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Una bussola per il voto

Si avvicinano le elezioni e, come ginestre dopo il lungo inverno,  improvvisamente rifioriscono le categorie di “destra” e di “sinistra”.
Immancabilmente, qualcuno chiosa all’istante che la distinzione non avrebbe più senso, che si tratterebbe di categorie politiche obsolete, inadeguate alla pòlis globale contemporanea.

È davvero così?

In fondo, non sarebbe un dramma. Il mondo ha vissuto benissimo senza la destra e la sinistra fino alla fine del Settecento, ovvero fino a tempi molto recenti se osservati nella prospettiva della Storia.

Nel corso dei suoi circa 250 anni di vita, l’opposizione di ‘destra’ e ‘sinistra’ si è articolata intorno a diversi nodi concettuali: conservazione e progresso, individualismo e collettivismo, relativismo culturale e antirelativismo, e così via. Tra tutte queste opposizioni, ce n’è probabilmente una che è alla base di tutte le altre, o che fa loro da cornice: si tratta degli atteggiamenti e delle condotte verso le diseguaglianze.

Il concetto di Égalité, incastonato al centro del motto nazionale della Repubblica Francese (fino a essere incluso nell’articolo 2 della Costituzione del 1958), appare infatti connotato da uno spessore e da una profondità peculiari rispetto a tutti gli altri implicati nell’opposizione di destra e sinistra.

La riflessione sul senso e sul valore della diseguaglianza, infatti, non si limita a delle analisi di natura politica, o economica, o antropologica, ma si sviluppa come tale sul piano dell’ontologia, ovvero dell’indagine sull’essere.

Lo si vede bene in Marx, per il quale ovviamente le diseguaglianze devono essere radicalmente abolite attraverso il superamento definitivo della divisione della società in classi.

Tutte le trasformazioni prodotte da tale superamento sarebbero conseguite, nella visione di Marx, da un rinnovamento profondo della natura dell’essere dell’uomo, liberato dall’alienazione indotta dal ciclo di produzione del capitalismo.

Un’altra litania – spesso intonata da chi di Marx ha una visione di quarta mano – tenta di liquidare la visione di una società senza diseguaglianze e senza classi connotandola come utopia. Si dimentica il piccolo particolare che società umane non stratificate in classi sociali sono sempre esistite (per molti millenni anche prima che  nascessero quelle stratificate) e, sebbene in proporzioni molto ridotte, esistono ancora. L’antropologia culturale ce ne dà una ricca e incontrovertibile documentazione.

Ciò che spesso sfugge a chi intende minimizzare il valore del tema delle diseguaglianze è che si tratta di un’istanza che affiora lungo tutto l’arco del pensiero occidentale, come espressione di una società che la diseguaglianza l’ha, sebbene con varie gradazioni, nelle proprie radici.

Il ricorrere del tema enuncia, quindi la costante tensione di un mondo particolare, quello occidentale, che riflette sulla propria natura, il proprio essere, il proprio bene.

Per alcuni aspetti (la correlazione tra virtù e ricchezza; la relazione tra proprietà privata, universale e particolare) già in Platone, pur volendo evitare qualsiasi forzatura del suo pensiero, la questione appare ben attuale.

Sempre più, poi, essa emerge come una vera e propria interrogazione di fondo sulla possibilità stessa del bene nello spazio e nel tempo dell’occidente, come in Tommaso Moro, Campanella, Montaigne.

In Rousseau  (quello vero, non la piattaforma), l’interrogativo si fa disperante: la natura umana è benigna, ma l’addestramento a una società fondata sulla diseguaglianza e sulla competizione la corrompe e la fa degenerare. La scienza e la tecnica, inoltre, lungi dall’essere l’espressione più oggettiva e neutrale della ragione umana, sono un potentissimo meccanismo di amplificazione delle diseguaglianze stesse.

L’opposizione di destra e sinistra si distribuisce, insomma, intorno a una sorta di faglia che  incrina le basi dell’Occidente e ne impegna costantemente lo strumento prediletto: il pensiero.

In realtà, dal punto di vista politico, la scissura dovrebbe essere ormai abbastanza ridotta, già che come abbiamo visto le più evolute democrazie occidentali contemporanee, come quella francese, nascono proprio dalla costituzionalizzazione del primato dell’uguaglianza.

Ciò vale anche per la Costituzione italiana, come sa chiunque ne tenga a mente, o nel cuore, l’Articolo 3.

Per mantenersi, dunque, nel solco della forma e della sostanza del dettato costituzionale, destra e sinistra dovrebbero se mai differenziarsi intorno alle strategie, all’intensità, alla radicalità dell’agire democratico teso, in quanto tale, alla riduzione delle diseguaglianze.
In realtà, invece, si distinguono sempre meno, perse in una lontananza siderale dallo spirito della Costituzione.

Così, se ancora vi sentite di destra o di sinistra, avvicinandovi al 25 settembre potrete cercare di orientarvi tra le coalizioni e le liste che chiederanno il vostro voto in base a questo semplice e antico spunto di pensiero: quali sono stati e quali sono i loro atteggiamenti e le loro condotte reali (al netto, ovviamente, delle chiacchiere) verso le diseguaglianze.

Rischierete, in questo modo, di trovarvi entrambi in imbarazzo, per ragioni speculari: chi si sente di destra per un eccesso di offerta; chi di sinistra per la scarsità.

Gli amici di destra possono, però, giovarsi di un consiglio meno generale: se siete veramente di quelli che ritengono che le diseguaglianze debbano essere sapientemente alimentate, fortificate, modernizzate e moltiplicate, rivolgetevi senza esitazione a chi ostende – come un tempo si faceva con il libretto di Mao – l’Agenda Draghi e derivati.

GLI SPARI SOPRA
La propaganda e la semplice verità

I combattenti ucraini lottano per la loro e la nostra libertà!

Firmato: la Nato

I partigiani curdi non sono proprio partigiani, facciamo ciò che dice Erdogan.

Firmato: la Nato.

I partigiani palestinesi,

no quelli proprio no, quelli sono terroristi, non ci lasciano la libertà di espropriare le loro terre.

Firmato: la Nato.

Ma l’ONU esiste? In cosa consiste precisamente?

E l’imperialismo, che significato ha? Se io invado una nazione sovrana sono un imperialista, a seconda della parte da cui vedo sorgere il sole? C’è l’imperialismo russo e poi c’è chi esporta la democrazia, c’è chi abbatte i dittatori radendo al suolo delle nazioni, per mettere al potere altri dittatori. Poi ci sono i dittatori meno dittatori degli altri, un po’ come nella fattoria degli animali, in cui tutti sono uguali ma i maiali sono un po’ più uguali degli altri.

Io sinceramente non c’ho capito un cazzo. Ma poi più scrivo e meno ci capisco. E gli Armeni? Quelli non c’hanno nemmeno uno stato, come i palestinesi poi, sì ma gli armeni sono stati oggetto di genocidio. Ssssttt, non si può dire, poi è passato più di un secolo e i Turchi sono amici nostri. C’è pure il pericolo di islamizzazione del mondo, i talebani che tolgono ogni diritto alle donne. E’ vero: è una guerra di civiltà. Ma la Corte Suprema americana? Sì, però non è la stessa cosa. Scriiiitttt (rumore onomatopeico delle unghie sui vetri). Però ci sono popoli che sono guerrafondai, devi ammetterlo, i russi lo sono da sempre, perché gli arabi no? Attento, rilassati, fai passare un quarto d’ora e zac, un americano è morto sparato. Ma la colpa non è delle armi è di chi le usa, e quindi i guerrafondai? Gli Stati Uniti d’America nascono il quattro luglio 1776 e nei loro gloriosi 247 anni di vita, per ben 18 anni non hanno fatto nessuna, e sottolineo nessuna, guerra. Hai capito? Non tanto.

Allora te lo devo dire, tu sei un filo putiniano.
Chi, io? Guarda che a me lo zar fa schifo da sempre, un opportunista guerrafondaio, omofobo, illiberale, mafioso, colluso, capitalista della peggior specie, anticomunista, spietato, dittatore, amico dei potenti dell’occidente a cui si ispira e in cui si rivede. Molti altri lo hanno scoperto brutto e cattivo solo ora. Lo è sempre stato. Pure il popolo russo nell’ultimo secolo mi sembra molto peggiorato, ritrova la libertà per una notte per poi riperderla la notte dopo, senza nemmeno accorgersene. Io sto con i perseguitati che sono in galera, sto con i giornalisti uccisi, sto con chi non ha la libertà a causa delle proprie idee o del proprio genere, segregati in una prigione russa per cui nessuno si straccia le vesti in occidente, ma loro muoiono lo stesso. Non sto con chi acclama il dittatore allo stadio, così come da sempre odio chi acclamava il pelato affacciato su piazza Venezia.

I dittatori sono uguali ovunque, non ne esiste uno buono, l’unico posto adatto a loro è la galera.
La libertà di stampa va tutelata, in ogni parte del mondo….
Ma Julian Assange? Appunto. E Jamal Kashoggi? Per dire. E tutti i giornalisti uccisi da mafia e terrorismo in Italia? E Ilaria Alpi? E Daphne Caruana Galizia? Anna Stepanovna Politkovskaja? No sono troppi, mille e mille ancora a tutte le latitudini, sotto tutti i governi, in dittatura e libertà, non è possibile contarli, ma hanno lo stesso valore, la stessa dignità.

Bandiere della propaganda sventolano a seconda del vento, con le loro immagini tumulate sopra.

E come sempre mi perdo tra le parole che scrivo, non ho una tesi e nemmeno un pensiero fine e ben strutturato, mi mancano le basi per essere un editorialista, sono un casinista, spero di non divenire un ‘semplificazionista’, mai vorrei essere un qualunquista e tantomeno un menefreghista.

Mi piacerebbe che esistesse un mondo dove davvero esistono gli uguali, sia nel bene che nel male, dove un crimine, un omicidio, una guerra, la privazione della libertà, fossero fonte di sdegno in eguale misura e sotto ogni parallelo e meridiano. Vorrei che l’Organizzazione delle Nazioni Unite esistesse davvero, senza nessun diritto di veto, un luogo dove i paesi democratici potessero occupare scranni più comodi, ma in cambio venissero sottoposti a periodici test Invalsi, per una democrazia certificata, non solo sbandierata e magari esportata a cavallo di una bomba.

Mi piacerebbe un mondo diverso, dove la diversità diventa fonte a cui abbeverarsi, dove esista una rappresentanza per ogni idea e dove le idee fossero diverse, contrastanti, fonte di lotta sociale e non di appiattimento e estinzione. Mi piacerebbe sognare nuovamente con una moltitudine, nella speranza di un avvenire migliore per i nostri figli, vorrei vedere persone in lotta contro i soprusi e le vorrei vedere vincere, ovunque.

Ma lo sappiamo cosa succede a chi vive sperando, come disse il sergente Lo Russo in Mediterraneo. Eppure il vero proverbio recita: “chi vive sperando, muore cantando”.

disuguaglianza adolescenti

UNIVERSITÁ E MERITOCRAZIA:
disuguaglianza e competizione studentesca

 

Il termine meritocrazia viene coniato dal sociologo inglese laburista Michael Young agli inizi degli anni ’50 nel libro The rise of the Meritocracy. Il suo saggio critico-satirico, letto in chiave distopica, sostiene l’assurdità di una società in cui ricchezze e potere vengono distribuiti sulla base del QI creando così una classe dirigente ancora più chiusa, indipendente ed escludente.

Young muove questa critica partendo da una denuncia del sistema dell’istruzione pubblica britannica, un modello quanto più attuale che finanzia la creazione di poli di eccellenza ed elitari limitando e marginalizzando ciò che viene considerato mediocrità, un modello oggi chiamato Harvard Here. In questo senso la prima vittima della meritocrazia come intesa da Young è la stessa democrazia, ma oggi sembriamo averlo dimenticato.

Il merito di cui tanto amano riempirsi la bocca i politici ha un significato diverso da quello pensato dal sociologo. Oggi con questa parola vogliamo intendere la richiesta di un giudizio attraverso il quale attribuire a un soggetto un qualsiasi bene in base a una caratteristica ‘personale’.

Diventa dunque obbligatorio chiedersi che cosa costituisce un merito, o meglio ancora che cosa costituisce la caratteristica. A differenza di come sembra essere definito, infatti, il merito non è un concetto assoluto, ma è inevitabilmente relativo all’obiettivo da realizzare e una gamma di valori, negando così il mito dell’oggettività nella valutazione . Lo stesso Young esprime questo concetto attraverso una metafora quanto mai calzante: il merito non è un coperchio buono per tutte le pentole.

Come è evidente, il monito del pensatore inglese non è stato capito, o forse neppure ascoltato. E’ lo stesso Young, in un’intervista sul Guardian del 2001, a mostrarsi amareggiato per il percorso e interpretazione preso dal termine da lui coniato:
«SONO STATO TRISTEMENTE DELUSO DAL MIO LIBRO DEL 1958, THE RISE OF THE MERITOCRACY. HO CONIATO UNA PAROLA CHE SI È DIFFUSA AMPIAMENTE, SPECIE NEGLI STATI UNITI, E DI RECENTE HA TROVATO UN POSTO DI PRIMO PIANO NEI DISCORSI DI MR BLAIR. IL LIBRO ERA UNA SATIRA CHE INTENDEVA ESSERE UN AVVERTIMENTO (CHE, INUTILE DIRLO, NON HA AVUTO SEGUITO) PER METTERE IN GUARDIA PER CIÒ CHE SAREBBE POTUTO ACCADERE IN GRAN BRETAGNA TRA IL 1958 E L’IMMAGINARIA RIVOLTA FINALE CONTRO LA MERITOCRAZIA NEL 2033»

Venuto a mancare nel 2002, sarebbe oggi deluso nel vedere un sistema educativo che si limita a fotografare e riproporre la differenza di classe attraverso sistemi di selezione prematuri e totalmente indifferenti alle condizioni di partenza degli studenti. Nella medesima intervista sottolinea come le nuove generazioni vedano l’istruzione ormai solo come luogo di formazione professionale dove apprendere le cosiddette skill, dimenticando inevitabilmente il ruolo centrale dell’istruzione che, prima di tutto, deve promuovere ed educare alla comune appartenenza a una società politica.

La nostra generazione vive, infatti, un quasi totale disinteresse per la società politica, della quale fa parte senza quasi saperlo. “Nessuna sotto-classe è mai stata lasciata così nuda dal punto di vista morale”, affermava Young nell’intervista di vent’anni fa.

Come sostiene anche il filosofo politico John Rawls nel suo A theory of justice, la vita delle persone è fortemente influenzata dalle contingenze familiari, sociali e – come lui stesso definisce – dalla lotteria sociale, intendendo tutti i fattori assolutamente arbitrari. Nessuno può scegliere se nascere uomo o donna, ricco o povero, in America o in Somalia. Per diventare metro di giustizia il merito dovrebbe muoversi all’interno di un’equa uguaglianza di opportunità: occorre che chiunque abbia la possibilità di sviluppare quei meriti allo stesso modo, partendo da un piano di uguaglianza.

In realtà è la stessa Costituzione Italiana ad affermare un concetto molto simile. L’articolo 34 infatti sancisce: “i capaci e meritevoli anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.”. Afferma cioè, non  tanto che i gradi più alti di livello di istruzione siano raggiungibili dai meritevoli, ma piuttosto l’intento di abbattere gli ostacoli di ordine economico che impediscono pari opportunità nel raggiungere tali traguardi.
Diventa necessario puntualizzare che gli stessi talenti e capacità intellettive ancora una volta non sono scelte, ma ci appartengono per quella che Rawls chiama lotteria naturale. Per quanto l’esercizio e la pratica siano strumenti necessari per il perfezionamento è inevitabile considerare come questi dipendano da punti di partenza mossi dal caso.  Si va così delineando una nuova forma di classismo, forse già esistente ma che si manifestava in maniera differente, basata sul concetto di merito associato in maniera fuorviante di meritocrazia.

Il merito dentro l’università

All’interno dell’Università la logica meritocratica non è solo presente, ma addirittura predominante. La retorica dell’eccellenza che porta il merito dentro gli atenei si contrappone al reale malessere e disagio psicologico di studenti che vivono una crisi pedagogica e di prospettive. Un’università che esalta individualismo, competizione e il più totale disimpegno per la comunità ha come strumento il merito,  tramite il quale si colpevolizza il fallimento e giustifica il sacrificio fino a limiti infiniti.

Troppe volte la risoluzione di questo percorso è l’abbandono degli studi o costanti burnout  (termine inglese che letteralmente significa bruciato, esaurito scoppiato. Riconosciuto dall’OMS nel 2019 come sindrome occupazionale, è ancora limitato all’ambito lavorativo e non è quindi in grado di quantificare e comprendere il problema dentro la realtà universitaria).

La retorica del merito ha come conclusione l’esaltazione (anche sui mass media) di chi riesce a finire gli studi precocemente, contrapposta a notizie come quella dell’8 ottobre di un ragazzo di 29 anni che si è tolto la vita il giorno in cui la famiglia pensava si sarebbe laureato.
Una retorica che scaricare sul singolo tutte le contraddizioni e le colpe proprie del contesto universitario. Le persone finiscono cioè per sentirsi in colpa se fuori corso, finiscono discriminati se studenti-lavoratori e quindi non frequentanti, finiscono per avere danni psico-fisici a causa di ritmi di esami forti e di assenza di contenuti culturali dentro l’università.

Anche dentro l’Università, come nel mondo del lavoro, ci insegnano una competizione spietata, non tra idee scientifiche come dovrebbe essere, ma tra vicini e studenti come noi. Così, il ‘raggiungimento del successo’ spesso arriva di pari passo con la prevaricazione dei nostri colleghi. Forzati ad un isolamento belligerante – caratteristica maggiormente esaltata durante la pandemia –  viviamo l’Università come carriera universitaria puntando a un’eccellenza che arriva grazie al merito individuale.

