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Progetto FERIS: non basta dire no.
Lavoriamo insieme ad una nuova idea di città

 

Con la riunione del Consiglio comunale del 12 luglio si è concluso solo il primo round relativo al progetto FERIS (Ferrara Rigenerazione Innovazione Sostenibilità), quello che mette insieme la ristrutturazione della ex Caserma di Cisterna del Follo, la creazione di un nuovo parcheggio in viale Volano e di un ulteriore ipermercato in via Caldirolo. Lo svolgimento di questo round ci dice non solo che l’approvazione di tale progetto è filata in modo tutt’altro che liscio rispetto a quanto previsto dall’Amministrazione, ma che è possibile, nei passaggi successivi, fermarlo e rendere possibile soluzioni completamente diverse.

E’ necessario lavorare per questa prospettiva, perché il progetto è radicalmente sbagliato e regressivo rispetto ad un’idea di città che guarda al futuro.

Checché ne dica l’acronimo FERIS, nel progetto non c’è nulla che parli di rigenerazione, innovazione e sostenibilità.
Tante sono le ragioni e le motivazioni di un giudizio totalmente negativo avanzate da più parti[vedi ad esempio la stroncatura di Italia Nostra]. Mi limito qui a ricordare quelle essenziali.

il nuovo Ipermercato in via Caldirolo riesce, contemporaneamente, a consumare suolo agricolo e a insistere in un’area in cui, nel raggio di poco più di 1 km, ce ne sono altri 5 per servire circa 13.000 ferraresi, con un rapporto, quasi incredibile, tra mq. di superficie di vendita e 1000 abitanti pari a 461metri quadri.

Il parcheggio in viale Volano, oltre a svalorizzare il paesaggio nel vallo murario, contraddice qualunque approccio adeguato al tema di una nuova mobilità non più incentrata sull’utilizzo dell’auto privata, nonchè di incentivazione al trasporto pubblico collettivo, che in tante città europee significa parcheggi scambiatori nelle zone periferiche e non a ridosso del centro cittadino.

la ristrutturazione dell’ex Caserma è tutta guidata da interventi, siano lo studentato, la parte di edilizia residenziale e quella destinata ad altri servizi, che, anziché guardare all’utilità pubblica, sono finalizzati alla redditività dei soggetti privati che gestiranno quelle attività.

Per farla breve, siamo in presenza di una logica, già fatta propria in altre vicende (dall’utilizzo delle piazze del Centro a quella del Parco Bassani per il concerto futuro di Bruce Springsteen), di privatizzazione degli spazi pubblici e della città. Il tutto seguendo i più classici concetti neoliberisti, a partire dal dogma di attrattività degli investimenti privati che, di per sé, produrrebbero ricchezza economica e sociale.

Il punto è che tale modello ormai non funziona più da tempo e solo fanatismi ideologici e/o interessi di natura privata impediscono di guardare in faccia questa conclamata realtà.

Sempre per stare a Fe.ris, si può dire che esso ha quasi una valenza paradigmatica rispetto all’idea di sviluppo e di città dell’Amministrazione di centrodestra: edilizia e commercio (ai quali si aggiunge il turismo come “fattore produttivo”) come volani per la crescita e il rilancio economico e sociale. Un’impostazione per lo meno datata, vecchia di decenni, e incapace di prospettare una traiettoria adeguata ai problemi di oggi. Non a caso la parte dedicata ai risultati occupazionali del progetto FERIS – 350/400 posti di lavoro strutturati in più- non è assolutamente argomentata e si presenta come stima completamente arbitraria: allo stesso modo, si poteva dire che l’incremento occupazionale previsto è di 100 unità o di 1000 unità, tanto esso è privo di qualunque analisi e approfondimento.

Dicevo in premessa che l’operazione congegnata dall’Amministrazione su FERIS non è andata come progettato. Si era pensato ad una sorta di approvazione-lampo – nel giro di una settimana il passaggio in Commissione consiliare e poi in Consiglio comunale- nel silenzio della città per poi procedere speditamente con gli altri passaggi. In realtà, il voto è stato assai risicato – 17 favorevoli e 15 contrari, con l’opposizione significativa di 3 componenti della maggioranza-, l’opposizione è riuscita, a differenza di altre vicende, a far sentire la propria voce in modo sufficientemente chiaro, si sono prodotte molte prese di posizioni di contrarietà di persone e delle organizzazioni/associazioni sociali, dalle rappresentanze dei commercianti a quelle dei sindacati, dal mondo ambientalista a importanti settori intellettuali.

Soprattutto, si è visto il Consiglio comunale affollato da tante cittadine e cittadini che, senza essere “ convocate” in particolare da nessuna organizzazione, ma spinte dalla consapevolezza dell’importanza delle questioni in gioco, segnalano una possibilità di risveglio e protagonismo delle persone interessate al futuro della città.
Sono queste le risorse su cui diventa possibile contare per fermare il progetto FERIS nei suoi passaggi successivi e invertire la tendenza negativa che lo anima. In particolare, se vogliamo provare ad arrivare lì, a mio parere è necessario avere chiaro almeno 3 ordini di questioni.

La prima, tutt’altro che banale, è che l’attuale opposizione, per essere credibile, dovrebbe riconoscere che, nella sua attività di governo precedente, anche sui temi urbanistici e di visione della città, non ha avanzato una progettualità alternativa a quella cui oggi giustamente si oppone. Certo, è intervenuta in modo meno “sgarbato”, dentro un quadro di regole fissato e non pensato di volta in volta, secondo le proprie convenienze (e quelle dei privati), ma non c’è dubbio che, per usare l’esempio dello sviluppo degli ipermercati e del rapporto pubblico-privato, anche le Amministrazioni di centrosinistra hanno guardato alla loro proliferazione come punto positivo ai fini della crescita economica e sociale.
Detto in altri termini, fa quasi ridere sentire dal sindaco Fabbri che la presenza di un nuovo soggetto privato avrebbe il merito di rompere il monopolio rappresentato dalla grande distribuzione affidata alla cooperazione amica del centrosinistra– narrazione che ricorda l’ “anticomunismo” di Berlusconi degli anni ‘90 del secolo scorso- se invece si pensa che, come è stato giustamente ricordato da Stefano Lolli, oggi operano sul territorio comunale anche Tosano, Interspar, Lidl, Aldi, Despar, Famila, Penny Market, Ecu, Eurospin, Cadoro, In’s, Conad, Carrefour, Md, Crai e Superday.

E’ proprio questo, invece, che merita una riflessione: non un’ autocritica fine a se stessa, operazione notoriamente priva di significato, ma la riconsiderazione di un approccio per cui anche il centrosinistra si è dimostrato subalterno alle logiche privatistiche e dettate dal mercato e che, oggi, come su altre questioni, il centrodestra aggrava e porta alle sue estreme e negative conseguenze.
Per esemplificare, tale riconsiderazione potrebbe partire appoggiando la battaglia aperta in città dal Comitato “Save the Park”, con l’obiettivo di far svolgere il futuro concerto di Bruce Springsteen in un’area diversa dal Parco Urbano Bassani: un tema rilevante, che parla anch’esso dell’idea di città.

Da qui si arriva alla seconda questione di fondo, e cioè al fatto di intervenire nei prossimi passaggi relativi all’approvazione di FERIS, con l’idea di farlo bocciare e iniziare a costruire un altro percorso. Altri attori dovranno pronunciarsi nei mesi a venire, dovendo modificare il Piano provinciale del commercio e produrre la variante urbanistica, a partire dalla Provincia e, se non ho capito male, dalla Regione. Detto solo come inciso, non mi dispiacerebbe capire cosa pensa in proposito il presidente della Giunta regionale Bonaccini che, per usare un eufemismo, non si è certo distinto per proporre un modello di sviluppo sociale e produttivo diverso dall’idea di pura crescita quantitativa del PIL, con quel che ne consegue.

