma funzionale, con grandi finestre che danno sulla strada alberata.

Vokiečių gatvės - Vilnius
Vokiečių gatvės – Vilnius

La voglia di esplorare è più forte del freddo e nonostante il termometro segni già un meno dieci mi copro alla meglio ed esco in strada. Chi mi accompagna vorrebbe subito portarmi a vedere lo splendore e la grandeur in salsa locale di Viale Gediminas o Piazza dalla Cattedrale, luminarie, mercatini e alberi di Natale, ma la verità è che preferisco perdermi per i vicoli della città vecchia attorno a via Pilies e Aušros Vartai, meno battuti dai turisti e dall’aria più intima, autentica.

Appena girato l’angolo delle strade principali le luci si fanno più fioche, più rade, creando un’atmosfera mitteleuropea, dove grosse porte di legno nascondono gli ingressi di rumorose taverne e osterie, ambienti caratterizzati dai camini scoppiettanti, solidi tavoli di legno e pietanze nelle quali borsch ed altre portate a base di carne e patate la fanno da padrone.

Aušros Vartai - Vilnius
Aušros Vartai – Vilnius

Ospitali rifugi dal freddo che ti circonda e che ti entra nelle ossa, strade e menu che sono l’eredità di un luogo che per secoli ha risentito di influssi slavi, tedeschi, polacchi, fino alle comunità di ebrei ashkenaziti. Questi ultimi meriterebbero un capitolo a parte, se ci si ferma per un attimo a pensare che prima del 1941 circa 60.000 ebrei vivevano nella sola Vilnius, che non a caso era anche conosciuta come la ”Gerusalemme del Nord”. L’arrivo dei nazisti, non senza l’attivo supporto di milizie locali, fece il resto, e a guerra finita non rimanevano che poche migliaia di sopravvissuti, in una dinamica simile a quella avvenuta in altri stati “liberati” dalla Wehrmacht dal Baltico al mar Nero. Un massacro fatto comodamente sul posto, per il quale non fu necessario nemmeno la sforzo della deportazione. Si stima che nella foresta di Paneriai, appena a dieci chilomentri dalla città, furono sterminati e seppelliti da nazisti e collaborazionisti lituani circa 50.000 ebrei nello spazio di tre anni. Donne, uomini, bambini, senza alcuna distinzione. E se la Germania non ha mai smesso di fare i conti con il passato, qui si fa decisamente più fatica ad assimilare il tutto, ad ammettere di essere stati parte di questa tragedia, nonostante i vari memoriali eretti e sparsi nei punti giusti.

Lasciamo le strade del vecchio ghetto assieme ai fantasmi che lo popolano, e continuiamo in quella che più che una passeggiata sta diventando un viaggio temporale, mentre nel buio della notte le sagome dei campanili, che fanno di questa città una capitale del barocco, svettano tutt’attorno, si erigono sopra i tetti e gli abbaini, accompagnano i nostri passi. Ci dirigiamo verso la Porta dell’Aurora, l’ultimo dei nove antichi ingressi del centro storico rimasto intatto, con l’icona della Madonna nera che dall’alto guarda verso il basso, in un atmosfera mistica che per pochi metri è capace di riportare a un rispettoso silenzio anche il più convinto tra atei e agnostici.

Paneriai Memorial - Vilnius
Paneriai Memorial – Vilnius

Più ci si allontana dal centro, più l’atmosfera baltica e mitteleuropea lascia spazio all’eredità slava, a quello che rimane dell’esperienza socialista.

Poche centinaia di metri e giovani hipster, caffè dal design scandinavo e negozi di antiquariato vengono sostituiti da chioschi colmi di bibite e biglietti della lotteria, vecchi filobus Škoda di fabbricazione cecoslovacca, piccoli bazar. Babushke dalle forme generose con l’immancabile foulard sui capelli e uomini dall’età e dall’umore indefinibile ti osservano quasi fossi un alieno, in quello che sempre più appare come un salto nel tempo, che ti fa ritrovare di colpo nell’Unione Sovietica dei Gorbachev e degli Eltsin, anche se ormai è passato quasi mezzo secolo.

Basta attendere il mattino successivo per averne conferma, per vedere i venditori di sogni del centro e le catene internazionali venire gradualmente rimpiazzate dal caos slavo: negozietti di seconda mano dove è possibile trovare un po’ di tutto, mercati coperti di abbigliamento dalle marche incerte importato da Turchia e Cina, gli immancabili venditori di fiori agli angoli delle strade. Mi chiedo quanto questa realtà disordinata possa ancora durare, con i vecchi edifici e le “kommunalke” che uno dopo l’altro vengono acquistati da gruppi privati per diventare appartamenti di lusso, o in alternativa destinate ad accogliere turisti di passaggio, a generare profitti.

Una moltitudine di città nella città, dove le atmosfere di Leipzig convivono con quelle di Chișinău. Non a caso, “Educazione Siberiana”, il film di Gabriele Salvatores tratto dal romanzo di Nicolai Lilin è ambientato in Transnistria, un’area indipendentista e russofona della Moldavia, è stato girato proprio nella periferia di Vilnius. Simili gli scenari e le vibrazioni, eredità dell’occupazione sovietica.

Neris river - Vilnius
Neris river – Vilnius

Qui il nemico è decisamente a est, l’antico dominatore incarnato dalla Russia sterminata e tutto quello che rimane dei suoi satelliti. Il confine bielorusso e il varco di Sulwaki – la lingua di terra che porta all’enclave di Kaliningrad – sono appena a trenta minuti di strada, e i cartelli stradali già indicano in blu la strada per Minsk. A Vilnius i miei coetanei ancora si ricordano bene i fatti del 1991, quando dopo la proclamazione d’indipendenza nel 1990, il governo sovietico inviò l’armata rossa per riprendersi il possedimento ribelle, e occupò parte della città per diversi mesi. Fino a quando il Cremlino, a seguito della resistenza incontrata, non si decise a riconoscerne l’indipendenza.

Date e memorie difficili da dimenticare, relativamente recenti ma già punto fermo della storia lituana.  Eventi che si tramandano alle nuove generazioni come odi di saghe nordiche e vichinghe, che con i loro martiri non solo marcano un avvenimento storico, ma vanno anche a nutrire l’ipernazionalismo che si respira in giro. Ferite e cicatrici che ancora bruciano nell’anima di questo popolo, dei quali è difficile parlare senza suscitare reazioni ed emozioni.

Ma del resto se l’empatia è riuscire a mettersi nei panni dell’altro, quando ti ritrovi a crescere in questo angolo d’Europa e difficile dargli completamente torto. Se poi come vicino di casa ti ritrovi un Lukashenko che decide di fare intercettare un volo di linea Ryanair Atene-Vilnius pieno di vacanzieri lituani per dirottarlo a Minsk – giusto il tempo di arrestare un dissidente bielorusso che sapevano trovarsi su quell’aereo per poi organizzare un’abiura a reti unificate  – capisci come le percezioni del rischio possano essere diverse, a seconda del luogo dove si è nati e cresciuti, e alle distanze di sicurezza rispetto a confini più instabili, più imprevedibili.

Per non parlare poi delle tensioni più recenti a seguito degli avvenimenti in Ukraina, che riguardano da vicino tutta l’area del Baltico e oltre, dalle sabbie di Neringa fin quasi ai ghiacci del circolo polare. E che stanno esasperando ulteriormente quel nulla che ormai rimane dei rapporti con Mosca.

Se solo fosse possibile, in questi giorni dal futuro incerto, immaginare di potere cancellare tutto: ipernazionalismi, nuove voglie d’impero, atlantismi e pretese territoriali dal sapore irredentista. Ma perdersi nelle sponde e nella foschia del Neris, il fiume che divide la città vecchia da nuovi quartieri di grattacieli e uffici ipermoderni, e pensare che si tratti di un bel giorno di primavera. Attraversare il centro nelle sue strade più intime, immobili nel tempo, arrivare fino a Užupis, l’area che si sviluppa verso la collina e dalla quale è possibile ammirare tutta la città, i suoi tetti rossi e la moltitudine di campanili eretti verso il Cielo in uno sforzo mistico, sedersi per un caffè all’aperto, godersi la luce tagliente del nord e il vento fresco in un pomeriggio di fine maggio, lasciare scorrere il tempo senza pensieri.

Vilnius, un luogo che, pur sotto diverse bandiere, per secoli ha rappresentato la casa di mercanti Tedeschi, Ebrei, Polacchi, Russi e Lituani, in un equilibro spezzato definitivamente dai vari ismi e tutti i tragici eventi del secolo breve. Quel passato che dovrebbe essere di monito per il presente, e di cui ci si scorda sempre troppo facilmente. Storie di cui solo i libri, per chi ha voglia di andarseli a leggere, sono ormai rimasti testimoni, e rimpiazzate da altre, dal sapore più patriottico e più funzionali a celebrare miti ed eroi di questa giovane repubblica.

Ma per chi sa ascoltare, la città continua a parlarti, a sussurrarti i suoi segreti. La chiesa ortodossa di San Nicola, la Porta dell’Aurora, la Sinagoga Corale, la chiesa di Sant’Anna, le strade del Ghetto, la cattedrale. E tutto il resto che ti circonda, e che non è elencato nelle guide turistiche. I filobus Škoda, gli artisti e i caffè di Užupis, i palazzi dall’intonaco scrostato e le taverne dalle luci soffuse con i loro camini scoppiettanti e menu immutabili. Dove goulash, shashlik o pierogi possono giocare con l’immaginazione, farti credere di essere in un altro luogo, che potrebbe essere Praga come Kiev.

Republic of Uzupis
Republic of Uzupis

Ritorniamo nel mio appartamento con il termometro che è sceso a meno quindici. Ha ripreso a nevicare, e già la strada sottostante è deserta, in una calma surreale. Solo qualche passante solitario si affretta verso casa, tutto il resto è silenzio. Penso al posto di dogana poco distante, dove probabilmente qualche milite lituano e bielurosso in odore di punizione è stato messo a difendere la patria dall’invasore e pattugliare una strada in mezzo ai boschi dalla quale stanotte non passerà nessuno, nemmeno qualche bracconiere o trasportatore di contrabbando.

Finalmente mi butto a letto, e nel più assoluto silenzio penso a questo luogo che è allo stesso tempo Cracovia, Leopoli, Novgorod e Berlino. Il vero centro geografico dell’Europa, l’ultima grande città a cavallo tra il mondo slavo e asburgico, prima delle foreste e delle steppe che portano a oriente, verso altre storie e altri confini.

Letture consigliate:
Paolo Rumiz, Trans Europa Express, Feltrinelli
Jan Brokken, Anime baltiche, Iperborea
Ruta Sepetys, Avevano spento anche la luna, Garzanti

Foto di copertina e nel testo: Wikimedia Commons

Pacifismo e costituzionalismo globale*
Un intervento di Luigi Ferrajoli

 

La divisione, lo scontro, la guerra, è arrivata anche in Italia.
La cronaca delle manifestazioni e contro-manifestazioni dell’ultimo 25 aprile hanno reso evidente questa realtà. Preoccupante. Ogni giorno di più, la posizione pacifista (in cui ci riconosciamo) che antepone ad ogni opzione quella della trattativa, che si oppone all’escalation bellicista e quindi all’aumento delle spese militari e all’invio di armi in Ucraina, che critica gli atti recenti e presenti della Nato, è ricacciata nell’angolo, sempre più avversata – colpevolizzata, spesso sbeffeggiata – da un vastissimo fronte politico (dal Pd a Fratelli d’Italia) come dalla propaganda dei mezzi di comunicazione mainstream. Le ragioni e le voci che chiedono “la pace subito” – compresa quella di un vecchio papa – sembrano soffocate da un folle vento di guerra.
Le notizie di ieri: la posizione super interventista di Londra,  il nuovo invio di armi con capacità offensiva deciso dal governo Draghi, le risposte minacciose della Russia, sembrano allontanare sempre più le speranze di arrivare alla pace o anche solo a una tregua. Stiamo così scivolando verso un probabile allargamento del conflitto dai contorni imprevedibili. La guerra mondiale nucleare non è più un vago scenario fantascientifico, ma una possibilità concreta. Di cui parlano ormai apertamente i Capi di Stato, ad Est come ad Ovest.
Per questo, per opporre qualche sensato ragionamento alla follia della rincorsa alla guerra, ci sembra importante far conoscere ai lettori  di periscopio questo importante e autorevole intervento di Luigi Ferrajoli, uscito il 23.04.2022 su Questione giustizia online, la rivista ad accesso libero e quotidianamente aggiornata, promossa da Magistratura Democratica.
Tra i tanti lettori, come tra i redattori e i collaboratori di questo libero quotidiano, la tragedia della guerra in Ucraina viene vissuta, commentata e giudicata in modo non univoco. Vorremmo però che, per onorare il ruolo della stampa libera, ci accostassimo ad ogni articolo e riflessione con una mente libera, senza esibire certezze di seconda o terza mano, fuori dal condizionamento che ci impone la vulgata dominante. L’esibizione di muscoli e di incrollabili certezze non servono. Al contrario, abbiamo  bisogno di ascoltare, di capire, di interrogarci. Altrimenti non sarà possibile arrivare a una qualche ragionevole conclusione. Tantomeno alla pace.
(Francesco Monini)

di Luigi Ferrajoli
ex magistrato, professore emerito di Filosofia del diritto, Università di Roma Tre

Sommario:
1. Il dovere di trattare – 2. La necessità di coinvolgere nella trattativa i paesi della Nato. Il ruolo che dovrebbero svolgere gli organi dell’Onu, convocati in seduta permanente – 3. 3. Due visioni del futuro del mondo  – 4. Per una Costituzione della Terra

Nei 77 anni che ci separano da Hiroshima e Nagasaki, il pericolo di un conflitto nucleare non è mai stato così grave e incombente come quello corso durante la guerra criminale scatenata dalla Russia contro l’Ucraina. Per questo il comportamento delle potenze della Nato di fronte a questo pericolo è stato, fin dall’inizio, irresponsabile. Proprio il fatto che Putin, secondo il coro unanime dei media e di tutti i governanti occidentali, è un despota feroce, dovrebbe consigliare di prendere sul serio la sua minaccia, formulata fin dal 13 marzo, di una “reazione nemmeno immaginabile”. Giacché questo despota ha già mostrato ciò che è capace di fare, è fornito di armi nucleari come ha più volte voluto ricordare ed è quindi ben possibile, se crescerà la tensione, che ne faccia uso. La sola cosa seria da fare dovrebbe essere quindi l’impegno di tutti di porre fine alla guerra e di contribuire al ristabilimento della pace.

E’ questa, del resto, la regola valida in tutte le comunità civili per far fronte alle azioni criminali in atto. Quando un bandito minaccia di sparare e poi spara su una folla se non saranno accolte le sue richieste, il dovere di quanti hanno il potere di farlo – in questo caso la comunità internazionale – è quello di trattare, trattare, trattare la cessazione della strage. Poco importa se il bandito sia considerato un criminale, o un pazzo oppure un capo politico irresponsabile che non ha visto accogliere le sue giuste ragioni e rivendicazioni. La sola cosa che importa è la cessazione dell’aggressione e della strage degli innocenti. Tanto più perché, in questo caso, la continuazione della guerra può deflagrare in una guerra nucleare. Proprio i più accaniti critici di Putin non dovrebbero dimenticare, ripeto, che ci troviamo di fronte a un autocrate fornito di oltre seimila testate nucleari, e che l’insensatezza di questa guerra, anche dal punto di vista degli interessi della Russia, non consente di escludere ulteriori, apocalittiche, insensate avventure.

Trattare è ciò che chiedono milioni di manifestanti in tutto il mondo quando domandano di “cessare il fuoco”: per porre fine alla tragedia dei massacri, delle devastazioni e della fuga di milioni di sfollati ucraini. All’inizio di aprile, come ci informa l’Agenzia Onu per i rifugiati, erano 4 milioni i rifugiati ucraini nei paesi vicini e circa 7 milioni gli sfollati interni, in gran parte donne e bambini. Gli orrori, gli stupri e le stragi di civili commessi dall’esercito russo impongono con forza, per la loro atrocità, l’impegno di tutti perché si ponga fine, quanto prima possibile, a questa tragedia. Non importa che atrocità simili sono state commesse in tante altre guerre, talune delle quali scatenate dall’Occidente. Ciò che importa è che si avverta come intollerabili le violenze contro persone inermi, che si faccia di tutto per farle cessare e che esse valgano ad aprirci gli occhi sugli orrori inevitabilmente connessi a qualunque guerra.

Sono queste le condizioni di ogni pacifismo degno di questo nome: in primo luogo stare dalla parte degli aggrediti contro i loro aggressori; in secondo luogo sostenere le loro ragioni nella trattativa diretta a far cessare quanto prima l’aggressione e le sue nefandezze.

2. La necessità di coinvolgere nella trattativa i paesi della Nato. Il ruolo che dovrebbero svolgere gli organi dell’Onu, convocati in seduta permanente

Ma in che modo si sostengono le ragioni degli aggrediti nei negoziati di pace? Chi ha il potere e, aggiungerò, il dovere di offrire questo sostegno? C’è una grande ipocrisia alla base delle politiche dei governi europei e del dibattito pubblico sulla guerra. Tutti sanno, ma tutti fanno finta di non sapere che dietro questa guerra, della quale l’Ucraina è soltanto una vittima, il vero scontro è tra la Russia di Putin e i paesi della Nato. Sono perciò gli Stati Uniti e le potenze europee che dovrebbero trattare la pace, affiancando l’Ucraina nelle trattative anziché lasciarla a trattare da sola con il suo aggressore.

Sarebbe questo il vero atto di solidarietà dell’Occidente nei confronti del popolo ucraino. Il vero aiuto alla popolazione ucraina, bombardata e massacrata dal 23 febbraio, sarebbe la partecipazione alla trattativa, a fianco dell’Ucraina, dei paesi membri della Nato, a cominciare dagli Stati Uniti, dotati di ben altra forza e di ben maggiore capacità di pressione, onde ottenere, con il minimo costo per l’aggredito, l’immediata cessazione dell’aggressione. Una simile assunzione di responsabilità delle maggiori potenze – Stati Uniti ed Unione Europea – varrebbe non solo a porre fine alla guerra, ma anche a scongiurare il pericolo di un suo allargamento incontrollato.

Per questo la sede appropriata dei negoziati, come ho già avuto occasione di sostenere, dovrebbe essere non più soltanto la sconosciuta località della Bielorussia dove si incontrano, con sempre minori capacità di accordo, le delegazioni della Russia e dell’Ucraina, ma anche l’Assemblea generale e il Consiglio di sicurezza dell’Onu. Per due ragioni. In primo luogo perché le Nazioni Unite sono l’organizzazione la cui finalità istituzionale, come dice l’articolo 1 del suo statuto, è mantenere la pace e conseguire con mezzi pacifici la soluzione delle controversie internazionali. In secondo luogo perché nel Consiglio di sicurezza siedono, come membri permanenti, tutti dotati di armamenti nucleari, esattamente le potenze che hanno la forza e il potere per trattare la pace: la Russia, la Cina e i principali membri della Nato, cioè gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia. La trattativa si svolgerebbe così sotto gli occhi dell’intera umanità, all’interno di un’istituzione che ha per ragione sociale il conseguimento della pace. Sappiamo bene che l’Onu è sempre più debole, al punto che ne è stata dichiarata l’inutilità. Ma questa è una ragione di più perché ritrovi, di fronte a questa guerra, la sua funzione istituzionale e la sua ragion d’essere.

