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PRESTO DI MATTINA
L’albero della Pasqua

 

Quanto è accaduto a Pasqua, il senso e le ragioni più intime di questo evento cruciale per la storia dell’uomo restano nascoste in Dio. E tuttavia non ci sfugge del tutto la forza di questo amore vittorioso sulla morte, dell’innesto di una nuova vita per ferita nel vivere umano reso sterile da una malvagità mortale, come quando s’innesta un pollone fruttifero, un buon virgulto, in una pianta selvatica. Il mistero di questa polla segreta si riversa nelle pieghe della storia, e da quella frattura sorgiva continuano a fluire e riverberarsi, riflettendosi nell’acqua, le tracce dei passi di Gesù risorto, come a proseguire quelle lasciate dal Padre sul Mar Rosso (nel Salmo 77): «Ti videro le acque, o Dio, ti videro le acque e ne furono sconvolte; sussultarono anche gli abissi. Sul mare la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque, ma le tue orme rimasero invisibili». Ne troviamo traccia nei fatti accaduti allora: le donne che arrivarono al sepolcro scoprendolo vuoto; gente che si credeva ormai priva di speranza ritrova una strada; l’angoscia iniziale si dilegua di fronte al nulla fino a intuire, in quella fine del nulla che resta, un nuovo inizio.

Accadde la Pasqua nei suoi amici, così li aveva chiamati prima della sua passione. Dalla paura germogliò una gioia grande; dalla rassegnazione sgorgò una fede dapprima incredula, incespicante, poi balbettante e, a poco a poco, capace di annunciare con la stessa vita ciò che era accaduto loro: l’uscir fuori nel silenzio della notte come da candida crisalide ‒ non più che un lenzuolo funerario ‒ lo Spirito del Risorto nella sua carne gloriosa, datore di riconciliazione e di vita, che li saluta: “Pace a voi, venite, guardate, sentite, toccate le ferite, sono proprio io, non un fantasma. Avete qualcosa da mangiare?”. E poi il coraggio di ripartire ancora oltre i confini d’Israele: «non portate borsa, né bisaccia, né sandali. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa”» (Lc 10,4). Ma non si fermò tutto in quel giorno.

Le orme impresse dallo Spirito per configgere Gesù Cristo ‒ come direbbe Francesco d’Assisi ‒ “in interiore homine”, hanno continuato a lasciare traccia nella trasformazione delle coscienze delle donne e degli uomini che sono venuti dopo, trasfuse nelle forme nascenti e aurorali di un nuovo stile di vita personale, sociale, religioso. Altri passi generativi di nuove storie di morte e risurrezione, di liberazione e di fraternità nei luoghi della schiavitù e dell’inimicizia. Come innesti vigorosi e fruttiferi su rami secchi o tagliati dell’umano vivere che nel momento in cui vengono percossi, feriti da quella salutare incisione, da quella stessa Pasqua, ne sono stati risanati. Guarisce così l’arbusto selvatico dalla sua sterilità di amore, e il suo futuro sarà come quello dell’ulivo cantato nel Salmo 52: «un olivo verdeggiante nella casa di Dio è chi confida nella sua fedeltà per sempre». Si diffonde e dilaga questa buona notizia ‒ come ci preannunciò il profeta Osea ‒ un vangelo per tutti ad un tempo attraente e fragrante: «si spanderanno i suoi germogli e avrà la bellezza dell’olivo e la fragranza del Libano» (14, 17).

Anche Paolo, l’errante tra le genti, nella lettera ai Romani ricorre alla metafora dell’innesto nell’ulivo per ricordare ai cristiani venuti dalle genti che la loro elezione in Cristo, mediante il dono pasquale del battesimo, va considerata come un trapianto nel buon ulivo dell’elezione di Israele. Elezione che resta indefettibile e non è andata perduta nemmeno con il rifiuto di quel virgulto cresciuto in terra arida. Anzi fu proprio grazie a quel rifiuto ‒ dirà ancora Paolo ‒ da quella spaccatura che fuoriuscì un’alleanza per tutti i popoli, accolti nell’alleanza primigenia e mai revocata con Israele.