GLI SPARI SOPRA
La ricerca di un futuro

In Italia, ora più che mai servirebbe una partito che si richiamasse ai valori di Enrico Berlinguer, alla modernità della sua opera e del suo pensiero. Concetti e parole inserite profondamente nel Comunismo Italiano, fonte di democrazia e di ideali per quattro generazioni di persone. Andato disperso e abiurato dalla fine del secolo breve fino a questo secondo decennio del ventunesimo secolo. In molti lo decantano, addirittura gli avversari politici ne tessono le lodi, ma la sua figura fa ancora tremendamente paura perché davvero dei dirigenti di una qualche sigla politica si ispirino a lui per il futuro, per il prosieguo del tempo che scorre rapido. Non esiste una avanguardia in Italia, che nel suo nome cerchi di aggregare dei compagni per realizzare davvero qualche cosa di nuovo. Esistono sigle politiche che espongono la sua effige nelle sedi, come ricordo o come santino, ma non ripercorrono le sue idee, le hanno abbandonate da decenni. Almeno quattro altri partiti espongono l’effige della falce e del martello non come elemento aggregante o come i simboli del lavoro, motivo per cui nacquero un paio di secoli orsono, ma come medaglie di purezza esclusive e non inclusive. La bandiera rossa è stata gettata nel fosso da tanto, troppo tempo, sotto l’immagine di Enrico nessuno mai ha voluto costruire unità e forza del progresso e popolo.

La parola democrazia deriva dal greco, ed è composta dai termini demos (che significa “popolo”) e kratos (che significa “potere”), Potere al Popolo, queste sono le basi del Marxismo. Questo concetto pone le idee di Berlinguer sul piedistallo della modernità, senza bisogno di ricordare le deviazioni che molti governi Comunisti presero dalla rivoluzione d’ottobre in poi.

Sommossa popolare, appunto per portare al potere gli ultimi, gli sfruttati, i braccianti, gli operai, quelli che nei millenni mai ebbero diritti e voce in capitolo, sfruttati e vilipesi dalla notte dei tempi. Tale rivoluzione avvenne però nella nazione meno preparata ad accoglierla, quella grande madre Russia che non aveva una classe operai forte e consapevole, ma era per lo più composta da braccianti che solo pochi decenni prima erano ancora servi della gleba, la nazione che mai Marx individuò come avanguardia per le masse popolari.

Dico questo perché il pensiero comune continua ad additare il Comunismo realizzato col Comunismo reale. L’Euro comunismo di Berlinguer, e ancor di più l’anomalia italiano porsero il più grande partito dei lavorati del mondo libero a traino di una terza via, mai davvero cercata e né tantomeno seguita dai referenti delle sinistre dopo il giugno del 1984.

Ora che non esiste più un mondo diviso in blocchi, dove l’Est ha superato l’Ovest nella ricerca del profitto per pochi a discapito degli ultimi, le idee di Berlinguer diventano una necessità.

Io credo che in tanti, troppi vedano Enrico come una foglia di fico, dietro cui nascondere la propria lontananza dai suoi ideali.

Un mondo raggrinzito e ammalato intorno al concetto di capitale, bolso e senza respiro, in questi tempi di pandemia, dove esiste solo una classe sociale che continua ad aumentare i profitti a discapito di tutti gli altri, dipendenti, artigiani, commercianti, operai, tutti in lotta tra loro per in dicare chi più di altri è fonte di privilegio. Accomunati da un unico nemico, che viene dall’Africa, quella massa di diseredati che servono ai partiti, quasi tutti, per sottolineare le differenze e per conservare quelle briciole di pane che i padroni del vapore spargono alle masse intrise di cattiveria e con la bava alla bocca, con la paura che l’ultima scaglia di pane duro venga utilizzata per nutrire chi sta peggio di noi.

Una grossa parte della classe operaia che non è più classe, che non ha più coscienza di se si è imbruttita nelle idee, instillate goccia a goccia da anni di propaganda revisionista. L’analfabetismo funzionale ha superato quello di ritorno, un popolo senza età che si informa sui social media, che posta e riposta immagini di pensieri altrui. Un solo piccolo e maledetto virus sta squassando il mondo conosciuto, portando alla luce decenni di sfruttamento della natura in maniera malevola e senza criterio, sistemi all’apparenza democratici dove chi ha i soldi si cura, mentre gli altri vengono lasciati annegare, non solo in maniera figurativa. Un sistema agli sgoccioli dove privato e privatizzazioni, ricercate da schieramenti centripeti hanno portato all’evaporazione del Welfare, dove la sanità pubblica è diventata azienda e la sanità privata si arricchisce con i soldi dei contribuenti, oltre che dei pochi privilegiati che ne possono disporre.

Un mondo dove la scuola è sempre ai margini dei programmi di partiti sempre più simili, dove nemmeno Lombroso riuscirebbe a riconoscere gli uni dagli altri.

Sono ripetitivo e limitato nei miei grezzi concetti, forse perché alle volte spero che qualcuno, migliore di me riprenda da terra quella bandiera rossa e la sventoli, come una guida turistica sulla piana di Ghiza e dove un popolo, davvero unito la segua, nella ricerca di una utopia necessaria e non più procrastinabile.

Dolce Enrico, mi piacerebbe che ti staccassero dalle cornici entro le quali sei stato relegato in questi trentasei anni, mi piacerebbe che tu stesso potessi togliere la polvere della tua dignità troppo spesso usata come paravento.

Si lo vorrei davvero un partito di ispirazione Berligueriana, dove potermi sentire a casa, dove poter credere che il mio piccolo contributo possa essere una briciola di sabbia, per costruire un argine contro l’abbruttimento di questi tempi. Dove le mie idee possano confrontarsi e confondersi con quelle di tante compagne e compagni, senza l’assurda ricerca della purezza, senza lucidare troppo la falce, senza dibattere sul tipo di martello (da carpentiere, da muratore, da montatore meccanico, ecc.).

Berlinguer non solo come oggetto di ricerca o peggio di culto (lui lontano anni luce dal culto della personalità) ma come pensiero critico, vivo, da ritrovare, da ripercorrere, una ricerca di un futuro migliore, radicale, non moderato, ma inclusivo, alla ricerca della diversità e dell’impurezza.

Io credo che solo in questo modo, solo avendo ben chiaro il passato si possa sperare in una rinascita, una luce in un futuro che ora a me sembra troppo cupo, anche solo per ricercare la speranza.

caduta

SCHEI
Yes we can? No, we can’t: il mito della meritocrazia

Yes, we can è stato un cavallo di battaglia della retorica progressista che ha poderosamente accompagnato l’ascesa di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti. Intendiamoci, non ho la minima intenzione di accostare la sua figura, le sue idee e il suo tipo di comunicazione al profilo di Donald Duck Trump. Parto però da quel messaggio  pieno di fiducia nelle proprie possibilità che ha rappresentato la parola d’ordine della campagna di raccolta del consenso dell’avvocato di colore, partito da una vecchia Fiat Ritmo ed arrivato ad occupare per due mandati la poltrona della Casa Bianca, e che conosce ora il curioso contrappasso privato della depressione di Michelle Obama. Poi leggo un paio di articoli di Vittorio Pelligra, professore sardo di politica economica, che su Ilsole24ore affronta il tema della meritocrazia da una prospettiva anticonformista, e non posso fare a meno di guardarmi intorno. Intorno è pieno di persone e di vicende che smentiscono il racconto ottimista sulla possibilità di farcela con le proprie forze.

Mi guardo intorno e trovo, nell’analisi dal meritorio taglio divulgativo del professor Pelligra, la desolata conferma della ragione di tante storie di difficoltà sociale ed esistenziale che non trovano riscatto. Un ingegnere civile senegalese che fa l’ambulante tutta la vita, vendendo collanine ed elefantini portafortuna; un professore di inglese nigeriano che vende, da decenni, fazzoletti da naso agli avventori dei bar del centro; un professore di fisica siriano che svuota cestini della spazzatura per una ditta di pulizie. Sono esempi didascalici dell’irragionevole euforia contenuta nel messaggio “volere è potere”, pur nell’accezione politicamente corretta e screziata di lotta collettiva dello storytelling obamiano (e prima blairiano e poi renziano). Tuttavia, conosco l’obiezione. Questi sono esempi orizzontali, troppo schematici, sporcati dalla nazionalità di provenienza del venditore di accendini di turno. Potevano stare a casa loro, dove credevano di venire a stare, cosa pensavano di trovare?

Passiamo allora agli italiani. Prima gli italiani. Gli esempi verticali, in effetti, sono molto più interessanti. Un sociologo padano purosangue che deposita buste nelle buchette della posta di un paesello sull’Appennino; un laureato in filosofia che consegna pasti a domicilio in bicicletta; un dottore in archeologia che vende polizze assicurative ed è pagato a provvigione. Verticali perché? Perchè riguardano la popolazione indigena, e in questi casi per il blocco dell’ascensore sociale, che può durare tutta la vita lavorativa, non si può accampare la scusante della nazionalità, dell’ essere nati nella parte sfigata del mondo, dell’andare a cercare fortuna altrove che può incorporare il rischio di non trovarla mai. No. Qui parliamo di italiani scolarizzati. Ormai anche una laurea in discipline economiche o giuridiche non garantisce più uno sbocco coerente, nonostante la nostra sia la società del “pensiero calcolante” per dirla con Galimberti (e ancora prima Heidegger) e preferisca quindi chi si è specializzato nello studio del saper calcolare qualcosa.

Il mito della meritocrazia ha prosperato soprattutto a sinistra. L’art.3 della Costituzione italiana, al secondo comma, recita: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E’ il principio di uguaglianza sostanziale, estensione del principio di uguaglianza formale: se non hai pari condizioni di partenza, non hai pari opportunità. Però – dice la Costituzione – la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali per diminuire il divario di condizioni di partenza e quindi trasformare le dispari opportunità in occasioni pari per tutti. Dice anche un’altra cosa bellissima, all’art.34: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eccola lì la parolina magica: il merito. Anche se sei privo di mezzi puoi arrivare in vetta, se te lo meriti.

Come fai a meritartelo? Una buona definizione del “merito” potrebbe essere: una combinazione di capacità e impegno. Se sono capace ed intelligente ma non mi faccio “il mazzo”, andrà più avanti di me qualcuno che se lo è fatto. Se mi impegno molto ma le mie capacità non sono eccezionali, farà più strada di me qualcuno che fatica come me, ma è più bravo. Sembra un discorso semplice, e anche giusto. In realtà il negativo di questa fotografia ha un contenuto socialmente e psicologicamente crudele: se, nonostante io pensi di essermi fatto il mazzo e di avere talento, il mondo non si accorge di me e mi lascia al palo, la colpa è mia. Sono un fallito. Ecco che il teorema meritocratico, che sembra in superficie equanime e “di sinistra”, diventa spietato quando una persona, nonostante ce la metta tutta, non “arriva”.

In Inghilterra Michael Young, scrittore, economista, progressista, lo aveva capito già nel 1958, anno di pubblicazione del suo romanzo “The rise of the meritocracy” (L’avvento della meritocrazia): la nuova società basata sul merito, frutto di una rivolta contro il sistema di istruzione classista britannico, nel suo libro finiva per accentuare le differenze anzichè annullarle. Il messaggio del romanzo non fu compreso, anzi fu equivocato, tanto che nel 2001 Young approfittò dell’ospitalità del Guardian per chiarire che chi aveva letto il suo romanzo in chiave ottimistica non aveva capito niente, perchè la società basata sul merito condannava all’emarginazione economica e sociale, anzi esistenziale, i “non meritevoli”.

Cosa c’è di sbagliato quindi nella meritocrazia? Le assunzioni di base. Cito testualmente il pezzo di Pelligra perchè lo dice benissimo: “Al fondo (la meritocrazia) si basa su due assunzioni, verosimili, ma false entrambe: la prima, che i meriti individuali siano evidenti, facili da identificare, classificare – tu più, tu meno – e da ricompensare. La seconda, falsa anch’essa, che il mercato, e, più in generale, la logica della competizione, sia il meccanismo più efficace nel riconoscere e premiare tali meriti”. La prima assunzione è falsa perchè la classificazione del merito si fonda su un criterio meramente “quantitativo”: quanti prodotti vendo, quanti risultati oggettivi porto. Sotto questo profilo è paradigmatico il caso dei carabinieri della caserma di Piacenza, premiati per il numero di arresti compiuti, salvo poi scoprire che questi arresti si basavano su un giro di minacce e confessioni estorte di cui la caserma costituiva la cupola. La seconda assunzione è ugualmente falsa: la logica della competizione infatti non è neutrale, perchè dipende sempre quale deve essere il traguardo di questa competizione. Se il traguardo è un valore deteriore, torniamo al punto di partenza.

Tra l’altro, in una società che non si è impegnata per inverare l’art.3 della Costituzione, e che di ostacoli economici e sociali ne ha rimossi pochi, mitizzare il merito finisce per far apparire chi lo celebra come classista, e per consegnare alla destra le moltitudini di persone che proprio questo miscuglio di mercato quantitativo e diseguaglianze di partenza ha reso scarti sociali, esclusi da posizioni di potere o privilegio o semplice dignità, pieni di rancore e risentimento proprio verso coloro che storicamente li dovrebbero rappresentare, e che invece ne certificano la (giusta, secondo un criterio meritocratico) emarginazione.

Forse qualcuno ha pensato che la meritocrazia fosse l’alternativa all’aristocrazia. Ma ancora oggi, chi ha accesso alle università migliori? Ancora oggi, chi riesce ad occupare i posti migliori? Ancora oggi, quale è il peso delle relazioni familiari, che ognuno di noi eredita come un patrimonio genetico? Sono tali e tante le variabili che sporcano il percorso, che drogano la corsa, che mitizzare la meritocrazia diventa un travestimento della riproduzione familistica della classe dirigente. Mi è impossibile non tornare a citare il prof. Pelligra: “Il problema, allora, non nasce quando desideriamo che la persona più capace diventi il neurochirurgo che vorremmo ci operasse nel caso ne avessimo bisogno, ma quando l’ideologia meritocratica rende più probabile, per il figlio di quel chirurgo, diventare quello stesso neurochirurgo per qualcun altro e quando questo, di conseguenza, rende più difficile ai figli di altri, indipendentemente dalle loro capacità, provare a diventare quello stesso chirurgo e, che, infine, questi privilegi ereditari vengano giustificati sulla base dei concetti di merito e demerito.”

Portando alle estreme conseguenze questo mito e rivestendolo di una “moralità” paracalvinista, che cosa ce ne facciamo dello Stato Sociale?  I capaci e meritevoli sono quelli che le cure e l’istruzione se li possono permettere, perchè gli schei che guadagnano sono il giusto premio per i loro sforzi e talenti. Gli altri, che si arrangino. In fondo, non se lo sono meritato. Bella idea di sinistra, non c’è che dire.

A questo punto si aprirebbe un fronte formidabile, per chi avesse la voglia di combattere. Cambiare il paradigma del merito. Rendere meritevole il lavoro di chi accresce il benessere collettivo, di una comunità che non sia la propria famiglia, il proprio azionista, il proprio amministratore delegato. Premiare coloro il cui lavoro porta un miglioramento sociale, collettivo, quando oggi il premio va a chi porta un plusvalore privato, individuale, riservato a pochi. Essere capace di far guadagnare, col proprio lavoro, dieci milioni di euro ad un CEO, non dovrebbe essere premiato quanto essere capace, col proprio lavoro, di alleviare le sofferenze degli anziani e dei malati di tutta una comunità. Invece attualmente è proprio il contrario: chi alimenta un profitto smisurato destinato a pochi viene “premiato”, chi contribuisce al benessere collettivo viene ignorato o addirittura bastonato (pensiamo ai lavoratori della sanità e della cura dei fragili). La sostituzione del premio al valore di mercato con il premio al valore sociale del proprio lavoro è una sfida che dovrebbe essere in cima all’agenda di chiunque affermi di lavorare per il progresso sociale.

GLI SPARI SOPRA
Alla fine la P2 ha vinto: provate a leggere il programma del Venerabile

“Sono un matto, sono un vetero, sono trinariciuto?” Torna la rubrica GLI SPARI SOPRA , le considerazioni molto politiche di un politico. Ad alcuni i pensieri di Cristiano Mazzoni potranno sembrare solo il frutto amaro della delusione, della sconfitta, della nostalgia del tempo che fu. Sono però anche la rivendicazione di ideali e di valori che forse abbiamo dimenticato troppo in fretta. In un mondo sempre più confuso e complesso abbiamo sempre più bisogno di risposte, ma l’unico modo per trovarle è non smettere di interrogarsi.
(La Redazione)

Quanti di noi avranno letto il Piano di rinascita democratica, il programma politico della Loggia Massonica propaganda due del disonorevole grande maestro Licio Gelli? Pochi.
Io credo di averlo letto per la prima volta agli albori del nuovo millennio, in rete si trovava ancora il documento originale con tanto di timbri e scritto a macchina, poi scannerizzato chi sa da quale mano. Oggi il documento originale in internet non l’ho più trovato ma tantissimi sono i siti che ne riportano il contenuto.

Credo che non sia più nella sfera delle opinioni, ma nei fatti e nelle sentenze cosa fu la loggia P2. Una associazione cospirativa, che ammantata dal sapore di destra democratica e con la responsabilità e complicità dello Stato, fu implicata e mandante, nella figura di Gelli, nella strage della stazione di Bologna del due agosto 1980 e in molti altri fatti oscuri di quel ventennio di sangue.

So i nomi, i mandanti, ma non ne ho le prove scriveva il Poeta e forse quelle parole gli costarono la vita.

Per curiosità, provate a scorrere i punti di quel programma e ditemi se non vi sembra che molti di quei punti si possano derubricare come ‘fatti’, cioè eseguiti, compiuti, insomma: riusciti. L’intento chiarissimo era infatti moderatizzare’ e ‘destrificare’ l’Italia.
Nel programma vi è chiara la volontà di rendere “democratica” la Repubblica eliminando gli elementi di attrito, lotta e aggregazione di sinistra quali il Pci e la CGIL.  Porre cioè un argine  per mettere in un angolo circa il 30% della popolazione italiana. L’obbiettivo mi sembra ampiamente raggiunto, quarantasei anni dopo la scoperta del programma della loggia nel sottofondo di una valigia della figlia del non compianto venerabile, possiamo dire che l’argine ha addirittura prosciugato il fiume. Quel trenta per cento della popolazione non esiste più o forse non ha più rappresentanza, quindi si può ‘crocettare’ la casella morte della sinistra italiana.

