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UNIVERSITÁ E MERITOCRAZIA:
disuguaglianza e competizione studentesca

 

Il termine meritocrazia viene coniato dal sociologo inglese laburista Michael Young agli inizi degli anni ’50 nel libro The rise of the Meritocracy. Il suo saggio critico-satirico, letto in chiave distopica, sostiene l’assurdità di una società in cui ricchezze e potere vengono distribuiti sulla base del QI creando così una classe dirigente ancora più chiusa, indipendente ed escludente.

Young muove questa critica partendo da una denuncia del sistema dell’istruzione pubblica britannica, un modello quanto più attuale che finanzia la creazione di poli di eccellenza ed elitari limitando e marginalizzando ciò che viene considerato mediocrità, un modello oggi chiamato Harvard Here. In questo senso la prima vittima della meritocrazia come intesa da Young è la stessa democrazia, ma oggi sembriamo averlo dimenticato.

Il merito di cui tanto amano riempirsi la bocca i politici ha un significato diverso da quello pensato dal sociologo. Oggi con questa parola vogliamo intendere la richiesta di un giudizio attraverso il quale attribuire a un soggetto un qualsiasi bene in base a una caratteristica ‘personale’.

Diventa dunque obbligatorio chiedersi che cosa costituisce un merito, o meglio ancora che cosa costituisce la caratteristica. A differenza di come sembra essere definito, infatti, il merito non è un concetto assoluto, ma è inevitabilmente relativo all’obiettivo da realizzare e una gamma di valori, negando così il mito dell’oggettività nella valutazione . Lo stesso Young esprime questo concetto attraverso una metafora quanto mai calzante: il merito non è un coperchio buono per tutte le pentole.

Come è evidente, il monito del pensatore inglese non è stato capito, o forse neppure ascoltato. E’ lo stesso Young, in un’intervista sul Guardian del 2001, a mostrarsi amareggiato per il percorso e interpretazione preso dal termine da lui coniato:
«SONO STATO TRISTEMENTE DELUSO DAL MIO LIBRO DEL 1958, THE RISE OF THE MERITOCRACY. HO CONIATO UNA PAROLA CHE SI È DIFFUSA AMPIAMENTE, SPECIE NEGLI STATI UNITI, E DI RECENTE HA TROVATO UN POSTO DI PRIMO PIANO NEI DISCORSI DI MR BLAIR. IL LIBRO ERA UNA SATIRA CHE INTENDEVA ESSERE UN AVVERTIMENTO (CHE, INUTILE DIRLO, NON HA AVUTO SEGUITO) PER METTERE IN GUARDIA PER CIÒ CHE SAREBBE POTUTO ACCADERE IN GRAN BRETAGNA TRA IL 1958 E L’IMMAGINARIA RIVOLTA FINALE CONTRO LA MERITOCRAZIA NEL 2033»

Venuto a mancare nel 2002, sarebbe oggi deluso nel vedere un sistema educativo che si limita a fotografare e riproporre la differenza di classe attraverso sistemi di selezione prematuri e totalmente indifferenti alle condizioni di partenza degli studenti. Nella medesima intervista sottolinea come le nuove generazioni vedano l’istruzione ormai solo come luogo di formazione professionale dove apprendere le cosiddette skill, dimenticando inevitabilmente il ruolo centrale dell’istruzione che, prima di tutto, deve promuovere ed educare alla comune appartenenza a una società politica.

La nostra generazione vive, infatti, un quasi totale disinteresse per la società politica, della quale fa parte senza quasi saperlo. “Nessuna sotto-classe è mai stata lasciata così nuda dal punto di vista morale”, affermava Young nell’intervista di vent’anni fa.

Come sostiene anche il filosofo politico John Rawls nel suo A theory of justice, la vita delle persone è fortemente influenzata dalle contingenze familiari, sociali e – come lui stesso definisce – dalla lotteria sociale, intendendo tutti i fattori assolutamente arbitrari. Nessuno può scegliere se nascere uomo o donna, ricco o povero, in America o in Somalia. Per diventare metro di giustizia il merito dovrebbe muoversi all’interno di un’equa uguaglianza di opportunità: occorre che chiunque abbia la possibilità di sviluppare quei meriti allo stesso modo, partendo da un piano di uguaglianza.

In realtà è la stessa Costituzione Italiana ad affermare un concetto molto simile. L’articolo 34 infatti sancisce: “i capaci e meritevoli anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.”. Afferma cioè, non  tanto che i gradi più alti di livello di istruzione siano raggiungibili dai meritevoli, ma piuttosto l’intento di abbattere gli ostacoli di ordine economico che impediscono pari opportunità nel raggiungere tali traguardi.
Diventa necessario puntualizzare che gli stessi talenti e capacità intellettive ancora una volta non sono scelte, ma ci appartengono per quella che Rawls chiama lotteria naturale. Per quanto l’esercizio e la pratica siano strumenti necessari per il perfezionamento è inevitabile considerare come questi dipendano da punti di partenza mossi dal caso.  Si va così delineando una nuova forma di classismo, forse già esistente ma che si manifestava in maniera differente, basata sul concetto di merito associato in maniera fuorviante di meritocrazia.

Il merito dentro l’università

All’interno dell’Università la logica meritocratica non è solo presente, ma addirittura predominante. La retorica dell’eccellenza che porta il merito dentro gli atenei si contrappone al reale malessere e disagio psicologico di studenti che vivono una crisi pedagogica e di prospettive. Un’università che esalta individualismo, competizione e il più totale disimpegno per la comunità ha come strumento il merito,  tramite il quale si colpevolizza il fallimento e giustifica il sacrificio fino a limiti infiniti.

Troppe volte la risoluzione di questo percorso è l’abbandono degli studi o costanti burnout  (termine inglese che letteralmente significa bruciato, esaurito scoppiato. Riconosciuto dall’OMS nel 2019 come sindrome occupazionale, è ancora limitato all’ambito lavorativo e non è quindi in grado di quantificare e comprendere il problema dentro la realtà universitaria).

La retorica del merito ha come conclusione l’esaltazione (anche sui mass media) di chi riesce a finire gli studi precocemente, contrapposta a notizie come quella dell’8 ottobre di un ragazzo di 29 anni che si è tolto la vita il giorno in cui la famiglia pensava si sarebbe laureato.
Una retorica che scaricare sul singolo tutte le contraddizioni e le colpe proprie del contesto universitario. Le persone finiscono cioè per sentirsi in colpa se fuori corso, finiscono discriminati se studenti-lavoratori e quindi non frequentanti, finiscono per avere danni psico-fisici a causa di ritmi di esami forti e di assenza di contenuti culturali dentro l’università.

Anche dentro l’Università, come nel mondo del lavoro, ci insegnano una competizione spietata, non tra idee scientifiche come dovrebbe essere, ma tra vicini e studenti come noi. Così, il ‘raggiungimento del successo’ spesso arriva di pari passo con la prevaricazione dei nostri colleghi. Forzati ad un isolamento belligerante – caratteristica maggiormente esaltata durante la pandemia –  viviamo l’Università come carriera universitaria puntando a un’eccellenza che arriva grazie al merito individuale.

Alessandro Barbero (wikimedia commons)

Alla faccia della Storia

Colpevole o innocente?
Colpevole, per me colpevole, assolutamente.
E non mi riferisco alla (commentatissima) ‘scivolata’ di Alessandro Barbero, storico medievalista, noto volto televisivo e novello influencer. D’altronde l’episodio è di dominio pubblico – “virale”, come si usa dire in tempo di pandemia. In una intervista a La Stampa il professor Barbero si interroga su cosa mai impedisca al genere femminile di affermarsi pienamente.  E si risponde subito, suggerendo una curiosa spiegazione: “vale la pena di chiedersi se non ci siano differenze strutturali fra uomo e donna che rendono a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi”.  Le donne cioè, mancherebbero “di quella aggressività, spavalderiasicurezza di sé che aiutano ad affermarsi”.

La sparata di Barbero è passibile di due spiegazioni. Se la si prende sul serio, sicuramente il professor Barbero sarebbe da internare immediatamente. Nessuno oggi, pur fieramente antifemminista, si sognerebbe di sostenere un minus biologico od ontologico del genere femminile rispetto al genere maschile.
Una castroneria lombrosiana del genere? Forse solo un terrapiattista, un creazionista, un mormone di estrema destra… No, andiamo, non può essere; Alessandro Barbero insegna all’Università!

Io propendo per una seconda spiegazione: la stupidaggine di Barbero è colpa del suo innamoramento per i media e i social media. In Televisione e su YouTube [un esempio a caso] Barbero parla come una mitragliatrice. Risponde come un lampo, naturalmente prima di riflettere. Niente appunti, niente pause, zero dubbi. Chiacchiera. Cazzeggia. E alla fine, per stupire il suo pubblico, spara una battuta ad effetto. Solo che a volte non gli viene bene. O invece sì: la gaffe (Mike Bongiorno insegna) fa parte del mestiere.

In ogni caso, un vasto fronte femminile – tranne la grande Natalia Aspesi, cui le 92 primavere non hanno tolto intelligenza, acume e ironia – si è scagliato contro il bieco maschilismo di Barbero, arrivando a chiedere la sua epurazione dalla televisione di Stato.
Diversa invece la posizione dei colleghi televisivi e della maggioranza dei giornalisti e commentatori (Aldo Grasso sulla prima pagina del Corriere) che lo hanno sostanzialmente difeso, ricordando la triste pratica della censura che ha seminato tanti video-morti: Dario Fo, Franca Rame, Enzo Biagi, Michele Santoro, Daniele Luttazzi…

Fin qui, tutto secondo copione. Ma la conta dei commenti non è finita. Ce ne sono altri. Incredibili. E un po’ indecenti.
Sono le prese di posizione, gli attestati di stima e solidarietà, le pacche sulle spalle, in certi casi il tifo da ultrà, del mondo accademico, e segnatamente dei docenti universitari di Storia e di Scienze Umane. La casta, perché di questo si tratta, si è schierata a difesa del povero collega. Intendiamoci: non per difendere la Storia, ma per sostenere un uomo che tutti i giorni la storia la fa a pezzi, Coriandoli.

Perché quella che il sorridente Barbero distribuisce in video non è Storia. E non è nemmeno divulgazione.
La divulgazione (e quanta di più ce ne vorrebbe in Italia) è una cosa seria. Bisogna lavorare sodo per rendere facili cose difficili, senza tradirle. Divulgazione è quella che da quarant’anni continua a fare Piero Angela. O quella delle ultime edizioni di Kiimangiaro e di altri programmi o brevi siparietti che si incontrano su Rai Storia o Rai News 24. Divulgazione è quella di Passato e presente di Paolo Mieli: che sceglie un argomento specifico, si documenta, prepara le domande e invita in studio tre giovani  ricercatori e un docente specialista della materia.

Fare divulgazione non è improvvisare, banalizzare, saltare da palo in frasca, cavarsela con una battuta o un paragone sballato, citare un pressappoco, prendere fischi per fiaschi e venderli come storia.
Perché la Storia è affascinante ma non è una cosa semplice. Ma per renderla semplice – compito e obbiettivo  di un divulgatore – non puoi ridurla all’amorazzo tra Antonio e Cleopatra o alla gastrite di Napoleone.  Questa è la vera colpa del professor Barbero, la sua personale scorciatoia per il successo mediatico: abbandonare la storia, la ricerca, il dubbio e servirci un  un frullato dolciastro senza capo né coda.

Barbero risponde su tutto, è esperto di tutto, dall’invenzione della ruota alla caduta del Muro di Berlino. La storia medievale, la sua materia, è troppo stretta per il suo ego, deve nuotare come un pesce (cieco e sorridente) nel gran mare della storia: re e regine, servi e padroni, guerre e trattati, epidemie e invenzioni… Nuota e sorride, ammicca, blandisce il popolo incolto.
Ecco fatto: così la Storia, “il lungo cammino dell’uomo”, diventa “gossip storico”, degno del settimanale Novella Tremila.

Non ho niente contro Novella Tremila e periodici consimili: fanno il loro mestiere lo fanno anche bene. Fanno gossip e lo dichiarano apertamente. E anche per il professor Alessandro Barbero sono portato alla clemenza. E’ colpevole di scempio della Storia, ma per lui avrei pensato a una dolce pena.
Dimentichi la Storia, evidentemente non è la sua materia. Liberi, sua sponte, i canali Rai. lo aspettano altri mari da attraversare, altri pubblici da divertire. Una sua rubrica di “curiosità storiche” su Oggi o su Gente sarebbe un successo. Magari accanto alla collaudata pagina su Padre Pio.

Cover: foto Wikimedia Commons

Europa

UN’ALTRA EUROPA:
pensare e progettare un futuro solidale

Il futuro c’è se si progetta.
È ora di aprire un confronto perché l’occasione storica delle elezioni europee che si compirà tra due anni trovi spazio di scambio e di ricerca per la costruzione di un progetto all’altezza della storia. È ora che i mezzi di comunicazione e di informazione svolgano il compito che compete loro: essere al servizio dello sviluppo della società umana e del suo miglioramento e non quello di cavalcare le divisioni e le contrapposizioni di una società che sta affrontando un momento inedito sia per le difficoltà pratiche da superare sia per un futuro che, senza un progetto collettivo di sviluppo, si prospetta come catastrofico.

Tutti i mezzi di informazione da oggi dovrebbero dare spazio a questo tema centrale: come costruire il nostro futuro, anziché dilungarsi in maniera sfiancante e ripetitiva su un unico argomento che monopolizza l’informazione oggi, il problema del vaccino e della carta verde che, anche se importante e controverso in tanti modi, stiamo affrontando e risolvendo.

Il primo passo può essere la costruzione della comunità europea. Siamo di fronte alla possibilità di creare una nuova realtà politica capace di integrare le potenzialità dei suoi singoli stati e di imparare dagli errori del passato per dare origine ad una novità storica organizzata necessaria ad affrontare le nuove sfide che ci si prospettano e finalizzata al rinnovamento di una democrazia che porti allo sviluppo universale.

Per sviluppo non si intende un aumento quantitativo (del progresso, della tecnologia o di guadagno), ma un miglioramento delle qualità umane, delle relazioni sociali, economiche e lavorative. Lo sviluppo non può essere chiuso, deve essere aperto ad una prospettiva più evoluta.
Pensiamo a come vogliamo il nostro futuro invece che inseguire i problemi e le contrapposizioni dialettiche sollevate dall’emergenza pandemica.

L’attuale situazione ha messo in evidenza le carenze strutturali della nostra società. Carenze che, per altro, vengono da lontano: la necessità di una scuola che risolva le differenze e non che le accentui.

Una scuola che veramente dia gli strumenti a tutti i cittadini per capire in primo luogo il valore della libertà e della civiltà a prescindere dalla pur importante cittadinanza e poi il momento in cui si vive. Una scuola che sappia garantire a ciascuno gli strumenti per costruirsi il futuro sia come singolo individuo, che come società.
La necessità che all’Università sia restituito il compito di svolgere la ricerca di base, perché questa è l’unica garanzia che abbiamo a che sia pubblica e finalizzata al benessere dell’umanità e della natura e non al profitto.