Infine –  terzo e decisivo punto fondamentale – occorre, appunto, mettere in campo un progetto alternativo a FERIS.
Il docente di urbanistica Farinella, nei giorni scorsi, ha ricordato come diverse città hanno organizzato gli ‘Stati generali’ per discutere gli obiettivi di fondo del futuro urbanistico della città. Dubito che quest’Amministrazione sia interessata a farlo, visto come ha proceduto in questa vicenda, tutta costruita per silenziare la città.
Mi sento, però, di riprendere lo spirito della proposta: si potrebbe pensare di dare vita ad una sorta di ‘Stati generali dal basso’ per dare voce a tutti i soggetti – cittadini, associazioni e organizzazioni, intellettuali, esponenti politici – che si oppongono a FERIS ed elaborare, in modo partecipato, un’ipotesi alternativa ad esso, come premessa per impostare un nuovo ridisegno della città. Penso valga la pena ragionarci sopra.

Se non l’hai ancora fatto, puoi  leggere e firmare la petizione popolare SAVE THE PARK che ha già superato le 23.000 firme [la trovi Qui]

Il Sindaco, Naomo e il cavallo di Caligola

 

Una delle vicende di folklore che accompagnano la storia degli imperatori romani riguarda Caligola, che fu ad un passo dal nominare console il suo cavallo prediletto, Incitatus. Si narra che Incitatus fosse nutrito a frutti di mare e pollo, coperto di porpora e pietre preziose e che dei servi si dedicassero esclusivamente a lui; che vivesse in stalle di marmo con mangiatoie d’avorio. Che mangiasse spesso alla stessa tavola dell’imperatore e, quando Caligola brindava in suo onore, il resto dei commensali dovesse fare lo stesso se non voleva essere ucciso.

Del vice sindaco di Ferrara avevo scritto una volta sola su Ferraraitalia [Vedi qui]
Mi ero ripromesso di non farlo più, per non alimentare nel mio piccolo l’amplificatore mediatico di vaccate che ha condotto la fama di costui fino alle pagine della cronaca anglosassone e transalpina. Una trappola, un cortocircuito dell’informazione nel quale sono caduti tutti, ognuno conferendo il proprio mattoncino nella costruzione del personaggio di Naomo, in una ingenua, dissennata e collettiva eterogenesi dei fini.

Ho cambiato idea. Il potere consegnatogli a Ferrara non ha solo a che fare con una (abile) strategia di comunicazione, basata sullo spregiudicato sfruttamento del potenziale dei social media, evoluzione trash ma poderosa della “società dello spettacolo” di Guy Debord. Ero convinto di questo, fino a quando l’imbarazzante sequela di fatti che lo coinvolgono non è diventata direttamente proporzionale all’accumulo crescente di cariche e deleghe amministrative nelle sue mani. Anzi, più aumentano le magagne che lo vedono protagonista, più aumenta il credito ed il potere che il Sindaco stesso gli concede. E’ per questo che, rispetto a un anno fa, la mia visione è cambiata: fino a un anno fa, potevo pensare che le mille preferenze ricevute per la sua cafona ma efficace strategia comunicativa fossero un credito politico che Alan Fabbri dovesse saldare; che saldarlo facendolo diventare vice sindaco fosse anche una mossa astuta, secondo la regola per cui, se dai una carica importante al clown del paese, negli spettacoli farà ridere per te: se lo tieni fuori, negli spettacoli potrebbe far ridere contro di te.

Invece mi sbagliavo. Non è solo questo, non può essere solo questo. Il curriculum del soggetto in questione, notorio al punto da renderne stucchevole la ripetizione, si è arricchito di due nuove recenti tacche. La prima: ha minacciato di togliere ad una storica cooperativa di servizi alla persona la possibilità di continuare a lavorare con il Comune di Ferrara, se la Coop stessa non si fosse liberata di un suo dipendente, reo di avere pubblicamente criticato la figura di Lodi. La seconda tacca è sulla bocca di tutti da alcuni giorni: le lettere anonime di minaccia arrivate a Lodi erano scritte in casa, fabbricate e spedite nientemeno che dalla sua fedelissima Rossella Arquà, (ex) responsabile organizzativa della Lega provinciale, alla quale, dopo la scoperta (divenuta immediatamente una ammissione perchè le indagini della Digos, evidentemente, mostravano già l’inequivocabile), un solerte presidente del Consiglio Comunale, tal Poltronieri, fa firmare delle precipitose dimissioni da consigliera comunale “in itinere”, lungo la strada, vicino ai bidoni della spazzatura di via Spadari.

A questo punto ci sono diversi derivati giudiziari del filone principale di indagine, compresa la liceità di dimissioni carpite in tale modo. E possiamo stare certi che sul fronte giudiziario ne vedremo delle belle, visto che la Arquà ha appena nominato come suo avvocato Fabio Anselmo, legale anche dell’altra ex consigliera della Lega Anna Ferraresi, la prima ad essere imbrattata dalla macchina del fango leghista in salsa ferrarese. Peraltro, Arquà stessa ha affermato: “Finché il vicesindaco Naomo Lodi continuerà a mantenere il suo ruolo istituzionale, non vedo il motivo per cui io debba lasciare il Consiglio comunale”, frase che non ha bisogno di essere interpretata.

Dell’aggiornamento dei casellari si occuperanno il Tribunale, gli avvocati ed i cronisti di giudiziaria. Un cittadino ha invece il diritto di occuparsi del rapporto tra il Sindaco e il suo vice, quando rileva che l’anomalia supera il livello di guardia. Sul sito del Comune [Vedi qui] è possibile leggere quante e quali sono le deleghe conferite a Lodi, di professione barbiere: Sicurezza, Protezione Civile, Frazioni, Mobilità, Urbanistica, Edilizia, Rigenerazione Urbana, Palio. All’atto del conferimento delle due ultime deleghe all’edilizia e all’urbanistica, il Sindaco Alan Fabbri ha spiegato: “poiché Lodi è già incaricato per la mobilità e le frazioni, potrà aggiungere a queste due settori coerenti, che gli consentiranno di avere una visione di insieme sugli aspetti riguardanti la progettazione ‘logistica’ dell’intero territorio”. Il Sindaco di Ferrara ha fatto questo nella città di Biagio Rossetti: sarebbe come se la municipalità di Barcellona affidasse la manutenzione delle opere di Gaudì ad un venditore di tapas.

Nemmeno per se stesso Alan Fabbri ha riservato deleghe di tal numero e rilievo: ha infatti Sanità, Agricoltura, Affari Generali, Affari Legali, Relazioni Istituzionali, Comunicazione. Nemmeno Vittorio Sgarbi, assessore alla cultura di fatto, presidente di Ferrara Arte, l’uomo al quale, piaccia o non piaccia, si deve la attuale politica culturale di Ferrara, ha in mano tanto potere quanto Nicola Naomo Lodi. La domanda sorge spontanea: perchè?

Alan Fabbri aveva una sua reputazione. La sua figura di amministratore, assoggettabile a critiche come quella di chiunque faccia quel mestiere, era però ben distinta da quella del suo vice sindaco, un’altra categoria in termini di capacità amministrativa e decoro della funzione. Le elezioni sono ormai abbastanza lontane per considerare assolto un debito di gratitudine nei confronti del (piccolo) accumulatore di preferenze Lodi, il cui modo di interpretare il ruolo sta travolgendo la reputazione di Alan Fabbri. Eppure lo stesso Fabbri non solo non se ne cura, non solo non ne prende le distanze, ma addirittura continua ad assommare poteri in capo al suo vice, oltre a mostrare un palese nervosismo nei rapporti con la stampa (non riesco a definire in maniera più eufemistica la condotta di un sindaco che, parole del direttore di estense.com Zavagli, gli telefona di notte per insultarlo).

Alan Fabbri non sembra libero. Ormai lui e il suo vice sono accomunati dalla medesima reputazione istituzionale, ma lui non fa nulla per liberarsi del fantasma che lo sovrasta, e che sta trasfigurando anche la sua immagine. Credo che i cittadini ferraresi abbiano il diritto di sapere come stanno le cose. Non c’è bisogno di arrivare al commissariamento di un Comune per fare strame del decoro di un’istituzione, e questo purtroppo sta già avvenendo. Ci auguriamo che Fabbri non voglia essere ricordato, come successe a Caligola, per l’idolatria verso il suo cavallo.