L’alternativa è l’escalation della guerra, con il rischio sempre maggiore della sua degenerazione in una guerra nucleare. Ma anche al di là di questa terrificante prospettiva, la continuazione di questa guerra, oltre a produrre altri massacri e devastazioni nella povera Ucraina, non potrà che far crescere e, per così dire, istituzionalizzare la logica bellica dell’amico/nemico. La decisione del nostro Parlamento di aumentare di oltre il 50% le spese militari, la terribile decisione tedesca di finanziare con 100 miliardi di euro il proprio riarmo, l’opzione di Biden per il rafforzamento militare della Nato anziché per il confronto diplomatico, il compiacimento generale per la compattezza dell’Occidente in armi raggiunta in questa logica di guerra, la crescita dell’odio verso il popolo russo e l’informazione urlata e settaria sono tutti segni e passi di una corsa folle verso la catastrofe. E’ il trionfo della demagogia e dell’irresponsabilità, il cui costo è pagato oggi dal popolo ucraino e domani, se la corsa non si fermerà, dall’intera umanità e in particolare dall’Europa.

Esiste insomma una responsabilità istituzionale dell’Onu e il dovere della comunità internazionale di fare tutto ciò che è possibile fare al fine di ottenere la pace. E ciò che l’Onu può fare, e perciò deve fare è non lasciare sola l’Ucraina al tavolo del negoziato, bensì offrire i suoi organi istituzionali, l’Assemblea generale e il Consiglio di sicurezza, come i luoghi e i soggetti della trattativa, che ben potrebbero essere convocati in seduta pubblica e permanente fino a quando non riusciranno a porre termine alla guerra. Sarebbe un’iniziativa eccezionale, senza precedenti, dotata di un enorme valore politico e simbolico, che varrebbe a segnalare la gravità dei pericoli che incombono sull’umanità, a rilanciare il ruolo dell’Onu e a impegnare tutti gli Stati in una riflessione sul futuro del mondo e a prendere sul serio il principio della pace stabilito dallo Statuto dell’istituzione della quale sono membri.

3. Due visioni del futuro del mondo 

E’ precisamente il futuro del mondo nel dopo guerra che dovrebbe stare al centro del dibattito politico e di politiche estere responsabili. In caso di scampato pericolo nucleare, gli esiti possibili di questa guerra saranno infatti due, tra loro opposti: il riarmo o il disarmo, la corsa a maggiori armamenti, in attesa della prossima guerra e, di nuovo, del rischio nucleare, oppure un risveglio della ragione e la comune riflessione sul possibile ripetersi del pericolo atomico e perciò sulla necessità, nell’interesse di tutti, di un progressivo disarmo, fino alla denuclearizzazione dell’intero pianeta.

La prima ipotesi, purtroppo la più miope e la più probabile, si manifesta nell’aumento delle spese militari degli Stati occidentali e in una militarizzazione delle nostre democrazie: dal riarmo della Germania all’aumento delle spese militari fino al 2% del Pil deciso dall’Italia e dagli altri Stati europei. «Pazzi», li ha chiamati papa Francesco, dichiarando di essersi per loro «vergognato». E’ l’ipotesi espressa dalla gara di insulti nei confronti di Putin nella quale si cimentano i leader occidentali, a cominciare dal presidente Biden – «macellaio», «criminale di guerra», «quest’uomo non può restare al potere!» –, che hanno il solo effetto di minare, o quanto meno di rendere più difficili i negoziati o peggio, essendo rivolti a un autocrate irresponsabile, di provocarlo e di indurlo ad allargare il conflitto fino a farlo precipitare in una terza guerra mondiale. Sono invettive che segnalano un intento inquietante: la volontà che la guerra prosegua per ottenere la sconfitta della Russia, o quanto meno la sua umiliazione nel pantano di una guerra fallita, per consolidare la subordinazione dell’Europa alla politica di potenza degli Stati Uniti ed anche, magari, per raccattare qualche voto alle elezioni americane di mid-term. Questa guerra diventa così l’occasione, per gli Stati Uniti e per l’apparato politico-mediatico schieratosi a suo sostegno, per un rilancio eticamente connotato dello scontro di civiltà tra democrazie e autocrazie, tra mondo libero e mondo incivile, onde ottenere la vittoria sul Male, anche a costo di mettere a rischio la sicurezza del mondo dal possibile olocausto nucleare.

La seconda ipotesi è quella pacifista, qui prospettata, dell’impegno della comunità internazionale a fermare immediatamente la guerra a qualunque, ragionevole costo: dall’assicurazione che l’Ucraina non entrerà nella Nato all’autonomia delle piccole regioni separatiste dell’Ucraina orientale, russofone e russofile, sulla base di un voto popolare nell’esercizio del diritto dei popoli all’autodeterminazione; in forza del quale, dice l’articolo 1 di entrambi i Patti internazionali sui diritti umani del 16 dicembre 1966, «tutti i popoli… decidono liberamente del loro statuto politico». Dal clima di pace generato dalla trattativa potrebbe uscire non soltanto la fine dell’aggressione all’Ucraina, ma anche una seria riflessione sul pericolo, mai così grave, del conflitto nucleare che sta correndo il genere umano. Potrebbe uscirne la consapevolezza comune della necessità di una rifondazione, mediante l’introduzione di idonee garanzie in tema di limitazioni della sovranità degli Stati, del patto di convivenza pacifica stipulato con la creazione dell’Onu. Il pericolo nucleare che stiamo correndo potrebbe inoltre indurre i paesi che ancora non l’hanno fatto ad aderire al Trattato sul disarmo nucleare del 7 luglio 2017, già sottoscritto da ben 122 paesi, cioè da più dei due terzi dei membri dell’Onu. Potrebbe, soprattutto, convincere gli Stati Uniti ad annullare il loro ritiro, deciso il 2 agosto 2019 dal presidente Trump, dal trattato del 1987 sul disarmo nucleare e indurre tutti gli Stati dotati di tali armamenti a riprendere questo graduale processo fino al totale disarmo. Oggi, nel mondo, ci sono 13.440 testate nucleari (erano 69.940 prima del trattato sul disarmo del 1987), in possesso di nove paesi: 6.375 in Russia, 5.800 negli Stati Uniti, 320 in Cina, 290 in Francia, 215 nel Regno Unito, 160 in Pakistan, 150 in India, 90 in Israele e 40 nella Corea del Nord. E’ stato calcolato che bastano 50 di queste bombe per distruggere l’umanità. Questo significa che con questi armamenti il genere umano può essere cancellato dalla faccia della Terra per ben 270 volte.

Alla discussione su queste due ipotesi non sta portando nessun contributo il dibattito pubblico, che sta svolgendosi in un clima avvelenato da contrapposizioni radicali. Non è un dibattito basato sul dialogo, sul confronto razionale e sul rispetto delle opinioni altrui, ma uno scontro fondato sull’opposizione amico/nemico, sul sospetto della malafede degli interlocutori e sulla loro squalificazione morale, o come putiniani o come guerrafondai. Del tutto assenti sono l’atteggiamento problematico, l’incertezza, il dubbio, l’interesse per le idee diverse dalle nostre, la consapevolezza della complessità e dell’ambivalenza delle questioni, che sempre dovrebbero informare la discussione pubblica.

Le questioni sulle quali il dibattito politico è stato più acceso e tra sordi sono due: quella dell’invio di armi all’Ucraina e quella dell’aumento della spesa militare fino al 2% del pil. Sono questioni diverse, che l’alternativa fra le due ipotesi sopra illustrate consente forse di affrontare con lungimiranza. La prima è un dilemma morale tra la solidarietà giustamente dovuta al popolo ucraino, i cui esponenti hanno più volte richiesto l’invio delle armi, e il prolungamento che ne seguirebbe del conflitto e delle stragi. Trattandosi di un autentico dilemma morale, non hanno senso le accuse che si scambiano i sostenitori delle due opzioni. Ci sono validi argomenti a sostegno di entrambe.

A mio parere il maggiore argomento contro l’invio delle armi consiste, oltre che nel rischio che esso possa essere inteso come cobelligeranza in un conflitto destinato a durare e a produrre altri massacri, nella sua decisione insieme a quella di un aumento delle spese militari. Questa seconda decisione è chiaramente a sostegno della logica della guerra, se non altro perché tale aumento è già avvenuto, ininterrottamente, da oltre venti anni. Rispetto al 2019 l’aumento, nel 2020, è stato del 2,6% a livello globale e ben del 7,5% in Italia. La spesa complessiva nel mondo è giunta quasi a 2000 miliardi di dollari l’anno, dei quali il 39% (776 miliardi, contro i 252 della Cina e i 62 della Russia) spesi dai soli Stati Uniti che hanno riempito il pianeta di ben 800 basi militari. A cosa serve, domandiamoci, accumulare ulteriori, inutili armamenti, se non ad alimentare il clima di guerra e ovviamente a soddisfare gli interessi del complesso militar-industriale? Entrambe le opzioni, l’invio di armi alla resistenza ucraina e l’aumento delle spese militari risultano perciò accomunate da un’opzione militarista: dall’idea suicida delle armi come unica soluzione strategica delle controversie internazionali, in letterale contrasto con l’articolo 1 della Carta dell’Onu, con l’articolo 11 della Costituzione italiana e, più in generale, con i principi della pace e dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani nei diritti fondamentali. Un’uguaglianza, dobbiamo aggiungere, che continuiamo a sbandierare come un valore dell’Occidente aggredito e, insieme, a violare nei confronti dei quattro quinti dell’umanità.

4. Per una Costituzione della Terra

E’ su quest’ultimo punto che voglio soffermarmi. Non possiamo continuare a parlare decentemente di difesa della democrazia, dei principi di uguaglianza e dignità della persona e di universalismo dei diritti umani minacciati dalle autocrazie, fino a quando questi principi resteranno un privilegio dei nostri paesi – non più di un miliardo di persone su quasi otto miliardi di esseri umani – mentre per il resto del mondo non sono altro che vuota retorica. Non possiamo continuare a declamarli come i “valori dell’Occidente”, mentre quei principi, proclamati come universali da tutte le carte dei diritti, non sono garantiti a tutti gli esseri umani ma solo a una loro esigua minoranza. Giacché quei valori o sono universali, oppure non sono. Oggi le nostre democrazie sono in declino, sottoposte alla doppia minaccia dell’onnipotenza delle maggioranze politiche sradicate dalle loro basi sociali e dei poteri dei mercati globali. Ma, soprattutto, i diritti umani e i principi di uguaglianza e dignità delle persone, proclamati in tante carte costituzionali e internazionali, sono promesse non mantenute: attuate, oltre tutto malamente, in pochi paesi privilegiati e vistosamente e sistematicamente violate per il resto dell’umanità, anche a causa delle politiche di rapina, di sfruttamento e di esclusione praticate dal civile Occidente. La loro conclamata inviolabilità, come la loro indivisibilità e universalità altro non sono che parole, contraddette dalle loro violazioni sistematiche e dalla loro mancata attuazione, per mancanza di garanzie, in gran parte del mondo. In assenza di una sfera pubblica mondiale capace di garantirli, le disuguaglianze sono destinate a crescere, i poteri globali, sia politici che economici, non possono che svilupparsi in forme selvagge e distruttive, le violazioni massicce dei diritti umani non possono che dilagare e tutti i problemi globali non possono che aggravarsi.

C’è dunque una questione di fondo che questa guerra impone di affrontare. La guerra, e prima ancora la pandemia, hanno mostrato in tutta la loro drammaticità l’inadeguatezza delle istituzioni internazionali esistenti e soprattutto il pericolo rappresentato dal vuoto di garanzie nei confronti dei poteri selvaggi degli Stati sovrani e dei mercati globali. Le due tragedie – pandemia e guerra – sono per molti aspetti opposte. La pandemia, con i suoi 6 milioni di morti, ha mostrato l’interdipendenza e la comune fragilità dell’umanità, l’insensatezza dei confini e dei conflitti identitari e la disponibilità alla solidarietà delle pubbliche opinioni ed anche della politica. La guerra, con le sue migliaia di morti, le città devastate e più di 10 milioni di sfollati, sta generando, al contrario, odi tra popoli, logiche politiche dell’amico/nemico, lacerazioni tra nazionalità che non sarà facile rimarginare. Entrambe le tragedie sono tuttavia una drammatica conferma dell’insensatezza e della pericolosità dello stato attuale del mondo e segnalano la necessità e l’urgenza di una rifondazione dell’Onu basata su una Costituzione della Terra alla loro altezza. E’ questo il progetto del movimento “Costituente Terra” formatosi a Roma nell’assemblea del 21 febbraio 2020 e da me illustrato nel libro Per una Costituzione della Terra, pubblicato quest’anno da Feltrinelli.

Oltre alla guerra e alle pandemie, sono molte altre le sfide e i pericoli che minacciano il futuro dell’umanità e che solo un costituzionalismo globale può fronteggiare. Anzitutto l’emergenza ecologica, che la guerra sta aggravando e insieme rimuovendo dall’orizzonte della politica, ma che continua ad essere la minaccia forse più grave per il futuro dell’umanità. Per la prima volta nella storia il genere umano, a causa del riscaldamento climatico, rischia l’estinzione per la progressiva inabitabilità di parti crescenti del nostro pianeta. Da molti decenni la concentrazione nell’aria di anidride carbonica cresce in maniera progressiva: ogni anno, costantemente, viene immessa nell’atmosfera una quantità di CO2 maggiore di quella immessa l’anno precedente. E’ chiaro che fino a quando questo processo non sarà invertito, vorrà dire che stiamo andando verso la rovina.

C’è poi l’emergenza diritti. La globalizzazione, con il potere delle grandi imprese di dislocare le loro attività produttive nei paesi nei quali è possibile lo sfruttamento illimitato dei lavoratori, ha svalorizzato il lavoro a livello globale, cancellandone nei paesi avanzati le garanzie conquistate in un secolo di lotte e riducendo il lavoro, nei paesi poveri, a forme e a condizioni para-schiavistiche. A causa della miseria crescente, inoltre, muoiono ogni anno, nel mondo, otto milioni di persone per mancanza di alimentazione di base e altrettante per mancanza di cure mediche e di farmaci salva-vita, vittime del mercato, oltre che delle malattie, giacché i farmaci in grado di salvarli non sono disponibili nei loro paesi poveri, o perché brevettati e perciò troppo costosi, o perché non più prodotti per mancanza di domanda dato che riguardano malattie – infezioni respiratorie, tubercolosi, Aids, malaria – debellate e scomparse nei paesi ricchi. Di qui il dramma di decine di migliaia di migranti, ciascuno dei quali ha alle spalle una di queste tragedie. Di qui l’odio per l’Occidente, il discredito dei suoi valori politici, lo sviluppo della violenza, dei razzismi, dei fondamentalismi e dei terrorismi.

E’ chiaro che sfide globali di questa portata richiedono risposte globali: il progressivo disarmo, non soltanto nucleare, di tutti gli Stati e la messa al bando di tutte le armi come beni illeciti; il superamento degli eserciti nazionali auspicato più di due secoli fa da Kant e la realizzazione, a garanzia della pace e della sicurezza, del monopolio della forza in capo all’Onu e alle polizie locali; l’istituzione di un demanio planetario che sottragga i beni comuni e vitali – l’aria, l’acqua potabile, le grandi foreste e i grandi ghiacciai – alle appropriazioni private, alla mercificazione e alle devastazioni ad opera del mercato; l’introduzione di divieti, finalmente sanzionati, delle emissioni di gas serra e della produzione di rifiuti comunque velenosi; l’uguaglianza nei diritti e nella dignità di tutti gli esseri umani tramite la creazione di istituzioni globali di garanzia di tutti i diritti fondamentali, dai diritti di libertà ai diritti sociali alla salute, all’istruzione, all’alimentazione e alla sussistenza, come un servizio sanitario e un sistema scolastico mondiali con ospedali, farmaci, vaccini, scuole e università in tutto il mondo; l’unificazione del diritto del lavoro e la globalizzazione delle garanzie dei diritti dei lavoratori, in grado di assicurarne l’uguaglianza e la dignità contro l’odierno sfruttamento illimitato; l’istituzione di una Corte costituzionale sovrastatale, con il potere di invalidare tutte le fonti normative che violano diritti umani, e la trasformazione da volontaria in obbligatoria delle competenze della Corte di giustizia e della Corte penale internazionale; l’introduzione infine di un adeguato fisco globale progressivo in grado di finanziare le istituzioni globali di garanzia e di impedire le attuali concentrazioni illimitate della ricchezza.

Misure di questo genere, è evidente, possono essere imposte solo da una rifondazione della Carta dell’Onu ad opera di una Costituzione della Terra rigidamente sopraordinata alle fonti statali e ai mercati globali. Solo una Costituzione della Terra che introduca le funzioni e le istituzioni globali di garanzia dei diritti proclamati in tante carte e convenzioni può rendere credibili il principio di uguaglianza e l’universalismo dei diritti umani. Solo una Costituzione mondiale, che allarghi oltre gli Stati il paradigma del costituzionalismo rigido sperimentato nelle nostre democrazie può trasformare promesse ed impegni politici, come quelli presi in materia di ambiente dai G20 a Roma e poi a Glasgow, in limiti e in obblighi giuridici effettivamente vincolanti.

Non si tratta di un’utopia. Si tratta invece dell’unica risposta razionale e realistica allo stesso dilemma che fu affrontato quattro secoli fa da Thomas Hobbes: la generale insicurezza determinata dalla libertà selvaggia dei più forti, oppure il patto razionale di sopravvivenza e di convivenza pacifica basato sul divieto della guerra e sulla garanzia della vita. Con una differenza di fondo, che rende il dilemma odierno enormemente più drammatico: la società naturale dell’homo homini lupus ipotizzata da Hobbes è stata sostituita da una società di lupi non più naturali, ma artificiali – gli Stati e i mercati – dotati di una forza distruttiva incomparabilmente maggiore di qualunque armamento del passato. Diver­samente da tutti gli orrori del secolo scorso – perfino dalle guerre mondiali e dai totalitarismi – la ca­tastrofe ecologica e quella nucleare sono ir­reversibili: c’è infatti il pericolo, per la prima volta nella storia, che si acquisti la consapevolezza della necessità di cambiare strada quando sarà troppo tardi.

Neppure si tratta di un’invenzione, né di un mutamento dell’attuale paradigma costituzionale. Si tratta, al contrario, di un suo inveramento, cioè di un’attuazione del principio della pace e dell’universalismo dei diritti umani quali diritti di tutti già stabiliti nella Carta dell’Onu e in tante carte costituzionali e internazionali. La logica intrinseca del costituzionalismo, con i suoi principi di pace e di uguaglianza nei diritti umani, non è nazionale, ma universale. Gli Stati nazionali e le loro costituzioni sono d’altro canto impotenti di fronte alle sfide globali, le quali richiedono risposte e garanzie giuridiche a loro volta globali. E il patto di convivenza pacifica stipulato con la Carta dell’Onu e con le tante carte internazionali dei diritti è fallito per due ragioni: perché contraddetto dalla persistente sovranità degli Stati e dalle loro cittadinanze disuguali, e perché non sono state istituite le necessarie garanzie globali, senza le quali i diritti e i principi di giustizia pur solennemente proclamati si riducono a ingannevole ideologia.

A questa prospettiva viene contrapposta, in nome del realismo politico, l’idea del suo carattere utopistico e irrealizzabile. Io penso che dobbiamo distinguere due tipi opposti di realismo: il realismo volgare di chi naturalizza la realtà sociale e politica con la tesi “non ci sono alternative a quanto di fatto accade”, e il realismo razionalista, secondo il quale le alternative ci sono, dipende dalla politica adottarle e la vera utopia, l’ipotesi più irrealistica, è l’idea che la realtà possa rimanere a lungo come è: che potremo continuare a basare le nostre democrazie e i nostri spensierati tenori di vita sulla fame e la miseria del resto del mondo, sulla forza delle armi e sullo sviluppo ecologicamente insostenibile delle nostre economie. Tutto questo non può durare. E’ lo stesso preambolo alla Dichiarazione dei diritti del 1948 che stabilisce, realisticamente, un nesso di implicazione reciproca, quale solo una Costituzione della Terra e le sue istituzioni di garanzia possono assicurare, tra pace e diritti, tra sicurezza e uguaglianza e, dobbiamo aggiungere oggi, tra salvataggio della natura e salvataggio dell’umanità.