La volontà di creare due partiti, uno comprendente i moderati di PSI-PSDI-PRI-PLI di sinistra e DC di sinistra e l’altro di destra DC-PLI-Destra Nazionale, non è stato completato solo per il numero dei partiti citati e per i nomi degli stessi, partiti, ma la vocazione americanista di aggregare tutto al centro con un occhio buono sulla destra mi sembra assolutamente raggiunta.

E che dire della creazione di una TV privata? La nascita di Mediaset negli anni ’80 ha aggiunto un duopolio libero e democratico (sic.), fors’anche con la spinta di Gelli sull’iscritto 1816.

La volontà di cambiare le menti degli italiani, lavorando sulla scuola e sul controllo dei mass-media risulta molto chiare tra le righe del programma di rinascita democratica.
Si vuole inculcare, anestetizzare, instillare, indottrinare, creando una popolazione di ottimi soldatini, applicando il modus operandi di “libro e moschetto, fascista perfetto”.

Occorre intervenire sulla magistratura, dice il saggio, come pure occorre eliminare le province e diminuire il numero dei parlamentari.

Tanto un  parlamento così simile, non ha bisogno di una folta rappresentanza democratica.

Non vi sembrano temi di stratta attualità?

Credo però che queste tematiche, non siano poi tanto di moda, in questo lontano 2020, le persone hanno altro a cui  pensare, ma io che spesso faccio come le cheppie, (nuoto contro corrente), penso invece siano temi da discutere, leggere e ricordare.

Soprattutto quando si cerca di eliminare negli anni e col tempo il significato di antifascismo. In quanti della destra democratica e pure tra la galassia dei moderati ritengono il fascismo un argomento da derubricare nei libri di storia, confinandolo in una ventina d’anni bui trascorsi nella prima metà del secolo? Quanti sbuffano quando si toccano i temi di un fascismo ancora vivo per decenni dopo la liberazione, insinuato tra le fila delle stato, delle fdo, dei rappresentati delle forze democratiche del nostro paese?

Sono un matto, sono un vetero, sono trinariciuto?

Può darsi, ma l’ideologia che ha insanguinato il secolo breve, continua a gocciolare e percolare tra le fila di una popolazione forse non ancora matura, forse ancora desiderosa di avere un uomo forte che decide per te, forse non ancora vaccinata contro il batterio nero.Mi aspetto tra i commenti, un ottimo e Stalin?
Non deludetemi.

Io non sono nessuno per avere la risposta per quello che è il punto focale della anomalia dell’Italia, il connubio tra stato e malavita, tra stato e poteri occulti, tra stato / mafia e terrorismo.
Se un mago Merlino, non scoperchierà questa pentola del diavolo forse mai l’Italia potrà fregiarsi del titolo di Repubblica democratica, fondata sulla verità e non sulla menzogna.

Aggiungo pure la volontà, scientifica e cosciente di adottare quella che fu la strategia della tensione, nata con le bombe fasciste, lanciate a bella posta per fare reagire un terrorismo rosso, molto spesso composto da rampolli della buona borghesia di quegli anni, che uccidevano nella convinzione di essere una avanguardia, mentre gli operai stavano con Guido Rossa. Lo credo realmente, i morti di quegli anni, hanno aiutato il programma della loggia di estinzione del più grande Partito Comunista d’occidente, proprio partendo da quegli anni di piombo.

Chiamati così, per ucciderli meglio.

GLI SPARI SOPRA
Immagina il mondo di John

Ferraraitalia ospita una nuova rubrica: GLI SPARI SOPRA (il riferimento è alla canzone di Vasco Rossi), così abbiamo voluto chiamare i ‘pensieri eretici’ di Cristiano Mazzoni, molto conosciuto in città anche sotto il nome ‘Il Comandante’ (questa volta il riferimento è a Che Guevara). Dunque: pensieri di un comunista: una razza che oggi molti vorrebbero in via di estinzione. Pensieri che rivendicano il valore di una grande storia e la critica, anche urticante, a una Sinistra che sembra aver smarrito ogni orizzonte. Si può essere d’accordo o meno con ‘gli spari sopra’ di Cristiano Mazzoni’, ma è difficile non apprezzare la sincerità e la passione che li anima, la intatta speranza in un mondo di liberi e uguali.
(La Redazione)

Sinceramente, io non ci vedo nulla di strano sul fatto che la destra odi profondamente Immagine di John Lennon. Anzi, lo rivendico il mio amore per quella canzone simbolo. Di più, ne sono felice.

Immagina non ci sia il Paradiso
è facile se ci provi
Nessun inferno sotto di noi
Sopra di noi solo il Cielo
Immagina che la gente
viva per il presente…

Immagina non ci siano paesi
non è difficile da fare
Niente per cui uccidere o morire
e nessuna religione
Immagina che la gente
viva la loro vita in pace..

Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo diventi uno…

Immagina un mondo senza possessi
mi chiedo se ci riesci
senza necessità di avidità o fame
Una fratellanza di uomini
Immagina che la gente
condividere il mondo intero…

Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo viva come uno…

Come può un inno alla gioia, alla vita, alla pace, all’unità dei popoli essere apprezzato dal parlamentare europeo Susanna Ceccardi, da Giorgia Meloni o addirittura da Steve Bannon.
Il poeta immaginava un mondo mai nato, senza barriere, senza schiavi e né padroni, senza il sopruso del capitale, dove gli uomini non fossero merci, senza guerre e senza armi, dove pure non esistessero nemmeno i motivi per uccidersi l’un l’altro.

Come può una folle utopia così essere apprezzata da chi ritiene siano sacri i confini, da chi suddivide i popoli in nazioni, etnie e religioni, da chi difende i nostri valori? Ma di chi e quali? Ma Lennon si ispira a Marx? E quindi? Sai che novità.
Ci mancherebbe pure che una destra illiberale, omofoba, misogina, guerrafondaia, amante delle armi, costruttrice di muri, possa, anche solo minimamente apprezzare questo inno, questa poesia Hippie.

Sta veramente nella vastità del ‘pipino’ che mi interessa confutare il pensiero sovranista “Immagini un mondo senza confini, religione e proprietà privata – dice la candidata del Carroccio – Un mondo così qualcuno lo ha immaginato e ha fatto milioni di morti” (Ceccardi) o “inno all’omologazione mondialista” (Meloni). Sarebbe impossibile convincere chi è già convinto dell’ ”aberrazione” delle parole di Immagine, che Lennon, Marx, Gramsci e qualche altro ragazzo avevano in mente un mondo mai realizzato (forse irrealizzabile), che nulla ha a che vedere con una dittatura, foss’anche del proletariato, ma assolutamente mai dell’apparato.

Le parole del poeta dagli occhiali tondi e dai capelli lunghi, io le ricordo sulla mia prima tessera della FGCI del 1984, mi riempirono d’orgoglio e tuttora lo fanno, mi fanno sentire realmente meno solo, mi avvolgono tra le braccia di un sogno mai nato, ma sicuramente non ancora morto.
Ai fili spinati, agli steccati, ai muri, agli impuri, ai diversi, alle armi, alle razze, John contrappone l’uguaglianza, che alcuni chiamano omologazione (sic), crede nei diritti per tutti e non solo per qualcuno, le sue parole spezzano la spada della santa inquisizione.

Ci raccontano di una terra d’Utopia, dove non esiste nessun motivo per uccidere, dove i privilegi sono estinti, dove la natura torna ad essere madre e non oggetto di sfruttamento. Questa canzone è una manifesto è un monito è una speranza.
Impossibile, irrealizzabile, ‘buonista’, bei sogni,? Mah… Forse ce ne accorgeremo troppo tardi, questo mondo che si basa sulla produttività, sul PIL, sulla liberalizzazione delle merci e sulla schiavitù degli uomini, sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura, questo mondo sta per implodere.

E chissà se a qual punto qualcuno dirà:
-Cazzo! forse John Lennon aveva ragione, e neppure Marx ci era andato troppo lontano.

TELEMATICA E VECCHI MERLETTI :
Insegnamento a distanza e psicopatologia del voto

Ora che siamo allo shut down delle nostre scuole scopriamo quanto ci mancano. Siamo tornati ad una civiltà antica senza scuole, con gli insegnamenti affidati, anziché alla tradizione orale, alla trasmissione digitale. Un salto di civiltà a cui non eravamo preparati, noi che ci siamo sempre considerati i più civili. Nel nostro immaginario la scuola continua ad essere quella degli edifici scolastici, delle classi, delle aule, dei banchi, delle lavagne e degli insegnanti seduti in cattedra.
Sono secoli che il modello è questo, per di più in tutto il mondo. Non ci siamo mai interrogati su un suo possibile cambiamento, e perché mai, visto che ha funzionato così bene fino ad oggi in ogni parte del globo. Eppure oggi scopriamo che la scuola non è solo questo. La scuola è cultura civica, fondamentale per la vita quotidiana. Fornisce servizi indispensabili al benessere degli studenti, si prende cura dei bambini mentre i genitori sono al lavoro. Si fa carico degli svantaggi, delle differenze economiche, sociali, culturali. È l’avamposto della democrazia, dell’uguaglianza, della solidarietà, dei diritti costituzionali d’ogni persona. È il centro delle nostre comunità. Ora, se tutto questo viene a mancare, è difficile parlare di scuola.
Non abbiamo precedenti storici di un simile passaggio, della generosità e della fantasia con cui i nostri insegnanti si ingegnano a mantenere aperto il canale dell’insegnamento a distanza. Non sappiamo quanto può durare e neppure che effetti avrà sulla preparazione e sulla formazione delle nostre bambine e dei nostri bambini, delle ragazze e dei ragazzi. L’apprendimento degli studenti non potrà che soffrirne in generale, colpendo chi è più debole, chi è più vulnerabile, esacerbando le differenze anziché annullarle.
Non ci si è mai occupati prima di apprendimento remoto, di apprendimento online. La cultura della nostra scuola è ancora quella dell’umanesimo e del personalismo, ha bisogno della corporeità, la presenza dei corpi in aula è quella che si verifica ogni mattina facendo l’appello, è quella che comporta il contare le assenze per decretare la validità dell’anno scolastico. Ha bisogno di vicinanza, di guardarsi negli occhi, di soppesare le persone, di conoscersi, ha necessità di provare emozioni, quelle inaspettate che si vivono nella comunità della classe, ha bisogno di sentire che le parole si muovono nell’aria dell’aula, ha bisogno di tralucere l’umore di ogni singolo alunno e di ogni singola alunna, fino all’umore dell’insegnante.
L’insegnamento a distanza mediato dalle macchine ha il suo antenato nelle teaching machine di Skinner, che da noi non hanno mai preso piede e che negli Stati Uniti sono naufragate miseramente già negli anni ’50 del secolo scorso. Per dire che la macchina, la tecnologia non resta che uno strumento, come la biro che soppiantò il calamaio e il pennino con la cannetta.

Inoltre l’insegnamento a distanza replica la modalità più deteriore della didattica delle nostre scuole: quella trasmissiva da una testa all’altra. Gli ambienti di apprendimento virtuali li avremmo dovuti disporre e sperimentare ben prima dell’urgenza di questo momento, alla loro organizzazione non sono preparati i nostri docenti come i ragazzi non sono attrezzati per la loro fruizione.
A scuola non si dovrebbe insegnare, ma guidare bambine e bambini, ragazzi e ragazze ad imparare ad apprendere, ad apprendere gli strumenti per apprendere in autonomia. Ma se questo può essere sostenuto nelle dichiarazioni programmatiche, nella pratica poi si naufraga nell’insegnamento tradizionale. Eppure dovremmo apprendere per tutta la vita, perché ormai sappiamo che tutta la vita è apprendimento: il lifelong learning. Neppure questo abbiamo compreso. L’abbiamo tradotto come educazione degli adulti, anziché come occasione di rivoluzionare le nostre scuole, come modo di fornire le chiavi epistemologiche del sapere per apprendere ad apprendere in qualunque momento della nostra esistenza, anziché uscire imbottiti di conoscenze che con il tempo cadono nell’oblio. Imparare ad apprendere è però cosa da laboratorio, da bottega dell’artigiano, non da aula né reale né virtuale. Si apprende nella relazione con chi è esperto più di noi, che guida la nostra mano, che ci accompagna e consiglia, che partecipa emotivamente ai nostri sforzi e alle nostre conquiste, si apprende in presenza.

L’insegnamento a distanza è una emergenza e tale deve restare, ma deve essere chiaro che è un salto all’indietro, è un ritorno alla peggiore didattica, un salto nel passato nonostante la modernità delle tecnologie usate
Nel frattempo, mentre troppe famiglie contano i propri lutti, mentre le abituali dimensioni umane e quotidiane sono state intaccate dalla lotta al virus, la preoccupazione del dicastero di viale Trastevere è quella di chiedere agli insegnanti di valutare gli studenti, sostanzialmente di fare le pagelle, come se tutto fosse come prima.

Che, in questa situazione, si proceda a misurare bambine e bambini, ragazze e ragazzi costretti ad una condizione mai vissuta precedentemente da loro e dai loro insegnanti, non può che essere frutto di una grave ed endemica ottusità burocratica. Della tenace resistenza di un archetipo di scuola che può rinunciare all’aula reale per quella virtuale, ma non può venir meno alla psicopatologia del voto, alla morbosità delle classifiche e delle graduatorie anche quando tutti gli elementi costitutivi dell’essere e del fare scuola sono venuti meno. Dove a pagare ovviamente saranno ancora una volta i più deboli, lasciati privi di ogni rete di protezione.
Un paese in cui l’assillo è quello di valutare gli alunni, anziché attrezzarsi per verificare il funzionamento e i risultati di una novità assoluta come l’insegnamento a distanza, fa pensare che difficilmente, quando torneremo a tempi normali, sapremo  liberarci dei nostri errori e dell’apparato di una scuola che ormai da tempo mostra i segni della vecchiaia.

L’uguaglianza disuguale

Nella nostra epoca si parla sempre di uguaglianza tra i popoli, tra le razze, tra i sessi…
L’Occidente ha infatti il merito d’aver inventato un concetto, storicamente parlando, rivoluzionario: l’uguaglianza tra gli individui.
Un’uguaglianza che riguardi perciò tutti quanti, e che armonizzi i rapporti tra le persone dando a tutti pari diritti e doveri, che siano uomini e donne, bianchi e neri, eccetera.
Però, proprio l’Occidente s’è scelto un sistema economico, quello capitalista, che per sua natura determina il più grande vulnus all’uguaglianza tra individui che si possa concepire.
Si tratta, di fatto, di una disuguaglianza creata artificialmente all’interno della società umana. Una differenziazione che non ha nulla di naturale, biologico o fisiologico che sia, come possono essere sesso, colore della pelle o l’aspetto fisico in generale.
Questa disuguaglianza, l’unica veramente colpevole delle ingiustizie, delle discriminazioni e dei delitti tra gli individui così come tra i popoli, è quella tra chi è ricco e chi è povero!

“Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.”
Don Lorenzo Milani

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

NOTA A MARGINE
Ma la donna resta ancora “un oggetto di proprietà”

Ogni anno, il 25 novembre, celebriamo la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, in memoria delle sorelle Mirabal, assassinate a bastonate proprio in questo giorno nel 1960, e divenute simbolo del maltrattamento fisico e psicologico di donne e bambine nel mondo. Un fenomeno odioso e intollerabile, diffuso in ogni angolo del mondo, e che, nonostante l’impegno sociale di tante donne e uomini, non accenna a scomparire, né a diminuire.

Ma guardiamoci in casa. Come siamo messi da noi, nel nostro civilissimo e culturalmente avanzato ‘Bel Paese’? Male, malissimo purtroppo. Perché in Italia ogni 72 ore una donna viene uccisa e ogni giorno 88 donne sono vittime di atti di violenza, una ogni 16 minuti. Nonostante ciò ancora esiste chi sottovaluta la gravità della situazione e chi, addirittura, contesta l’uso del termine femminicidio.

Esiste, In Italia, un evidente problema culturale mai veramente affrontato e quindi mai sconfitto. Nella nostra società, nell’anno domini 2019, sono presenti e fortemente radicati preconcetti e pregiudizi che molti della mia generazione, figlia degli anni ’60, ritenevano superati grazie alle lotte e ai sacrifici compiuti dalle nostre madri e dai nostri padri.

Ma vediamo ai dati misurabili e, pertanto concreti. Il recentissimo rapporto ISTAT – pubblicato ieri, in occasione della ricorrenza mondiale – individua gli stereotipi di genere maggiormente diffusi nel nostro paese:
“per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro” (32,5%);
“gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche” (31,5%);
“è l’uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia” (27,9%).
Fanalino di coda è “spetta all’uomo prendere le decisioni più importanti riguardanti la famiglia”, che viene indicato solo dall’8,8% degli intervistati.

Il 58,8% della popolazione tra i 18 e i 74 anni, senza particolari differenze tra uomini e donne, si ritrova in questi stereotipi, più diffusi al crescere dell’età – il 65,7% dei 60-74enni rispetto al 45,3% dei giovani – e tra i meno istruiti. Gli stereotipi sono più frequenti nel Mezzogiorno (67,8%), in particolare in Campania (71,6%) e in Sicilia, e meno diffusi al Nord-est (52,6%), con il minimo in Friuli Venezia Giulia (49,2%). Trattasi sempre di convinzioni che riguardano comunque almeno la metà della popolazione, percentuale elevatissima e pertanto inaccettabile, ovunque ci si sposti all’interno del territorio nazionale.