L’emergenza in cui ci troviamo ha solo messo in evidenza la necessità di un uso delle risorse della Terra non basato sullo spreco e sul consumo, ma su un loro utilizzo oculato che non penalizzi l’organizzazione sociale o le fasce più povere ma che tenda ad una loro distribuzione equa a livello globale, anzi, che migliori la qualità della vita per tutti; poiché sappiamo che migliorando il rapporto dell’umanità con la natura, migliora la qualità della vita.

Questi sono già tre punti su cui si può iniziare a tracciare una bozza di progetto d’Europa, che consideri nuovi modelli per costruire una vita dignitosa per l’intera umanità e che risponda a queste proposte.

Va ripensato un progetto di Europa che si scosti dalla logica delleconomia di mercato come solo punto di riferimento, ma scelga invece la persona, la qualità – ormai improcrastinabile – dell’ambiente e la forma democratica di governo come prospettiva per la sua realizzazione, la sua costruzione e il suo sviluppo.

Oggi possiamo toccare con mano cosa ha voluto dire scegliere come modello unico universale l’economia di mercato e la sua potenza distruttrice nello scompenso ecologico, nella distruzione dell’equilibrio naturale che ha prodotto il cambiamento climatico e che ha conseguenze altrettanto disastrose sugli equilibri sociali.

Questa scelta, Infatti, ha innescato un aumento della povertà a tutti i livelli, da quello del cibo a quello culturale e sociale; ha portato al blocco del processo di emancipazione dell’umanità, che sembrava così raggiungibile, dalle molteplici necessità per una vita dignitosa almeno per la maggioranza di noi.

Come ha detto recentemente anche il nostro Presidente del Consiglio, questa scelta di cambio di direzione o è immediata o non avrà luogo affatto perché, scaduto questo tempo, lo squilibrio sarà irreversibile.
Dobbiamo muoverci immediatamente – e per fortuna le elezioni per l’Europa saranno tra due anni, giusto il tempo per preparare una campagna di informazione finalizzata a far eleggere il parlamento costituente che abbia come unico scopo quello di scrivere la Costituzione di una nuova Europa. Non perdiamo questa occasione che non si presenterà più così tempestivamente.

I mezzi di informazione dovrebbero veramente dare il maggior spazio possibile a questi temi determinanti per il futuro dell’Italia, dell’Europa ma anche per l’intera umanità, in modo da permettere un serio confronto tra le diverse visioni possibili per la costruzione di una nuova realtà politica e istituzionale. Sarebbe opportuno abbandonare, almeno per questo periodo, l’abitudine divisiva e sterile di sottolineare le contrapposizioni, spesso strumentali a interessi particolari e non a risolvere i problemi della nostra società. Non sono certo né i vaccini né il green pass che ci tolgono la libertà, ma piuttosto il non avere una realtà democratica all’altezza della complessità che dovremo affrontare.

È ora che i mezzi di informazione siano veramente strumenti per la ricerca di una realtà comune, nella realizzazione della quale ciascuno si senta coinvolto in prima persona. Questa è la sola condizione necessaria affinché ognuno si assuma la responsabilità di una riuscita del progetto, personale e comune, nel quale ciascuno trovi finalmente la sua dimensione di senso della vita e di soddisfazione.

LECTIO MAGISTRALIS
Tre allieve speciali per una scuola Normale

 

Hai mai immaginato di fare un bel discorsino al tuo professore, al tuo capo, al tuo Rettore, per toglierti qualche sassolino dalla scarpa, e di farlo nel momento più ecumenico, quello in cui vieni insignito di un diploma, gratificato da un trenta e lode o premiato con una promozione? Quel momento in cui la gioia per il premio, coronamento di tanti sforzi, svolge una funzione pacificatrice, e ti senti appagato al punto da tornare in pace con il mondo? Hai mai immaginato di perturbare il clima paludato della tua premiazione con un discorso che fa volare toghe e stole come una tromba d’aria nel cielo terso?

Virginia Magnaghi, Valeria Spacciante e Valeria Grossi lo hanno fatto. il 23 luglio scorso, durante la cerimonia di consegna dei diplomi di laurea alla Normale di Pisa. Lo hanno fatto da studentesse “eccellenti”, che è il solo modo per essere credibili quando scompigli le parrucche, perché se lo fai da “normale” alla Normale passi per quello/a che protesta perchè non ha voglia di studiare.

Hanno premeditato tutto, con livida determinazione. Hanno iniziato il loro discorso dichiarando “profonda gratitudine verso ogni componente della Scuola: … al corpo docente, ma anche, per la presenza costante e l’aiuto concreto, al personale tecnico amministrativo, alle addette e agli addetti alle aule, alla portineria, al personale dei collegi, alle lavoratrici e ai lavoratori di mensa e biblioteca.”
Poi hanno iniziato a far vorticare l’aria. Hanno attaccato il sistema universitario ‘neo-liberale’, inteso come “un’università-azienda in cui l’indirizzo della ricerca scientifica segue la logica del profitto, in cui la divisione del lavoro scientifico è orientata a una produzione standardizzata, misurata in termini puramente quantitativi. Un’università in cui lo sfruttamento della forza-lavoro si esprime attraverso la precarizzazione sistemica e crescente; in cui le disuguaglianze sono inasprite da un sistema concorrenziale che premia i più forti e punisce i più deboli, aumentando i divari sociali e territoriali.”.

Queste parole già contengono alcune lancinanti verità sul mondo accademico e del lavoro italiano: la ricerca viene finanziata solo se porterà profitti (il contrario della logica della ricerca, che include in sè l’idea di nicchia e la possibilità del fallimento); conta quanto pubblichi (o quanto produci, o quanto vendi, o quanto arresti), non come lo fai; puoi vivere una vita di lavoro, dentro o fuori da un ateneo, senza  avere mai la certezza della stabilità del tuo impiego; i “capaci e meritevoli” non sono affatto facilitati, ma possono arrivare in fondo non grazie all’Università italiana nel suo complesso, ma malgrado essa. Pensa alla forza eversiva di queste parole pronunciate da tre laureate eccellenti in una delle università di eccellenza.
Perché la Normale di Pisa non è un ateneo normale: è uno dei pochissimi atenei italiani nel quale i docenti e i ricercatori sono aumentati, mentre attorno “le iscrizioni alle università sono scese del 9,6%, e nel 2020 la popolazione tra i 25 e i 34 anni con istruzione terziaria in Italia si aggirava intorno al 29%, contro il 41% della media europea. … dal 2007 al 2018 le borse di dottorato bandite dalle università italiane sono diminuite del 43% (56% al sud); tra il 2008 e il 2020 nelle università statali i ricercatori sono diminuiti del 14%, e le recenti e parziali stabilizzazioni non sono che una goccia nell’oceano, dato che ben il 91% degli assegnisti di ricerca si vedrà escluso dall’università italiana; il personale a tempo determinato è ormai ben maggiore del personale a tempo indeterminato (e inoltre nel personale precario le donne sono sovrarappresentate).”

A questo punto Virginia Magnaghi, Valeria Spacciante e Valeria Grossi sganciano la bomba.
“In questo contesto, noi, i cosiddetti “eccellenti”, siamo certamente quelli fortunati. Ma quale eccellenza tra queste macerie? Che valore ha la retorica dell’eccellenza se, fuori da questa cattedrale nel deserto, ci aspetta il contesto desolante che abbiamo descritto? Noi crediamo che di fronte a tutto questo la Scuola non sia senza colpe. Ha infatti promosso quella retorica dell’eccellenza e della meritocrazia, che legittima il taglio delle risorse. Ha incoraggiato la creazione di piccoli poli “di eccellenza” iper-finanziati, lasciando invece in secondo piano i rapporti con l’ateneo che più ci sta vicino e con cui più sarebbe opportuno collaborare, l’Università di Pisa.”.
Non so se è chiaro. Non lo è abbastanza? Allora leggi bene il passo che segue: “La nostra selezione in base al merito e l’intreccio tra didattica e ricerca sono due tra i principi basilari del “modello-Normale”. Nei fatti, tuttavia, troppo spesso questi principi si traducono nella retorica del merito e del talento come alibi per generare una competizione malsana e per deresponsabilizzare il corpo docente: per il semplice fatto di aver superato una selezione, dovremmo essere in grado di navigare da soli attraverso il complesso sistema accademico. C’è un modo di dire molto popolare in queste aule e cioè che alla Normale si viene buttati subito in acqua, ed è così che, pur di non affogare, si impara a nuotare in fretta. E tuttavia oggi a diplomarsi con noi non ci sono tutte le persone con cui abbiamo condiviso il nostro percorso: la loro assenza ci pesa ed è una sconfitta per la Scuola. Anche tra i presenti una buona parte ha imparato a nuotare solo a prezzo di anni di malessere. Vorremmo dirlo con chiarezza: non è grazie a, ma nonostante questo principio che siamo arrivati qui. Il risultato è stato quello di convivere cinque anni con la sindrome dell’impostore, senza sentirci mai all’altezza del posto che avevamo vinto. C’è chi ha adottato una performatività esasperata per compensare il proprio senso di inadeguatezza, sfruttando con spirito esibizionistico i seminari e gli interventi a lezione. C’è chi, invece, ha evitato di porre domande e chiedere spiegazioni per paura del giudizio altrui. Questa pressione sociale non è solo causa di un generico malessere; è piuttosto una stortura sistemica grave, che può avere conseguenze estreme sulla salute fisica e psicologica.”.

Queste parole sono un atto di denuncia pesantissimo. Fuori dalla scuola degli eccellenti, lo Stato abbandona al proprio destino gli studenti, ma anche i professori, tagliando progressivamente i fondi. Ma anche dentro la Normale (alla quale si accede con un rigido esame di ammissione) la maggior parte si perdono per strada. Costoro che non ce la fanno, sono davvero i non meritevoli, o sono invece i meno adatti, quelli che non si adeguano al meccanismo della competizione, della performance, del mettersi in mostra per adulare o “fregare” i docenti e diventare, opportunisticamente, i loro cocchi? E’ questo il meccanismo di crescita dei “migliori” ? E quanto queste parole ti ricordano quello che accade nel tuo ufficio, nella tua aula, nel tuo studio? A me lo ricordano tanto.

Le tre allieve riservano poi parole durissime alla disparità di trattamento nell’accesso e nella successiva carriera tra uomini e donne, considerando come un’aggravante il fatto che ciò accada anche alla Normale : “vi invitiamo anche a prestare attenzione sempre, durante le lezioni, nei corridoi, a ricevimento, quando di fronte a voi avete una donna: vi chiediamo di pensare due volte quando una ricercatrice è incinta, quando una professoressa è madre, o quando un’allieva rimane ferita davanti a un commento che a voi è parso innocente: si tratta magari di una reazione a un cliché da anni ripetuto, introiettato e ritenuto innocuo, ma che tale non è. Perché se è vero che in questa stanza siamo privilegiati, allora dovremmo essere noi per primi a sfruttare questo privilegio per informarci, per formarci, per sensibilizzarci e soprattutto per cambiare le cose.”.

E quanto sono vere e anticonvenzionali le parole con le quali concludono il loro intervento: “E’ significativo che nessuno di noi si riconosca nella retorica dell’eccellenza su cui la Scuola poggia. E questo non solo perché la consideriamo parte integrante di un modello insostenibile, ma anche e soprattutto perché la troviamo incompatibile con l’incompletezza e la fallibilità di ognuno di noi.”

Ho già parlato su queste pagine del mito della meritocrazia: [qui]

Non esito a definire formidabili le considerazioni di queste allieve: formidabili per il contenuto e per il contesto nel quale sono state pronunciate.
Sono parole al tempo stesso amare e dolci, disperate e fiduciose.
Sono imbevute di amarezza e disperazione per lo stato in cui versa il mondo accademico (e non), ma sono irradiate della speranza che esistono ancora giovani così lucidamente capaci di testimoniare i problemi, e così combattive da avere il coraggio di esporli direttamente dentro la fossa dei leoni, o dei Baroni.

Il testo integrale del discorso

Università Milano

Voglia di normalità

Un martedì rovente a Milano, di quelli che ti fanno pensare di respirare acqua anziché ossigeno.
Piazza Leonardo da Vinci affollata, brulicante di studenti, familiari, amici e parenti pronti a festeggiare i neo laureati del Polimi – acronimo di Politecnico di Milano. Dallo storico edificio del 1863, nel quale si sono formati Renzo Piano, Carlo Emilio Gadda, Gio Ponti e intere generazioni di ingegneri, architetti e designer, emergono gruppetti di studenti  giovani, belli, vestiti a festa come circostanza impone, sorridenti e pieni di quelle fantastiche energie che si captano, si sentono.
Si posizionano nel parco di fronte all’ateneo, una folla coloratissima ed elegante intenta a seguire i riti che conosciamo: il goliardico e irrinunciabile coretto “dottore, dottore…” a cui si uniscono senza remore perfino le signore più distinte, qualche botto e fumogeno che appesantisce il respiro già messo a dura prova dall’afa, i mazzi di fiori, i calici di plastica (non c’è altra possibilità ma non importa) in cui scorrono bollicine a cascata, dolcetti, snack, le foto con la corona d’alloro sul capo e la tesi stretta tra le mani con il titolo bene in vista.
C’è chi ha portato un tavolino pieghevole da camping, su cui appoggiare teglie di squisitezze meridionali che la nonna lontana ha provveduto a mandare, chi avvia canzoni e suona una chitarra. Padri che vedono coronare il loro sogno nella realizzazione dei figli e hanno puntato i risparmi sulla loro formazione; madri premurose fino all’apprensione che seguono adoranti le figlie senza mai perderle di vista, come non fossero mai cresciute; genitori compassati degli ambienti bene, che si muovono con la sicurezza di chi ha già collocato il figlio nell’azienda o studio di famiglia; famigliole timorose che si guardano attorno incuriosite in quell’ambiente inusuale. Ma ciò che conta sono loro, i protagonisti assoluti di quel momento.