Cover: elaborazione di Carlo Tassi

Il nuovo piano enigmistico ferrarese

Ieri sera decido di andare a mangiare una bella cotoletta da Settimo con mia moglie. La più buona cotoletta di Ferrara la fanno proprio lì, te la portano nel piatto con una valanga di patatine fritte e uno spicchio di limone. Una sottile spianata di carne di vitello avvolta da una panatura dorata e croccante che un piatto da pizza a malapena riesce a contenere.
Abbiamo prenotato e, tranquilli e beati, attraversiamo il centro a piedi diretti sul posto e già m’immagino il momento del primo boccone.
Dal listone c’inoltriamo in via Cortevecchia e lì vediamo poco distante il dehor con tutti i tavoli già occupati dai clienti. Sfuma l’idea di trovare un posticino all’esterno. Pazienza, l’importante è sedersi e mangiare senza aspettare troppo.
Fatte poche decine di metri, sbuchiamo nella piazzetta e… il boccone immaginario di cotoletta mi va di traverso!
Cristina mi guarda e serenamente mi chiede: “Tu che sai tutto, che cos’è?”
“È… dunque… credo che sia… dovrebbe essere…”
Il boccone di traverso, l’inaspettata geometria bidimensionale sotto i nostri piedi, lo sguardo perplesso di mia moglie su di me. La mia fantasia è presa alla sprovvista ma non posso deludere la sua fiducia.
“Dev’essere senz’altro il nuovo piano di decoro urbano, minimalista e geometrico, con un chiaro riferimento al neoplasticismo di oltre cent’anni fa…”, parlo a braccio, improvviso, non ho la minima idea di cosa sia ‘sta roba.
Ma tanto basta. Cristina fortunatamente m’interrompe: “Aspetta… muoviamoci che s’è liberato un tavolo!”
“Ok, andiamo prima che si sieda qualcuno!” mi affretto a dire.
Il rebus della piazza sistemata come fosse un cruciverbone rimane irrisolto, ci sarà modo di capirci qualcosa, magari quando avremo la pancia piena…
Intanto, cara cotoletta, a noi due!

DIARIO IN PUBBLICO
Del bello e del brutto nella lingua e per le strade

In un buffo gioco condotto sulle pagine di fb cercavo d’individuare oggetti, luoghi, situazioni, ma soprattutto le parole che li descrivono, decisamente insopportabili. Si è giocato specie con quelle parole che, tradotte da una lingua della tecnica come l’inglese, producono risultati da brivido: da ‘ciattare’ a ‘performante’, da ‘endorsement’ fino all’uso divenuto comune di parole difficili come ‘pervasivo’.
Gioca che ti gioca si arriva a situazioni, mode, atteggiamenti e cure del corpo che producono un mio disperato rifiuto: dalla barba, barbona, barbetta, come segnale di essere alla moda, agli sciarponi che ti eliminano il collo, all’eterno uso dei tattoo molto amato dagli unici divi che in questo terribile momento storico-politico superino ancora la prova della popolarità: vale a dire i calciatori, modello epico insostituibile nell’immaginario (eccolo!) popolare.
Mi ritorna in mente, non ‘bella come sei’, ma il discorso che si svolge nella pubblicità televisiva fra signore che si raccontano all’ora di pranzo la qualità preziosa dei loro pannoloni/pannolini che non lasciano odore o bagnaticcio. Avete in mente lo sguardo d’intesa delle sdegnose modelle che reclamizzano i profumi, che lanciano tremende occhiate di fuoco promettendo il paradiso per poi rifiutare il contatto, loro, le divine, mentre una secca voce racconta la marca del profumo in un francese anglicizzato?

Cosi trascinandomi stancamente nel mio doveroso status di casalingo per caso e riguardando con occhio distaccato le meraviglie mangerecce e vestimentarie esposte nei mercatini natalizi mi trovo a ragionare ‘così per non morire al primo incontro’ dei luoghi esteticamente più brutti della città delle cento meraviglie, tenendo presente quello che il genio assoluto dell’architettura contemporanea, Renzo Piano, ha confidato a ‘La repubblica’ su cos’è un museo o una mostra; lui che ha costruito il modello straordinario del Beaubourg per tutto quello che verrà dopo. Un museo o una mostra rovinati e distrutti dai selfie.
Orbene, ma è ormai situazione storicamente accertata, Ferrara ha luoghi specifici nella loro bruttezza che possiedono la capacità malvagia di distruggere quel patrimonio estetico fondamentale della perfetta urbanistica di una città il cui centro è patrimonio dell’umanità. Sono le torri del grattacielo o il palazzo degli specchi, ma anche luoghi apparentemente segreti che, come uno schiaffo in faccia (un’attività che riesce molto bene ai miei concittadini), producono danni estetici terribili.
Nel mio quartiere c’è una chiesa non agibile che da molti decenni è chiusa. Una facciata neo-gotica, un interno senza pretese, ma dignitoso. Fino all’anno scorso un piccolo sagrato accompagnava il non esaltante complesso. Sant’Antonio Abate un tempo richiamava folle di persone che facevano benedire i loro animali all’interno di un quartiere che si concludeva con la piazzetta resa famosa dal film di Visconti ‘Ossessione’. La novità che ha reso quell’angolo un vero obbrobrio estetico è stata trasformare il sagrato in una specie di piazzetta minacciosamente chiusa da paracarri e illustrata da un enorme vaso quadrato in cui svetta un alberello striminzito probabilmente morto. La pietas del vicinato ha addobbato quel moncherino d’albero con alcune palline natalizie che forse non esistono più nemmeno in villaggetti sperduti della campagna ferrarese rendendone ancor più obbrobriosa la vista. Non siamo nei brutti quartieri di periferia, ma in pieno centro storico. Il gusto del ferrarese per adottare situazioni urbanistiche di dubbia qualità estetica rimbalza dalla Galleria Matteotti alla revisione di san Romano fino al disastro di Piazza Travaglio. Così ci s’ingegna a correggere ciò che con entusiasmo si era tentato di costruire. Un ‘crossover’? Non lo so.

Eppure la bellezza offesa potrebbe risollevare il capo e proporre nuove soluzioni e nuove scelte. Basterebbe avere più coraggio e forse più attenzione. Così, non per infierire sulla parola ormai esecrata da tutta la città: calotta. Ovviamente della spazzatura. Perché posizionarla in via Mayr davanti a una celletta religiosa?
Certo si fa presto ad emettere giudizi che, lo capisco, s’imperniano su una paroletta che propone esecrabili pensieri: bellezza.
Bellezza non è un fatto, né una condizione. E’ una verità o meglio una virtù. Resa impronunciabile da chi non appartiene a quella sempre più esigua schiera di ‘radical chic’ presi nelle loro utopiche prestazioni lontane dai ‘fatti’ che tutti ormai chiedono: dai politici, ai giornalisti, dai manovratori del vapore, costruttori ed edili, alle associazioni spesso definitesi da loro stesse culturali.
Bellezza dovrà essere sacrificata perché così la storia ha deciso. Non c’è più posto per l’assioma platonico del bello=buono.
Così ‘ciatteremo’ ancora una volta predicando una virtù astratta che al di là dei ‘like’ non ha più diritto di cittadinanza.
Ferrara: esempio di ciò che accade in tutte le città dal Nord al Sud.