Per questo i pagani, divenuti cristiani, dovranno guardarsi ‒ è ancora Paolo ad ammonirli ‒ dal disprezzare la radice da cui loro stessi hanno avuto vita e bandire ogni presunzione nei confronti di Israele. «Se alcuni rami sono stati tagliati e tu, che sei un olivo selvatico, sei stato innestato fra loro, diventando così partecipe della radice e della linfa dell’olivo, non vantarti contro i rami! Se ti vanti, ricordati che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te. … Se sei stato innestato su un olivo buono, quanto più essi, che sono della medesima natura, potranno venire di nuovo innestati sul proprio olivo!», (11, 17-18; 24).

Non diversamente si esprime anche Cirillo di Gerusalemme (313-386) nelle sue catechesi mistagogiche sul battesimo: «Recisi dall’oleastro siete stati innestati nell’ulivo buono e siete divenuti partecipi dell’abbondanza dell’ulivo. L’olio simboleggia la partecipazione all’abbondanza del Cristo che mette in fuga ogni traccia di potenza avversa. Egli è stato unto dell’olio spirituale di esultazione, cioè dello Spirito Santo chiamato olio di esultazione perché è l’autore della gioia spirituale. Voi siete stati unti di balsamo divenendo partecipi e compagni di Cristo», (Le catechesi ai misteri, 62-63; 68).

Ulivo gioioso e olio di letizia è Gesù a Pasqua. Nel testo di Isaia letto proprio da Gesù nella sinagoga di Nazareth (Lc 4, 18) che ispirerà e guiderà il suo ministero tra la gente per tre anni ‒ parole programmatiche di un annuncio e di una missione di consolazione ‒ l’olio ha la funzione di unire la sua persona con la sua stessa missione, quella dell’unto di Dio, il Messia: «Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati» (Is 61,1-3). Lo stesso testo ci ricorda anche che la guarigione avviene mediante l’unzione con olio gioioso: «per allietare gli afflitti di Sion, per dare loro una corona invece della cenere, “olio di letizia” invece dell’abito da lutto». È “l’ulivo di unzione in misericordia” evocato da santa Caterina Vegri del nostro Corpus Domini di Ferrara, nel testo mistico I dodici giardini.

Il Cristo, a Pasqua, non è però solo l’unto del Signore, il suo Messia. Egli è l’«ulivo bello» riemerso dalle acque del diluvio, portato dallo spirito a Noè, il cui nome significa consolazione, riposo, conforto: «sul far della sera ecco la colomba aveva nel becco una tenera foglia di ulivo» (Gn 8,10). Il più bello tra i germogli di umanità, diffusa è la grazia sui suoi rami, benedetto per sempre da Dio; procedono da lui verità, mitezza, giustizia; le sue vesti son tutte mirra, aloè e cassia (Sal 44); vittorioso sull’ombra di morte, perché le sue grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo (Ct 8,7).

Nel diluvio, l’ulivo e le altre piante non furono risparmiate, ma sommerse e travolte da onde impetuose. Esse tuttavia riemersero di nuovo al riemergere della terra nuova, come una rinascita. Forse fu per il loro spirito generoso, mite e innocente simile a quello del Servo del Signore cantato dal profeta Isaia: «Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca» (Is 53, 7). Del resto gli alberi non restituiscono nessuno dei colpi che vengono loro inferti, ma profumano di resina o di balsamo la scure che li recide. Non diversamente accadde a Gesù, la cui fragranza fluisce come olio profumato, lucente proprio quando viene percosso, privato dei suoi frutti come la bacchiatura delle olive (baculum /bastone). Come l’ulivo egli è un resistente e resiliente nella pratica della “satyagraha”, la “resistenza passiva”, o meglio letteralmente “insistenza per la verità”. Una resilienza nella verità che ben si coglie nell’interrogatorio di fronte al sommo sacerdote che gli chiedeva del suo insegnamento, quando Gesù rispose di aver parlato apertamente e insegnato in sinagoga e al tempio, tanto da invitarlo a interrogare quelli che l’avevano ascoltato: «Aveva appena detto questo, che una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: “Così rispondi al sommo sacerdote?”. Gli rispose Gesù: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”» (Gv 18, 22-23).