C’è tanta e legittima fierezza in questi ragazzi: è stata dura, i tempi della pandemia hanno aggravato gli sforzi e richiesto un repentino adattamento a modalità di studio non previste. E quell’istituzione, che tra i tanti meriti, nel 1953 fu il primo Centro di calcolo dell’Europa continentale e nel 1977 fu partner preziosa con CNR, Telespazio e CIA nella costruzione di Sirio, il primo satellite artificiale di produzione italiana, messo in orbita in USA da Cape Canaveral, ha riconosciuto e convalidato  il sacrificio di coloro che hanno concluso meritatamente il percorso triennale e magistrale.
Scene di quella normalità ascritta al periodo pre pandemico, quando la parola distanziamento sottintendeva una pessima situazione relazionale di conflitto e le mascherine rimandavano a scene furtive e losche. Un martedì di festa in cui un guizzo di libertà – seppure rimangano i segni insopprimibili delle restrizioni e dei timori che hanno caratterizzato le nostre vite degli ultimi due anni – sottolinea il bisogno e la voglia di stare con gli altri, condividere con loro.
E l’università è fatta soprattutto di incontri, scambio, contaminazione di culture ed esperienze, confronto. La didattica universitaria si è trasferita online: corsi, esami, sessioni di laurea, con l’impossibilità di accedere ai laboratori, di creare un ambiente relazionale di cui lo studente ha bisogno, lasciandolo necessariamente solo, data l’emergenza, con le sue paure, i suoi interrogativi, le sue frustrazioni, tante aspettative e tanta voglia di farcela. Non si può credere che il “full digital” possa rappresentare la modalità futura più accreditata e risolutiva, perché si verrebbe a perdere gran parte della produzione culturale con conseguenze preoccupanti. Una soluzione ibrida, una didattica blended – didattica mista – costituirebbe la scelta utile per affrontare questo momento di emergenza e incertezza, come ha affermato il Rettore del Polimi, prof. Ferruccio Resta, Presidente della CRUI, Conferenza dei Rettori delle Università italiane, e le università stanno già lavorando per trovare soluzioni.
Riconsegniamo ai giovani il loro presente perché la gioventù non ha né passato né futuro e riconsegniamo loro ciò che, citando Jim Morrison, è stato da sempre celebrato: la gioia di vivere, la scoperta di se stessi, la libertà.

biblioteca-ariostea

BIBLIOTECHE SENZA FUTURO?
La confusione e le inadempienze del Comune di Ferrara

 

Ricordiamo che, dopo aver raccolto parecchie centinaia di firme sull’Appello per il rilancio delle Biblioteche Comunali [Vedi qui], un folto Gruppo di Cittadine e Cittadini ferraresi ha indetto una manifestazione a difesa delle biblioteche, sabato 22 maggio alle ore 10,00 in Piazza Castello. (La Redazione)

A Ferrara è, da tempo, aperto un problema biblioteche, ancora non risolto. Nel 2019 ho convintamente firmato un documento promosso dai lavoratori della Biblioteca Ariostea; ho firmato qualche giorno fa quello presentato da un ‘Gruppo di Cittadine e Cittadini a difesa delle biblioteche’.

L’11 maggio 2021 si è riunita, su richiesta di una parte dei consiglieri, la II Commissione con all’ordine del giornoInformativa della amministrazione comunale di Ferrara sulle prospettive del servizio biblioteche’. Relatori l’Assessore alla Cultura, geometra Marco Gulinelli, il direttore del Servizio Biblioteche ed archivi, dottor Andreotti, la funzionaria dirigente del settore cultura, dottoressa Guidi, il direttore generale del Comune di Ferrara, dottor Mazzatorta. La seduta era pubblica e, come pochi altri cittadini, ho assistito da remoto.
È possibile rivederla nel sito della amministrazione comunale. [Vedi qui] Forse troppo ottimisticamente, mi aspettavo una esauriente informazione sullo stato della questione, con attenzione particolare verso le biblioteche decentrate, e la precisa indicazione del progetto che l’Amministrazione ha costruito e intende mettere in opera per una nuova organizzazione del sistema bibliotecario cittadino. Nulla di tutto questo: non un dato, non un numero, non una indicazione operativa, non una indicazione di soluzione per le molte criticità esistenti.
Gli unici dati concreti sono venuti dal direttore generale dottor Mazzatorta che ha illustrato le soluzioni poste in atto nei comuni di Parma, Modena, Reggio Emilia ed ha, correttamente, rimandato all’organo politico le scelte. Non posso pensare che per i ruoli ricoperti venissero meno ai relatori conoscenza e competenza; l’impressione è che, a partire dall’Assessore, i tre responsabili, politici e amministrativi, volutamente evitassero di fornire, come era richiesto, materiale per il confronto. La stessa scelta, data per già assunta, della esternalizzazione per alcune biblioteche decentrate non era accompagnata da alcuna indicazione su modi e forme.

Non si è detto se vi sarà cogestione, se sarà tutto affidato agli assegnatari, quanto e quale personale sarà addetto, se coesisteranno dipendenti pubblici e privati, i costi della operazione, gli spazi destinati, le attività previste, le forme di tutela e di formazione dei lavoratori, i programmi operativi, le acquisizioni, le disponibilità di bilancio.
Non si è detto come sarà il nuovo sistema. Sarà la Biblioteca Ariostea capofila e coordinatrice o invece sarà lasciata piena e completa autonomia alle biblioteche decentrate?
Non si è, a questo punto mi viene da dire ‘naturalmente’, parlato del ruolo della Ariostea che è, insieme, biblioteca di conservazione e di pubblica lettura, non si è fatto alcun cenno agli archivi che pure fanno parte del sistema.
Nulla sugli acquisti e l’aggiornamento della dotazione libraria. Non si è detto del rapporto con il volontariato, con l’associazionismo, con le scuole e l’Università; come, a partire dal libro, si debba organizzare il rapporto con i quartieri.

Viene da chiedersi se esista ancora un sistema o se invece lo si voglia, coscientemente e consapevolmente, smantellare: per sostituirlo con cosa? Fiduciosamente la maggior parte dei consiglieri intervenuti ha tentato di forare il muro di gomma costruito da luoghi comuni, da affermazioni bizzarre, da divagazioni non pertinenti: invano.
Ho avuto la tentazione di sottolineare qui alcuni dei problemi che, insieme a molti altri utenti della Ariostea, incontro nella sua frequentazione: mi chiedo a cosa servirebbe, di fronte alla opacità pervicace dei responsabili del settore, e tralascio.
Suggerisco a coloro che sono interessati a questo tema di andare a vedere la registrazione: è una rappresentazione istruttiva e chiarificatrice.

Cover: Ferrara, la Biblioteca Ariostea (foto Camera 24)

La stanza dei cuccioli:
proposta antistress

La settimana scorsa ho pubblicato come storia di Instagram una foto delle due cucciolate che mi sono nate a casa alla fine del dicembre scorso. Una mia amica mi ha risposto: “dovrebbero inventare il noleggio di una stanza antistress di cuccioli per poterli coccolare di tanto in tanto”. Ebbene, ho scoperto che queste stanze esistono davvero!
Alcune università (come l’Università di Lancashire in Inghilterra, la Kent State University in Ohio e l’Università di Amsterdam) hanno allestito delle puppy room per gli studenti. Le sessioni di esami possono causare molto stress negli allievi e si è scoperto che accarezzare e accudire dei cuccioli può farli sentire molto meglio.
L’iniziativa è nata ispirandosi ad uno studio condotto in Giappone, il quale ha rivelato che i partecipanti avevano prestazioni migliori nei compiti che venivano loro assegnati dopo aver visto immagini di teneri cuccioli. Lo studio si chiama The Power of Kawaii; la parola giapponese kawaii significa “carino”, “adorabile”.
Se solo vedere immagini di cuccioli ha degli effetti positivi, accarezzarli e accudirli è ancora meglio: diminuisce la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna, calano i livelli del cortisolo, meglio noto come l’ormone responsabile dello stress, aumentano i livelli di serotonina e ossitocina, i cosiddetti “ormoni del buonumore”. Insomma, un vero effetto terapeutico. I responsabili di queste puppy room si adoperano anche per il benessere dei cuccioli, per esempio sono supervisionati dal personale, che garantisce loro di riposare quando sono stanchi, e il numero di studenti che possono accedere contemporaneamente alla stanza è limitato.

FERRARA. UNA NUOVA IDEA DI CITTA’:
puntare su Cultura e Conoscenza per una Cittadinanza Attiva

Il direttore di ferraraitalia mi chiama in causa per aver fatto da megafono a un’idea tanto elementare quanto difficile da fare intendere. Sulla ‘Città della Conoscenza’ si è accumulata a livello mondiale una vasta letteratura a disposizione di chi, dagli amministratori ai politici, avesse voluto, come è accaduto in tante parti del mondo, affrontare più preparato le conseguenze di una crisi che nel passaggio epocale ha scardinato modelli economici e riferimenti  sociali senza risparmiare nessuno.

Europa 2000: un appuntamento mancato con la storia

Occorreva apprestarsi al cambiamento attrezzati con nuovi strumenti culturali, ma le agenzie a cui abbiamo fatto riferimento per decenni e le prassi  consolidate non hanno retto all’urto con la storia.
Non a caso l’Europa nel 2000 a Lisbona proclama il nuovo millennio come il millennio della Conoscenza. Una conoscenza da ricercare, costruire, valutare e rigenerare in modo diffuso, continuativo e permanente.

Fare della conoscenza e del capitale umano, non un modo per accrescere lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma la risorsa più importante per fornire a ciascuno, nessuno escluso, gli strumenti necessari ad affrontare la complessità, le contraddizioni e i conflitti che ogni turning point della storia comporta. Dall’autonomia personale in una società sempre più prevaricante alla difesa delle conquiste democratiche, dal combattere le crescenti diseguaglianze fino alle ingiustizie sociali e allo stravolgimento ambientale.

Alle forze democratiche e progressiste spettava il compito di mettersi a capo della sfida del nuovo millennio, facendosi portatrici di un nuovo umanesimo che ricollocasse ogni donna e ogni uomo al centro della storia, come risorsa da coltivare e far crescere per il bene comune, per sottrarci alle nuove forme assunte dallo  sfruttamento e dalla manipolazione dei poteri forti, per essere padroni di noi stessi e delle nostre vite.
La conseguenza di questo mancato appuntamento con la storia ha portato all’immiserimento delle democrazie liberali fino alla loro crisi, l’ignorantocrazia, l’incompetenza, il movimentismo e il populismo. Non si è compreso che  la difesa delle conquiste democratiche, la lotta contro le ingiustizie, contro i muri da abbattere non si giocano solo nei parlamenti e nelle cabine elettorali, ma anche nei neuroni e nelle sinapsi del cervello delle persone.
Non c’era più spazio per le identità statiche del passato, ormai era giunto il  tempo delle identità dinamiche. E invece le identità di ieri hanno continuato a resistere come amebe incapaci di afferrare il timone del cambiamento. Per cui non poteva che accadere che mentre a Roma si discuteva prima o poi Sagunto fosse espugnata.

Ferrara: il fallimento della sinistra 

Ferrara non è che una didascalia della storia, come tante altre città, basti pensare a Pisa che dopo anni di una più o meno gloriosa amministrazione ha visto i suoi cittadini voltare le spalle a quella esperienza.
Possiamo esercitarci nelle analisi sociopolitiche sul presente e il passato, fino ai passati più lontani, ma il nodo è uno solo: è mancata una sinistra capace di essere portatrice di una nuova cultura e senza cultura non c’è identità, non ci può essere  riconoscimento e, dunque, non c’è neppure futuro.

Al feuilleton di pancia della Destra e della Lega occorreva contrapporre una narrazione capace di parlare alla testa dei singoli, era necessario ritornare ad essere popolari, proporre soluzioni ai bisogni delle persone, anziché rintanarsi negli angusti confini del proprio cortile, prefigurare un nuovo protagonismo per costruire un progetto di futuro comune.

Ora è indispensabile che Sinistra e forze democratiche della città pongano fine ai loro particolarismi, alla frantumazione dei propri orti, come è accaduto in occasione della tornata elettorale, per prospettare alla città un futuro più forte e convincente del presente. Questa è la carne della politica: la lotta tra culture opposte. La cultura della Destra è fin troppo chiara, perché la destra da sempre ha dalla sua il passato. A non essere altrettanto chiara è quella della Sinistra, attualmente è come la Primula rossa, la cercan qua la cercan là ma dove sia nessun lo sa.

Si mettano a lavorare insieme, da subito, accogliendo la proposta intelligente della Fenice di Mario Zamorani, incominciando col mutare i paradigmi finora usati, facendo della città non una comunità di amministrati, ma una comunità di cittadini.

Con La Città della Conoscenza e il suo manifesto, non pensavamo certo di risolvere i problemi della città, ma abbiamo tentato in questi anni di stimolare una idea nuova di città a partire dalla “conoscenza” come linfa vitale di ogni abitare e senza la quale nessuno può essere autore della propria esistenza. E siccome si è cittadini del mondo a partire dai luoghi che si abitano, sono questi luoghi che devono divenire il cuore pulsante della conoscenza e dell’apprendimento permanente: ‘città che apprendono’ è la rete mondiale che ha costituito l’Unesco.

Il governo della città richiede uno sguardo nuovo. Un occhio che si sforzi di vedere lontano e di proporre ai cittadini un’idea rinnovata di cittadinanza. Una nuova agorà, in cui ciascuno è accolto come attore ricercato per il governo della città, perché la città è dei cittadini e per i cittadini.  Con nuove forme di partecipazione pubblica in grado di andare oltre a quelle fin qui sperimentate, organizzate attraverso il sistema dei partiti.  Dando visibilità e un forte impulso al sistema dei forum, in altre parti del mondo sperimentato con successo, a luoghi in cui i cittadini possano prendere parte “in carne e voce”, come direbbe Bauman, al processo decisionale.

Una città capace di mobilitare creativamente tutte le sue risorse per sviluppare il potenziale umano dei suoi cittadini, una città che riconosce e comprende il ruolo chiave dell’apprendimento e delle conoscenze nell’affrontare le nuove sfide di un mondo che si fa sempre più liquido, nello sviluppo della prosperità, della stabilità e della realizzazione personale.
Un luogo di coinvolgimento e di partecipazione, di risorse da valorizzare a partire dai suoi giovani, dalla loro responsabilizzazione nella gestione della cittadinanza, chiedendo il protagonismo dell’università, delle scuole, delle istituzioni culturali. Occorre che i cittadini anziché essere gli uni contro agli altri, come sta operando questa amministrazione a partire dal suo vicesindaco divisivo, tornino a stare l’uno a fianco dell’altro nei quartieri per  dialogare,  confrontarsi e rispondere ai nuovi bisogni.

C’è una scuola di cittadinanza da aprire, come impegno di tutti, dove apprendere ad esercitare la cittadinanza attiva, per imparare a pensare in termini condivisi la politica della città, la sua abitabilità, l’economia, la demografia, l’ecologia, la salvaguardia dei suoi tesori di natura e di cultura.

La gara elettorale alla poltrona di sindaco da questo punto di vista ha denunciato tutta la sua angustia e afasia, lo sguardo corto e miope di una partita a scacchi per occupare la casella del re.
La città è la nostra comunità di destini, parte di quella più complessa che lega insieme le sorti dell’intera comunità umana del pianeta. Questo è il significato del vivere oggi, quello che dovremmo far apprendere a partire dai nostri giovani, uscendo dagli spazi angusti delle nostre visioni e dei nostri particolarismi.

BUONGIORNO PROF, LE SCRIVO PERCHE’…

Alice:
Buongiorno prof,
le scrivo perché so di essere ascoltata e perché probabilmente nessuno meglio di lei in questo momento può capirmi. L’attesa è molto peggio dell’azione. Noi ragazzi continuiamo a brancolare nel buio, non sappiamo di che morte dobbiamo morire; continuiamo ad aspettare risposte da febbraio. Mi mancano le aule, gli atri, i corridoi. I miei ritardi brevi, che stavo ormai collezionando attentamente dalla prima. Mi mancano i cambi d’ora, le ore buche, ma anche l’ansia di un’interrogazione a tappeto. Mi manca pensare “quanto mi mancherà tutto questo”.
Non avrei mai pensato mi mancasse così tanto il liceo ancora prima di finirlo, forse mi manca proprio, perché mi è stato portato via prima del previsto. Eppure, sembra che cinque anni non siano abbastanza per darci una valutazione completa: il sistema esige un esame conclusivo.
Ho chiesto a molti miei amici che cosa ne pensassero della didattica online e i risultati sono tutti pressoché simili: i maturandi dicono no, gli universitari dicono sì. La risposta che mi sono data, considerando il risultato, è stata molto semplice in realtà. L’ambiente universitario ha un modus operandi completamente diverso dalla scuola superiore, l’autonomia è un’esigenza, mentre alla scuola superiore è semplicemente una qualità aggiuntiva. Su alcuni social, sono state aperte pagine che rifiutano la maturità 2020 e con le quali, personalmente mi trovo in completo accordo. Non per l’esame in quanto tale, ma per quello che sta diventando. Un unico orale ridotto a brandelli e che è solo la parodia dell’esame di stato, eppure non sia mai, non ci si può rinunciare.
Spero che la scuola, una volta per tutte glorifichi quello che siamo e che siamo stati da cinque anni a questa parte e che, se proprio dobbiamo farlo, abbia più importanza del nostro orale claudicante.
Non so più in cosa sperare, scusi il disturbo, le auguro una buona giornata, a domani.