Una magnifica linea retta tra il Castello Estense e la Porta degli Angeli…

di Francesca Ambrosecchia

Sono in piedi e nell’attesa, appoggiata alla bicicletta, mi guardo un po’ intorno. Di fronte a me c’è la facciata di un palazzo, una dimora sicuramente storica. A destra, girandomi, vedo il Castello Estense mentre a sinistra la strada ciottolata prosegue in tutta la sua lunghezza fino, lo so anche se non le vedo, alle mura cittadine.
Mi trovo nella strada più celebre di Ferrara, dove i palazzi rinascimentali fissi gli uni agli altri piano piano si diradano, facendo spazio a case con giardini ampi. È Via Ercole I d’Este che fu progettata da Biagio Rossetti per volere proprio del duca Ercole, e che è parte dell’opera urbanistica nota col nome di Addizione Erculea.
Le due file di pioppi, spostandosi verso le mura, trasformano la strada in un viale che sembra situato fuori dal centro città. Ci stanno indicando la via per le mura, per la zona verde che circonda le abitazioni cittadine, fino ad arrivare alla celebre Porta degli Angeli, dal nome precedente della via stessa.
Le bellezze architettoniche che si possono ammirare durante il lungo tragitto sono numerose: sulla via si trovano, tra gli altri, il Palazzo dei Diamanti, Palazzo Gulinelli, una delle entrate del Parco Massari e la sede del Dipartimento di Giurisprudenza.

Ferrara bollente, ma ogni albero vale cinque climatizzatori

Ferrara bollente. La settimana scorsa la città estense è salita alla ribalta delle cronache nazionali, in quanto città più calda d’Italia con temperature percepite di 49 gradi. Un po’ di pioggia ha portato temporaneo sollievo, ma ora il record rischia di fare il bis: bastano alcuni giorni di cielo sereno e le temperature aumentano a dismisura con l’aria che si fa irrespirabile. Chi alle due del pomeriggio si trova ad attraversare una strada assolata della città è a rischio di svenimento, i benefici di un temporale si annullano nel giro di pochi giorni e il calore torrido è in continua risalita. Oltre ai fattori climatici stagionali, si aggiunge il contributo negativo di condizionatori che riversano ulteriori soffi roventi e di quegli autobus e automobili in moto perpetuo, che anche durante le soste buttano fuori smog, caldo, rumore.

Ma cosa si potrebbe fare?

Alberi e prati ferraresi rivelati dalla manifestazione InternoVerde

IL VERDE. Piante, alberi e prato sono gli unici produttori naturali di fresco nonché consumatori di anidride carbonica, ma anche abbattitori di benzene, polveri sottili e tutte quelle brutte cose che sappiamo purtroppo di stare respirando. Ogni albero – rivela una ricerca del Cnr di Bologna –  rinfresca come cinque climatizzatori in azione, senza peraltro consumare energia né generare altro calore. In questo senso sarebbe cruciale una cultura urbanistica mirata a favorire e valorizzare la diffusione delle piante in punti strategici della città. Qualche giorno fa Flavia Franceschini – guida turistica, artista e osservatrice attenta della città – segnalava un progetto dello studio Boeri per portare più verde sui tetti e intorno al Policlinico di Milano osservando con ironia: “Ecco, come a Cona! (dove tengono potati a forma di palla gli alberelli del parcheggio, paura che facciano troppa ombra?)”. In effetti andando all’ospedale cittadino trasferito nel paese di Cona, si può osservare la chioma di quegli alberi, potati come se fossero lampioni ornamentali anziché organismi viventi e ombreggianti. Lo stesso arboricolo rispetto serve alla cura del verde lungo le strade e nelle aree verdi della città. Alberi da fare crescere, curare, valorizzare.

Ciclabile di Rampari San Paolo all’incrocio con corso Isonzo a Ferrara

SMOG E POLVERI SOTTILI. Per quel che riguarda auto, corriere e bus fermi con il motore acceso, servirebbe la scelta della polizia municipale, di applicare quello che il codice in effetti prevede: sanzioni, o magari inizialmente una campagna di avvertimento, per automobilisti e guidatori di mezzi pubblici in sosta con il tubo di scappamento in azione. L’obbligo che i veicoli abbiano il motore spento durante la sosta è infatti previsto dal ‘Nuovo codice della strada’. Un ulteriore passo avanti di impatto più duraturo lo porterebbe un incentivo dei mezzi di trasporto elettrici con apposite scelte di politica amministrativa. Come cambierebbero frastuono e traffico nel centro storico, ad esempio, se pian piano si riservassero i permessi di transito e sosta a veicoli silenziosi e non inquinanti. Scooter porta-pizza, taxi, autobus e magari anche auto autorizzate non sarebbero più elementi molesti e puzzolenti, ma mezzi in armonia con l’atmosfera di una città che è antica e orgogliosa sostenitrice dell’uso delle biciclette. Un passaggio graduale che incoraggerebbe i cittadini e gli esercenti ad avere veicoli più compatibili con ambiente e persone, che comunque nel tempo compenserebbero anche i proprietari in termini di economia dei consumi.

Via Saraceno, a Ferrara, riasfaltata

QUANTO ASFALTO. La cultura del verde si sposa idealmente con la volontà di ridurre la copertura di asfalto e cemento. Ogni volta che ci sono strade da rimettere a posto o da mettere a nuovo, perché non cercare di farle preferibilmente in ghiaia, ciottoli, pietra che – oltre a essere esteticamente più belle – non trattengono il calore e lasciano assorbire l’acqua dal terreno, prolungando l’effetto rinfrescante delle piogge e favorendo un drenaggio naturale?

BIAGIO ROSSETTI DOCET. Ferrara è indicata da addetti ai lavori, architetti e storici come un modello urbano, grazie alla progettazione messa a punto oltre 500 anni fa da Biagio Rossetti. L’architetto rinascimentale ha progettato l’espansione della città, badando bene a riservare vere e proprie porzioni di campagna dentro le mura cittadine e poi parchi, giardini, orti, addirittura piccole porzioni di bosco come parte dell’urbanistica. Anche per questo Ferrara ha ottenuto dall’Unesco il riconoscimento di ‘patrimonio dell’umanità’, come prima città moderna d’Europa: per il suo tracciato di strade basato sullo schema romano (il cardine che si incrocia ad angolo retto con il decumano) e poi per questa impostazione così lungimirante, dove le piante sono parte e completamento dell’urbanizzazione. Molto è stato distrutto, disboscato, edificato. Che bello che ci fosse una politica attenta a ricostruire quel verde, a valorizzare quanto è rimasto, a potenziarlo, incentivarlo in modo sistematico.

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Area verde pubblica compresa fra il quartiere Barco e via Padova

Una volta, ad esempio, c’era il Barco che non era mica un quartiere così, di periferia, ma un Parco, perché “questo è il significato antico della parola Barco” – spiega Francesco Scafuri dell’ufficio Ricerche storiche del Comune – e questo ha avuto in mente Manfredi Patitucci, progettista di giardini, quando pian piano qualche anno fa ha avuto l’idea e la costanza di rimboscare una parte di quell’area. Insomma, questa strada di cura e ricostruzione verde potrebbe essere una celebrazione autentica di Biagio Rossetti, non in termini di rievocazione di figura vecchia e polverosa, ma come maestro illuminato a cui guardare, di cui far vivere la lezione più che mai attuale, dove il bello va a braccetto con ecologia, ambiente, amore per la natura e per l’umanità che ci sta in mezzo (e non solo per chi ha la fortuna di avere un bel giardino privato). Una città verde, bella e buona, più salubre e fresca. Una Ferrara da sogno, che sarebbe bello realizzare.

BORDO PAGINA
Lezioni dalla fine del mondo: benvenuti a Zombie-City

A cura di E. J. Pilia, anche D Editore e A. Melis, architetti e neosituazionistici, nel panorama ciberculturale contemporaneo si distingue (tra altre ovvie notevoli produzioni), questo singolarissimo e avveniristico: “Lezioni dalla fine del mondo. Strategie urbane di sopravvivenza agli zombie e alla crisi climatica” (D Editore, Roma). Il testo si avvale dei contributi scritti e teorici degli stessi architetti d’avanguardia, sociofuturibili e anche a volte docenti in varie università anche internazionali: ovvero:
Oltre a Emmanuele J. Pilia e Alessandro Melis, rispettivamente con “Cronache dalla fine del mondo” e “Progettare la fine del mondo” + il comune epilogo di “Zombiecity”, Emilio Josè Garcia (un testo omonimo del titolo parzialmente, “Lezioni dalla fine del mondo”, quasi una introduzione), Massimo Gasperini (“Città dalla fine del mondo”) e Paola Leardini con “Proposte dalla fine del mondo”, quasi un epigologo futurpragmatico: il tutto corredato e potenziato dai contributi grafici e visivi di altri architetti, progetti vari selezionati, quali B. Suen, B. Liang, D. Wilson, E.E. Seo, K. Mann, L. Kheir, M. Patelm P. Ang, T. Anyal.