D’altro canto l’umanità forma già un unico popolo. Sessanta anni fa, ricordo, eravamo, sul pianeta, 2 miliardi di persone, ma quel che succedeva dall’altra parte del mondo non ci riguardava. Oggi la popolazione mondiale è arrivata a 8 miliardi, ma siamo tutti interconnessi, sottoposti al governo globale dell’economia ed esposti alle stesse emergenze e catastrofi planetarie. Siamo perciò un unico popolo, meticcio ed eterogeneo, ma unificato dagli stessi interessi alla sopravvivenza, alla salute, all’uguaglianza e alla pace, che solo la miopia dei poteri politici non è in grado di vedere e che anzi occulta con la difesa dei confini. La logica schmittiana dell’amico/nemico è una costruzione propagandistica a sostegno dei populismi e dei regimi autoritari che sta oggi contagiando, purtroppo, anche le nostre democrazie. Se i massimi governanti del pianeta, anziché impegnarsi sulla base di questa logica nelle loro miopi e miserabili politiche di potenza, fossero capaci di trarre lezioni dalla storia, questa terribile guerra in Ucraina sarebbe una fonte inesauribile di insegnamenti. Insegnerebbe – contro l’insensatezza delle guerre, delle armi, dei confini, dei nazionalismi e dei conflitti identitari – il valore razionale, nell’interesse di tutti, della pace universale e dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani in dignità e diritti e la necessità delle garanzie necessarie ad assicurarle.

[ * ] Il presente contributo costituisce anticipazione del fascicolo di Questione Giustizia trimestrale, di prossima pubblicazione, dedicato ai temi della guerra e della pace.

Storia e valori della rivista Questione Giustizia
La giustizia è molto più della giurisdizione e della magistratura. In una società moderna non ci può essere giustizia senza un potere autonomo che concorre a ristabilire equilibri là dove i governanti non danno risposte giuste e là dove non sono rispettati i diritti e i doveri esistenti. Ma nessun potere può bastare a questo scopo in una società ingiusta e all’interno di un sistema istituzionale squilibrato.
Da questa consapevolezza sono nate Quale Giustizia negli anni ‘70 e Questione Giustizia nel 1982: in una società di privilegi le leggi possono diventare fattore di ingiustizia sostanziale e la Costituzione stessa può essere piegata a interessi di una minoranza potente in danno della parte restante e più debole del Paese.
Il contrasto al formalismo giuridico si è accompagnato nella storia delle due Riviste alla volontà di ricercare sempre con serietà un approccio ai problemi che sia scientifico, critico, politicamente consapevole. Di qui lo studio dedicato all’evoluzione delle istituzioni, alle istanze sociali e di promozione dei diritti, al travaglio di chi lotta per la tutela di questi e alla giurisprudenza più attenta ai valori costituzionali. Di qui la critica alle politiche, alle prassi e alle decisioni ritenute non conformi ai valori fondanti la Repubblica. Promossa da Magistratura democratica, Questione Giustizia non è mai stata strumento di un progetto maturato altrove, con la convinzione che le idee non hanno padroni e vivono in coloro che le fanno proprie, le praticano, le fanno crescere. Partendo dalla certezza che la Costituzione vive nella e attraverso la sua applicazione quotidiana, la Rivista ha cercato di fare delle prassi giudiziarie, della giurisprudenza e dei percorsi istituzionali l’oggetto privilegiato di analisi. Al non negare la politicità del lavoro del magistrato la Rivista ha affiancato analisi e riflessioni che possano aiutare i magistrati a gestirla consapevolmente e aiutare la cultura giuridica a confrontarsi con quella caratteristica senza approcci pregiudiziali e senza timori errati.
Questo la Rivista ha cercato di fare nei 33 anni della propria vita e continuerà a fare con le nuove forme editoriali e con gli strumenti che la tecnologia mette oggi a disposizione. A partire dal 2013, alla rivista trimestrale si affianca Questione giustizia online, rivista ad accesso libero e quotidianamente aggiornata.

Sventurata è la Terra che ha bisogno di eroi (altrui)

 

Dopo la tredicesima stazione della Via Crucis con la croce portata insieme, nel silenzio, da Irina e Albina, due infermiere amiche, una ucraina, una russa (quale fosse ucraina e quale russa non aveva e non ha la minima importanza); dopo questa spoglia e muta rappresentazione di cosa è il calvario dei nostri giorni, un ossimoro pensando all’impossibilità, resa possibile da Papa Bergoglio, di celebrare la Passione in modo muto e spoglio dentro una cornice urlante e gladiatoria (il Colosseo), dentro una Chiesa magniloquente e corrotta; dopo questo, non sarebbe decoroso scrivere di guerra.

Dopo questo, tutto il chiacchiericcio inane sulla guerra combattuta dai divani suonerebbe irritante, oltraggioso; blasfemo, aggettivo che fatico a pronunciare a causa della mia difficoltà nel riconoscere la religione, ma che per Papa Francesco mi lascio sfuggire dalle labbra senza pudore. Anche perché lui ha fatto un gesto spudorato: un gesto di pace, e la pace non esiste, esiste solo una tregua, come scriveva Primo Levi. Eppure, allo stesso tempo, in questi giorni è impossibile sfuggire alla terribile fascinazione della guerra, così come lo era sfuggire alla temibile fascinazione della pandemia. La cifra comune di queste due onnivore narrazioni è sicuramente la paura. Ormai la narrazione del mondo è un romanzo distopico scritto a più mani, alcune sapienti, altre penose.

Ho paura per la sofferenza del mondo, che nella mia mente non è un concetto astratto, ma molto concreto: il posto in cui vivo io e vivranno i miei discendenti. Ho paura che la situazione bellica sfugga di mano, che per errore o disperazione omicida si inneschi una situazione che comprometta il futuro delle prossime generazioni. Ho paura che l’incertezza di questo tempo si trasformi nella certezza di sofferenze e di sacrifici. Ho paura di lasciare un luogo peggiore di quello in cui sono nato, un luogo devastato, saccheggiato, avvelenato. Una natura ostile, resa tossica e vendicativa dalle nostre scelleratezze.

Un miracolo della creazione trasformato in un pessimo posto in cui vivere, talmente rovinato da non sapere più dove scappare. Ho paura dell’avverarsi della profezia di Albert Einstein, che la quarta guerra mondiale l’avremmo combattuta con le clave. All’ombra di questi fantasmi si nasconde la orribile sensazione di avere fallito come individuo che pretenderebbe di avere una coscienza sociale, oltre al livido sospetto di stare fallendo come specie umana.

Un’ altra grande paura è quella di essere chiamato ad eseguire degli ordini manifestamente criminosi. Non li eseguirei mai, di questo sono sicuro. Sarei però terrorizzato (e lo sono già) dal clima nel quale sarebbe piombato il mio spicchio di mondo per istigarmi a questo, e avrei certamente timore delle conseguenze della mia renitenza. Penso molto in questi giorni agli uomini ucraini e russi che nel loro paese sono accusati di tradimento perché si rifiutano di combattere, perché scappano o disertano. Mi riconosco nei loro sentimenti e nelle loro scelte. Questi uomini non hanno più paura di morire di quanta ne abbiano di uccidere. Ogni essere umano non accecato dal fanatismo dovrebbe seriamente fermarsi a riflettere su questa scelta.

Quando sento parlare di “eroica resistenza degli ucraini” da parte di qualche scribacchino o politico nostrano che pensa di essere in un gioco di ruolo, penso che Brecht avesse ragione: sventurata è la terra che ha bisogno di eroi. Quando poi ha bisogno di importarli, gli eroi, la tragedia si screzia con le sfumature della farsa.

Quando sento dire “sono loro che ce lo chiedono“, mi viene in mente una citazione dal fulminante “Estensione del dominio della lotta” di Michel Houellebecq: “su un muro della stazione Sèvres-Babylone ho visto uno strano graffito: Dio ha voluto ineguaglianze, non ingiustizie, c’era scritto. Mi sono chiesto chi potesse essere quella persona così bene informata sulle intenzioni di Dio“.

Ecco, io mi chiedo chi possa essere quella persona così bene informata sulle intenzioni di ogni ucraino. Combattere con le armi non è obbligatorio. Uccidere in guerra non è obbligatorio. Certo, può essere disposto da uno stato di legge marziale, ma la paura delle conseguenze non ci toglie il libero arbitrio.

Pensate se ogni chiamato in guerra in nome della Patria, sia dalla parte dell’aggressore sia dalla parte dell’aggredito, si rifiutasse di farla. Pensate se non ci fossero dita disposte a premere un grilletto, a spingere un bottone, a pilotare un aereo che deve sganciare una bomba sulla popolazione. Purtroppo la responsabilità di una tirannide, di una dittatura sanguinaria, di un’aggressione bellica non è solo del tiranno, ma di tutti coloro che eseguono i suoi ordini. E in nome di cosa? Di una nuova religione: la Nazione, la Patria. Proprio la religione laica in nome della quale Putin manda i suoi giovani a uccidere e morire in un paese fratello.

Ancora una volta: la mia nazione e la mia patria non sono un’astrazione. Sono le mie radici, i miei affetti, i miei legami, i miei interessi e le mie passioni. Io non muoio per loro, io vivo per loro. Se qualcuno li vuole spazzare via con la violenza, la mia opzione sarà sempre di portarli al sicuro da qualche parte, dove possano rimanere vitali o rinascere, magari in altre condizioni. Non sarà mai di mettermi a sparare, che significa ammazzare gente abbastanza “colpevole” da meritare la morte per mano mia, ammesso che io fossi mai capace di infliggerla.

In questa allucinata contabilità dei morti di guerra, sia i sostenitori dell’eroismo altrui sia i cosiddetti (con spregio) pacifisti tendono a ragionare per grandi numeri: io invece mi domando come si faccia a parlare, dalla poltrona di casa, di mille persone morte in più o in meno, quando ogni persona morta è la distruzione di una storia, di una memoria, di una famiglia, di una madre, di un padre, di un fratello, di un amico, di un amante, di un futuro.
Che cos’è la Patria se non questo? Che cos’è una Nazione se non questo insieme di storie irripetibili, uniche, preziose, fragili? E come facciamo a non comprendere che chi ammazza per un’ idea di nazione sta ammazzando tutto ciò di cui è fatta una nazione?

Non venitemi a parlare di resistenza dalle vostre poltrone. La Resistenza è un fenomeno storicamente determinato, legato alle vicende dell’invasione nazifascista dell’Italia. “Ora e sempre resistenza” è un motto che mi provoca irritazione. La resistenza, in termini psicologici, è un atteggiamento deleterio. Non è resistendo alle cose che ci accadono che usciamo da un problema, ma assumendole come un dato di realtà, e riposizionandoci rispetto ad esse. Riposizionarsi può essere su un’altura, come hanno fatto i partigiani, o in un altro paese, come fanno gli esuli. Se l’altura non è raggiungibile, meglio la fuga che farsi ammazzare.
Avreste preferito che Luis Sepulveda morisse in carcere? Il suo popolo e l’umanità sarebbero stati meglio con lui morto cinquant’anni fa? Io no. Quindi non venitemi a parlare di resistenza dalle vostre poltrone. Andate a combattere, o tacete.

Infine. Non venitemi a dire che “per negoziare bisogna essere in due”. Se c’è una cosa che conosco, in tutte queste di cui ho parlato  – le altre non le conosco: le immagino o le percepisco, come tutti voi – è la trattativa. E’ diventato il mio mestiere. In un negoziato c’è sempre una parte più forte e una più debole. Se bastasse questo, non ci sarebbe mai alcuna trattativa. Una trattativa si fa concedendo qualcosa anche al bastardo (perché è un bastardo, solo che noi lo sapevamo, altri ci hanno fatto un sacco di affari) che se l’è presa con la forza.
Nel caso specifico potrebbe essere uno status di neutralità del paese, una autonomia amministrativa e linguistica di alcuni territori. Per caso qualcuno ha ricevuto un mandato dalla Nato o dal presidente ucraino per negoziare su queste basi? Se lo conoscete, presentatemelo. Diciamo piuttosto che per trattare bisogna che ci sia almeno uno che lo vuole realmente fare.

Io continuerò a fare un tifo sconfortato per Papa Bergoglio, purtroppo l’unico soggetto politico con la lucidità e l’autorità morale per orientare le sorti di questa guerra – no, forse solo per mostrarla nella sua nuda follia. Infatti improvvisamente sembra che il Vaticano non sia nemmeno più all’interno del territorio italiano, e lui sembra parlarci da una distanza lontanissima, altissima, siderale. Ed è solo.

L’ALTRO VOLTO DELLA GUERRA:
lettera di un italiano dall’Ucraina dimenticata

Europe for Peace

(Foto di Elaborazione Europe for Peace)

Abbiamo ricevuto come Europa per la Pace questa lettera da un italiano che vive in Ucraina e volentieri la pubblichiamo. E’ ricca di dettagli e informazioni sulla vita quotidiana nelle zone non colpite direttamente dalla guerra ed emergono realtà sconcertanti. L’autore ha chiesto di rimanere anonimo perché teme per la sua vita.

L’operazione speciale russa in terra Ucraina ha un sapore diverso in questa zona produttiva nel centro del paese. I contadini delle vastissime aree produttive centrali dell’Ucraina, così come i lavoratori delle imponenti nuove costruzioni nei sobborghi della città di Vinnytsia, vedono la guerra da lontano, quasi non li toccasse, sui siti internet o in TV sull’unico canale governativo ammesso dal governo Zelensky.

Dall’inizio dell’invasione russa sul territorio ucraino, il 24 Febbraio scorso, coloro che vivono e lavorano a ovest dell’importante fiume Dnipro, sono stati solo sfiorati dalle armi della guerra in corso. Dai missili sovietici sono stati colpiti esclusivamente basi militari, siti per l’energia, raffinerie, aeroporti usati dai militari, e caserme dedicate a soldati non solo ucraini. Non si sono viste le distruzioni tragiche di Kharkiv, Luhansk e Mariupol. Quasi fosse un altro paese.

Sarà anche per questo motivo che moltissime famiglie si sono riversate in questa zona, venendo dal sud, dall’est e da Kiev. Alcune hanno preso in affitto qualunque abitazione disponibile in questa vasta area, fosse anche una casa semi distrutta in un paesino sperduto sulla mappa dei campi di grano ucraini. Non tutti coloro che sfuggono dalla guerra vanno oltre confine, in Europa. Sono centinaia di migliaia quelli che hanno scelto la parte centrale del paese quale rifugio sicuro.

Non sapevano però queste famiglie che, mentre i loro connazionali fuggiti in Europa avrebbero trovato aiuti e sostegno morale sincero, la loro sorte era di poco o nessun interesse né agli amici europei, ma anche meno al proprio governo di Kiev.

Di fatto, le famiglie nelle zone rurali a ovest del fiume Dnipro sono state dimenticate da tutti.

Ne fanno spesa e soffrono soprattutto anziani, giovani e malati.

Mentre gas, acqua, elettricità (ed internet) non mancano se non sporadicamente, tutto il resto è quasi impossibile da trovare. Nelle grandi città i generi alimentari scarseggiano, pur non mancando. Ma nelle piccole città, nei paesini e nelle frazioni contadine di questa vasta area manca praticamente tutto. Non fosse per la presenza di contadini e della loro produzione (limitata) di alcuni beni alimentari, alcune zone dell’Ucraina centrale sarebbero rimaste senza cibo. Molti negozi hanno chiuso già un mese fa. Altri restano aperti solo per mezza giornata o per dare sostegno morale agli anziani che vengono quotidianamente a chiedere aiuto.

Aiuti dal governo, zero.

A tutto ciò si aggiunge l’assenza di carburanti ad uso civile. In alcune zone manca completamente, impedendo così l’uso dei trattori, e danni immensi ai piccoli contadini e produttori di grano. In piccole città quali Teplik, Haisyn, Shepetivka e altre, il carburante viene razionato e alle pompe di benzina la fila di auto in attesa inizia al cantar del gallo, e anche prima. Quasi tutte le pompe di benzina di questa area chiudono alle 12 per mancanza di prodotto, ed alcune, specialmente quelle in piccoli paesini, aprono tre volte a settimana. I mezzi pubblici sono limitati a pochi bus al giorno. In piccoli paesini che erano collegati prima della guerra, ora sono del tutto isolati. Molte strade sono impercorribili per l’assenza totale di manutenzione.

Aiuti dal governo, zero.

La sanità è allo stremo. Le farmacie, pur aperte, non hanno molto da offrire. Molte hanno scaffali vuoti, specialmente per prodotti dedicati alla maternità o per gli anziani. Gli ospedali sono allo stremo, e molti hanno chiuso interi reparti per mancanza di medicine e personale competente (senza carburante molti non possono prendere i mezzi di trasporto a lavoro). Le future mamme non sanno dove andare a partorire, poiché molti ospedali hanno delegato tutto ad un unico edificio in Vinnytsia. In caso di emergenze, non ci sono speranze per chi si trova lontano dalla città principale in zona. Alle madri partorienti il consiglio è di prepararsi ad un parto in casa fai da te.

Aiuti dal governo, zero.

Non stupisce quindi che in questa zona molto vasta e rurale, la maggioranza dei cittadini è fortemente contraria alle scelte politiche del governo ucraino. Quasi la totalità delle persone che parlano a porte chiuse ed in privato di quanto sta accadendo incolpa le scelte del presidente Zelensky ed il suo governo filoamericano per non aver evitato la guerra e negoziato con Putin prima della escalation militare. Potrei affermare che tutti sanno o comprendono che questo conflitto è in atto per colpa di scelte politiche fatte oltre oceano e dalla NATO.

Soprattutto fra famiglie che sono fuggite dall’est del paese, e che hanno perso tutto, esiste un astio fortissimo nei confronti di Zelensky e della NATO. Talvolta, ma sempre più spesso, sembra quasi siano filorusse, pur non essendo tali.

Per la mancanza di carburanti e per problemi di materie prime, per tante famiglie non c’è lavoro. Molti uffici sono chiusi. Impossibile trovare notai e avvocati. Le fabbriche hanno chiuso. Se, quindi, per i contadini il problema del cibo viene risolto con gli animali a disposizione, per le famiglie delle piccole città e villaggi rurali la fame è alle porte. Si avvicina la fine dei generi alimentari ogni settimana che passa.

Aiuti dal governo, zero.

I ragazzi in età scolastica sono a casa da fine Febbraio. Le scuole sono chiuse. Sono le famiglie a prendersi il carico dei figli che restano tutto il giorno in casa. Se è vero che esistono corsi online organizzati da molte scuole, è altresì vero che la maggioranza delle famiglie non ha un collegamento internet adatto. È noto che classi di 20 studenti a scuola vengono ora organizzate su piattaforme internet dove però si collegano in appena 5. Gli altri assenti per vari motivi, fra cui l’impossibilità tecnica al collegamento, dovranno vedersela con il futuro.

La presenza dei giovani a casa obbliga alcune famiglie a dedicare loro il tempo che potrebbero dedicare al lavoro saltuario.

Aiuti dal governo, zero.

Quando i militari hanno chiesto di precettare tutti gli uomini di età superiore ai 18 anni, la maggioranza delle famiglie, soprattutto rurali, si è ribellata. A metà marzo i militari sono entrati in forze nelle case per il precetto. Ci sono state anche lotte e qualche ferito. Si è saputo anche di alcuni morti. Molti uomini non intendevano andare a lottare per una guerra che veniva loro imposta su basi errate.