Roberta:
Cara Alice,

sei stata ascoltata. Dal Miur arrivano ormai quotidianamente ordinanze, voci, sussurri e grida. Direi che è più di una voce il meccanismo del voto, che sarà in centesimi, ma con i pesi capovolti: peso del curricolo nel triennio fino a 60 punti e peso del colloquio d’esame fino a 40. Rischiate poco. Una sorta di garantismo più o meno palpabile farà sì che usciate poco segnati dalla esperienza dell’esame. Ti manca, però, l’ambiente della scuola. Senti la mancanza dei piccoli riti di ogni giorno, sia i tuoi (ahimè, i piccoli ritardi), sia quelli collettivi e piuttosto antichi che chiami ‘interrogazione a tappeto’ (dove l’idea di ‘strage’ regna sovrana). Se interpreto bene la parte in cui dici che ti manca il liceo perché ti è stato portato via prima del previsto, vorresti averlo assaporato fino in fondo, esame compreso. Lo accetteresti come un rito di passaggio che fa paura, ma al tempo stesso vi marchia e vi promuove a una fase più adulta della vita; e come te lo affronterebbero molti tuoi compagni. Lo vorresti regolare. Con tutte le sue fasi. Tu che ami scrivere, vorresti affrontarla la sfida degli scritti, vorresti svelarti. A che scopo allora ridurre tutto ad un esamino? Resta il rischio, resta la paura prima di affrontare il colloquio, ma si annulla ogni sentore epico. O tutto o niente. Finiamola così, con uno scrutinio. Me ne avevi fatto cenno e io ci ho riflettuto. Sento che hai ragione. Sarebbe plausibile che ad una emergenza tanto carnevalesca corrispondessero soluzioni altrettanto decise e radicali. Su questa spinta, ti dico che potrebbe anche essere modificato il calendario scolastico. Potremmo accorciare la lunga pausa estiva, per esempio. Potremmo modificare, oltre ai tempi, anche i metodi dell’attività didattica. Ricorderai le tante volte in cui la rigidità dell’orario scolastico è stata un impaccio alle nostre iniziative fuori dalle mura della scuola. Torno all’esame che dovremo affrontare, ognuna di noi due nel suo ruolo. Sono aggiustamenti, Alice. Svolgere un colloquio davanti ad una commissione di soli docenti interni con un presidente esterno è un aggiustamento; non sappiamo ancora con certezza se da remoto o ‘in praesentia’. Lo voglio dire così, con l’espressione latina che mi fa assaporare fino in fondo il piacere, almeno quello, di vederci mentre parliamo. Spero almeno di varcare la soglia del liceo per un po’ di giorni, quelli così luminosi di giugno. Spero che potremo  vederci e giocare con gli sguardi e sorriderci per darci accoglienza reciproca. Vorrei sentire il profumo che avete messo per l’occasione, percepire le vostre mani sudate. Questo colloquio salverà il valore legale del vostro esame, almeno credo. E se ripenso alla mia carriera, non è certo  la prima volta che sono chiamata a riempire di senso un’esperienza che sulla carta sembra averne poco. Vedi, anch’io vado per aggiustamenti, mi assesto su alcune sfumature di grigio, laddove tu opti per il bianco o per il nero. Non ho da un pezzo la tua età, ma l’ho avuta e ne ricordo bene il paesaggio interiore. Voglio dirti con questo che eserciteremo insieme il nostro senso critico verso quello che siamo chiamati a fare, ma lo faremo. Ce la faremo.

P.S. Domani, mentre siamo connessi, ne parliamo anche con i tuoi compagni

Su questo stesso quotidiano leggi anche: 
PANDEMIA E CLAUSURA di Loredana Bondi
BUONGIORNO RAGAZZI, SIETE CONNESSI? di Alice & Roberta

LA “NUOVA SCUOLA” VA IN VACANZA
E’ sempre la vecchia scuola che naviga a distanza

Così della didattica in presenza, quella fatta di aule di pietra e cemento, di banchi e lavagne, di lezioni, interrogazioni e voti, se ne parlerà a settembre. Cosa accadrà nel frattempo, a parte esami e scrutini, non si hanno notizie. Sarà un fiorire di compiti per le vacanze online con la speranza di improbabili recuperi. Neppure l’eccezionalità del momento è in grado di produrre eccezioni.
Ad esempio, visto che ci si è attrezzati, perché non continuare con la didattica a distanza anche nei mesi che ci separano da settembre? Non è necessario mantenere il rigore degli orari scolastici, collegarsi con l’aula virtuale ancora in pigiama per fare l’appello, si possono praticare modalità più soft. Non è che i professori hanno tre mesi di ferie; con una buona organizzazione delle risorse umane si possono coprire anche i mesi di giugno, luglio e agosto. La didattica a distanza in questo caso servirebbe ad accorciare le distanze dai programmi da svolgere, come dai recuperi e dai debiti da colmare. Pensare che un anno scolastico, già stravolto dall’emergenza, debba seguire le date del calendario scolastico in tempi normali è per lo meno discutibile.

Più dei debiti di ragazze e ragazze, ci sarebbe da ragionare del debito che la scuola tutta ha accumulato nei confronti dei suoi studenti, dall’infanzia alle superiori. È la scuola che deve pensare a come colmare il debito che ha contratto con questa generazione sconvolta dalla pandemia. Il tempo, che è la risorsa più preziosa nell’età della crescita e della formazione, che qualità ha avuto, come è stato investito?
La questione non è di poco conto perché chiama in causa la responsabilità che noi adulti portiamo verso i più giovani. Se avessimo coltivato la pratica dell’apprendimento permanente, anziché relegarlo al recupero dell’istruzione degli adulti, ora potremmo disporre dei mezzi in grado di garantire le opportunità formative a tutti i nostri ragazzi.

L’idea dell’autosufficienza del sistema scolastico denuncia tutta la miopia e l’angustia di questa prospettiva. Abbiamo ignorato per anni gli inviti della Commissione Europea, da Lisbona 2000, a tessere una rete di apprendimenti formali e non formali, di capitalizzazione delle risorse formative dalle scuole al territorio. Cosa servono i depositi del sapere, dai musei alle biblioteche, dalle università ai centri di ricerca, se ora non sappiamo metterli al servizio di un grande progetto di apprendimento e di formazione capace di oltrepassare le pareti di un’aula per offrire in modo intelligente, coinvolgente, epistemologicamente corretto le conoscenze disciplinari che costituiscono il nerbo dei nostri programmi scolastici.

Il progetto di una società a rilevanza formativa è rimasto sulla carta dei manuali di pedagogia, dove avevamo letto che si apprende per tutta la vita, dalla nascita alla morte, perché tutto è apprendimento e tutto può essere appreso a qualunque età, come non più di quattro secoli fa ci ammoniva il polacco Amos Comenio e la chiamava “nuova didattica”. Quanta vecchia didattica ammuffita abbiamo al contrario coltivato negli orti delle nostre scuole, mentre si tagliavano le risorse per l’istruzione e la formazione delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi veniva affidata alle mani di sempre più improvvidi ministri dell’istruzione. Ora la responsabilità non è dei ragazzi, che non si impegnano e accumulano debiti, ma tutta nostra che mai ci siamo impegnati accumulando i debiti che ora sono giunti al dunque.
Avevamo inaugurato il secolo della società della conoscenza, invece abbiamo praticato e guidato società di piccolo cabotaggio, senza respiro e senza immaginazione e che il male ci accumuni ad altri non è certo una consolazione. Il nostro difetto peggiore è la mediocrità e nonostante tutto non abbiamo ancora imparato ad evitarla.

Il ministro in carica nomina una task force perché a settembre la scuola torni il più possibile come prima. La progettazione di come riempire i mesi estivi di bambine e bambini, di ragazze e ragazzi è saltata a piè pari, così la riflessione su come usare le risorse dei territori per una formazione permanente, con scuole ad orario continuato, usando laboratori, spazi, risorse e opportunità sul territorio da mettere al servizio dell’istruzione. Occorrerebbe dotare il sistema formativo di una comune piattaforma e-learning,  anziché ricorrere episodicamente alle offerte della rete, come sarebbe necessario pensare a come frantumare le classi in piccoli gruppi di studenti da seguire e curare.

Ma tutto ciò pare non aver sfiorato la mente del ministro e dei dirigenti di viale Trastevere. L’ottusa chiusura nei confronti di quanto non sia scuola come da sempre l’abbiamo conosciuta resta inscalfibile. All’appello mancano soggetti importanti, portatori di intelligenze e di competenze. Le intelligenze e le competenze che suggeriscano al Paese come si potrebbe cogliere oggi l’occasione di una scuola nuova, profondamente rinnovata e di come realizzarla. Anziché progettare un sistema formativo con un ampio respiro sociale, che faccia delle risorse presenti in ogni territorio i gangli della sua missione, si prospetta una vecchia scuola blended, ad apprendimento ibrido, metà aula, metà connessa con l’isolamento di ogni studente a casa propria.
E tutto con gli ottanta milioni messi a disposizione dal ministro per la didattica a distanza, che divisi per il numero delle istituzioni scolastiche statali e paritarie, fa poco più di mille euro a istituzione scolastica, neanche ci paghi le connessioni.

CITTA’ VUOTA:
E il mio esame di maturità? E il test all’università? Eppure sono convinta…

Non avevamo tempo e adesso ne abbiamo troppo.
Quando penso a Ferrara, alla mia città, non riesco a fare a meno di immaginarmi le vie del centro brulicanti di persone in bicicletta, di fretta. Piazza Ariostea superata quest’anno da piazza Verdi, rumorosa e piena di giovani universitari che non si fanno fermare neanche dalle rigide temperature invernali.
Eppure adesso è tutto fermo, grigio, surreale.
La mia città sì è trasformata in una nuova Pripyat, dove il suono più assordante è il silenzio.
Eppure, basterebbe entrare in una qualunque casa italiana dal primo giorno di quarantena a questa parte, per rendersi conto di quanto rumore ci sia invece tra quattro mura. Quando mai ci è capitato di essere costretti a stare in casa fermi con la nostra famiglia? Da quanto era che non passavo del vero tempo con mia madre?

La vita va avanti ma si è fermata.
Nel mio caso avrei dovuto avere il test d’ingresso per l’università il 24 marzo, ma come potete immaginare è stato annullato con largo anticipo e posticipato a data da destinarsi. È strano pensare come un evento così estraneo a tutti noi, proveniente dall’altro capo del mondo sia riuscito a giungere fino a qui e a monopolizzare le nostre vite. Vivo in un costante stato di incertezza, cosa ne sarà del mio futuro? E del mio esame di maturità? E dell’Università? Sono consapevole della collettività di questo momento: siamo tutti sulla stessa barca, immobili e attoniti. La gente muore e noi possiamo solo aspettare in casa per non essere i prossimi.
Eppure io sono convinta che in fondo, anche questo virus ci lascerà qualcosa.
Se non la consapevolezza che non tutto dipende da noi, la capacità di fermarci e preoccuparci per il prossimo. È un periodo paradossale dove la nostra consapevolezza è altruismo, la nostra inattività aiuta i medici, il nostro rimanere a casa ci aiuterà ad uscire il prima possibile.
Dopo ogni disastro, guerra o pestilenza che sia, c’è sempre stata una rinascita ed io mi auguro che il mondo post-covid19 possa essere un punto di partenza per molti di noi. E quando finalmente potremo riprendere a camminare per i nostri vicoli, fermiamoci un attimo a respirare e a vedere quanta bellezza abbiamo intorno a noi.
È questa la nostra vera casa.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La scuola dimessa

La cosa che stupisce non sono le dimissioni del ministro che attengono alla politica e confermano la parabola sempre più discendente degli inquilini di viale Trastevere, almeno da vent’anni a questa parte.
Stupisce la scuola dimessa, i suoi docenti e dirigenti dimessi. Il silenzio di chi lavora nella scuola e del suo lavoro non è riuscito a farne una professione, avvilendolo a impiego, incapaci di divenire dei professionisti della cultura. Sembrano tutti apprendisti di passaggio, perenni precari del sapere e del paese.
Dov’è la dignità del lavoratore della scuola, chi la rappresenta, chi la esprime?
Sembra che la scuola sia nelle mani di una classe di mediocri impiegati, come è mediocre il paese che li esprime.
La scuola, dimessa da anni, è silente, eppure la scuola dovrebbe essere la cultura, il pensiero del paese. Al contrario tace, vuota di idee, come può esserlo una prassi burocratica.
È la scuola delle routine che ha preso il sopravvento, la scuola che si parla dentro nelle sale dei professori ma che non sa parlare fuori al paese, perché non ha una sua fisionomia, una sua identità, al di là delle statistiche che pure la pongono tra le istituzioni verso le quali il paese ancora nutre più fiducia.
Una scuola spenta, declassata a ripiego delle vite, a fornire dosi di civismo o di ambientalismo, a seconda di come s’agita il vento. Una scuola tampone del paese anziché la sua risorsa.
Una scuola senza pensiero incapace di produrre pensieri per sé e per gli altri.
Pure c’è stato il tempo della scuola capace di parlare al paese, di democratizzazione, di partecipazione, di ricerca e sperimentazione. Del tempo pieno, della scuola dell’infanzia, dei nuovi programmi per la primaria e la secondaria, erano gli anni dell’integrazione di tutti nella scuola di tutti.
La stagione dei maestri da Bruno Ciari a Mario Lodi, da Loris Malaguzzi a Sergio Neri, da Lorenzo Milani a Idana Pescioli, a Francesco Bartolomeis è stata una parentesi della seconda metà del secolo scorso che ha permesso al nostro sistema formativo di vivere anni di fervoroso rinnovamento.
Poi più. Poi solo la scuola dei ministri senza maestri. E la scuola si è spenta, ha perso il fervore dell’innovazione, la laboriosità della ricerca, la passione per la propria formazione da parte dei suoi insegnanti e dirigenti. Una scuola che aveva cura di sé.
Ora alla scuola manca la cura di sé, il significato dell’esercitare la professione dell’insegnante, la passione per la ricerca, per la formazione e l’innovazione. Un luogo chiuso in sé, che rimurgina frustrazioni e burnout, teatro di precariato, graduatorie e sanatorie, mentre le cattedre restano e le professionalità svaniscono.
Non esiste ministro in grado di risollevare la nostra scuola da una condizione simile, perché qualcosa è morto dentro alla scuola, è morta la sua anima fatta di passione e professione.
È un’anima che si è spenta nel paese, figuriamoci nelle cattedre, non saranno certo le predelle di Galli della Loggia a restituire l’anima a chi l’ha perduta e non sa più dove andarla a trovare, ammesso e non concesso che la stia cercando.
È tempo di apprendisti stregoni al governo della cosa pubblica e il paese è fiaccato dall’ingestione delle loro pozioni, risollevarsi è pressoché impossibile.
È che ci siamo giocati l’ultima possibilità che avevamo: la scuola.