Appunto, gioielli anche estetici iper-eco modernistici di urbanistica architettonica destinata a creare isole come specie di colonie o sonde spaziali sulla Terra per piccole medie grandi comunità (se non città) di sopravvissuti alla crisi della civiltà moderna attuale, postapocalittico non solo postnucleare e non solo immaginario; anche degenerazioni della specie, leggi Zombie in senso di figura specchio sfondo o iconica, vuoi semplicemente per certi supposti radicali Global Warm e crisi ecologiche prossime venture: Future e City House originali con incluse fin dalla ubicazione privilegiata nel vecchio tessuto urbano o persino in isole più o meno remote vere e proprie strategie difensive e protezione complesse, coinvolgenti le intere aree prescelte, riformattate in tal senso.
Il libro è una affascinante sorpresa: è un canto del cigno della storia modernista pur gloriosa e utopica anche nelle metacittà poi sorte, bene o male, metropoli incluse, al passo con la fine della Struttura proclamata da certa matrice squisitamente postmoderna e già postumana e ecoterrestre. Sia la dimensione conoscitiva che progettuale oscilla con infinite sfumature e nessuna dissolvenza tra fantascienza e urban Philosofy, moltissimi i rimandi sia all’immaginario diretto (leggi icone Zombie) dei vari Romero, sia a certo archetipo fantastorico, da T. More a Orwell, sia ai modernissimi oltre… Derrida, Ballard, Baudrillard, Virilio, Debord e a famosi architetti del Novecento e primo duemila.
“Lezioni dalla Fine del mondo…” si legge quindi come una previsione futurologica ma anche come romanzo di fantascienza sociale purtroppo o per fortuna verosimili, testimoniando nonostante tutto e pure paradossalmente, la forza ancora in fondo “infantile” ma sublime e potente della conoscenza scientifica e delle tecnologie mentali e congetturali anche per estreme resistenze per il futuro dell’umanità, minacciata da regressioni varie eco-sociali se non persino biopolitiche.
In tal senso, come opera aperta, off topic rispetto al libro che ne accenna o parla solo tacitamente o lateralmente, tali strategie anti Zombie (in senso ermeneutico e simbolico), gli scenari immateriali e materialissimi, innovativi e ecosostenibili sia per la Natura che per gli Umani, potrebbero benissimo essere ad hoc anche per eventuali minacce meno endogene, leggi invasioni di alieni pericolosi o degenerazioni islamico radicali, dando retta a orizzonti molto discussi, ma non esorcizzabili, dallo stesso scrittore futuribile Houellebecq. Oppure in tal senso meno radicale, tracce di nuove strategie urbane per pilotare anche in chiave difensiva, non solo d’integrazione, la cosiddetta sfida epocale multietnica, contradditoria in termini di progresso della civiltà.

Info:
http://deditore.com/prodotto/lezioni-dalla-fine-del-mondo/

Come cambia la città del futuro: l’Italia, un interessante banco di prova

di Marco Mari

Casa, dolce casa
Comunemente il concetto di casa è associato a valenze positive, soprattutto nella cultura italiana, possedere la propria abitazione è da sempre un valore che va ben oltre il pur importante aspetto economico. Ma siamo in presenza di una evoluzione economica, tecnologica e culturale senza precedenti.
Proprio le nuove tecnologie, si pensi anche a una semplice termocamera, stanno portando a una maggior consapevolezza sul reale funzionamento e sugli impatti di quel sistema sempre più complesso e monitorato che chiamiamo edificio. Uno degli aspetti che tra i primi è emerso nella percezione collettiva è quello economico. La percezione del costo di mantenimento per i consumi di acqua, luce e gas sta sempre più incidendo nel bilancio economico di fatto favorito dalla attuale crisi. Basterà a tal fine ricordare che considerando la totalità dei costi di un edificio nel suo intero ciclo di vita, ben l’80%, è imputabile ai costi di gestione e che, anche solo usando le tecnologie collaudate e disponibili in commercio, il costo per il consumo di energia può essere ridotto dal 30 all’80% e quello per i consumi di acqua fino al 40%. Ma non è tutto, gli aspetti finanziari da soli non sono sufficienti per comprendere una crisi che è ben più ampia e riguarda ben altre risorse.
Più di recente la terra, anche per i movimenti tellurici, ha riportato al centro dei nostri pensieri vecchie preoccupazione per i cambiamenti climatici e la relativa scarsità di risorse ambientali. Parimenti, la consapevolezza dell’impatto degli edifici sugli aspetti che governano tali equilibri, e viceversa, si è fatta strada. Se ne sono accorti anche a COP21, che per la prima volta ha aperto un tavolo dedicato alla filiera dell’edilizia, il “Buildings Day”.

Edifici, problema o opportunità?
Gli edifici utilizzano circa il 40% dell’energia mondiale, il 25% di acqua globale, il 40% delle risorse globali, ed emettono circa 1/3 delle emissioni di gas serra – dichiara l’UNEP (United Nations Environment Programme environment for development). Inoltre, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’incremento delle patologie allergiche e dell’asma è direttamente correlabile a fenomeni di urbanizzazione ed alla crescente tendenza delle popolazioni occidentali a vivere gran parte del tempo in ambienti chiusi. Secondo dati ISTAT del 2009 in Italia le malattie respiratorie, dopo le malattie cardiovascolari e neoplastiche, rappresentano la terza causa di morte.
Non bastasse ciò, aggiungiamo quanto ai recenti terreoti, ci accorgiamo immediatamente delle vittime che potevano essere evitate, ma l’amarezza aumenta quando consideriamo che in assenza di una politica di prevenzione, scopriamo che tra il 2010 e il 2012 sono stati spesi più di 3 miliardi e mezzo all’anno per i terremoti e per la riparazione dei danni e che dall’immediato dopoguerra ad oggi sono stati spesi più di 180 miliardi.

Non credete sia il caso di realizzare un serio piano di prevenzione?
Dunque siamo nella necessità di dover affrontare molti aspetti, ma quale per primo? Probabilmente il tema vero è proprio un cambio di passo sulle politiche della prevenzione. Seppure l’attuale Governo ha iniziato ad attuare alcune politiche, il progetto “Casa Italia” ad esempio, è chiaro che ancora non ci siamo, si tratta di uno sforzo mirato a una gestione dell’immediato e focalizzato sulle criticità più evidenti. Serve affrontare il problema ambientale, trasformandolo in una opportunità e iniziare a diffondere in modo concreto una cultura della prevenzione che non sia preda delle priorità contingenti o delle paure, ma sia frutto di una analisi oggettiva, lucida, ma soprattutto sistemica.
È necessaria una vera e propria ridefinizione delle politiche finalizzate al bene comune che deve essere progettata partendo proprio da una profonda conoscenza del territorio. In primo luogo ascoltando le istanze dei cittadini, coinvolgendoli in un processo di ascolto e analisi partecipata, poi mappando i rischi ambientali, ricordandosi che non esiste solo il terremoto, ma anche i rischi idrogeologici, o altri come ad esempio la presenza di radon (gas cancerogeno che esala dal terreno). Dunque il primo punto è legato alla conoscenza, perché senza un’analisi completa si rischia di fornire soluzioni parziali, non sistemiche e aggiustare una parte peggiorando l’altra. Un ulteriore tema è legato alla finanziabilità delle opere ed al relativo reperimento di risorse: si può iniziare integrando quanto già esistente, fornendo gli attuali strumenti di finanziamento (sismico, idrogeologico, efficientamento energetico) in modo da supportare e valorizzare quegli interventi che affrontano in modo integrato, olistico, il “sistema edificio”. Altro ingrediente di una pianificazione integrata è la definizione di uno sforzo congiunto per una “formazione diffusa”, che permetta agli attori (RUP, progettisti, costruttori, etc.) di poter operare in modo trasparente e corrente. Infine, serve ricordarsi che l’ambiente costruito ha un sostanziale impatto sull’ambiente ed oggi il pianeta, in senso letterale, richiede strategie ambientalmente, socialmente ed economicamente sostenibili.
Mi piace a tal fine ricordare quanto già scriveva, non molto tempo fa, la persona che più ha influito sulla community italiana dell’edilizia sostenibile, Mario Zoccatelli: “Un piano nazionale per la riqualificazione edilizia e urbana non può infatti essere concepito come un semplice dispositivo amministrativo accompagnato da qualche incentivo finanziario. Come già evidente in alcuni paesi. In tal senso, riteniamo la sostenibilità come una visione d’insieme dell’economia e del vivere; per quanto riguarda l’edilizia, è una prospettiva di medio‐lungo periodo che coinvolge la cultura dei cittadini e degli operatori, i sistemi tecnici, quelli produttivi, quelli economici e finanziari, nonché leggi, regolamentazioni, ruoli delle istituzioni.”