In alcuni paesini, gli uomini e ragazzi giovani, avvisati dell’arrivo dei militari che precettavano, sono fuggiti nei boschi per qualche giorno. I contadini si sono rifiutati lasciare le loro terre ed hanno risolto proponendo una specie di guardia locale notturna, respingendo così le richieste di precettazione.

Altri paesini non sono stati così fortunati. Alcuni paesini a nord hanno subito la visita di paramilitari che non hanno sentito scuse e con la forza hanno portato via i figli maggiorenni, non senza molestie e violenza inaccettabile.

Siccome poi questo paese stupendo è vittima di una corruzione endemica quasi indistruttibile (però è pronta ad entrare nella UE), spesso le famiglie hanno trovato chi, sotto ricompensa in denaro, ha tralasciato l’obbligo di precettazione militare in ufficio.

In molti maledicono per la morte del figlio o marito ad est o a nord, il governo ucraino. Quando in TV appare il presidente, parole che qui non si possono trascrivere vengono a lui indirizzate. C’è da essere anche pragmatici: la morte del marito o figlio per una famiglia vuol dire la fine di un introito finanziario in famiglia.

Aiuti dal governo, zero.

Vi sono poi racconti che destano ilarità. Come, per esempio, quello degli uomini precettati nei pressi di Haisyn, alcuni anche volontari, e trasportati di notte nelle caserme locali. Dopo una buona dormita in caserma, la metà è stata spedita a casa perché mancavano fucili e armi a sufficienza. L’altra metà è rimasta per istruzioni e allenamento. Di quest’ultima, pochissimi hanno resistito al test, mentre la maggioranza è rientrata in serata a casa perché “inutile allo scopo militare”. Si dice che avessero bevuto la vodka locale più del dovuto.

Ma ci sono racconti strazianti per quanto concerne gli anziani. C’è un numero sempre crescente di anziani deceduti in casa perché privi di assistenza sociale e medica in questo periodo. Sono spenti i numeri di assistenza e soccorso in questa zona. Risulta quasi impossibile chiamare una autoambulanza in zone fuori città (sempre per la mancanza di carburanti e personale). Vi sono casi crescenti di anziani affamati che stanziano davanti alle proprie abitazioni chiedendo aiuto o cibo.

Aiuti dal governo, zero.

Quindi, anche se la guerra in corso sembra un lontano avvenimento visto sui media, la popolazione ucraina ad ovest del fiume Dnipro ne soffre le conseguenze e molte famiglie sono in sofferenza, in fame e povertà. Molti paesini, molti contadini, tante famiglie, sono allo stremo.

E mentre uno si aspetterebbe che i miliardi di dollari americani o i miliardi di euro stanziati dalla UE, servissero anche alle famiglie che di fatto vivono ancora in Ucraina, la realtà è che di questi soldi, queste famiglie, questi lavoratori, questi contadini, queste farmacie, queste scuole, questi ospedali, ne hanno visto i numeri in televisione.

Aiuti dal governo, zero.

La beffa in tutto ciò è che il governo ed i militari, chiedono incessantemente aiuti finanziari a tutti ed in tutti i modi, anche violenti. Sulle bollette del gas ed elettricità. Quando si paga il gestore internet online. Quando si fa un prelievo bancomat. Quando ci si collega ad internet. E, purtroppo, passando di casa in casa di messi della caserma locale, che spesso poi segnalano all’ufficio locale chi ha donato fondi per i militari e chi non lo ha fatto. Il resto è noto.

Il governo di Kiev non ha aiutato affatto gli abitanti rimasti in Ucraina. Non ha alzato un dito in loro aiuto, nonostante le presunte dotazioni economiche dei paesi alleati.

Quanto sopra, se non altro, dimostra quanta ipocrisia vi sia non solo in Europa, ma anche in questo paese martoriato e mal governato, non in nome di una pace e di una politica estera atta alla pace, ma in nome di forze politiche, economiche e militari estere (per nominarne due, gli Stati Uniti d’America e la NATO).

Questa cronaca è stata fatta da chi si trova in questi luoghi, vivendo di persona avvenimenti e fatti, e verificando quanto raccontato a mezzo collegamenti personali e conoscenze in uffici menzionati.

Europe for Peace
L’idea di realizzare questa campagna è nata a Lisbona nel Forum umanista del novembre 2006, durante i lavori di un tavolo sul tema della pace. Partecipavano diverse organizzazioni e le differenti opinioni convergevano con molta chiarezza su un punto: la violenza nel mondo, la ripresa del riarmo nucleare, il pericolo di una carastrofe atomica e quindi la necessità di cambiare con urgenza la direzione degli avvenimenti. Ci risuonavano nella mente le parole di Gandhi, di M. L. King e di Silo sulla importanza della fede nella vita e della grande forza che è la non-violenza. Ci siamo ispirati a questi esempi. La dichiarazione è stata presentata ufficialmente a Praga il 22 febbraio 2007 durante una conferenza organizzata dal Movimento Umanista. La dichiarazione è il frutto del lavoro di piu’ persone e organizzazioni e cerca di sintetizzare le opinioni comuni e concentrarsi sul tema degli armamenti nucleari. Questa campagna è aperta a tutti e tutti possono dare il proprio contributo per svilupparla.

In copertina: foto di elaborazione Europe for Peace.

deportazione ucraina

I GATTINI NELLA STALLA
Ucraina, due secoli di deportazioni

La lunga storia di deportazioni dell’Ucraina: gli spostamenti forzati che sembra stiano avvenendo oggi sono solo l’ultimo capitolo di duecento anni di migrazioni imposte, dall’impero zarista all’Unione Sovietica.

L’Ucraina non è un territorio martoriato soltanto da febbraio 2022: da sempre, una nazione a cui a lungo non è  corrisposta un’entità statale è esposta alle pretese dei poteri più forti, che ne sottopongono la popolazione a deportazioni e migrazioni forzate. Questi sono tra i mezzi usati dal potere, funzionali allo smembramento dei paesi da assoggettare.

Direzione Siberia

Questo sistema di controllo della popolazione – e di volta in volta usato per raggiungere obiettivi politici o economici che spesso includono la colonizzazione dei territori più remoti –  è largamente impiegato dall’impero russo. Nell’Ottocento, epoca di antisemitismo endemico, tra i popoli presi di mira ci sono innanzitutto gli ebrei, che secondo i censimenti a fine secolo sono ancora il 12% della popolazione del territorio occidentale dell’impero, corrispondente alle attuali Bielorussia, Ucraina, Lituania e Polonia orientale; qui sono costretti a rimanere, perché è loro vietato spostarsi, fino a quando il potere non ne decide la deportazione. Ma a essere vittime dei trasferimenti forzati sono anche 200.000 tedeschi del Volga, i germanofoni discendenti dei contadini immigrati in Russia nella seconda metà del XVIII secolo su invito della zarina Caterina per stabilirsi lungo il medio Volga, ma anche in Ucraina e in Crimea.  Oltre un secolo dopo, i loro nipoti sono costretti a spostarsi di nuovo, ancora una volta verso est: la loro destinazione è la Siberia e le loro terre vengono distribuite a popolazioni di sicura fede zarista.

Queste popolazioni sono anche inviate a est per colonizzare più o meno volontariamente i territori nei quali l’impero si sta espandendo, dando vita a entità amministrative su base ucraina nell’estremo oriente russo.

Il cambio di regime

Con lo scoppio del Primo conflitto mondiale le deportazioni si sommano alla fuga delle popolazioni delle regioni frontaliere dell’impero, per allontanarsi dai pericoli del fronte di guerra, con il risultato che all’alba della rivoluzione bolscevica sono ormai 7,4 milioni i profughi nei territori sotto il controllo russo.

Con il cambio di regime, però, non cambia troppo la strategia di controllo: anche l’Unione Sovietica usa le deportazioni per allontanare dalle aree strategiche i popoli ritenuti meno fedeli, per status socio-economico o appartenenza politica, con il pretesto della loro presunta pericolosità. Stalin, per silenziare i sentimenti indipendentisti e nazionalisti ucraini si spinge oltre, sfruttando l’ancor più radicale mezzo dello sterminio per fame, come fatto proprio in  Ucraina attraverso l’Holodomor.

E prima ancora della Seconda guerra mondiale in migliaia sono fatti trasferire dai territori occidentali dell’Unione alla Siberia e all’Asia Centrale, in direzione di “villaggi speciali” e gulag. Ancora una volta l’Ucraina è particolarmente colpita, finendo per veder cambiare nel giro di pochi anni la propria composizione etnica, con quasi 900.000 persone trasferite complessivamente verso le lande più remote dell’URSS, dai tedeschi ai ceceni, dagli ingusci ai tatari di Crimea, e ancora esponenti delle minoranze ebraica, balcara, calmucca, armena, curda, turca e greca, nei primi anni Quaranta.

I gattini nella stalla

Paradossalmente, per molti ebrei questa deportazione sarà la salvezza, evitando loro di finire nelle mani dei nazisti che fanno strage nei territori occidentali dell’URSS; grazie all’aiuto dei militari Alleati di origine ebraica, molti riusciranno a passare in Palestina e a farlo clandestinamente, dato che, in base agli accordi tra gli Alleati, in quanto cittadini sovietici non potrebbero ottenere lo status di rifugiati e dovrebbero, invece, essere rimpatriati.

Ma anche per chi riesce a ottenere assistenza nei campi profughi alla fine della guerra, il ricollocamento è difficile, perché gli ucraini non compaiono nelle liste di nazionalità che sono la base su cui si innesta l’accoglienza e la gestione dei profughi nelle strutture allestite dagli Alleati nei territori sotto il loro controllo; perplesso di fronte alle difficoltà e preoccupato all’idea di essere considerato sovietico, un profugo sintetizza efficacemente: “Se un gatto va in una stalla dei cavalli a partorire i gattini, li considerate cuccioli di gatto o di cavallo?”.

La difficoltà delle autorità alleate nell’orientarsi nel mosaico etnico-nazionale dell’Europa orientale è imbarazzante – nelle linee guida si afferma che “è impossibile provvedere a una definizione precisa di chi sono gli ucraini. Si può solo dire che essi sono quelle persone che parlano ucraino e che desiderano essere considerati ucraini” – e solo nell’estate del 1947, quando ormai i rapporti tra angloamericani e sovietici sono guastati, gli ucraini compaiono stabilmente nell’elenco delle nazionalità dei campi profughi.

Oggi

Ancora oggi, l’invasione russa dell’Ucraina avviata a febbraio 2022 con l’obiettivo di smembrare il territorio e assoggettare la popolazione, secondo alcune fonti giornalistiche, parrebbe recuperare anche lo strumento delle deportazioni per facilitare il compito. Dopo le polemiche sui corridoi umanitari da Mariupol concessi solo in direzione di Russia e Bielorussia, anziché verso i confini occidentali, la direzione dell’intelligence del ministero della Difesa ucraino ha parlato di 40.000 ucraini portati con la forza in Russia dall’inizio dell’invasione, 15.000 solo da Mariupol in un mese. Secondo il Cremlino, che nega deportazioni, si tratterebbe di migrazioni volontarie. Se i dati saranno confermati, sarà chiaro una volta di più che la lunga storia di deportazioni dell’Ucraina non è ancora finita.

Fonti
– Antonio Ferrara, Niccolò Pianciola, L’età delle migrazioni forzate. Esodi e deportazioni in Europa 1853-1953, Il Mulino, Bologna, 2012Guido Crainz, – Raoul Pupo, Silvia Salvatici (a cura di), Naufraghi della pace. Il 1945, i profughi e le memorie divise d’Europa, Roma, Donzelli Editore, 2008Silvia –  – Salvatici, Senza casa e senza paese. Profughi europei nel secondo dopoguerra, Bologna, Il Mulino, 2008

Silvia Granziero
Nata tra le nebbie della Pianura Padana, ma con il cuore a est. Laureata in Giornalismo e cultura editoriale, vive a Trieste, dove lavora come autrice freelance e non smette mai di studiare. Volontaria al Trieste Film Festival, è in East Journal da gennaio 2022.

East Journal è una testata registrata presso il Tribunale di Torino, n° 4351/11, del 27 giugno 2011, fondata il 15 marzo 2010, totalmente no-profit, che unisce ricercatori a giornalisti, offrendo un modello di informazione che associa la chiarezza del linguaggio giornalistico alla profondità e competenza del mondo accademico.

Cover:  Deportazione forzata della popolazione di un villaggio dell’Ucraina dell’est da parte di soldati del battaglione Poznan, 1947 (foto Wikimedia Commons)

Evtušenko: “La pace appesa a un sottile capello”.

 

“La pace era appesa a un sottile capello”, sono le parole di un grande poeta e romanziere russo, Evgenij Aleksandrovič Evtušenko, che oggi vogliamo riscoprire insieme, a conforto di tutti coloro che fermamente credono nell’indipendenza della letteraria e cultura di un popolo dalla follia di alcuni dei suoi governanti. Ho sempre seguito e amato la letteratura russa, fin dai tempi del liceo classico, curiosità e conoscenza rafforzate durante la mia vita lavorativa moscovita, che mi aveva portato anche a raccontare storie dalla Russia in una sorta di diario su questo stesso giornale (Sochi e dintorni: focus sulla Russia). Non posso oggi non rimpiangere quei tempi dove la bellezza e la scoperta dominavano su qualsiasi altra logica. Ma la letteratura resta, con la sua forza prorompente, ad illuminare le menti e le coscienze e a tracciare una strada che pare perduta per sempre. Ma che, grazie a lei, si può sempre ritrovare. O almeno, una volta giunti al bivio, provare a scegliere il cammino che ci pare più giusto per noi e per tutti. Dicevo, eccoci allora a ricordare che già in passato l’uomo letterato-scrittore-ma anche uomo comune si è trovato con la faccia al muro; d’altronde, la storia si ripete.

Ho ritrovato un libricino quasi miracoloso e terribilmente attuale, Condannato all’immortalità: due scritti autobiografici e una piccola antologia di poesie di un mito vivente della poesia mondiale, il russo Evgenij Aleksandrovič Evtušenko. Non so, sinceramente, quanto questo poeta, romanziere, autore di pellicole cinematografiche e professore emerito di letteratura e cinematografia sia noto in Italia. Per chi non lo fosse ricordo solo qualche nota biografica. Nato nel 1933 in Siberia, nipote di nonni arrestati come “nemici del popolo” nel 1937, durante il terrore staliniano, Evtušenko fu espulso dalla scuola, nel 1948, per “disubbidienza”. I suoi primi versi furono pubblicati nel 1949, il suo primo libro nel 1952. Nel 1957 fu espulso dall’istituto di Letteratura per il suo “individualismo” e le sue poesie divennero la prima voce solitaria contro lo stalinismo. Nel 1960, fu il primo russo a varcare la cortina di ferro e a recitare i suoi versi in Occidente.

Nel 1961 pubblicò Babi Yar, i suoi versi contro l’antisemitismo che ispirarono al grande compositore russo Dmitrij Dmitrievič Šostakovič la sua Sinfonia n. 13.

Da allora Evtušenko ha visitato 94 Paesi e le sue opere sono state tradotte in 72 lingue. Ha scritto e diretto due opere cinematografiche: Giardino d’infanzia nel 1982 e, nel 1990, Il funerale di Stalin, con Vanessa Redgrave e Claus Maria Brandauer.
Ha fatto sentire la sua voce contro i processi dei dissidenti, i carri armati sovietici in Cecoslovacchia e, con il fisico nucleare Andrej Dmitrievič Sacharov, ha fondato la prima associazione russa antistalinista, Memorial. Ha prestato la sua opera, dal 1988 al 1991, nel primo parlamento russo liberamente eletto, dove si è battuto contro la censura e altre restrizioni. Quando però, nel 1994, è stato invitato dal presidente Eltsin a ricevere dalle sue mani l’alta decorazione russa Ordine dell’Amicizia tra i Popoli, Evtušenko l’ha rifiutata, non approvando la guerra in Cecenia. Nel 2004, per il suo lavoro letterario, Evtušenko è stato insignito di una delle più prestigiose medaglie della Russia, quella per le grandi realizzazioni per la Madrepatria. È morto a Tulsa il 1° aprile 2017.

Oggi abbiamo un motivo in più per ricordarlo, anzi due.

Il primo riguarda un evento legato a questa terribile guerra in Ucraina: settimane fa, il 1° marzo, per la precisione, missili russi hanno bombardato Babi Yar, nella periferia di Kiev, quel luogo di massacri compiuti dalle forze della Germania nazista durante la campagna contro l’Unione Sovietica nella Seconda guerra mondiale.

Memoriale massacro Babi Yar, 1941 (AP Photo/Efrem Lukatsky)

Particolarmente documentato e noto fra tali massacri, fu, infatti, quello compiuto tra il 29 e il 30 settembre 1941, in cui trovarono la morte oltre 33.000 ebrei di Kiev, secondo il dettagliato rapporto fatto da personalità e militari tedeschi Fu uno dei tre più grandi massacri della storia dell’Olocausto, superato solo dal massacro della Operazione Erntefest in Polonia, nel 1943, con più di 42.000 vittime e dal Massacro d’Odessa con più di 50.000 ebrei nel 1941. La Shoah denomina l’eccidio come “massacro della gola di Babi Yar”.

Oggi, ancora una volta, capiamo che l’orrore non ha fine e che l’essere umano sembra non avere alcuna memoria. Gli errori continuano, la sofferenza non si ferma, non arretra. Odio gratuito. Eccoci allora qui a riportare alla mente, grazie al ricordo di Maria, una cara amica e collega esperta di storia, letteratura e lingua russe, una famosa poesia del grande artista russo dedicata a quel terribile massacro, quello stesso terribile luogo di sofferenza indecente. Per tutte le vittime.

Non c’è un monumento

A Babi Yar

Il burrone ripido

È come una lapide

Ho paura

Oggi mi sento vecchio come

Il popolo ebreo

Ora mi sento ebreo

Qui vago nell’antico Egitto

Eccomi, sono in croce e muoio

E porto ancora il segno dei chiodi.

Ora sono Dreyfus

La canaglia borghese mi denuncia

e mi giudica

Sono dietro le sbarre

Mi circondano, mi perseguitano,

mi calunniano, mi schiaffeggiano

E le donne eleganti

Strillano e mi colpiscono

con i loro ombrellini.

Sono un ragazzo a Bielostok.

Il sangue è ovunque sul pavimento

I capobanda nella caverna

Diventano sempre più brutali.

Puzzano di vodka e di cipolle

Con un calcio mi buttano a terra

Non posso far nulla

E invano imploro i persecutori

Sghignazzano “Morte ai Giudei”

“Viva la Russia”

Un mercante di grano

picchia mia madre.

O mio popolo russo

So che in fondo al cuore

Tu sei internazionalista

Ma ci sono stati uomini che con le loro

mani sporche

Hanno abusato del tuo buon nome.

So che il mio paese è buono

Che infamia sentire gli antisemiti che

senza la minima vergogna

Si proclamano.

Sono Anna Frank

Delicata come un germoglio ad Aprile

Sono innamorato e

Non ho bisogno di parole

Ma soltanto che ci guardiamo negli occhi

Abbiamo così poco da sentire

e da vedere

Ci hanno tolto le foglie e il cielo

Ma possiamo fare ancora molto

Possiamo abbracciarci teneramente

Nella stanza buia.

“Arriva qualcuno”

“Non avere paura

Questi sono i suoni della primavera

La primavera sta arrivando

Vieni

Dammi le tue labbra, presto”

“Buttano giù la porta”

“No è il ghiaccio che si rompe”

A Babi Yar il fruscio dell’erba selvaggia

Gli alberi sembrano minacciosi

Come a voler giudicare

Qui tutto in silenzio urla

e scoprendomi la testa

Sento che i miei capelli ingrigiti

sono lentamente

E divento un lungo grido silenzioso qui

Sopra migliaia e migliaia di sepolti

Io sono ogni vecchio

Ucciso qui

Io sono ogni bambino

Ucciso qui

Nulla di me potrà mai dimenticarlo

Che l’“Internazionale” tuoni

Quando l’ultimo antisemita sulla terra

Sarà alla fine sepolto.