DIARIO IN PUBBLICO
Professore? Titoli e scienza, un conflitto tutto italiano

Da una vita ho anteposto il titolo accademico al meno usato ‘signore’ che nella vita dovrebbe essere – assieme naturalmente a ‘signora’ – il più elegante modo per rivolgersi agli altri, includendo semmai – ma qui è questione di gusti – l’appellativo forse imbarazzante di ‘signorina’ che porta con sé ricordi dolorosi del secolo breve.
Non riesco perciò a capacitarmi della ridicola e sminuente polemica che ha coinvolto i professori Marattin Luigi e Borghi Aquilini Claudio che si sbattono in faccia l’uso legittimo e non del titolo. Che storia! Da sempre nella mia lunga esperienza ricordo l’insistenza con cui nel mio quieto cursus honorum i miei maestri con leggerezza m’interpellavano con il titolo dottore che come si sa nei malinconici festeggiamenti goliardici residui atavici di una goliardia goffa viene evocata per relegarlo in imbarazzanti buchi anatomici. Quindi il dottore che anche a menti poco propense risuona familiare solo per chi si prende cura del nostro corpo fino alle vette di professore che spetta agli dèi della medicina responsabili di reparti e cliniche, viene cancellato nella sottile diatriba per sottolineare la gravissima offesa di appropriarsi indebitamente del titolo aureo. Riportano i giornali che il duellante professor Marattin abbia così rimproverato il dottor (professor?) Borghi Aquilini. Cito dal Resto del carlino del 17.12.2019: «Lui – che per anni ha abusato del termine ‘professore’, essendo stato solo per pochi mesi docente a contratto e poi ovviamente rispedito al mittente – in accademia ci può entrare solo per portare i caffè, con tutto il rispetto ovviamente per chi fa il catering (molti dei quali conoscono l’economia meglio di lui)». A cui l’offeso risponde via twitter: «Informo di avere insegnato per otto anni – scrisse il leghista sul social – di non aver mai abusato di nulla e di non essere stato rispedito da nessuno».
Piccolo esempio di una vuotaggine di pensiero che colpisce anche i nostri più intraprendenti politici.
Si infittiscono poi i ricordi di molti famosi personaggi a cui l’accademia ha negato il titolo bramato e che lo indossano quasi per diritto di chiara fama, ma risulta un lieve peccato se si pensa come molto spesso quel riconoscimento sia frutto di intrighi accademici così comuni nel nostro insopportabile paese.

In un insperato e quasi incredibile incontro che ho avuto con un rappresentante dell’arma dei Carabinieri – che come molti sanno non sono famosi per coltivare l’attività della scienza umanistica ma altri e più fondamentali diritti e doveri – ho ritrovato quella eticità del sapere che molto spesso sfugge ai nostri illustri rappresentanti politici.
Mi reco dunque alla stazione dei Carabinieri per denunciare la perdita del foglio complementare della macchina. Vengo ricevuto da un elegantissimo e altissimo militare che mi ispira subito fiducia essendo io, come ho ribadito tante volte, attento alla fisiognomica. Mi chiede dunque la professione e rivelo dunque la mia. Vedo illuminarsi il suo viso e immediatamente mi chiede se poteva conversare con me, essendo lui un seguace della musa Clio e delle arti apollinee. E mi racconta della sua giovinezza fatta di duro lavoro e della impossibilità di iscriversi a qualche facoltà dopo il diploma di geometra. Del suo impiego nell’Arma. Delle sue due figlie, una amante della letteratura che coltiva con passione. Di avere perseguito il suo dovere ma anche le sue passioni letterarie.
E mi sono commosso. Se dunque il titolo rappresenta una condizione non si potrebbe allora chiamare ‘professore’ chi mi ha impartito una così nobile lezione?
Non facciamoci dunque del male ricordando che ‘A ciascuno il suo’ non è solo il titolo di un libro fondamentale nella cultura novecentesca, ma la speranza di una fondante dirittura di pensiero, al di là dei titoli.
Auguri dunque, signore e signori, sperando in un anno meno triste di quello che sta per concludersi.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Ma in Italia l’apprendimento permanente resta una chimera

Fare campagna perché le persone continuino a istruirsi anche dopo l’età della scuola può lasciare stupiti o dare l’impressione di una pedanteria pedagogica. Così succede nel Regno Unito dove la “Campaign for learning” ha pure un sito web, e pubblico e privato sono impegnati a promuovere l’apprendimento permanente, perché convinti del potere dell’istruzione continua.
Nulla del genere abita in Italia, terra di università popolari e della terza età, ma assolutamente analfabeta in materia di lifelong learning.
Neppure il nostro ministero dell’istruzione, università e ricerca brilla nel campo.
Oltre ai Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti (CPIA), concepiti in chiave puramente scolastica, non va, mentre continua a marcare ritardi nell’attuazione delle disposizioni previste dall’articolo 4, comma 51, della legge 92 del 28 giugno 2012, più nota come la famigerata “legge Fornero”, tanto per intenderci sui livelli di consapevolezza del nostro Paese e della sua classe politica.
Aver riconosciuto che l’istruzione non abita solo tra le mura delle scuole e dell’università perché, oltre ad essere formale, può essere anche non formale e informale, avrebbe dovuto per lo meno portare a promuovere politiche di educazione permanente, di qualificazione, di valorizzazione e di coordinamento di tutto ciò che si muove su questo terreno.
Nessuno al Miur, ma neppure la politica, credo si sia mai posto l’obiettivo di realizzare l’ apprendimento permanente nella nostra società.
Conferenze, tavole rotonde, webinar, eventi culturali e tutto quanto si muove senza un filo conduttore nella brulicante fucina delle iniziative pubbliche e private, invece di andare deserto o sprecato, potrebbe costituire i tanti tasselli di un più vasto programma di istruzione continua. Un modo per consolidare come abitudine sociale l’apprendimento per tutta la vita ai livelli locali come a livello nazionale, con vantaggi notevoli per le comunità, le persone, l’economia e il lavoro.
Mentre ci si occupa d’altro, con gli edifici scolastici precari, oltre al personale che vi lavora, la fuga dei giovani all’estero, e le percentuali di dispersione scolastica che aumentano insieme alla povertà educativa, l’apprendimento, nel frattempo, si è arricchito di aggettivi che prima neppure avremmo preso in considerazione.
A partire dall’apprendimento “verticale”, che suggerisce l’idea di un apprendimento in piedi, dal basso verso l’alto, come la spinta nella vasca di Archimede.
È, appunto, l’apprendimento che accompagna tutta la vita, che ritiene insensato che si possa interrompere l’attività del sapere e dell’imparare una volta abbandonati i banchi di scuola e trovato un lavoro. L’apprendimento come processo che avviene ovunque, dinamico e continuo, che accompagna tutte le età della vita. Che cresce con le persone e fa crescere le persone, rendendole migliori, più attrezzate, più competenti, più ricche dentro, che ha bisogno di offerte e di occasioni, di ambienti stimolanti e propositivi.
Una verticalità che per svilupparsi necessita dunque di orizzontalità. Orizzonti di saperi. L’apprendimento “orizzontale”. È la dimensione spaziale dell’apprendimento e dei suoi luoghi. L’apprendimento come processo diffuso che può accadere in ogni contesto e non solo nei luoghi tradizionalmente deputati alla formazione. L’apprendimento che si allarga a comprendere le esperienze della vita in una dimensione del tempo che è quella delle occasioni che abbracciano la larghezza e l’ampiezza della vita con il succo prezioso delle sue offerte, opportunità e attrazioni. Comprende il tempo e gli spazi dell’esistenza di ciascuno di noi in cui si allargano gli apprendimenti.
In fine il deep learning, espressione sottratta all’intelligenza artificiale, ma utile al nostro discorso.
L’apprendimento “profondo”. Riguarda la nostra vita, la necessità inesauribile di apprendimento. Perché ogni angolo della vita, ogni anfratto ci richiede di sapere, vagliare, criticare. E allora apprendere è una corrente che non si può interrompere, che fa erompere il diritto delle persone a vivere in una società che metta a disposizione di tutti non solo l’informazione ma la formazione, le conoscenze, i saperi, le competenze, soprattutto per gestire l’informazione, che contrariamente ai saperi, ci proviene in abbondanza da tutte le parti.
L’apprendimento profondo è la terza dimensione che consente di partecipare pienamente alla vita della comunità, spiega il senso di una società che promuove l’educazione permanente come recupero pieno del significato dell’istruzione al servizio delle persone e della possibilità di essere se stesse.

L’odio

Restiamo umani. Il primo pensiero è questo. L’abbiamo ripetuto mille volte, spesso guardando i migranti che in mare cercano salvezza. Non vale solo per loro, ovviamente… è un atteggiamento che si dovrebbe mantenere sempre. Appare incomprensibile, quindi, il comportamento del professor Giangi Franz, docente dell’Università di Ferrara, travolto dalle polemiche per avere manifestato, attraverso i suoi profili Twitter e Facebook, totale indifferenza e nessuna comprensione del dramma che ha sconvolto Venezia e per i toni sprezzanti usati nei confronti della popolazione:

“Sarò duro. Nessuna compassione per Venezia o per i veneti. Il Veneto è la regione con la più alta evasione fiscale. In Veneto la Lega governa da trent’anni rubando o permettendo la corruzione mostruosa praticata da Galan e da Forza Italia. Proprio nessunissima solidarietà. Anche perché vogliono l’autonomia. Vero? E allora che se la cavino da soli”. (Giangi Franz)

I fatti sono noti: c’è una città – Venezia – flagellata da un’alta marea di proporzioni spaventose. Le cause – locali e globali – sono risapute. Noti sono pure i ritardi nel completamento del Mose, l’opera progettata 30 anni fa per il contenimento delle mareggiate, e acclarati sono gli scandali che hanno accompagnato progettazione e realizzazione dell’opera. Di sfondo si sono poi aggiunti l’allarme sul clima e gli effetti prodotti dall’aumento delle temperature…
Ma questo è il momento dell’emergenza e del sostegno.

“Non si guardò neppure intorno, ma versò il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete, ho fame…”
(Fabrizio De André, Il pescatore)

C’è poi una popolazione piegata, ma non doma, che resiste e fa quel che è possibile per fronteggiare l’emergenza. E c’è lo sgomento del mondo che riconosce in Venezia uno dei sommi simboli della bellezza.
Ed ecco che, in questa temperie, sui social s’affaccia il leone da tastiera di turno, che sbotta: “Ben gli sta”. A Unife Franz insegna ‘Politiche urbane e territoriali’ ed ‘Economia urbana e territoriale’. Un professore universitario dovrebbe essere d’esempio. E,  l’uomo di cultura, della bellezza dovrebbe essere ossequioso. Invece, eccola qua l’empatia: “Nessuna compassione, nessunissima solidarietà”, bercia il prof: e si rivolge a tutti, indistintamente…

Certo, lo ribadiamo: ci sono ragioni e responsabilità che andranno affrontate, ma non è questo il momento. Ora è il tempo del ‘fare’, dell’abbraccio solidale, del conforto. Per ragionare di cause, di soluzioni, di comportamenti virtuosi e pelosi, di chi subisce e di chi fa il furbo c’è tempo. Non ora, però, non ora!

Lo ribadisco: lamentiamo in tanti la disumanità di chi abbandona alla propria sorte i migranti del mare, soli con la loro disperazione. Eppure – lo sappiamo bene – non mancano responsabilità, speculazioni, interessi luridi anche in questi casi… Ma nel momento del dramma, quando in gioco ci sono le vite di donne, uomini e bambini conta quello e solo quello. Chi sprofonda va aiutato, senza se e senza ma: non gli si chiedono prima i documenti o la cartella delle tasse. A Lampedusa come a Venezia.

E questa evidenza dovrebbe valere per tutti, anche per coloro – amici o parenti – che hanno vincoli di affetto per chi si lascia trascinare nel gorgo dell’odio. Il giustificazionismo non è una buona medicina. Richiamare gli odiatori a un senso di umanità è dovere anche (e forse prima di tutto) di chi gli sta accanto…

Ora il profilo Facebook di Giangi Franz è oscurato (non quello Twitter, però). Lo ha deciso lui stesso, salutando il popolo del web con un post titolato ‘Mille scuse a tutti’, in cui scrive: “Basta, troppa pressione. Chiedo scusa a tutti per lo sconsiderato post su Venezia, i Veneti, il Mose, la Lega. Non pensavo che si potesse scatenare una reazione di questo tipo. Mille scuse a tutti. Se tornerò su facebook sarà tra un bel po’”.
Ma poco prima ne aveva scritto un altro, riportato dal quotidiano online Estense.com, che ora non appare più sulla bacheca del docente, nel quale, in tipico stile ‘salviniano’, Franz scrive: “Vi voglio bene a tutti”. E aggiunge: “Poi faccio un versamento di due euro a favore di Venezia”, un’affermazione che ha tutto il sapore della presa per i fondelli, senza neppure l’ombra d’un minimo di resipiscenza…