Estremamente significativo il dato della omogeneità nelle risposte tra gli intervistati dei due generi. Che denota il forte condizionamento sociale cui sono ancora oggi sottoposte le donne, fin da piccole, in famiglia così come in tutti gli altri luoghi di socializzazione presenti nell’ambiente in cui crescono. Un vero proprio imprinting inconsapevole che le educa alla rassegnazione, all’assopimento dei naturali istinti di autoaffermazione sociale e del desiderio di uguaglianza tra i generi, alla remissività. Che le autoconvince che sia giusto così, anche quando, e lo si vedrà analizzando le risposte inerenti il tema della violenza nella coppia, qualcuna è vittima di maltrattamenti fisici o psicologici. Il cosiddetto “ceffone che si sarà sicuramente meritata”, come recita il triste adagio “Quando torni a casa la sera, picchia tua moglie. Tu non sai perché, ma lei lo sa benissimo”. Spesso raccontato come una battuta, altro non è che la manifestazione di un ripugnante maschilismo estremamente diffuso in tutto il paese. Questo autoconvincimento forzato è altresì causa di un altro disgustoso fenomeno femminile cui tristemente assistiamo in questi giorni: la quasi totale mancanza di solidarietà femminile. Sempre più spesso sono infatti le donne le più accanite detrattrici ed accusatrici delle proprie simili, divenendo così inconsapevoli sostenitrici di un pensiero sessista che si tramanda, di generazione in generazione, di madre in figlia.

Infatti, così purtroppo affermano i numeri. Sul tema della violenza nella coppia, il 7,4% delle persone ritiene accettabile che “un ragazzo schiaffeggi la sua fidanzata perché ha civettato o flirtato con un altro uomo” e il 6,2% che in una coppia ci scappi uno schiaffo ogni tanto. È anche normale che un uomo controlli abitualmente il cellulare e/o l’attività sui social network della propria moglie/compagna secondo il 17,7% degli interpellati. L’Abruzzo e la Campania spiccano come le regioni con una maggiore tolleranza alla violenza compiuta all’interno della coppia, con un riscontro positivo rispettivamente del 38,1% del 35%. La Valle d’Aosta (17,4%) e la Sardegna (15,2%) le meno tolleranti, con percentuali però che sono, ahimè, ben lungi dall’essere trascurabili.

Ma perché gli uomini sono violenti con le proprie compagne? Le risposte sono terrificanti:
il 77,7% degli intervistati risponde perché le donne sono considerate oggetti di proprietà (di questi il fatto che l’ 84,9% siano donne e il 70,4% uomini è estremamente significativo);
il 75,5% perché fanno abuso di sostanze stupefacenti o di alcol
il 75% per il bisogno degli uomini di sentirsi superiori alla propria compagna/moglie;
per la difficoltà di alcuni uomini a gestire la rabbia è indicata dal 70,6%.
E si prosegue con le ipotetiche cause di violenza in famiglia. Il 63,7% della popolazione considera causa le esperienze violente vissute in famiglia nel corso dell’infanzia, il 62,6% ritiene che alcuni uomini siano violenti perché non sopportano l’emancipazione femminile, mentre è ancora alta ma meno frequente l’associazione tra violenza e motivi religiosi (33,8%).
Le percentuali elevatissime di condivisione delle probabili cause individuate dagli intervistati è evidenza di una sorta di pseudo-accettazione del fenomeno. Come se, pur riconoscendo la gravità di alcuni comportamenti, si volesse giustificare chi li mette in atto, dipingendolo come persona che opera sotto l’influenza di una sorta di un prestabilito meccanismo di causa-effetto a cui è impossibile sottrarsi.

Solamente il 64,5% della popolazione intervistata consiglierebbe ad una donna che ha subito violenza da parte del proprio partner di denunciarlo e, dato ancor più deprimente, solo il 33,2% di lasciarlo. Bassissimo il dato di chi consiglierebbe di chiedere aiuto rivolgendosi agli organismi/servizi/istituti preposti:
Il 20,4% della popolazione indirizzerebbe la donna verso i centri antiviolenza;
il 18,2% le consiglierebbe di rivolgersi ad altri servizi o professionisti (consultori, psicologi, avvocati, ecc.).
il 2% solamente suggerirebbe di chiamare il 1522 (Trattasi di un servizio pubblico promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità. Un numero telefonico gratuito e attivo 24 h su 24 accoglie con operatrici specializzate le richieste di aiuto e sostegno delle vittime di violenza e stalking). Tutto ciò denota sia poca conoscenza dei servizi di supporto esistenti, che una scarsa fiducia negli stessi.

Ora, chi è arrivato a leggere fino a questo punto si sentirà sicuramente avvilito, turbato, angosciato. Questo è nulla, in confronto a ciò che lo aspetta proseguendo la lettura. Arrivano i dettagli finali e più raccapriccianti. Dalle interviste effettuate emerge chiaramente che persiste il pregiudizio che addebita alla donna la responsabilità della violenza sessuale subita. Addirittura il 39,3% della popolazione ritiene che una donna è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. In altre parole si nega l’esistenza della violenza sessuale, in quanto l’atto, di per sé è consensuale; in caso contrario la donna avrebbe potuto fermarlo in qualsiasi momento. Considerazione deprecabile tanto quanto l’atto in sé. Ed è assolutamente troppo elevata la percentuale di chi pensa che le donne possano provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire: ben il 23,9% della popolazione lo dichiara tranquillamente. Il 15,1% inoltre è dell’opinione che una donna che subisce violenza sessuale quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia almeno in parte responsabile. Insomma il “Se l’è andata a cercare” è più vivo che mai!

Ma non basta. Ecco sviscerati una serie di altri pregiudizi assolutamente inaccettabili che però tutti noi troppo spesso abbiamo occasione di ascoltare nelle cosiddette “chiacchiere da bar”, per strada, sul luogo di lavoro, ovunque, insomma. Sul totale degli intervistati:
il 10,3% è convinto che spesso le accuse di violenza sessuale siano false;
il 7,2% dice che “di fronte a una proposta sessuale le donne spesso dicono no ma in realtà intendono sì”;
il 6,2% pensa che “le donne serie non vengono violentate”;
l’1,9% ritiene che non si tratta di violenza se un uomo obbliga la propria partner ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà.

Un quadro agghiacciante quello che si profila ai nostri occhi, e che non può e non deve essere sottovalutato. Una fotografia di una società che noi riteniamo evoluta, culturalmente e socialmente avanzata, ma che non è tale, almeno sotto il profilo delle differenze di genere e dei ruoli socialmente riconosciuti. Che, dati alla mano, sembra vivere una fase di profonda regressione rispetto ai risultati ottenuti in anni di lotte dalle nostre madri, dalle nostre nonne, e da tutte quelle donne coraggiose che, mettendo a rischio la loro incolumità fisica e il loro futuro, la loro intera vita, hanno saputo alzare la testa e dire no al condizionamento sociale, al pregiudizio, all’imposizione di stereotipi preconfezionati, all’obbedienza ignorante e silenziosa.

La strada da compiere per giungere alla parità di genere alla eliminazione degli episodi di violenza è ancora lunga e piena di ostacoli: pensavamo di essere quasi al traguardo e invece siamo ancora all’inizio. C’è ancora tantissimo da fare per ottenere il superamento di questi odiosi stereotipi. Operando in famiglia, nei luoghi di lavoro, nelle strade. Tutte e tutti insieme. Non possiamo sottrarci a questo impegno. Lo dobbiamo alle nostre madri e nonne, affinché il loro sacrificio non sia risultato vano. Ma lo dobbiamo anche alle nostre figlie, per garantire loro un futuro più dignitoso, giusto e soddisfacente. Parallelamente è necessaria un’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni. Implementare un numero verde di ascolto delle vittime di violenza è una iniziativa lodevole ma assolutamente insufficiente. Lo Stato, da buon padre di famiglia dei suoi cittadini, deve farsi promotore, attraverso le sue istituzioni, di un processo di profondo rinnovamento culturale. E lo deve fare a partire dalla istituzione madre, quella scolastica, e cioè quel sistema educativo e formativo dalle enormi potenzialità, spesso non sfruttate pienamente, che accompagna il percorso di crescita, fisica, intellettuale, cognitiva e morale, di ciascuno di noi, dalla prima infanzia fino all’età adulta. E proprio nella scuola occorre fare prevenzione, investendo in percorsi stabili di educazione alla non violenza, di apprendimento e condivisione dei concetti di rispetto e di uguaglianza, di valorizzazione delle differenze, di gestione delle emozioni e dei sentimenti. Coinvolgendo, ove possibile, famiglie, associazioni, centri giovanili sportivi, artistici e culturali. Cosi da costruire un tessuto sociale assente, o inadeguato, che favorisca un sano sviluppo dell’intelligenza emotiva dei giovani, affinché possano diventare adulti consapevoli e rispettosi.

Non abbiamo più alibi. Non possiamo più essere complici di tanta violenza.

[I dati riportati in questa nota sono tratti dal report “Gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale – Anno 2018”, ISTAT, 25 novembre 2019.]

OSSERVATORIO POLITICO
Sinistra: intransigente nei principi, innovativa nei metodi, radicale nelle proposte

Tony Judt nel suo appassionato libro diventato il suo testamento, “Guasto è il mondo” (Laterza), scrive: “Per convincere gli altri che qualcosa è giusto o sbagliato ci serve un linguaggio dei fini, non un linguaggio dei mezzi”. E’ un invito alla sinistra del nostro tempo a riattivare l’immaginazione politica e morale ferma da troppo tempo. In Italia questa impresa è inimmaginabile senza un nuovo Pd.
Scrive Robert Musil ne “L’uomo senza qualità” (Mondadori): “Chi voglia varcare senza inconvenienti una porta aperta deve tener presente il fatto che gli stipiti sono duri (…) Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev’essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità”. Le destre stanno vincendo perché il loro estremismo demagogico ha dilagato nella totale assenza di un’alternativa possibile e radicale. E’ un invito a diventare estremisti? No, è fare nostra la definizione di Karl Marx: “Essere radicale, vuol dire prendere le cose alla radice; ma la radice per l’uomo, è l’uomo stesso”. Vasto programma, non c’è dubbio. Ma questo è l’orizzonte ideale in cui dobbiamo attestarci. Primo passaggio è uscire da uno stato di ipnosi ideologica in cui la sinistra italiana ed europea è caduta nel finire asservita alla dittatura del presente. Nei decenni, a cominciare dagli anni Ottanta del secolo scorso, è risultata vincente nel comune sentire la massima della grande conservatrice Margaret Thatcher: “There is no Alternative”. Il dogma dell’assenza di alternative ha dato il via alla crescita degli imprenditori della paura, della sfiducia e ai teorici della necessità inevitabile. E così sono morte la speranza e un’idea nuova di futuro. Quando le menti sono state ben lavorate dalla certezza della fine di ogni utopia possibile si sono fatti avanti una schiera di demagoghi alla testa di movimenti pericolosi per la tenuta delle democrazie del nostro tempo. Questa è la situazione, in estrema sintesi, che spiega l’egemonia culturale di una destra estremista. E, come scrive Massimo Cacciari, l’estremismo dei Salvini rappresenta l’inevitabile prodotto dell’assenza di un riformismo radicale.
Se dovessi indicare il campo in cui lavorare per ricostruire una sinistra liberaldemocratica radicale lo rappresenterei con una immagine che riattivi un rapporto fecondo tra storia, presente e futuro. Al suo meglio, la sinistra è nata nello spazio di tensione e di contraddizione fra l’affermazione dell’uguale cittadinanza e le disuguaglianze reali. Oggi, in un quadro mondiale nuovissimo e complesso, il tema resta il medesimo che si trovarono di fronte i pionieri del socialismo umanistico e libertario: la realtà di feroci e profonde disuguaglianze sociali che rende nullo il valore universale della pari dignità di ogni persona. In fondo stiamo parlando dei primi due commi dell’articolo 3 della nostra lungimirante Costituzione: tutti i cittadini hanno pari dignità sociale. E’ compito delle Istituzioni e della politica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono nei fatti la concretizzazione del primo comma. Concordo con chi ha scritto e detto che questi punti dovrebbero funzionare come stella polare per l’agenda politica della sinistra. Per questa impresa grandiosa il Pd è necessario, ma non sufficiente. Ecco perché è urgente che si rimetta in movimento tutto ciò che nella società civile (associazioni, liste civiche, sindacati, cultura, persone singole) è interessato a costruire una figura nuova di sinistra plurale: intransigente e radicale sui principi fondamentali, aperta e innovativa nei metodi e nelle proposte sociali, intelligente e flessibile nella costruzione delle alleanze necessarie. La missione morale e culturale di una nuova sinistra è incarnare un’idea complessa, colta ed efficace di politica che leghi in un nodo stretto progetto, programma, organizzazione, comunicazione, analisi differenziata, mediazione. Un nuovo volontariato politico a sinistra ci sarà se sarà persuaso di servire una buona causa per cui valga la pena impegnarsi. Per ora mi fermo a questi brevi cenni generali e di cornice. Nei prossimi interventi ci sarà occasione per entrare nel merito sul che fare. Lo scopo di queste note è stimolare una discussione che si proponga di dare gambe e testa ad un nuovo operare politico. I lutti delle disfatte si elaborano con nuove idee e nuove passioni. La coazione a ripetere il negativo – di risse, divisioni e personalismi – si vince guardando avanti.

Il neoliberismo non è la fine della storia, serve un’uguaglianza sostenibile

Ottimo consiglio quello di Giangi Franz, lanciato via social, di leggere l’intervista di Fabrizio Barca a Gea Scancarello e pubblicata su Business Insider Italia. L’incipit è già un programma: “Oggi la sinistra è più moderata dei liberali: mancano i valori e una classe dirigente capace”. Un titolo che sembra cadere a fagiolo su un dibattito aperto anche a Ferrara, all’indomani dello storico risultato del ballottaggio alle elezioni amministrative di domenica 9 giugno.

Giuro che ignoravo quest’analisi quando ho scritto il pezzo che Ferraraitalia ha pubblicato con il titolo: “Voto e discernimento: strumenti democratici contro l’internazionale sovranista”, ma conforta verificare che la ben più autorevole lettura della realtà dell’ex ministro per la coesione territoriale del governo Monti, non fa sembrare frutto di allucinazioni le righe che ho messo in fila lo scorso 7 giugno. “Quando si raggiungono certi livelli di disuguaglianze e il malessere è così diffuso – dice Barca – l’idea stessa del capitalismo non può reggere, perché il capitalismo dà il meglio di sé quando è stimolato dalla riduzione delle disuguaglianze”.

A scanso di equivoci, il cofondatore del Forum Disuguaglianze e Diversità, è perfettamente consapevole che “il capitalismo è sfruttamento per definizione”, ma subito dopo aggiunge che “è questione di bilanciamenti”. È l’antico adagio socialdemocratico del tosare la pecora. Se quindi da decenni si sono prodotte disuguaglianze mai viste prima è perché “sono state fatte scelte politiche sbagliate”. Anziché tosarla, la pecora è stata pettinata.

E qui arriviamo al cuore delle critiche mosse alla sinistra. “La prima è culturale: 30 anni fa, non ieri, molti partiti socialdemocratici – afferma – hanno comprato l’ideologia del “Non c’è alternativa: il capitalismo è uno solo” e se si pensa che non ci siano più i margini per lavorare sui meccanismi di formazione della ricchezza, non lo faccio; non per interesse ma perché mancano i valori”. La seconda è rivolta alle classi dirigenti: “quelle venute su in questi 30 anni sono state selezionate su questo credo, senza più la convinzione di un cambiamento che toccasse i sentimenti delle persone”. Di questo passo i partiti sono diventati “non valoriali”, quasi ossessionati dalla “mitologia del centro”, del “bisogna governare”, dei governi del fare, lasciando stare le visioni. Se si concorda che il ragionamento fila, si può osare un passo avanti.

Si discute, comprensibilmente, di ripartire in casa Pd dopo la caduta di Ferrara, con un dibattito già nelle prime battute plurale di posizioni, opinioni, riflessioni e analisi. Ora, se la questione di fondo è di uscire dallo schema “Non c’è alternativa”, per mettere al centro la necessità di un riequilibrio del sistema capitalista che così com’è non sta in piedi, per la stessa logica capitalista, allora parrebbe logico pensare di trovare un rilancio sfatando quella che Barca chiama la “mitologia del centro”, per riabitare, innanzitutto culturalmente, lo spazio che Bobbio definì quello naturale per la sinistra: l’uguaglianza. Vale a dire quel concetto che sottende un retroterra valoriale, che in questa lunga fase storica è stato svuotato da una drammatica e insostenibile situazione di disuguaglianza e di suicida concentrazione di ricchezza.
Per non parlare della spaventosa concentrazione di potere per il mancato governo dello sviluppo tecnologico e in particolare di internet, che fa dire ad Alex Zanotelli intervistato da Ferraraitalia: “Attraverso i nostri smartphone sanno tutto di noi, ci spiano di continuo. Quelle informazioni sono oro, chi le possiede comanda il tavolo. È ridicolo e grottesco che poi ci riempiono di moduli da firmare a garanzia della privacy”.

Quello di Barca non pare essere il solito appello per una sinistra di testimonianza, dei pochi ma buoni, perché dall’alto della sua osservazione registra che “c’è un pezzo del mondo del business, rappresentato dall’Economist, cioè un giornale liberale, che dice apertamente che così non si può reggere e sta dicendo che è tempo di accettare cambiamenti significativi”. E prosegue citando come esempio concreto l’accordo tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria sulla “necessità di una partecipazione strategica attiva dei lavoratori nelle aziende”, perché “bisogna ridare al lavoro una parola significativa nelle scelte strategiche imprenditoriali”.
Ci sarebbe – così afferma – anche parte del mondo imprenditoriale “che non vuole un mondo autoritario, che ha incassato i benefici di un brutto mondo e adesso si accorge della degenerazione”.
Un segnale che si aggiunge in questa direzione è il documento prodotto dal gruppo socialdemocratico europeo intitolato “Uguaglianza sostenibile”, presentato a Bruxelles il 27 novembre 2018. Fabrizio Barca è inoltre cofondatore del Forum Disuguaglianze e Diversità, impegnato a studiare e proporre soluzioni concrete che restituiscano senso ai concetti di uguaglianza, pari opportunità e dignità del lavoro, garantiti dalla Costituzione.