Non c’è sangue ebreo

Nel mio sangue

Ma sento l’odio disgustoso

Di tutti gli antisemiti

come se fossi stato un ebreo

Ed ecco perché sono un vero russo.

Il secondo motivo è legato a quel piccolo libro che citavo, Condannato all’immortalità, edito in Italia da Interlinea nel 2008.
Vi voglio semplicemente condividere una poesia e l’incipit di un saggio qui compresi.
I brividi, per l’attualità cui ci riportano. 

Voglia il Cielo

Voglia il Cielo che torni la vista ai ciechi

e si raddrizzino le schiene ai curvi.

Voglia il Cielo non farci attaccati al potere

né falsamente eroi

e farci essere ricchi, ma ladri no,

naturalmente se è possibile ciò.

Voglia il Cielo farci vecchie volpi,

che cadano in nessuna tagliola,

e non farci vittime, né boia,

mendicanti neppure, né signori.

Voglia il Cielo che siano poche le ferite,

nel caso di una grossa rissa,

e che tanti paesi possiamo avere,

senza però il proprio dover perdere.

Voglia il Cielo che la nostra terra

non ci prenda a pedate.

Voglia il Cielo che le mogli ci amino,

anche se scalcinati.

Voglia il Cielo che ai falsi si serri la bocca,

udendo voce divina in un grido infantile,

che Cristo ravvisiamo nei vivi,

sua in volto d’uomo, sia femminile.

Non la croce portiamo – l’empietà

e come miseramente ci curviamo.

Per non avere in tutto sfiducia piena,

voglia il Cielo Dio in noi, anche se appena.

Voglia il Cielo che tutti abbiamo tutto,

e subito, perché non ci sia offesa.

Tutto sì, ma solo ciò per cui

non dobbiamo vergognarci poi.

1990

 

La pace era appesa a un sottile capello

D’un tratto nella noia trasalirono

Palme e ornelli.

La pace era appesa a un sottile capello

Della calvizie di Nikita….

La crisi caraibica nel novembre 1962 consisteva non solo nel conflitto Urss e Usa, ma anche nel conflitto tra il giovane Fidel Castro, circondato da un’aureola romantica, e la politica sovietica – goffa e talvolta semplicemente scorretta. Veramente, nel caso della crisi caraibica, la scorrettezza era dettata dalla fretta, quando la pace era letteralmente appesa a un sottile capello. Allora pochi capivano che due personalità assolutamente bipolari, a rigor di logica, per primi avevano compreso che erano costretti dalla storia a farsi partner, per la salvezza del globo terrestre dalla possibile distruzione. Il primo era un contadino del villaggio di Kalinovsk, giunto al potere dalla miseria, dal terrore di ogni notte di fronte all’arresto, negli anni del terrore staliniano (…). Il secondo era figlio di un milionario americano (…).

Entrambi questi leader (…) davano a tutti i futuri presidenti un invitante esempio di ciò che sono quei momenti in cui la politica di per sé, con tutte le sue ambizioni e gli apparenti grandi obiettivi, appare insignificante se confrontata con il problema della salvezza della vita sulla Terra, per la cui causa vale la pena rinunciare a tutto il resto e accordarsi umanamente. Tenere presente questo è assolutamente vantaggioso, proprio adesso, perché nell’aria instabile, sempre trasalente per le esplosioni, si delineano una certa quantità di potenziali sottili capelli, ai quali è di nuovo possibile appendere il sunnominato mondo, e non è chiaro se saranno abbastanza resistenti, come quello semidimenticato-indimenticabile della pelata di Nikita Sergeevic, che, a volte, infervoratosi, diventava di porpora e evidenziava le protuberanze, ma che, pure rapidamente, rassicuratosi, livellava la sua superficie. Nel diretto conflitto Usa-Russia non credo. Per esso non esistono motivi logici diretti (…) Meglio non darsi delle arie, ma scambiarsi l’esperienza dei propri errori e non ripeterli. (…) .  

Non si devono trasformare gli altri Paesi in carte da gioco, cercando di vincere l’un l’altro. Questo gioco per la vittoria si trasforma in una reciproca sconfitta e vince qualche terzo, e non si conosce ancora se per il bene (…). Le grandi potenze nucleari (…) devono accettare le piccole nazioni e non contrastarle. Anche i problemi interni possono diventare sottili capelli, che non reggeranno il carico appeso loro2003-2005

Foto in evidenza di Evgenij Aleksandrovič Evtušenko

Una Matrioska salverà il mondo

 

Patria: il territorio abitato da un popolo e al quale ciascuno dei suoi componenti sente di appartenere per nascita, lingua, cultura, storia e tradizioni“. “Nazione: il complesso delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla realizzazione in unità politica“. (Treccani)

Mi sono sempre meravigliato di quanto l’uomo, nella storia, abbia sentito il bisogno di combattere per qualcosa che pone fuori (sopra) di sé, invece che per sé. Dio, Patria, Nazione. Uso la parola “uomo” in senso specifico: sono i maschi che hanno costruito queste astrazioni. Per renderle dei feticci in nome dei quali uccidere e morire, i maschi ci hanno iniettato dentro concetti tratti dalla fisiologia: il sangue, come se un legame di sangue potesse allargarsi dalla propria ristretta cerchia di avi e discendenti, fino a ricomprendere una moltitudine di consanguinei che fanno un popolo, che formano una nazione. Anche qui, il maschio umano parte da un elemento reale, che scorre nelle sue vene, e lo trasforma in un’astrazione. Un allargamento della propria genìa ad un numero indefinito di pseudo-consanguinei. Un’idea folle. Che infatti porta all’altra follia genocida, quella della razza pura.

Non so se sia completamente attendibile, ma obbligherei tutti i nazionalisti, tutti i razzisti, tutti i sostenitori della superiorità della loro razza a fare il test genetico che attraverso il DNA rivela le varie origini etniche. Sarebbe bello vedere la faccia di un suprematista che scopre che nelle sue vene scorre sangue nigger, l’espressione di un nazista con la svastica tatuata addosso che scopre di essere di origine ebraica, l’amara sorpresa di un turco fanatico che scopre di avere ascendenze armene e curde.

Qui si innesta un altro elemento, questo sì biologico. Numerose ricerche scientifiche hanno dimostrato che un elevato livello di testosterone aumenta l’aggressività e diminuisce la capacità di ponderare le proprie decisioni, rendendole più impulsive. Lo ha detto anche la bravissima Francesca Mannocchi, inviata di guerra (anche) in Ucraina: “c’è troppo testosterone”. Si riferiva nello specifico ai proclami bellicisti di politica e stampa. Fino a che un uomo soddisfa il bisogno simbolico di prolungarsi il pene acquistando un Suv, i rischi sono limitati. Quando l’uomo in questione ha la possibilità di imbracciare un fucile, i rischi aumentano. Se poi il maschio in questione può azionare dei missili, diventa anziano ma non lo accetta ed è strafatto di steroidi, il rischio diventa maledettamente alto.

La parola “patria” ha un etimo che deriva da “terra dei padri”, ma sono le madri che danno la vita. Sono persuaso che questa, come tutte le guerre, sia una guerra dei maschi, come scrive anche Roberta Trucco in un bello e drammatico pezzo appena pubblicato sul nostro giornale (qui). Una progressiva presa delle leve del potere (potere anche mediatico) da parte delle donne non rivestirebbe solo una funzione di riequilibrio sociale ed emancipazione culturale, ma contribuirebbe a spostare le priorità nei valori e le modalità di narrazione e magari anche gestione dei conflitti. Le donne non hanno bisogno di esibire ed esercitare la virilità: non è nella loro natura. Non intendo essere agiografico (ci sono state donne di potere feroci o spietate, perchè hanno mutuato un attitudine maschilista), nè costruire un santino: sono disperatamente interessato a intravedere un futuro per la specie umana. Guardate due donne che litigano. La loro ferocia verbale è superiore a quella maschile, più raffinata e greve al tempo stesso. Si potranno odiare per sempre, difficilmente arriveranno ad ammazzarsi.

Quando qualcuno mi dice che ho una spiccata parte femminile lo considero un bel complimento. Gli uomini ucraini in età dai 18 ai 60 anni, come sappiamo, hanno il divieto di uscire dal loro paese da quando è partita la guerra di aggressione russa. Questo divieto oblitera d’imperio la loro parte femminile, statuendo per legge la declinazione della loro individualità in termini esclusivamente virili: lotta, combattimento, aggressività. Le donne e i bambini possono andarsene, loro no. Loro devono rimanere a difendere con le armi…che cosa? La Patria, la Nazione. Non venitemi a raccontare che separarli dai figli e dalle compagne e lasciarli lì a combattere e a morire (non su delle alture, non lontano e sopra i bombardamenti ma sotto le bombe) serve a difendere la loro famiglia. Se volessero proteggere i loro affetti dovrebbero avere la possibilità  – almeno la possibilità – di andarsene via insieme alle loro famiglie. Se lo ritengono necessario, dovrebbero avere la chance di ricostruire un futuro altrove insieme ai loro cari. Invece, anche solo parlare di questa opzione (trovare una “seconda patria”) ti fa incasellare dentro una scatola con l’etichetta di smidollato, di vigliacco. Sono loro che ci chiedono di avere le armi, sento dire. Ma loro chi? Chi è costui che ha parlato con ogni singolo maschio ucraino per essere così sicuro delle sue intenzioni? Se lui muore, la Patria un giorno forse gli sarà grata, ma sicuramente i suoi figli saranno orfani e sua moglie vedova.

Albert Einstein dopo la salita al potere di Hitler si trasferì negli Stati Uniti. Sarebbe stato meglio per l’umanità se avesse imbracciato le armi contro il Kaiser? Sigmund Freud dovette chiedere un visto per l’Inghilterra, mentre le sue opere venivano bruciate e quattro delle sue sorelle trovavano la morte in un campo di concentramento. Rudolf Nureyev chiese asilo politico alla Francia e in Unione Sovietica – dove, accusato di essere una spia, fu condannato in contumacia per alto tradimento –  tornò solo nel 1987, grazie ad un permesso concessogli da Gorbaciov. Avrebbe dovuto andare in galera, anzichè espatriare? Cosa sarebbe stato meglio, per lui e per tutti, che ballasse tutta la vita in carcere? Cassius Clay rifiutò di arruolarsi per il Vietnam, affermando che, a differenza di quanto accadutogli nella sua nazione, nessun vietcong lo aveva mai chiamato “sporco negro”.

Però i partigiani hanno fatto la Resistenza armata, si obietta. Certo, ma chi si trovava in guerra e come l’hanno fatta la Resistenza? Pietro Secchia (Brigate d’assalto Garibaldi) afferma che, su 1.673 nomi di dirigenti del movimento partigiano, circa il 90% erano militanti che erano già stati condannati al carcere, al confino o all’esilio dal regime fascista. Moltissimi erano disertori. Quanto all’approvvigionamento di armi e alle leggendarie piogge di rifornimenti aerei dagli Alleati, cito quanto scrive Carlo Levati (partigiano Tom) nel suo libro “Ribelli per Amore della Libertà”:
«Dal Comando di Brigata ci veniva comunicata l’imminenza di un rifornimento di armi da parte degli Alleati; e la notizia ci procurò molta gioia. Il lancio dall’aereo sarebbe avvenuto entro il territorio sotto il nostro controllo e cioè tra Gorgonzola, Trezzo e Vimercate. Il segnale avrebbe dovuto darlo Radio Londra con queste parole: “Lucio 101” che significava attesa; “Lucio 1O1 il pollo è cotto” voleva significare che la notte seguente noi avremmo dovuto accendere dei falò nelle località citate e quindi recuperare le armi venute dal cielo. Andammo avanti tante notti ad ascoltare la radio e ad aspettare il famoso “pollo”, che non venne mai; tant’è che anche il più paziente di noi, dopo un paio di mesi di vana attesa, si lasciò sfuggire questa battuta: “Se il pollo c’è … ormai è carbonizzato!”. Così, senza ulteriori attese di lanci, decidemmo di organizzare l’assalto alla Caserma dei repubblichini di Vaprio d’Adda per recuperare armi.»

Questo accadeva, tra l’altro, in una situazione completamente diversa dall’attuale: le truppe di Hitler avevano già sfondato in mezza Europa. La guerra era già diventata mondiale, e gli italiani non solo avevano i nazisti in casa, ma facevano i conti da anni con un regime interno che si era alleato coi nazisti per mandare i giovani italiani coscritti a morire in nome del Duce. I fautori dell’invio di armi alla “resistenza” ucraina, facendo un parallelismo con l’aiuto alleato ai partigiani, raccontano una favola ad un tempo mitologica e superficiale: mitologica perchè, come l’episodio sopra narrato mostra, gli alleati lanciarono armi soprattutto a partire dalla tarda primavera del 1945, alla vigilia della Liberazione; superficiale, perchè l’Europa e l’Italia non sono alleati bellici dell’Ucraina contro la Russia. Chiunque sostenga il contrario (compreso il nostro Governo) dovrebbe spiegare su quali basi giuridiche l’Italia offrirebbe assistenza armata all’Ucraina, che non è un paese aderente alla Nato e non fa parte dell’Unione Europea. 

Per quanto mi riguarda, sono e sarò un renitente e un disertore. Preferisco andare in carcere che ammazzare persone che non conosco e che non mi hanno dichiarato guerra, per soddisfare la brama di potere di qualcuno. Potessi avere una remota possibilità, imbracciando un fucile, di far fuori il tiranno: invece ho la certezza che dovrei ammazzare l’ innocente per salvare la mia vita, contemporaneamente perdendola per sempre. La guerra la dichiara qualcuno che sta in cima alla piramide, ma a morirne sono quelli che si trovano alla base della piramide. In nome di cosa? Il mio nemico è Putin, ma il mio fucile al massimo potrebbe uccidere un potenziale Bulgakov, un futuro Kandinskij, un Cechov, un Dostojevskij.

Tutta questa gente che si è messa in modalità “partigiana”, esaltando e propugnando la magnifica resistenza dei camerieri e ragionieri ucraini che diventano guerriglieri e “dobbiamo mandare loro le armi”: intanto se ne sta a casa, e sfoggia il proprio patriottismo in un talk show (in Italia, una delle peggiori degenerazioni dell’informazione). Avrei un briciolo di rispetto per questa posizione se chi la sostiene si muovesse per andare a combattere in prima persona a fianco degli ucraini, perchè almeno rischierebbe in proprio. Invece non ho nessun rispetto per i colonnelli da tastiera, nè per le margherite che si scoprono tupamaros, ma non si schiodano dalla poltrona. La battaglia per la “patria” la combatta chi la vuole combattere, ma almeno lo faccia assumendo il rischio sulla propria pelle. Altrimenti sono esercizi di oscenità verbale. Come l’osceno Ed-War-d Luttwak, che racconta che l’Europa è cresciuta a guerre, che lui se ne è fatte tre (mai una in trincea o sotto le bombe) e che è “un’esperienza bellissima”.

Io mi sento a mio agio nella “matria“, insieme alle donne e madri russe, alle donne e madri ucraine, che vedo già nel mio condominio, con bambini ma senza uomini. Sono loro che possono cambiare il paradigma della storia umana, perchè hanno dentro il seme della vita e non l’anelito alla morte. La mia estrema speranza che questa non diventi una guerra all’ultimo europeo, o all’ultimo essere umano, ha l’aspetto di una matrioska.

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Ragioni della pace, ragioni della guerra

 

C’è un certo imbarazzo nel parlare di quel che sta succedendo ad est.
C’è un certo scoramento nel constatare che, accanto al conflitto militare, è in corso una guerra a livello mediatico: una guerra nella quale la prima vittima è la verità, dove la propaganda, la disinformazione, le fake news prosperano.
C’è un po’ di delusione nel vedere ripetersi un copione che è stato usato nei conflitti che hanno coinvolto l’occidente: iper-semplificazione dei fatti, ridotti allo scontro bene (noi) male (loro), costruzione della figura del nemico come dittatore, attribuzione al nemico di ogni responsabilità e di ogni crimine.
C’è frustrazione nel vedere ripetersi in Europa quel che era successo nella ex Jugoslavia e, su scala più ampia e drammatica, in Iraq, in Afghanistan, in Libia, in Siria.
Nulla di strano, nulla di nuovo purtroppo: la storia, si sa, è buona maestra ma non ha allievi.

L’imbarazzo aumenta e diventa disillusione nel constatare che questa guerra prolunga il periodo di paura e di odio generato dall’esistenza di una pandemia e dalla sua gestione, proprio quando sembrava che questa emergenza fosse finalmente finita. Da oltre due anni, il quadro di paura diffuso tra la popolazione è diventato strumento di governo e, oggi, costituisce la precondizione necessaria per sostenere e legittimare la violenza e la guerra.
I media hanno avuto ed hanno una grande responsabilità nella creazione di tale contesto negativo; ma anche ognuno di noi ha una precisa responsabilità: gode infatti di uno spazio di libertà che consente di scegliere se alimentare le ragioni della guerra o sostenere quelle della pace. Accettare pedissequamente la narrazione mainstream e quindi prendere partito per uno dei contendenti senza conoscere il contesto e il passato è il primo passo attraverso il quale ognuno di noi alimenta, piaccia o meno, il conflitto.

Per capire meglio quel che sta succedendo bisogna almeno tornare al dicembre 1991, data che segna la fine ufficiale dell’URSS dopo il crollo del muro di Berlino il 9 novembre 1989 e lo scioglimento di fatto del Patto di Varsavia (1991). La Glasnost e la Perestrojca di Gorbaciov sembravano aprire una stagione nuova, l’uscita dalla guerra fredda, la rinascita dell’Europa in un nuovo orizzonte di pace e collaborazione. Erano i tempi in cui sembrava possibile agli spiriti più visionari una grande Europa libera da Gibilterra agli Urali ed oltre. Non è andata affatto cosi. Il vecchio e corrotto sistema sovietico è crollato prima che il nuovo cominciasse a funzionare e la crisi si è fatta ancora più acuta nella misura in cui i cambiamenti radicali in un Paese così vasto non potevano e non possono passare in modo indolore, senza difficoltà e sconvolgimenti che si ripercuotono a livello globale.

Con la crisi del sistema statale centralizzato, della sua burocrazia e dell’ideologia che ne era il cemento, è venuto meno il collante che teneva insieme le tante etnie e le innumerevoli repubbliche che costituivano il sistema comunista sovietico, che veniva presentato in occidente come un grande monolite nascondendone la complicata realtà multietnica.  All’interno di molte di esse, sono scoppiati drammatici e sanguinosissimi conflitti etnici e religiosi abilmente fomentati dall’esterno, fino alle più recenti “rivoluzioni colorate” che hanno portato alla sostituzione dei regimi amici di Mosca con regimi amici degli USA, come successo anche in Ucraina prima con la “rivoluzione” Arancione del 2004 e poi con la “rivoluzione” di Maidan del 2014.
Con il crollo del muro di Berlino e il ritiro dei sovietici dalla Germania e dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia, l’intero equilibrio scaturito dalla seconda guerra mondiale è andato in frantumi senza che il processo fosse governato come sarebbe stato necessario. Alla Russia è rimasto però un arsenale atomico enorme, obsoleto forse e quindi ancor più pericoloso.

A fronte di questo il sistema antagonista, la NATO non si è affatto sciolto ma, anzi, ha iniziato ad espandersi verso est incorporando paesi un tempo satelliti di Mosca e, infine, cercando di mettere radici in Ucraina. Un passaggio, questo, incauto e pericolosissimo che nessun paese con rinascenti ambizioni di potenza (tale è la Russia di Putin) poteva accettare impunemente (basti ricordare, a parti invertite, la crisi dei missili a Cuba del ’62).
In questo lungo processo, oggi sfociato in una guerra largamente prevedibile e prevista, l’Europa non ha saputo agire dimostrando la sua assoluta inconsistenza politica e culturale, malgrado l’entrata nel sistema europeo dei paesi dell’est.
Anche qui nulla di nuovo se solo si guarda agli avvenimenti in ottica geopolitica e col disincanto che la politica internazionale richiede.