Il Green Building: un trend in crescita a livello mondiale
In questo contesto, qualsiasi piano l’Italia o i singoli territori andranno a definire, non ci si può scostare dalle principali prassi consolidate a livello internazionale, per dirla con le parole di un altro caro amico e maestro, Andrea Cirelli, “non ci si può reinventare l’acqua calda”. Serve legare l’azione alla innovazione e ai nuovi approcci alla sostenibilità. In tal senso il mercato internazionale, e più timidamente quello nostrano, hanno già definito la traiettoria. La rapida diffusione dei diversi protocolli di certificazione di sostenibilità degli edifici sta infatti trasformando radicalmente la domanda di materiali, sistemi e tecnologie per l’edilizia. Gli studi internazionali relativi ai trend di crescita del settore delle costruzioni sostenibili parlano di un incremento del mercato di dati senza precedenti:
1 – 462 milioni di metri quadrati di edifici certificati con i principali protocolli internazionali (LEED, BREEAM, GREEN STAR)
2 – 1,5 miliardi di metri quadrati di edifici attualmente in corso di certificazione
3 – 960 miliardi di dollari di investimenti previsti entro il 2023 per la riqualificazione sostenibile del costruito
4 – 70% di incremento del mercato globale del green building entro il 2025
Ulteriori studi effettuati negli ultimi dieci anni, soprattutto sulla base dei dati raccolti da edifici realizzati negli USA per edifici certificati secondo i protocolli LEED, hanno dimostrato che gli edifici “verdi” tendono ad avere maggiore valore patrimoniale rispetto agli edifici tradizionali.
Inoltre, sono a loro volta collegati con vari vantaggi oltre quello del risparmio energetico, tra i quali la salubrità degli ambienti abitati, la valorizzazione della bonifica del terreno (quando necessaria), la riduzione dei consumi di acqua, la gestione dei rifiuti (sia in fase di cantiere che di gestione dell’immobile), l’accessibilità e i trasporti, l’assetto idrogeologico, la biodiversità, la qualità economica e sociale, le logiche di circular economy e di sharing economy.
Ulteriori vantaggi sono direttamente collegabili alla creazione di nuove professionalità legate al green building, sopratutto nei casi in cui le città si impegnino in programmi di riqualificazione.

L’ Italia? Un interessante laboratorio
L’Italia costituisce, sotto questo profilo, un formidabile banco di prova per quanto riguarda la capacità di raccogliere le sfide che attendono l’economia mondiale nei prossimi decenni. Un settore edilizio dove ancora oggi la quantità fa premio alla qualità, un territorio tradizionalmente “sfruttato” più che pianificato, un patrimonio paesaggistico, naturalistico, culturale ed artistico che, nonostante tutto, continua a rappresentare un asset di primaria importanza a livello mondiale; ma anche una tradizione architettonica e ingegneristica che affonda le radici nella storia antica, un tessuto economico e produttivo che, nonostante la lunga crisi, vede tuttora la presenza di esperienze pilota e di eccellenza.
Anche per il quadro normativo nazionale ci sono interessanti novità in costante evoluzione, come ad esempio il Piano di Azione Nazionale sul Green Public Procurement (Decreto Interministeriale 135 dell’11 aprile 2008), la legge 221 del 18 dicembre 2015 (cosiddetto collegato ambientale) concernente disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali, il Nuovo Codice Appalti (d.lgs. 18 aprile 2016, n. 50) con particolare riferimento all’ Art. 34 (Criteri di sostenibilità energetica e ambientale, nonché i Criteri Ambientali Minimi per l’edilizia (CAM Edilizia, DM 21 gennaio 2016), alla cui redazione ho fornito un piccolo contribuito in rappresentanza di GBC Italia, partecipando attivamente al Gruppo di Lavoro proponendo un approccio integrato e olistico, che consenta di valutare la sostenibilità dell’edificio in quanto struttura complessa e “progettata”, coerentemente con i principali sistemi di rating e certificazione dell’edilizia sostenibile nazionali e internazionali.
Tutto questo porta a individuare nel settore edilizio (e più generalmente nella progettazione e manutenzione dell’ambiente costruito) uno dei settori su cui puntare per una nuova economia, recuperando con il concetto di prevenzione anche quelle prassi e modalità che anticamente hanno reso il nostro Paese tra i più apprezzati al mondo, restituendo dignità a un settore edilizio, consapevolmente e decisamente orientato verso la qualità e la sostenibilità, che possa riprendere un ruolo guida.

Marco MariLaureato in ingegneria elettronica con specializzazione in ingegneria gestionale, master in sistemi di gestione della qualità, ha una ventennale esperienza nei temi della sostenibilità e della certificazione, con particolare focalizzazione nella filiera dell’Edilizia Sostenibile, su aspetti inerenti i sistemi di rating per green building, commissioning, green product, asset management, sistemi di gestione della qualità e dell’ambiente nel settore pubblico e privato.
Opera a livello nazionale e internazionale con importanti organizzazioni tra le quali Bureau Veritas come Senior Advisor; GBC Italia, già come Vice Presidente e responsabile degli schemi di certificazione (per protocolli LEED Italia NC e protocolli GBC Italia) e attualmente Membro del Consiglio di Indirizzo; Fondazione Montagne Italia, quale Membro del Comitato Scientifico; è attualmente Presidente dell’Advisory Board di Ongreening.com l’innovativa piattaforma internazionale sul green building e i green product; ha partecipando a gruppi di lavoro in ambito UNI, UNCEM, FEDERESCO, WorldGBC, USGBC, GBC Brasil, Provincia Autonoma di Trento ed altri. Recentemente ha contribuito alla definizione dei Criteri Ambientali Minimi per l’Edilizia collaborando attivamente nel gruppo di lavoro in seno al Ministero dell’Ambiente.
Nell’ambito del green building vanta una eccellente esperienza nel coordinamento di molti progetti di alto profilo, anche nel coordinamento di team di commissioning dei sistemi HVAC, nazionali ed internazionali.

NOTA A MARGINE
Antropologi, urbanisti, ingegneri, architetti, sociologi per guarire le nostre città malate

Antropologia, urbanistica, ingegneria, architettura, sociologia: unirle, shakerarle, farle interagire per generare un buon distillato di città sostenibile. Non vi è un buon architetto se un antropologo non chiarisce prima le dinamiche sociali che si svolgono all’interno degli spazi comunitari, o un buon ingegnere senza l’urbanista che preliminarmente definisca il contesto e sviluppi un piano di riqualificazione territoriale; e non c’è sociologia che possa prescindere dall’intervento umano sul paesaggio artificiale generato dal homo faber. Ecco perché queste discipline nella complessa situazione odierna hanno il dovere di incontrarsi, integrarsi e dialogare tra loro sul governo e la gestione delle città. Ed ecco perché oggi si torna necessariamente a parlare di ‘urban studies’ e di come questo settore transdisciplinare abbia bisogno – soprattutto in Italia – di affermarsi. Transdisciplinare ma anche inter-dipartimentale, poiché i professionisti che nel Ferrarese operano in questi ambiti vogliono dedicare proprio agli urban studies un centro di ricerca che coinvolga, appunto, più dipartimenti accademici. La volontà c’è, il difficile arriva quando subentrano resistenze di varia natura che rendono difficile il riconoscimento istituzionale di questa materia.