Nel romanzo di Grazia Deledda Il fuoco nell’uliveto viene rappresentato il dramma del venir meno dei rapporti tradizionali di coesione familiare in ambito etico, sociale e religioso. Si descrive pure, con cruda aderenza alla realtà, la crisi e il processo di trasformazione e rinnovamento percorso per fuoriuscire da un passato antico verso una condizione germinale: il tutto non senza lacerazioni tragiche come quelle evocate, per l’appunto, dall’incendio tra gli ulivi: «C’è il fuoco nell’oliveto. Brucia la casa, bruciano gli olivi intorno: anzi la casa è già bruciata… Agostino e altri uomini accorsi tagliano le piante per fare uno spazio libero intorno all’incendio perché questo non si estenda». Ritorna qui l’avanzare doloroso ma irresistibile della vita, che urge anche in modo violento per trovare vie di uscita nel passato che la trattiene e rinchiude. Si sperimenta qui, come a Pasqua, l’urto tra vecchio e nuovo; tra ciò che non vuol morire e tenta di impedire un nuovo nascere. Qui, tra pessimismo e di-speranza tutto il dramma di una salvazione che per essere vera deve passare oltre.

La Pasqua non è di un solo giorno, ma mistero di transito di ogni giorno. Di qui l’attributo di transiliens, il ‘passatore’, conferito a Gesù, colui che passa oltre, che fa Pasqua. Un’espressione che si trova nei salmi e viene spiegata da Sant’Agostino: «Questo salmo è cantato dal transiliens. Da colui che non domanda a Dio nient’altro che lui stesso, che ama Dio gratuitamente». Lo ricalca quasi alla lettera Ruperto di Deutz, per il quale «Questo salmo è cantato dal transiliens – l’incipit è identico a quello del vescovo d’Ippona – e cioè da colui che oltrepassa tutto per non desiderare altro che Dio con tutta la sua volontà e la sua retta intenzione».

L’ulivo è l’albero della Pasqua. Prediamo le sue foglie brunite di un verde scuro ombroso, da un lato; dall’altro bianche, argentee, luminose e risplendenti al sole. In esse poi il vento genera un movimento continuo ed esse passano così dall’oscurità alla lucentezza simile ad un varco, quello che attraversando la morte approda alla vita come nel passaggio della Pasqua.

Albero della Pasqua è l’ulivo perché egli può anche essere paragonato a un “pozzo di luce”. C’è sempre un balenare di luce tra i suoi rami e le sue fronde, per l’aria che sempre l’attraversa anche nell’oscurità più profonda, restano luminose. Fa luce non solo all’intorno ma ‒ quale meraviglia ! ‒ la luce scende lungo i rami, dentro alle cavità contorte dello stesso tronco fino a raggiungere le radici. Come a Pasqua la luce raggiunge quel fondo senza fondo del pozzo di tenebra e di morte che è stato il sepolcro di Gesù, da cui è uscito, da oriente a occidente, l’Altro sole.

Così provo anch’io a pregare come un ulivo, avvalendomi di un testo poetico di padre Agostino Venanzio Reali, come un “bacio degli ulivi al sole”, che al tramonto passa oltre nella Pasqua di ogni giorno.

Se non torni con noi
la terra si oscura,
e mirare il verde degli ulivi
è tristezza se non torni
sul giumento a recar pace
alle case alle contrade.
(Primavere, 88)

Ti cerco, mia luce,
non voglio appartenere alla notte.
Mi vien dietro la morte
quando tu sei via
e nel silenzio l’anima
si tende all’ascolto
come sposa sola.
Non siano le tue labbra mute,
tu che desti una voce a ogni cosa;
dischiudimi la mente alla preghiera,
allungami il cavo della speranza,
tu che pendesti alla croce per me.
Volgendomi alla mia traccia
tremo come locusta
in un esausto sole di stagnola.
Oltre la soglia amata
la luce delle colline
la rugiada dei pleniluni
i miei occhi ti aspettano,
non paghi di simboli,
sul diaframma del mondo.
Il sole cade svenato
fra scolte di cipressi
baciato dagli ulivi
che si estollono a gara
a vederlo morire,
esangue rosa sul mondo
(Nostoi/ritorni, 73).