Una sfida, quella di uscire dal vicolo cieco neoliberista del “Non c’è alternativa”, che si gioca sul piano europeo, ma che non vede completamente disarmati i contesti nazionale e persino locale, tanto che Barca si dice sicuro che “ogni livello ha spazi di manovra: chi dice il contrario semplicemente non vuole cambiare”. Anche il tempo per aprire questi nuovi fronti ci sarebbe e non pare neppure consegnato a un futuro indistinto: “un arco di tempo di tre, cinque anni”, se ci fosse la volontà delle “forze più avanzate della produzione, del mondo del lavoro e della cittadinanza attiva” di costruire nelle città “piattaforme aperte, collettive, tecnologiche e trasparenti”, di avviare “consigli di lavoro e cittadinanza” e di “sperimentare una strategia sulle periferie”. Un insieme di azioni “che farebbe la differenza e costruirebbe un’alternativa, che diverrebbe poi anche un’alternativa elettorale”.

Senza sapere leggere né scrivere, io un orecchio lo presterei a queste proposte, studiandoci sopra e magari invitando anche gente così a un congresso o a un convegno, giusto per avere un’idea di come ripartire dopo una sconfitta, si dice, non qualunque. Altrimenti occorre prepararsi a “una spirale di meno libertà, meno crescita e più disuguaglianza – è la conclusione – in cui vince il peggio del nostro paese, non il meglio”.

Contro violenze e iniquità: Camusso e Sabbadini a Ferrara per riaffermare i diritti delle donne

di Cristiano Zagatti, segretario generale Cgil – Ferrara

Virginia Woolf, intellettuale femminista britannica e convinta sostenitrice dell’uguaglianza tra i generi, scriveva che una donna deve avere soldi, cibo adeguato ed una stanza tutta per sé per poter scrivere, sottolineando come l’indipendenza economica ed intellettuale sia indispensabile per l’emancipazione delle donne.
Secondo il rapporto 2017 dell’Ocse “The Pursuit of Gender Equality: An Uphill Battle” sono stati identificati i tre ostacoli più importanti all’uguaglianza di genere: la violenza contro le donne; la disuguaglianza nella divisione del lavoro non retribuito, in ambito domestico; il divario salariale.
Quest’ultimo a livello internazionale, si definisce “Gender pay gap”, è calcolato sul salario medio lordo orario, e resta un tema decisivo nella lotta contro le discriminazioni, perché si porta dietro una mole di altre questioni. Dall’istruzione all’occupazione, dal welfare alle pensioni, dalla realizzazione in ambito familiare alle carriere professionali. Ecco perché quindi la contrattazione di genere diventa la vera protagonista del cambiamento, per il raggiungimento di una parità piena,
sostanziale, non solo formale.
L’ obiettivo è la parità, non solo dei diritti tra donna e uomo così come sancita dalla Costituzione e dalle altre leggi dello Stato, ma anche di valori tra i generi, mettendo in luce quegli aspetti lasciati in ombra da un’ ideologia che vuole la donna in una posizione di inferiorità. È per tutti questi motivi che abbiamo deciso di avviare a partire dal prossimo 8 aprile con un’ iniziativa pubblica alla presenza di Susanna Camusso e Linda Laura Sabbadini, un percorso di ricerca ed approfondimento, destinato a tradursi poi in una piattaforma programmatica in materia di contrattazione di genere. Perché solo riconoscendo e valorizzando le differenze, si pratica la parità, dando piena attuazione a quell’articolo 3 della nostra Carta Costituzionale.
Mai come negli ultimi mesi, il sistema dei diritti e delle conquiste riconosciuti alle donne, dopo anni di lotte e battaglie civili e sociali, è stato messo in discussione dal dibattito politico e sociale che si è organizzato. Ed è per questa aggressione, che dobbiamo esserci donne e uomini, tutti insieme, a far sentire forte la nostra voce in piazza, anche nella giornata dell’8 Marzo.
Il processo di sviluppo è una responsabilità collettiva di uomini e di donne. Tanti, troppi sono i capitoli aperti, dalla violenza di genere al mancato rispetto delle leggi sull’interruzione di gravidanza e l’obiezione di coscienza; dalla disoccupazione, alle condizioni di lavoro e reddituali che di fatto ostacolano la maternità.
L’8 Marzo, non una festa, perché non ha la leggerezza di una ricorrenza, ma ha la profondità ed il valore di una giornata “storica” per i diritti delle donne e per la pace internazionale. Oggi più che mai con gli scenari di guerra globale e le migrazioni, che ci impongono di osservare tutte le sfumature oltre il giallo di una mimosa.
La Giornata Internazionale della Donna, non una festa, ma l’occasione del protagonismo delle donne e degli uomini uniti insieme in una giornata di riflessione, di impegno civile, politico e sociale, durante la quale ci si mobilita tutte e tutti per chiedere una società più equa, più solidale, quindi più giusta. Sapendo che, se sono le donne a progredire nei differenti contesti di sviluppo, sarà la società nel suo complesso a crescere.
Simone de Beauvoir disse: “Non dimenticate mai, che basterà una crisi politica, economica o religiosa affinché i diritti delle donne siano messi in discussione. Questi diritti non sono mai acquisiti. Dovrete stare attente alla vostra vita.” Noi, le donne e gli uomini della Cgil, ci saremo per tenere alta l’attenzione, per non dimenticare mai, e per continuare a lottare ogni giorno fianco a fianco, insieme.
Buon 8 Marzo!

Dal reddito di cittadinanza alla riduzione dell’orario di lavoro

“Le parole sono importanti”, urlava disperato Nanni Moretti in ‘Palombella rossa’ all’improvvisata giornalista che si beccò pure un ceffone per come si esprimeva nel fare le domande. Ecco, siccome le parole sono importanti parliamo del reddito di cittadinanza, come l’ha chiamato sin dall’inizio il M5s e grazie al quale ha fatto incetta di voti al sud.
Allora, partiamo col riflettere sul concetto di cittadinanza. Tutti sono cittadini di questo Stato e in quanto cittadini hanno diritti e doveri riconosciuti dalla Costituzione. Uguali per tutti. Dunque, essendo tutti cittadini a pari titolo, tale reddito dovrebbe essere riconosciuto a tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro condizione occupazionale, patrimoniale, sociale. Proprio solo in quanto cittadini. Altrimenti non si chiamerebbe reddito di cittadinanza, giusto? Sicuramente sarebbe una misura egualitaria sul piano dei diritti di cittadinanza e dovrebbe essere cara alla sinistra che ha fatto dell’uguaglianza una delle sue bandiere principali.
Dice, ma la solidarietà nei confronti di chi non ha lavoro o l’ha perso dove la mettiamo? Se questo è il senso che si voleva dare al reddito di cittadinanza, allora bisognerebbe cambiargli il nome. “Le parole sono importanti”. E allora chiamiamolo reddito di inclusione, sussidio di disoccupazione, sostegno alle povertà, come vi pare. Ma non reddito di cittadinanza. Perché se me lo chiami così io che mi alzo ogni mattina alle sei e mezza per essere puntuale in ufficio alle otto (e sono tra i più fortunati perché non faccio il pendolare, con tutti i disagi che ciò comporta) e farmi le mie quaranta ore settimanali, mi alzo e dico: scusa, sono anch’io un cittadino, perché il reddito di cittadinanza lo date solo a chi non lavora? Chi sono io, un cittadino di serie B? Non sono anch’io un cittadino che per di più paga le tasse con le quali dovreste poi pagare il reddito di cittadinanza? Capite che mi sentirei cornuto e mazziato. E a quel punto mi arrabbio. Non si capisce perché io debba sacrificare un terzo della mia vita a vendere la mia forza lavoro, per mantenere altri cittadini nullafacenti.
E allora oltre a cambiare nome al reddito che dir si voglia provo a fare una proposta, anzi due. La prima. Siccome lavoro quaranta ore a settimana, in buona compagnia di qualche altro milione di lavoratori, e c’è chi il lavoro non lo trova o l’ha perso, stante il livello di innovazione tecnologica esistente, oggi non c’è altra alternativa che dividere il lavoro che c’è tra il maggior numero possibile di persone. Lo dice persino il Papa. Come? “Lavorare meno lavorare tutti”, si diceva una volta. E quindi riducendo l’orario di lavoro settimanale a parità di salario. Scoperta banale, ma è quanto è sempre stato fatto storicamente ad ogni passaggio della rivoluzione tecnologica. Non mi direte che oggi si lavora quanto si lavorava all’inizio del Novecento? Oddio, per alcuni è ancora così, soprattutto nelle campagne e soprattutto per alcune categorie di persone e soprattutto in alcune aree del mondo. Non dico di portarlo a trentacinque ore come in Francia (un altro esempio di Europa a due velocità), ma perlomeno di parificare l’orario settimanale del settore privato al settore pubblico che da decenni, qui da noi, è a trentasei ore settimanali. L’orario di lavoro di quaranta ore nel privato è fermo agli anni settanta quando si ottenne sull’onda delle lotte di popolo per via contrattuale. L’ultima legge che stabiliva l’orario settimanale risale all’inizio del Novecento che lo decretò in quarantotto ore. Da allora non si è più legiferato in materia. Da che mondo è mondo il movimento dei lavoratori e i sindacati sull’onda delle innovazioni tecnologiche hanno sempre condotto lotte per la riduzione dell’orario a parità di salario. Oggi questa sembra essere una bestemmia persino per i sindacati. O per lo meno per alcuni sindacalisti. Quando tempo fa provai a fare questi ragionamenti su facebook (povero illuso!) un sindacalista (di cui non faccio il nome per carità di patria) commentò sarcastico che simili proposte le aveva sentite in alcuni salotti. La mia risposta fu che probabilmente era così visto che sono i salotti che ormai frequentano molti sindacalisti. Non l’ho più sentito. È ovvio che gestire la contrattualistica esistente è più comodo, a volte è meno conflittuale altre no, di certo non necessita di una linea programmatica che impegni in una lotta politica riformista e di equità a lungo termine. Perché di questo si tratta: di equità. Tra chi un lavoro ce l’ha e chi non ce l’ha, tra chi lavora quaranta ore a settimana e chi ne lavora trentasei, tra chi lavora troppo con gli straordinari che si continuano a fare in molti settori e chi non lavora per nulla. Equità, un tema espunto dall’orizzonte politico-sindacale.
La sinistra ha sempre pensato che una volta realizzata l’uguaglianza automaticamente si sarebbe realizzata anche l’equità considerata una sorella minore, a volte sinonimo della prima. “Le parole sono importanti”, appunto. Non c’è bisogno di scomodare sociologi dell’educazione quali Pierre Boudieu per dimostrare che applicare l’uguaglianza a soggetti diseguali nelle condizioni di partenza si commette un’altra diseguaglianza. Basterebbe rileggersi “Lettera a una professoressa” di Don Milani per comprendere a pieno il concetto. La dimostrazione eclatante di quanto sia radicato nella coscienza della sinistra questo errore concettuale di base è data dalla recente costituzione del partito o movimento che dir si voglia di Liberi e Uguali. Ma uguali a chi? A che cosa? Mi sono chiesto appena uscito il nuovo movimento.
Tornando al tema dell’equità nelle condizioni di lavoro, non va trascurato il fatto che con l’innalzamento progressivo dell’età pensionabile prevista dalla legge Fornero, c’è un altro aspetto da considerare e cioè un evidente collo di bottiglia al tourn over. L’uscita dal lavoro si allunga nel tempo e l’entrata di forze giovani ritarda. Una politica miope per l’efficienza stessa dell’intero sistema produttivo.
La seconda proposta. Se proprio si vogliono usare quelle risorse per dare dignità alle persone usiamole come incentivo alle imprese a ridurre l’orario di lavoro e ad assumere giovani disoccupati con contratti solidi. Usiamoli per dare un fondamento all’articolo uno della Costituzione. Che non sia solo il nome dell’ennesimo movimento politico, ma una linea programmatica riformista seria su basi e proposte solide.

La lega è storia nostra, riprendiamocela

Oilì oilì oilà e la lega crescerà e noialtri lavoratori vogliam la libertà”

La lega, storicamente, è stata l’espressione delle società di mutuo soccorso, delle cooperative e di tutte quelle forme di aggregazione volte a tutelare i diritti dei soggetti e delle classi oppresse, in nome dei principi di uguaglianza e solidarietà che hanno indotto (principalmente) operai, braccianti e donne (ma anche intellettuali illuminati) a unirsi per dare voce e forza alle loro lotte per il riscatto sociale e il progresso. La lega, dunque, è storia nostra, storia di chi si batte per la giustizia e l’uguaglianza: è l’espressione del bisogno degli ultimi di consorziarsi per far fronte comune e non essere travolti da uno sviluppo selvaggio, nel quale gli esseri umani sono solo ingranaggi di un sistema finalizzato all’arricchimento di pochi. Ora come allora.

Quando dico storia “nostra” non mi riferisco a vecchie (e ora spesso ingannevoli) logiche di schieramento: faccio riferimento a valori e ideali da recuperare e da riaffermare attraverso un solido progetto di trasformazione in senso progressista della società e a un coerente programma di azione.

Ci siamo fatti sottrarre questo patrimonio lasciando campo libero agli usurpatori, prima ai Bossi e poi ai Salvini che oggi esibiscono il vessillo… E la verde, biliosa Lega di oggi è quella stessa che all’inizio della propria parabola partitica si proclamava orgogliosamente “del Nord”, già alimentando fin dall’origine un inaccettabile discrimine fra settentrione e meridione, che nulla c’entra con l’antico patrimonio valoriale della lega dei lavoratori.

Oggi l’aggregazione di militanti ed elettori che sostengono la Lega (funesto baluardo erto al comando del governo nazionale) fa leva principalmente sulla giustificata e dunque comprensibile paura dei tanti che vedono compromesse le certezze acquisite grazie alle battaglie per il progresso combattute nel corso del Novecento dai lavoratori e concretizzate in una Costituzione illuminata e nelle coerenti garanzie fornite dallo Stato sociale. Acquisizioni e tutele dissipate dall’insipienza – quando non dall’indifferenza o peggio dall’ostilità – del ceto politico che ha maldestramente condizionato nell’ultimo trentennio le sorti della Repubblica e dei partiti, anche di quelli della sinistra.

Tanti cittadini, dunque, hanno aderito alla verde Lega o comunque la votano principalmente per rabbia o per sconforto, non trovando altri argini o sponde a ristoro del loro profondo malessere sociale. Fra i sostenitori attuali della Lega ci sono tanti elettori in crisi che hanno perso i loro riferimenti ideali e affrontano, nella nebbia, le incertezze del presente con disagio e talvolta disperazione.

E la paura in sé – quando non è controbilanciata da un coraggioso slancio teso al cambiamento, ma si alimenta di rancori e si limita alla brama di tutela dell’esistente o al rimpianto del vecchio – assume un pericoloso sapore regressivo e reazionario, che del reale progresso è nemico.
Inoltre, numerosi militanti della nuova Lega appaiono motivati più da appetiti che da sogni. Così, all’esca della bieca soddisfazione dell’interesse personale aderisce una consorteria di furbetti dall’indice sempre lesto ad additare i peccati altrui, ma dalla coscienza non immacolata e dall’indole incline a perdonar facilmente se stessi e le proprie ‘debolezze’: ed ecco il trionfo di una classe piccolo borghese che si scandalizza per le ruberie e le malefatte degli altri ma che è assai indulgente nel giudicar se stessa. E’ così che stiamo sprofondando in un infernale girone di qualunquisti, animati dalla brama di denaro, intenti a tutelare (più che gli ideali e l’interesse comune) il proprio preteso diritto a coltivare con ogni mezzo e indisturbati il personale tornaconto.

E’ evidente allora che il pericolo e i veri nemici non sono i disperati e i migranti, contro i quali ci si accanisce in un rigurgito di intolleranza e razzismo. La rettitudine non dipende dal colore della pelle: ci sono ladri e assassini fra i “negri” (per dirlo nel gergo muscolare dell’attuale Lega) come fra i bianchi: il discrimine è l’onestà, non la nazionalità, il convincimento politico o la fede religiosa. E i veri nemici, ora come allora – ai tempi dell’autentica virtuosa lega delle origini – sono i capitalisti, le lobby di potere: sono loro che ci vessano costringendoci al giogo. E allora evitiamo di ricadere nella trappola di chi ci spinge a combattere una guerra fra poveri per salvaguardare il proprio ruolo di dominio: apriamo bene gli occhi – e soprattutto la mente – e cerchiamo di capire in che mondo viviamo, chi regge i fili e chi sono i burattinai per non restare schiavi del nostro ruolo di burattini.

Per questo dobbiamo sottrarci alla dittatura dell’individualismo e sforzarci di ridare un senso nobile al concetto di lega e a quel grande sogno umanitario di un civile e solidale consorzio, proteso all’uguaglianza e al rispetto, al riparo dall’onta delle discriminazioni e del bieco e meschino egoismo imperante.

“La Lega” (‘Novecento’ Bernardo Bertolucci & Encardia)

Prima noi!