Attorno a questa volontà e per fare il punto della situazione circa il dialogo sugli urban studies in Italia si è tenuta nel pomeriggio una department lecture, organizzata dal docente di Unife e direttore del laboratorio di Studi urbani Giuseppe Scandurra, il quale ha moderato gli interventi di Carlo Cellamare (ingegnere urbanista, docente all’Università di Roma), Romeo Farinella (architetto urbanista, docente all’Università di Bologna), Ferdinando Fava (antropologo e docente all’Università di Padova) e Alfredo Alietti (sociologo e docente all’Università di Ferrara). Una platea di ospiti eterogenea e adatta per gettare le basi verso un più ampio confronto tra le parti possibile, difficile ma quantomai necessario.

Ad analizzare il perché in alcuni Paesi si parla tranquillamente di urban studies mentre in altri ciò incontra molte più difficoltà è Farinella, affermando come “tra i vari Paesi dell’Occidente le tradizioni delle varie discipline sono sensibilmente diverse. Studiare architettura in Italia e in Francia per esempio è molto differente e questo fa sì che subentrino difficoltà nell’avere una visione condivisa. A differenza di altri infatti – ha continuato – gli architetti non amano la partecipazione”. Termine questo, ‘partecipazione’, che Cellamare considera “uno slogan pericolosissimo e da usare con attenzione, poiché per applicarla ci vuole una politica illuminata e per questo rimane cosa molto rara” e che fa segnare oggi, in Italia, una inesorabile inversione di tendenza tale che “se un tempo venivamo considerati all’avanguardia rispetto al resto d’Europa per quanto riguarda il tema della partecipazione, oggi l’interesse è veramente scarso mentre aumenta in quei Paesi dove sta avvenendo lo smantellamento del welfare state”.
Oggetti d’interesse, scale, temporalità e paradigmi di ricerca sono invece i punti di maggior distacco tra le discipline analizzati da Fava, convinto che “l’urbanista da per scontata la ricerca dell’ideale mentre l’antropologo non si pone così, ma come mero descrittore. Così facendo – ha proseguito – ci si è accorti che lo spazio costruito è stato quindi modificato e in questo modo sono nati interessi verso gli attori sociali”. Per Alietti invece “sociologia e urbanistica hanno sempre dialogato, si parlava di coesione sociale già negli anni ’30” e per questo afferma che “il problema non è il dialogo inesistente, è che il dialogo si è interrotto e da qui le difficoltà nell’istituzionalizzare i contesti e le discipline. Il dialogo quindi non deve essere solo accademico, la pluralità dei saperi tra le discipline devono convergere sugli interessi”.

Emerge chiaro e lampante che la difficoltà maggiore nell’attuazione pratica degli urban studies in Italia assume problematiche di tipo squisitamente politico: a questo proposito Farinella ricorda che “l’urbanistica è di per sé politica e applicarla in democrazia è difficile perché il ventaglio di soggetti è molto ampio, dobbiamo saper imparare a rispondere efficacemente alle domande”. A tal proposito, Cellamare parla di due problematiche principali, ovvero che “gli urbanisti stessi non sono disposti ad un dialogo e non hanno interesse ad iniziarlo ma, al contrario, ho sempre visto urbanisti avvicinarsi agli scienziati sociali ma mai viceversa”. In aggiunta Fava ricorda che “occorre spostarsi dal qui ed ora e stare molto più attenti a ciò che la città necessita davvero, poiché la complessità di quest’ultima non è riconducibile solamente ai propri interessi e per questo è necessario unire le forze”. Infine è stato Alietti ad affermare che “la politica ha perso la visione della città, impone il vuoto, il ghetto, l’esclusione” e la conferma di ciò è rappresentata dalla giunta Pisapia, la quale “non è mai stata in gradi di dare una indicazione, una idea su come riformulare la periferia”.

Innovazione, dialogo e buona politica: sono questi quindi gli ingredienti fondamentali per far (ri)emergere gli urban studies dalle difficoltà incontrate negli ultimi decenni e iniziare un nuovo corso, di sicuro lungo e non senza ostacoli. Le premesse tuttavia ci sono, e occasioni come questo seminario dimostrano che solamente unendo le forze la progettazione, l’amministrazione e la cura degli spazi urbani possono essere pensati, davvero, per il bene comune.

architetture impossibili

INTERNAZIONALE
Visioni di città futura

Una conversazione fra architettura, urbanistica e filosofia su cosa sia la città, su quale sia il rapporto con chi sta dentro e chi sta fuori, sulle sfide future da affrontare, tra l’archistar milanese Stefano Boeri e la francese Chris Younès, filosofa dell’urbanizzazione: questo è stato “Com’è bella la città”, uno degli ultimi incontri del Festival di Internazionale a Ferrara.
Parlando di centro e periferia Chris Younès afferma “oggi persistono le difficoltà fra centro e periferia, ma nello stesso tempo questa è una visione ‘storica’ non più in grado di definire interamente la città: oggi la città è un tutto, un’entità globale”. Ancora più interessante la riflessione di Boeri: “oggi siamo ancora in grado di definire cosa sia spazialmente una periferia: l’ultimo lembo di città prima della campagna. Ma la verità è che ci sono oggi periferie di tipo diverso”, tutte ricomprese nel complesso paradigma di città: “ad esempio se pensiamo alla periferia come degrado, Napoli ha una periferia nel suo centro”.
Entrambi concordano sulla fondamentale importanza di strumenti come lo co-progettazione e la rigenerazione urbana. Le trasformazioni delle città “non possono più essere pensate e discusse solo da esperti, tutti i soggetti cittadini devono essere coinvolti” e in parte sta già accadendo, dice Younès. Secondo l’architetto milanese, con le scarse risorse a disposizione di questi tempi “non è più pensabile una politica deterministica”, che impone le decisioni dall’alto, il suo nuovo ruolo è quello di “una regia che crea le condizioni” perché i processi possano svilupparsi a pieno. E non si può più pensare in termini di grandi opere e grandi infrastrutture, è necessario ricalibrare i progetti urbanistici su “un insieme di tanti piccoli interventi che si ripercuotono sull’infrastruttura sociale” delle città: questa è la rigenerazione urbana secondo Boeri.
Forse non è del tutto condivisibile la sua affermazione su come sia “difficile trovare ghetti nelle città italiane”. Mentre si può concordare su quanto è necessario interpretare in modo nuovo “il rapporto tra questi pezzi di cemento che sono le città da una parte e dall’altra la varietà, cioè la prossimità di popolazioni diverse, e la densità abitativa e di relazioni, che è molto calata”.
Più che filosofiche, quasi poetiche le riflessioni sulla bellezza nelle città. Secondo Younès “bisogna ridare spazio all’estetica e all’emozione estetica” perché è un modo attraverso cui “le opere umane rimangono al di là dei cambiamenti”. Boeri invece fa una vera e propria autocritica: “in architettura si corre spesso il rischio di una bellezza astratta, fredda, autoreferenziale, perché lontana da qualsiasi sensibilità e necessità delle persone che poi dovranno vivere quello spazio”. Ci devono essere “la consapevolezza di un gesto estetico che si misura con il contesto in cui avviene” e “la capacità di concepire spazi che possano essere permeati e vissuti da chi vi abiterà”.