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Culturalmente anoressici

Siamo ignoranti e non abbiamo neppure voglia di apprendere, la promessa dell’educazione permanente si è arenata a Lisbona il 20 marzo del 2000. Ma poi cosa avremmo da studiare, da ignoranti neppure sappiamo cosa ignoriamo. Mica dovremo ritornare sui banchi di scuola a compitare di lingua, matematica, scienze e giù di lì per tutte le materie dei programmi scolastici!
Siamo ignoranti anche a parlare di sapere. O, per lo meno, c’è un tot di sapere che raggiunto quello ci basta e ci avanza.
I dati raccolti da chi si occupa di queste cose dicono che una volta terminate le scuole e l’università non si studia più. Ci sono fior fiore di imprenditori che vantano di non aver mai aperto un libro da anni. I libri neppure si mettono più sugli scaffali di casa a prendere la polvere, alla faccia di quelle indagini che una volta profetizzavano il destino sociale di un individuo sulla base del numero di volumi posseduti in famiglia.
Diciamoci la verità, a non sapere si sta molto meglio, perché la resistenza all’apprendimento è il prodotto del bombardamento di informazioni e notizie a cui ogni giorno siamo esposti. A un certo punto si raggiunge la saturazione, allora ci si difende diventando refrattari, almeno impermeabili. Meno si sa, meno ansie si hanno sul clima, sull’ambiente, sulla sicurezza personale, sulla salute, su come eravamo e su come potremmo diventare. Come si fa ad essere continuamente sollecitati da tutti questi messaggi, è difficile da reggere, è troppo complicato mantenere un sano equilibrio.
Però anche non sapere è rischioso, perché potresti essere preso di sorpresa. Se l’avessi saputo prima avrei potuto provvedere in qualche modo. Si è ignoranti anche nei pesci da pigliare.
È che i radical chic non comunicano, pontificano e la loro cultura è noiosa, con la boria di sapere tutto loro, perché loro sarebbero i competenti e tutti gli altri cialtroni. E poi c’è internet, basta digitare che si aprono pagine e pagine di spiegazioni.
Forse il sapere così come l’abbiamo imparato è un arnese superato. Poi, se il sapere che sai non lo usi mai, cosa te ne fai? Finisci per dimenticarlo. È vero che se non sai fatichi anche a sapere quale sapere andare a cercare in rete.
Siamo il paese con il minor numero di laureati e il più ignorante in Europa. Forse a qualcuno dovrebbe sfiorare il dubbio che la questione centrale, l’emergenza del paese è l’apprendimento, forse bisognerebbe fare qualcosa come ai tempi in cui la televisione affrontò il problema della alfabetizzazione con il “Non è mai troppo tardi” del maestro Manzi. Le cose oggi sono assai differenti, i bisogni di sapere sono diversi, altro è l’analfabetismo, che ora viene denunciato come funzionale, cioè non saper usare i propri saperi, anche da parte di chi ha conseguito una laurea.
Allora la questione dell’apprendimento è “la questione”. Come avviene, come è organizzato, metodi, tempi e contenuti. Se c’è un’età per lo studio e una in cui non si studia, o apprendere sempre, perché apprendere è una necessità come nutrirsi, che ha inizio con la nascita e termina con la morte.
Sono usciti libri importanti in materia che dovrebbero aiutare la politica ad affrontare la questione, l’emergenza apprendimento.
Penso a “Apprendimento non stop” di Rossella Cappetta, docente della Bocconi e, ultimamente, “Ignorantocrazia” di Gianni Canova, rettore della Libera Università di Lingue e Comunicazione Iulm di Milano.
Siamo un paese che sembra condannato a diventare una nazione di analfabeti e populisti, secondo Canova l’Italia del XXI secolo è diventata culturalmente anoressica.
Dall’altra parte Rossella Cappetta ci ricorda che “Studiare tutti e studiare sempre non è un programma semplice da realizzare, ma è alla base della crescita seria e felice di una comunità.”
Le questioni che il nostro paese dovrebbe affrontare non sono solo, dunque, lo stato delle nostre scuole e delle nostre università, ma lo stato delle competenze dei suoi cittadini, come mettere mano ad una politica di apprendimento permanente capace di qualificare l’apprendimento formale e di investire nello stesso tempo sul riconoscimento degli apprendimenti non formali e informali, in modo che nulla nella formazione delle persone vada sprecato, così come non si butta nulla del cibo del corpo, nulla va sprecato del cibo della mente.
Senza apprendimento non c’è benessere né produttività. Solo da noi si tollera il disprezzo del sapere approfondendo la voragine che ci separa da una ripresa dello sviluppo e dagli altri paesi.
L’unica forma di crescita seria è la crescita della conoscenza, oggi assente dai programmi della politica, eppure costituirebbe la vera alternativa a chi predica la decrescita felice, semmai accompagnata da una serena ignoranza permanente.

LA PROPOSTA
I rischi di un Internazionale bulimico e la necessità di contrastare il ventre molle di Ferrara

Spalmare sul territorio e nell’arco dell’anno le iniziative del Festival di Internazionale a Ferrara. E’ l’idea lanciata da Michele Ronchi Stefanati, docente e ricercatore universitario in letteratura italiana all’University College Cork, in Irlanda. La sua proposta, comparsa nei giorni scorsi sulle pagine della Nuova Ferrara, mi pare rivolta prioritariamente all’interiorità del territorio e che, a mio parere, deve tenere in considerazione alcuni elementi.
La prima cosa che sottolineo è la natura bulimica ed esteriore di Internazionale, volta a richiamare pubblico da fuori città. E la natura bulimica in generale sottende un’idea di città esteriore, dove per esistere occorre fare qualcosa di grande, visibile e riconoscibile all’esterno. È un’apertura cittadina che ‘ospita’, e come tale è auspicabile, ma il rischio insito è che la proliferazione sotterri psiche e inconscio collettivo, coprendo la città reale con una patina illusoria, nella speranza che l’illusione di colpo diventi realtà.
C’è poi la sensazione che occorra essere colonizzati per ottenere dei grandi risultati, che grandi nomi o palinsesti e intermediazioni possano portare avanti discorsi e pratiche altrimenti non alla portata cittadina. Eppure primarie sono le pratiche e i discorsi, non solo le personalità che li affrontano. E questa città ha al suo interno, anche grazie all’Università, alle scuole, alle associazioni, ottime personalità, un immenso potenziale inespresso, purtroppo per ora quasi del tutto impermeabile e conchiuso.
È forse il discorso interiore che va affrontato? Di sapere ce n’è tanto, ma difficilmente si traduce in percorso comune, collettivo; non condensa, e soprattutto non sempre genera pratiche virtuose, sostenibili, imitabili.
Allora, se la città è rapporto tra interno e esterno, l’apertura di Internazionale aiuta a guardarsi dentro, a vedere quel che resta nella comunità concreta, ma poi occorre la strada da intraprendere. Quella viene da dentro, da noi.
E qui il punto diventa la capacità della città, non di Internazionale, di elaborare e declinare le iniziative culturali attraverso una serie di indirizzi prioritari.
C’è tanto lavoro da fare per ribaltare la sudditanza nel lessico, nelle idee, subordinazione e sostanziale impotenza di fronte a grandi temi e questioni mondiali, nazionali e locali. Città pulviscolare? Eccentrica? Non importa.
Quel che conta è che la cultura è sempre arbitraria, è scelta, dunque in Italia e a Ferrara credo che la questione prioritaria sia il deficit di cultura democratica, la quale rappresenta la frattura tra comunità e società in Italia.
Cultura democratica è antifascismo. Ed è – prima che diritto della maggioranza – regole, processi, strutture, linguaggio, nonché tutela e rispetto dei diritti degli individui e delle minoranze.
Sappiamo bene che la cultura democratica è universalista, imitabile, è sottrarre al mondo la propria parte di odio, di inquinamento, di privilegi e soprusi, è convivenza solidale e riconciliazione col pianeta e gli esseri viventi. Spesso è antieconomica e anticapitalista, e combatte il maschilismo imperante dei cari fat dar, le intimidazioni, le generalizzazioni sui Rom, il disprezzo etnico, per giunta.
Ebbene, questi elementi, che so di condividere con Stefanati, più di ogni altra remora, non mi consentono di condividere appieno il suo appello, non con questi amministratori, con i loro metodi, col loro lessico. La Lega a Ferrara, diranno, è colpa del Pd? D’accordo. Spieghiamo pure al Pd che non basta il nome per essere democratici e per essere un partito.
Tuttavia le regole vengono prima di qualsiasi consenso. E questa città deve saper verificare e scegliere, lavorare per saper scegliere continuamente.
Internazionale funziona perché sceglie di continuo da che parte stare. Ma non può essere lei a scegliere sempre per noi.

Unife, il professor Picci sul caso Zauli: “C’è un mistero da risolvere”

La vicenda che vede coinvolto il rettore dell’Università di Ferrara, Giorgio Zauli, continua a dividere e a far discutere. Le contestazioni, relative a un presunto comportamento scorretto da parte del massimo rappresentante dell’Ateneo estense, scaturiscono a seguito della segnalazione di uno specialista di etica della ricerca scientifica, Leonid Schneider il quale, su “For better science” fin dal 15 maggio 2018 e in successivi interventi, ha accusato Zauli (e Paola Secchiero, sua collaboratrice) di aver manipolato grafici e immagini in alcune loro pubblicazioni scientifiche inerenti al campo dell’ematologia. Le imputazioni mosse da Schneider sono state successivamente condivise, fra gli altri, anche dalla giornalista scientifica Sylvie Coyaud, che della vicenda si è occupata a più riprese, scrivendone fra l’altro sul blog Ocasapiens del settimanale “D” di Repubblica e in “Oggi scienza”.

Il professor Andrea Pugiotto, presidente della Commissione etica di Unife, che avrebbe avuto titolo per intervenire, nei mesi scorsi non si è mai pubblicamente pronunciato nel merito della vicenda, spiegando che i membri della commissione – presidente incluso – sono tenuti “al totale riserbo”. Salvo poi dimettersi dall’incarico a fine agosto, unitamente ai vice Paola Migliori e Gian Matteo Rigolin, appena pochi giorni dopo il diniego opposto dal Rettorato alla richiesta di accesso agli atti della medesima commissione etica relativi alla vicenda Zauli, presentata dai colleghi di Estense.com. Ma già Schneider, il principale accusatore, fin dall’inizio aveva sollecitato l’intervento della Commissione etica di Unife. La sua richiesta, però, fu rigettata “per difetto di legittimità”. Al contrario venne accolta, dalla medesima commissione, la richiesta formulata dal rettore, che chiedeva un parere di conformità relativo alla propria condotta in riferimento al vigente codice etico.

Il professor Lucio Picci

Fra coloro che autorevolmente sono intervenuti sulla questione, si segnala il professor Lucio Picci, ordinario di Politica economica all’Università di Bologna e docente con un curriculum di notevole rilievo: studi negli Stati Uniti con una tesi di dottorato sotto la supervisione di un premio Nobel oltre a numerose prestigiose pubblicazioni. Inoltre, accanto all’attività scientifica, il professor Picci vanta familiarità con importanti istituzioni internazionali – ha collaborato tra gli altri con la Commissione Europea e con la Banca Mondiale – e nazionali, con una lunga lista che spazia fra la Presidenza del Consiglio dei Ministri e l’attuale ruolo di esperto per l’Autorità nazionale Anticorruzione. Picci, peraltro, si è occupato specificamente di corruzione accademica, criticando in più occasioni l’università italiana che, a suo avviso, “è colpevole di scarso interesse per l’etica della ricerca e di sistematiche assoluzioni all’insegna del corporativismo”. Una voce autorevole che spesso trova eco sulla stampa, come nel caso delle sue ferme prese di posizione, su varie vicende, fra le quali le più note hanno riguardato il professor Stefano Zamagni dell’Università di Bologna e l’attuale ministro, nonché docente universitario, Francesco Boccia.

Stanti le premesse chiedo a lei, professor Picci – che pure già è intervenuto in merito a questa imbarazzante situazione – un parere sulla vicenda che vede coinvolto il professor Zauli. In questi mesi se ne è parlato parecchio, ma chi è fuori dalle logiche universitarie forse fatica a capire. La prima cosa che le domando, dunque, è se ci può spiegare con chiarezza qual è il punto focale e cosa sostanzialmente viene contestato al rettore…
Una considerazione iniziale: trovo la vicenda avvincente come un thriller, di cui ha gli ingredienti essenziali; vi sono alcune certezze, che permettono una serie di supposizioni, per tentare di risolvere un mistero. Il punto di partenza sono i fatti noti: un sito americano che si chiama Pubpeer e che si occupa di “qualità della ricerca scientifica”, ha pubblicato materiali che, se veri, indicano violazioni delle regole di base dell’etica scientifica da parte del professor Giorgio Zauli (e di altri). Chiariamo allora, una volta per tutte, la portata delle accuse con un esempio. Supponiamo di cancellare i nomi degli autori, e per evitare qualunque personalismo di sostituirli con “tizio”, “caio”, eccetera. Se si chiedesse a qualunque scienziato in giro per il mondo di valutare quanto denunciato, l’interpellato concluderebbe che le accuse, se vere (sottolineo “se”), sono devastanti. Anche perché riguardano – ad oggi – una quarantina di pubblicazioni, e non si tratterebbe, dunque, di errori presentabili come sporadici. Aggiungerebbe poi che chi risultasse eventualmente colpevole di quanto denunciato non potrebbe in alcun modo guidare una comunità accademica seria.
Minimizzare le accuse è impossibile: questo risponderebbe qualunque scienziato rigoroso e in buona fede, senza leggere che l’autore è “Zauli” – per non farsi influenzare – ma “tizio” o “caio”. Se, ripeto ancora, quanto denunciato è vero, in toto o anche solo in buona parte.

Zauli peraltro ha diffidato il suo accusatore, intimandogli di cancellare il contenuto dell’articolo e prefigurando azioni giudiziarie in sede civile e penale. Secondo il rettore, Schneider avrebbe pubblicato “informazioni false e non provate sulla supposta inesattezza di alcune pubblicazioni scientifiche del sottoscritto”…
Attenzione: Schneider, che in ogni caso non ha cancellato un bel nulla, e anzi insiste e rincara la dose, ha ripreso le affermazioni contenute nel sito Pubpeer e, per così dire, ne ha fatto un caso. E neanche Pubpeer ha cancellato nulla, anzi, recentemente ha segnalato ulteriori pubblicazioni “incriminate” a firma Giorgio Zauli. È importante ribadire che il materiale infamante verso il professor Zauli è di Pubpeer e non di Schneider. Io non sono mai entrato nel merito di tutte queste accuse. Ho invece affermato con forza, prima dell’estate, che la questione doveva essere chiarita pubblicamente: l’Università di Ferrara aveva messo al lavoro sul caso la sua Commissione etica e non se ne era più saputo nulla. E alla mia richiesta, il rettore Zauli ha risposto in modo netto e inequivocabile, affermando che “la Commissione Etica (nel gennaio 2019, ndr) ha archiviato il caso non essendo emersi a mio carico né elementi dolosi né di colpa grave. Quindi, stando a quel rapporto, il rettore Zauli è innocente, anzi è vittima: e questo, prima dell’estate, mi pareva chiudesse la questione. Però, di conseguenza, nasceva un altro interrogativo dai tratti davvero inquietanti: ripeto, la vicenda è un vero thriller…

A cosa si riferisce?
Innanzitutto preciso che qui terminano le certezze e si entra nel campo delle supposizioni, dato che, come segnalato, l’Università di Ferrara sta difendendo coi denti la segretezza della relazione della Commissione etica. E’ impossibile che a fronte di accuse così gravi – se comprovate – il rettore possa essere scagionato. Per cui io deduco che la Commissione etica abbia considerato falso quanto pubblicato su Pubpeer. Ma attenzione: si tratterebbe di un falso corposo, composto da tanti documenti, grafici, tabelle relativi a decine di pubblicazioni! Un tale falso non può essere l’opera criminale di un singolo: induce a supporre l’esistenza di una vera e propria organizzazione a delinquere, mossa dall’intento di calunniare il rettore dell’Università di Ferrara…
E’ una prospettiva inquietante, non trova? E rimanda ad altri interrogativi: quali i moventi e le complicità di una tale organizzazione malavitosa? Considerato il suo carattere internazionale, non potrebbe esserci dietro la manina di una qualche potenza straniera? A chi ha pestato i calli, l’Università di Ferrara, perché si arrivasse a tanto?