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Indro, la sinistra e i valori perduti

Non fu chiaro subito. All’inizio ci parve un semplice moto di simpatia per il tirannicida: Indro Montanelli, “l’anticomunista” (per qualcuno addirittura “servo dei padroni”) si ribellava al suo editore, Silvio Berlusconi, alla vigilia delle elezioni che sarebbero state viatico al ventennio del Cavaliere. E lasciava – non tollerando ingerenze – la sua creatura, il suo quotidiano, quel “Giornale nuovo” fondato nell’autunno del 1974 e curato con amore paterno. Nella testa di chi lo aveva sino ad allora avversato non fu subito chiaro che l’apprezzamento per quel gesto di dignità – e di coerente riaffermazione di principi lesi – era anche riflesso di un disagio proprio, frutto dello spaesamento che percorreva il popolo di sinistra, spiazzato dalla frana delle ideologie conseguente al crollo del Muro, dalla fine del Pci e dall’appannamento dell’orgoglio di una professata “diversità” etica, determinato dalle vicende di Tangentopoli.
In un mondo, quello della sinistra, alimentato a pane, idealità e schiena dritta, quegli accadimenti della storia procurarono un terremoto esistenziale. Ed ecco, allora, che il gran rifiuto di Indro Montanelli (che pure dei “comunisti” era riconosciuto avversario), percepito e apprezzato allora essenzialmente come atto di coraggio e insubordinazione, rappresentò invece per l’inconscio ferito di chi stava perdendo i propri baluardi ideali, una coerente riaffermazione della non negoziabilità dei valori: una fulgida testimonianza di onestà intellettuale.

In principio fu Indro, dunque. E “La voce”, il quotidiano a cui diede vita esattamente 24 anni fa, il 22 marzo del 1994, che raccolse a sinistra molti lettori, marcò un tratto di cesura con la primavera delle nostre speranze, una sorta di distacco del cordone ombelicale, il prendere il largo da una riva familiare per cercare nuovi porti e coltivare nuove utopie. Non ce ne rendemmo subito conto. E ne fu prova quell’istintivo apprezzamento per il giornalista considerato sino ad allora, a sinistra, emblema della reazione, alfiere di piombo della sponda avversa, espressione della destra che si contrapponeva alle battaglie per l’emancipazione sociale degli oppressi. Se a propiziare il moto di simpatia fu il fiero distacco dal suo editore Silvio Berlusconi, nel fondo c’era il riconoscimento di una profonda onestà intellettuale che la scelta di Montanelli ribadiva, a netto contrasto con le incertezze, le ambiguità e l’incipiente declino morale di molti degli alfieri della nostra riva: nel crepuscolo della ‘rive gauche’ la sua vicenda faceva riaffiorare un tratto di dirittura morale.
Lo spirito liberto e vitale impresso nel carattere della Voce (sulla quale, fra gli altri, scrivevano Marco Travaglio, Peter Gomez, Beppe Severgnini) fu il fiore di primavera contrapposto all’autunno della decadenza dal quale la sinistra non si è più ripresa. Neppure nei rari episodi di apparente riscatto elettorale: persino alle radici del vittorioso Ulivo s’annidavano piante infestanti, velenosi innesti di colonnelli ambiziosi, dediti a spargere veleno per infiacchire la pianta e affermare i propri appetiti di dominio.
E così, fra rivalità, brame personali, appannamento delle idealità, offuscamento dell’orizzonte assiologico, oscuramento del valore della cosa pubblica e del bene comune, esaltazione dell’individualismo e trionfo del privato a tutti i livelli, si è consumata l’ultima estate della sinistra e spianata la strada alla barbarie (non della destra in quanto tale, che in seno coltivava anche personalità colte, raffinate e intellettualmente oneste come il “nostro” compianto Indro), alla protervia dell’egoismo e del rampantismo, che offusca la dimensione comunitaria e cancella il legame sociale.
E fu anche, quella del ’94, la prima e l’ultima estate della Voce. Una voce libera, espressione di valori sopiti, testimoniati per tredici mesi appena. Poi il silenzio.