Prima gli Italiani. Dal quattro di marzo populisti e sovranisti sono la nuova religione, oltre il cinquanta per cento del paese.
Il credo nell’Io e Mio assoluti, Qui e Ora e in ogni luogo dello stivale, il popolo di santi, poeti e navigatori, il culto del popolo sovrano, del cittadino primus inter pares è la nuova confessione a cui tutti si dovranno convertire.
Se mai abbiamo temuto uno Stato confessionale, ora è giunto il suo momento, è la stagione della nuova religione che celebra il popolo sovrano, il popolo che comanda, la religione che deve pervadere di sé ogni angolo del paese, ogni sinapsi dei cervelli di questa nazione.
Gli Unti dal Signore hanno ceduto la scena agli Untori, se non sei un fedele del nuovo culto, sei un paria, un reprobo, un nemico del popolo.
Un popolo di cittadini molto post millesettecentottantanove che va all’assalto delle casse dello Stato per rivendicare il diritto naturale al reddito di nascita, passando così dai vitalizi della casta ai vitalizi dei cittadini, perché l’uomo in natura nasce pagato, poi è la politica che lo corrompe, fregandogli il suo malloppo guadagnato per diritto di nascita.
È sempre la solita storia di Giangiacomo, che si nasce buoni in natura, e poi è la società che ci corrompe, non c’è società che si salva, ma si può sempre recuperare la purezza se si è sovrani a casa sua.
Ci aspettiamo la nazionalizzazione delle banche e l’esproprio di tutti i ricchi, una società senza classi, tutti cittadini a reddito o rendita di nascita.
Fuori tutti gli altri, a partire dall’Europa che è solo un accidente geografico e pertanto non può vantare pretese. Per la moneta non c’è bisogno dell’euro, se ci sono i bitcoin che promettono rendite favolose, ci potrà anche essere l’Italo, la moneta fai da te, perché il ritorno alla lira sarebbe un deja vu, Italo è più creativo e fa più sovranità popolare.
Noi poi in quanto ad autarchia e a sovranità popolari abbiamo a nostra disposizione la memoria di un glorioso ventennio di fasti littori da cui attingere e c’è già chi è pronto a dare una mano.
Il lavoro non ci sarà più non perché ci siamo liberati dalla condanna biblica del lavoro, ma perché è il lavoro che si è liberato di noi, di noi non ne ha più bisogno.
Non è che il lavoro è un vecchio arnese destinato a scomparire, che ha finito di sfruttare uomini e donne, semplicemente ha trovato come sfruttarli meglio di prima, con il lavoro sottopagato, con il lavoro in nero, schiavizzando la mano d’opera degli immigrati.
Allora, mettiamoci in salvo almeno noi con il nostro reddito di nascita, chiudendo le frontiere, circondando di filo spinato ad alta tensione le nostre coste, così in casa nostra non ci sarà più nessuno da sfruttare. Non è chiudere gli occhi, e solo allontanare per non vedere. Cosa c’è di male?
Deglobalizziamoci in nome della localizzazione estrema, l’Italia agli Italiani e tutti gli altri fuori.
Gli immigrati a casa loro, a casa loro li possiamo anche aiutare, così loro, da casa loro, in cambio ci pagano il reddito di nascita. Mica vorranno venire a fare le colonie qui da noi, che la colonia la facciano là da dove sono venuti.
Perché combattere il sistema? Roba di cinquant’anni fa! Facciamoci piuttosto il capitalismo di casa nostra, ognuno per sé tutti per uno.
Destra, sinistra, antifascismo litanie d’altri tempi. L’economia oggi corre sul digitale, nell’accumulo delle ricchezze non ce n’è per tutti. Ma non preoccuparti perché se anche nella corsa resterai ultimo per tutta la vita, l’importante è che resti nel tuo guscio con il tuo reddito di nascita garantito. Non pretenderai mica una vita di realizzazione? Non pretenderai mica di correre, se le gambe per correre non ce le hai! E poi, diciamocelo, la felicità, la felicità vera è decrescita. La felicità è non desiderare, la felicità è non avere bisogno, desiderio e bisogno il reddito di cittadinanza li sconfigge alla nascita.
La felicità è qui, lontani da ogni invasione, da ogni cultura che non sia il tuo rassicurante, conosciuto folk. Vuoi scherzare? La parola d’ordine d’ogni novax che si rispetti è “no contaminazione”!

bla-bla

Lessico contemporaneo molto (poco) famigliare

di Grazia Baroni*

In un mondo nel quale sta prendendo piede una struttura burocratica che, anziché fornire un servizio pubblico efficace, si affida al mercato assicurativo privato, la democrazia è in pericolo. Freud aveva previsto il rischio: “le persone sono disposte a cedere gradi di libertà in cambio di una falsa sicurezza”, diceva.
Successivamente il mercato ‘assicurativo’ ha indotto la tendenza alla ricerca di un colpevole che è funzionale alla logica del profitto. Quando si parla di sicurezza bisogna tenere conto che chi la richiede è una persona che o è suddito e non ha nessuna responsabilità, o è cittadino, libero e perciò responsabile. Di conseguenza, bisogna sempre modulare tra la persona che si realizza nella società attraverso una cittadinanza attiva e responsabile e la sicurezza di cui ha bisogno per sé e per chi gli sta attorno. Tuttavia, la sicurezza non deve mai prevalere sulla persona come valore.

Come è arrivata qui la mentalità della sicurezza?
Portando esempi parziali, giocando sull’ignoranza delle persone, confrontando dati non confrontabili e questo è stato fatto dall’informazione sostenuta in parte dai governi, in parte dalle aziende. Con una società sempre più complessa, per il cittadino è difficile raggiungere l’informazione utile e su questo hanno giocato coloro che traggono vantaggio dalla mentalità ‘assicurativa’.
Certo, c’è sempre il rischio che chi ha la possibilità, o per ruolo o per situazioni economiche o sociali, possa giocare sulla buonafede e sull’incompletezza della legge. Ma questo è inevitabile: la libertà comporta rischio. Bisogna accettare il fatto che si può sbagliare. Non prevedendo il futuro, quella di sbagliare è una possibilità concreta.

La convergenza di alcuni fattori culturali, tecnologici e socio-politici, rende urgente la necessità di chiarire il significato di alcune parole fondamentali per la nostra società democratica. Si tratta di termini o concetti che, all’apparenza, sembrano distanti e scollegati, ma che invece interagiscono in un reciproco potenziamento di effetti sulla realtà poco controllabile a causa della complessità e velocità di trasformazione sia nei suoi effetti positivi che, purtroppo, in quelli negativi.

Parliamo di concetti e parole fondamentali e caratterizzanti la nostra realtà, quali:

  • Sicurezza
  • Democrazia
  • Politica
  • Burocrazia
  • Uguaglianza
  • Giustizia

Questi concetti, nel loro interagire, stanno ricomponendosi in modo preoccupante in un pensiero che via via legittima sempre più la sopraffazione di un gruppo di persone sulle altre e che, di conseguenza, finisce per riproporre il modello autoritario del nazi-fascismo come soluzione.
Si deforma il linguaggio perché si usano queste parole sostituendo al significato originale un nuovo significato, oppure scambiando la parte con il tutto o il mezzo con il fine.

Sicurezza. Quando si parla di sicurezza, bisogna tenere conto che quando la si richiede sui luoghi di lavoro, sulle strade o nei trasporti è più che legittima e comprensibile, ma il concetto non deve essere esteso all’ambito del sociale. In questo senso si banalizza il nostro desiderio di vivere in una società accogliente e rassicurante perché pacifica chiamandolo sicurezza.
L’unico modo per rendere la società accogliente ed equa – secondo il modello della polis – è ridurre le ingiustizie sociali e sviluppare le buone relazioni. Per questo si è inventata la democrazia al posto del potere assoluto, per creare un ambiente che permetta questo processo. E’ un processo in positivo e non un processo difensivo.
Chi promette la sicurezza barattandola con spazi di libertà sa di promettere il falso perché non esiste sicurezza assoluta dal momento che il futuro non si conosce. Si può tentare di ridurre il rischio ma non promettere la sua totale e permanente eliminazione.
E’ solo dando a ciascuno pari opportunità – e quindi la possibilità di accedere ai servizi per sviluppare le proprie aspirazioni – che si arriva a una convivenza non solo pacifica, ma gratificante. Una persona soddisfatta della propria esistenza non accumula rabbia e non cerca capri espiatori.
Ma restiamo consapevoli che neanche così si elimina il rischio che qualcuno scelga di sopraffare un altro. L’uomo è tale proprio in quanto libero di scegliere.

Democrazia. Per il secondo termine, la democrazia, si scambia il mezzo con il fine, definendo come democrazia il metodo del voto a maggioranza. La democrazia è, invece, la costruzione di uno spazio di libertà comune per l’esercizio delle libertà personali per cui, nella molteplicità delle proposte possibili per raggiungere questo obiettivo, si usa il metodo di scegliere quello che la maggioranza dei cittadini riconosce come la via da percorrere.

Politica. In questa logica di ambiguità del linguaggio la politica, che è l’arte dell’uso della parola e del confronto – inventata per sostituire la guerra come metodo per conquistare e controllare un territorio – viene invece usata come esercizio del potere attraverso la corruzione e la distribuzione di privilegi.

Burocrazia. Viene usata come sinonimo di insieme dei servizi amministrativi, necessari per la gestione di uno Stato democratico, quando invece è una struttura che nasce perché un potere centralizzato abbia possibilità di controllo sull’intero Stato.
La burocrazia si rende apparentemente funzionale alla democrazia attraverso il concetto di uguaglianza dei cittadini che però riduce il cittadino ad una unità quantitativa. Riducendo il cittadino a un numero si permette la standardizzazione della procedura che è quella che certifica il funzionamento del servizio.
Essendo la procedura la garante del funzionamento del servizio, chi lavora nella burocrazia è solo responsabile di rispettare la procedura, quindi, in questa organizzazione perversa sparisce l’esercizio della responsabilità personale, negando in questo modo la democrazia nella sua essenza.

Uguaglianza. Questa parola ha due effetti perversi: uno il ridurre il soggetto a numero, l’altro il mettere in evidenza le differenze come qualcosa di negativo. Insomma, la diversità marca una distanza e una contrapposizione, anziché sottolineare il valore dell’unicità del soggetto.
La diversità, vista come valore negativo, spinge a fare tribù, a riconoscersi tra simili, perché la solitudine fa paura, e quindi porta a fare gruppo attorno a ciò che si sceglie come valore del simile, che sia il colore della pelle, la divisa o la lingua.
Alla democrazia, invece, sarebbe omogeneo il concetto di parità perché riconoscerebbe il cittadino come un soggetto unico e portatore di valori e di diritti al pari di tutti gli altri cittadini. L’unicità non permetterebbe la standardizzazione ma pretenderebbe sempre l’armonizzazione della norma alla singolarità di ogni cittadino.

Giustizia. Con la parola giustizia si definisce il desiderio umano dell’essere riconosciuti nella propria singolarità e di vedere le cose collocate al loro giusto posto; invece oggi si utilizza per indicare l’insieme delle leggi che definiscono il limite a comportamenti oltre i quali si retrocede dal livello di civiltà raggiunto. Se si sovrappone al desiderio di giustizia il valore sanzionatorio della legge si arriva al giustizialismo o allo sterminio del diverso.

Avvicinandosi il giorno delle elezioni sfruttando gli avvenimenti violenti di Macerata, o strumentalizzando e alimentando la paura dei flussi migratori, il tema della sicurezza diventa sempre più dominante. Si promette sicurezza proponendo leggi di esclusione di categorie e di gruppi sociali, di controllo di polizia e di territorio, modelli che ripropongono schemi nazionalisti e una società classista piramidale che non hanno niente a che fare con la democrazia.

Siamo sicuri che sia realistico pensare che un governo autoritario porti sicurezza?
E’ sicuro un mondo dove ogni comportamento è codificato e quindi nessuno è responsabile?
E’ certo che sia più sicuro un mondo nel quale si permette a chiunque di farsi giustizia da sé?
E’ auspicabile un mondo nel quale si toglie ai bambini e ai giovani il loro spazio di esperienza perché non c’è nessuna assicurazione che voglia coprire il rischio che comporta la loro vitalità?
E’ un mondo che risolve o che crea i problemi?

Tra la burocrazia e la sicurezza siamo arrivati a una società impersonale, senza responsabili, ma composta solo da colpevoli contro i quali soltanto la legge potrà fare ‘giustizia’.
La realtà umana e la società sono complessità che non possono essere semplificate. Bisogna rispettarle e conoscerle. Ci vogliono partecipazione e impegno da parte di ciascuno per risolverne le incompiutezze e migliorare il mondo.

*Grazia Baroni, è nata a Torino nel 1951. Dopo il diploma di liceo artistico e l’abilitazione all’insegnamento si è laureata in architettura e ha insegnato disegno e storia dell’arte nella scuola superiore durante la sua trentennale carriera. Ha partecipato alla fondazione della cooperativa Centro Ricerche di Sviluppo del Territorio (CRST) e collaborato ad alcuni lavori del Centro Lavoro Integrato sul Territorio (CELIT). E’ socia e collaboratrice del Centro Culturale e Associazione Familiare Nova Cana.
Dal 2016, anno della sua fondazione, fa parte del gruppo Molecole, un momento di ricerca e di lavoro sul bene, per creare e conoscere, scoprendo e dialogando con altre molecole positive e provare a porsi come elementi catalizzatori del cambiamento.

L’uguaglianza discrimina!

di Federica Mammina

C’è una parola di cui oggi mi pare si faccia abuso. È la parola discriminazione. Con i politici in testa, una delle accuse più gettonate quando non vi è accordo su un tema è quella di discriminazione. Così se non concordi con il pensiero dominante, o quello che si cerca di far diventare dominante, discrimini. Ma non si può pensare che ogni scelta tra una posizione a favore ed una contraria significhi necessariamente discriminare qualcuno. Altrimenti dovremmo essere sempre tutti d’accordo su tutto. L’uguaglianza ha un significato ben preciso: trattare in modo uguale situazioni uguali, ed in modo differente situazioni differenti. Perché è un dato di fatto che non siamo tutti uguali, e meno male. È considerare ciascuno come identico a tutti gli altri, è dare a tutti indistintamente le stesse cose e non ciò di cui si ha realmente bisogno, è lì che si annida la vera discriminazione.
Stiamo attenti: potremmo finire per considerare come libertà e parità di trattamento ciò che piuttosto è omologazione.

“Tutti gli uomini nascono uguali, però è l’ultima volta in cui lo sono”
Abraham Lincoln

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Le subdole paure che ci avvelenano la vita e insidiano la nostra libertà

Se la paura agisce sulla libertà limitandola, inibendola, contraendola, di quali paure si tratta? Dopo la “Grande paura” del mondo diviso in blocchi ideologici contrapposti, oggi nuove paure sono sulla scena, meno definibili, ma non per questo meno insinuanti, pericolose, corrosive.
Roberto Escobar, docente di filosofia politica e del linguaggio politico all’Università di Milano, è stato autore di una seguitissima riflessione sul tema ‘Libertà e paura’ alla biblioteca Ariostea venerdì 12 maggio scorso. Tema che rientra nel ciclo di appuntamenti sulla Libertà organizzati e promossi dagli istituti Gramsci e di Storia contemporanea di Ferrara.
Escobar è anche l’autore di ‘Paura e libertà’ (Morlacchi 2009), libro intenso, a tratti spietato, che senza tanti giri di parole va dritto al cuore di argomenti di tremenda attualità.

La scomparsa del nemico frontale novecentesco (non meno produttore di paure, compresa l’atomica con tanto di the day after), lascia il posto a nemici-invasori più subdoli e velenosi.
Le faglie dell’invasione dei migranti e del terrorismo islamico, si dice e si scrive ormai in ogni dove, si scontrano con quelle più endogene di un presente e futuro senza lavoro per troppi e con un welfare che si restringe come certi vestiti usciti dalla lavatrice dopo un lavaggio sbagliato, per fare solo alcuni esempi. Movimenti tettonici che nessuno sa come fermare e che entrano sempre più in collisione tra loro, prefigurando aria da catastrofe.

Terreno fertile per “semplificatori” e “imprenditori del consenso”, li chiama Escobar, che una campagna elettorale dopo l’altra raccontano, martellano e insinuano che le cause delle nostre paure sono semplici e non complesse. Si afferma la politica, post-politica, orgogliosamente affrancata dalla cultura (le gaffes dei politici ormai non si contano), oltre che dalle storiche appartenenze destra-sinistra, ritenute disinvoltamente rottami del passato. Una politica – post-politica – che pone in cima alla propria agenda il tema della sicurezza.
Qui il professore ha opportunamente citato l’esempio recentissimo della legge sulla legittima difesa: una norma – detto in sintesi – per rispondere a una statistica accertata di poco più di 150 casi negli ultimi anni (di cui una quindicina i condannati). Eppure giornali, tv, Parlamento e Paese si sono fermati come se il problema riguardasse tutti i 60 milioni di italiani. Un po’ come d’estate l’annosa differenza tra la temperatura reale e quella percepita.
“E’ così – ha detto il professore – che è al lavoro la macchina della paura, alla quale è possibile rispondere “no” solo se in testa non si ha un’unica storia della realtà, come vogliono i semplificatori, ma tante. Da qui il compito che sarebbe della cultura, della scuola e dell’università”.

Paura, semplificatori e macchina della paura, introducono al tema che Escobar affronta con mani da chirurgo: il male radicale.
Tasto sul quale la riflessione diventa fuoco d’artificio, anche se c’è ben poco da festeggiare, perché “il male radicale – scrive nel suo libro del 2009 – non degrada e non uccide solo in un lager, o in un ghetto, oppure in una fossa comune di una delle tante pulizie etniche, ma degrada altrettanto nell’indifferenza di fronte alla morte lontana e ipotetica di esseri umani cui tocca d’essere sacrificati in vista e nel nome del bene”. E qui “Bene” si può tranquillamente declinare in “i nostri valori”, “le nostre libertà”, “la nostra democrazia”.
Male radicale – per seguire la pista di pensiero dell’autore – non è solo la straordinarietà degli atti mostruosi (che pure destano l’opinione pubblica in sussulti collettivi di sdegno e condanna), ma anche la “normalità quotidiana”, “la buona coscienza – così scrive – degli assassini innocenti”.
Di conseguenza, lungi dal capro espiatorio cui troppo spesso ricorre la storia umana per dimenticare le proprie nefandezze (addossando il fardello della colpa all’agnello sacrificale di turno da presentare al tempio, da mettere in croce, o sopra un patibolo), è invece “la convinzione chiara e netta – richiama Escobar – d’essere nel bene e di operare nel bene che va indagata”.
Il principio guida, orgogliosamente affermato anche in terreno laico, è che “se la vita dell’altro è un valore in sé irrinunciabile, allora non si può mai essere disposti a considerare alcun uomo e donna sacrificabile in nome di qualunque bene”. Punto di partenza solo apparentemente scontato se, in questi tempi, “non occorre – scrive il professore milanese – pensare agli assassini diretti per vedere all’opera l’innocenza omicida”.