estensi-cultura

Gli Estensi e la cultura: vivacità intellettuale, lungimiranza e progettualità

AMMINISTRAZIONE DEGLI ESTENSI A FERRARA/2

Nel XV secolo, grazie soprattutto ai grandi artisti che diedero vita alla celebre “officina ferrarese”, Ferrara si connotò come uno dei più importanti centri rinascimentali italiani. All’ombra della casa d’Este operarono, sin dalla prima metà del Quattrocento, artisti come il Pisanello e Iacopo Bellini. L’illuminato Leonello creò infatti le condizioni per lo sviluppo del grande rinascimento estense, ospitando ad esempio l’umanista Flavio Biondo, Guarino Guarini, Leon Battista Alberti, Andrea Mantegna, Piero della Francesca e altri artisti, letterati e filosofi. Ma fu con Borso che si affermò la scuola pittorica ferrarese, per merito di Cosmè Tura (1430-1495), Francesco del Cossa (1436-1478) ed Ercole de Roberti (1450-1496). E in campo letterario si alternarono, tra la fine del Quattrocento e la fine del Cinquecento, i grandi poeti Matteo Maria Boiardo (1441-1494), Ludovico Ariosto (1474-1533) e Torquato Tasso (1544-1595).
Leonello d’Este, durante il suo poco meno che decennale principato, tenne Ferrara lontana dalle guerre, migliorando così le condizioni economiche dei cittadini, esentati dalle spese militari. Egli fu il primo della dinastia Estense a perseguire con coerenza il consenso della popolazione, in specie tramite gli sgravi fiscali, l’investimento di capitali per dare impulso all’economia, la realizzazione delle bonifiche, la promozione di provvedimenti finalizzati ad alleviare gli stenti dei poveri e degli ammalati. Borso fu di certo più pragmatico di Leonello, preferì le arti “minori” (si pensi alla famosa Bibbia) e si dedicò prevalentemente all’attività edilizia e urbanistica.
In seguito, con la reggenza di Ercole I d’Este, i ferraresi assistettero al raddoppiamento della città generato dal grande piano dell’Addizione Erculea (peraltro intrapreso anche per rispondere, con massicce domande di manovalanza, all’indigenza che ancora regnava nei ceti più bassi), videro sorgere le chiese e i palazzi, mettere in scena le commedie dei classici latini, allestire i tornei, il Palio, le cerimonie. I costi di tali opere, frutto in larga parte del genio di Biagio Rossetti, finirono per pesare anche e soprattutto sulle tasche dei cittadini. Solo più tardi divenne a tutti palese (oggi vanto) la lungimiranza con cui tali imprese furono progettate e realizzate. E che qualificarono Ferrara come la prima città moderna d’Europa: per la sua sobria bellezza, per l’efficacia delle soluzioni urbanistiche adottate, per il potenziale sviluppo socioeconomico che la sua struttura lasciava intuire.

roma-mosca-due-capitali

Roma-Mosca: un asse di sviluppo fra due grandi capitali

Nel 2012, più di 15,3 milioni di turisti russi si sono recati all’estero, 6% in più rispetto al 2011. I flussi turistici in uscita sono i primi, per entità, nell’ambito dei Paesi Brics: i russi fanno 1,3 volte più viaggi all’estero dei cinesi, 3,4 rispetto agli indiani e 4,6 in più dei brasiliani. Il numero dei viaggiatori è aumentato negli ultimi cinque anni del 50%, (rispetto al 41% dei cinesi). Il margine di crescita del mercato rimane ancora ampio, poiché, attualmente, solo il 15% dei 141 milioni di abitanti della Russia viaggia all’estero. I dati sono contenuti in un rapporto diffuso dal ministero degli Esteri italiano e redatto in collaborazione con l’Agenzia nazionale del turismo. Secondo la Banca d’Italia, la spesa turistica russa nel nostro Paese nel 2012 è stata pari a 1,191 miliardi di euro (nel 2011 era stata di 925 milioni). In questa cornice, nei giorni scorsi i sindaci di Roma (Ignazio Marino) e di Mosca (Sergei Sobyanin) hanno siglato a Roma, un protocollo d’intesa che legherà le due capitali, puntando su un futuro sviluppo dei rapporti reciproci in materia di turismo, economia e trasporto. Roma è una meta in crescita e, oggi, cercata e voluta anche dal turista russo. In precedenza Italia e Russia avevano già dichiarato il 2013-2014 ‘Anno del turismo incrociato italo-russo’, con l’obiettivo di aumentare i flussi turistici nelle due direzioni.
Quello che si è rinsaldato è dunque un percorso comune di cooperazione e amicizia, iniziato nel 1996, che accompagnerà le due amministrazioni fino al 2017. I settori del commercio, dell’urbanistica e dell’architettura, della cultura, del turismo, del potenziamento del servizio pubblico e della sicurezza degli spazi pubblici saranno tutti, allo stesso modo, oggetto di rinnovata sinergia.
L’Italia è il quarto partner economico della Russia e l’intesa sottoscritta va nella direzione del rafforzamento delle relazioni commerciali e culturali fra i due Paesi. I dati sul turismo russo fanno ben capire l’importanza dell’evento romano e di iniziative analoghe.

Va poi detto che la sigla del protocollo ha avuto luogo in concomitanza con la manifestazione intitolata “Giornate di Mosca a Roma”, che ha visto svolgersi un ricco programma di eventi, sia nella capitale che a Milano.
Sobyanin ha visitato la mostra in 3D che riproduce un’ambientazione di epoca romana nel Foro di Augusto, il centro congressi “Nuvola” dell’architetto Massimiliano Fuksas, ha incontrato la Comunità russa e partecipato all’inaugurazione della mostra dei documenti d’archivio intitolata “Mosca-Roma: legami storici” presso il Centro russo di scienza e cultura. L’esposizione ripercorre i rapporti di amicizia e di collaborazione tra le due capitali, inclusi i contatti di politica estera, nei periodi dello Stato moscovita e dell’Impero russo dal XVI al XX secolo. Gli ospiti hanno potuto ammirarvi le immagini e gli autografi dei personaggi di maggiore rilevanza, tra cui uomini di Stato, del popolo e grandi politici: Ivan IV il Terribile, l’imperatore Pietro I, l’imperatrice Caterina II, i consoli italiani a Mosca, i sindaci di Mosca. Sono esposti, inoltre, i documenti della Camera di commercio russo-italiana, materiali sulla collaborazione tra Mosca e Roma nelle materie umanistiche, le fotografie inedite della permanenza a Mosca del regista Tonino Guerra e degli incontri tra Yuri Gagarin e Gina Lollobrigida, quelle di Sofia Loren e Marcello Mastroianni durante le riprese del film “I Girasoli”.

Tra gli altri eventi che hanno animato queste “Giornate di Mosca” vanno, infine, ricordati anche il concerto di gala dell’orchestra di Vladimir Spivakov “Virtuosi di Mosca” presso l’Auditorium Parco della Musica, e l’esibizione del famoso jazzista Igor Butman presso la Casa del jazz; l’esposizione di “Street art” con i murales di un artista moscovita; una conferenza sull’influenza reciproca delle culture russa e italiana presso l’Università “La Sapienza” e la mostra “La pace di Dio attraverso gli occhi di un bambino” nella chiesa ortodossa di Santa Caterina.
Il giorno prima è stato firmato, a Cerveteri, un accordo di cooperazione culturale per organizzare le “Settimane internazionali di studio”, a partire dal 2015, dedicate alle future classi dirigenziali russe e italiane. L’accordo trilaterale di cooperazione culturale e scientifica è stato concluso tra l’Università cattolica del Sacro cuore, l’Accademia internazionale Sapientia et Scientia e Università di Stato delle relazioni internazionali di Mosca (Mgimo).
Dopo la firma del protocollo del 27 maggio, Sobyanin ha consegnato al primo cittadino della capitale una lettera originale scritta da Vittorio Emanuele II allo zar russo, mentre il sindaco di Roma gli ha donato una scultura raffigurante la tradizionale Lupa capitolina che allatta i mitici Re di Roma, Romolo e Remo.

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