La rottura del vecchio equilibrio geopolitico ha anticipato la distruzione di ogni idea non solo comunista, ma anche socialista e la sua sostituzione con i valori del mercato dominati dalla finanza e dalle multinazionali. La parola competizione ha sostituito quella di cooperazione; il consumo ha sostituito l’etica della cittadinanza; il capitale ha surclassato il lavoro mentre le macchine intelligenti sostituiscono l’uomo. Il bene privato ha surrogato il bene pubblico e il bene comune. Gli Stati sono stati indeboliti cedendo grandi quote di sovranità e sono ormai tutti legati alla logica di funzionamento della finanza. Il crollo del capitalismo di stato ha lasciato mano libera al capitalismo di impronta neo-liberista ovvero ad una élite finanziaria che ha iniziato ad espandere il suo potere su tutto il pianeta. Il dominio assoluto del mercato è diventato la cifra distintiva di una globalizzazione planetaria a senso unico.
E’ venuta meno la speranza di costruire una grande Europa comprendente tutti gli ex satelliti sovietici e la Russia stessa insieme all’Ucraina; un blocco pacificato che a livello geopolitico sarebbe diventato in grado di competere a livello globale nel giro di pochi decenni. A questa utopia politica si è preferita una tecnocrazia burocratica basata esclusivamente sull’economia, sulla finanza e sul diritto.
E’ questo il Nuovo Ordine Mondiale che ha sostituito quello bipolare nato da Jalta e dalla seconda guerra mondiale (curioso: Jalta si trova in Crimea e proprio la Crimea insieme al Donbass sta al centro del contenzioso attuale). Questa guerra non è la fine della globalizzazione perseguita negli ultimi 30 anni, bensì, al contrario, la globalizzazione mercatistica fallita a livello globale è la causa della guerra in Ucraina.

Di tutto questo noi siamo spettatori, spesse volte spaventati e rancorosi, immersi in un flusso di informazioni alle quali diamo senso in base al pregiudizio e quasi sempre in assenza di riferimenti concettuali adeguati in grado di collocare il fatto e la narrazione complessiva in una prospettiva più ampia connessa alla propaganda, alla storia e alla geopolitica. Siamo spettatori indignati nella misura in cui l’agenda dei media sottopone alla nostra attenzione la guerra in Ucraina tacendo su tutte le altre guerre che proprio adesso insanguinano il mondo.
Siamo spettatori inconsapevoli nella misura in cui ignoriamo che in un contesto di guerra le fonti di informazione sono sempre tendenzialmente censurate e l’informazione è controllata, filtrata e diffusa dai governi, dai militari e dall’intelligence.
Siamo spettatori incoscienti nella misura in cui accettiamo e diffondiamo notizie la cui finalità non è quella di informare imparzialmente, ma quella di creare emozioni e sentimenti sempre più estremi, che servono solo a generare l’odio e la paura che servono per alimentare la guerra e la violenza.

Potrebbe sembrare un quadro deprimente ma proprio qui risiede l’opportunità di cambiamento: infatti, in quel che resta della nostra democrazia, ai potenti e ai signori della guerra serve ancora il consenso e solo noi cittadini possiamo concederlo.
In un contesto di conflitto aperto ognuno di noi diventa, nel suo piccolo, protagonista della guerra, di questa guerra cha da oltre un mese sta al centro della cronaca e dello spettacolo. La guerra ha assoluto bisogno di fiancheggiatori che ne garantiscono la legittimazione culturale: nessuna guerra che cada sotto i riflettori dei media sarebbe infatti possibile e potrebbe durare a lungo senza questo tipo di appoggio diffuso. La guerra ha bisogno di te.

Ma se questo è vero, è anche vero che si possono sostenere le ragioni della pace. Lo si fa rifiutando la contrapposizione manichea tra bene e male, evitando ogni azione che possa contribuire a causare ulteriore paura e alimentare l’odio. Tutte le persone che si agitano sostenendo la ragione delle armi sono perfettamente funzionali allo scontro, sostengono gli interessi dei poteri che lo vogliono e ne traggono profitto.
La logica della pace può anche fare a meno di “fatti” spacciati per veri dai media. La pace ha una sola bandiera ed è di colore bianco; non è finalizzata a difendere una parte e a criminalizzare l’altra: mira semplicemente a ridurre il conflitto, a favorire le trattative, a ricondurre al buon senso, a tutelare ed aiutare le vittime civili che accompagnano ogni conflitto.
Il pensiero di pace si sviluppa ad un livello superiore rispetto alle ragioni del potere; sa che la logica del potere e del capitale usa i drammi dei civili per sviluppare il proprio disegno nefasto.
La logica di pace, deve guardare al futuro nel lungo periodo: non solo a pacificare adesso, ma a costruire un futuro che sia generativo di pace. Solo dopo, a pace fatta, si potranno scrivere sulla bandiera bianca che non separa parole autentiche di ogni colore. Esattamente quello che oggi non sta succedendo.

Poco più di 100 anni fa (1917), la Rivoluzione Russa irrompeva nella storia di un secolo caratterizzato da guerre, rivoluzioni e scontro ideologico. Oggi, dai medesimi luoghi, potrebbe sorgere l’alba di un Nuovo Mondo oppure, se non prevarranno le buone ragioni della pace, concludersi definitivamente e drammaticamente la parabola del vecchio mondo che conosciamo.

Ucraina: Le madri (surrogate) sotto le bombe e la guerra dei maschi

 

In Ucraina, sotto le bombe, molte madri surrogate con i loro figli in grembo, sono state trasferite in un bunker per tutelare ‘la mercanzia umana’ commissionata dalle coppie occidentali.

“L’Ucraina è la seconda meta mondiale per la Gravidanza per altri (Gpa), con un numero variabile tra i 2.000 e i 2.500 bambini nati ogni anno. Secondo alcune stime, attualmente, sarebbero circa 800 le donne incinte per conto di coppie straniere e oltre 2mila le coppie straniere che hanno congelato embrioni nelle 33 cliniche che offrono servizi di Gpa“ (Fonte: IO DONNA Repubblica).

Dunque, ai primati di materie prime e commerciali dell’ l’Ucraina , di grande interesse per l’economia  globale capitalista si aggiunge anche quello dello maternità surrogata, della riproduzione artificiale, del mercato di ovuli e sperma.

Per me oggi sarebbe bene ribaltare le categorie economiche e avere il coraggio di dire che l’economia fondata sui corpi intesi come macchine modificabili a piacimento, integrabili con intelligenze artificiali, modificabili geneticamente, curabili e implementabili attraverso  ogni forma di medicina da remoto, saziabili con  alimenti prodotti nei laboratori, è diventato l’obiettivo primario del capitalismo transumanista.

La maternità surrogata, raccontata come una pratica d’amore e di salute pubblica (si faranno bambini su commissione con diagnosi pre-impianto e modificabili geneticamente a seconda dei gusti, dunque sani e belli – chi lo dice?- in realtà eugenetica pura) è la via scelta dai transumanisti per rendere accettabile all’opinione pubblica tutto il loro progetto sull’umanità. Un progetto che prevede che l’uomo diventi dipendente  totalmente dalla tecnologia e dunque da laboratori biologici e tecnologici.

L’ industria della riproduzione artificiale, con tanto di mercato di pezzi di corpo,  introdotta molto tempo fa, sempre attraverso una accurata narrazione di cura, quando cura non è, è diventata  sempre più fiorente e considerata dai transumanisti una delle strade in grado di frenare il collasso del sistema economico mondiale.   Come non vedere che la riproduzione artificiale, la  pratica della maternità surrogata, la manipolazione genetica dei corpi  è l’apoteosi del sogno onnipotente patriarcale del controllo dei corpi che secolarmente si è fondato sul corpo delle donne?

Il patriarcato, infatti, come dice bene Adriana Guzman (femminista attivista boliviana) “è il sistema che produce tutte le oppressioni, tutte le discriminazioni e tutte le violenze che vive l’umanità e la natura, ed è costruito storicamente sopra il corpo delle donne!”.

Questa tragica guerra è una guerra tra due visioni del mondo patriarcali, continua a non cambiare nulla, e per chi vuole vedere le cose come stanno, il mercato della maternità surrogata lo evidenzia in modo eclatante.
Lo schieramento binario produce il divide et impera,  tecnica efficace e già collaudata durante la pandemia, che impedisce qualsiasi confronto dal quale nascerebbe pensiero critico alla filosofia che governa le scelte dei potenti del mondo.  La questione delle madri surrogate e dei bambini nati da surrogata oggi sotto le bombe, definita “tragedia nella tragedia”, mette a nudo l’ipocrisia di tutti quelli che si dichiarano pacifisti ma che usano parole di guerra e restano convinti della sua inevitabilità.

Ma, sempre Adriana Guzman: “Non si possono prendere decisioni nel mondo senza le parole delle  donne, senza lo sguardo delle donne. Abbiamo un modo di guardare al mondo , un modo di sentire il mondo diverso e tutto nostro. E questo è il mondo che non c’è,  questo è il motivo per il quale  gli errori in questo mondo si ripetono, si riproducono e  si sostengono: perché manca lo sguardo delle donne, perché non ci sono ne luoghi ne le parole delle donne ne tantomeno la naturalezza delle donne e dunque non c’è equilibrio possibile. Se non c’è il mondo delle donne non è possibile nessuna giustizia sociale né alcuna convivenza pacifica. Le donne devono essere presenti in tutte le decisioni. Non basta che le donne partecipino devono potere prendere delle decisioni!....”.

Una delle strade è che il popolo si riconosca potere, non accetti passivamente la propaganda che ormai da tempo ci invade, si metta di traverso, produca pensiero e azione critica e apra finalmente alle parole e alle decisioni delle donne.

Alle madri russe e alle madri ucraine, le donne che quotidianamente si adoperano per mediare le relazioni in famiglia, chiedo di mettersi attorno a un tavolo. Solo loro possono trovare il modo di non mandare in guerra i loro figli, i loro mariti i loro fratelli. Perché nessuno vuole questa guerra e nessuno vuole morire per i grandi e occulti interessi di pochi che, per di più, hanno in mente un disegno per l’umanità che cancella il senso stesso di essere umano.

Gli assedi delle città: la guerra ripete se stessa.
Dobbiamo tornare a parlare di disarmo

 

L‘assedio è una strategia bellica in cui un esercito controlla l’accesso a una località, di solito fortificata, allo scopo di costringere i difensori alla resa o di conquistarla con la forza. Chi mette in atto un assedio si pone lo scopo di isolare chi lo subisce in modo che questi non possa più avere comunicazioni con l’esterno e che non sia in grado di ricevere rifornimenti di cibo o di mezzi. Ciò avviene, solitamente, circondando l’obiettivo col proprio esercito.
L’assedio è stata una strategia di guerra usata fin da tempi antichissimi che ha avuto quasi sempre esito positivo per gli aggressori.  Gli invasori hanno potuto instaurare “governi fantoccio” dopo aver ridotto l’esercito regolare e i civili allo stremo. Durante gli assedi la percentuale di civili morti è sempre stata altissima. Le prime notizie di assedi arrivano da fonti antichissimi. Ricordo, ad esempio, l’Assedio di Troia, l’Assedio ateniese di Siracusa (413 a.C.), l’Assedio di Costantinopoli (1453), l’Assedio di Leningrado (1941-44) e due assedi che avvennero in Italia: l’Assedio di Torino del 1706 e quello di Roma del 1849.

L’assedio di Torino rappresenta uno dei momenti più cruenti della Guerra di successione spagnola (1701-1714). Da Maggio a Settembre 1709, la città dovette difendersi dagli assalti di circa quarantacinquemila soldati francesi e spagnoli. Venne bombardata con palle di pietra e bombe incendiarie, mettendo a dura prova la resistenza della popolazione civile, mentre nell’intricato labirinto di gallerie scavate nel sottosuolo si combatteva una guerra senza sosta. L’assedio si concluse con la battaglia del 7 settembre, nella quale le truppe austro-piemontesi, guidate da Vittorio Amedeo II e dal Principe Eugenio di Savoia, riuscirono a costringere gli assedianti alla fuga [Qui].

Un secondo assedio avvenuto in Italia, è quello di Roma del 1849. Fu il generale francese Nicolas Charles Victor Oudinot che ordinò l’assedio della città. Il militare, inviato dal presidente della Seconda Repubblica francese Luigi Napoleone, tentò per la seconda volta l’assalto a Roma, capitale della neo-proclamata Repubblica Romana. L’assedio si concluse con la vittoria e l’ingresso dei francesi in città e con l’insediamento di un governo militare in attesa del ritorno di papa Pio IX. Resta tristemente famoso il bombardamento dal Gianicolo con l’utilizzo di bombe a scoppio ritardato, che uccisero soprattutto bambini, andati a vedere da vicino quei proiettili inesplosi. Oudinot entrò in città il giorno 3 luglio e, il 5, prese possesso di Castel Sant’Angelo [Qui].

Fra gli assedi più recenti ricordo l’assedio di Sarajevo avvenuto durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina che  è stato il più lungo assedio del XX secolo. (5 aprile 1992 – 29 febbraio 1996) Tale assedio vide scontrarsi le forze del governo bosniaco, che aveva dichiarato l’indipendenza dalla Jugoslavia, contro l’Armata Popolare Jugoslava (JNA) e le forze serbo-bosniache (VRS), che miravano a distruggere il neo-indipendente stato della Bosnia ed Erzegovina e a creare la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. Si stima che durante l’assedio le vittime siano state più di 12.000, i feriti oltre 50.000, l’85% dei quali tra i civili. A causa dell’elevato numero di morti e della migrazione forzata, nel 1995 la popolazione si ridusse a 334.664 unità, il 64% della popolazione pre-bellica [Qui].

Un ultimo assedio da ricordare è quello del 2004 di Falluja (in arabo: الفلوجة‎, al-Fallūja), una città del governatorato di al-Anbar in Iraq, situata sull’Eufrate, circa 69 km ad ovest di Baghdad. In Iraq è conosciuta come la “città delle moschee” per le oltre 200 moschee nella città e nei villaggi circostanti. È uno dei luoghi più importanti per l’Islam sunnita nella regione. Nel 2003 è stata coinvolta nella seconda guerra del Golfo. Considerata dal comando angloamericano una irriducibile roccaforte degli insorti sunniti e degli elementi della resistenza irachena, fu teatro di alcuni dei più aspri e violenti combattimenti urbani del conflitto, con un numero elevatissimo di vittime civili. La guerra ha danneggiato circa il 60% degli edifici di cui il 20% totalmente distrutti, incluse 60 moschee della città provocando un elevato numero di vittime. L’utilizzo di ordigni al fosforo bianco su Falluja durante la seconda guerra del Golfo è stato al centro di una grossa polemica, scaturite nel novembre 2005 da un servizio giornalistico di Rainews24.

Nel 2015, MSF (Medici Senza Frontiere Qui) ha supportato circa quarantacinque strutture  mediche nelle parti settentrionali e occidentali della Siria e ha registrato 4.634 morti di guerra, di cui 1.420 (31%) erano donne e bambini del governatorato di Damasco. Questo è un chiaro esempio delle conseguenze mediche e umanitarie delle strategie di assedio militare-continuato. Nel caso di Madaya, né medicinali né cibo sono stati autorizzati a entrare tra ottobre e dicembre, né è stata consentita l’evacuazione di casi medici gravi per cure ospedaliere salva-vita (Qui)Il numero di strutture supportate da MSF è stata solo una parte di tutte le strutture mediche ufficiali e di fortuna in Siria, quindi i dati riportati da MSF rappresentano  un campione relativamente esiguo. Particolarmente preoccupante è il fatto che nel 2015, le donne e i bambini abbiano rappresentato il 30-40 percento delle vittime della violenza in Siria, dimostrando che le aree civili sono state costantemente colpite da bombardamenti aerei e da altre forme di attacco.

Il conflitto siriano del 2015 si è configurato come un insieme di guerre sovrapposte e combattute simultaneamente tra potenze regionali e internazionali entrate nel conflitto in fasi diverse, principalmente tra Stati Uniti e Russia e tra Iran e Arabia Saudita, assumendo i contorni di una proxy war (guerra per procura). Si è inoltre registrato tra dicembre e gennaio 2015 un numero elevato  di morti per fame [Qui].
Così riporta il report di MSF: “Che le infrastrutture civili – come scuole, moschee, ospedali e mercati – siano deliberatamente presi di mira, o che il bombardamento di spazi civili sia il risultato di attacchi aerei e bombardamenti indiscriminati, in entrambi i casi viene violato l’obbligo di proteggere i civili dalla violenza della guerra, nell’inosservanza del diritto internazionale umanitario.”

Venendo alla guerra che si sta combattendo ai confini dell’Europa e che sta preoccupando tutti in questi giorni, la speranza e il desiderata di tutti i costruttori di pace, è quella che in Ucraina non si scateni una campagne militari che assedi le città e trasformi la guerra in corso in un massacro senza uguali.

Mi sembra che la storia ci abbia insegnato molto poco, che gli errori fatti si ripetano sempre uguali, che l’orrore sia sempre quello, che gli assedi tolgono la vita a tutti e che in guerra la maggioranza dei morti è civile. MI chiedo perché nessuno ricordi ciò che è già successo in altre guerre e che questo potrebbe insegnare molto, anche se è vero che né i ricordi collettivi, né quelli individuali sono lineari ma sono il frutto di elaborazioni cognitive complesse che tengono conto della cultura, delle aspettative, dei bisogni, della sofferenza e della follia.

Credo che sia necessario, aldilà del fine negoziale della guerra in corso (prima che muoiano tutti) ritornare a parlare di disarmo mondiale. Mi sembra anche doveroso ricordare che, contrariamente a quanto in maniera molto superficiale viene diffuso come notizia triste, di disarmo si è sempre continuato a parlare e che esiste una vera e propria CD (Conferenza del Disarmo). Istituita nel 1979 dopo la prima Sessione speciale sul disarmo dell’Assemblea Generale dell’ONU, la Conferenza del Disarmo (CD) rappresenta il più importante foro multilaterale a disposizione della comunità internazionale per i negoziati in materia di disarmo e di non proliferazione.

Oggi la Conferenza del Disarmo, sita a Ginevra, è costituita da 65 Paesi membri e 38 Stati osservatori, tra cui i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti), gli altri Stati dotati di armamento nucleare e tutti i Paesi militarmente più significativi.
Mi chiedo però quanto sia efficace questa conferenza visto che la spesa per gli armamenti continua ad aumentare in tutto il mondo, Italia compresa.

Infine mi sembra utile citare Johan Galtung  e la sua teoria del trans-armo. Il trans-armo è la trasformazione dell’armamento.
“Noi vorremmo il disarmo – diceva Galtung durante la guerra fredda – ma siamo minoranza e non l’otterremmo. Allora chiediamo che cambi l’armamento, anche per maggiore sicurezza. Fra il riarmo e il disarmo c’è il trans-armo: trasformazione dell’armamento da crescente a calante, soprattutto da strutturalmente offensivo, aggressivo, a strutturalmente, esclusivamente difensivo“. Scriveva inoltre: “Trans-armo: processo di transizione da un modello di difesa fondato su armi di offesa a un modello di difesa che utilizza esclusivamente armi difensive, sino alla loro totale estinzione nel caso della difesa popolare nonviolenta. Comporta un mutamento profondo della dottrina di sicurezza militare e costituisce l’effettiva premessa per un reale e duraturo disarmo generalizzato in quanto non si limita a proporre lo smantellamento dei sistemi d’arma lasciando inalterato il meccanismo che li genera, ma modifica il punto di vista, il paradigma e la dottrina militare” [Qui ].