Successivo, e consequenziale, passaggio del ragionamento è il lavoro di scavo sull’indifferenza, che non è solo dei cittadini, già ridotti a pubblico di spettatori-telespettatori.
Ogni differenza è sempre il risultato di chi si misuri rispetto a qualcuno o qualcosa; è sempre commisurata rispetto a un elemento altro.
Se si accetta dunque lo stesso criterio di misura, allora le entità differenti sono uguali, nel senso che (per paradosso solo apparente), è la differenza a fondare l’uguaglianza, non l’indifferenza che, in quanto assenza di commisurazione, porta invece alla differenza assoluta.
Il filo del discorso porta diritto alla ricorrente formula dell’identità (da difendere e proteggere dalle invasioni e aggressioni) che, senza più commisurazione, diventa “identicità” in cui massima è la differenza.
Accade cioè che l’indifferenza porta alla negazione dell’uguaglianza.
E’ così che “ben appaesati – scrive l’autore – nella propria normalità, ben certi dell’incommensurabilità del proprio mondo rispetto agli altri mondi oltre i propri confini, uomini e donne finiscano per formare il pubblico degli assassini virtuali, gli stessi che popolano a pieno diritto la terra del bene”.
“Si diventa assassini, ancorché virtuali, – prosegue – in buona coscienza per adesione totale alla verità del proprio mondo incommensurabile, che annulla le singole biografie e differenze nell’indifferenza”.

Un mondo indifferente che si specchia nella propria identità-identicità si fa gravido di nuove paure, alimentate a sua volta dalla macchina della paura. Così, indifferenza, silenzio e presunzione d’innocenza, si nutrono a vicenda in un pericoloso e avvelenato avvitamento, in un cammino di progressiva “corruzione morale”.
Un vero e proprio circolo vizioso in cui il male radicale “monta gradualmente – è il monito – in un accumulo di acquiescenza”.
‘Con le migliori intenzioni’, verrebbe da dire pensando al titolo di un film scritto da Ingmar Bergman (1991), oppure il parallelo corre alla glaciale banalità quotidiana avvolta in un manto di neve immobile, candida e accecante, descritta nel film ‘Fargo’ dei fratelli Coen (1996).
Un circolo vizioso simile a una morsa che si stringe sotto gli occhi (più o meno consapevoli) di tutti, da cui però è ancora possibile uscire, secondo il relatore, perché essere morali non significa essere buoni o innocenti, ma “liberi di scegliere e di mettere in questione”.

E’ ancora possibile non alzare bandiera bianca, per quanto difficile dal momento che la macchina della paura è da tempo al lavoro, se la politica vuole essere governo e non produzione della paura e se la cultura intende sottrarsi al dominio della storia unica, moltiplicando le storie per rendere sempre possibile la scelta, la possibilità di dire “no”.
Per farlo, c’è ancora lo spazio della democrazia, per quanto indebolito e svuotato, nel quale – ha concluso Roberto Escobar – “le teste – questa la novità storica spesso trascurata – si contano invece di tagliarle”

PARI OPPORTUNITA’
Monica Andriolo, consulente e scrittrice: “Le donne in azienda? Migliorano le prestazioni”

Monica Andriolo è una consulente Torinese che si occupa di progetti sulle pari opportunità da molti anni. Lavora per una cooperativa conosciuta sul territorio piemontese per interventi di sensibilizzazione, animazione e ricerca attinenti le P.O., partecipa a tavoli regionali e nazionali, ha coordinato dal 2014 al 2016 il progetto, finanziato dal Dipartimento Politiche per la Famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ‘Il rosa e il grigio‘. Una laurea in lettere antiche, una passione per gli studi classici e per la sua città, Monica ci racconta della sua ultima pubblicazione, un libro scritto a quattro mani con Milena Viassone editato da qualche mese nella collana studi economici di Franco Angeli dal titolo ‘Donne e management: una questione di opportunità‘.

Il libro tratta della presenza femminile negli organi di amministrazione e controllo delle aziende. Questa presenza viene letta non solo come l’opportunità di un pieno riconoscimento per le donne delle loro competenze, ma anche come un mezzo per una migliore performance delle imprese. Perché un libro proprio su questo tema?
L’attuale modificarsi degli equilibri di genere all’interno degli organi di governo aziendale, con un deciso aumento della presenza femminile, grazie alla Legge Golfo-Mosca del 2011, suggerisce una riflessione sulle ricadute in termini di qualità, per comprendere se e in quale misura processi di questo tipo portino ripercussioni sulle dinamiche di governance. In questo modo diventa allora possibile leggere l’uguaglianza di opportunità tra donne e uomini come scelta non solo (come giustamente deve essere) valoriale di equità, ma anche come strategia di crescita e di maggiore sviluppo, perché diventa possibile contare su un più ampio bacino di competenze e, soprattutto, di approcci (perché esistono diverse modalità femminili e maschili di lavorare, anche ai livelli più alti della carriera). Un approccio di questo tipo risulta fondamentale in un momento storico come quello attuale, in cui la crisi sta ancora facendo sentire forti contraccolpi e la strada verso una effettiva ripresa è ancora lenta e non priva di ostacoli. Inoltre, è ancora importante ricordare (alle donne stesse, specie quelle giovani) quanto le donne possono essere attrici consapevoli della crescita delle aziende e, quindi, del Paese.

Quanto ha influito l’esperienza fatta con il progetto ‘Il rosa e il grigio’ sui contenuti di questa pubblicazione?
Il progetto ‘Il rosa e il grigio’ ha una parte importante nella pubblicazione, a esso è dedicata l’Appendice; ma, al di là di questo, esso attraversa anche altre parti del testo: in particolare, la sensibilità acquisita attraverso il progetto per l’approfondimento e la lettura della governance aziendale femminile è stata filo conduttore che ha guidato, in tutto il libro, la messa a fuoco di quegli elementi che consentono di interpretare in chiave qualitativa (e non esclusivamente quantitativa) la presenza delle donne nei consigli di amministrazione e nei luoghi apicali.

Perché la collaborazione con una docente universitaria? Che valore aggiunto hai trovato?
La collaborazione con Milena Viassone, docente universitaria, è nata dall’esperienza del progetto ‘Il rosa e il grigio’, a cui la professoressa Viassone ha partecipato in diversi momenti, portando la sua professionalità e anche il suo entusiasmo di (giovane) donna fortemente impegnata nel percorso di carriera accademica. L’incontrarsi di un interesse comune a entrambe per una lettura concreta delle pari opportunità e della dimensione di genere che sia valorizzazione dei talenti è stato l’elemento di forza di questa collaborazione, che ha consentito di identificare e sviluppare in modo coerente e reciprocamente arricchente temi e riflessioni.

Una frase del libro in cui ti riconosci appieno.
“Essenziale è cogliere e utilizzare al meglio le capacità delle donne, offrendo loro piena opportunità di partecipare e di contribuire fattivamente alle diverse dinamiche di crescita (economiche, occupazionali, sociali), valorizzando le risorse femminili insieme a quelle maschili in una visione di reale e paritaria condivisione di competenze fra i generi. La differenza di genere, dunque, come risorsa positiva, da declinare all’interno di strategie innovative che non invitino le donne ad adeguarsi passivamente al modello maschile, ma, al contrario, diano loro la possibilità e gli strumenti per acquisire e sviluppare una propria capacità di scelta e di gestione della vita e del lavoro. Si tratta di riconoscere, rispettare e valorizzare le differenze e, insieme, di risolvere le disuguaglianze, tenendo conto delle aspettative e delle attese espresse da tutti i soggetti, adottando strategie, politiche, azioni nonché comportamenti anche di tipo aziendale che promuovano l’equità tra donne e uomini”.

Se il libro non si fosse intitolato ‘Donne e management: una questione di opportunità’ che altro titolo ti sarebbe piaciuto?
‘Tetto di cristallo e dintorni’.

Con che donna/uomo politico ti piacerebbe discutere dei contenuti di questo libro?
Donna: Emma Bonino; Uomo: Sergio Mattarella.

Con che donna/uomo dello spettacolo ti piacerebbe discutere dei contenuti di questo libro?
Michela Ponzani (prima donna alla guida del programma tv della Rai ‘Il Tempo e la Storia’, ndr).

A chi lo regaleresti?
A una giovane donna che sta muovendo i primi passi nel mondo del lavoro.

Quale sarebbe la dedica del libro regalato?
Con l’augurio che il tetto di cristallo possa spezzarsi, lasciando spazio a porte che si aprono paritariamente a donne e uomini, in un clima di condivisione e di reciproco rispetto che sappia ricordare e proseguire con saggezza quel percorso per le pari opportunità ancora non pienamente concluso.

Dopo il contentino delle mimose torna l’indifferenza

di Lorenzo Bissi

L’8 marzo è stata la Giornata internazionale della Donna, e in 50 Paesi, milioni di persone hanno aderito allo sciopero globale.
Si è creato un momento di solidarietà, un momento in cui si è chiesto di cessare le violenze di genere.
Penso proprio che però non sia grazie alla Festa della Donna che si faranno passi avanti su questi problemi.
Dico ciò perché il giorno dopo tutto torna come prima: i fidanzati regalano un mazzo di mimose alle loro compagne, e poi tornano a trattarle in modo prepotente, fregandosene di quello che è stato; ma lo dico anche perché molte donne l’8 marzo sono felici di far sapere, con un mazzo di fiori in pugno, di essere corteggiate, e, indifferentemente dall’aver partecipato o no alle manifestazioni la mattina dopo sembra che per loro la violenza su quelle che il giorno prima chiamavano sorelle non esista, o, se esiste, non è affare loro. Scompare la solidarietà, e dietro a questo lenzuolo dal bellissimo aspetto si cela l’ipocrisia e l’indifferenza di tutti.
E il più grande errore è stato lottare per istituire una giornata, e poi festeggiare per i risultati ottenuti.
Istituire questa giornata significa riconoscere che le donne sono inferiori. Istituire significa farle strillare per ventiquattro ore tanto da far perdere loro la voce per gli altri 364 giorni.
Istituire significa imporre dall’alto che le manifestazioni si svolgano quel giorno, controllarle, e magari attribuire un sottotitolo, o un motivo per cui protestare a seconda di come tira l’aria.
Le suffragette non scendevano nelle piazze perché esisteva la giornata nazionale del suffragio universale, ma perché volevano ottenere a tutti costi il voto, lottando tutti e trecentosessantacinque giorni all’anno. Era per un’ideologia partita dal basso, dalla casa di ogni donna, dal cuore di ogni donna, e non da un disegno di legge.
Le donne scioperino tutti i santi giorni, cosicché gli uomini si rendano conto che il mondo da soli non riescono a mandarlo avanti!
E invece si accontentano di festeggiare, di ricevere le mimose e di manifestare contro la violenza di genere l’8 marzo, senza rendersi conto che istituire la giornata Internazionale della Donna è stata la più grande violenza mai commessa nei loro confronti.

Sinistra prigioniera al cappio del mondialismo finanziario

Cosa significa affermare che il mondo è cambiato e sta cambiando rapidamente? Significa soprattutto essere consapevoli che l’ambiente di vita entro cui gli umani, come singoli ed aggregati conducono le loro esistenze, ha mutato forma; significa che si sono trasformati i concetti e le teorie che rappresentavano il mondo e gli davano senso, che sono venuti meno degli equilibri che si credevano stabili e ben assestati; significa che le vecchie categorie di uso comune si sono sfaldate e non sono più adatte a comprendere il nuovo mondo emergente, mentre un nuovo linguaggio non si è ancora diffuso ed affermato.
Il cambiamento si sa è ambivalente: si mostra come eccitante e carico di aspettative quando è governato e voluto, si mostra come oscuro e denso di minacce quando è subìto. In un caso si manifesta con i colori dell’entusiasmo in un altro con i colori della paura; nel primo caso si lavora e ci si impegna per quel cambiamento atteso pieno di speranze, nel secondo caso lo si ignora oppure ci si oppone e si resiste ad oltranza.

Sappiamo bene che il mondo statico e legato alle ciclicità della natura e della vita, caro alla cultura agricola e rurale, è andato in frantumi con l’avvento della modernità e dei suoi meccanismi replicativi. Fino a qualche decennio fa si poteva sostenere che la contrapposizione tra progressisti e conservatori trovasse proprio in questo le sue radici: da un lato coloro che volevano i frutti della modernità industriale e tecnologica senza cambiare le strutture sociali e le pratiche culturali dominanti, dall’altro, coloro che tali strutture volevano cambiare radicalmente creando una nuova pratica sociale capace di redistribuire i benefici della modernità.
Una tensione che, più o meno esplicitamente, ha attraversato tutta la storia della modernità: da un lato i conservatori più dogmatici impegnati a preservare il senso di un equilibrio culturale guardando spesso verso il passato come fonte di ispirazione; dall’altro i progressisti più dogmatici presi a dar senso all’attivismo del presente guardando con ottimismo al sol dell’avvenire.

Anche destra e sinistra, le due grandi narrazioni politiche che si sono accompagnate allo sviluppo della modernità trionfante, si differenziavano per due condizioni: la prima riguarda la scelta della parte sociale da cui stare in politica, economia e cultura, la seconda concerne la capacità di capire ed indirizzare la direzione economica e sociale del momento.
Molti critici della globalizzazione finanziaria – uno per tutti il compianto Luciano Gallino – hanno messo in risalto la complicità della politica nel determinare l’attuale situazione di dipendenza dai poteri e dal sistema finanziario; lo hanno fatto votando leggi che, poco alla volta, hanno demolito gli argini eretti a controllo della finanza (uno tra tutti l’abolizione del Glass-Steagall Act negli Usa), garantendo a quest’ultima totale libertà di scaricare sugli Stati e i cittadini il peso dei loro fallimenti. Ed entrambe le parti hanno fatto la loro parte in negativo: basti ricordare per l’Italia gli ultimi quattro governi (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi); a livello parlamentare, la destra si è impegnata in politiche mirate a distruggere le conquiste sociali degli anni Sessanta e Settanta, che furono un tentativo riuscito di controllare democraticamente il capitale (e ci è riuscita benissimo, inanellando una lunga serie di “vittorie”); la sinistra, ha assunto la prospettiva di una terza via che è diventata il sostegno principale delle politiche economiche neoliberiste, sposandone in pieno gli assunti e traducendoli in pratica attraverso liberalizzazioni selvagge, deregolamentazioni, privatizzazioni continue. Né è valso a creare un equilibrio sociale e politico l’appoggio incondizionato dato dalla sinistra alle Ong fedeli e al terzo settore, che è diventato esso stesso un comparto altamente organizzato, dove il ruolo degli aspetti economici e finanziari ha finito col surrogare le genuine motivazioni che stanno alla base delle istanze più morali e più civili della società (basti ricordare gli scandali relativi al colossale business sull’immigrazione scoperti negli ultimi anni).

Non stupisce dunque che una vasta porzione del popolo di sinistra sia quanto mai sconcertata da politiche che si fondano su assunti pienamente neoliberisti (mercato, concorrenza, aziendalizzazione, profitto), che declinano quelli che furono le aspirazioni di generazioni di progressisti in termini di puro riconoscimento di diritti personali senza più alcun riferimento forte alle idee di bene comune, comunità, solidarietà, eguaglianza e giustizia sociale. Costoro stentano a riconoscere i valori, l’identità e il fine di una sinistra che ha pienamente sposato l’ideologia economica dominante velando le tensioni sotto il manto del politicamente corretto; una sinistra che appare spesso impegnata nell’aumentare le tasse (senza incidere sulle scandalose differenze di ricchezza), distruggere lo stato sociale in nome dell’efficienza e del pareggio di bilancio (introdotto in Costituzione), sostenere le banche salvandole dai loro fallimenti colpevoli, dimenticare come se non esistessero intere categorie travolte dalla crisi; una sinistra che in nome della flessibilità è tutta concentrata a varare politiche che spesso sono profondamente lesive dei diritti dei lavoratori in nome di una crescita da anni promessa ma mai realizzata.

Costoro si chiedono insomma cosa sia diventata la sinistra e se una cultura di sinistra comune possa ancora esistere. Dove sono finite le teorie e gli approcci che sarebbero in grado di spiegare benissimo l’attuale disastro evitando la follia del “ci vuole ancora più mercato”? Dove sono finite le persone capaci di affrontare l’ideologia assoluta affermatasi alla fine delle ideologie? Dove sono i libri, gli articoli, i docenti nelle università, i giornalisti capaci di imporre una visione alternativa? Dove sono coloro che dovrebbero mettere le briglie al moloch finanziario e rimetterlo al servizio del bene comune e non all’interesse dei privati? Dove quelli che denunciano lo scandalo del trasferimento della ricchezza verso l’alto e affrontano di petto il mostruoso divario di ricchezza tra (pochi) ricchi sempre più ricchi e (molti) poveri sempre più poveri?
Si chiedono dove sia finita l’idea chiave che per migliorare la società e il benessere dei cittadini sia necessario modificare e regolare diversamente le strutture finanziarie dominanti che stanno distruggendo l’economia reale e corrodendo le società.
Si chiedono dove sia finita quell’idea nobile di Europa, che è oggi sostituita dai diktat della troika e soffocata dall’apparato tecnico che stanno portando al collasso intere economie nazionali.
A questi cittadini di sinistra perplessi sembrano assai dubbie certe assonanze e concordanze forti tra le idee e le pratiche della finanza globale e le dichiarazioni e scelte politiche delle èlite di certa sinistra attuale.