Lasciamo aperti questi interrogativi… Stando alle cronache, per quanto si è capito della vicenda, emerge un aspetto che, secondo gli accusatori di Zauli, verrebbe a prefigurarsi come aggravante, al di là dell’imputazione: il fatto che il rettore avrebbe fatto scudo attorno a sé, ritenendo di non dover rendere pubblici gli atti e i documenti che potrebbero chiarire la vicenda, in un senso o nell’altro. E’ così?
Altro che “fare scudo”! E proprio qui sta il mistero… Ci attenderemmo che l’Università di Ferrara si difenda dal complotto che sarebbe stato ordito ai suoi danni. Che intraprenda un’azione legale nei confronti del sito Pubpeer e lo smascheri pubblicamente. Con facilità, peraltro: da una parte si pubblicano i loro documenti falsi, e dall’altra quelli autentici: così chiunque si renderebbe conto di dove sta la ragione e dove il torto. E invece che hanno fatto? Si sono mossi come un soldato che, anziché sparare al nemico, si scaglia contro i suoi possibili alleati: contro chi chiede di capirci qualcosa, e tra questi i giornalisti che sarebbero ben felici di raccontare al pubblico una tale inedita congiura, contribuendo a far trionfare il bene sul male. “L’Università di Ferrara vittima di un complotto internazionale”: sarebbe un vero scoop, il sogno di ogni giornalista. E invece, siamo arrivati al caso estremo di un comunicato ufficiale firmato dal rettore Zauli, in cui si propone un parallelo implicito tra chi ha chiesto trasparenza (io tra questi, ahimè) e Goebbels, il maggiore teorico dell’olocausto
Non sono in grado di formulare neppure una plausibile ipotesi sul perché di questa scelta. Le confesso che mi pare una follia, ma forse, semplicemente, io non ho la stoffa del detective…

Al riguardo, secondo quanto scrivono sia la Nuova Ferrara che Estense, il Senato accademico starebbe valutando la possibilità di annullare – per un presunto vizio di procedura – la decisione con la quale la Commissione Etica ha archiviato la posizione di Zauli. Come interpreta questa evenienza?
Annullerebbero ora una relazione che fu approvata in gennaio? A distanza di nove mesi, ad orologeria insomma? E guarda caso, subito dopo l’annunciata richiesta di revisione (da parte di Estense.com) del diniego opposto alla richiesta di renderla pubblica? ‘Sacrificando’ il professor Pugiotto, già presidente di quella commissione, e il dirigente responsabile, che vivaddio dovrebbero rispondere di tali ipotetici ‘vizi di procedura’?
Non ci posso credere. Sembra una voce nata apposta per diffondere il sospetto che quel documento non s’ha da pubblicare, ne ora ne mai, perché a leggerlo bene non assolve nessuno, e per gettare altro fango sull’Università di Ferrara. Trucchi meschini: esprimo la mia solidarietà a Giorgio Zauli. Ma chi c’è dietro a queste macchinazioni? Utilizzano tecniche di disinformazione sofisticate: personalmente non escluderei neppure il coinvolgimento di qualche servizio segreto straniero.

E magari è proprio questa la spiegazione a una vicenda che a rigor di logica diversamente si fatica a comprendere e giustificare… Un’ultima domanda, ritornando alla realtà: lei tempo addietro aveva stigmatizzato “l’inspiegabile silenzio” dei docenti di Unife sulla vicenda. Immagino che avrà saputo del documento recentemente formulato a sostegno del rettore, sottoscritto da 240 docenti di Unife (su 642). Che ne pensa?
Mi meraviglio che le firme siano soltanto quelle che dice perché, come sosteneva Ennio Flaiano, gli italiani sono sempre pronti a correre in soccorso dei vincitori. Ma in Italia c’è anche un’altra tradizione, minoritaria, ma credo più nobile: di chi, quando di fronte si trova il potere borioso e arrogante, gli ride in faccia.

Uno sguardo letterario sul cinema: a ricordo di Guido Fink

Ferraraitalia pubblica in anteprima il testo che il professore emerito Gianni Venturi leggerà domani (5 settembre) alla Sinagoga di Firenze

Un ricordo per l’amico scomparso Guido Fink

“Dopo il saluto del rabbino capo della Comunità di Firenze Josef Levi, ha preso la parola il figlio Enrico che ha sottolineato come il padre sia stato un uomo fortunato perché ha vissuto cosi come voleva, con l’amore di una madre, amante della poesia, della moglie e del figlio. «Ha voluto insegnarmi ad amare l’ebraismo – ha aggiunto – ed io sono stato molto fortunato di averlo come padre»”

Questa è la dichiarazione pronunciata da Enrico Fink nella Sinagoga del Cimitero ebraico di Ferrara durante la cerimonia di addio per il padre Guido, come riferisce la cronaca locale del “Resto del Carlino”. E mentre parlava mi si svolgeva davanti, come un film, la lunga storia dell’amicizia che ci legò – Guido la sua famiglia e la mia – per più di settant’anni ritrovandoci in occasioni le più disparate. Alcune di queste le ho già ricordate e, non ultima, quella che ho scritto nel capitolo a lui dedicato nel volume curato da Portia Prebys e da me, “Vivere è scrivere. Una biografia visiva di Giorgio Bassani”, Ferrara, Edisai, 2018.

Guido Fink era nato a Gorizia nel 1935, figlio d’un ebreo russo, Itzak (Isacco) scomparso ad Auschwitz. La madre Laura, donna di grande intelligenza e cultura, il cui cognome Bassani poteva ricordare una parentela con lo scrittore, che tuttavia non esisteva, bensì un grande amicizia, durante la guerra iniziò una attività singolare: la confezione di paralumi raffinatissimi che proseguì per diversi decenni fino alla sua scomparsa. Nel 1938 in seguito alle leggi razziali, con la madre, Guido si trasferisce a Ferrara presso i nonni, mentre il padre si reca a Roma. La situazione precipita quando, in seguito all’uccisione del ‘ras’ ferrarese, il federale Igino Ghisellini nel 1943 venne organizzata una rappresaglia che portò all’uccisione di 11 persone sugli spalti del Castello. Tra costoro, rappresentanti importanti della comunità israelitica ferrarese: come il dottor Umberto Ravenna, ottantenne, l’avvocato Giuseppe Bassani, l’ingegnere Silvio Finzi, il professore Mario Magrini, Vittorio e Mario Hanau, padre e figlio, l’uno di 65 e l’altro di 41, entrambi commercianti di pellami. L’episodio è stato raccontato da Giorgio Bassani ne “Le cinque storie ferraresi” e dal regista ferrarese Florestano Vancini nel film “La lunga notte del ’43”.

Guido Fink nell’immediato dopoguerra è ormai inserito nella sua reale passione, la storia del cinema; tuttavia non sarà questa l’attività del suo lavoro accademico bensì l’insegnamento della letteratura anglo-americana prima a Bologna poi a Firenze. Nodo centrale della sua vita e delle sue scelte culturali sarà in primis Ferrara. Dopo le leggi razziali gli ebrei vengono allontanati dalle scuole, dalle università, dalle istituzioni pubbliche. Giorgio Bassani laureando, raduna attorno a sé nella Sinagoga di via Vignatagliata gli ebrei allontanati dalle scuole pubbliche e tra gli allievi più giovani avrà Guido che si legherà a lui con un’amicizia fraterna. Nel ’46, alle medie, mio fratello sarà per un anno compagno di banco di Fink e attraverso questo contatto comincerà la mia amicizia con lui. Prestissimo la sua passione per il cinema esplode e si nutre del rapporto con registi, sceneggiatori, uomini del cinema: da Aristarco ad Antonioni, da Zavattini al gruppo di ‘Cinema Nuovo’. Nei tardi anni ’50 si laurea all’Università di Bologna, dove consegue la Laurea in Lingua e Letteratura Inglese con una tesi su Henry Fielding. Nello stesso anno inizia la collaborazione con la rivista Cinema Nuovo, per la quale scrive, nell’arco di un quindicennio, numerosi saggi, articoli e recensioni di film. Da poco ho scoperto una straordinaria storia parallela che si svolge tra Ferrara e Firenze sotto il segno dei paralumi.

A Firenze, in via degli Alfani, di fronte al Conservatorio c’è una straordinaria bottega artigianale oggi gestita da Leonardo Becucci che tramanda l’antica e raffinata arte dei paralumi: “L’esercizio venne avviato dal nonno di Leonardo, Livio, nel 1940; inizialmente lavorava alla Galleria dell’Accademia poi si mise in proprio ma già prima di iniziare l’attività sagomava fusti per altre botteghe che erano già presenti nel quartiere. Nel 1946 si aggiunse il babbo Franco che qui è rimasto fino a due anni fa. Leonardo Becucci è entrato a bottega per aiutare il padre subito dopo il servizio di leva, nel ’94 e da circa un anno e mezzo è rimasto da solo a tirare avanti: “Mio padre è stato qui fino all’ultimo perché il vero artigiano sta in bottega fino a che può”. In questa bottega il nonno di Leonardo nascose dopo le leggi razziali e l’invasione tedesca alcuni ebrei, nel soppalco e tra questi alcuni membri della famiglia Rimini. Così mi raccontò il signor Franco quando gli commissionavo alcuni paralumi; per cui la mia casa porta l’impronta testimoniata dai paralumi confezionati dalla signora Laura Bassani Fink e dal Beccucci.
Guido sposa Daniela Mantovani figlia di Marisa, celebre diva dei telefoni bianchi e da questo felicissimo matrimonio, saldissimo nel tempo, nasce Enrico che sceglie la carriera di musicista: Così nella sua biografia:

“Enrico è nato a Firenze il 4 Settembre 1969. Ha sempre vissuto e studiato a Firenze, tranne che per due brevi periodi di circa un anno ciascuno passati negli Stati Uniti con la famiglia, a New York e a Berkeley. Da bambino era certo di voler fare l’astronomo, e ha seguito questa idea per buona parte della sua vita, giocando a fare lo studente modello (e suonando, certo, ma da dilettante) e ottenendo a pieni voti prima la maturità classica e poi la laurea in Fisica. Dopo una pausa per il servizio civile (svolto presso l’Arci di Firenze, a cui collabora tuttora come responsabile delle attività culturali), nel 1996 ha dovuto scegliere fra una borsa di studio ottenuta per studiare presso l’Università di Cornell, a Ithaca, NY (Usa) e la possibilità di incidere con l’Orchestra Regionale Toscana e il quartetto “Klezmer Klowns” con cui all’epoca si esibiva, il suo primo disco di materiale ebraico; tra l’incertezza di un futuro nell’astrofisica e l’insicurezza di un futuro nello spettacolo, ha scelto la strada che quantomeno gli garantiva di divertirsi un po’ di più, e ha detto addio all’astronomia.”.
Memorabile a ricordarlo quando Enrico nel quarantennale della pubblicazione de “Il giardino dei Finzi-Contini”, cantò la tiritera del “capret d’al nostar Sgnior mentre la sorella di Giorgio Bassani, Jenny Liscia, commentava i ‘bocconi’ del pranzo raccontato nel romanzo.

Guido compie una straordinaria carriera come anglo-americanista. Ricopre la cattedra di questa materia all’Università di Bologna e poi di Firenze che diventa, dopo Ferrara, la sua patria. Qui, destino o caso, i ferraresi sono di casa alle Facoltà di Magistero e di Lettere dove insegnano due maestri quali Claudio Varese, sardo ma cittadino onorario di Ferrara e Lanfranco Caretti di origini ferraresi che teneva però corte in altro ambiente e con altri studiosi.

Per anni, al martedì o al mercoledì sera, i ‘ferraresi’non necessariamente d’origine ma di cultura si riunivano in Viale Volta nella casa di Claudio e Fiammetta Varese. Gli allievi e collaboratori, Giorgio Cerboni Baiardi, Gianni Venturi e più tardi Anna Dolfi e Marco Ariani. Qui s’incontrava il poeta Rinaldi compagno di Lina Baraldi un tempo moglie del romanziere Dessì, il critico d’arte Alessandro Parronchi e naturalmente i Fink che abitavano a poche centinaia di metri, in via della Piazzola.

La passione di Guido per il cinema non si estingue nel tempo.Si lega di solida amicizia con Sandro Bernardi che ricoprirà la cattedra di Storia del Cinema dopo il pensionamento di Edoardo Bruno che deteneva quella cattedra . Sono per me anni importanti che mi riporteranno a Firenze dopo un ‘esilio’ urbinate di cinque anni a ricoprire quella cattedra di Letteratura italiana che fu del mio Maestro Claudio Varese.

I rapporti con Guido s’infittiscono in quanto lui docente allo Smith College di Firenze ottiene per me una borsa di studio per un insegnamento annuale a quel College prestigiosissimo in Massachusetts negli anni ’80 del secolo scorso.
Viene nominato dal Ministero degli Esteri direttore del Centro di Cultura Italiana a Los Angeles (luglio 1999 – giugno 2003) e nel 2004 riceve un premio dall’AACUPI (Association of American College and University Programs in Italy).
In quegli anni, grazie anche al suo rapporto di lavoro e di amicizia con Roberto Benigni, all’attore e regista italiano verrà assegnato un Oscar per La vita è bella, madrina d’eccezione, Sofia Loren. Un capitolo a sé meriterebbe l’elenco delle sue numerosissime incursioni nell’ambito della storia del cinema, i suoi lavori su grandissimi autori tra cui of course quelli su Michelangelo Antonioni che ribadisce il complesso e affascinante percorso della ferraresità ormai mondiale: Giorgio Bassani e Michelangelo Antonioni. Rimando a un suo libro che mi è particolarmente caro, Nel segno di Proteo (2015) il cui sottotitolo rimanda al maestro che gli fu caro: Da Shakespeare a Bassani. Dalla lingua del Bardo che insegnò per una vita a quella dello scrittore ferrarese siglate in ben quattro capitoli: “Le tre Notti del 1943”; Prefazione a “Cinque storie ferraresi”; “La scuola ebraica di Via Vignatagliata”; “In fondo a Via delle Vigne”.

L’università di Firenze decise di festeggiare sia Guido che me quando lasciammo il lavoro. Andai a prendere Guido a casa con il taxi; ma giunto davanti al Rettorato Guido mi disse che non si sentiva di affrontare quell’incontro. Nonostante fossimo vicini di casa a Firenze fu l’ultima volta che lo incontrai di persona.