In copertina: Età neoassira, assedio città elamita di bit-bunakki, da pal. n di assurbanipal a ninive, 648-31 a.c. (licenza Wikimedia Commons)

biglietto pacifista stracciato

La pace non si straccia

 

L’immagine di questa settimana non è una sola, ce ne sono molte altre da mostrarvi. Perché, in questo caso, vanno fatte vedere, e più ce ne sono, più fiducia potremo avere nel futuro. Si tratta di volantini sparsi e incollati un po’ ovunque, per la città di San Pietroburgo, la città considerata ancora oggi il centro culturale di tutta la Russia. Le sue mostre, dalle icone ortodosse alle opere di Kandinsky, l’opera e il balletto, il famoso Teatro Mariinsky con i suoi spettacoli, le tante iniziative culturali lo stanno a dimostrare.

traduzione: Pace e bene (un saluto dai francescani)

Sì, perché la Russia è anche cultura, e non dobbiamo dimenticarlo, soprattutto di questi tempi. Queste foto sono state pubblicate su facebook da una cara amica (naturalmente non farò il suo nome), conosciuta proprio durante un incontro culturale gemellato con la Russia. Lei è russa di San Pietroburgo, traduttrice dal russo all’italiano. Un ragazza giovane e bella che non ha mai visto la guerra. Passeggiando per la città, ha fotografato questi biglietti, attaccati sui muri, dai pacifisti russi.  Aveva manifestato per la pace. Ora è scappata in Serbia. Molti suoi amici stanno ancora manifestando in piazza, rischiando multe salate e l’arresto da parte della polizia russa. Rischiando botte e abusi di potere ogni giorno.

traduzione: Fin tanto che siamo lontani da spari e medaglie, ricordate che Dio è amore

Lei è amica dell’Italia e soprattutto dell’Ucraina. Proprio con una sua cara amica ucraina, aveva pensato che questa primavera, sarebbe stato il momento giusto per partire e fare il cammino di Santiago. Dopo una pandemia è quello che sognano molti giovani; un viaggio che possa rimanerti dentro per la vita e scacciare via le paure, ricominciare a vivere. Invece il suo viaggio è stato verso la Serbia per mettersi al sicuro. Mentre l’amica è dovuta rimanere a Kiev, intraprendendo tutt’altro viaggio nell’orrore. Dalla Serbia scrive ancora, dice che alcuni volantini sono stati stracciati; come molte parole che la diplomazia internazionale cerca di mettere in campo.

Dalla Serbia, lei mi manda traduzioni, le poesie ucraine della sua amica di Kiev. Vuole conoscere e far conoscere, che ci sono tante Russie e tante Ucraine. Mi dice della sua preoccupazione per i suoi cari amici, che si nascondono nelle metropolitane di Charkiv, e non sa quando potrà rivedere. E di un’altra amica, maestra elementare a Kiev, che sfida la guerra continuando a fare lezione ai suoi bambini.

traduzione: Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio

Questi biglietti parlano. Parlano di una generazione di giovani russi che è contraria a questa guerra indecente; nuove generazioni che si sentono parte di un mondo intero e non di una sola nazione. E anche se nel 2022 le guerre imperversano ancora, non solo in Ucraina, ma in molte parti del globo: c’è ancora speranza nel futuro, c’è ancora il nuovo e il bello,  per creare invece di distruggere. Un mondo giovane che combatte senza imbracciare le armi, ma solo le parole. Sarà poco, ma Gandhi, sicuramente, avrebbe sorriso.

 

 

 

 

 

 

Lo Zar teme le libertà e l’Occidente gioca a Risiko:
il disarmo globale è l’unica realpolitik possibile

 

Non so dire quanto sia mortificante scrivere di una guerra comodamente seduto nel tepore della propria casa. E’ un esercizio quasi spudorato, perchè davanti ai nostri occhi non c’è un plastico con le basi missilistiche di latta, gli aerei e i soldatini con le divise dipinte, ma ci sono esseri umani come me, come te, come tua figlia, che dormono al freddo sotto i tubi arrugginiti di un capannone, mentre le loro case vengono bombardate da altri esseri umani – e questa è la tragedia supplementare, che non sono bestie quelli che fanno il male, perché le bestie non sono e non saranno mai così malvage da ammazzare i loro simili per una Patria, per una Nazione, per un Regno. Costruzioni mentali prettamente umane: noi non difendiamo un territorio pisciandoci attorno, noi distruggiamo l’umanità per trionfare vittoriosi, e soli.

L’unica arma è spegnere la tv (che crea inutile angoscia, oltre a riprodurre virtualmente la logica bellica, arruolando gli opinionisti tra le fila dei proputin o controputin) e leggere chi indaga e ragiona, cercando di spiegare le origini di tanto male.

Particolarmente inquietante è l’opinione di Fabio Mini, non un passante, bensì ex Generale di Corpo d’Armata dell’Esercito Italiano, già Capo di Stato Maggiore del Comando NATO del Sud Europa e pluridecorato comandante della missione internazionale in Kosovo. Pur avendo un curriculum atlantista inattaccabile, Mini attualmente non passa sui media mainstream nostrani, impegnati a costruire una narrazione antirussa che genera mostri culturali, tipo la cancellazione di Dostojevskji.

In una recente intervista (di cui potrete leggere ampio resoconto domani sul nostro giornale) l’ex generale afferma che la NATO non ha sottovalutato la reazione russa, ma viceversa ha fatto di tutto per sollecitarla, armando gli Stati confinanti con l’Ucraina, in particolare la Polonia, e influenzando pesantemente le dinamiche politiche in Ucraina in funzione antirussa.
Secondo lui, mandare armi in Ucraina non farebbe che rendere più sanguinoso e pericoloso il conflitto. Alla domanda su cosa dovrebbe fare l’Europa, la risposta è tranchant: “Negoziare, finirla con il pensiero unico e la propaganda, aiutare l’Ucraina a ritrovare la ragione e la Russia ad uscire dal tunnel della sindrome da accerchiamento non con le chiacchiere ma con atti concreti. E quando la crisi sarà superata, sperando di essere ancora vivi, Italia ed Europa dovranno impegnarsi seriamente a conquistare quella autonomia, dignità e indipendenza strategica che garantisca la sicurezza europea a prescindere dagli interessi altrui.”

Diverso, anche per estrazione accademica, è l’approccio analitico del criminologo Federico Varese, nostro concittadino che ha fatto ‘fortuna’ nel Regno Unito grazie al suo talento di studioso delle mafie, tra cui la mafia russa. Il suo punto di vista non è mai banale: come quando leggi le sfumature dell’animo umano descritte da un abile narratore, nel suo argomentare trovi quell’elemento obliquo capace di aprirti una prospettiva che non cogli nelle fredde, ciniche retrospettive storiche di molti altri esperti.

In questa sua intervista (qui), apparsa di recente su La Voce di New York, Federico ipotizza che l’elemento che ha mosso Vladimir Putin verso la sciagurata e criminale decisione di invadere l’Ucraina non sia da ricercare tanto o solo, come sostengono molti (tra i quali l’appena citato generale Mini), nella minaccia (percepita o reale) dell’accerchiamento ad opera di una NATO sempre più vicina, attraverso i Paesi ad essa progressivamente aderenti, ai confini russi. Questa ricostruzione, preferita dagli studiosi che colpevolizzano le mosse dell’alleanza difensiva occidentale, rendendole concausa della precipitazione degli eventi, si concentra sulle iniziative dei governi, dei potenti, dei vertici. Sono personalmente persuaso che questa ricostruzione contenga elementi di verità, ma essa guarda solo alle decisioni assunte da chi detiene le leve del potere, conferendo preminente importanza alla capacità di manipolare i popoli.
L’interpretazione di Federico Varese esamina le cause da una prospettiva diversa. Putin non era tanto preoccupato dell’adesione alla NATO di paesi limitrofi, quanto del fatto che in alcuni di questi paesi – segnatamente la Georgia e l’Ucraina – si fosse sviluppata una dinamica democratica, costellata di molte fragilità, battute d’arresto e pesanti contraddizioni, ma comunque espressione di istanze provenienti da una parte della popolazione; e che questo processo potesse scatenare un ‘effetto domino’, una saldatura tra questi moti e le istanze provenienti da una parte della popolazione russa.

Quando si parla di “processo democratico” in Ucraina, o in Georgia, non è probabilmente corretto leggerlo in astratto, con le nostre lenti di ‘democratici atlantici’. Se lo facciamo, concludiamo ben presto che in Ucraina non c’è una democrazia, ma c’è una guerra civile che dura da almeno otto anni; che non può essere definito democratico uno stato che vanta tra le file ufficiali del suo esercito il battaglione Azov, infestato da neonazisti. Le contraddizioni sono battute d’arresto (anche tragiche, anche sanguinose) dentro un faticoso percorso di affermazione della volontà popolare attraverso gli strumenti della democrazia rappresentativa, strumenti che non appartengono alla tradizione di un paese come l’Ucraina.

Eppure, se leggessimo certi eventi nostrani unendone i punti per ricavarne una (sinistra) trama, nemmeno l’Italia potrebbe essere considerata una nazione pienamente democratica: lo storico che ricostruisse i nostri anni post bellici fino alla caduta del muro di Berlino troverebbe Gladio, le stragi di Stato, la Loggia P2, le cellule neofasciste utilizzate come braccio stragista di una “strategia della tensione” orchestrata anche dai nostri servizi di intelligence. Quello storico faticherebbe a non ammettere che anche la nostra dinamica democratica sia stata gravemente condizionata dall’ ombrello della NATO. Per un lungo periodo l’Italia è stato un paese a sovranità limitata; l’analisi del contesto internazionale che portò Berlinguer, nel 1973, a partorire l’idea del “compromesso storico” è lì a dimostrarlo. E tuttavia, potremmo da questo tragico filotto di eventi trarre la conclusione assoluta che l’Italia non è uno stato democratico?

Ecco, riflettendo meglio, forse sono proprio le lenti che dovremmo indossare, da democratici mediterranei più che atlantici, che potrebbero aiutarci a leggere la guerra in Ucraina con quella acutezza laterale che ritrovo in Federico Varese. Se l’Italia, invece di Berlinguer e Moro (politici dotati di un altissimo senso della responsabilità) avesse avuto uno Zelensky (personaggio di tutt’altra statura), cosa sarebbe potuto accadere al nostro paese, già martoriato da decine di tragici attentati?

L’Italia aveva il più grande partito comunista d’Europa, ed è innegabile che attraverso questo veicolo le istanze delle classi subalterne stessero raggiungendo il livello più alto della rappresentanza. Da cosa era spaventato il potere atlantico? Dal fatto che il Patto di Varsavia potesse estendersi all’Italia o dal fatto che la classe subalterna potesse salire al potere attraverso il suo principale strumento di partecipazione democratica?
Nel 1976 Enrico Berlinguer azzerò ogni possibilità di equivoco, affermando che si sentiva più tranquillo sotto l’ombrello della Nato, ma aggiunse subito: “Di là, all’Est, forse, vorrebbero che noi costruissimo il socialismo come piace a loro. Ma di qua, all’Ovest, alcuni non vorrebbero neppure lasciarci cominciare a farlo, anche nella libertà.”.

Anche lo storico Marcello Flores, in un articolo apparso sulla rivista Il Mulino (qui) afferma che il pericolo che avverte Putin non va letto con le lenti della Guerra Fredda: “Il «pericolo», tuttavia esiste, ma è un pericolo politico che Putin non può tollerare: quello di avere ai propri confini Stati che stanno – con fatica, lentezza e contraddizioni – camminando verso la democrazia e la libertà. Un pericolo di contagio democratico, questo è il motivo della faccia feroce che Putin da anni sta facendo sui suoi confini orientali, dietro la scusa della «minaccia» della Nato e dell’allargamento dell’Unione europea.”

Secondo Flores, Putin teme più di ogni altra cosa la democrazia, il libero dibattito, lo sviluppo di una opposizione interna, la libera informazione.
Lo dimostrano i fatti che elenca in successione: “Il rafforzamento della repressione in Cecenia, la guerra contro la Georgia per l’Ossezia del Sud nel 2008, la costruzione di una dittatura sempre più forte all’interno, segnata dalle uccisioni di Anna Politkovskaja nel 2006, di Boris Nemtsov nel 2015, dal tentativo di omicidio e dall’incarcerazione di Aleksej Naval’nyj nel 2020-21, dalla messa fuori legge di Memorial, non ha spinto a vedere nella strategia di Putin un mutamento profondo rispetto sia agli anni della Guerra fredda che al decennio dopo di essa..

Particolarmente inquietante sotto questo aspetto appare la “dichiarazione congiunta” Russia-Cina del febbraio scorso, in cui (scrive sempre Flores) si teorizza l’ “inizio di una «nuova era» in cui non è più determinante la “democrazia dell’occidente” ma ogni nazione possa scegliersi le «forme e metodi di attuazione alla democrazia che meglio si adattano al loro stato»”.
Se gli Stati Uniti possono essere accusati di avere esportato la “democrazia liberale” a suon di bombe o colpi di stato, Russia e Cina teorizzano ora una “democrazia non democratica”, su misura della nazione imperiale di turno (a tal proposito dovrebbe destare molta preoccupazione il destino di Taiwan).

L’originalità dell’analisi di Fabio Mini (oltre che dal fatto di provenire da un ex generale di primo piano nello scacchiere NATO) risiede nel sollevare il velo d’ipocrisia filoatlantica che imperversa sui principali media: se Putin è un criminale (e non da oggi), chi ha bombardato Belgrado per settanta giorni per ‘difendere’ il Kosovo autoproclamatosi indipendente (cioè la NATO) lo è stato altrettanto.
Mi limito ad un esempio geograficamente vicino per non allargare il campo alle innumerevoli guerre di “difesa” o “instaurazione forzosa” della democrazia combattute nel mondo dall’Alleanza Atlantica. Aggiungo che, mentre Ucraina e Russia condividono un vasto confine, la distanza tra Washington e Pristina è di circa settemila chilometri …

La peculiarità delle argomentazioni di Varese e Flores sta nella sottolineatura di quanto le spinte libertarie che provengono dal basso siano percepite come il massimo dei pericoli per una tirannide o un regime totalitario; che quindi l’aggregazione libera e democratica delle persone conta eccome, quando invece una narrazione cinica sembra attribuire valore, per le sorti del mondo, solo ai comportamenti delle elites economiche e militari. Che quindi il popolo non è solamente una massa indistinta di persone che possono essere manipolate, ma può essere ancora il motore dei cambiamenti.

Varese e Flores gettano una luce sul terrore del tiranno per le istanze di libertà.
Mini illumina con un faro di pragmatismo la situazione russo-ucraina, suggerendo una dose di sano realismo per evitare l’allargarsi del conflitto.

Un tempo si chiamava realpolitik. Non è azzardato affermare che l’avvento degli armamenti nucleari ha costituito una cesura tra la guerra novecentesca e la guerra del futuro. La guerra del futuro non solo non ha vincitori né vinti, soprattutto tra i popoli. Ma potrebbe non avere più il genere umano, per come lo conosciamo, a ricostruirne storicamente genesi e svolgimento, nelle generazioni a venire.

Mentre i ministri dell’Europa (nano politico-diplomatico) si fanno deliberare un aumento delle spese militari, non è paradossale affermare che il concetto di realpolitik adesso è traslato verso un’idea che cinquant’anni fa veniva tacciata di utopia e tuttora viene considerata da molti stupido idealismo: l’idea di un pianeta disarmato, che ha bandito l’ipotesi stessa della guerra. Che ha maturato il tabù della guerra. E’ questo il più elevato livello di realpolitik al quale l’umanità dovrebbe ormai guardare: se non per convinzione, per necessità.

Alice in wonderland
La meraviglia (e la solidarietà) in scena al Teatro Abbado

In una fredda serata di un 8 Marzo di tempi duri e difficili, i nostri, la cultura ha, ancora una volta, lasciato il segno e segnato il passo, trovando spazio, oltre che per la danza, l’allegria e la spensieratezza (di un tempo), anche per la solidarietà e la comprensione.

La compagnia ucraina di ballerini e acrobati del Circus-Theatre Elysium di Kiev si è esibita, al Teatro Comunale di Ferrara, in Alice in Wonderland, spettacolo che unisce danza, arti circensi, recitazione e ginnastica acrobatica tratto dall’omonimo romanzo di Lewis Carroll del 1865, in un luogo avvolto dai colori giallo e blu della bandiera ucraina, al suono dell’inno nazionale di questo martoriato paese.

Sold out, non c’era un solo piccolo spazio, l’emozione tanta. Un successo enorme di pubblico commosso e molto coinvolto. Il gruppo è in tournée italiana dallo scorso 8 febbraio e allo scoppio del conflitto si è trovata lontana da affetti e famiglia. Ma è rimasta qui. Il direttore della compagnia, Oleksandr Sakharov ha detto, infatti: “Siamo profondamente preoccupati, ma andiamo in scena perché il teatro, la musica, la danza e il circo sono potentissimi strumenti di pace e di fratellanza”. “L’Ucraina – aggiunge Sakharov – è una terra che vanta una lunga e prestigiosa tradizione nel campo della danza e siamo orgogliosi di poter mostrare all’Italia e al mondo, nel corso delle nostre tournée, il frutto di un lungo e faticoso lavoro fatto di passione, sacrifici e creatività. In questo momento così difficile, andiamo in scena affinché a tutti gli spettatori arrivi un messaggio non solo di bellezza e di gioia, ma anche di speranza“.

Prima di entrare nel fantastico mondo di Alice in Wonderland, la cantante e musicista Liubov Kardash si è esibita con la bandura, strumento popolare della tradizione ucraina, un incrocio fra un liuto e una cetra, dal numero variabile di corde che vengono pizzicate. Nata in Ucraina centrale nella città di Kirovograd (ora Kropyvnytskyi, che prende il nome dell’inventore del teatro drammatico ucraino), Kardash è molto legata a Ferrara: tra il 2007 e il 2009 ha studiato canto lirico al Conservatorio Frescobaldi con il libanese Garbis Boyajian. Successivamente ha lavorato in Ucraina come insegnante, cantante e attrice, ma allo scoppio della guerra nel Donbass del 2014, ha deciso di tornare in Italia, dove vive dal 2021.

Circus-Theatre Elysium, invece, è stato fondato nel 2012 come circo collettivo, un progetto artistico nato dall’ispirazione di Oleg Apelfed, che ha riunito un cast di professionisti di respiro internazionale dando vita a un circo moderno e unico, mostrandone per primo le potenzialità sceniche. Una squadra composta da oltre 50 persone, con sette performer solisti, 12 artisti circensi, 20 ballerini ai quali si aggiunge il team tecnico. Il progetto è portato avanti anche grazie a Maria Remneva, pluripremiata direttrice del Circo Nazionale dell’Ucraina con più di vent’anni di esperienza. Tutto è iniziato con “Fairytale Show”, uno spettacolo allora composto da pochi numeri, ma che in poco tempo ha avuto enorme successo, registrando il sold-out in Francia.

Ha così preso vita “Alice in Wonderland e le geometrie del sogno”, già applaudito in Ucraina, Russia, Bielorussia, Francia e Cina, uno show di arte circense appassionante, sofisticato ed elegante, che coinvolge oltre trenta atleti, acrobati e ballerini e intreccia varie discipline sul palco: la ginnastica acrobatica, la recitazione e la danza. L’atmosfera fiabesca delle avventure di Alice nel paese delle meraviglie è stata ricreata sul palco del Teatro Abbado grazie alle musiche e alle videoproiezioni con scenari onirici 3D proiettati su enormi schermi a LED.