Ora più che mai sorge dunque il dubbio che non vi sia assolutamente una perfetta sovrapposizione tra progressismo e sinistra, che l’uno si sia camuffato nell’altra assumendone la forma; se è così, converrà forse a quanti ancora si riconoscono in un’idea di sinistra, guardare dentro quel che è rimasto di una grande costellazione di valori, per trovare nuove idee, vecchie tradizioni fonti di stimolo, effervescenza, motivazione, entusiasmo ed alternative percorribili che consentano di rivedere e ripensare questa forma particolarmente aggressiva ed ottusa di capitalismo finanziario, piuttosto che insistere con una improbabile contrapposizione verso i presunti populismi di una destra che ormai ha confini altrettanto dubbi e sfumati.
Se non lo si farà il rischio che il darwinismo sociale sotteso all’ideologia economico-finanziaria dominate, con i suoi termini apparentemente neutri e scientifici di efficienza, profitto, Pil, indici finanziari, diventi (quando non sia già diventato) la base indiscussa della sinistra (oltre che della destra), è infatti molto elevato.
Ed altrettanto elevato è il rischio che la sinistra dominante finisca col rifiutare definitivamente le dimensioni del locale, delle culture territoriali, delle appartenenze reticolari, sempre più viste come costruzioni sociali transeunti, tradizioni inventate, fantasie populiste che mostrano anche oggi l’allergia per l’identità nazionale, che viene ancora associata alla destra, al nazionalismo, allo sciovinismo.
Disposizioni che trovano piena sintonia nelle élites finanziarie globali per la quale la solidarietà, come il lavoro, non ha base locale, né geografica, né legata ad una nazione o cultura: la libera circolazione di persone, la distruzione di ogni barriera ai flussi finanziari anche con la forza, l’imposizione di un modello democratico e consumista unico, la riduzione di ogni cultura e valore a quelli occidentali, sono un mantra ricorrente sia del grande capitalismo finanziario che di buona parte di quella sinistra che si è rappresentata nei partiti di governo europei.

Per ripensare e progettare un futuro buono per l’umanità serve ben altro. Intanto comunque, bisogna abbandonare concetti obsoleti ed uscire da un linguaggio incapace di esprimere ciò che comunque sta emergendo.

Franchi e Schianchi: “Solo il 6% si sente tutelato dallo Stato. Senza lavoro, uguaglianza e fiducia la democrazia vacilla”

“Democrazia senza” propone un’articolata analisi dello sfaldamento istituzionale a partire dallo svuotamento di senso di alcuni principi cardine propri della forma democratica: lavoro, uguaglianza, fiducia, sovranità, politica. Il volume sarà presentato a Ferrara domani (mercoledì 4) alle 17,30 alla libreria Ibs. Agli autori, la sociologa Maura Franchi e l’economista Augusto Schianchi, entrambi docenti di Sociologia all’Università di Parma, abbiamo chiesto quali siano i mutamenti economici e sociali che hanno determinato la situazione attuale.

“I fattori in gioco sono diversi – sostiene Franchi -. Innanzitutto la globalizzazione: un processo irreversibile che ci pone di fronte a problemi nuovi che è illusorio pensare di risolvere con risposte interne ad un singolo Paese. Inoltre, profondi mutamenti sociali hanno trasformato la società e il sistema produttivo, così i sistemi di rappresentanza hanno perso lo storico radicamento in mondi omogenei e compatti al loro interno. Non da ultimo, possiamo citare le tecnologie che hanno cambiato le competenze e soprattutto erodono molte posizioni di lavoro: un processo destinato ad accentuarsi. Insieme ai mutamenti citati è entrata in crisi l’idea di sovranità, vale a dire l’autonomia decisionale di un singolo Stato; l’aumento delle disuguaglianze logora i legami di fiducia che sono alla base della coesione sociale. Nel libro cerchiamo di sottolineare che gli aspetti citati sono concatenati e hanno anche un effetto moltiplicatore l’uno sull’altro. Ad esempio, se non c’è un grado sufficiente di inclusione la società si sfalda, se viene meno l’attesa positiva di un lavoro dignitoso la fiducia evapora, se la politica non esprime una visione del futuro, si crea disaffezione e viene meno una delle condizioni della democrazia: la partecipazione al voto”.

Il concetto di democrazia letteralmente designa l’esercizio del potere da parte del popolo attraverso il meccanismo della rappresentanza. E’ corretto affermare che il distacco sempre più accentuato fra eletti ed elettori e il conseguente crollo di fiducia nei confronti di chi è preposto ad attuare coerenti soluzioni, sia in fondo l’elemento che più di ogni altro ha contribuito alla crisi della democrazia?
La democrazia liberale presuppone un insieme di principi più volte richiamati: divisione di poteri, pluralismo politico, libertà associativa e di espressione – specifica la sociologa -. La partecipazione dei cittadini alle decisioni si esprime in primo luogo attraverso il voto. La stessa partecipazione al voto presuppone però un certo grado di fiducia, quanto meno che la propria voce possa essere ascoltata. In una recentissima indagine Demos, solo il 6% degli intervistati sente di essere tutelato dallo Stato, il 3/4% si sente tutelato dai partiti. Senza fiducia come si può immaginare di dare corpo all’idea di democrazia? La crisi della fiducia ha molte ragioni che in parte rinviano alla crisi del sistema dei partiti e in parte all’erosione della classe media che vede ridursi e svanire le attese di miglioramento delle condizioni di vita che avevano segnato i primi decenni del dopoguerra.
Il calo della classe media produce una divaricazione tra gli estremi della scala sociale. Le diseguaglianze hanno effetti reali ed effetti simbolici, se sono eccessive si traducono in una percezione diffusa di ingiustizia. Un eccesso di disuguaglianza smentisce le promesse stesse della democrazia che dovrebbe coniugarsi con pari opportunità di partenza, almeno su aspetti fondamentali come istruzione, salute, lavoro. Un eccesso di disuguaglianza divide la società, impedisce la mobilità sociale, nega il ricambio nelle posizioni di comando in ogni settore.

Il fenomeno della globalizzazione conduce di fatto al superamento della tradizionale forma di Stato-nazione. Ci si deve pertanto rassegnare a modelli di governo oligarchico-tecnocratici o sussiste la possibilità per i cittadini di recuperare anche in questa dimensione una sfera di autentica partecipazione e di controllo?
Con la globalizzazione viene meno la sovranità dello Stato-nazione – commenta Schianchi -, almeno nel senso classico con cui la sovranità era stata esercitata. Gli Stati si trovano con una sovranità formale, inevitabilmente debole rispetto a problemi che sono sovranazionali. In un tale contesto, insieme alle difficoltà di governare uno scenario nuovo, emergono due illusioni: la prima è che sia possibile recuperare sovranità e, ad esempio, produrre una maggiore crescita sganciandosi da vincoli sovranazionali (le discussioni sull’uscita dall’euro riflettono questo equivoco). La seconda è che possano trovare forme di governo di tipo tecnocratico, che sia possibile saltare la politica spostando la decisione su organismi “esperti”. Questa scorciatoia è alimentata da ulteriori ragioni: dalla complessità dei problemi da affrontare alla necessità di soluzioni rapide sollecitate da un mutamento impetuoso e continuo. La qualità dei problemi che non sono in molti casi facilmente comprensibili per i non addetti ai lavori, spinge verso la delega delle decisioni ad organismi tecnici e burocratici. D’altra parte, i politici possono essere tentati di delegare le scelte ai tecnici per incompetenza, ma anche per non esporsi troppo in scelte impopolari che nuocerebbero alla loro rielezione. Non da ultimo, il crescente disinteresse della gente per la politica percepita come un’attività volta alla mera difesa di interessi di casta si traduce in un rassegnato disimpegno o, al contrario, in una protesta sterile. In sostanza, sia l’inadeguatezza della politica quanto la complessità crescente delle questioni in gioco in un contesto globalizzato, spingono verso la ricerca di sedi tecnico-burocratiche che sostituiscano le classiche sedi deputate alla mediazione e alla decisione.

Nel testo fra le vie di soluzione ipotizzate, indicate una redistribuzione della ricchezza che garantisca quantomeno livelli accettabili di sussistenza per tutti. La cosiddetta sharing economy, ossia l’emergente modello di economia partecipativa, a cui nel testo fate riferimento, può contribuire a generare un differente assetto propiziando positivi effetti? E, date le sue peculiari dinamiche, ritenete possa favorire il recupero di un significativo grado di coesione sociale?
La coesione sociale presuppone un orizzonte comune di obiettivi e di sentimenti; per questo oltre a ciò che si è già detto prima, conta la percezione da parte dei cittadini che vi sia una direzione di marcia dichiarata con onestà da chi ha compiti di governo dichiara l’economista-. La cosiddetta economia della condivisione ha poco a che fare con le difficoltà che la democrazia odierna si trova ad affrontare. La sharing economy comprende fenomeni molto eterogenei tra loro, in larga parte associati alla trasformazione dei modelli di produzione e di distribuzione prodotta dalle tecnologie digitali. Da Uber (la piattaforma di trasporti che opera in 300 città di 60 paesi) a Airbnb (che media alloggi e lavora in 190 paesi) a Gnammo (la piattaforma per la ristorazione domestica), sono solo alcuni esempi di un quadro molto articolato. Il fenomeno in parte esprime una ricerca di adattamento degli individui alle nuove condizioni economiche, la ricerca di risparmio di costi dell’intermediazione, forme di scambio che semplifichino la vita e che offrano possibilità di accesso a servizi e anche occasioni di socialità. E certo molte nuove tipologie di distribuzione consentite dalle tecnologie digitali hanno migliorato le opportunità di consumo e ridotto i costi per gli individui. La disintermediazione riduce i costi dei servizi (pensiamo ad Uber che negli Stati Uniti è diventato una pratica diffusa con una riduzione rilevante del costo del trasporto per le persone). Sono fenomeni a cui fare attenzione per le numerose implicazioni (anche ambivalenti) sul reddito individuale e complessivo di un paese; implicazioni che riguardano anche le tipologie lavorative e le regole che dovranno essere individuate.

Infine una questione che va un po’ al di là del perimetro proprio del vostro studio. Ormai si parla sempre più diffusamente di crescita e di sviluppo relazionando i termini ai ristretti orizzonti economici. Non credete invece che si dovrebbe recuperare il più profondo significato dell’espressione progresso, con ciò intendendo la ricerca orientata a desiderabili prospettive capaci di propiziare un’autentica realizzazione individuale e collettiva?
Il concetto di sviluppo è più ampio di quello espresso dal concetto di crescita – osserva ancora Schianchi -. Quest’ultimo termine ha una valenza prettamente economica, non a caso si misura con indicatori economici come il Pil. Il termine sviluppo rimanda ad un’idea più ampia di società e presuppone la scelta della direzione di marcia verso cui andare. Lo sviluppo di una società comprende fattori come la qualità dell’istruzione, il livello di benessere e di salute, la vivibilità delle città, la qualità della vita culturale, l’ambiente, il grado di civiltà espresso da un paese e il senso di responsabilità diffuso. Per inciso, se c’è sviluppo le persone avvertono il senso di una società in grado di progredire, in un senso molto ampio, a partire dal miglioramento della vita quotidiana.
Ma senza crescita non ci può essere neanche sviluppo, per mancanza di risorse che consentano ad esempio investimenti nell’istruzione, nel welfare, nell’innovazione ecc. Alla fine le risorse sono un problema ineludibile, anche se i soldi non bastano perché un paese possa svilupparsi. Occorre anche una cultura dello sviluppo, occorrono investimenti di lungo periodo che fissino le priorità da affrontare e con la consapevolezza delle conseguenze economiche e sociali implicite in una scelta e nell’altra. Ma poiché le risorse saranno sempre scarse rispetto ai bisogni, le scelte restano ineludibili.

IL DIBATTITO
Sinistra e sinistre

La distinzione fra destra e sinistra, prima ancora di essere una questione che riguarda dottrine politiche partiti e movimenti, attraversa le coscienze degli individui. Verrebbe quasi da dire che di sinistra (o di destra) si nasce, o comunque si diventa molto presto, e tali si rimane, quasi sempre, per tutta la vita. D’altra parte si tratta di una discriminante antropologica fortissima, forse addirittura archetipa in quanto connaturata con il suo contrario alla nostra specie. E’ di sinistra infatti chi ritiene che il bene della comunità sia più importante di quello dei singoli, da cui discendono inevitabilmente i principi di uguaglianza e di solidarietà, mentre è di destra chi pensa il contrario. Volendo si potrebbe persino azzardare che destra e sinistra rappresentino nient’altro che il modo peculiare di manifestarsi per la specie umana, rispettivamente, dell’istinto di sopravvivenza individuale e di quello della specie.
Si potrebbe dire che una definizione così ampia e per molti versi così indeterminata sia poco utile: è tuttavia l’unica che consente, al di là delle ideologie, ossia dell’idea che nel tempo l’essere di sinistra ha di sé, di trovare nella storia umana anche remota elementi di ‘destra e di ‘sinistra’ del tutto riconoscibili. Soprattutto, solo partendo da così lontano si capisce molto bene che parlare di un’unica sinistra non ha alcun senso, a maggior ragione in una fase storica travagliata come quella che stiamo attraversando, mentre invece occorrerebbe fare riferimento ad una pluralità di ‘sinistre’, che declinano i comuni valori di riferimento in modo diverso, ognuna cercando di ottenerne l’applicazione nel modo più efficace. Purtroppo al giorno d’oggi questo non accade quasi mai ed ogni raggruppamento, chi più chi meno, tende ad intestarsi l’esclusiva del marchio, diffidando addirittura altri dall’usarlo. Un muro contro muri che se non fosse tragico sarebbe persino un po’ comico, pienamente inserito in un solco ben tracciato in tutto il ‘900 che ha quasi sempre visto nel partito o movimento politicamente più prossimo il peggiore dei nemici. In queste condizioni il dialogo è nei fatti impossibile, perché per discutere proficuamente con qualcuno è necessario riconoscerne la legittimità: a sinistra oggi in Italia non si discute, ma ci si accusa reciprocamente di misfatti di ogni tipo, perché manca quasi del tutto quel riconoscimento.
E sì che di argomenti ce ne sarebbero. Uno su tutti: come conciliare un progetto riformista nel contesto dei vincoli legislativi ed economici del quadro europeo. Perché le varie sinistre, non solo in Italia, finora si sono accapigliate ragionando su uno scenario sostanzialmente tutto nazionale, che ormai non esiste più, tanti e tali sono i vincoli che ci pongono l’UE e la moneta unica. Come reagire alla globalizzazione e quale modello di sviluppo praticabile proporre, alla luce dei vincoli posti dal punto precedente che non consentono illusorie fughe in avanti e ipotesi di “socialismo in un sono Paese”. C’è chi dice che il mondo sia all’inizio della quarta rivoluzione industriale, quella dell’automazione pervasiva, che porterà alla scomparsa nel giro dei prossimi anni di milioni di posti di lavoro sostituiti da macchine sempre più intelligenti, non solo nelle fabbriche, come è stato finora, ma anche negli uffici e nei servizi. Come si risponde da sinistra a questo fenomeno, che, si badi bene non può essere contrastato e che comunque è lo strumento che progressivamente consentirà all’umanità”, ovviamente a patto che siano in piedi meccanismi adeguati di redistribuzione, di affrancarsi dalla “schiavitù del lavoro? Legato a questo, in un’ottica di prospettiva, osserviamo però che negli ultimi 30 anni nell’intero mondo occidentale la disuguaglianza sta aumentando vertiginosamente: sempre meno persone possiedono percentuali sempre più elevate della ricchezza dei singoli Stati. Un trend che non pare destinato ad arrestarsi e che ci porterà nel giro di qualche anno ai livelli di inizio ‘900. Per contrastare questo fenomeno, più che sulla leva fiscale, sarebbe necessario intervenire sui meccanismi di trasmissione intergenerazionale della ricchezza; come si costruisce un consenso ampio attorno a questo obiettivo? E poi i fenomeni migratori: come vanno gestiti per uscire dalla vuota proclamazione dell’accoglienza a cui non corrispondono interventi utili per realizzarla? Come è fatta una società multiculturale e quali limiti devono eventualmente essere imposti alle singole culture che la compongono? Ma anche, come contrastare i movimenti terroristici globali, certamente quasi sempre nati come conseguenza di politiche miopi quando non scellerate dell’occidente, ma che mettono violentemente in discussione alcuni dei principi fondamentali di libertà e di uguaglianza a cui non vogliamo rinunciare? E, ancora, la salvaguardia dell’ambiente, le risorse del pianeta, l’aumento della popolazione.
Tutte questioni di grandissima complessità, sulle quali non esistono, prima ancora che le proposte, analisi di merito condivise. La migliore sinistra, nelle sue molteplici articolazioni, si è sempre distinta dalla destra per il tentativo di produrre analisi approfondite della realtà dalle quali far derivare proposte politiche perseguibili. A tal fine, oggi, sarebbe necessario uno sforzo comune, senza assurde tentazioni di primogenitura, ma anzi dimostrando da parte di tutti la grande umiltà necessaria a fronte dell’enorme difficoltà del compito.
Si notano invece troppo spesso, oltre a grandi dosi di iattanza del tutto immotivata, accanimenti furiosi su questioni relativamente di poco conto, singole persone, frasi e citazioni al di fuori dal loro conteso, così come, di fronte alla complessità, tentativi di rinchiudersi in un illusorio ‘specifico nazionale’, del tutto avulso dalla realtà. Qualcosa che può essere definito solo con l’ossimoro di ‘nazionalismo di sinistra’ (cosa peraltro non nuovissima).
Da ultimo, come in quelle animazioni sulla storia del pianeta in cui l’uomo compare negli ultimi microsecondi, le incombenze immediate. Vale a dire, in sostanza, come raccordare con le grandi questioni appena enunciate il necessario processo di riforma da avviare in un Paese che già manifestava alla fine del secolo un grandissimo bisogno di innovazione a tutti i livelli e che è invece rimasto bloccato per ulteriori vent’anni di governo sostanziale della destra. Poi, certo, appena prima dei titoli di coda e se proprio non se ne può fare a meno, Renzi, Bersani, Fassina, Vendola, e chi altri vi pare.

dibattito-sinistraInvitiamo i lettori a sviluppare il confronto, incardinato su alcuni nodi politici: cos’è diventata oggi la Sinistra, quali valori esprime, quale personale politico la rappresenta, a quali aree sociali fa riferimento, per quali obiettivi sviluppa il proprio impegno, quali sono la visione e il progetto di società che intende realizzare.
Il tentativo è di andare oltre l’analisi, spingendosi sul terreno della proposta.
Attendiamo i vostri contributi. Scrivete a: direttore@ferraraitalia.it

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