Ciao Guido.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Tutti presenti e assenti

Da sempre la città è il luogo dei pensieri. Perché la città è vicinanza, è prossimità, e i pensieri per nascere ed essere condivisi di questo hanno necessità. La nascita delle università nei centri urbani questo prometteva e questo ha permesso.
La grandezza di una città è sempre venuta dalla cultura e dall’intelligenza della sua gente. Era così ai tempi della Firenze di Brunelleschi, Donatello e Masaccio, come per la Ferrara di Francesco del Cossa, Cosmè Tura e Ercole de Roberti.
Così è ancora oggi, con l’innovazione tecnologica che ha accresciuto i benefici di un sapere migliore se prodotto da persone che stanno in prossimità di altre persone.
Ci sono città come Detroit, come Chicago e come altre ancora nel mondo che nell’era post-industriale non potevano più essere quelle di prima e si sono reinventate. Per questo le città hanno bisogno di pensieri.
La forza che si ricava dalla collaborazione tra gli individui è la principale ragione per cui esistono le città.
A salvarci non potrà che essere la qualità delle persone, in particolare la qualità del capitale umano. A crescere il capitale umano sono le città, ma bisogna che se ne occupino.
Occorre convincersi che la conoscenza diffusa è il primo ingrediente di cui abbiamo bisogno. E non si tratta solo della conoscenza che si apprende sui banchi di scuola e nelle aule universitarie. Neppure di quella episodicamente attinta ai musei, alle mostre e agli eventi.
La conoscenza che consente di essere se stessi, di migliorarsi, di apprendere a pensare e a capire, a produrre idee ed opinioni, a scegliere e criticare, a sperimentare ed inventare. La conoscenza che è dialogo e confronto, ragionamento e approfondimento, che è anche somma di competenze antiche e nuove da recuperare.
La conoscenza attiva che consente di partecipare della propria contemporaneità, da competenti, senza dover subire i bagni invasivi dell’informazione.
Occorrono politiche della città che stimolino il pensare e favoriscano ogni occasione di circolazione del sapere. Che diano visibilità attraverso l’informazione, col metterle in rete, a tutte le opportunità di apprendimento che la città offre, evitando che si disperdano nell’aria come monadi in esilio.
Occorre tenere aperte le scuole sempre, alla sera come nei giorni di festa, affinché divengano luoghi di iniziative di apprendimento continuo, di opportunità per tutta la popolazione per recuperare e accrescere i propri saperi, ma anche luoghi di convivialità e di familiarizzazione. Bisogna dare vitalità, progettualità, forza propositiva al Centro provinciale per l’istruzione degli adulti, evitando che si trasformi in un ghetto di recuperi e integrazioni, ma divenga un luogo famigliare per tutti e per tutti i bisogni formativi, un luogo di offerte e di orientamento, un luogo di iniziative diffuse con cui contaminare la città.
Fare della cura dei saperi e degli apprendimenti della popolazione dai più piccoli ai più grandi uno degli impegni centrali dell’amministrazione comunale, una festa cittadina, perché il diritto al sapere è un diritto universale che non si interrompe mai, che accompagna tutta la vita, per questo, appunto, si chiama educazione permanente.
È la rete delle “città che apprendono”, il “Global network”, la rete internazionale delle “Learning cities” che dal 2015 l’Unesco ha promosso, tesa a valorizzare le esperienze di formazione diffusa e continua, anche attraverso l’uso delle moderne tecnologie, nelle città. Il ‘Learning City Award’ è il riconoscimento dell’Unesco che incoraggia e premia i progressi compiuti dalle “città che apprendono” in tutto il mondo.
Sono 205 le città che aderiscono alla rete mondiale promossa dall’Unesco. L’Italia non c’è, fatta eccezione per Torino e Fermo. Non a caso l’analfabetismo funzionale colpisce il settanta per cento della nostra popolazione adulta.
Sono anni che da queste pagine chiediamo che la nostra città, città del Rinascimento, per questo patrimonio dell’Unesco, aderisca alla rete globale delle “città che apprendono” e che l’amministrazione cittadina ne faccia propri gli impegni. Chiunque apre le pagine web del nostro giornale s’imbatte nel manifesto ‘Ferrara Città della Conoscenza‘.
Eppure la distrazione, o l’impreparazione, di chi ci governa e di chi si candida a governarci continua ad essere preoccupante, come se tutti fossero presenti ma assenti. Assente è anche la nostra università, che pure ha aderito alla rete europea delle Unitown, ma non si fa promotrice, a partire dal suo dipartimento di Scienze dell’Educazione e della Formazione, dell’adesione al ‘Global network of learning cities’.
Apprendimento e conoscenza sono le vere sfide che ognuno di noi ha di fronte e, con noi, soprattutto le giovani generazioni. Questo è un impegno che non può essere più sottovalutato e, quindi, mancato.
Pensare che infrastrutture, turismo, imprese vengano prima a prescindere dall’acquisto continuo dei saperi e dalla loro diffusione è una grande illusione e non può che promettere alla città un futuro sempre più povero umanamente ed economicamente.

I giovani e la politica, quando scendono in campo gli studenti

Si sono riappropriati delle piazze, dei microfoni, della creatività efficace di striscioni e cartelli, della libertà giustificata di abbandonare le scuole per qualche ora, nel nome di una causa fondamentale, di una denuncia chiara e circostanziata: l’emergenza clima come effetto del surriscaldamento terrestre. Ma, soprattutto, si sono ridestati con un entusiasmo che mancava da molto tempo e che viene ricordato nella storia dei movimenti studenteschi del passato per gli effetti e le ricadute politiche, culturali e sociali che hanno cambiato la storia di molti Paesi. “Non c’è un Pianeta B”, “Climate silence is criminal”, “Non c’è più tempo per l’indifferenza”, “Se il clima fosse una grande banca, i governi ricchi l’avrebbero già salvato”, “Respect existence or expect resistance”, “Il cambiamento climatico non è solo una questione scientifica; è anche etica e morale”; “We want global politics to stopo climate change, to fight finance”: ecco alcuni dei numerosissimi slogan gridati a gran voce, sostenuti con convinzione e cognizione di causa, accompagnati dalla volontà di far sentire la propria voce e rivendicare il diritto di vivere su un pianeta affrontabile, una Terra amica.

Cortei di studenti e partecipanti di estrazione varia, manifestazioni, scioperi hanno animato piazze e strade italiane e di moltissimi altri paesi europei ed extraeuropei, dall’Australia agli Stati Uniti, dalla Nuova Zelanda a Taiwan, in una giornata memorabile come il FridaysForFuture, uniti nella forte intenzione di scuotere governi, veicolare sensibilità, chiedere fermamente soluzioni e provvedimenti. “Noi siamo venuti qui per pregare i leader di occuparsene. Ci avevano ignorato in passato e continueranno a farlo. Siete rimasti senza scuse e noi siamo rimasti senza tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccio o no”. Sono le parole della giovane sedicenne Greta Thunberg, attivista svedese e ispiratrice del grande movimento che si sta formando a difesa del pianeta, proposta per il Premio Nobel per la Pace. Nella manifestazione mondiale, si chiedono politiche più sensibili e incisive contro il riscaldamento globale e le emissioni di CO2, tra i più terribili artefici dell’effetto serra; ci si rivolge ai governi affinchè adottino misure di protezione, consapevoli della grave responsabilità che il momento, la situazione e gli effetti devastanti della politica indifferente richiedono.

I movimenti studenteschi sono un fenomeno sociale nato nella metà del XX secolo, in quegli anni ’60 in cui tutto era da ridefinire, scoprire, inventare, osare, perché non esisteva background a cui ispirarsi o modelli preesistenti a cui affidarsi, ma la necessità di proporre, imporre, conquistare attraverso azioni anti-sistema. Le tematiche a cui si riferivano erano focalizzate sul mondo dell’educazione scolastica (allora era ‘educazione’, oggi è ‘formazione’), sugli stereotipi culturali e di costume da sradicare, sfide aperte alle tradizionali modalità di autorità. Erano le grandi manifestazioni della Primavera di Praga in Cecoslovacchia, del movimento (che ora si definisce LGBT) per la difesa dei diritti degli omosessuali, le rivendicazioni dei diritti delle donne, il controllo delle nascite, la liberalizzazione sessuale e il cambiamento dei codici tradizionali di comportamento e relazioni interpersonali. Era anche la protesta esacerbata, rivoluzionaria, contro la Guerra del Vietnam e tutto ciò che rappresentava. Negli anni ’60 cominciano farsi sentire anche i primi movimenti ambientalisti e di protesta per il nucleare.

Nei decenni successivi studenti e operai si organizzano per contestare riforme scolastiche (strutture, programmi, risorse, garanzie) e chiedere il rispetto dei diritti del lavoratore, ma perdono mordente politico perché lasciano posto ad altri movimenti. Gli studenti non erano più i protagonisti della scena politica ma l’attività di mobilitazione non si arresta, sebbene fosse contaminata dal terrorismo reale e il terrorismo di stato e affiancata da movimenti di altra estrazione. I centri sociali soppiantano per certi versi i movimenti di piazza, mentre nascono movimenti radicali di destra come Forza Nuova. Il movimento più significativo, denominato ‘La Pantera’, fu quello degli studenti universitari, impegnati nella protesta contro la riforma Ruberti delle università italiane, nato alla fine degli anni’80 nell’ateneo di Palermo e condiviso in tutto il Paese. Si definiva politico apartitico, democratico, non-violento e antifascista, ma si connotava nettamente come pacifista. Agli inizi del 2000 gli obiettivi dei movimenti studenteschi si spostano sulla crisi economica e la conseguente paura del futuro. Alcuni appoggiano ed abbracciano movimenti già presenti nel resto d’Europa e del mondo, altri conservano caratteristiche tipicamente nazionali e presentano i sintomi di un disagio legato alle vicende nel nostro Paese.

Indignados, Draghi ribelli, Occupy Wall Street sono i movimenti che appartengono al 2010-2011, interconnessi al mondo esattamente come il mondo in cui nascono e agiscono. Gli Indignados nascono da una grande mobilitazione pacifista dal basso, contro il governo spagnolo e chiedono più democrazia e partecipazione; i Draghi ribelli, precari, studenti, professionisti, artisti che vanno oltre le rispettive etichette, si uniscono per rivendicare le stesse istanze. Il loro nome si ispira ai draghi orientali che, secondo la leggenda, controllano gli elementi, guardiani e difensori degli equilibri della Terra. Il loro obiettivo: protestare contro la Banca d’Italia e il governo delle banche e della finanza. Occupy Wall Street protesta contro gli abusi del capitalismo finanziario; una contestazione pacifica che conta sulla presenza di anarchici, comunisti, conservatori e perfino esponenti della destra.

Negli ultimi anni, dal 2012 uno degli obiettivi più caldi delle manifestazioni di protesta rimane la scuola: si denuncia il fallimento della scuola pubblica che con l’università rimane fuori dal mercato. Si alternano raduni di piazza, cortei e flash mob per manifestare il rifiuto dei tagli all’istruzione e agli investimenti nella formazione delle giovani generazioni. Nel 2018 Ivan Krastev dell’Università di Sofia, autore dell’articolo ‘Il 2018 sarà rivoluzionario come il 1968?’ pubblicato dal New York Times, si interroga su ciò che sarà la protesta nel prossimo futuro. Il rischio, sostiene Krastev, è quello che siano conservatori e populisti gli attivisti del futuro, predisposti a scatenare le loro lotte sulle tematiche dell’immigrazione, la mescolanza culturale, l’affermazione della solidità e della garanzia di uno stile di vita tranquillizzante in difesa della famiglia e dei valori tradizionali, tutte tematiche care agli uni e agli altri. Nel frattempo, noi continueremo a riempire le piazze ricordando che il nostro pianeta è in sofferenza e non ne siamo tutti completamente consapevoli. Ce lo ricorda una ragazzina di 16 anni, che ha iniziato la sua battaglia da sola ed ora anima gli studenti di tutto il mondo.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Ferrara città che apprende

Allora diciamocelo. Abbiamo bisogno di una città laboratorio. Non si cava un ragno dal buco se ci ostiniamo ad abitare la nostra pigrizia mentale, se continuiamo a pensare quello che è già stato pensato.
Dopo i cantieri del post sisma, bisogna dare il via al cantiere delle idee.
E chi pensa che non ce ne sia bisogno significa che conta di affossare per i prossimi anni la città nelle nebbie padane.
La città possiede da sempre l’anima del futuro e attende all’appuntamento con la storia i suoi artefici.
Qualche idea e qualche suggerimento l’abbiamo fornito in questi anni anche noi dalle pagine di questa rubrica, come ad esempio “la città che apprende”.
Perché tutti i sistemi complessi hanno bisogno di apprendere. Figuriamoci quelli dell’abitare e della cittadinanza.
Un’idea che era anche piaciuta a qualcuno dell’attuale amministrazione comunale, ma poi, come succede con le idee nuove, è mancato il coraggio di portarla vanti.
Di idee nuove poi non si tratta, perché nel mondo le città che apprendono si moltiplicano sotto le insegne dell’Unesco e perché anche in Italia altri hanno pensato che l’idea di una città che apprende, l’idea della città educante merita di essere realizzata.
A Torino, dal 29 novembre al 2 dicembre scorsi, hanno festeggiato il terzo Festival dell’Educazione, per coinvolgere scuole e famiglie della città, per parlare di buone pratiche educative. Il tema: Per un Pensiero Creativo, Critico e Civico.
Occuparsi di scuola e di educazione per una città significa avere attenzione per i propri giovani, farsi carico del loro futuro e del futuro della città stessa. Ma pare che noi a Ferrara non abbiamo tempo o non riteniamo tutto questo prioritario.
Ad alcune decine di chilometri da noi, Padova si propone come città che “si innova, che educa che impara”. Per dire come sia strategico l’investimento sui saperi e sul capitale umano, che è risorsa e ricchezza di una città. Il capitale umano di tutte le età.
Dai nidi alle scuole, ai centri culturali, ai centri per la formazione degli adulti. Per garantire il diritto allo studio e progetti di qualità, la partecipazione della città al progetto formativo dei suoi giovani e di chi giovane non è più.
Noi abbiamo da tempo prodotto il manifesto “Ferrara Città della Conoscenza”, è ancora lì che fa bella mostra di sé sulle pagine di questo giornale. In diversi l’hanno letto e sottoscritto. È a disposizione dei candidati che nella corsa per le prossime amministrative lo vogliano far proprio.
Ci sono scritte alcune cose importanti, che tutta la vita è apprendimento, che l’apprendimento è condivisione, è cura, è evento quotidiano gestito dalle persone.
C’è scritto che crediamo che la nostra città, per la sua tradizione e cultura, perché patrimonio dell’umanità, debba far parte della rete mondiale delle città che apprendono, essere una learning city che produce e scambia conoscenze, un luogo dove l’apprendimento è al servizio di tutta la comunità.
Ci piacerebbe abitare una città amica dell’apprendimento, una città riconoscente che celebra e festeggia quanti sono impegnati nello studio, nei saperi, nella ricerca. Una città che fa incontrare e dialogare la scuola, l’università, le istituzioni culturali, i piccoli e i grandi, gli studenti e gli adulti in una esperienza di condivisione e di interesse comune.
Parlare di cultura conduce a prospettare eventi che fanno girare l’economia della città, parlare di apprendimento e di conoscenza è più difficile. Se già per qualcuno con la cultura non si mangia figuriamoci a parlare di città che apprendono.
Eppure la conoscenza è una ricchezza che si può trasmettere senza impoverirsi ed è proprio la conoscenza, la mobilitazione dei saperi, l’investimento sull’apprendimento nelle nostre scuole, sul capitale umano che oggi può fare la differenza, perché senza la loro qualificazione, diffusione e condivisione è difficile pensare alla partecipazione alla vita della città, all’innovazione e al lavoro tanto necessari.
Tutti gli indicatori a livello mondiale oggi ci dicano che strategici sono il “knowledge management”, la gestione della conoscenza e le “knowledge cities”, le città della conoscenza.
Misurarsi con questi temi richiede cultura. Richiede la capacità di investire in saperi e formazione sempre più per tutti, trovare strategie, strumenti e iniziative per fare dell’apprendimento una condizione naturale e diffusa dell’abitare la città.
Dovremmo guardare anche ai numeri. Quanti sono i giovani della città che usciti dalle superiori si iscrivono all’università, quanto è la dispersione scolastica, quanti i laureati ferraresi. È sufficiente consultare l’Annuario Statistico Ferrarese.
Ci sono poi i muri da abbattere, prima di tutto quelli che separano le scuole e i luoghi di studio dalla città, fare della città un libro capace di offrire le sue pagine all’apprendimento, abbattere il muro psicologico per il quale esiste una età per lo studio e una per il lavoro, abbattere il muro che frantuma il sapere in apprendimenti formali, informali e non formali.
Un governo intelligente della città può fare di Ferrara una città che apprende.

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