Dopo Ferrara, l’Emilia-Romagna accoglie, dunque, questi artisti a braccia aperte, qui va in scena la solidarietà: altre due date (oltre a quelle dell’8 marzo di Ferrara e del 9 marzo al Teatro Duse di Bologna) si sono aggiunte, infatti, per la compagnia: il 30 marzo a Reggio Emilia (Teatro Valli) e il 2 aprile a Ravenna (Teatro Alighieri).

Dato il successo della serata, in segno di solidarietà, il Teatro Abbado sta pianificando di ospitare nuovamente lo spettacolo.

Per le immagini, ringraziamo l’ufficio stampa del Teatro Comunale di Ferrara

L’Europa si prepara alla guerra …
per affrontare il mondo dopo la guerra

 

A poco più di una settimana di guerra si potrebbe provare a tracciare un primo bilancio di quanto sta succedendo. Per farlo è necessario distinguere il piano tattico-militare da quello geopolitico perché gli andamenti sono parecchio diversi.

Sul piano tattico-militare  la Russia non sta andando male, anzi ha conquistato diversi obiettivi molto importanti e anche simbolici, come la diga che ha fatto saltare nei pressi di Kherson, costruita dagli Ucraini dopo l’annessione della Crimea con l’intento di assetarne gli abitanti. Scopo poco nobile dal punto di vista umanitario ma efficace dal punto di vista militare.

Ha conquistato poi l’Isola dei Serpenti per avere un controllo delle foci del Dnepr e per contrastare eventuali operazioni Nato nel Mar Nero. Sta procedendo alla conquista della linea di questo fiume che divide in due l’Ucraina e che vede la parte orientale storicamente più russofona, su questa linea ci sono importanti centrali nucleari come Zaporižžja dove ci sono sei reattori che generano 40-42 miliardi di kWh di elettricità, cioè parliamo della più grande centrale nucleare dell’Ucraina. Controllo quindi di acqua e elettricità con attenzione alla logistica.

In questo contesto è stata presa Kherson che, come spiega l’esperto militare Jack Watling del Royal United Services Institute, occupa una posizione strategica sul fiume Dnepr: “Quando i russi inizieranno a catturare le città chiave lungo il Dnepr, saranno in grado di impedire che i rifornimenti si spostino da ovest a est per rifornire le unità militari ucraine che stanno combattendo nelle aree operative delle forze congiunte intorno al Donbass. Cominceranno così a strangolare la logistica per gli ucraini”.

Anche la capitale Kiev è circondata e probabilmente sopravvive grazie al fatto che non vengono per ora utilizzate bombardamenti a tappeto. Quei bombardamenti che furono effettuati in Serbia vent’anni, fa oppure quelli visti in Libia o che vediamo ancora in Siria, che lasciano le città completamente sventrate e centinaia se non migliaia di morti sul terreno. In questi casi non vengono diffusi dati sulla distruzione di scuole, chiese e ospedali. Ci provò Julian Assange con gli esiti che conosciamo.

Da un punto di vista geopolitico la situazione è diversa.
Putin sta nettamente perdendo la sua guerra, talmente tanto che gli Stati Uniti stanno scomparendo dalla scena proprio perché gli europei stanno operando benissimo da soli nell’evidenziare tutte le atrocità russe e contrapponendole agli eroismi individuali e di gruppo degli ucraini. Si sta riuscendo persino a far passare come gesto umanitario la divulgazione di istruzioni per fabbricare molotov e l’insegnamento dell’uso delle armi a vecchiette e bambini, magari anche se operati da gruppi neonazisti.

Quindi gli USA non hanno più bisogno di infierire, a Biden che chiamava “killer” Putin si è sostituito Di Maio che lo ha definito un “animale”. Tutta l’Europa sta condannando senza remore l’invasione russa sostituendo l’iniziale ritrosia lanciando pacchetti di sanzioni economiche senza precedenti, una sacrosanta gara nell’ospitare i profughi ucraini, diffondendo fino al parossismo l’eroismo del suo presidente che è rimasto sul campo e continua ad incitare alla guerra i suoi, l’Europa e la Nato. Ad oggi il russo ritorna ad essere da una parte “mangiatore di bambini” con il corollario di stupri, bambini uccisi, civili indifesi bombardati e dall’altra titolare di un’armata sgangherata fatta di carri armati russi senza benzina e bambini-soldato mandati allo sbaraglio.

Nel mentre nel mondo vengono banditi libri e scrittori russi anche del passato, viene negata la partecipazione alle gare sportive non solo agli atleti normodotati ma anche a quelli che partecipano alle paraolimpiadi. Insomma il russo è una minaccia e quindi va isolato, tutti i russi senza distinzioni. Cosa potrebbe dire o fare ancora e di più Biden? Meglio lasciar fare e aspettare il dopo per intervenire nel riassetto post guerra o post “operazione speciale” come la chiama Putin.

Perché poi gli americani dovranno per forza intervenire perché è in atto un salto geopolitico importante, sotto certi aspetti impensabile solo pochi mesi fa, davvero senza precedenti. Quindi adesso osservano, specificano che non entreranno nel conflitto “armato” in nessun modo, e si ritirano ad osservare le mosse degli alleati.

La Germania, che aveva iniziato sconfessando gli Usa sull’eventuale chiusura del gasdotto Nord Stream 2, adesso ne ha determinato il definitivo blocco accettandone le gravi conseguenze economiche e, dopo aver approvato l’invio di armi ai combattenti, ha rotto gli indugi annunciando che porterà le sue spese militari a 100 miliardi nei prossimi anni. Pensate per un paragone che la Russia di miliardi ne spende “solo” 60 all’anno.

Anche il ministro Guerini ha detto di voler arrivare a 38 miliardi dai 25 attuali che già avevano scandalizzato i pacifisti. Ovviamente tutti gli indici azionari dei produttori di armi sono schizzati alle stelle e ringraziano, del resto dalle guerre ci si guadagna sempre.

Quindi la prima conseguenza di rilievo negli assetti europei è un riarmo generalizzato dopo l’accettazione della teoria che al fuoco si risponde con il fuoco e alle provocazioni con altrettante provocazioni. Nessuno aveva valutato possibile semplicemente dichiarare o aiutare a dichiarare la neutralità dell’Ucraina, cioè qualcosa tipo la Svizzera per esagerare o la Finlandia e la Svezia per rimanere più sul concreto.

Ma sarebbe logico chiedersi come la Francia reagirà a questo nuovo futuro con una Germania che si lascia dietro un settantennio di ritrosia nel riarmarsi? Certo spingendo per un esercito europeo che la vedesse magari ai posti di comando, un esercito di pace … ovviamente. E gli USA accetteranno una Germania o un’Europa indipendente dal punto di vista militare? Vedremo, per ora ci riarmiamo “grazie” ai russi e dopo aver elargito miliardi alle case farmaceutiche cominciamo a finanziare le aziende e le lobby delle armi.
Per fortuna almeno noi italiani siamo nelle mani del governo dei migliori e uno stratega provato e coerente come il nostro ministro degli esteri ci assicura scelte almeno a livello di quelle operate dal suo collega ministro della sanità durante la (sembra) passata pandemia.

Lo stesso giorno
20mila profughi albanesi sbarcano a Brindisi

7 marzo 1991
circa 20mila albanesi sbarcano a Brindisi: è il primo sbarco di massa

La storia umana è fatta di continue migrazioni. L’Homo erectus raggiunse il Sudest Asiatico circa due milioni di anni fa. Il sapiens 100mila anni fa iniziò a spostarsi nel vicino Oriente. Oggi i flussi migratori sono in continuo mutamento, ma i motivi identici: scampare alla fame e fuggire da una guerra.
Anche l’Italia  è stata al centro di tanti e diversi flussi. Dopo l’Unità e almeno fino al Boom degli anni ’60  è stata un Paese di forte emigrazione. Si stima che tra il 1876 e il 1976 partirono oltre 24 milioni di persone.
Da metà degli anni ’70 in poi per la prima volta un leggerissimo saldo migratorio positivo (nel 1974 si registrarono 101 ingressi ogni 100 espatri). Le immigrazioni non avvenivano come siamo abituati a vederle oggi, non si trattava di immigrazioni di massa.
Il primo grande sbarco avvenne questo stesso giorno, il 7 marzo 1991.

All’orizzonte di Brindisi apparve una cosa mai vista prima. A largo della costa due grandi navi mercantili partite dall’Albania, la Tirana e la Lirija, con a bordo 6.500 persone si dirigevano verso le coste italiane.
In breve tempo la quantità di navi di ogni genere si moltiplicò, gli sbarchi erano continui. Nel giro di 24 ore un numero imprecisato di persone, tra le 18mila e le 26mila, arrivò sul suolo italiano.

Per l’Italia fu una sorpresa. I giornali non si occupavano praticamente mai di quello che succedeva in Albania, in pochi erano a conoscenza della difficilissima situazione che vivevano gli albanesi dall’inizio degli anni ’90. Praticamente nessuno sapeva che nei due mesi precedenti lo sbarco migliaia di albanesi arrivarono nella città portuale di Durazzo sperando di trovare un passaggio su una nave che li portasse in Italia. Il quotidiano di Brindisi in quelle ore scriveva: «gente esausta, affamata, ferita, senza un soldo in tasca, disidratata, semi-assiderata, con addosso indumenti che non potevano proteggerla da un marzo ancora troppo freddo. Eppure tutti quei disperati gridavano, ancor prima di scendere dalle navi, “Italia, Italia” e alzavano le braccia per salutare, con le due dita del segno di vittoria, sorridevano felici.

I brindisini da subito iniziarono una corsa alla solidarietà distribuendo acqua cibo e vestiti caldi spontaneamente, affiancando l’intervento celere ma insufficiente dello stato. Il Quotidiano di Brindisi la definì «una tale corsa alla solidarietà, all’aiuto spontaneo da sembrare quasi concorrenziale». Le persone davanti a tanta povertà e sfortuna non voltarono le testa ma con ogni mezzo possibile aiutarono quelle persone che scappavano dalla miseria.

Gli sbarchi continuarono fino ad Agosto. Migliaia di Albanesi raggiunsero le coste italiane e nonostante molti furono rimpatriati su aerei e traghetti con l’inganno (venne detto loro che sarebbero stati portati in altre città italiane), furono tanti quelli che riuscirono a rimanere in Italia grazie a permessi temporanei poi convertiti in permessi di soggiorno. Una possibilità, quella della conversione dei permessi temporanei, poi cancellata a causa della legge Bossi-Fini approvata nel 2002 dal governo di Silvio Berlusconi. Le norme in questione, soggette a tanti cambiamenti, si sono inasprite ancora nel 2008-09 con il pacchetto sicurezza Maroni approvato dal centro-destra.

Oggi sugli schermi dei nostri televisori siamo abituati a vedere spesso queste scene e abbiamo quasi normalizzato questa dinamica. La politica, come l’opinione pubblica, si è estremamente polarizzata sulle tematiche migratorie: da una parte chi chiede politiche attive per aiutare queste persone e essere realmente solidali, dall’altra chi vorrebbe rallentare l’afflusso inasprendo l’entrata nel nostro paese.

Proprio negli ultimi giorni diversi Paesi in Europa, commentando la dura guerra in Ucraina, hanno dimostrato come persino quando si tratta di persone che scappano da povertà e miseria ci sia una selezione dei migliori, una divisione tra migranti di serie A (europei e bianchi)  e di serie B (africani e neri).

Durante un intervento in Parlamento Matteo Salvini ha richiamato l’attenzione sulla necessità di aiutare chi scappa da una “guerra vera” e non da una “guerra finta”, chiama gli ucraini “profughi veri” anteponendoli a quei “profughi finti” che per anni sono arrivati sulle nostre coste.

In Inghilterra un giornalista ha definito i cittadini ucraini “relativamente civilizzati” contrapponendoli a quelli di Iraq e Afghanistan. Un inviato della BBC definisce “molto toccante” vedere “europei con occhi azzurri e capelli biondi che vengono uccisi”.
La BFM tv di Parigi sottolinea che “non stiamo parlando di siriani in fuga dai bombardamenti”, ma di “europei con auto che assomigliano alle nostre“.
Una giornalista della NBC in Polonia: “per dirla senza mezzi termini” – sottolinea durante il collegamento – “questi non sono rifugiati della Siria, questi sono rifugiati dalla vicina Ucraina, e francamente sono cristiani e bianchi, molto simili alle persone che vivono in Polonia.

La grande onda di empatia che ha investito i Brindisini e tutti gli italiani quel lontano 7 marzo sembra essere scomparsa e aver lasciato posto a molta indifferenza, e spesso a una narrazione razzista.
La memoria del primo grande sbarco dovrebbe insegnarci qualcosa.

Tutti i lunedì, per non perdere la memoria, seguite la rubrica di Filippo Mellara Lo stesso giorno. Tutte le precedenti uscite [Qui]

Sarti che chiedono il conto

 

È un mercoledì come tutti gli altri, ma il mercato nella piazza del mio paese non è quello di sempre. Meno gente e meno rumori. Cammino tra le bancarelle e non colgo subito che questa pacatezza è un segnale poco positivo.

Mi ci fa pensare la giovane donna che incontro e saluto: mi dice di essere a casa dal lavoro, perché la ditta presso la quale è impiegata ha sospeso l’attività.” Ah, il caro bollette è arrivato anche da voi”, dico, e non sono originale. Sono parole che registrano il problema del momento e sono sulla bocca di tutti.

Spiego il vuoto della piazza con il calo dei consumi, a cui la gente ricorre per difendersi e tentare di farcela. Stiamo uscendo a fatica da una pandemia e ci prende in pieno una crisi economica.

Meno male che riusciamo entrambe e sorriderci e puntare i nostri discorsi sul ricordo di suo padre che faceva il sarto. Infatti siamo davanti a una esposizione di maglie e abiti, che sprizzano aria di globalizzazione da ogni fibra, i venditori sono cinesi e nella loro sussurrata gentilezza ci propongono a basso prezzo i nuovi capi della primavera. Ripetuti con varietà di sfumature una bancarella dopo l’altra.

“Se ci fosse qui mio padre rimarrebbe strabiliato dalla dozzinalità di questi vestiti e faticherebbe a capire il cambiamento che ha avuto anche un piccolo mercato di paese come il nostro”. Credo anch’io che sia così.

Quando lui ha avuto la sua bottega qui a due passi fino agli anni Ottanta, i clienti, che venivano anche dai paesi intorno e dalla campagna, entravano per ordinare vestiti nuovi o per provare quelli in lavorazione. Tutti capi unici fatti su misura. Magari semplici o fatti con tessuti non troppo pregiati, ma sempre curati in ogni dettaglio.

Di solito la clientela cercava di stabilire subito all’atto dell’ordine la modalità di pagamento: chi chiedeva di pagare a rate, chi pagava una parte del dovuto in natura. Soprattutto i clienti del mercoledì, i campagnoli come dicevo, che venivano in paese con l’automobile per sbrigare le commissioni dell’intera settimana, portavano ortaggi e frutta. A volte uova. Una volta addirittura tre galline, che furono messe a razzolare all’ultimo piano di casa con qualche problema di convivenza poi risolto, facendole finire in pentola tutte assieme.

Ora si comprano capi fatti in serie, chissà in quali laboratori e in quali condizioni di lavoro. Costano poco e finisce che per senso del risparmio e per la loro praticità li comperiamo e li indossiamo. Nessun conto da contrattare, il prezzo è scritto sul cartellino e quello è.

la boutique del misteroUn solo sarto di mia conoscenza non aveva fretta di incassare ed è un sarto di carta, uscito dalla penna straordinaria di Dino Buzzati [Qui] ed è il protagonista di La giacca stregata, il primo racconto che ho letto molti anni fa di questo magico autore.

Prima di tutto vediamo come ci viene presentata questa stranezza: il narratore e protagonista si fa indicare un buon sarto e gli viene consigliato un certo Alfonso Corticella. Si reca a casa sua e fa la conoscenza di “un vecchietto coi capelli neri, però sicuramente tinti. Con mia sorpresa non fece il difficile. Anzi, pareva ansioso che diventassi suo cliente…Scegliemmo un pettinato grigio quindi egli prese le misure, e si offerse di venire, per la prova, a casa mia. Gli chiesi il prezzo. Non c’era fretta, lui rispose, ci saremmo sempre messi d’accordo”.

Che persona simpatica e particolare. Il conoscente che aveva consigliato il Corticella aveva detto di presumere che fosse caro, aggiungendo “lo presumo, ma giuro che non lo so. Quest’abito me l’ha fatto da tre anni e il conto non me l’ha ancora mandato”.

Il racconto va letto per intero, riassumerlo non rende bene il senso di onnipotenza e insieme il disagio del nostro protagonista, che trova grosse somme di denaro nella tasca destra della giacca e ogni volta scopre che nel mondo è accaduto “qualcosa di turpe e doloroso”.

La mente gli dice che non può esistere alcun collegamento, ma le somme ricavate da rapine o da omicidi sono ogni volta esattamente le stesse da lui estratte foglio per foglio dalla tasca.

Il finale del racconto, eccezionalmente, deve essere svelato ora:  perché ci richiama alla importanza che ha il fattore tempo in ciò che facciamo e alla tempestività, che dà valore all’agire umano.

Il protagonista, sopraffatto dai sensi di colpa, si libera dalla infernale attrazione dei “divini soldi” e si disfa della giacca stregata. La porta in un luogo isolato e la brucia, mentre una voce alle sue spalle sentenzia “Troppo tardi, Troppo tardi”.

Tornato a casa, non ritrova i tesori che ha accumulato, attingendo infinite banconote dalla tasca ed è costretto a rimettersi a lavorare per vivere.

Ci lascia così, calato in una vita quotidiana di stenti e con parole che ghiacciano: “E so che non è ancora finita. So che un giorno suonerà il campanello della porta, io andrò ad aprire e mi troverò di fronte, col suo abietto sorriso, a chiedere l’ultima resa dei conti, il sarto della malora”.

Mentre termino la stesura di questo testo la Russia ha invaso da più parti il territorio ucraino e di ora in ora l’aggressione armata sconvolge l’integrità del paese e le vite dei  suoi abitanti, butta in aria gli equilibri mondiali.

Come mi appare aleatoria la serie delle mie chiacchiere e dei richiami letterari. Vorrei poter incontrare di nuovo la mia conoscente e dirle “Hai visto? Scherzavamo sulla qualità dei capi che tuo padre cuciva nella sua bottega e intanto si faceva la Storia.

Una bella pagina da aggiungere al Suo dizionario già nutrito: arricchire la voce imperialismo. Poi andare alla –s e aggiungere righe a sopraffazione. E alla fine del dizionario, dove si trovano i neologismi, spiegare con maggiore dovizia democratura.

La pagina della lettera –p di pace al momento non è consultabile.”

In realtà, scherzando sui nostri vecchi, non eravamo tanto lontane dall’agire in nome della pace. Perché si agisce anche attraverso i buoni ricordi e con la trasmissione dei valori di pace e giustizia tra le generazioni. Col nostro equilibrio, con l’assennatezza. L’impegno che possiamo mettere.

Papa Francesco divulga che il due marzo prossimo digiunerà per la pace, mentre si moltiplicano le manifestazioni contro la guerra in Italia e negli altri paesi. Si accavallano le sanzioni economiche ai danni della Russia.

E noi, che siamo gente comune, portiamo cibo e beni di prima necessità da inviare il prima possibile agli ucraini nei punti di raccolta religiosi e laici che si stanno attivando. Lontani quanto basta da ogni tentazione di onnipotenza.

Nota bibliografica.

Ancora una volta attingo alla raccolta di racconti di seguito riportata, vera miniera di spunti utili a considerare con distacco e ironia, ma senza indulgenza, come è la natura umana:

  • Dino Buzzati, La boutique del mistero. Trentuno storie di magia quotidiana, Mondadori, 1968

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica di Mercoledì, clicca [Qui]

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