ulivo-Van-Gogh

Anche Hulk è verde

Nelle pagine di un quotidiano ferrarese di qualche giorno fa, ho letto un articolo su un gruppo di ragazzi che hanno deciso di abbellire un viale del Lido degli Estensi, piantando un vecchio olivo in una fioriera. Questa azione veniva riportata come un gesto da “Guerilla gardeners” che aveva come obiettivo, portare bellezza sulle strade, anche attraverso azioni non convenzionali o autorizzate. Il tutto sponsorizzato dal vivaio “tal dei tali” che aveva fornito mezzi e piante. Tutto giusto, ma c’è qualche inesattezza che va chiarita. “Guerrilla Garden” è un termine che circola da decenni, probabilmente fu usato per la prima volta negli anni ’70 a New York, per indicare l’azione di un gruppo di ambientalisti che avevano creato un giardino, con mezzi di fortuna e senza permessi, in una piccola area abbandonata in un quartiere degradato. Il giardino di Bowery Houston esiste ancora ed è mantenuto e conservato da giardinieri volontari del quartiere, realizzando l’idea dei suoi fondatori di creare un luogo di aggregazione attraverso un giardino. I gruppi che praticano questo tipo di azioni, sono sparsi nel mondo, alcuni sono piuttosto goliardici, ma in generale si tratta di gente seria e motivata, che cerca di riqualificare quartieri problematici, migliorandone la qualità di vita attraverso giardini, pianificati e curati in modo spontaneo. Questi possono avere vita brevissima, perché non hanno nessun tipo di autorizzazione, ma a volte succede che la volontà degli abitanti di un quartiere sia in grado di trasformare qualcosa di effimero in qualcosa di stabile, come nel caso del Jardin d’Éole a Parigi, dove una vasta area abbandonata, colonizzata spontaneamente con piante e arredi, invece di essere spianata ed edificata con un nuovo isolato, sia stata mantenuta e riprogettata come un vero parco urbano.
I veri giardinieri corsari si muovono in modo semi clandestino, usando in modo creativo materiale di recupero, riciclando quello che si trova e per quello che riguarda le piante, facendo affidamento su tutto ciò che può crescere spontaneamente in un sito, perché in questi progetti la riqualificazione ambientale e sociale ha più importanza dell’estetica e delle mode. Rispetto all’azione dei Lidi, sponsorizzata chiaramente da un vivaio, che giustamente si è fatto pubblicità in questo modo, sono molto più corsare certe appropriazioni di suolo pubblico da parte di privati, per esempio, quando vediamo risulte e spartitraffico trasformate in aiuole fiorite a prolungamento di giardini condominiali.
Posso anche sbagliarmi, ma la nota stonata della faccenda del Lido non è lo sponsor o l’uso del termine “Guerrilla Garden”, quanto l’idea che si possa diffondere la bellezza piantando un olivo su una torta di cemento. La moda degli olivi è dura a morire e ormai, come tante altre cose brutte, ci sembra normale. Gli olivi sono bellissimi nel loro contesto rurale, nei loro campi assolati, dove sono stati coltivati e cresciuti, trapiantarli è un danno per tutti: impoverisce un paesaggio mediterraneo e impoverisce il nostro. Ci lasciamo affascinare dalla esuberanza delle piante e dei fiori, soprattutto quando andiamo in vacanza, e ci illudiamo, che per una qualche proprietà transitiva, la bellezza di un luogo si possa semplicemente trapiantare nel nostro giardino attraverso la bellezza di una singola pianta. Posso capire chi pianta un piccolo ulivo in terra e cerca di abituarlo, anno dopo anno, a convivere con l’umidità e con un cielo che non gli appartiene, ma spostare un vecchio albero dal suo terreno per il semplice gusto modaiolo di averlo in giardino o ancora peggio, innalzarlo come un triste monumento dentro una fioriera, continua a sembrarmi una schifezza. Forse qualcuno dovrebbe insegnare ai ragazzi che abitano ai Lidi quanto sia bella la loro Pineta e la varietà straordinaria del suo ecosistema, oppure fargli capire che anche Hulk è verde, ma non basta il colore per migliorare un ambiente urbano.

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